Io e il mare.

Racconto fotografico

Di Michele Camillo

Del mare ho paura.  

Paura della sua immensità senza confini, di quell’orizzonte che sfugge allo sguardo e sembra proseguire oltre ogni mio pensiero.  .  …

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Pensi di esserti perso qualcosa?

Io e il mare

Il mare non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua inquietudine 

Joseph Conrad 

Del mare ho paura.  

Paura della sua immensità senza confini, di quell’orizzonte che sfugge allo sguardo e sembra proseguire oltre ogni mio pensiero.  

Temo la sua profondità, il sommerso che non posso scorgere. 

Temo che possa inghiottirmi, prendersi la mia vita, facendomi sparire per sempre. 

È allora che arriva il timore più grande: la risacca. La sento sfiorarmi le gambe e immagino subito quelle correnti come braccia possenti e invisibili, capaci di trascinarmi lontano dalla riva, lontano dalle mie certezze, dentro un infinito ignoto da cui non saprei tornare. 

Del mare temo tutto ciò che rappresenta: quello che non posso controllare, che non riesco a prevedere.  

Temo le profondità dell’anima quanto quelle dell’acqua.  

Temo i sentimenti che mi attraversano senza chiedere il permesso, i cambiamenti che dissolvono le coste familiari della mia esistenza.  

Di fronte al mare mi sento infinitamente piccolo, quasi superfluo. Mi domando spesso quale sia il mio posto in questa immensità e cosa ci faccia in questo mondo, davanti a un orizzonte che esisteva molto prima di me e continuerà a respirare quando io sarò soltanto memoria; mi chiedo chi pronuncerà ancora il mio nome e quale impronta avrà lasciato il mio passaggio.

Trovo mille modi per non dire la verità. 

La nascondo dietro parole prudenti, dietro sorrisi che sviano, dietro silenzi costruiti con la pazienza di chi teme di guardarsi davvero. Trovo mille sentieri che si allontanano da me stesso, mille giustificazioni per non affrontare quei discorsi che, una volta pronunciati, farebbero cadere ogni maschera e lascerebbero nudo il mio vero volto. 

Trovo mille modi per non agire, per non cambiare. 

Mi rifugio nelle abitudini, nelle distrazioni, nei giorni che scorrono uguali. 

Eppure, di fronte al mare ogni fuga si arresta e ogni menzogna perde consistenza come sabbia tra le dita. 

Davanti alla sua immensità non riesco a fingere. Non posso raccontargli la versione migliore di me, né quella più conveniente.  

Così mi fermo sulla riva e, mentre il vento mi attraversa come una carezza malinconica, inizio a parlargli. 

Gli confesso le paure che custodisco nelle stanze più segrete del cuore. Gli racconto gli amori perduti, quelli sognati e quelli mai vissuti, le parole che non ho saputo dire, le occasioni che non ho avuto il coraggio di cogliere e le esperienze fondamentali per la vita mai fatte.  

Gli affido i sogni che continuo a tenere nascosti persino a me stesso, come se nominarli potesse renderli troppo reali o troppo irraggiungibili. 

Comprendo che forse cerco qualcuno davanti a cui non dover essere forte, qualcuno davanti a cui poter essere semplicemente vero. 

Resto lì, a parlare con il mare come si parla a un amore impossibile e necessario. Perché lui conosce tutte le mie fughe, tutti i miei silenzi, tutte le mie menzogne. 

Guardandolo, si fa spazio una strana nostalgia.  

Aspetto che il mare – il mio mare – porti con sé un ricordo. Non uno qualsiasi.  

Aspetto come si attende un ritorno, qualcosa che non si è mai davvero perso, ma che ogni anno chiede di essere ritrovato.  

È un sogno che resta nell’anima, che non si consuma, che resiste alle stagioni e si accende ogni volta che l’acqua torna a raccontare. 

Sale allora il desiderio ostinato di ritornare là dove tutto ha avuto inizio, dove la giovinezza è passata senza che me ne accorgessi, dove il mare mi ha cullato e mi ha insegnato a restare.  

Perché certe onde non smettono mai di arrivare, e certi amori non smettono mai di abitare quello spazio tra il cuore e l’orizzonte. 

Il mare è senza strade, il mare è senza spiegazioni.

Alessandro Baricco


Testi e foto dell’autore © Michele Camillo 2026


Un treno perso.

“Stasera alle ore 21:00, presso il bar da Nane, si parlerà (tanto par cambiar) di figa con i professori Piero De Pieri e Denis Sgorlon; modera il dott. Memo Bottacin, siete tutti invitati (fighe comprese)” 

Conosco benissimo il burlone che ha appeso quelle locandine lungo il vialone centrale dei Paeassoni; mi fa sorridere che, dopo mezzo secolo, continui a pensare sempre alla stessa cosa.  

Mi verrebbe da rilanciare con un annuncio al microfono: “Domani sera a SolaRadio si parlerà di seghe con il noto esperto in materia, il Geom. Enzo Penzo”.  …

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Pensi di esserti perso qualcosa?

Un treno perso

Tratto dalla raccolta SOLARADIO

“Stasera alle ore 21:00, presso il bar da Nane, si parlerà (tanto par cambiar) di figa con i professori Piero De Pieri e Denis Sgorlon; modera il dott. Memo Bottacin, siete tutti invitati (fighe comprese)” 

Conosco benissimo il burlone che ha appeso quelle locandine lungo il vialone centrale dei Paeassoni; mi fa sorridere che, dopo mezzo secolo, continui a pensare sempre alla stessa cosa.  

Mi verrebbe da rilanciare con un annuncio al microfono: “Domani sera a SolaRadio si parlerà di seghe con il noto esperto in materia, il Geom. Enzo Penzo”. 

Ricordo bene che a cucirgli addosso la fama di esperto del “settore” non fu, come qualcuno potrebbe facilmente immaginare, qualche stimato profiler o tajatabari — come si dice in dialetto — categoria di cui il bar da Nane abbonda. Fu invece quella perspicace, seppur un po’ arrogante e snob, di Zeneca Filippon, all’epoca capogruppo delle giovanissime di Azione Cattolica. 

Quel giorno me lo ricordo benissimo. Don Gianni aveva organizzato un cineforum con l’intento di istruire la gioventù su quando e come fosse lecito trombare. Al termine della proiezione di Un uomo e una donna di Claude Lelouch, durante il dibattito che seguì, il mio amico ebbe il coraggio di porre una domanda davanti a una sala gremita: perché, secondo la Sacra Romana Ecclesia, il sesso fai-da-te fosse considerato peccato. 

Al povero EnsoPenso nessuno seppe rispondere. Né il don, né l’esimio Bepi Lardon, suo fedele scudiero e dispensatore certificato di consigli morali. In sala calò soltanto un imbarazzante silenzio, accompagnato da qualche ghigno soffocato. Il prete, dopo aver lanciato un’occhiataccia al pervertito, dimostrò una notevole abilità nel cambiare argomento. 

Nelle retrovie, però, la discussione continuò ancora a lungo. Riccardo Beltrame e compagnia iniziarono a sfornare battute a raffica, vantandosi del fatto che loro, ormai, fossero passati da tempo alla pratica reale, mentre lui era ancora uno sfigato costretto a cavarsela da solo. 

Udii chiaramente la Filippon definirlo «un esperto di mano» e aggiunse che quella mano le faceva talmente schifo che non l’avrebbe stretta per nessuna ragione al mondo, visto che chissà cosa ci aveva fatto poco prima. 

Fu così che, da quel giorno, si guadagnò il soprannome di “Esperto”. Il bello è che ancora oggi, quando qualcuno lo chiama così, lui si gonfia d’orgoglio, ignaro del vero motivo per cui quel titolo gli è rimasto appiccicato addosso. 

A dire il vero, c’è un’altra cosa che mi è rimasta impressa di quella giornata: Un homme et une femme, il magnifico tema musicale composto da Francis Lai e filo conduttore del film. Ancora oggi lo mando in onda alla radio quando voglio scacciare qualche momento di malinconia. È una musica elegante, raffinata, proprio come gran parte delle canzoni francesi. 

In questo periodo, i momenti di malinconia abbondano e la musica, quando stress, ansia e depressione mi avvolgono come el caigo autunnale, non basta a risollevarmi; ci vuole una dose massiccia di “bar da Nane”. 

L’idea di passare una bella serata, ascoltando l’ennesimo “convegno” su quella cosa lì che, alla fine, fa girare il mondo più della gravità, vale tranquillamente cento sedute dallo psicologo (o dal guru), con la differenza che costa meno. 

Ormai, sarà l’età, ma, mi prende l’ansia per un nonnulla. Ultimamente, provo ansia anche nel viaggiare. Non riesco più ad abbandonare la mia comoda casetta e mi faccio mille paranoie.  

Anche per questo trovo conforto nei frequentatori del bar. Eh, sì, perché dovete sapere che l’umanità che gravita attorno al piccolo universo che è il bar da Nane Sbérega è fatta principalmente di personaggi che non si sono mai spinti oltre un certo confine geografico. 
Confine che, di solito, coincide con la distanza percorribile prima che finisca la sigaretta. 

Non si può dire però che non conoscano il mondo; chiedigli dove si trova uno stadio in Sud America e ti danno via, quartiere e probabilmente ti indicano un posto dove comprare un panin onto

Un indirizzo che però, spesso non conoscono, è quello della loro vita. 

Seduti a quei tavolini non ho mai incontrato personaggi ambiziosi o meglio, gli unici obiettivi sono sostanzialmente due: 

  • Un lavoro sicuro, dove nessuno possa prenderti a pedate nel culo da un giorno all’altro e possibilmente senza troppe rotture di coglioni. 
  • Trovarsi una bella figa. Meglio se più figa di quella degli altri. E che, come il lavoro ideale, comporti il minor numero possibile di rotture di coglioni. 

I personaggi del bar, mi assomigliano anche per un’altra cosa, sono una masnada di rassegnati patentati. Questa atavica rassegnazione; viene riassunta in una parola sola: “ghesboro” 

“Ghesboro” non è solo una parola; è uno stile di vita. 
Un mantra che, se ripetuto con una certa regolarità, funge da antidepressivo artigianale senza prescrizione medica. 

C’è un “ghesboro” per tante cose. 

C’è il “ghesboro” calcistico. 
Quello pronunciato ogni domenica pomeriggio davanti all’ennesima sconfitta della squadra locale che da trent’anni naviga nello stesso campionato dilettantistico come una zattera bucata. 
 

C’è il “ghesboro” politico, che assomiglia un po’ a quello calcistico. 
Quando, alle elezioni, vince un partito e un candidato, contrario alla fede politica che hai fin da quando eri in fasce. Partito e candidato che, nessuno giura di aver votato. 
 

Poi c’è il “ghesboro” sessuale; il più doloroso. Quello che nasce quando ti rendi conto che non riuscirai mai a trombarti la squinzia dei tuoi sogni per il semplice fatto che se l’è trombata un altro che è arrivato prima di te. 

E poi c’è il “ghesboro” esistenziale. 
Quello più profondo. 
Quello che ti prende alle undici e mezza di sera mentre fissi il bicchiere vuoto e realizzi che forse stai facendo una vita abbastanza di merda, senza un vero motivo, senza grandi traguardi e con la concreta prospettiva di continuare così fino a quando il tuo fegato non deciderà democraticamente di abbandonare il progetto; in fin dei conti basta ascoltare il vecchio dottor Scarpa, che ormai parla come un necrologio preventivo, ti dice che camperai ancora un anno se non smetti di fumare. 

Sia chiaro, il “ghesboro” non risolve niente; non migliora la situazione; non porta crescita personale; non genera cambiamento e non attiva percorsi di empowerment. 

Però ha un merito gigantesco: toglie peso alle cose. 

È una specie di mindfulness da Paeassoni
 

Se tutti i “ghesboro” pronunciati in quel bar fossero radiazioni nucleari, la popolazione del globo terrestre sarebbe già stata annientata. Immagino un gran fungo atomico che si alza sopra i Paeassoni mentre qualcuno seduto al tavolino, ovviamente, esclama: “ghesboro!” 

Ghesboro” fu anche la prima parola che uscì dalla bocca di Memo Bottacin quando si trovò davanti agli occhi uno dei nostri leggendari volantini promozionali: 

ASCOLTA SOLARADIO 
 
FM 107,8 

Un pezzo di carta talmente piccolo che oggi verrebbe scambiato per un pizzino tra mafiosi. 

Di quei bigliettini, grazie alla mitica Lettera 35 di sior Sergio e all’uso intensivo di carta carbone, ne avevamo prodotti in quantità industriale. 

Il primo metodo di diffusione fu geniale nella sua stupidità: lanciarli dalle biciclette in corsa. 

Una specie di propaganda elettorale fatta da quattro deficienti senza patente e senza un minimo di coscienza ecologica. 

Pedalavamo come contrabbandieri in fuga seminando foglietti per le viette e il vialone centrale dei Paeassoni convinti di star costruendo un impero mediatico. 

Il risultato concreto fu nullo. Nessun nuovo ascoltatore. Nessun successo commerciale. 

In compenso ci guadagnammo una storica maedia de morti da Ginetto, il netturbino del quartiere, che il mattino dopo si ritrovò a dover scopare quella specie di coriandoli. 

Qualcuno ci riferì di averlo sentito minacciare l’autore della bravata; gli avrebbe ficcato il manico della scopa in un certo posto. Nonostante lo chiamassero Ginetto, aveva una mole tale che quella minaccia aveva buone probabilità di avverarsi.  

Fallito quel maldestro tentativo di volantinaggio selvaggio non restava altro che provare a farsi pubblicità nei posti più frequentati dagli abitanti dei Paeassoni e zone limitrofe. 

A quel gran mona del Paperoga venne l’idea di mettere i nostri famigerati bigliettini in mezzo ai libretti dei canti in chiesa. La cassammo all’istante, cera il serio pericolo de vantarse ‘na andada de sberle da don Gianni. A quei tempi avevamo più il timore del prete che di Dio. 

Scartata anche la locale sezione del P.C.I. — perché, se avessero saputo che noi fioi de cesa avevamo fondato una radio, probabilmente ce l’avrebbero incendiata con qualche bottiglia Molotov d’annata, gelosamente conservata in vista dell’imminente rivoluzione proletaria — non ci restava che tentare con gli esercizi commerciali della zona, ammesso che si potessero definire tali. 

Iniziammo subito a “battere” sior Ugo el casoin, il panificio Favaretto e l’edicola di Franco “Gasetin” 

Nessuno però aveva il coraggio di entrare lì e, per lì intendo il bar da Nane. 

Il bar dei Paeassoni era stato fondato nei primi anni Settanta da Giovanni “Nane” Amadio detto “El Sberéga”, soprannome guadagnato grazie alla sua capacità unica di parlare ad alta voce sputacchiando a distanza di sicurezza non certificata. 

Era il luogo frequentato dai “grandi”; il Sancta Santorum del sesso ora per ora e del calcio minuto per minuto. L’ombelico del piccolo mondo dei Paeassoni; dove si faceva qultura con la Q maiuscola. 

Poche volte nella mia vita ho fatto scelte coraggiose; ma, quel giorno ero particolarmente carico e votato alla “causa”; per cui, pacchettino di bigliettini in tasca, varcai la soglia del bar. 

Per l’occasione indossai l’outfit che, secondo il mio ragionamento, avrebbe dovuto darmi qualche anno in più: jeans a sigaretta, camicia a quadri e un giubbino che pareva uscito dalla serie televisiva “happy days”; tutta roba di mio fratello. Era un maldestro tentativo di assomigliare al mitico Fonzie e mascherare il mio terrore di affrontare certi personaggi. 

Entrai con la scusa di prendermi un gelato. Sapevo benissimo che, probabilmente, quel “Camillino” giaceva nel frigo dai tempi della fondazione del bar; ma, non c’era nient’altro che mi piacesse e, soprattutto che costasse poco. 

Memo guardò me e quei bigliettini che avevo appoggiato con malcelata nonchalance sul bancone; si accese quella che probabilmente era la duecentesima sigaretta della giornata e, da dietro la nuvola di fumo, come un oracolo, mi arrivò la sua voce roca: 

Ghesboro! N’altra radio! Ma no gavè altre maniere par rancurar figa!” 

Mi caddero le palle. 

Avevo dato alla luce SolaRadio per l’illusione meravigliosa e un po’ patetica che accendendo un trasmettitore potessi riaprire un canale di comunicazione con Vera, il mio primo amore svanito nel nulla; come se una frequenza FM potesse attraversare il tempo, le occasioni mancate e pure la codardia. 

Il buon Memo, forse preso dal rimorso per essere stato troppo duro, tirò fuori la frase che ancora oggi mi risuona in testa come un insegnamento zen: 

Dai moro che ti ga tutta ea vita davanti. Sappi però che par certe robe, el treno passa ‘na volta soea.” 

Aveva maledettamente ragione; nel caso di Vera, il mio primo amore, quel treno era già passato. 

Ancor oggi, Memo usa spesso parlare di treni passati; il bar da Nane, in effetti, si può paragonare a una stazione ferroviaria piena di passeggeri che hanno perso un sacco di treni mai più passati. 

Treno o non treno, da quel giorno SolaRadio e il bar da Nane, sono sempre stati collegati da un filo invisibile ma resistentissimo; c’è una specie di frequenza spirituale che ci unisce. 
Entrambi sono serviti a tenere compagnia a chi non ha mai avuto un obiettivo alto ed è perennemente insoddisfatto ma soprattutto non ha mai veramente trovato posto da nessun’altra parte. 

Senza i fioi del bar, SolaRadio non avrebbe continuato ad esistere; due attività economicamente discutibili tenute in vita dalla necessità umana di sentirsi meno soli. 

Io, in quel piccolo mondo storto mi sono sempre sentito a mio agio. 

Non ne ho mai capito bene il motivo, forse perché quegli strani personaggi che lo frequentano mi hanno fraternamente accolto come un loro simile. 
 

Comunque, caro Memo; non è vero che il treno non passa più. 

Su un treno, in un modo o nell’altro, ci siamo saliti tutti. Forse non era quello che aspettavamo sulla banchina dei nostri sogni, forse non portava scritto sul tabellone il nome della destinazione che avevamo immaginato da ragazzi. Eppure, era il nostro treno, ed è partito lo stesso. 

Con il tempo ho capito che conta relativamente poco quale treno si prende. Quello che fa davvero la differenza sono i compagni di viaggio. Le persone che siedono accanto a te per una sola fermata o per un’intera esistenza. Quelle che ti fanno battere forte il cuore e ti fanno sorridere quando il paesaggio si fa grigio e che, senza saperlo, alleggeriscono il peso delle valigie che ti porti dentro. 

Poi succede che, quando meno te l’aspetti, a una stazione qualunque salga qualcuno che credevi perduto. Un viaggiatore dimenticato da anni nella stanza dei ricordi, dietro una porta che pensavi di non aprire più. Lo vedi apparire all’improvviso nel corridoio della memoria e ti accorgi che il cuore riconosce ancora il rumore dei suoi passi. 

Allora qualcosa cambia. Tornano le domande che credevi archiviate per sempre. Tornano i sentimenti e le emozioni che il tempo aveva soltanto addormentato. E scopri che la vita possiede ancora il dono della sorpresa, anche quando eri convinto di averne già letto tutte le pagine. 

In fondo, anche SolaRadio continua a essere questo: un bellissimo viaggio e l’eterna speranza di ritrovare qualcuno che non hai mai dimenticato.  

Un lungo tragitto percorso nello stesso vagone, assieme al bar da Nane, ai suoi personaggi improbabili e sgangherati, a quelle facce che il tempo non è riuscito a cancellare e che ormai abitano stabilmente dentro di me. 

Sono loro, in qualche modo, a farmi compagnia lungo il percorso. Mi aiutano ad affrontare la vita, a vantarghea, come diciamo dalle nostre parti. Quando il viaggio si fa più complicato, li sento ancora discutere, scherzare, raccontare storie e sparare sentenze come se fossero seduti allo stesso tavolo di sempre. 

E così il treno continua a correre. Ogni tanto rallenta, ogni tanto accelera, ma non si ferma mai davvero. 

E forse il segreto è proprio questo: continuare a guardare fuori dal finestrino con la curiosità di chi sa che, alla prossima stazione, potrebbe ancora salire qualcuno capace di cambiarti la vita. 

Perché i viaggi più belli non sono quelli che finiscono alla destinazione prevista, ma quelli che ci sorprendono strada facendo. 

E il nostro viaggio durerà ancora, come dice la canzone, fino al giorno in cui qualcuno pronuncerà il nostro nome nel vento e ci inviterà a scendere all’ultima fermata. 

Ma il treno corre forte su tutta la mia vita 
Che passa via veloce che sfugge fra le dita 
Risento la sua voce si riapre la ferita 
La gioventù è passata per non ritornare mai più 

Ma il treno corre forte si fermerà soltanto 
Quando qualcuno un giorno mi chiamerà nel vento 

Riccardo Cocciante

Il treno … ascolta il podcast

Una donna … per sempre.

Ciao scemo!” è il suo dolce marchio. 

Ogni volta che arriva un suo messaggio, con quell’incipit così unico, il mondo si colora e la giornata prende un’altra piega. Sarà perché in effetti sono uno scemo e mi accontento di poco.  

Un’altra cosa che mi fa camminare a dieci metri da terra è che nel suo profilo c’è sempre quella foto che le ho scattato molti anni fa; uno dei più bei ritratti che abbia fatto ad una donna…

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Pensi di esserti perso qualcosa?

Una donna … per sempre

Tratto dalla raccolta PICCOLE STORIE DI PICCOLE RADIO

Ciao scemo!” è il suo dolce marchio. 

Ogni volta che arriva un suo messaggio, con quell’incipit così unico, il mondo si colora e la giornata prende un’altra piega. Sarà perché in effetti sono uno scemo e mi accontento di poco.  

Un’altra cosa che mi fa camminare a dieci metri da terra è che nel suo profilo c’è sempre quella foto che le ho scattato molti anni fa; uno dei più bei ritratti che abbia fatto ad una donna. 

La mia passione per la fotografia è nata dalla frustrazione che, già alle elementari, avevo per non essere in grado di disegnare; non mi riusciva di produrre nessun soggetto in maniera decente.  

All’inizio davo la colpa agli strumenti, la misera scatola di dodici colori Giotto che mi aveva procurato mia mamma, non poteva competere con quella da trentasei Faber-Castell della mia compagna di banco, la genialissima Caterina, una vera artista.  

Ogni suo disegno era un capolavoro e una poesia. Mi resi però quasi subito conto che ero solo un maldestro pasticcione e lo sarei stato per sempre anche in altri ambiti della vita, come quello sentimentale. 

Ero ormai rassegnato a non avere una indole artistica quando un giorno, Lauretta la nostra dolcissima e giovanissima maestra entrò in classe con una macchina fotografica.  

Ci spiegò com’era nato quell’aggeggio ma, soprattutto che non serviva solo a fare le foto della prima comunione ma, a fermare il tempo.  

Ci disse che ogni volta che premevamo quel pulsante che faceva click; quello che avremmo fotografato sarebbe rimasto per l’eternità.  

Già rimanevo incantato ad ogni sua parola ma, quella sua lezione mi prese più di tante altre, al punto tale che, mi offrii volontario per la ricerca “ciò che mi circonda”, in pratica un servizio fotografico sul posto dove abitavo. 

Chiedi a quel rotto in culo di tuo cugino Adriano”, fu la risposta di mio padre quando mi resi conto che mi mancava lo strumento principale, ovvero una macchina fotografica. In casa non ce l’avevamo semplicemente perché non era qualcosa di utile; con quell’affare non potevi farci da mangiare o zappare l’orto. 

Lo stronzissimo cugino Adriano, non mi prestò un bel nulla. Fu solo grazie all’intercessione di mio fratello che quel sant’uomo dell’ingegner Volpato, il suo titolare, mi affidò temporaneamente la sua preziosissima Voigtländer Vito comprensiva di rullino già montato.  

Dedicai anima e corpo a fotografare tutto il peggio di ciò che mi circondava per documentare il degrado. Fu un successone; oltre a un “molto bene”, mi presi anche un bacio sulla fronte dalla bellissima maestra Laura. Se fosse dipeso da me, non mi sarei mai più lavato il viso. 

Grazie a te, maestra Lauretta, mi sono appassionato a “scrivere con la luce”, a fotografare. È un’arte che mi ha catturato, trasformandomi col tempo in qualcosa di simile a un ladro di anime… o forse un cercatore di anime, dipende dai punti di vista. 

Come nelle credenze di alcuni popoli, anche io sono convinto che una fotografia possa catturare qualcosa di profondo, quasi invisibile: l’essenza, l’anima di chi sta davanti all’obiettivo. Non mi sono mai limitato a scattare immagini; ho sempre creduto nel potere del ritratto, nella sua capacità di immortalare non solo un volto, ma l’interiorità di una persona. Ogni scatto è un dialogo silenzioso, un frammento di verità rubato al tempo, una finestra aperta sull’invisibile. 

È con questo spirito che da anni percorro strade infinite, spinto da una fame silenziosa, a rubare frammenti di vita negli sguardi sconosciuti che il caso mi offre. Sono occhi che mi chiamano e che sussurrano emozioni.

Io e la mia macchina fotografica diventiamo un tutt’uno, pronti a catturare quella scintilla fugace che solo il cuore sa riconoscere. 

Sappiamo scovare quella luce nascosta, quel bagliore segreto che brilla solo per chi sa cercarlo; cogliamo l’interiorità e siamo attratti da quella bellezza interiore che ci fulmina.  

Abbiamo imparato a vedere oltre le apparenze. 

E, oltre quelle apparenze, il mio obiettivo e il mio sguardo catturarono Lucrezia. 

Accadde una splendida mattina di autunno. Il giallo dei tigli creava un arco dorato che faceva da tetto al viale.  

Mi piaceva starmene seduto su una panchina a cercare di catturare volti o meglio anime che, in qualche maniera, mi attraevano. 

Per non farmi notare, fingevo di fotografare altro, e solo all’ultimo momento puntavo l’obiettivo sul soggetto che mi interessava. Anni dopo avrei scoperto che quella si chiamava street photography

Scemo, ti ho visto che mi hai fotografato!” 


Nonostante tutta la mia discrezione, Lucrezia mi aveva beccato. In un istante passai da “grande fotografo” a “grande idiota”. 

“Scusa… sto cercando volti nuovi per la nostra radio” improvvisai, cercando di cavarmela. 
“Inventatene un’altra. I volti nuovi servono per la televisione, non per la radio.” 
Niente da fare: la tipa era più sveglia di quanto avessi immaginato. 

Mi accorsi di essere finito in un vicolo cieco. Il viso mi si colorò di rosso e iniziai a sudare. 
 

Sei uno di quelli che parlano nelle radio libere? Ma, ‘sta cosa, come funziona?” 
Tirai un sospiro di sollievo. Fortunatamente, era stata lei a cambiare argomento: salvo, per miracolo. 

Qualcosa di misterioso si era mosso dentro di me, un richiamo che non sapevo ancora decifrare. Non poteva finire tutto lì, in mezzo al viale, con il vento che si portava via quella domanda che sentivo essere l’inizio di qualcosa di bello.  

Sentivo che si stava tendendo un filo invisibile che insisteva a tenermi legato a lei. 

Mentre le parlavo della piccola radio che avevamo messo in piedi io e i miei amici, vidi qualcosa accendersi nei suoi occhi. Era come se le mie parole avessero sfiorato una parte segreta di lei, un luogo dove custodiva sogni che non aveva ancora osato nominare. In quel preciso istante capii di aver fatto breccia: avevo catturato la sua anima, e forse, solo forse, anche un angolo del suo cuore. 

Vieni a trovarci, potresti diventare la prima voce femminile della nostra radio” 
Buttai lì la proposta, a metà tra la verità e la scusa per rivederla. In effetti, in radio non avevamo ancora una ragazza. 

Per usare termini radiofonici, ero riuscito a trovare una frequenza libera su cui potevamo sintonizzarci entrambi. Sentivo di aver aperto un canale di comunicazione, per il momento c’era solo il leggero fruscio della portante ma, a breve, si sarebbe riempito di contenuti condivisi. 

La nostra intima trasmissione radio iniziò lì, in mezzo al vialone, con quel vento autunnale che, complice, sembrava volerci spingere l’uno addosso l’altro per farci abbracciare. 

Parlammo di tutto ma, soprattutto di sogni, di mondi che non avevamo ancora visto e del futuro che ci aspettava. La sua voce, così diversa da tutte le altre, aveva un modo di trascinarmi altrove, di farmi sentire a casa anche in mezzo a quel desolato vialone di periferia. Era come se, il resto del mondo si fermasse, lasciandoci in una bolla di silenzio perfetto, dove tutto aveva senso e nulla importava davvero, se non il suono delle nostre voci. 

Quell’incontro fu l’inizio di una storia fatta di conversazioni infinite, di pensieri intrecciati fino a confondersi. Non so quante migliaia di ore abbiamo passato a parlare da quel momento. So solo che anche ora, ogni parola con lei ha il potere di dilatare il tempo, di renderlo pieno e denso come un libro che non vuoi mai chiudere. 

Non vi sto nemmeno a descrivere le facce dei ragazzi quando, dopo qualche giorno, Lucrezia comparve sulla soglia di quell’ex fioreria, di proprietà della famiglia di Mauretto; un bugigattolo che avevamo la sfrontatezza di chiamare “studio radiofonico”. Una sinfonia muta di espressioni: dalla sorpresa all’imbarazzo, inciso a scalpello sui loro visi. 

Conoscendo la combriccola, potevo immaginare il perché: Lucrezia non rientrava per niente nell’immaginario profilo di conduttrice radiofonica che avevano in mente. 

Le aspettative di allora avevano un nome ben preciso: Simona Smacsmac.  

Sì, proprio lei. La star indiscussa della radio più ascoltata in città. Famosa per la sua voce calda e ammiccante: un sospiro qua, un’allusione là… roba da mandare in tilt l’intera gamma della FM. 

Su di lei circolavano leggende metropolitane a metà strada tra il fiabesco e il pornografico. Secondo i soliti maligni del bar, la ascoltavano persino i preti… altro che Radio Vaticana! E per pura decenza mi risparmio di riportare i commenti su cosa, secondo loro, combinasse il povero prete mentre, di nascosto, ascoltava Simona Smacsmac

Devo essere sincero: anch’io desideravo una come Simona in radio.  

Non l’avevo mai vista, ma l’idea di avere una tutta tette e culo e con dei bei labbroni carnosi che, condivideva il nostro microfono, mi solleticava non poco. Poi il destino mi mise davanti Lucrezia che, in un attimo, spazzò via certe fantasie per farne nascere altre, completamente diverse. 

Lucrezia si guardò attorno, incuriosita. Aveva quell’aria di chi osserva un acquario pieno di pesci un po’ confusi, e quei pesci eravamo noi. Fece un sorriso leggero, uno di quelli che non sai mai se sia timidezza o sicurezza mascherata, e appoggiò la borsa o meglio, quella sacca di stoffa a fiori, sull’unicotavolino libero, come se fosse la cosa più naturale del mondo. 

Non sembrava affatto a disagio in quella piccola stanza piena di cianfrusaglie elettroniche, di dischi e audiocassette buttati alla rinfusa dappertutto. Sorrise alla vista del poster di Donna Summer appeso sopra il mixer; probabilmente pensava di essere finita in un covo di segaioli pervertiti. 

È qui che fate la magia? È da questo che parlate? E che dite?” chiese avvicinandosi al microfono. 

Mi accorsi solo allora che doveva avvicinarsi alle cose per vederle bene. 

Fummo noi a rimanere a disagio. Sembrava che gli spessi occhiali che, nel frattempo, si era infilata servissero anche per leggerci dentro. 

Qui cascò il nostro palco ma, capimmo anche che ci stava porgendo la sua mano offrendoci la sua amicizia e alleanza 

E tu che diresti?” le chiesi, quasi senza rendermene conto, con l’unico scopo di tentare di salvare in corner la mia faccia e anche quella degli altri soci. 

Lei si voltò verso di me, inclinò leggermente la testa e rise: una risata breve, quasi timida, ma che mi arrivò dritta allo stomaco. 

Ancora non lo so di preciso ma è una gran figata; mi piace. Anche se ‘sto casino sembra possa far esplodere tutto da un momento all’altro.” 

“Non lo farà,” risposi. “O almeno… non mentre sei qui.” 

Colpita e affondata da un gran maestro della paraculaggine. 

E in quell’istante, senza che nessuno lo dichiarasse, Lucrezia entrò a far parte della radio. Una presenza che, senza far rumore, stava iniziando a cambiare tutto. 

Quella strana ragazza minuta, prese per mano noi e quella piccola radio e, con la sua presenza silenziosa ma decisa, fece capire a tutti che era ora di cambiare direzione. 
Di smettere di giocare ai DJ e cominciare a dire qualcosa che valesse davvero la pena ascoltare. 

Capì, prima di tutti noi, che la radio non era solo musica o dediche telefoniche. Aveva intravisto in quel caos una possibilità: usare la radio per unire la comunità, far parlare il quartiere, dare voce a chi non ne aveva. 

Cosa difficile da capire per noi che avevamo messo in piedi quel circo con l’unico scopo di cuccare quante più ragazze possibile. 

E, a proposito di ragazze andò a finire che, in blocco, ci innamorammo di quella tipa strana, unica presenza femminile; un amore silenzioso, che ci legava tutti e che, in fondo, ci vergognavamo persino di confessare. 

Ci innamorammo da subito delle sue gonne lunghe a fiori che lasciavano intravvedere solo mezzo centimetro di caviglia, delle sue unghie senza mai un filo di smalto, delle sue scarpe da tennis bianche perennemente ingrigite, dei suoi lunghi capelli che vedevano la parrucchiera ogni morte di papa e perché no, delle sue microtette come le chiamava ironicamente lei. Quello che però ci faceva andar via di testa erano i suoi occhioni tondi e il suo sorriso da quarantadue pollici. 

Io e la mia macchina fotografica, quel giorno di autunno nel viale, avevamo colto ciò che era evidente solo al cuore: in lei c’era qualcosa di straordinario, una profondità rara, una bellezza che andava oltre ogni apparenza. 

Con la scusa di insegnarle il “mestiere” cercavo di passare più tempo che potevo assieme a lei in radio. Fu in una di quelle occasioni che le scattai la mitica foto. 

E c’è un’immagine, questa però nella mia mente, che torna sempre, come un fotogramma ostinato: io e lei, uno di fronte all’altra, con un microfono in mezzo. Quel microfono che, per ognuno di noi, ha avuto significati diversi. 
Per me è stato un faro. Ma non di quelli che illuminano: di quelli che attirano. Una calamita per le attenzioni degli altri. Il mio strumento per sentirmi vivo, considerato, applaudito. Una stampella elegante per quel bisogno infantile di essere guardato, ascoltato, riconosciuto. 
 

Per Lucrezia, invece, quel microfono era l’esatto opposto. Non serviva a farsi vedere: serviva ad andare verso gli altri per poterli raggiungere e creare spazi condivisi. Era una porta aperta, un invito, un luogo di incontro; una mano tesa attraverso le frequenze. 
 

Io parlavo per farmi accogliere, lei parlava al mondo per accoglierlo. 

Purtroppo, l’avventura della nostra piccola radio fatta in casa durò poco. Anche noi entrammo a far parte di quella innumerevole schiera di ragazzi i cui sogni si infransero a causa della cronica mancanza di soldi e la paura di venir multati per “pirateria radiofonica”.  

Ma, a dirla tutta, la paura vera non era quella della legge. 
La paura vera aveva il volto severo dei nostri padri. Se per caso si fossero trovati la Polizia Postale in casa, altro che verbale: ci avrebbero fatto il culo a strisce e senza nemmeno la pubblicità in mezzo. 

Eppure, non fu solo questo a spegnere la nostra frequenza. 
Mancava qualcosa. Un filo conduttore autentico, una direzione comune. Tutti ne eravamo privi. Tutti, tranne lei. 

Ironia della sorte io che volevo fare il DJ, uno di quei mestieri dove ti notano tutti e ti dà popolarità in quantità industriale, sono finito a fare un mestiere molto più popolare, direi quasi leggendario; ma del quale, non posso parlare con nessuno. 

Sono però uno dei pochi privilegiati che hanno il dovere istituzionale di farsi i cazzi degli altri, entrare nelle loro vite, seguirle discretamente e, sempre con discrezione, fare il possibile per proteggerle.  

Un karma, a volte, difficile da sopportare. Perché osservare significa sapere. E sapere significa portare un peso che non puoi condividere. Significa anche non farsi una famiglia come tutti gli altri. 

Sognavo di trasmettere e invece sono diventato un esperto di ascolto. 

Questo mi ha permesso di seguire segretamente il suo filo conduttore; sapere tutto quello che faceva, è stato per me un modo discreto di starle accanto. Senza disturbare. Senza reclamare nulla. 

Ma seguirla a distanza non mi bastava più. 
Non mi bastavano le foto, le storie, i frammenti di vita filtrati da uno schermo. 
Desideravo incontrarla davvero. Guardarla negli occhi senza pixel di mezzo. Vedere se nel suo sguardo c’era ancora qualcosa di noi. 

Il miracolo, o il destino, se preferite, prese le sembianze di quel nostalgico cronico di Mauretto. 
A quel bravissimo ragazzo venne l’idea di creare un gruppo con tutti gli ex componenti della radio per organizzare una rimpatriata. 

Quando, nell’elenco dei membri, apparve il suo nome, il cuore mi fece un salto. Non un battito più forte: proprio un salto, come se avesse inciampato nella speranza. 

Rimasi a fissare il telefono per lunghi secondi, con quella sensazione strana che si prova quando il passato, all’improvviso, torna a bussare alla porta del presente. 

Mi affrettai a proporre il posto. Ci tenevo tanto che ci trovassimo in quella pizzeria in riva al fiume. Non era solo una pizzeria. Era un piccolo santuario di ricordi. 

Un posto romantico che, per me, aveva un significato che nessuno degli altri poteva capire davvero. 

Alla fine della serata restammo soli. 
Non so come accadde. Forse gli altri avevano davvero sonno. Forse era quello che, in fondo, entrambi desideravamo. 

Mentre passeggiavamo lungo l’alzaia del fiume sembrò che il trasmettitore della nostra piccola radio si fosse riacceso sulle nostre vite. 

Non fu facile mentire sulla mia vita. 
Non fu facile far finta di non sapere già tutto della sua e non chiederle perché nelle foto aveva sempre uno sguardo malinconico. 

Dovevo solo ascoltarla come se fosse la prima volta. 

Non avevamo il coraggio di guardarci negli occhi. 

Così, per non inciampare nell’imbarazzo, parlammo dei gloriosi tempi della radio. 
Dei pomeriggi passati a scegliere canzoni, delle dediche improbabili degli ascoltatori e del sogno ingenuo di raggiungere, con il nostro piccolo trasmettitore, il mondo intero. 

Che bel posto… e che bell’arietta. Si sente arrivare la bella stagione.” 

Appoggiata al parapetto del piccolo pontile Lucrezia osservava il fiume con aria malinconica 

Scorre veloce… come le nostre vite.” 

Fece un sospiro che sembrò durare un’eternità. 

Poi si sedette sul bordo e, agitando le gambe a penzoloni che quasi lambivano l’acqua, e iniziò a parlarmi di “cose serie”. 

Paure, fallimenti e insicurezze che non si postano sui social e non si raccontano agli amici. Parlava piano, come se quelle parole pesassero. 

Feci altrettanto e fu come scendere insieme i gradini invisibili dell’orgoglio. Togliersi le maschere, e mostrarsi per quello che si è, non per quello che si vorrebbe sembrare e restare lì, esposti ma incredibilmente leggeri. 

Mi disse che avrebbe voluto una vita diversa. 

Che a volte si sentiva incompiuta, come una frase lasciata a metà. 

Che desiderava realizzarsi di più come donna, trovare una sua autonomia. Un posto nel mondo che non sembrasse provvisorio. 

È come se fossi sempre in balia della corrente,” disse guardando il fiume. 
In quella lunga chiacchierata, ci mostrammo diversi da come ci eravamo immaginati. 

Dietro le nostre sicurezze apparenti, c’erano fragilità sottili, ferite mai del tutto rimarginate e una dolcezza disarmante che ci univa profondamente. 

E mentre parlavamo mi vedevo ancora lì seduto davanti a quel microfono di plastica con le cuffie un po’ rotte e il cuore che batteva forte ogni volta che lei sedeva davanti a me.  

Non era cambiato niente. Stavo ancora guardando la ragazza che avevo amato in silenzio per anni. 

E in quel momento capimmo una cosa semplice: che forse non avevamo mai smesso di trasmettere. 

Solo che, invece di mandare musica nell’aria, avevamo custodito la nostra frequenza segreta nel cuore. 
 

Un refolo leggero di arietta tiepida le mosse i capelli. 
Sospirò di nuovo. 

Poi si voltò verso di me con un mezzo sorriso. 

Ascolta, scemo… ma io e te… ci siamo mai messi assieme?” 

Sentii qualcosa sciogliersi dentro. 

Trovai il coraggio di stringerla al mio fianco e passarle una mano tra i capelli, piano, come se quel gesto fosse sempre stato lì ad aspettare il momento giusto. 

No,” le dissi. 

Ma non ci siamo nemmeno mai lasciati.” 

Sempre e per sempre tu 
ricordati 
dovunque sei, 
se mi cercherai 
Sempre e per sempre 
dalla stessa parte mi troverai 
E il vero amore può 
nascondersi, 
confondersi 
ma non può perdersi mai … 
Francesco De Gregor

Sempre per sempre … ascolta il podcast

© 2026 Michele Camillo

E ti vengo a cercare.

Nel piccolo campo dietro casa, c’era l’erba alta e un’aria che sapeva di estate infinita. Un luogo che agli adulti sembrava solo un pezzo d’erba incolta, ma che per noi ragazzini era una giungla, un rifugio segreto e, per me, teatro di emozioni ancora indimenticabili. 

Io e Paolina, ce ne stavamo nascosti tra i rovi delle more, cercando di non farci trovare dal malcapitato cercatore che, da un pezzo ormai, aveva finito di contare. Troppo vicini per ignorarci e troppo bambini per stare zitti. Così iniziammo a bisticciare. 

Io le dissi che aveva gli occhi strabici …

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Pensi di esserti perso qualcosa?

E ti vengo a cercare

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

Nel piccolo campo dietro casa, c’era l’erba alta e un’aria che sapeva di estate infinita. Un luogo che agli adulti sembrava solo un pezzo d’erba incolta, ma che per noi ragazzini era una giungla, un rifugio segreto e, per me, teatro di emozioni ancora indimenticabili. 

Io e Paolina, ce ne stavamo nascosti tra i rovi delle more, cercando di non farci trovare dal malcapitato cercatore che, da un pezzo ormai, aveva finito di contare. Troppo vicini per ignorarci e troppo bambini per stare zitti. Così iniziammo a bisticciare. 

Io le dissi che aveva gli occhi strabici. 
 

Lei mi rispose, con precisione chirurgica, che avrei fatto meglio a guardarmi allo specchio, visto che con quelle orecchie a sventola avrei potuto decollare come Dumbo. 

Quel tale Dumbo non sapevo nemmeno chi fosse ma, gli risposi che sarei decollato per lo spazio perché da grande avrei fatto l’astronauta e che lei era talmente piccola che con un soffio l’avrei buttata a terra. Anche mia mamma diceva che era un scheo de putea ovvero una bambina piccola come una monetina da cinque lire. 

Per tutta risposta mi diede una spinta, facendomi cadere in mezzo alle ortiche. 

Non era la prima volta che finivo a terra per uno spintone, eppure quella volta accadde qualcosa di diverso: inspiegabilmente, la rabbia per essere stato sopraffatto non arrivò. Rimasi senza parole, ma dentro mi sentivo leggero, quasi felice. 

Saranno stati anche un po’ strabici, ma quei grandi occhi tondi puntati su di me misero un disordine nel cuore.  

Il suo sguardo sorrideva prima ancora delle labbra e quel sorriso silenzioso riuscì a rendere poetica persino quella spinta ben assestata. 

Da quel giorno, mosso da una forza ancora misteriosa, non vedevo l’ora di fiondarmi nel campetto per giocare a nascondino insieme con gli altri ragazzi. 

In realtà, speravo solo che ci fosse lei. Su certe cose, avevo e, tra parentesi, ho tutt’ora, la grande capacità di mentire a me stesso. 

Ti vengo a cercare” 

Diceva con quella sua voce squillante, quando capitava, raramente, ma abbastanza da renderlo memorabile, che restassimo soli io e lei a giocare a nascondino e, fosse il suo turno di stare sotto alla conta. 

Sentivo che mi cercava, non solo per gioco. Lo leggevo nei suoi occhi. 

Ma io, bambino introverso, sempre curvo e imbronciato, con più pensieri che parole, non mi feci trovare. 

Scelsi la fuga invece della presenza. Voltai le spalle, a qualcosa di intenso che mi spaventava perché era più grande di me. Rinunciai a qualcosa che non avrei più ritrovato nello stesso modo … come il campetto. 

Arrivarono le ruspe, pesanti e indifferenti, e lo spazzarono via senza pietà. Al suo posto sorsero condomini grigi e anonimi, uguali a mille altri, incapaci di custodire ricordi. Con quel piccolo prato incolto, sparì anche la possibilità di incontrarci ancora, di lasciare che il destino riprovasse a bussare. 

In quel campo piccolissimo, tra l’erba alta e i sogni troppo grandi per la mia età, imparai comunque due cose fondamentali: che, quella cosa di cui faccio ancora fatica a pronunciare il nome, arriva senza preavviso né consenso e che spesso inizia … con una frecciatina ben piazzata. 

Non sono diventato un astronauta. 
Ma la sera, quando resto solo nello studio radiofonico, le lucine delle apparecchiature mi fanno sentire come il famoso Eternauta, il mito dei fumetti. 

Nel mio peregrinare solitario nello spazio e nel tempo spero ancora di ritrovare quel campetto. Dopo tutti questi anni ancora non so spiegarmi il perché di quel pensiero ricorrente; o forse sì.  

Nell’universo fatto di suoni che, quasi ogni notte, qui in radio, attraverso; continuo a percepire una strana forza attrattiva.  

Quel cercarsi che non ha mai avuto un seguito di cui rimane una specie di gravità emotiva che continua ad agire anche quando i corpi si sono persi, anche quando le vite hanno preso strade che non si sono più incrociate. Un filo invisibile, sottile ma indistruttibile. Un cordone ombelicale sentimentale che non è mai stato reciso davvero. 

Nelle infinite le notti che ho trascorso in questo studio radiofonico a dedicare canzoni, ho imparato che i desideri più intimi e nascosti si possono esprimere solo fondendo la poesia con la musica. 

E ti vengo a cercare 
Anche solo per vederti o parlare 
Perché ho bisogno della tua presenza 
Per capire meglio la mia essenza … 

E ti vengo a cercare 
Perché sto bene con te … 
 Franco Battiato 

E ti vengo a cercare … ascolta il podcast

© 2026 Michele Camillo

‘na vita de nerd.

Sembra che fare diecimila passi al giorno, ti permetta di rimanere un po’ di più in questo mondo; il problema è che, né io né Paperoga, non capiamo se bisogna farli, piano, velocemente, tutti in una volta o, spezzati nell’arco della giornata. Bel casino. 

Ogni volta che compiamo questo scaramantico, più che salutare rito, se non stiamo attenti, il gruppo delle vecchie ci travolge …

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Pensi di esserti perso qualcosa?

‘na vita de nerd

Tratto dalla raccolta SOLARADIO

Sembra che fare diecimila passi al giorno, ti permetta di rimanere un po’ di più in questo mondo; il problema è che, né io né Paperoga, non capiamo se bisogna farli, piano, velocemente, tutti in una volta o, spezzati nell’arco della giornata. Bel casino. 

Ogni volta che compiamo questo scaramantico, più che salutare rito, se non stiamo attenti, il gruppo delle vecchie ci travolge.  

Incredibile, ce le ritroviamo sempre tra i piedi; una masnada di vecchie, più larghe che alte. 

Obbediscono pedissequamente al consiglio del nostro medico della mutua; “no serve che corè, ’nde a farve ‘na bea camminada … e non steme più a vegnir rompar i cojoni in ambuatorio”; la seconda parte ovviamente, l’ho aggiunta io ma, non credo di essere molto lontano dal pensiero del vecchio dottor Scarpa. 

Le loro braccia si muovono velocemente a pendolo, così come la loro lingua. In testa al gruppo, a fare l’andatura, tale Antonia, che io chiamo “ea vecia dee verze”, in quanto, la sento sempre citare il profumatissimo ortaggio; a giudicare dall’olezzo che esce da casa sua, ho il sospetto che non cucini altro. 

Hanno un tono di voce tale che fa sì che i loro discorsi abbiano un ampio raggio di ricezione; altro che il piccolo trasmettitore della nostra povera radio.  

Se spegni gli auricolari e tendi bene l’orecchio, riesci a capire chi è morto ancor prima che arrivino le pompe funebri e chi si sta trombando la tizia ancor prima che lo sappia il marito. 

Se disponi di abbastanza fiato per stargli dietro, verrai ripagato da numerosi consigli per la tua salute tipo il miglior sistema naturale per andare di corpo o un favoloso unguento per le emorroidi. 

Sono delle vere esperte di politica; hanno la soluzione per porre fine ai problemi dell’Italia: far sparire tutti quegli inutili migranti che tanto puzzano, ti passano davanti al pronto soccorso e non pagano il biglietto dell’autobus. Le senti dire a gran voce che se ci fosse ancora lui, le cose andrebbero meglio; non stanno parlando ovviamente di Gesù Cristo. 

Non si vedono mai i loro uomini, almeno quelli rimasti su questa terra; di uno, si sa per certo, che è scappato con una tettona moldava conosciuta in sala bingo; fonti affidabili provenienti dal bar da Nane riferiscono che gli ha già prosciugato il libretto e tutti i buoni postali.  

Un altro, io e Paperoga lo conosciamo bene perché spende metà delle sue giornate e anche metà della sua pensione, in pasticceria dalla Cesarina a sbavare dietro a Dana la rossa e a farle, nemmeno tanto velatamente, proposte oscene. 

No so ti, ma a mi no me xé restà altro” 

Un tempo, Paperoga non avrebbe risposto così alla mia osservazione sul fatto che due brioches alla crema sono troppe e che vanificano i risultati della nostra camminata. 

Un tempo, c’era ancora SolaRadio. Un tempo, c’erano molte aspettative. Un tempo, c’era ancora tempo. 

Ghe sbicio! No va più nissuni a messa, xoeo i veci” 

Malinconico, con il naso pieno di zucchero a velo, attraverso la vetrina appannata della Cesarina, osserva il piazzale della chiesa quasi deserto, solo sparuti anziani intabarrati. 

Ghe sbicio!” 

Sono state le prime, memorabili parole che, nel lontano 1973, ho sentito pronunciare da tale Fabio Ballarin, quello che in seguito sarebbe stato ai più conosciuto come Paperoga, al nostro primo incontro. 

Le stava rivolgendo con sincera ostilità alla moltitudine di bottoni della veste da chierichetto, un capo di abbigliamento progettato con l’evidente intento di mettere alla prova la fede anche dei più devoti; spesso, quando te la abbottonavi, la tentazione di mollare una bestemmia in chiesa era tanta.  

Dopo una lotta corpo a corpo con l’ultimo bottone, Fabio perse l’equilibrio, inciampò e cadde rovinosamente, trascinando con sé un candelabro di quelli che si mettono vicino alla cassa da morto nei funerali. 

Era così agitato, impacciato e sinceramente disperato che mi risultò immediatamente simpatico. Ci guardammo un secondo, poi scoppiammo a ridere. E non la smettevamo più. Fu un’amicizia sigillata dal ridicolo, come tutte le migliori. 

Non so lui, ma io mi “arruolai” nel “corpo” dei chierichetti, non certo per una vocazione mistica, nessuna “chiamata” dall’alto: era piuttosto il mio innato desiderio, fin troppo umano, di mettermi in mostra e di collezionare sguardi di approvazione. Non cercavo chissà cosa, cercavo platea. 

Io e Fabio facevamo coppia fissa nel ruolo di assistenti: quelli che stanno a fianco del prete sull’altare. Tra mille alzatacce per servire messa si consolidò la nostra amicizia, cementata dal sonno arretrato e da una gran dose di cazzate con conseguenti risate, perpetrate durante le messe, specie quelle solenni dalla durata infinita. 

Dall’alto dell’altare godevamo di un punto di osservazione privilegiato. In quegli anni, a messa veniva davvero un sacco di gente. Un sacco di ragazze; Vera compresa. Il mio primo, grande amore. 
L’altare era un palcoscenico perfetto: con la veste bianca e nera, simil-prete, mi sentivo un gran figo. E quando Vera, terza fila a sinistra, sembrava sorridermi, mi pareva quasi di toccare il paradiso. Non quello promesso dal catechismo, ma quello molto più concreto fatto di batticuori e acre sudorazione improvvisa. 

Fare il chierichetto, oltre a permettermi di esibirmi senza troppi rischi e magari racimolare qualche punto in graduatoria per… il dopo, aveva anche un altro enorme vantaggio: le mance. All’epoca, la mia unica e solidissima fonte di reddito. 

Mitiche le volte che, dopo un funerale, non appena il feretro se ne andava seguito dallo stuolo dei parenti doloranti, noi ci dileguavamo con la mancia in tasca e andavamo “alla Pergola” a mangiare un bel cono di gelato. 
Dei veri sciacalli. Ma con la coscienza pulita. E il cono doppio. 

Intanto il rito immutabile della colazione dalla Cesarina si era felicemente compiuto. 
Caffè lungo e brioche; una sensazione di pace e appagamento che solo le abitudini inutili sanno dare. 
A pensarci bene, dovevo ammetterlo: Paperoga aveva ragione. Era rimasta l’unica cosa piacevole di alcune giornate. Tutto il resto poteva considerarsi depressione allo stato puro. 

Appena fuori, l’aria era ferma come un pensiero mal riuscito. 
Nessuna brezza, nessuna speranza. Il tanfo della brodaglia preparata dalla badante della siora Antonia Masiero, un miscuglio tra cavolo lesso, dado da brodo e rassegnazione, ristagnava nel quartiere senza la minima intenzione di disperdersi. 

Secondo Paperoga, che in queste cose vantava una competenza quasi scientifica, statisticamente erano di più le persone che percepivano quell’olezzo rispetto a quelle che ascoltavano la radio o la predica del prete. 
Ea spussa riva dapartutto”, sentenziò inesorabile. 

E mentre riprendevamo a camminare immersi in quell’aroma di minestra esistenziale, mi resi conto che forse aveva ragione anche su questo. 

Ormai la gente non va più in chiesa, e la radio la accende solo per sbaglio, quando ha bisogno di coprire il rumore dei propri pensieri. 

Nemmeno io vado più in chiesa; però ascolto la radio. 

Guardavo il mio socio mentre, svogliatamente mi precedeva con la classica andatura da smonà

Incredibile, anche nel modo di camminare siamo simili; siamo terribilmente simili in tutto. 

Odiamo lo sport. 
La competizione ci mette ansia: se qualcuno dice “vincere” noi cerchiamo l’uscita di sicurezza. 
Abbiamo paura anche della nostra ombra, soprattutto se si muove all’improvviso. 

Siamo introversi fino all’inverosimile. 
Specie al lavoro, ci piace stare da soli a farci i cazzi nostri, possibilmente in silenzio, con le dita nel naso, i capelli spettinati e quell’aria da “non disturbarmi che sto pensando a niente”
La socialità ci sfibra. La gente pure. 

Ci stanno sul cazzo i bulli, i prepotenti e soprattutto quelli che sanno tutto loro. 
Quelli che parlano anche quando non serve, che spiegano le cose che nessuno ha chiesto, che hanno sempre ragione pure quando è matematicamente impossibile. 
Con loro avremmo voluto reagire. Ma non lo facevamo. Per coerenza con la nostra codardia. 

E non parliamo di donne, … il discorso sarebbe troppo lungo e maledettamente triste. 

La musica invece no. 
La musica è sempre stata dalla nostra parte. 
Non ci giudica, non ci sfotte, non ci chiede di essere vincenti. 
La musica ci prende per mano e ci porta via, lontano da tutto, e ci fa sognare vite migliori… o almeno più silenziose. 

Ironia del destino, anche le nostre famiglie erano simili. 

Padri autoritari che non ci valorizzavano un cazzo e che agli ascensori sociali non ci hanno mai creduto. 
Operai erano loro. Operai saremmo diventati noi. Operai di Porto Marghera, punto. 
Come nostro fratello maggiore. 
Fine del sogno. Titoli di coda. 

Madri che ci urlavano tutto il giorno. Un sottofondo costante, tipo sirena antiaerea, che ti entra nel cervello e non se ne va più. Una colonna sonora di rimproveri che oggi potremmo campionare e rendere virale sui social. 

In sostanza, io e Fabio Ballarin eravamo, siamo e saremo per sempre dei veri anti-fighi. 
Zero carisma, zero leadership, come si usa dire oggi. A rincarare la dose: goffaggine cronica e paura endemica. In compenso una discreta dose di autoironia e un’inspiegabile capacità di sopravvivere, tirando avanti l’esistenza alla meno peggio. Non brilliamo, ma resistiamo. 

Me ne resi conto la prima volta che misi piede in quella specie di magazzino ricavato nel sottotetto del suo condominio, quello che più tardi sarebbe diventato il leggendario “studio radiofonico” di SolaRadio. 
Pochi metri quadri, il soffitto che anche un nano ci sbatteva la testa, odore persistente di muffa: un luogo che sembrava respingere il mondo, ma che in realtà conteneva tutto il suo. 

In quella mansarda era concentrato l’universo di Fabio, fatto quasi esclusivamente di roba di seconda mano. Di prima mano possedeva ben poco, a cominciare dai vestiti, rigorosamente passati dal fratello maggiore. 
Sior Ottorino, suo padre, aveva, come il mio, i gransi in scarsea: tutto era superfluo, tutto uno spreco. Dalle spese per la parrucchiera di siora Mirella ai fumetti che Fabio amava più di ogni altra cosa, soprattutto quelli di Topolino. 

Per questo li raccattava ovunque; persino nella raccolta carta della parrocchia. Vi lascio immaginare in che stato erano appena “raccolti”. In quella mansarda, poi, si impregnavano ulteriormente di umidità, assumendo un odore che potremmo definire “identitario”. Quando me li prestava, riuscivano a infestare l’intera mia cameretta, come un gas nervino a lenta diffusione. 

Il pezzo a cui era più affezionato era il “Manuale delle Giovani Marmotte”. Diceva di averlo trovato abbandonato su un muretto dei Paeassoni
A quella storia non ho mai creduto. Nessuno abbandona un testo sacro come il “Manuale delle Giovani Marmotte”. Più probabile che l’avesse ciullato a qualche altro bambino meno attento. 

Quel nerd ante litteram, trasandato, eternamente sbadato, con la testa immersa nei fumetti di Topolino, non poteva che essere accostato al mitico Paperoga, il cugino strambo di Paperino. 
Non ricordo chi fu il primo a chiamarlo così, forse proprio io, ma da allora il nome Fabio è stato lentamente cancellato. Oggi credo lo usi solo l’Agenzia delle Entrate; forse. 

In mansarda, oltre ai topolini, sia in versione fumetto che in versione animale, data una certa frequentazione di roditori, c’erano altri due oggetti iconici, recuperati chissà dove: un Monopoli malconcio, di cui Paperoga aveva autocostruito i pezzi mancanti, e una vecchia radio a transistor, scassata ma ancora viva, grazie anche alle amorevoli cure di sior Sergio, papà del Tito. 
Con quel Monopoli ci abbiamo giocato un numero imprecisato di partite (dopo, immancabilmente, lavata di mani). 
Sulla radio, invece, aleggia una leggenda: si dice che Paperoga usasse le stridule note che ne uscivano per ballare da solo, chiuso in quel bugigattolo, come un rituale segreto contro il mondo. 

In quella mansarda c’è stato un prima di SolaRadio, un durante SolaRadio e un dopo SolaRadio, che poi sarebbe il qui e ora. 
Tre ere geologiche compresse in pochi metri quadri, tra un lucernario che perde e una presa multipla sempre sul punto di prendere fuoco. 

Ora che la SolaRadio se n’è andata, la mansarda si è nuovamente riempita del mondo di Paperoga: cose raccattate, certo, ma anche cose nuove.  

Forse per affrancarsi da quel tempo in cui suo padre gli negava i soldi perfino per un ghiacciolo gusto cola, oggi compra qualunque troiata gli capiti a tiro. 

Accanto ai fumetti ci sono centinaia di vinili, oggetti vintage, reliquie di epoche che non vuole lasciare andare. 
È una mania dell’accumulo e della conservazione, un tentativo maldestro di trattenere il tempo, di costruirsi una sua personale forma di eternità. 

Ogni tanto ci troviamo ancora lì, seduti sul pavimento, a giocare con quel vecchio Monopoli dalle banconote lise. 
E, puntualmente, finiamo a rinvangare il passato. 

Finiamo per parlare di quello a cui non crediamo più; in primis, che mettere su quel circo chiamato SolaRadio non sia servito a saltar fuori dall’immenso mare dell’anonimato e a ottenere quella considerazione che aspettavamo dagli altri perché non ce la davano i nostri genitori. 
E, soprattutto, diciamolo: non è servito nemmeno allo scopo principale: cuccare in quantità industriale. 

Abbiamo passato anni a fare i bravi ragazzi, convinti che prima o poi qualcuno ci avrebbe premiati. Un applauso o meglio, una ragazza che dicesse: “Sei diverso dagli altri.” 

Niente. 

Nemmeno i preti ci hanno dato quell’approvazione che cercavamo. Ci hanno insegnato una fede fatta solo di regole, di doveri, di sottomissione. 
 

Il risultato lo vediamo mentre addentiamo una brioche con la crema di pistacchio dalla Cesarina: in chiesa entrano quasi solo vecchi.  

Noi due ex chierichetti ce ne stiamo lì fuori ad osservare, pensando che forse abbiamo creduto in un Dio sbagliato.  

Quello giusto forse esiste. Ma se c’è, non trasmette sulle nostre frequenze. 

Non sappiamo dove sia finito perché, alla fine, in questo mondo, hanno vinto gli Jorillà, gli altri, come li chiamavano i nostri padri; ovvero, i fighi, i prepotenti potenti. Tipo quelli che con i loro network radiofonici, si sono impossessati di tutte le frequenze e hanno soffocato le piccole radio come la nostra; o peggio, quelli fighi che hanno cuccato quelle che volevamo cuccare. 

Osservando quei pochi metri quadri che mi circondano, a volte, ho l’impressione che SolaRadio, in realtà, non sia mai esistita; solo un sogno partorito dalla mia mente fantasiosa, dall’insoddisfazione per ciò che non è, per ciò che non è mai stato. 

Mi sento prigioniero dell’immobilità che diventa rifugio, dei ricordi che inchiodano. 

Ho rabbia per non aver mai trovato il coraggio di osare davvero, di schiodarmi dal passato e cambiare strada. 

È vero. Io e Paperoga stiamo conducendo una vita da nerd. 
Anzi, ‘na vita de nerd. Che è ancora peggio e ancora più autentica. 

Ma forse anche questo, in fondo, è molto anti-figo … è tremendamente umano. 

La verità 
È che ti fa paura l’idea di scomparire 
L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi 
Prima o poi dovrà finire 

La verità 
È che non vuoi cambiare 
Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose 
A cui non credi neanche più 

Dario Brunori (Brunori Sas) 

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