La pandemia del 1981 – II

Solaradio – una radio da leggere – Capitolo 11

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Quaresima

L’ultimo miglio, fu particolarmente duro; quei tre kilometri abbondanti dalla fermata fino al ranch; così, per tirarmela un po’, chiamavo casa mia, anche in onore di una famosa discoteca della zona; sembravano interminabili. Abitavamo ai margini della città o, come si usa dire da noi, in meso ai glebani. Ai margini, nel senso di isolamento fisico e mentale, lo era pure la mia famiglia. Contadini da molte generazioni, la stirpe, era soprannominata Nosea, dagli alberi di nocciole che il mio trisavolo Giovanni aveva piantato nei pressi della vecchia casa colonica. 

Mamma Bepina, si rifiutò di guardare “Domenica In”; Pippo Baudo aveva sostituito attori, cantanti e ospiti vari, con uno stuolo di camici bianchi che predicavano distanziamento e isolamento; nessun problema, noi Nosea,applicavamo rigorosamente questo protocollo, già dall’inizio del ‘900; ero su una botte di ferro. 

Nonostante ciò, più mi avvicinavo a casa e più la mia ansia montava. C’era chi, comunque, non se ne dava più di tanto pena; “a mi no me ne ciava ‘na sborada”; il capobranco di quel gruppetto di sbaeoni strafatti di birra e, anche di qualcos’altro, espresse in modo chiaro la sua opinione sulla faccenda, suggellandola con un sonoro rutto che fece tremare le vetrate circostanti. Se la ridevano alla grande, neanche si scomposero, quando videro sbucare dall’oscurità, un pulcinella in bicicletta illuminato come un albero di Natale, pronto a buttarli giù tutti come birilli.

Il troso che portava alla, si fa per dire, fattoria, dei Nosea; mi parve ancora più lungo e buio del solito; la sensazione era quella di entrare in un tunnel dove non si sarebbe vista la luce per un bel po’ di tempo.  Anzi, di luce se vedeva una; quella della finestra, rendeva molto nitida la sagoma di mio padre chino sul tavolo della cucina, con le mani sulla fronte.

Non era il caso di entrare; io gli avrei fatto la solita domanda

Cossa ghe xè?”

E lui, con tono tra il pianto e rimprovero, mi avrebbe risposto; 

Ti me domandi anca cossa che ghe xé. Erce!”

Un attimo di silenzio e poi giù la valanga di sensi di colpa.

D’altronde, l’inverno era il periodo del “me toca morir”; quando, bastavano solo due linee di febbre o un po’ di raffreddore per mandarlo via di testa. Diveniva intrattabile e aggressivo, urlava e piangeva nello stesso tempo. Da quando poi, sentì parlare di quel virus misterioso, il lunedì non comprò la Gazzetta dello Sport; del Milan e della Mestrina non gliene fregava più niente.

Era decisamente meglio se me ne stavo ancora un po’ fuori; me ne andai a passeggiare in mezzo ae vide; se non altro perché, non mi andava proprio di dismettere l’abito di Pulcinella. Dentro di me sentivo che quello strano ultimo giorno di carnevale avrebbe significato la fine di un epoca, più o meno gioiosa e spensierata e, l’inizio di un’altra, più o meno triste e incasinata.

Dalla terra saliva un leggero tepore, piccolo segno del risveglio primaverile. Nella tradizione contadina, era il periodo di “batar marso” ovvero, un rito propiziatorio che consisteva nell’andare in giro per i campi, battendo su vari oggetti per creare un forte baccano in grado di svegliare la primavera e richiamarla a ravvivare gli animi dopo il lungo torpore dei mesi invernali. 

“Vegnì fora gente, vegnì in strada a far casoto, a bàtare marso co’ racole, sbàtole, ranéle, bandòti, cerci, tece e pegnate….vegnì, gente…
…par svejar fora i spirìti de la tera e farghe corajo a la rinàssita de la natura, cantando e sonando, so ‘l finir de febraro che xe in ùltima l’inverno”; 
chissà che primavera sarebbe stata. 

Le batterie delle lucette colorate che tappezzavano il vestito, si stavano ormai scaricando, la luce della cucina invece, non accennava a spegnersi; il pericolo di affrontare Ottorino, non era cessato. Cominciava a fare freddo, fortunatamente, a diciassette anni, avevo già un pied à terre in cui potermi rifugiare.

Grazie all’eredità di nonna Regina, mi trovavo, adolescente, nella fortunata condizione di proprietario immobiliare. Il vecchio Ottorino faticò non poco, attraverso conflitti, più o meno civili, a tenere testa a parenti, più o meno conosciuti, che, dopo la morte della nonna, sbucarono all’improvviso da ogni parte del globo terrestre, vantando diritti, più o meno reali, sulla “casa vecia” ovvero, la vecchia casa colonica. Nessuno voleva ammettere che, la nostra famiglia, fu l’unica che si dedicò, anima e corpo a rancurar i veci, come si dice. Alla fine, grazie più al vile denaro che al buonsenso, mio padre vinse la guerra; così, io e mio fratello Gigi, occupammo i territori conquistati.

A Gigi, el grando, che si doveva sposare, toccò il pianterreno, mentre a me, el picoeo, rifilarono la soffitta. Non la presi a male; anzi, quella soffitta, sin da bambino, costituiva un mondo incantato e misterioso; l’averla tutta per me, mi rese immensamente felice.

Anche se malandata e, ancora in parte non abitabile, non ci misi molto a colonizzarla. Divenne lo spazio creativo, dove poter sviluppare ambiziosi progetti; uno fra tutti, quello di costruire aerei. 

Tra me e gli affascinanti oggetti volanti, scoccò la scintilla alla tenera età di sei anni quando, tentando di farlo volare, frantumai in mille pezzi, quel modellino bianco e rosso di mio cugino Giancarlo. Per dirla tutta; in quell’occasione, le prime scintille, scoccarono sul mio culo, provocate dalle possenti mani di Ottorino. Il buon Giancarlo, però, intervenne a mio favore; ormai il danno era fatto, il modellino era spaccato e, il mio culo pure; da vero signore, mi regalò il relitto e pure un tubetto di colla per ripararlo.

Pur se considerata da mio padre ‘na pora insemenia; mamma Bepina, aveva la capacità di leggere dentro i miei sogni. Vedendomi passare parecchio tempo con quell’aereo bianco e rosso che, nel frattempo, a forza di maneggiarlo, aveva perso i connotati tipici del mezzo volante; pensò, che al so’ bocia, quello strano oggetto doveva suscitare un certo interesse. Per cui, alcuni giorni dopo, di ritorno dal mercato, parcheggiò la mitica Atala nera modello 1954, davanti la cartoleria di sior Marton. Vi entrò decisa, chiedendo se, per caso, avesse un “aereo da montar”. Se ne uscì con un bimotore Douglas Boston scala 1/72 della mitica Airfix, dal proibitivo costo di 1.100 Lire. “Tien qua; varda cossa che te go tolto”; non disse altro, anche perché non ne ebbe il tempo; subì un processo da parte di mio padre, rea di avere scialacquato un capitale per acquistare una inutile troiada al figlio.

Quella scatola, oggetto di furibonda discussione, fu la prima di una lunga serie. E’ ancora li, in bella vista, sul mio banco da lavoro; il contenuto invece, fece una brutta fine, incendiato da Fabrizio Zanutto, per simulare un realistico abbattimento in battaglia.

La soffitta non era solo un laboratorio ma, soprattutto un rifugio dove starmene in santa pace da solo; un fortino inattaccabile da qualsivoglia autorità genitoriale e non. 

Dalla finestra, si potevano osservare gli atterraggi e i decolli del vicino aeroporto. Proprio in quel momento, ne avvistai uno in atterraggio; probabilmente, tra gli ultimi ai quali era concesso volare poi, colpevoli veicoli di contagio, sarebbero stati tutti messi a terra.  

Ironia della sorte, l’anno prima in TV era andato in onda il telefilm a puntate “i sopravvissuti”; nell’inquietante sigla del si vedeva viaggiare tranquillamente in aereo, lo scienziato cinese, al quale era sfuggito di mano un virus letale che, da li a poco avrebbe sterminato quasi del tutto l’intera popolazione mondiale.

La pampa argentina sembrava distante anni luce; francamente, non è che me ne ciavasse più di tanto se, alcuni sfigati allevatori di bovini si erano buscati una pericolosa e sconosciuta malattia, trasmessa dalle loro vacche. Come tanti, ero convinto che il tempo e lo spazio fossero  delle formidabili barriere invalicabili invece, era bastato uno dei miei beneamati aerei a portare nel vicino Friuli, in occasione delle vacanze di Natale, alcuni di quegli allevatori di origine italiana, emigrati in Argentina, per farci ripiombare ai tempi della peste del 1600; proprio ora che stavo facendo grandi progetti.

Solo pochi giorni fa, osservando dalla finestra il susseguirsi di atterraggi e decolli, presi una importante decisione riguardo il mio futuro. Nonostante la mia esperienza di costruttore aeronautico, si fosse finora limitata a montaraerei di plastica e uno scanchenico aliante in balsa; eterna opera incompiuta che, probabilmente non volerà mai e, per giunta, mio padre mi avesse pronosticato, alla stregua di mio fratello Gigi, un futuro da tornitore a porto Marghera; ero determinato, una volta finite le superiori, a frequentare ingegneria aerospaziale. Ero alquanto gasato, mi vedevo passare in un attimo dalla scalinata dell’ITIS Pacinotti a quella del Politecnico di Milano, ammesso che quest’ultimo ne avesse una. Mi prefiguravo addirittura il giorno della laurea, circondato da belle gnocche, pronte a saltarmi addosso per spogliarmi; il voto, ovviamente, 110 e lode. Ne parlai entusiasta al sior Ottorino; “fio mio; me par che ti xè drio pissar un fià fora dal bocal”, d’altronde che risposta potevo aspettarmi, da un plurilaureato, psicoterapeuta di fama internazionale come lui. 

Pazienza, oltre a questo, un altro progetto ben più importante era in cantiere, per il quale non servivano, almeno sulla carta, particolari abilità intellettuali né approvazione dei genitori; cuccare come un mandrillo. L’istinto predatorio, era esploso al Lido, tra le capanne della zona A. Quell’estate, visto che in parrocchia non c’era trippa per gatti, mi ero unito alla squadra juniores degli assatanati del bar “da Eros”; devo riconoscere, dei veri professionisti. L’agendina del sindacato metalmeccanici, regalo di Natale del fratellone, si era miracolosamente riempita di nomi femminili, tra i quali Francesca. Per dire la verità, non ne avevo ancora chiamata una, ma, ero più che mai determinato a passare all’azione. Pur non credendo, come dicevano i preti, che sarei diventato cieco, ero comunque stufo delle solite fantasie o, solito ménage, per dirla alla francese.

Ora però, avevo la sensazione che tutta questa faccenda non avrebbe fatto altro che mettermi i bastoni tra le ruote; peccato, proprio nel momento in cui stavo prendendo la rincorsa per fare un grande balzo; ovvero, per dirla in termini aeronautici, un decollo abortito.

Mi sentivo anche un gran pezzo di merda; finché la disgrazia era lontana, non me ne fregava niente. Avevo la soffitta, la mia confort zone, dove poter starmene lontano dalle disavventure della vita. Invece, grazie al balzo di un aereo, ‘sta cosa stava arrivando sotto casa e io, me la stavo facendo sotto. Il mio unico pensiero era quello di salvare me stesso, magari barricandomi nella mia favolosa soffitta.

La mezzanotte era passata, il carnevale finito ed eravamo ufficialmente in quaresima; i preti godevano, potevano ritornare finalmente al centro dell’attenzione, predicando tra nuvole di incenso, la rigorosa osservanza della morale cattolica; questa, ovviamente, era la mia personale sensazione.

Probabilmente, qualcuno di loro, asserirà che tutto ciò che sta accadendo è un castigo divino per i nostri peccati; chissà, magari è vero; probabilmente, accadrà come nel telefilm, moriremo quasi tutti e resteranno solo pochi eletti.

La natura, sembrava fregarsene di quell’imminente pericolo; el morer stava dando i primi segni di risveglio. Io e lui siamo cresciuti praticamente insieme, e forse, per come si stavano mettendo le cose, avrebbe avuto la soddisfazione di vivere più di me; la giusta rivincita della natura sull’uomo alla quale avevamo da sempre pestato i piedi. Forse questo è il peccato che dobbiamo scontare.

 Vai alla III^ parte

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