My way … a modo mio

Sembra che fare diecimila passi al giorno, ti permetta di rimanere un po’ di più in questo mondo; il problema è che non capisco se bisogna farli, piano, velocemente, tutti in una volta o, spezzati nell’arco della giornata. Bel casino. 

Ogni volta che scendo in strada, per compiere questo scaramantico, più che salutare rito, se non sto attento, il gruppo delle vecchie mi travolge. Incredibile, me le ritrovo a qualsiasi ora; le sento discutere animatamente su quale dei loro sistemi per contare i passi è più preciso; almeno con la mascherina, i loro sputacchi non mi colpiscono. Le solite sei vecchie, più larghe che alte che, come tante altre, obbediscono pedissequamente al consiglio del nostro medico della mutua; “no serve che corè, ’nde a farve ‘na bea camminada … e non steme più a vegnir rompar i cojoni in ambuatorio”; la seconda parte ovviamente, l’ho aggiunta io ma, non credo di essere molto lontano dal pensiero del vecchio dottor Scarpa. Non si vedono mai i loro uomini, almeno quelli rimasti su questa terra; di uno, si sa per certo, che è scappato con una tettona cubana conosciuta in sala bingo; da fonti affidabili si sa inoltre che gli ha già prosciugato il libretto e tutti i buoni postali. Gli altri suppongo, approfittino della temporanea assenza della consorte per spipparsi davanti a YouPorn o similari.

Mi chiedo, se valga la pena mettermi gli auricolari, ormai i brani della playlist, come succede in uno schermo consumato del Bancomat, hanno inciso tracce indelebili nel mio cervello. Volgarissime e stupide canzonette che conosco a memoria; non sono come il Lorenz, lui ascolta solo roba fine. Si spara John Scofield, Bill Frisel, Charlie Haden e soci; ascoltare Jazz fa figo o meglio, fa figo parlarne a voce alta davanti il bancone di Nane Sberega; lui non dice, mai “gez” ma, riempendosi ben bene la bocca, fa uscire un sensuale “giaaasss”; con la speranza che qualche assatanata avventrice, gliela faccia annusare. 

La camminata è roba per gente di una certa età; i fighetti, si sa, corrono; è più cool. L’unica degna di interesse che cammina come me, è una tipa dell’est che lavora nella locale pizzeria da asporto; non appena mi vede, guarda caso, passa dall’altro lato della strada. Secondo me, sa leggere il pensiero, intuisce che, nelle mie fantasie, ho una voglia matta di smutandarla.

Nemmeno ‘sta domenica de caigo, le vecchie se stanno in casa; non so come facciano ma mi stanno dando la birra; in testa al gruppo, braccia che si muovono velocemente a pendolo, a fare l’andatura, come sempre, Antonia. La chiamo “ea vecia dee verze”, in quanto, le poche volte che non metto gli auricolari, la sento sempre citare il profumatissimo ortaggio; a giudicare dall’olezzo che esce da casa sua, ho il sospetto che non cucini altro. Comunque questo è nulla in confronto a quello che mi aspetta, una volta imboccata la vietta in fianco alla chiesa.

Da tempi immemorabili, ogni santa domenica, Elvira Scattolin, lancia la produzione di una sorta di brodaglia i cui ingredienti generano un tanfo mai sentito nemmeno quando, prima della caduta del muro, mi son trovato a bazzicare nelle periferie di alcune grandi città dell’est. Ora che poi, l’ultra novantenne, siora Elvira, ha ceduto il brevetto e relativa produzione, alla sua fida badante moldava, il puzzo ha raggiunto livelli di tossicità incredibili. In giornate di pressione bassa come questa, il tanfo invade tutto il piazzale della chiesa e ristagna quasi fino a sera arrivando a coprire persino i refoli di Porto Marghera; il problema è che per me, non è solo un cattivo odore ma il triste ricordo del mio breve trascorso di fio dea cesa.

Era inizio autunno del 1980 quando iniziai a frequentare assiduamente la parrocchia; non certo per aver ricevuto la classica “chiamata”, di cui tanti parlano, nessuna folgorazione sulla via di Damasco ma, solo un più terreno e naturale istinto predatorio. Nel quartierino di periferia non c’erano altri posti dove andare a caccia de cocche; l’unica alternativa valida era la discoteca, ma, per praticarla era richiesto un certo impegno economico. La mia era una famiglia allargata dentro spazi ristretti; c’erano ben altre priorità che elargirmi schei per il divertimento. 

Antonio, Gianni e io; praticamente Toni, Nane e el Ciccioamighi dea stradea, fummo accalappiati da don Lino, un caldo pomeriggio di metà settembre ’80 mentre, annoiati, stavamo assistendo, senza tanto entusiasmo, alla classica partitella di calcio scapoli contro ammogliati nel campetto dietro la chiesa. Ci disse che l’indomani eravamo convocati in sala cinema; aveva grosse novità per noi. Toni, almeno sulla carta, era l’unico di noi ispirato da sacri valori; la sua era una famiglia, da molte generazioni, assidua frequentatrice di chiese e relative canoniche; irriducibili basabanchi leccapiedi di numerosi prelati.

Capitai seduto a fianco di Zeneca Filippon, la fighetta mi salutò a malapena squadrandomi con aria schifata. Arrossii di brutto, pensai che avesse in qualche maniera intuito che, poco prima, chiuso in bagno, me l’ero virtualmente fatta; mah, forse semplicemente puzzavo.

Il don, da sopra il palco, iniziò il suo personale show. Attaccò con un pistolotto, nel quale sventolava i sacri principi della morale cattolica ovvero che noi maschietti non si doveva venire in parrocchia per cercar di trombarsi anzitempo le femminucce mentre, quest’ultime dovevano tenerla ben stretta e respingere con la forza qualsiasi tentazione. Io e Gianni ci scambiammo un’occhiata; avevo la sensazione che il don mi avesse sgamato, ero quasi convinto che i preti avessero il dono divino di leggere il pensiero. Zeneca annuiva e sembrava approvare, mentre io continuavo a fissargli le bellissime gambe, messe ben in evidenza grazie ai suoi cortissimi shorts.

Intanto il prete, dopo essersi alzato in piedi, come fosse sull’altare; iniziò a distribuire incarichi di prestigio. Pareva la nomina degli assessori al primo consiglio comunale; il don spiattellò i nomi, saltarono fuori, responsabili dei canti alla messa, quelli delle gite, delle feste, quelli del recital che, puntualmente non si sarebbe mai fatto, e via discorrendo fino a quando non ebbe esaurito la lista dei soliti noti e figli di. Della partita, ovviamente, faceva parte anche Zeneca che, sorrise compiaciuta in direzione del suo uomo del momento; quel gran stronzo che rispondeva all’altisonante nome di Antongiulio Marcellini Zorzi detto Tonistronso. Nella platea, tra i pochi sfigati che rimasero a bocca asciutta, manco a dirlo, c’eravamo noi tre. 

Toni non riusciva a darsi pace, non c’era nessun tipo di logica “cattolica” in quelle nomine. A scandalizzarlo maggiormente, c’era proprio quella di Zeneca; figlia del peccato.  Tutti in parrocchia sapevano che era stata concepita e successivamente venuta al mondo in India, al tempo in cui i suoi, coppia non regolarmente consacrata, vivevano in quel remoto angolo del mondo per dedicarsi a fare gli hippy. A me, in realtà, quei giovani genitori piacevano un sacco, forse più di Zeneca; che dire, erano dei tipi a dir poco stravaganti però, nel contempo simpaticissimi e avanti con i tempi, dei veri fighi; l’antitesi dei miei, vecchi, antiquati, rigidi e capaci solo di pensare ai schei. Giuro che, in certi momenti, mi sarei fatto adottare molto volentieri da loro. Toni continuava a sputare bile, Gianni tentava inutilmente di fargli capire che non centravano niente i dettami delle sacre scritture; anche in parrocchia valeva l’antico detto popolare “tira più un peo de mona che un carro de bo”. Per me invece, l’unica cosa senza una logica, era come, da quei due stralunati alternativi di genitori, fosse nata una così tanto figa, quanto stronza, arrivista e snob; una perfetta cagaalto.

Dopo aver ingoiato il rospo, il Toni convinse me Gianni a “mettere la firma” in fin dei conti, ci fece capire, che si avrebbe potuto “fare carriera” ed affrancarsi da quel momentaneo insuccesso. Fu così che mi ritrovai in mano la tessera dell’Azione Cattolica Giovani; dovetti sborsare cinquemila di iscrizione più, altre duemila lire per festeggiare i compleanni di due tizie mai conosciute prima. Il Gianni, dopo averle radiografate per bene, avrebbe volentieri sborsato un biglietto da diecimila pur di combinarci insieme qualcosa, non proprio attinente ai fondamenti della morale predicata pocanzi dal don. Il tapino non sapeva che, neanche se avesse versato un pezzo da centomila, sarebbe stato invitato al compleanno. Eh si, perché si trattava di un festin isi, dove vien soeo chi che te gheo disi; ovvero, ti chiedevano i soldi ma poi, fatalità, si dimenticavano di invitarti. Ci volle poco a capire che, anche in parrocchia, i principi cristiani venivano asfaltati dalle ferree leggi di mercato; rispetto alla crescente domanda, l’offerta di figa era poca, per cui, il Clan, un ristretto numero di “fratelli”, cercava in tutte le maniere di ostacolare la potenziale concorrenza.

Gli inviti a raduni e riunioni istituzionali invece, non mancavano mai; ai soliti noti, serviva quanto più pubblico possibile per acquistare visibilità e credito. Pareva dovessero salvare il mondo; fiumi di parole intrise di testi conciliari, con cui bandivano colossali iniziative, mai messe in pratica. Alla fine, a noi soldati semplici, toccavano i lavori di manovalanza che i nobili quadri parrocchiali non volevano fare. 

Quella domenica pomeriggio, causa un non ben precisato impegno, Tonistronso e Dario Vazzoler mi lasciarono da solo in trincea a gestire un branco di selvadeghi ragazzini dei paeassoni; dico solo che il più tranquillo di loro, tirando un bel porco, minacciò di farmi spaccare il culo da suo fratello più grande se, non gli avessi ceduto, ovviamente gratis, una manciata di spighette di liquirizia e tre Chupa Chups gusto cola.  Quello che più mi preoccupava in quel momento non era la loro redenzione ma, l’aver visto i due “fratelli” precedentemente nominati e alcune selezionate “sorelle” fighette, tra le quali Zeneca, stazionare davanti gli scalini della chiesa; urgeva capire cosa c’era sotto. Continuavo a guardare in continuazione l’orologio, forse riuscivo a beccarli, il tempo però non passava mai. Quando alla fine, dopo aver fatto un’operazione di ricostruzione post cataclisma e bonifica, facendo uscire quella puzzolente aria viziata, riuscii, stremato, ad uscire dalla sala, se ne erano già andati tutti a casa di Dario Vazzoler a fare un festin isi, questo ovviamente venni a saperlo dopo.

Mi ritrovai solo nel piazzale della chiesa, l’aria completamente saturata dal tanfo della brodaglia di siora Elvira; tanto che avrei preferito un sano aerosol di Petrolchimico. Iniziò a calare una fitta nebbia, non si vedeva niente e non vedevo chiaro nemmeno dentro di me, presi a camminare nervosamente verso casa. Mi chiusi in camera e ficcai la tessera di A.C. dentro la ribalta della libreria; e li ci rimase per sempre. 

Non era nella mia indole redimere la società dall’edonismo dilagante ma, anzi, desideravo fortemente tuffarmici a capofitto; così, il sabato successivo, diedi al don, le dimissioni, senza preavviso, da redentore di teppaglia; lasciavo volentieri a quella troietta di Zeneca quel lavoro.

Poi, feci la cosa che diede inizio alla mia nuova vita; suonai il campanello del civico 69 dei paeassoni; all’ultimo piano, in soffitta, c’era SolaRadio

Non sapevo che, nel misero quartierino di periferia, ci fosse una radio; della sua esistenza ne venni a conoscenza un venerdì sera quando, un certo Fabio Ballarin, detto Paperoga, venne invitato dal don al gruppo, appunto, del venerdì sera. Ogni tanto, ai raduni dei fioi de cesa, apparivano degli outsider. Se, per caso, si trattava di una coccao di un cocco, c’era sempre una grande dedizione per la sua conversione e redenzione; nel caso di Paperoga, un tipo trasandato come il personaggio dei fumetti, nessuno si prese cura di lui, a parte me. Si capiva che sarebbe stato candidato all’esclusione dal clan e, per questo mi stava già simpatico. Pensare che già il sabato pomeriggio, ero a casa sua ad ascoltare decine di dischi dei più svariati generi musicali; era la prima volta che incontravo un fio così easy e fuori dalle righe. Decisamente un tipo strano, come tutta la sua famiglia, pazzescamente disordinato, come tutta la casa; dove, almeno c’era la libera circolazione senza l’obbligo di pattine. “Ti podaressi vegnir anca ti a far radio”; fare radio, che strano termine; una cosa mai presa in considerazione.

Finora la radio l’avevo solo ascoltata; parlare in radio la ritenevo una cosa irraggiungibile, solo per pochi privilegiati. Il suo entusiasmo era contagioso e la cosa iniziò a stuzzicarmi; se non altro, sarebbe stato un bel modo per farse vedar, uscire dall’anonimato e, ‘ndar dee bone co’ e cocche.

Mi spaventava però il fatto di non avere gran cultura musicale, o meglio, ero solo agli inizi. Da poco in casa, grazie a mille sacrifici, era arrivato il mitico Philips 970; un apparecchio che comprendeva giradischi, mangiacassette e radio; ce l’aveva ceduto quel rotto in cueo di mio cugino Giorgio. Non era granché, un surrogato dell’impianto stereo insomma, il classico voria ma no posso; però, permetteva a noi fratelli di poter ascoltare i primi dischi. Me ne tornai a casa, felice più che mai, con Amigos di Carlos Santana sotto il braccio; “roba bona”, disse il mio amico. Paperoga, nel giro di due ore, mi aveva fatto spaziare dal rock, al blues, passando per la musica country americana; su questo lo invidiavo, perché le mie conoscenze musicali si limitavano alle volgarissime canzonette. 

Quando aprii la porta che portava nel misterioso mondo di Solaradio, mi arrivò una zaffata di salame con l’aglio; erano tutti nel pieno di un garangheo che, scoprii essere una tradizione del sabato pomeriggio. In tre minuti ero già amico di tutti e pesavo un kilo in più; ancora con la bocca piena di sopressa de casada mi ritrovai assieme a Paperoga, davanti a un microfono; tre secondi e, quel gran mona, mi diede la linea per presentarmi agli ascoltatori. Credo sia stato quel bicchiere di ramandolo che fece uscire dal mio corpo la voce di WWanda dabliu-dabliu-anda; un personaggio che, ancora oggi, non mi sono più scrollato di dosso; liberamente ispirato dalla siora Gisella, una vecchia e navigata “professionista”, che viveva in una casetta in fondo aea stradea. Quando, a tavola, la imitavo, riuscivo a far ridere persino quel molton selvadego di mio padre. Ea Gisea, era una buona donna di animo generoso; ricordo che, a noi ragazzi, regalava sempre dei fumetti per il nostro banchetto dei giornaletti. Ci siamo fatti una cultura approfondita su certe cose, leggendo “cappuccetto rosso”, “il camionista” e “Lando”; d’altronde, in quegli anni, i nostri genitori non ci spiegavano niente.

Non so nemmeno io come mi venivano tutte quelle battute, ne sparai talmente tante da lasciare allibiti tutti quelli che mi stavano attorno. “Ma da dove ea gavé tirada fora?”; arrivarono a decine le telefonate degli ascoltatori.

A WWanda, bastò quell’estemporaneo show per trovare casa a SolaRadio e, far divertire un sacco di gente. L’argomento preferito, erano i suoi clienti; ad ogni puntata, ne presentava uno; c’era quello che pagava a rate, quello che pagavano gli amici come regalo di compleanno, quello che pagava la moglie al posto suo, quello mandato dal papà perché facesse esperienza, quello mandato dalla morosa perché si sfogasse e non facesse strane richieste a lei, quello mandato dal prete e, pure il prete. WWanda era ‘na sbocada, non capiva niente di musica, spesso storpiava i titoli e i nomi dei cantanti, specie se stranieri; però, non si sa come ma, riusciva a mandare in onda sempre della gran bella musica e, soprattutto roba tirada fora dal soito; ebbe il merito di far conoscere il blues, o meglio el brus, come diceva lei, a quei trogloditi ascoltatori di periferia; i dischi non li comprava, se li faceva prestare, con la promessa di renderli subito, da un certo Fabio Ballarin, detto Paperoga; ancora oggi, parecchi di questi, giacciono nella mia libreria. 

Faceva divertire tutti, tranne quei de cesa; a loro, dava fastidio che parlasse sempre dea mona, e, soprattutto che affermasse con fermezza che, era quella che faceva girare il mondo. E poi, esibirsi, farse vedar, era peccato; tranne quando lo facevano loro; ma WWanda aveva ‘e spae a coppo e gli lanciava un sacco de WWandaffancueo.

Il tanfo della brodaglia di Elvira, continua a persistere fino al tardo pomeriggio nel piazzale deserto della chiesa; secondo Paperoga, statisticamente, nel quartiere, sono più le persone che riescono a sentire quell’olezzo che non quelle che ascoltano la radio. A me non importa nulla, starmene qui davanti a un microfono mi fa sentire meglio che non gli istituzionali diecimila passi giornalieri. E’ vero, non c’è più quel vivace viavai di persone che si fermavano a chiacchierare per ore in studio; le postazioni sono ordinatissime, una manciata di monitor ha sostituito mixer, piatti, registratori a bobine, pile di dischi e matasse di cavi impossibili da dipanare, il bel casino di una volta. Sempre secondo Paperoga c’è il rischio di ammalarsi, che ti prenda la depressione del DJ solitario. Per quello che mi riguarda, non c’è pericolo, posso ancora contare su WWanda e tanti altri personaggi che vivono dentro di me. Sono persone del mondo reale che ho incontrato o, semplicemente incrociato per pochi istanti con lo sguardo, rispetto agli “originali”, per loro il tempo non passa mai. Credo che se lo sapessero, intendo gli “originali”, mi sarebbero infinitamente grati per averli resi eterni e noti al pubblico nei miei spettacoli teatrali e io, ovviamente, sono infinitamente grato a loro per avermi ispirato.

Senza i miei personaggi, il teatro e la radio, non so come farei ad affrontare questo mondo, i diecimila passi quotidiani non mi sarebbero bastati. Non mi sarebbe bastato andare a messa ogni santa domenica, confessarmi due volte all’anno, sposarmi senza poter più desiderare la donna d’altri e nemmeno la roba d’altri, nel mio caso specifico, la moto d’altri.

Se non avessi saggiamente attraversato la strada per suonare al civico 69 dei paeassoni, mi starei ancora rodendo fegato e anima pensando alle riunioni in parrocchia dove, se non eri tra i preferiti del don, nessuno ti cagava ma, soprattutto a quella troia di Zeneca che, la dava a tutti tranne che a me.

Se non avessi saggiamente attraversato la strada per suonare al civico 69 dei paeassoni, avrei, sicuramente continuato a fingere recitando, per l’eternità, la parte del bravo fio de cesa, che mette nella busta delle offerte i quattro spiccioli che gli avanzano, mentre, si sputtana grosse cifre comprando inutili troiate.

Suonare al civico 69 dei paeassoni, mi ha dato la possibilità di fingere per scelta e puro divertimento; quella consapevolezza di fingere, che mi ha portato a farlo per professione.

Paperoga continua a strisciare la punta del naso sul vetro della finestra, lasciando vistosi segni con il grasso della pelle, compie questo schifoso rito quando è malinconico. Dalla finestra si può scorgere il piazzale deserto della chiesa; el fio continua inesorabilmente a sparare statistiche, dice che, in tutti questi anni, il prete, ha perso più ascoltatori della radio.

In effetti, la chiesa, almeno quella davanti la nostra radio, sembra essersi svuotata, la pandemia ha dato la mazzata finale. E’ popolata perlopiù da anziani vestiti quasi tutti allo stesso modo, in crisi perché si trovano addirittura due papi. Le loro sicurezze venute a meno quando, uno dei due, quello comunista, gli ha detto sostanzialmente che non è sufficiente starsene tutto il giorno a sgranare il rosario per avere diritto alla corsia prioritaria, quando si passerà “dall’altra parte”.

Spariti anche certi personaggi di un tempo; non hanno più interesse a frequentarla, si sono trasferiti sui social per pontificare e darsi battaglia tra chi vuole le donne prete e chi, il ritorno della messa in latino. Credo sia per questo che, da un po’ di tempo, ho ripreso a metter piedi in chiesa, ora che si è disintossicata da certa gente, sembra più silenziosa; anche troppo silenziosa. A dire il vero, ho addirittura l’impressione che pure Lui, abbia tagliato la corda. Come mezzo mondo, mi chiedo dove è finito, perché rimane in silenzio di fronte a quello che sta accadendo. Mi pare però, vagamente di sentirlo; continua a chiedermi dove sono finito in tutti questi anni, perché mi faccio vivo solo ora e, perché ho deciso di attraversare la strada e suonare al civico 69 dei paeassoni. Non lo so nemmeno io con esattezza; credo puro istinto, l’aver fiutato per tempo quel divario tra religione e Dio che lacera e divide l’umanità; forma e sostanza, giusto per tirare in ballo Aristotele.

Lo stesso istinto che nei momenti cruciali della vita mi ha fatto cambiare strada, anche fisicamente. Come quella volta che vidi da distante venirmi incontro Vera. Era un po’ che mi tallonava, il mio fiuto mi suggerì di svoltare repentinamente per una stradina laterale, se ci fossimo incontrati, probabilmente, mi sarei trovato a vivere una vita che non avrei voluto.

Paperoga se n’è andato, ora tocca a me starmene a osservare il piazzale deserto della chiesa, non oso aprire la finestra, c’è il serio rischio che entri il tanfo della brodaglia di Elvira, e con quello, i brutti ricordi. Mi volto verso le postazioni microfoniche, dove sono seduti WWanda e gli altri; è questa la vita che volevo. Mi piace anche far due chiacchere con Lui sui misteri e le assurdità di questo mondo; gli chiedo se bastano diecimila passi al giorno, per far in modo che il giorno del “passaggio” arrivi il più tardi possibile. 

Da parte mia per Lui”, credo che nessuno dei miei ascoltatori sia in grado di comprendere il significato di questa frase quando mando in onda My Way del vecchio Frank; spero solo che Lui, possa capirmi e perdonarmi.


Indice del libro

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Sguardi sconosciuti

Portfolio ritratto – I

Se fotografi uno sconosciuto, nell’istante stesso in cui fai scattare l’otturatore, quella persona smette di esserti estranea, perché la porterai sempre con te.
Giuseppe Tornatore

Lo sguardo spoglia
lo sguardo ricama dolcezza
lo sguardo parla
ammalia, penetra 
urla silenziosamente.
Lo sguardo 
nemico del pudore
nemico della verità
tutto può
tutto colora
tutto nasconde.
Lo sguardo allontana
lo sguardo sogna
desidera, sfiora sorrisi
sfiora i sensi
osa e ragiona.
Lo sguardo
onesto e sincero
brutale e disonesto
tutto può
tutto colora.
Lo sguardo ingenuo
realista e sognatore
si poggia sempre
su fiori profumati
dolce oasi per cuori ammaliati
dolce miele per gli amanti
giovani innamorati
lotta contro gli inganni
si estranea dalla vita
reclama falsi applausi
si nutre di sorrisi
dirige ombre con inchini
notte e giorno
sono il suo contorno.

Giacomo Scimonelli
Quale autore al mondo potrà insegnarvi la bellezza come uno sguardo di donna?
William Shakespeare

Si può capire facilmente che al mondo ci sia sempre qualcuno che aspetta qualcun altro, sia che ci si trovi in un deserto o in una metropoli. E quando arriva il momenti di incontrarsi e gli sguardi si incontrano, passato e futuro non hanno più alcuna importanza. 
Paulo Coelho
Ti faccio spazio dentro di me,
in questo incrocio di sguardi
che riassume milioni di attimi e di parole.

Pablo Neruda
Non importa quello che stai guardando, ma quello che riesci a vedere.
Henry David Thoreau

Una fotografia non è né catturata né presa con la forza. Essa si offre. È la foto che ti cattura.
Henri Cartier-Bresson

I colori, i suoni, gli sguardi raccontano il nostro tragitto. Un colore mi può incantare,
uno sguardo mi può far innamorare, un sorriso mi fa sperare.
Monica Vitti
Quando si fotografano persone a colori, si fotografano i loro vestiti. Ma quando si fotografano persone in bianco e nero, si fotografano le loro anime!
Ted Grant

© Michele Camillo Ph 2017 – 2022

Per un’ora d’amore

… Ciao, ciao domenica
Passata a piangere sui libri
Tanto lo sai che non t’interroga
E poi è domani che ti frega …

… Buona domenica
Quando misuri la tua stanza
Finestra, letto e la tua radio che
Continua a dirti che è domenica…

Era l’unica canzone di Venditti che odiavo; ritraeva perfettamente certe pallose domeniche invernali, tutte uguali, praticamente un copia e incolla. Sempre la stessa scena; Mia mamma e mia sorella ipnotizzate dalla tv, si facevano massicce dosi di domenica in; mio padre con mio cognato attaccati alla radio ad ascoltare tutto il calcio minuto per minuto, tiravano giù i santi dal paradiso man mano che si allontanava la possibilità di fare tredici, mentre, mia nonna, se ne stava a letto lamentandosi per i dolori. Nell’aria, una gran puzza di fumo generato dallo smodato consumo di Nazionali senza filtro; un po’ dappertutto c’erano bucce di bagigi; un quadretto del genere, avrebbe mandato in depressione chiunque.

Senza una donna; la mia sola e migliore amica era la radio; non mi restava altro che accendere il vecchio GRUNDIG e muovermi compulsivamente sulla scala FM, 88-108 andata e ritorno, infierendo su quella povera manopola di sintonia che, a memoria, negli anni, si sarà rotta una ventina di volte.

Novembre 1980; nel clou di una quelle domeniche pomeriggio, proprio a causa di una repentina fuga da una stazione che, stava mandando in onda Buona domenica di Venditti, il vecchio GRUNDIG, si incastrò sui 107,8, quasi a fine corsa e, non voleva saperne di schiodarsi di li; poco male, dall’altoparlante uscivano le note di Video kill the radio star. “E’ vero ragazzi, mi sa che non dureremo tanto”; diceva il tipo al microfono; a me, era sufficiente che durassero fino alla fine del brano. La manopola continuava a non rispondere ai comandi; niente, dovetti rassegnarmi a soffermarmi su quella fantomatica SolaRadio; si poteva definire, una radio locale, nel vero senso della parola; in quanto, trasmetteva dai paeassoni a due passi da casa mia.

Dovevano essere degli sfigati, per aver piazzato il “paletto” della frequenza al margine della scala, probabilmente, non avevano trovato altro posto. Non avevo tempo di mettermi ad aprire la mia fida radio e aggiustare la manopola; dovetti quindi adattarmi a una sorta di convivenza forzata con gli sfigati dei 107,8 e, accontentarmi della musica che passava il convento; come sottofondo per studiare non era male.

Il libro di elettronica, era li che mi aspettava; all’indomani, stando al calcolo delle probabilità, c’era il serio pericolo che il Biasiotto mi convocasse per darmi ‘na bea petenada. Se fosse andata male, avrei dovuto presentarmi al cospetto di sior Agostino con l’ennesimo quattro registrato nella mia fedina penal-scolastica; il che, voleva dire perdere almeno quattro denti e, per giunta, quelli non cariati, senza possibilità di reimpianto. D’altronde, era anche un po’ colpa sua; mi aveva convinto a cambiare scuola, lasciare geometri per l’I.T.I.S. perché, secondo i suoi calcoli strategici, se studiavo elettronica, c’era più possibilità di trovare lavoro e far schei; la cosa che più contava nella vita. Così, abbandonai l’antico sogno infantile di progettare villette e relativi giardini per dedicarmi, a malincuore, a transistor e circuiti integrati.

Lo speaker, se così si poteva definirlo, mi faceva tenerezza; era uno sfigato tappabuchi solitario, in quella radio sfigata ai margini della banda FM; malgrado i disperati appelli, neanche un cane che gli telefonasse per richiedere una canzone.

La mia scarsa concentrazione, venne subito interrotta; il tipo, mandò in onda una canzone che diede una bella scossa ai miei ormoni, sepolti sotto i pesantissimi teoremi di quei due pallosi di Thévenin e Norton. Non era certo una canzone de cesa; anche se me la vedevo Donna Summer intonare Love to love you baby o peggio, could it be magic, durante la messa delle undici; in fin dei conti, era pur sempre una cantante gospel. Chiusi gli occhi, mi sembrava che la voce sensuale di Donna Summer, uscisse dal libro di elettronica; immaginare, un altro miracolo che riesce a fare la radio.

Ad un certo punto, mi ridestai; lo sfigato della radio sfigata, aumentò di colpo il ritmo, tanto che anche il vecchio GRUNDIG ebbe un sussulto; lo vidi distintamente, spostarsi sulla mensola, almeno di un paio di centimetri. Chissà cosa mi prese; mi alzai e, istintivamente, iniziai a ballare al ritmo di, don’t stop me now dei Queen. La mia cameretta si trasformò in discoteca; anche se, a quel tempo, non avevo la più pallida idea di come fosse fatta una discoteca. Mi scatenai con tale energia che volò di tutto; a cominciare dal già citato libro di elettronica, fino all’inferno di Dante.

Sbassa, che ghe xé ea partia. Saria cussì che ti studi; erce, va remengo ti e chel sacramento de radio, ‘na marteada ghe tiro uno de ‘sti giorni!”; nella foga, non mi ero reso conto della minacciosa presenza di Agostino; non avevo nemmeno sentito il secco SBRANGT della porta che, alla faccia della privacy, contraddistingueva il suo tatto nell’entrare in camera mia.

A parte la figura di merda, non mi sentivo assolutamente in colpa per aver fatto finire sotto il letto, pagine all’aria, l’inferno di Dante e il palloso libro di elettronica; anzi, provai un piacevole benessere psicofisico; mi sentivo talmente bene e, pieno di euforia, tanto da decidermi di telefonare in radio allo sfigato. Meritava di essere ringraziato per averme tirà in qua, da quel momento di depressione pre-lunedì di interrogazione; avevo inoltre il desiderio di conoscere un altro sfigato come me, che stava trascorrendo in solitudine, una nebbiosa domenica pomeriggio di merda .

Andai a telefonare dalla cabina giù in strada; in quel momento, stavano bastonando la Juve e, non volevo urtare ulteriormente sior Agostino. Sulle prime, volevo fare la voce da donna ed esordire con un “so piena de voja”; ma, ovviamente, non ne avevo il coraggio; in fin dei conti, era la prima volta che telefonavo a una radio; anche se non era di certo la RAI, un po’ di soggezione, ce l’avevo.

“Sipppronto”; fu l’inizio di quarantun anni di infinite telefonate con Enzo Penzo; EnsoPenso per gli amici. Ancora oggi, mi chiedo se ho fatto bene a fare quella telefonata; penso che Penso, invece, come si dice da noi, el gabbia trovà ‘na baea de oro.

Nemmeno dopo cinque minuti che mi ero presentato e avergli detto “che fighi i Queen, i me ga tirà su ‘na costa”, mi invitò in radio; al che, mi venne il dubbio di esser stato l’unico ascoltatore che aveva. Accettai, se non altro perché mi incuriosiva vedere come era fatta una radio. Così, la domenica successiva, mi inerpicai fino alla soffitta del paeasson al civico 69; ero ansioso di conoscere il famoso Enzo Penzo.

Non è che mi aspettassi chissà cosa ma, quando il tipo mi aprì la porta, tutte le mie più ottimistiche aspettative si frantumarono all’istante. Mi sembrò di entrare in casa di un vecchio solo e abbandonato; sentendo inoltre, il tanfo che c’era, ebbi il sospetto, che il mio amico, fuori onda, mollasse di quelle bianche megagalattiche. L’aspetto di Enzo era perfettamente intonato con l’ambiente e la situazione; capelli ricci unticci, magro, lungo e alquanto trasandato; quello che aveva addosso, probabilmente risaliva all’epoca di certi brani che mandava in onda.

La visita agli “studi” durò circa tre minuti; non c’era molto da vedere in quei pochi metri quadri; mi colpì il cigolio di una ultra consunta BASF C-90. Su quella cassetta, mi disse, era incisa la scaletta musicale della sua trasmissione; nessun disco da mixare. Mi spiegò che erano agli inizi, i mezzi erano pochi e, i dischi pure, tanto che, ognuno se li doveva portare. Da studente squattrinato, senza sponsorizzazione di genitori & affini; poteva permettersi solo di noleggiare qualche disco o, farselo prestare per poi, riversarlo su cassetta. Lasciò che il nastro andasse e mi invitò a prendere una cioccolata calda giù dalla Cesarina; disse che lo aiutava a tirarsi su di morale.

Da un po’ di tempo, non c’è cioccolata calda che tenga. L’euforia del caffè extralungo che, la domenica mattina, usualmente, ci spariamo in pasticceria dalla Cesarina, dura appena un quarto d’ora scarso; poi, comincia con i soliti discorsi sul tempo che passa e tutta una sfilza di rimpianti; sembra proprio che, nella sua zucca, continui a girare, come quarant’anni fa, una consunta cassetta BASF C-90, con la solita musica.

Cercare di capire EnsoPenso ma, soprattutto, tirare fuori qualcosa dal cilindro per dargli una mano, è sempre stata un’impresa titanica. Quella lontanissima domenica, gli chiesi se, quel cavolo di trasmissione, aveva un titolo; “parchè, ea dovaria averghene uno?”; già il racconto, su come era nata la radio, me le aveva gonfiate a dismisura; la sua risposta, le fece cadere a terra, con due colpi secchi. Mi chiedevo cosa ci stesse a fare in quel buco di stanzino, davanti a un microfono, senza, apparentemente, qualcuno che lo ascoltasse; mi accorsi che, la sua anima era stinta come gli abiti che portava.

Par un’ora d’amore no’ so cossa faria; par poderde ciavar no’ so cossa daria, parararaah ..”; Deni Sgorlon era, nel quartiere dei paeassoni, l’indiscusso mago delle cover. Quel sabato pomeriggio da Nane, pieno di ottima bionda doppio malto Ruttolongo, si stava cimentando con il greatest hits dei Matia Bazar; la sua performance era rivolta a Mary ea tettona che, com’era ampiamente prevedibile, non lo cagò. Al menestrello non restò che finire il concerto con il lato B di quel fortunato 45 giri; tra le risate dei presenti, se ne uscì fischiettando; “stasera; tata … che sega, tararara raraaah”. La repressione sessuale, espressa in forma canora dal Deni, mi diede un idea per dare una spinta allo stantio programma radiofonico di EnsoPenso.

Altra domenica pomeriggio e altra inerpicata per i grigi scalini del paeasson al civico 69; stavolta però con alcuni “ferri”; la valigetta dei 45 giri della cuginona Silvia, due walkie talkie INNO-HIT, regalo di zio Sergio per la cresima e, l’ancora intonsa antologia di letteratura del biennio. Altra cosa importante, io non ero più io, bensì un tale Nicola, trentenne scapoeon che, di mestiere faceva il bancario, quindi, professionalmente ben piazzato; con la passione per la barca a vela; nonché, colto e amante della poesia. Quella domenica, ‘sto tale Nicola, pensò bene di telefonare in radio e, EnsoPenso, pensò altrettanto bene di mandare la telefonata in diretta, cosa che non aveva mai fatto fino a quel momento; primo perché nessuno l’aveva mai cagato; secondo, perché senza i mitici INNO-HIT; il trucco non sarebbe riuscito. Ancora ridiamo pensando a quel giorno; incredibile, quarant’anni fa avevo creato la mia prima identità fake uso social, che ‘vanti che gero!

Cinzia, non so se sei in ascolto. Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E’ per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine. Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. Almeno, lascia che ti dedichi “per un’ora d’amore”; ero sicuro che cugina Silvia aveva quel disco; lo infilai per primo nella valigetta, diedi poi istruzioni a EnsoPenso di mandarlo in onda al mio segnale.

Era la prima volta che usavo el maton, così chiamavo la pesantissima antologia di italiano, per scopi non propriamente scolastici; quel brano di Italo Calvino gera ea morte sua; a fronte della mia magistrale interpretazione, però, quel mona di DJ che avevo di fronte, pareva non riuscire proprio a farmi da spalla; il disco stava per finire e lui se ne stava incocaìo, con lo sguardo fisso in alto.

Sollevò delicatamente la puntina, un attimo prima che, a fine corsa, deragliasse per finire sopra l’etichetta; “carissimi amiche e amici; ma voi, cosa fareste per un’ora d’amore? Sotto con le telefonate”; che Genio! Il socio, si era finalmente dato ‘na descantada.

Enzo frugava nella valigetta come se avesse trovato un tesoro; tirò fuori comprami di Viola Valentino; a quel punto temevo seriamente che chiamasse Deni Sgorlon o qualche suo amico di bevute, per spiegarci cosa avrebbe fatto per un’ora d’amore o meglio, durante l’ora d’amore. Con Su di noi di Pupo, arrivò la prima telefonata, una certa Vania, che non volle essere messa in diretta. “Ghe xè ‘na cocca che vol saver de tì, de Nicola intendo …”; EnsoPenso, preso dall’emozione, ne mollò una di potentissima, una via di mezzo tra porto Marghera e la brodaglia domenicale, della mia vicina di casa, siora Elvira Scattolin; meno male che aveva avuto la prontezza di stringere forte la cornetta del telefono con due mani; io invece, viola in volto, finii disteso sotto il bancone del mixer con i crampi allo stomaco dal ridere; “mona, cossa ghe digo ‘desso?”; EnsoPenso, tentava disperatamente di fare in modo che tornassi serio, nel mio ruolo.

Mi resi conto di aver creato un mostro, praticamente, un antesignano di un troll sul web; imperativo, mantenere l’alone di mistero, per cui, diedi al socio istruzioni di rimanere sul vago. Devo riconoscere che a contar bae era un maestro; dovette darsi parecchio da fare in merito in quanto, fu uno stillicidio di telefonate de fie che, chiedevano informazioni su quel tale Nicola e, per dedicargli canzoni; purtroppo, la valigetta di cugina Silva, non riusciva a soddisfare le richieste. Dopo quasi due ore volate in un attimo, sfiniti, mandammo in onda l’evergreen, if you live me now dei Chicago, che, fece da sigillo alla puntata numero zero, di quella trasmissione; battezzata ufficialmente con il titolo di “per un’ora d’amore”; un vero e proprio new deal, per quella radio sfigata e per quello sfigato di EnsoPenso.

Quando uscimmo, el caigo aveva ormai avvolto l’intero quartiere; secondo EnsoPenso, quella fitta nebbia, che ti faceva perdere i contorni della realtà, era causata da tutte le balle che avevamo raccontato. Il chiassoso vociare, che proveniva dal bar di Nane Sberega, come un faro, ci indicò la rotta verso un buon tramezzino con birrino.

Un tonno e cipolline, un tonno e olive e un prosciutto e funghi, erano gli unici superstiti che giacevano, chissà da quanti giorni, sotto quel bisunto canovaccio. Non aveva importanza, bastavano per rallegrare la nostra prima “riunione di redazione”; eh si, era appena finita la puntata numero zero ma, bisognava pensare per tempo, a come sviluppare il tema in futuro.

Convenimmo che, avrebbe nuovamente telefonato Nicola ma, stavolta, rassegnato a non rimettersi più con la fantomatica Cinzia; si sarebbe cimentato nella ricerca di un nuovo amore. Ci dividemmo i compiti; io avrei dovuto cercare, magari nella solita antologia, una poesia o qualcosa di simile, che mandasse in brodo di giuggiole qualche vogliosa ascoltatrice; il socio, le canzoni adatte a condire la situazione; poi, l’amico, ancora con mezzo funghetto tra i denti, mi fissò:

– Ma ti, ti gà ea morosa?

– No

– Mai avua una?

– No, e ti?

– ‘Gnanca mi, xè dissette anni che vago in serca

Il problema è che oggi, pur sposato da una vita, EnsoPenso, va praticamente ancora in serca; questo perché; il tizio, soffre di quello che, in gergo, viene definito, maldemona o, più genericamente, el mae.

Il termine non l’ho coniato io; storicamente è stato introdotto per la prima volta dall’esimio Silvio Minio, detto Spasemo, docente di cazzialtruistica, presso la libera università “Nane Sberega”, con sede nell’omonimo bar, al centro dei paeassoni. Secondo il noto ricercatore, ne è affetto, chi ha bassi livelli, se non addirittura assoluta mancanza di pratica, con quella cosa li.

Anche se i sintomi, rispecchiavano pienamente quanto evidenziato nel trattato del prof. Minio; ovvero, forte depressione, che il paziente, in genere, tende a curare autonomamente con forti dosi di mangiate e bevute; nonché, acquisti compulsivi di troiae inutili; non è stato facile arrivare alla diagnosi di maldemona; mi ci sono voluti anni di intensi colloqui, più qualche migliaio tra cicchetti da Nane Sberega e pizze da ea Gina.

Una volta che gli si è fatta la diagnosi, per il paziente, non è per niente facile ammettere di soffrire di maldemona. Una fase importantissima è l’esercizio di consapevolezza; lo devi portare a gridare al mondo la frase liberatoria in rima, suggerita dal maestro Spasemo; “de come va el mondo no’ me intriga, mi penso soeo che aea figa”; verità sacrosanta, anche se la maggior parte degli uomini, non ha il coraggio di dichiararlo.

EnsoPenso, usava SolaRadio per ‘ndar in serca; sbavava dal desiderio di conoscere personalmente quelle donne, a suo giudizio, mature ed esperte, che telefonavano. Un giorno, gli venne la brillante idea di far materializzare il mitico Nicola; convocando le assatanate ninfomani per un appuntamento nell’affollatissima piassa Fero a Mestre; dove, il nostro fantomatico personaggio, avrebbe offerto un caffè o uno spritz o una spuma; insomma, qualcosa. Ovviamente, il copione prevedeva che il nostro amico non si sarebbe presentato, mentre noi, come diceva il buon Jannacci, staremo stati a guardare di nascosto l’effetto che faceva; tanto, nessuna di loro avrebbe immaginato che dietro questa machiavellica messinscena, c’erano dei ragazzini di diciassette anni; perché, come dice lo stesso Machiavelli; “tutti ti valutano per quello che appari; pochi comprendono quel che tu sei”.

Sabo sera; piassa Fero affollata come previsto; a dire il vero anche troppo; noi due, eccitatissimi, travestiti da normali passanti anzi, da passanti con bici a mano, per dare meno nell’occhio All’ora convenuta ci fermammo “per caso”, a sostare davanti al bar convenuto e qui, ci rendemmo subito conto del grossolano errore che avevamo commesso; come distinguere tra la miriade di cocche presenti, quelle che erano li per il nostro uomo? “Varda, varda”; EnsoPenso, sembrava in trance; i suoi occhi puntavano diritto ‘na cavaona bionda, in minigonne e stivaloni, secondo lui, era sicuramente la Stefania, quella dalla la voce più calda, da letto; insomma, quella più troia. Sul fatto che fosse troia, dopo qualche istante, fu fugato ogni dubbio; le si avvicinò un tipo pelato che se la slinguacciò alla grande; se quella aspettava Nicola; io aspettavo Cicciolina.

Notai, invece, tre donne che avevano, rispetto alla massa, qualcosa in comune; erano sole, di una certa età, pacchianamente truccate e, cosa più importante, l’aspetto infelice; con molta probabilità, erano quelle cadute nella nostra rete. Nel vederle però, mi resi conto di essere stato un gran pezzo di merda, per avergli infuso delle inutili aspettative e aver giocato con i loro sentimenti. Se ne convinse pure il socio; non ci restò che battere in ritirata alla chetichella; avevamo paura di venir scoperti.

Il tramezzino e birrino, dovevano probabilmente richiamargli in mente certi argomenti; perché, questa volta con una cipollina tra i denti, tornò a fissarmi:

– Ghe xè qualcuna che te piase?

Sin dai tempi della scuola elementare, era la domanda più imbarazzante che mi si poteva fare; tentai inutilmente di rigirarla al mittente; niente, il socio insisteva. Era chiaro che, con la scusa di quella domanda, intendeva, alla fin fine, gratarme ea pansa, farmi parlare di “quella cosa li”, magari con dovizia di particolari. Che potevo rispondere a EnsoPenso, a riguardo? Che me ne piacevano tante ma, che finora non avevo combinato niente; anche lui avrebbe detto la stessa cosa ma, prima voleva sentirlo dire da me.

Difficile, per entrambi, ammettere che, finora nessuna ci aveva cagato; probabilmente quelle che ci piacevano, oltre a essere fighe erano parecchio stronze; o, molto più probabilmente, eravamo noi a non essere fighi.

Eravamo nella stessa condizione di eterna carestia; fame tanta ma niente da mettere sotto i denti; dovevamo accontentarci far lavorare l’immaginazione e sognare; una realtà virtuale che, secondo santa romana chiesa, ci avrebbe fatto diventare ciechi.

Eh si; entrambi eravamo cresciuti all’ombra del campanile; fioi de cesa; indottrinati, sin da bambini, a vedere il sesso solo come peccato che ti avrebbe fatto bruciare all’inferno, la dove sarà pianto e stridore di denti; volutamente tenuti all’oscuro e lontani da quell’attraente e misterioso universo.

Faceva tanto ridere che i due autori, nonché conduttori, della trasmissione radio dal titolo. “per un’ora d’amore”, avessero come uniche fonti sull’argomento, l’antologia del biennio, una valigetta con alcuni 45 giri di canzonette e i discorsi captati, de fora via, agli “esperti” che frequentavano il bar di Nane Sberega.

Sviai il discorso, parlando del problema che c’eravamo bruciati il Nicola; dopo quella meschina figura, quel cancaro, non avrebbe più dovuto “telefonare” in radio.

Comunque, il mio socio, alla fine, si sbottonò; in realtà, non c’era una in particolare che gli piacesse ma, aveva un’idea ben chiara e precisa del suo tipo di ragazza ideale. In particolar modo era ossessionato dal modo di vestire; la vera donna, secondo lui, esprimeva il massimo della sua femminilità, se amava portare la gonna, specie molto corta, quelle sempre in pantaloni erano da scartare a priori; seguiva certamente la linea di pensiero di Silvio Spasemo, un cui famoso detto, recitava; “done sempre in braghe, in letto no’ e xè gran maghe”. Per lui il non plus ultra erano le “stivaone”; ovvero, quelle che indossavano lunghi stivali e gonne corte, pure d’estate.

Svanito il Nicola, tirammo a malapena avanti ancora per qualche puntata; la cosa ci creò non pochi problemi con tutta quella serie di donne affrante e deluse. Arrabbiate era dir poco, quasi fosse colpa nostra se quello stronzo di merda non si era presentato all’appuntamento; ma guarda te, che tipo! Inoltre, il tema era alquanto impegnativo e noi non eravamo certo navigati sull’argomento. Ce ne rendemmo conto quando, grattando il fondo della valigetta dei 45, mandammo in onda se mi lasci non vale e pensami, di Julio Iglesias; mentre io, ripescai dalla mitica antologia una frase del mitico Khalil Gibran; “ogni uomo ama due donne: una è creata dalla sua immaginazione, l’altra non è ancora nata”.
Fortunatamente, sempre grazie alle mie geniali pensate, ci buttammo sulla disco music; il titolo della trasmissione si trasformò in, “la febbre della domenica pomeriggio”; abbandonammo antologia del biennio e valigetta della cugina Silvia a favore di Gloria Gaynor, i KC & the sunshine band, i Bee Gees e compagnia cantante.

Sulle note di un estate al mare, arrivarono in un attimo i 18 anni e, con loro la patente; purtroppo per la macchina avrei dovuto aspettare. Per fortuna potevamo contare sulla superacessoriata FIAT 127 CL seconda serie, classe 1978, del papà di EnsoPenso. Fu grazie a quell’auto gialla, detta el vovo,  che iniziò l’epoca delle discoteche; cominciammo a vivere dal vero la febbre della domenica pomeriggio. Dovevamo solo avere l’accortezza di parcheggiarla il più lontano possibile dall’ingresso, per non essere derisi da tipi come Moreno Pinton dotato di ALFETTA 2000 TURBODIESEL, blu pervinca metallizzato; roba del genere, attirava le ragazze come una carta moschicida; mentre noi, con el vovo, non avevamo speranze.

Il primo ingresso in discoteca me lo ricordo benissimo; cinquemila lire compresa consumazione; appena sborsata la folle cifra, passai per due gigantesche porte a ventola, confine di quel peccaminoso mondo; fu un mezzo shock; fui contemporaneamente, investito da una folata contenente un misto di acre sudore e profumo dozzinale da supermercato; abbagliato dalle luci strobo, nonché assordato da Der Kommisar, sparato a mille decibel. EnsoPenso si eccitò subito alla vista di un gruppo di stivaone che ballavano in cerchio con le loro borsette, appoggiate per terra al centro; continuava a ripetere “varda che roba, el xè drio ‘ndarme in pression”. Io, spontaneamente, quasi per istinto, mi buttai nella mischia e iniziai a scatenarmi; esattamente come quella domenica pomeriggio del novembre 1980 quando accidentalmente il mio GRUNDIG si fermò sui 107,8.

Chi invece se ne stava fermo a bordo pista era Moreno Pinton; lui e quelli della sua compagnia, li chiamavamo i condor in quanto, stavano perennemente appoggiati alla colonna senza mai ballare per poi, al momento opportuno, tuffarsi sulla preda e successivamente caricarla a bordo dell’ALFETTA 2000 TURBODIESEL; il resto, potevi sentirlo raccontare, con dovizia di particolari, il giorno dopo, al bar di Nane Sberega, dallo stesso Pinton. Sarà stata anche colpa della 127 CL ma, a me e EnsoPenso, quelle scorribande in discoteca non fruttarono nulla, solo qualche timido approccio durante il quale cercavamo di tirarcela raccontando che “lavoravamo” in una radio. Unica nota di colore; riuscii a strappare un lento a ben due ragazze contemporaneamente; stava andando Trough the barricades dei mitici Spandau Ballet, quando qualcosa, effettivamente, attraversò le barricate … delle mutande.

La svolta arrivò alla fine del 1983; in quel periodo successero tante cose. Per primo, buttai via, una volta per tutte, il libro di elettronica e, varcai la soglia di architettura; potevo finalmente tornare ad usare le mie amate matite colorate; per farlo, dovetti venire a patti con Agostino; che, mi impose di pagarmi almeno una parte degli studi. Anche in questo caso la sorte girò a mio favore perché mi presero a lavorare in una radio vera; facevo praticamente di tutto, dal tappabuchi in studio, al tecnico, fino al procacciatore di spazi pubblicitari. La mia indipendenza, crebbe esponenzialmente; quando, nel febbraio del 1984, con i primi soldi racimolati, mi dotai di una favolosa ALFASUD SPRINT, rosso alfa, strausata; il contakilometri aveva fatto tre giri della terra abbondanti; Diego el lurido, il carrozziere che me l’aveva venduta, si guardò attorno circospetto per non farsi sentire e mi sussurrò “se i sedii potesse parlar, faria deventar rosso Tinto Brass; va in farmacia e comprite tre scatoe che ‘desso toca a ti”; poi, mi mise le chiavi in mano come se fosse una bustina di eroina purissima.

Grazie alla rossa, iniziai a spaziare verso nuovi orizzonti. Mi convinsi innanzitutto che dovevo cercare una alternativa alla parrocchia; i fioi de cesa, mi stavano troppo stretti. A dire il vero, il problema era che,  tra le fie de cesa non c’era molta trippa per gatti e, quella poca che c’era, era estremamente contesa da una massa di affamati pronti ad accoltellarsi tra loro; alla faccia dello spirito fraterno di condivisione che avrebbe dovuto regnare tra gli adepti di santa romana chiesa.

Così, un giorno, all’università, decisi di farmi amico Nicola Berardo, un fio de papà che organizzava festini danzanti nel mega palazzo di famiglia a Venezia. Avevo assoluto bisogno di entrare nel suo giro, volevo approfondire la conoscenza di quella biondina dai lunghi capelli ricci che frequentava la sua compagnia. La notai la prima volta, mentre se ne stava quasi sdraiata sui gradini dei Tolentini; era bastato un attimo perchè i nostri sguardi si incrociassero e, dalle nostre bocche uscisse simultaneamente un “ciao” a bassissima voce, quasi soffocato; poi lei, voltandosi verso una sua amica, si mise a ridere.

Non ebbi però il coraggio di tornare indietro per attaccar bottone; in preda all’euforia cominciai quasi a correre; in autobus poi, mi prese un morsegon de stomego.

Quel pomeriggio, dovetti accompagnare nonna Elvira dal dottor Scarpa, el dotor dea mutua, da tempo dedito a curare anima e corpo degli abitanti dei paeassoni e dintorni; approfittai per riferirgli dello strano mal di stomaco. “Cossa gà me nevodo; e farfae dentro el stomego?”; nonna Elvira era parecchio sorda, per cui, el dotor, dovette quasi gridare; “Elvira, to nevodo xè gà ciapà na bea incocaìa par ‘na cocca!”

Con la diagnosi del noto luminare in tasca; vista la mia inguaribile timidezza, non mi restava che pensare a come fare per incontrarla “casualmente”, nel senso che non doveva sembrare fatto apposta; per questo mi venne in mente di farmi invitare ai festini buei di quel rotto in cueo di Berardo.

Il tipo però, era un fighetto stronzetto e molto selettivo; per entrare nelle sue grazie, pensai di mettere in campo tutte le strategie di marketing, apprese in radio, per vendere gli spazi pubblicitari. Lo avrei intortato spacciandomi per un DJ navigato che avrebbe reso i suoi festini magici; in fin dei conti, era una mezza verità, l’esperienza con EnsoPenso, comunque contava qualcosa; non servì, galeotti furono “i giardini storici veneziani”.

Misteriosamente, sentivo che dovevo assistere a quella conferenza; non era solo la mia innata passione per i giardini ad attirarmi; rimasi un bel po’ a fissare quella vecchia panchina di legno sotto un maestoso albero secolare, ritratta nella foto della locandina; volevo assolutamente scoprire dove si trovava; in qualche maniera, intuivo, che in quel posto sarebbe successo qualcosa.

L’aula magna era stracolma; stavo per rinunciare, possibile che a così tante persone interessassero i giardini storici veneziani? “Riesci a capire se c’è posto?”; stetti immobile trattenendo il respiro, non avevo il coraggio di voltarmi; anche se non ci avevo mai parlato assieme, avevo memorizzato per bene il tono della sua voce. Dal cuore partì una raffica di mitra; la biondina dai lunghi capelli ricci, caramella in bocca, stava parlando proprio a me. “Ne vuoi una?”; l’offerta di quella Galatina, per giunta la mia caramella preferita, scatenò una tempesta di una potenza inaudita, altro che farfalle, nel mio stomaco volavano missili intercontinentali. A quel punto sarei entrato anche a costo di aggrapparmi a uno dei lampadari; come un falco mi fiondai su due posti liberi affiancati, non prima di aver pestato non so quanti piedi e mollato spallate a destra e a manca.

Piacere Eleonora”; che vergogna, avevo la mano sudatissima; nonostante li dentro facesse un  caldo insopportabile, ero ancora con il piumino addosso, irrigidito come un baccalà e, grondavo di sudore da tutti i pori. Lei invece si era già messa a suo agio; dalla borsa tirò fuori una bustina di velluto rosso piena di matite colorate. “Però, i Faber; sei ricca! Io uso ancora i Giotto delle elementari”; “che mona!”; e giù un buffetto sulla guancia; stava ingranando alla grande.

Eleonora pareva ascoltare con attenzione; io pure cercavo di dare l’impressione di fare lo stesso, in realtà i miei pensieri erano altrove; la scanociavo con discrezione, non volevo far la figura del maniaco sessuale; poi, mi venne spontaneo chiederle dove, secondo lei, si trovasse il posto raffigurato nella locandina.

Cosa fai domenica? Potremo andare a cercarlo”; di fronte a quella proposta, non sapevo se filare dritto in ambulatorio da Scarpa per farmi prescrivere qualche decina di scatole di calmanti oppure, al ponte de le maravegie da Fenz e, annegare nel prosecco. “Cosa fai domenica?”; “sono quasi vent’anni, che ogni domenica, aspetto una come te”, volevo rispondere.

Subito dopo pranzo; ebbe inizio quella che, rimarrà nei miei ricordi, come la domenica perfetta. Per primo, mi sciroppai un tot di gocce di Valium sottratto alla dotazione ansiolitica di mia madre; poi, doccia fuori ordinanza con abbondante uso di HugoBoss; infine, passai a concentrarmi attentamente sull’outfit da indossare per l’occasione; decisi per i pantaloni grigi, lupetto nero e il cappotto nero lungo, quest’ultimo, era un po’ consunto a causa dell’intenso uso in discoteca, ma, l’insieme mi dava decisamente un’aria da intellettuale creativo; per completare l’opera, in tasca ci infilai pure il taccuino Moleskine.

L’appuntamento era alle 15.00 ai giardini Papadopoli. Vi giunsi con mezz’ora di anticipo; dovetti andare a prendere un caffè; il Valium mi aveva rincoglionito per bene.

Avrei voluto la vedesse EnsoPenso; era vestita secondo il suo standard; cappotto beige a trequarti, minigonne e i famigerati stivaloni; uno schianto. La prima cosa che fece dopo avermi salutato, mi lasciò inebetito; con la mano, mi sistemò dolcemente il bavero del cappotto; lo colsi come un gesto intimo, molto più forte di un bacio.

Fu lei a condurre la ricerca del giardino misterioso; menomale, perché ero talmente incoaio, da perdere l’orientamento; vedevo e sentivo solo lei, non mi rendevo proprio conto di dove stavamo andando né tantomeno, della gente che mi stava attorno; infatti, come in aula magna qualche giorno prima, continuavo a mollare spallate e a pestare piedi, tanto che mi presi più di qualche titamorti.

Decine di ponti, kilometri di calli, e giardini che non erano quelli che cercavamo, fecero da scenografia al racconto delle nostre giovani storie; freneticamente, senza mai fermarci, ci descrivevamo a vicenda i luoghi ideali dove avremo voluto vivere; credo che nessuno dei due avesse mai parlato così tanto in vita sua, eravamo come due fiumi in piena. Eleonora continuava, di tanto in tanto a dare delle sistematine al mio cappotto; che strano modo di fare, a me piaceva; in quei momenti avrei voluto abbracciarla e stringerla forte a me; mi sembrava troppo presto; o forse, non ne avevo il coraggio.

A son di parlare attraversammo per lungo tutta Venezia, fino ad arrivare ai giardini napoleonici di Castello. Il viso di Eleonora, di colpo si illuminò; visto che era nata li vicino, pensai avesse finalmente trovato la panchina sotto l’albero secolare; invece, si ricordò che, nella calle a fianco dell’istituto nautico, c’era un bacarèto che faceva degli straordinari panzerotti; mi prese per mano e mi trascinò dentro. Si sedette sfinita e credo si fosse pentita di essersi messa stivaloni e minigonne, non era l’abbigliamento adatto per quella scameada per Venezia. Approfittai di quel momento per attuare una mossa strategica; con la scusa di andare in bagno, feci sintonizzare la radio del bar sull’emittente dove lavoravo e poi telefonai in studio a Riccardino pregandolo di mandare in onda Let me in di Mike Francis, con una mia dedica a Eleonora; tornai a sedermi e aspettai con ansia il momento; “che mona!”, si fece una risata e non disse altro.

Non ci mettemmo insieme quel giorno, ne mai; Let me in, comunque, rimarrà la nostra canzone; anche una profonda e indissolubile amicizia, merita la sua canzone.

Romina ea calda, era completamente differente da Eleonora. Fisicamente, era molto più in carne e, le uniche matite colorate che usava erano quelle per dare abbondante trucco agli occhi. I suoi interessi poi, erano ben diversi; pensare che, in quanto a tematiche inerenti “quella cosa li”, era in grado di competere tranquillamente con gli espertissimi colleghi maschi che potevi incontrare da Nane Sbèrega; il suo parterre preferito però, era il portico della chiesa alla fine della messa. Noi fioi de cesa, ascoltavamo volentieri le sue lezioni di catechismo; a me, francamente, rimanevano più impresse rispetto ai predicozzi del vecchio don.

L’argomento di quella domenica erano le calze autoreggenti; ea Romi asseriva che portava solo quelle. Al mio “ga da essar”, rispose immediatamente “co’ saremo soi te e fasso vedar”.

Colpa di quel scravasso improvviso, e, ovviamente, della mia ALFASUD SPRINT; quel “co’ saremo soi”, si realizzò poco dopo. Quando salì a bordo, per farsi accompagnare a casa, fui immediatamente stordito dal suo Samsara e dalla vista delle mitiche autoreggenti; con destrezza aveva fatto in modo che, la gonna, già corta di suo, nel sedersi, si accorciasse ulteriormente. Complice l’eterno semaforo rosso e la pioggia scrosciante; la sua mano finì per accarezzare i miei capelli e, la mia, le sue velatissime autoreggenti.

Ti ga mai fatto cik-ciak co’ ‘na fia?”; capii che più che una domanda era un invito; prontamene infilai nell’autoradio la cassetta con Diamond Life di Sade; altra musica, altro scopo. Fu appena ci fermammo lungo el curvon che, mi ricordai di quell’augurio un po’, per così dire, insolito, del lurido. La mia prima volta, la realtà superò la fantasia, nel senso di quella usata nelle storie di Deni Sgorlon. La travolgente e calda passione che ci risucchiò mentre fuori veniva giù il diluvio universale, mi fece dimenticare che lei era ea fia del ciccio Max, el gondolier. Andammo avanti per un sacco di tempo ad incontrarci, solo per  fare cik-ciak; saperci clandestini e condurre quella doppia vita, ci eccitava ancora di più.

Ed è la clandestinità che, da quel momento, a parte l’amicizia con Eleonora, caratterizzò i miei rapporti con le donne; una vita fatta di “storie”; molto spesso, con le donne di qualcun altro; un moderno cicisbeo sempre alla ricerca di nuove avventure.

Anche per EnsoPenso il 1984 fu l’anno della svolta decisiva; fu accalappiato da Paola; dieci e passa anni di fidanzamento più, quasi trenta di matrimonio; diversamente da me, almeno in apparenza, bastano queste due righe per descrivere la sua storia sentimentale; facendo un paragone radiofonico, è rimasto sempre sulla stessa frequenza, mentre io, mi sono divertito a cambiarla in continuazione. Se una storia d’amore, o presunta tale, è così complicata da poter essere spiegata in due righe, allora vale la pena di saperla; l’amore non è complicato, le persone lo sono.

Sono anni che, con la scusa di un buon caffè, va avanti a tormentarmi con discorsi, confusi e poco espliciti, sulle difficoltà tra loro due. Quello che mi manda in bestia è che, continua a riavvolgere quella maledetta cassetta BASF-C90, che ha in testa, ricominciando, da capo, a farmi l’analisi storica del loro rapporto, con annesso elenco dei migliaia di dubbi e sensi di colpa che gli vengono. Come in certi dossier misteriosi, nei suoi discorsi ci sono una miriade di evidenti omissis che, mi impediscono di farmi un quadro veritiero della situazione; francamente, ancora non capisco, perché si è messo insieme a Paola ma, soprattutto, perché non l’ha lasciata.

Leggendo tra le righe dei suoi racconti, l’unica quasi certezza che ho, è che manchi la cosa fondamentale; sono pressoché convinto che abbiano fatto, ben poco, cik-ciak o, forse quasi mai o, forse, proprio mai. Inoltre, a riprova di questo, vi sono una serie di malcelate e maldestre modalità di agire, tipiche di uno che xè in serca.  Non potendo, da sposino modello, percorrere la peccaminosa strada della discoteca; anzi, alla sua età, sarebbe meglio parlare di balera; per ‘ndar in serca, si butta periodicamente su strane iniziative; ovviamente, coinvolgendo anche me.

Iniziammo con il corso di meditazione; eravamo io, lui, un forever young over sessanta col codino, la “giovane” hippy che lo teneva, nel senso che aveva vent’anni, quando partecipò al famoso raduno di Woodstock del ’69 e, quattro sedie vuote che, secondo la nostra insegnante, avrebbero dovuto essere occupate da altrettante figure femminili, sulla cui partecipazione, sperava fortemente EnsoPenso; materialmente non si sono mai viste, forse c’era la loro anima.

Ne uscimmo più stressati di prima; per rifarsi, il socio, pensò bene di iscrivere entrambi a un corso di balli popolari; eravamo io, lui, un giovane ultrasessantenne capellone che, assomigliava a quello col codino del corso di meditazione, una coppia di ottantenni con problemi di artrosi, l’amica vedova di questi ultimi; l’insegnante, un ex Teddy Boy con i capelli unti di brillantina Linetti; quella originale dei suoi tempi. Inoltre, sarebbero dovute venire sei ragazze, amiche dell’insegnante, sulla cui partecipazione, sperava fortemente EnsoPenso; mai viste.

Ci ritirammo, alla seconda lezione, non prima di esserci quasi fratturate le dita dei piedi per, buttarci nel teatro. Eravamo io, lui e, finalmente una nutrita presenza femminile ma, rovescio della medaglia, anche una folta schiera di giovani fighetti ben in salute. La concorrenza era tanta e agguerrita, per il povero EnsoPenso non ci fu trippa per gatti; parlo per lui, perché io, in quell’occasione, ebbi un’altra delle mie storie e conobbi la mia attuale compagna.

Ora, purtroppo, a causa de ‘sta maledetta pandemia, EnsoPenso ha dovuto sospendere tutte le sue iniziative social; questo ha peggiorato la situazione in modo irreversibile; el maldemona lo ha ormai logorato. Purtroppo, sempre secondo gli studi clinici del nostro luminare, Minio “Spasemo”, dal mae non si guarisce, ce lo ricorda una delle sue più famose poesie;

El maldemona

Che mai no’ te abandona

Che mai no’ te lassa

E col xè massa

Fate ‘na sega, chel te passa

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie”; così diceva il grande Battiato; vorrei proprio poter essere in grado di farlo con EnsoPenso. Non è facile farlo ragionare, cercare di liberarlo da tutti quei vincoli e inutili sensi di colpa che, alcuni fioi de cesa, come lui, si portano dentro, da tempi immemorabili. Ha una paura folle di ammalarsi e di morire; va in panico non appena sente un dolore strano ma, ha paura di andare dal dottore; si sfoga, invece, con me; mi parla con la rabbia di chi, ingiustamente e anzitempo, deve lasciare questo mondo; ogni giorno sempre più angosciato per il tempo che passa e per un certo treno che si allontana sempre più. Lo capisco, quale cosa peggiore, almeno per me, il morire senza aver mai fatto cik-ciak; inoltre, dopo morto, in qualità di fio de cesa, venir comunque condannato alla dannazione eterna, per aver fatto uso anche solo di un surrogato del cik-ciak; in poche parole, becco e bastonà; che destino, che sfiga. In attesa della sua imminente dipartita da questo mondo; l’unica soluzione che, finora, ho trovato per lui è farlo tornare in radio con me, a metter su spensierate canzonette d’amore.

A proposito, Paola e Enzo, cosa grave, non hanno mai avuto una loro canzone; per me, al contrario, ce n’è stata una per ogni storia, anche per i cosiddetti attimi fuggenti; insomma, una per tutte quelle volte.

Per un’ora d’amore, invece è rimasta unicamente legata alla storia mia e di EnsoPenso; radiofonicamente parlando, si intende. Da quelle domeniche pomeriggio del 1980, non abbiamo più avuto coraggio di parlare in pubblico di amore; un argomento troppo impegnativo e immensamente misterioso; anche perché, non avevamo nessuna esperienza; in primis noi, avremmo dato chissà cosa per un’ora d’amore.

Ci diverte, ancora oggi, passare quasi tutte le domeniche pomeriggio, a “giocare a fare radio”, come diciamo noi. La nostra trasmissione “canzoni in naftalina”, ha un discreto successo; facciamo a gara, anche con l’aiuto dei nostri ascoltatori, a tirare fuori dal cassetto della memoria, canzoni dimenticate, ascoltando le quali, ognuno può riavvolgere il nastro della sua vita ed è libero di sognare come gli piacerebbe fosse andata; specie dal punto di vista sentimentale.

Il primo amore dura quanto una stella candente; non dura tutta la vita, ma la cambia per sempre”. Non mi ricordo in quale canzone ho sentito queste parole, forse in più di una. Non mi ricordo nemmeno, di aver mai più provato un’emozione così forte, come quella “domenica perfetta”, passata con Eleonora. E’ faticoso, ammettere che è l’unica donna, di cui mi sono veramente innamorato e, soprattutto, di esserlo tuttora; se non lo fossi, non mi sognerei mai, certe domeniche come questa, di alzarmi all’alba, attraversare a piedi tutta Venezia, fino ai giardini di sant’Elena, per prendere un caffè insieme. Ho bisogno anch’io di qualcuno con cui riuscire a parlare apertamente di amore e, a cui esternare i dubbi che mi affliggono a proposito; non posso, quasi tutte le sante domeniche, sorbirmi EnsoPenso.

Sul finire di quella “domenica perfetta”, ci sedemmo ad ammirare il tramonto su una panchina in riva a sant’Elena; ansioso, con il cuore in gola, sentivo di dovermi aspettare qualcosa da lei. Il suo sguardo era serio, guardava fissa l’isola di san Servolo, come se, all’orizzonte, ci fosse stato qualcosa che la turbava; pensai, qua non c’è trippa per gatti; ma poi, la sua testa si appoggiò sulle mie spalle. Mi irrigidii come un baccalà senza nemmeno respirare; mi feci coraggio, passai la mano in mezzo a quei soffici biondi boccoli. Fece un grosso sospiro;

– “ma tu, riusciresti ad essere solo il mio migliore amico?”

-“farei fatica, ma ci posso provare; non garantisco nulla”

-“che mona!”

Fu così che, mentre affettuosamente, giocavo a stiracchiare i suoi ricci, condivise quella cosa che, era a metà via tra un peso e un segreto; con gran fatica, mi parlò delle sue tendenze sessuali. Sulle prime ci rimasi malissimo, provai gran delusione; lo vissi come un tradimento; un abbandono, ancor prima di cominciare; proprio a me doveva capitare.

Ma quando, mi sentii dire; “sei una persona speciale, lo sento dentro”, ebbi la sensazione di passare improvvisamente dall’adolescenza alla maturità; capii che, da quel momento, avevo una grande responsabilità nei suoi confronti e giurai con me stesso, che sarei stato il suo migliore amico, e che l’avrei sempre difesa, da tutto e da tutti.

Ormai ho fatto pace con Venditti e la sua Buona Domenica; certe domeniche di merda che mi trovavo a passare, sono solo un ricordo lontano. Ora c’è la radio; ma si, c’è EnsoPenso e, c’è Eleonora; con lei mi sento felice perché posso abbracciarla, passare la mia mano tra i suoi biondi ricci, e dirle che è bellissima, una gran figa; senza che pensi che, ci sia un secondo fine; mentre lei, continua affettuosamente a sistemarmi i colletti delle camicie e dei cappotti. Con lei, mi sento libero di piangere ininterrottamente; mentre, continua a ripetermi, “che mona!”.

Camminiamo ancora per ore attraversando tutta Venezia, in serca di quella vecchia panchina di legno sotto un maestoso albero secolare, ritratta nella foto della locandina di “i giardini storici veneziani”; non trovandola, ci accontentiamo di una qualsiasi, come questa di sant’Elena.

Quando se ne va, mi stendo per un po’, faccia al sole; alla fine, mi alzo sempre un po’ più felice, pensando che, nella vita, ho avuto la fortuna di vivere più di un’ora d’amore e che, per un’ora d’amore val la pena dare tanto e, darsi molto.


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Last flight, last day

Campare in aria – Aviatori nell’anima – Capitolo 2


Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.
Mark Twain

Sono rimasto sveglio fino a notte fonda, incollato al computer a guardarmi tutte le puntate del video di un tale che insegna a pilotare un B737; osservando Harry, mi viene il vago sospetto che abbia imparato il mestiere in questo modo. C’è, in effetti, una bella differenza, nel percorso che ci ha portato a sederci, fianco a fianco, nel cockpit di questo A320. La più significativa e che lui, o chi per lui, ha dovuto sborsare circa 120.000 Euro mentre io, non ho speso nemmeno una di quelle che erano le vecchie lire; anzi, sin dall’inizio, sono stato pagato. Poca roba, la paghetta, da najone che, l’Aeronautica mi elargiva nei primi periodi di Accademia, riuscivo a malapena a farmi venir fuori quattro pizze al mese, due per me e due da offrire, tanto per fare el sgandesson,  alle indigene del posto che, ci facevano compagnia nelle rare libere uscite. Ad Harry, la pizza gliela pago sempre io; ‘sto ciccionetto occhialuto, ne va ghiotto; andrà a finire che non riuscirà più a entrare in cabina e del suo EASA Class1 Medical, ne faranno pezzettini.

Quando l’ho visto per la prima volta, non ho creduto ai miei occhi, Harry Bernard Charles, il suo nome sforava lo spazio disponibile sul badge, quello che però mi fece cadere letteralmente le palle, era la data di nascita, 14/08/1996. Probabilmente si era appiccicato l’aquila sul taschino e la striscia sulla manica, direttamente sulla divisa che usava al college. Quello che, alla fine è diventato, el me fio de anema, come diciamo noi in volgo, sembrava essere uscito da un film di Harry Potter. Avevo sentito parlare del nuovo programma di addestramento della compagnia per formare giovani piloti ab initio o cadet pilot come li chiamano loro ma, che un giorno, mi sarei trovato di fronte un ragazzino con la pretesa di farmi da primo ufficiale, non l’avrei lontanamente immaginato.

Crew Resource Management, tradotto in parole povere significa, “te lo trovo io quello giusto per pilotare insieme a te”; avessero adottato ‘sto sistema in Aeronautica, non mi sarei trovato un imbecille, seduto sul seggiolino posteriore, a causa del quale, ci mancò poco che dovessimo eiettarci in pieno territorio bosniaco, con quelli di sotto pronti a farne ea succa; vagli a spiegare che dovevamo solo fare delle foto. Io e el bocia inglese, invece, ci intendemmo subito. Non posso negare che quel rosso dal faccione tondo mi fece tenerezza; vidi subito in lui quel genere di figlio che avevo sempre desiderato.

Il discreto “piccolo lord” che, ancora si rivolge a me, dandomi del “Sir”, è sempre stato incuriosito da mio trascorso aviatorio. Sbarrava gli occhi quando gli raccontavo del fortissimo “calcio in culo” che, L’F104, il mitico spillone, ti dava in fase di decollo. Non ho mancato, la meticolosa descrizione, di quella volta a Istrana quando, in atterraggio, ho rischiato di finire lungo e trovarmi in Postumia e, centrare in pieno con il tubo di Pitot, quella Panda azzurrina, della quale riuscii a distinguere perfettamente il vecchio con il cappello che la guidava. Anche se vedo il ragazzo divertito nell’ascoltarmi, la cosa mi rattrista, pensandoci bene, è come se a me un vecchio pilota della II^ guerra mondiale mi raccontasse delle sue avventure con lo SPITFIRE.

Un saggio, di cui non ricordo il nome, dice; “un uomo non è vecchio finché i rimpianti non sostituiscono i sogni”; la frase sembra si adatti alla perfezione a questa giornata. Oggi è il mio “Last flight”, ultimo volo e ultimo giorno di lavoro. “Non pensarci Gian, non puoi lasciar vagare la mente, devi stare concentrato fino al termine del volo“; una parola, mantener fede a questo proposito, ci sono riuscito in migliaia di ore di volo sia da militare che da civile, ma oggi no. Se ne deve essere accorto anche el bocia, la sua espressione è tra il preoccupato e l’imbarazzato; gli do una rassicurante gomitata sulla guancia che però, ha l’effetto di fargli quasi inghiottire il microfono.

Coraggio, la tratta Gatwick – Venezia potrei farla anche con un vecchio biplano Tiger Moth, a forza di guardar fuori dal finestrino, conosco a memoria tutti i punti di riferimento visivi; dopo il decollo dalla Runway 26L , virata a ridosso di Clarks Green, paralleli all’A24; la Leith Hill Tower alla mia destra mi ricorda i mitici pini marittimi dell’A4 che segnavano l’approssimarsi del casello di Padova Est. Posso chiudere gli occhi e, in base ai rumori attorno all’aereo, so esattamente quello che stanno facendo; ora chiudono il portellone bagagli C1, dentro ci sono due mie valigie.

Con ‘sta mascherina sulla bocca, le comunicazioni radio sono problematiche; non ho ricordo di avere avuto la stessa difficoltà ai bei tempi in Aeronautica, quando volavo tutto bardato, con addosso il casco e relativa maschera d’ossigeno.

Ready for pushback”, ci siamo, mi spingono fuori per l’ultima volta, guardo la faccia del Ramp Agent, sembra che goda a farlo, quasi sapesse che non tornerò più; grazie alla mascherina, gli faccio uno sberleffo, tanto non vede. Anche nel 2001 mi hanno spinto fuori, dopo i 18 anni di ferma obbligatoria, sembrava quasi un reality televisivo, “tenente colonello Morotto, per lei l’Aeronautica finisce qui”. In realtà, i colleghi piloti di caccia, me l’hanno sempre detto; siamo come i calciatori di serie A, passati i trentacinque, non vali più niente; si tengono quei pochi rotti in culo raccomandati e li mettono a comandare, gli altri, in ufficio a smazzare carte, oppure, saluti e baci e via.

Gli ultimi mesi erano tutto un susseguirsi di proposte più o meno indecenti, a cominciare da certi misteriosi personaggi che cominciarono a contattarmi per telefono o, al circolo ufficiali. Si rivolgevano a me, molto spesso, avanzandomi di grado e quindi dandomi del colonello, come quelli che ti danno del dottore a prescindere, giusto per ruffianarsi. Non appena ti stringevano la mano, avevi la sensazione di essere davanti a un viscido serpente, mi parevano tutti dei Sir Biss usciti dal film “la spada nella roccia”. Rifiutai cortesemente tutte quelle, a dir poco, strane proposte e, come la maggior parte dei miei colleghi fuoriusciti, transitai nell’aviazione civile. Le compagnie aeree nascevano come funghi e senza difficoltà ne trovai una che mi promise mari, monti nonché soldi, come se piovesse. Il grassone, non mi ricordo che carica avesse; anche lui, dandomi, in successione i titoli di colonello, dottore e comandante, mi disse che dovevo formare gli equipaggi con la stessa severità dei militari. Mi ricordo invece il suo sigaro acceso nonostante il divieto e che rideva facendo ballare la pancia;  di li a poco, comunque, per i noti fatti accaduti, avrebbe smesso di ridere, ma non di fumare.

Il 19 novembre 2001 me lo ricordo bene, il clima a Tolosa era alquanto deprimente, speravo che in aula entrasse qualcun altro; niente da fare ero l’unico mandolon, come diciamo noi, il più vecchio in assoluto nonché, l’unico europeo. Incontrai per la prima volta le nuove generazioni di piloti civili; ragazzi che, da una mia prima impressione, finora avevano visto gli aerei solo sulle figurine. Cinque di loro, in particolare, avevano delle facce poco raccomandabili, in compenso, parlavano francese in modo impeccabile; erano tre libici e due della Costa d’Avorio. Non arrivarono ad entrare nemmeno nel simulatore, vennero rispediti al mittente assieme ad un altro manipolo di presunti piloti; motivazione, imparare almeno i rudimenti del volo; “e che cavolo!”, dissi tra me e me, giustizia è fatta. Rimanemmo io, quattro cinesi, due indiani, tre russi e un canadese, proprio come nelle barzellette.

Eh già, il simulatore, altra bella botta, imparare a pilotare un aereo senza nemmeno staccare le ruote da terra. D’altronde, due mesi prima, un gruppetto di disgraziati, aveva mostrato a tutto il modo che ciò era possibile ma, quel che è peggio, avevano violentato il magico mondo dell’aviazione. Irrimediabilmente dissolto l’alone di romanticismo che avvolgeva noi aviatori, al quale, anch’io, fin da bambino credevo. Da quel giorno, grazie a loro, ce ne stiamo chiusi a chiave, barricati dentro la cabina di pilotaggio come degli appestati. Non possiamo più tenere aperta quella porticina, dalla quale, ogni tanto, si affacciava incantato, un bambino per chiedere come si fa a diventare pilota.

Monsieur, non sia triste, è solo un corso di pilotaggio”. Antoine sapeva essere anche un po’ psicologo, la persona giusta che mi ci voleva in quel momento. Si esprimeva perfettamente in italiano, a tradirlo solo la classica erre moscia; a sentirmi chiamare monsieur mi pareva di essere un nobile e non gretto ex militare come qualcuno mi stava già definendo. Alto e magro come uno stuzzicadenti, aveva in testa la classica chierica di chi ha portato il casco per migliaia di ore di volo; il suo nome evocava Antoine de Saint-Exupéry ed era, come lui, un aviatore con la A maiuscola. Quando mi disse che era un ex pilota di Mirage; scattò in me la molla e gli chiesi, “ma allora tu eri un Chevaliers du ciel”. Mi riferivo alla mitica serie televisiva degli anni ’70, quella che contribuì ad alimentare in me la passione per il volo; ogni sabato, all’ora di pranzo, me ne stavo incollato davanti alla TV a sognare di pilotare un Mirage. “Je ne conduis pas, je vole” (io non guido, io piloto), replicò con la famosa frase del tenente Tanguy; Antoine, amicone mio!

Tolosa, grazie alla sua sapiente guida, acquistò di colpo splendore; ricordo le piacevoli passeggiate lungo le rive della Garonne e le soste nei locali di Rue des Filatiers. Alla fine, fu pure una passeggiata ottenere l’abilitazione all’Airbus A320. Antoine, quell’ultima sera che soggiornai a Tolosa mi invitò a casa sua, una bellissima villetta, fatalità, in rue Leonard de Vinci a Fonsegrives, un piccolo quartiere residenziale, nei pressi del minuscolo aeroporto di Lasbordes, sede del locale aeroclub, altra fatalità. Il suo grande studio, era pieno zeppo di modellini e moltissimi altri cimeli aeronautici; tornai di colpo bambino. C’era praticamente tutto quello che avevo pilotato; SF-260, MB-339, T-38, Tornado e il mitico F-104 che, affettuosamente, presi subito in mano. Antoine quasi non ci credeva che fossi stato uno degli ultimi fortunati a portarlo in volo, prima che venisse dismesso dall’Aeronautica, solo un vecchio pilota di Mirage, poteva capire, mentre passavo tra le dita la fusoliera del mitico “spillone”, tutta la mia tristezza. Mi stava prendendo un gran magone, una parte della mia vita, la mia giovinezza se ne era andata; niente più looping, tonneau, virate strette al massimo dei G, legato al seggiolino Martin Baker; ora sarei dovuto stare, comodamente seduto, ben vestito, davanti a una miriade di schermi LED e, portare a spasso per il cielo poco più di un centinaio di chiassosi gitanti; “c’est la vie, mon commandant”, il vecchio aviatore mi abbracciò forte.

Eh si, c’est la vie; troppe promesse, tante illusioni; me l’avevano detto che sarebbe stato così nel mondo dei “civili”. Sul Web, abbandonato come un messaggio in bottiglia in mezzo al mare, è rimasto ancora il mio curriculum, fermo a quel momento della mia vita nel quale, illusioni e promesse erano all’apice. La crisi, la continua ricerca di un posto di lavoro; non avrei mai pensato investisse anche me, un pilota non certo di primo pelo; costretto a emigrare addirittura nei paesi arabi, per portare a casa la pagnotta. Poi, per fortuna, arrivò un posto nel “vicino” regno di sua maestà che, alla fine, mi ha permesso, in questi ultimi anni, di tornare a volare sul cielo di Venezia; atterrare e decollare da quell’aeroporto dove, da ragazzi, passavamo intere giornate ad ammirare gli aerei.

Tra i miei “non avrei mai pensato; non avrei mai immaginato”, al vertice della classifica, almeno finora,  è che un infinitesimamente piccolo virus, mettesse di colpo a terra quasi tutti gli aerei del mondo; costringendomi a rimanere per tutti quei mesi a casa, a fissare, stracolmo d’ansia, il cielo vuoto. Proprio io che ero stato addestrato a sopravvivere in tempo di guerra, mi son sentito di colpo perduto e fragile; la più grande paura, non era quella di ammalarmi ma, non sapere se avrei continuato a volare. Più il tempo passava, più il rischio di perdere le abilitazioni e la licenza di volo si faceva concreto; centinaia di telefonate e mail, non si muoveva nulla, non volava nulla.

Nei giorni del lockdown, contravvenendo alle regole, feci qualche kilometro in più in bici; il gioco valeva senz’altro la candela. Avevo più di una pendenza, diciamo, affettiva, nei confronti di un vecchio amico, in pratica, mi ero comportato da stronzo. “Fra quarant’anni esatti …”, mi ricordavo benissimo di quella promessa e dell’appuntamento. Ci sarei dovuto andare, se non altro, per rendere il giusto onore a Fabietto, visto che, non ero riuscito a sapere in tempo del suo ultimo volo. Quel giorno però, mi trovavo nel sud della Spagna coinvolto in un’appassionante fuga d’amore clandestina; questione di priorità.

Peso de quando gerimo fioi nei anni ’70, ne ‘rivarà soeo do o tre al giorno”; seduti sulla mitica panchina in riva al canale che porta alla darsena dell’aeroporto, io e Tiziano, scrutavamo sconsolati l’orizzonte. L’unica cosa positiva era che il tratto di laguna antistante la testata pista, si era ripopolato i uccelli migratori delle più svariate specie;

“Me vien da butarme dentro l’Osein”

“Va in cueo comandante; prima o poi, no so quando, ti riscomissierà a voar”

“Appunto, no so quando”

Camina mona, so sicuro che ti ritorni a pilotar, scometo ‘na cassa de bira

Ripresi, ma poco dopo venni convocato dall’austroungarico brizzolato, soprannominato dal nutrito gruppo di piloti italiani de Roma, “er merda”, nel senso che uno più stronzo di lui è difficile trovarlo. Pur sapendo benissimo chi ero, avrò contribuito a formare non so quanti piloti, non mi salutava e non mi cagava manco di striscio. Mi rivolse la parola solo per dirmi, “alla sua età comandante è giusto che si goda il meritato riposo”; gli risposi che quel, “alla sua età”, mi sembrava fosse arrivato troppo presto; senza salutarlo, girai i tacchi.

Cleared for takeoff”, la mezzeria della pista comincia a scorrere sempre più rapidamente; in tutti questi anni, specie in Aeronautica, ho imparato a pensare rapidamente e, a più cose contemporaneamente; un mio istruttore diceva, “non lasciate mai che l’aereo vi porti in un posto in cui il vostro cervello non sia arrivato almeno cinque minuti prima”. Mi concentro sul decollo, rispondo in sequenza ai check di Harry e, contemporaneamente, ripenso alle mie prime volte che affrontai da solo quella striscia di cemento.

Non so se quel figlio di buona donna di capitano istruttore del 70° di Latina, di cui ho stranamente dimenticato il nome; faceva lo stronzo solo con me o con tutti gli allievi, fatto sta che, quel giorno, dopo avermi per l’ennesima volta riempito di merda, per tutta la durata della missione di addestramento, mi rispinse a forza dentro l’abitacolo; “burba, togliti dai coglioni e vatti a fare un giro da solo”.

Pieno di rabbia, chiusi la cappottina, riaccesi il motore e puntai il muso del 260, diritto verso la pista. Volevo urlare per sfogarmi ma, avevo paura che mi sentissero per radio, per cui, strinsi con forza la cloche e diedi manetta, forse troppo violentemente, fatto sta, che decollai in quasi metà spazio. Una volta in volo, avrei voluto passargli rasente sulla sua testa pelata, ben visibile anche a 300 metri dal suolo. Solo quando, come da tradizione, mi buttarono dentro la piscina, realizzai che quello era stato il mio primo volo da solista; avevo conquistato l’agognato brevetto di pilota d’aeroplano; però, stranamente, questo non mi rese felice come mi sarei aspettato. Era successa la stessa cosa con Caterina; anni a sognare, con fiducia cieca e immutabile, quel giorno in cui avrei trovato il primo amore. Poi; quando finalmente arrivò il tanto atteso momento, ovvero la sera in cui ci mettemmo assieme; nessuna emozione, solo una eterna notte insonne, come dopo il mio primo volo da solista con il 260. Ore passate a rivoltarmi nel letto a chiedermi; “beh, tutto qua?”, non era come lo immaginavo; mistero, non riuscivo a capire, il perché non sprizzassi di felicità.

Diverso fu quell’agosto del 1988. Ci saranno stati cinquanta gradi nel piazzale della Sheppard Air Base eppure, un brivido di freddo mi percorse il corpo dalla testa ai piedi mentre Jeremy, il fido specialista, mi stava assicurando al sedile del mitico T-38 Talon. Erano passati appena sei mesi da quando, in Accademia, mi dissero che “avrei fatto l’americano”, ovvero che ero stato selezionato, assieme ad alcuni paricorso, per addestrarmi presso l’Euro-NATO Joint Jet Pilot Training di Sheppard, nel Texas. Stentavo a crederci; eppure, dopo pochi giorni, mi ritrovai seduto su un Jumbo che mi portava in America; ricordo pure di essermi messo a ridere mentre pensavo, che quella, era la prima volta che “prendevo” l’aereo, pur sapendone pilotare uno.

Tenente, ora è tutto suo. D’ora in poi, faccia di tutto affinché il numero dei suoi atterraggi sia uguale al numero dei suoi decolli; buona fortuna”; Jeremy mi diede il cinque con la sua manona poi, gentilmente accompagnò la discesa del tettuccio. Continuavo a non crederci; io, ai comandi di quel bellissimo aereo che sognavo di pilotare, da quando, assieme a Fabietto, ne costruimmo il modellino, trasformando un vecchio kit Airfix del monoposto F5 Tiger, da cui derivava. Solo nell’abitacolo; percepivo chiaramente il mio respiro attraverso la maschera dell’ossigeno, feci il cenno convenuto a Jeremy che era tutto a posto, sbloccai il freno e mi avviai verso la pista; non era come a Latina, quella era la vera, emozionante, prima volta.

Un calcio in culo; questo è quello che senti quando decolli con quel tipo di aerei; in poco più di un minuto ti trovi a 35.000 piedi; di colpo ti cambia la prospettiva del mondo, non lo vedi più piatto. Prima di partire per la Sheppard, avevo fatto la stessa cosa con la mia vita sentimentale; troncando con Caterina. Un bel calcio in culo, a quel rapporto piatto, reso soffocante dalla sua indole possessiva; in fin dei conti, pensavo, non avevamo nemmeno la nostra canzone; brutto segno per me, che ho sempre avuto una canzone, per tutti i momenti importanti della mia vita.

Quando scesi dalla scaletta del T-38, invece “noi ragazzi di oggi”, risuonava dentro di me; me l’ero sparata a manetta con il walkman per caricarmi prima del briefing.

Noi, ragazzi di oggi, noi
Con tutto il mondo davanti a noi
Viviamo nel sogno di poi
Noi, siamo diversi ma tutti uguali
Abbiam bisogno di un paio d’ali
E stimoli eccezionali…
Avevo finalmente il mio paio d’ali, tornai in Italia fiero della mia aquila turrita appuntata sulla divisa; mentre all’orizzonte, un’altra donna per trovare… stimoli eccezionali.

“Cleared for landing”, eccoci in finale. El ciccio o, el bocia, a seconda di come mi va di chiamarlo che, tranne ovviamente gli omissis, conosce ormai tutto della mia vita; aspetta sempre quella frazione di secondo nella quale giro il capo a destra in cerca del “bosco” e della “vietta”, per lanciarmi la classica occhiata da presa per il culo. E’ colpa mia, gli ho fatto una testa grande come una mongolfiera a son di parlargli di questi due posti cari alla mia giovinezza. Sono pressoché convinto che questi due luoghi, a me ameni, siano ormai sulla bocca di tutti gli abitanti di Dalston; quel minuscolo e umido villaggio del North West dove, el ciccio risiede quando, non viene a scaldarsi le ossa qui a Venezia. Ho le prove che, non sapendo cosa fare tutto il giorno, in quello sparuto gruppetto di casette in meso ai glebani, come si dice dalle mie parti; passava il tempo a sputtanarmi nei pub; perché, quell’unica volta che è riuscito a trascinarmi a casa sua, gli indigeni del posto mi guardavano in modo strano, mettendosi a ridere di nascosto.

Please contact ground at 121.7” siamo a terra, ormai è finita. Riesco a percepire quel coro di clack clack provocato dal liberatorio slacciarsi di cinture; pensare che devo ancora imboccare il raccordo per la taxiway. Li capisco, molti di loro staranno tirando un sospiro di sollievo, pronti a fuggire da quel cilindro metallico, costretti a stare seduti per ore, con la loro vita in mano a due tizi in cabina di pilotaggio; sperando inoltre che, nessuno dei due, si metta a far el mona. Io invece oggi, non mi muoverei più da questo sedile, settembre 1983, luglio 2019, trentasei anni con le ali addosso; è dura alzarsi da quel posto per l’ultima volta; io e el fio de anema evitiamo di incrociaci con lo sguardo, c’è il serio rischio che ci scappi la lacrima. Metto i documenti nel borsone, ho le mani sudate, non mi era mai capitato; esco frettolosamente dal cockpit senza voltarmi indietro. Scopro che a sorpresa le fie però hanno fatto l’annuncio ai passeggeri e, non appena metto la testa fuori, scoppia un applauso scrosciante. Fortunatamente, a causa della situazione non ci si può abbracciare; avrei pianto come un bambino. Un groppo in gola mi fa a malapena balbettare qualche parola in uno stentato inglese, quasi fossi regredito ai tempi delle scuole medie. Mi fanno tenerezza, povere ragazze, anche per loro i tempi sono cambiati; costrette, tra un volo e l’altro a pulire i sedili e sistemare le toilette per poi, frettolosamente, posarsi sulle ginocchia una vaschetta con il bollino, “meal deal 30% off”, che contraddistingue un insalata prossima alla scadenza.

Negli uffici operativi, al contrario, non c’è nessuna manifestazione di affetto; una ragazzina mai vista finora, probabilmente una neo assunta, senza nemmeno presentarsi, mi chiede il badge, nell’altra mano ha una busta pronta per la spedizione. Mi chiede inoltre che accordi ho riguardo la restituzione della divisa; ribatto che, se mi lascia le scarpe, posso uscire in mutande e canottiera, tanto fuori fa maledettamente caldo; arrossisce di colpo, mi sembra chiaro che sto scherzando.

Come un normale passeggero, mi avvio al nastro riconsegna bagagli, per la prima volta, mi prende l’ansia che non arrivino.  Mamma che bolgia; ci sono centinaia di colli allungati e occhi puntati sulle porte scorrevoli che aspettano l’uscita di qualcuno; almeno oggi mi piacerebbe che ci fosse una sorta di comitato d’accoglienza per festeggiarmi invece, sono solo e frastornato da ‘sto gran vociare; che casino. Appena fuori, una folata di caldo umido, un nodo alla gola e, la saliva che non va ne su ne giù; per un attimo resto immobile, inebetito, non so che direzione prendere, mi ci vuole un buon quarto d’ora per ricordarmi dove avevo parcheggiato l’auto.

Dentro è peggio di un forno, così aspetto prima di salirci; istintivamente volgo lo sguardo verso l’aerostazione, giusto nel momento in cui il mio aereo sbuca dal tetto  e punta nuovamente verso il cielo; osservo la manica della mia giacca distesa, come morta, sul sedile posteriore, quattro strisce e una stella, quanti sacrifici, e ora? “Intanto, torniamo a casa”, dissi tra me e me.

La casa; per i marinai, e anche per noi aviatori, rappresenta un qualcosa con cui abbiamo un rapporto particolare o, quantomeno diverso dalla gente di terra; così, mi trovai a ripassare mentalmente, l’ordine cronologico delle case dove sono vissuto e tutta quella serie di ex ad esse collegate; ex bambino, ex studente, ex moglie, ex famiglia e, via discorrendo; alla fine, mi è rimasta unicamente la ex casa dei nonni, quella del mitico “bosco”. Per accaparrarmela c’è voluto un notevole sforzo economico; sborsai un prezzo molto superiore al suo reale valore ma, era la condizione necessaria per liquidare mio padre e i relativi fratelli, mettendo la parola fine a anni di furibondi litigi sulla spartizione dei beni del vecchio nonno Rino.

La brusca sterzata a destra, per immettermi sulla stradina, lasciando la trafficata circonvallazione, è simile alla manovra di uscita dalla pista di Istrana. Questo però, non è il raccordo che mi porta all’hangar del 122° Gruppo ma, due polverose strisce di terra battuta frammezzate da una di erba bella alta. Non ho mai capito perché questo posto veniva chiamato “il bosco”, che mi ricordi, a parte il forte militare, non è che ci siano mai state grandi zone alberate, solo la tipica piattissima e infinita campagna veneta.

Non mi sarei mai aspettato di vederlo li, in mezzo all’orto, sotto quella cappa di piombo infernale, la cosa mi rese felice perché, Tiziano era proprio la persona che volevo incontrare;

“Direttor ..”

“Direttor de ‘sto casso. Comandante i miei ossequi ..”

“Ex comandante prego ..”

“Ma no! Spiega”

“Da ancuo in tera, finia!”

“Orpo! Pena ricomissià, cossa ti ga combinà?”

“’Sta situassion de merda”

“Mah, no xè che i ga vossuo trovar ‘na scusa par cassarte fora”

“Podaria essar”

“E ‘desso cossa ti fa?”

“No eo so ..”

“Intanto bevemoghe ‘na birretta sora”

Il mio amico era attrezzatissimo, dentro la vecchia baracca, teneva una borsetta frigo ben fornita; tanto da offrirmi la scelta del tipo di birra. La camicia della divisa, mi si era ormai appiccicata addosso ma, non appena feci cenno di andarmene verso casa per cambiarmi, mi strattonò per il braccio; “go ‘na idea”, disse tutto eccitato. In una manciata di secondi mi trovai a posare davanti le piante di pomodoro, con addosso la mitica giacca quattro strisce e una stella, ben in vista e, una vanga in mano. Titolo dell’inquadratura: “dal cielo alla terra; il ritorno”; stavo per mandarlo a cagare ma, la cosa iniziò a divertirmi tanto che gli sottoposi la mia idea. Improvvisammo uno spogliarello in mezzo ai campi per scambiarci gli abiti e farci delle foto.

Cenai abbastanza presto con le verdure che Tiziano mi aveva lasciato; avrei voluto invitarlo a farci una pizza assieme, mi avrebbe fatto un enorme piacere nonché risollevato il morale che giaceva sotto i tacchi ma lui, era già silenziosamente sparito in sella alla sua bicicletta. D’altronde, ultimamente, è sempre stato così, arrivava e spariva in punta di piedi e poi, non credo avrebbe mai accettato l’invito.

Per descriverlo, bastava il soprannome che gli aveva affibbiato mio nonno; “El tegoina rosso”. E’ sempre stato magro da far paura, pesavano più i suoi ricci capelli rossi che tutto il resto, le lentiggini gli davano solo in apparenza un aria furbetta, in realtà, era alquanto introverso. Non credo di aver mai conosciuto una persona più diffidente di lui; ricordo che, quando eravamo bambini, prima di rivolgermi la parola, andò avanti per parecchio tempo a osservarmi di nascosto attraverso le maglie della recinzione che divideva le nostre due case.

La passione per gli aerei, a me e Fabietto, c’è l’ha appiccicata lui; l’unico, ironia del destino, a non essere diventato pilota. Il destino, inoltre, volle che, oltre a essere vicini di casa, lo fossero pure le nostre “dependance” di campagna; ed è qui, che d’estate, in mezzo all’orto di suo papà, abbiamo letteralmente coltivato la nostra passione aviatoria. Ci portavamo da casa i modellini di aerei costruiti nei mesi invernali; le strisce di terra battuta tra le gombìne erano le nostre piste mentre, la baracca dove sior Gino, suo papà, teneva gli attrezzi, il nostro hangar. La mia flotta, credo anche per le mie possibilità economiche, era molto più numerosa e strategicamente più evoluta della sua; potevo contare sui più possenti e avanzati jet da combattimento mentre, quel povero sfigato di Tiziano, si ritrovava, per la maggior parte, con dei vecchi rosegoti a elica della II^ guerra mondiale.

A sior Gino, “l’omo de ‘egno”, come lo chiamava mio nonno, a causa della sua durezza d’animo, non andava affatto che ci divertissimo a giocare in mezzo al suo preziosissimo orto; mi fece capire chiaramente che, Tiziano, non era li per trastullarsi tutto il giorno come me, ma, per dare una mano all’economia familiare, per altro, ci tenne a sottolineare, ben più misera rispetto a quella della mia famiglia.

Un giorno per aver utilizzato inavvertitamente, come territorio di sorvolo ed esercitazione la gombìna con i bisi appena seminati si infuriò come una belva; prese a botte prima Tiziano e poi me. Oggi la cosa sarebbe finita sui giornali; a quel tempo, invece, sancì semplicemente la fine dei rapporti tra le nostre famiglie. Io e Tiziano, perdemmo il nostro fantastico aeroporto e, da quel giorno, continuammo a vederci quasi clandestinamente.

Il bello dell’estate è che dopo cena, puoi fare ancora un sacco di cose. Inforcai la vecchia Bianchi del nonno per farmi un giro giro rinfrescante, prima attorno al forte poi, in direzione del bosco Ottolenghi, per finire a godermi il tramonto, sulla panchina in riva al laghetto del bosco di Franca.

Sedermi su questa panchina è un rito che compio spesso, a fianco c’è un cartello che spiega la storia di Franca; fatta sparire a diciotto anni, durante la dittatura militare in Argentina. Il modo con cui la uccisero, ovvero gettandola in mare da un aereo, i cosiddetti “voli della morte”; lascia, in un pilota come me, una rabbia e una incredulità profonda. Come era possibile che, un mio collega, si fosse prestato come esecutore di una simile atrocità? Ho sempre volato per passione, anche quand’ero pilota militare. Ero perfettamente conscio del fatto che pilotavo sostanzialmente un arma che, avrebbe potuto uccidere altre persone. Quando sono seduto su questa panchina, mi chiedo che differenza c’è tra dare l’ordine di scaraventare giù in mare una decina di persone incatenate e premere un bottone per sganciare una bomba. A me, fortunatamente, esercitazioni a parte, di premere il bottone non è mai capitato, ad altri, si.

Si è fatto scuro e il canto dei grilli si è sostituito a quello delle cicale, l’aguasso dei campi coltivati, rinfresca l’aria. Mentre percorro i trosi di campagna in sella a questa vecchia bici, torno quel bambino che sognava di volare e, si chiedeva continuamente se sarebbe riuscito a farlo. Non so cosa farò da domani ma, so sicuramente quello che non voglio fare, ovvero, starmene con i piedi per terra e vivere di ricordi; è ancora troppo presto.

Penso a Tiziano, il suo sogno stroncato da una famiglia che, sin da piccolo, l’ha oppresso succhiandogli il sangue; non abbiamo mai parlato delle nostre famiglie ma, ho l’impressione che le cose ora, non vadano tanto diversamente. E’ malinconico, si vede che vive soprattutto di sogni; quel “beato ti” che spesso gli sento dire, fa capire che incarno la persona che avrebbe voluto essere; rispecchio, come, in realtà, avrebbe voluto vivere. Scommetto che, in alcuni particolari momenti, gli avrebbe fatto comodo star seduto su un seggiolino eiettabile, tirare la cordicella gialla e nera, e via, sparire.

Siamo in tre seduti sulla mitica panchina in riva al canale che porta alla darsena dell’aeroporto; io, el fio de anema e Tiziano più, un frighetto con le birre; scrutiamo l’orizzonte, ora, per fortuna, sbucano spesso aerei.

Cossa diria Fabietto ‘desso?”

Che mi so stà mona a no diventar pilota, e che ti ti saressi cojon a no partir

Lascio una copia di chiavi del “bosco” a entrambi; spero che Tiziano, oltre a occuparsi della casa e relativi terreni, dia al bocia delle buone verdure, al posto delle usuali schifezze che ingurgita e che, continui, come me, a insegnargli la nostra lingua natia; finora riesce a pronunciare decentemente solo ghesboro e mimorti. Ho fatto un bel discorsetto a Harry; gli ho detto di portare il massimo rispetto allo zio Tiziano perché, anche se non è diventato pilota, è comunque uno di noi; un aviatore nell’anima.

A Veléz la pista è piccola ma, come recitava la pubblicità di un piccolo jet, “una strada di un kilometro non porta da nessuna parte, una pista di un kilometro in tutto il mondo”. Vedrò la polvere rossastra mossa dalle eliche; godrò dei tantissimi giorni di sole, ottimi per volare, per insegnare, ai miei futuri fioi de anema, a volare rasenti la superficie del mare.

Solo l’idea di una nuova emozione, nessuna spinta, nemmeno quella dell’F104 in decollo, è più impetuosa di un pensiero che cresce di tono e che travolge ogni cosa che pensi. Sento che torneranno i giorni di Los Genoveses; sentirò nuovamente il suo profumo, la sola forma di fedeltà che si concede; porta aperta sul meraviglioso, un frammento d’anima.

La birra gelata scende, alla tua salute Fabietto … è ora di andare

“Il legame che unisce la tua vera famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite. Di rado gli appartenenti ad una famiglia crescono sotto lo stesso tetto. Qualunque cosa tu faccia non pensare mai a cosa diranno gli altri, segui solo te stesso, perché solo tu nel tuo piccolo sai cosa è bene e cosa è male, ognuno ha un proprio punto di vista, non dimenticarlo mai, impara a distinguerti, a uscire dalla massa, non permettere mai a nessuno di catalogarti come “clone di qualcun’altro”, sei speciale perché sei unico, non dimenticarlo mai. Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola.

Richard Bach

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La pandemia del 1981 – parte V

Solaradio – una radio da leggere – Capitolo 11

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E rimane la paura …

La pandemia del 1981, ha cambiato il destino alla quasi totalità delle persone. Io, ad esempio, non ho mai visto il politecnico di Milano e, ovviamente, non so, se ha una scalinata tipo quella del Pacinotti. Non ho mai costruito aerei veri, mi sono limitato a quelli di plastica; non ho nemmeno finito quello in balsa che mi ha regalato Gigi, quando è stato assunto fisso in fabbrica a Porto Marghera; la scatola deve essere da qualche parte, ancora intonsa.

Ho costruito però tante radio; in molte parti del mondo; felice, di averne piazzate alcune nei posti più socialmente disagiati del nostro pianeta dove, possedere una radiolina ed alzare l’antenna per, ascoltare una voce consolatrice o semplicemente della buona musica, non è una cosa scontata.

Nella soffitta non ci ho mai abitato; era destinata a rimanere tutta per me, invece, alla fine, sono stati sfrattati anche i modellini di aerei. Ne è rimasto solo uno, un biplano Tiger Moth giallo scala 1/48, regalo di Francesca per i miei 18 anni; elemento di spicco della mia collezione di cimeli, assieme allo stereo Marantz color champagne e luci blu. Tre anni fa, sior Attilio, giaceva in un letto d’ospedale, più de là che de qua; riuscii a stento a capire le sue parole, “passa in magazen, ghe xè ‘na roba par ti”; vi trovai il Marantz con un post-it appiccicato, “per Bebo”. El moro, fortunatamente, è ancora qui tra noi ma, quel magnifico stereo, me lo sono tenuto; dopo più di quarant’anni, suona ancora che è una meraviglia; alla sua salute ovviamente. 

Ormai, questo ufficio che, in origine, doveva essere la mia camera da letto, è diventato praticamente una specie di museo; quarant’anni di radio e altre cose.

Ufficialmente, tutto è cominciato il primo aprile del 1981 ma, per me, l’avventura ebbe inizio quando, dieci giorni prima, la Fiat 131 Panorama del moro imboccò el troso dei Nosea stracarica di apparecchiature che servivano a “fare una radio”.

I giorni successivi, mentre Ivano e relativo babbo, si dedicavano a una serie infinita di prove tecniche di trasmissione; io, riaprii la mitica agendina del sindacato, questa volta mi feci coraggio e alzai la cornetta; ne uscì lo staff di Epiradio.

Per evitare i contagi, una sola persona per volta, poteva salire in soffitta a trasmettere; tutte le altre attività, comprese le riunioni di “redazione” le facevamo all’aperto, sotto el vecio morer, detto anche “l’albero delle idee”, da quante ne partorimmo alla sua ombra.

Le Compact Cassette furono i piccioni viaggiatori di quel periodo; su quei nastri arrivarono in radio le lezioni degli insegnanti, le messe con annesse le prediche fiume di don Fernando, nonché, svariati consigli di medici o, presunti tali. Tutto quel viavai di cassette ispirò “C60”, la trasmissione che divenne il cavallo di battaglia di Epiradio. Ogni ascoltatore poteva inviare qualcosa da mandare in onda; aveva a disposizione un’ora, ovvero la durata dei nastri C60. Fu un successo; si alternarono comici più o meno divertenti, barzellettieri, più o meno “puliti”, cantanti più o meno intonati ma, quello che prese maggiormente piede, fu la lettura recitata di libri. 

Visto il successo della cosa; anch’io, per non essere da meno, mi cimentai nel leggere racconti in radio, i miei; il programma si intitolava “tee conti che e par vere”. Era la frase che pronunciava la maestra quando mi riconsegnava il temino del lunedì; che, spesso consisteva nello stendere il resoconto del fine settimana. Ea siora Visentin, sapeva benissimo che, in casa mia, non succedeva mai niente di particolare; inoltre, come tutte le famiglie di contadini, bisognava tenere il culo attaccato ai campi, per cui, non si andava mai da nessuna parte; il che, mi costringeva, per buttar giù le due righe del lunedì, a darci dentro di brutto con la fantasia. E’ da quei tempi che riempio quaderni interi di storie dove, spesso, non c’è né un tempo né un luogo preciso ma, la trasposizione in una vita fantastica; quella che, in sostanza, mi sarebbe piaciuto vivere; storie che spesso celano, i miei pensieri e sentimenti più reconditi. D’altronde, come dice Italo Calvino, “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto”.

Così, più volte la settimana, a tarda sera, un mio piccolo racconto, allietava le notti insonni e stracolme d’ansia, di molti nostri ascoltatori, compreso chi era finito in ospedale. Condivo il tutto con tanta musica; senza parlarci sopra, perché, ho scoperto che fare radio è anche saper ascoltare. Avevo due pezzi fissi che usavo come sigle; “A mano a mano” di Cocciante e “Sailing” di Christopher Cross, delle autentiche poesie.

I racconti e le canzoni che mandavo in onda, innescarono parecchie storie d’amore; divenni sostanzialmente una sorta di Cupido radiofonico, con tanto di ringraziamenti dai “bersagliati”. “El scarper va via coe scarpe rote”, mai detto popolare fu più azzeccato; per me, invece, la miccia, non si accese. Nonostante, da dietro un microfono, detenessi una posizione privilegiata che, in teoria, mi avrebbe consentito di buttar sardoni a gogò; non successe niente o, per dirla in maniera assai volgare; no ea me xè mai cascada. Francesca continuava a stare con el Deny; e a me, per straviarme, non restava altro che sognare la misteriosa biondina dea ceseta; quella tipa, a dire il vero, ancora oggi, non me la sono tolta dalla testa.

A dispetto di quello che pensava el moro; i “baracchini” iniziarono a diffondersi nelle case. In pochissimo tempo, nel quartiere erano diventati quasi tutti dei provetti radioamatori, vecchi e bambini compresi. Di sera, si formavano numerosi QSO, gruppi di persone che si mettevano a chiacchierare via radio per tenersi compagnia; delle vere e proprie chat ante litteram. Non so se fu grazie alla mia idea, fatto sta che la cosa dilagò in tutta Italia.

El moro esaurì ben presto le scorte, impossibile ordinare gli apparati, anche le case produttrici li avevano finiti; per cui, iniziammo a costruirli noi di Epiradio; ricordo ore e ore passate a saldare circuiti, anche di notte. Specie tra noi fioi, ci si divertiva a “truccarli”, per aumentarne la potenza, proprio come si faceva con i motorini; c’era poi la gara per chi aveva quello che gli “tirava” di più, nel senso di raggio d’azione ovviamente.

Le frequenze radio iniziarono a intasarsi e, più di qualcuno, iniziò a tirar sacramenti in quanto, a causa delle interferenze provocate, non si riusciva a guardare la TV. Visto il contesto emergenziale, la Polizia Postale chiudeva tutti gli occhi che aveva, compresi quelli che avrebbero dovuto posarsi sul trasmettitore di Epiradio; a tale proposito, una leggenda narra che, i piloti di un aereo in atterraggio, in attesa di ricevere l’autorizzazione dalla torre, furono allietati dal nostro programma di dediche e richieste.

Dove non riuscivano ad arrivare le onde radio, ci pensavano le nostre biciclette; ricordo di copertoni consumati a son di portare generi di prima necessità e conforto, a chi, non poteva uscire di casa, a causa della quarantena o altre rogne. Otto, stufo di assistere alle numerose cadute del carico e relativo ciclista sopra il medesimo; durante una notte insonne, progettò un piccolo rimorchio da agganciare al tubo della sella. La produzione di quei geniali carrellini iniziò dopo pochi giorni, giusto il tempo per dare modo a Gigi di procurargli, in maniera non proprio legale, i pezzi. Oggi Otto sarebbe finito sui giornali per aver dato vita a una startup innovativa nel settore della mobilità sostenibile mentre Gigi, in galera; inchiodato dai più bravi penalisti al soldo delle fabbriche di Porto Marghera. Ormai sono passati quarant’anni e l’eventuale reato è caduto in prescrizione e poi, le fabbriche, che potrebbero reclamare il maltolto, sono chiuse da decenni.

Marconista ‘na volta, marconista par sempre”. Così analogamente è stato per me “fare radio”, è una di quelle cose che, una volta che inizi a farle, sono per sempre.

Non sono diventato un costruttore di macchine volanti ma, posso comunque asserire di aver fatto volare, almeno con la fantasia, tanta gente; a differenza della televisione, ascoltando la radio sei costretto a immaginare. La fantasia ti fa volare sopra i problemi e i giorni tristi; ti può portare in un attimo in un sacco di posti, basta chiudere gli occhi e, anche una canzonetta senza pretese, può renderti, almeno per un attimo, felice.

Attorno al “ranch” dei Nosea, si è sviluppata la mia azienda; facciamo radio, insegniamo a fare radio e, altre cose per comunicare.

Non ho avuto il coraggio di far demolire il traliccio sopra la soffitta. El Moro aveva chiesto un antenna bella alta e solida e Otto lo accontentò; lo progettò e, insieme a Gigi, lo costruì in tempo record. Per farlo, i due svaligiarono il locale ferovecio e fusero la saldatrice. 

In quel traliccio e nei campi retrostanti ea casa vecia, aleggia lo spirito di mio papà. Non vado mai al cimitero come facevano le mie zie; le persone che non ci sono più, preferisco ricordarle nei luoghi dove sono vissute. Con Otto, non ci siamo mai parlati tanto; mi piaceva però osservarlo mentre, malinconico, vagava tra i campi, per poi, soffermarsi immobile a guardare l’orizzonte, con quell’aria da eterno insoddisfatto; sembrava chiedere alla vita perché non gli avesse dato qualcosa in più.  Quel qualcosa in più, non ho mai capito, in realtà, cosa fosse; non credo aspirasse a un maggiore benessere economico; magari desiderava che il  mondo apprezzasse le sue doti di inventore, o, chissà, semplicemente sognava un grande amore; diverso da quello imposto “d’ufficio”, dalle usanze del tempo. D’altronde, è sempre stato criptico; i suoi ultimi giorni, chiamava ripetutamente una misteriosa Anna; poi, si abbracciava forte da solo, “dai vecio coragio che semo soeo mi e ti”.

Mamma è ancora viva, anche se abita in un mondo tutto suo; un po’ me lo aspettavo, in famiglia è sempre stata l’eterna assente. “Metime su quea cansoneta”, crede ancora che stia dietro un microfono pronto ad accettare dediche e richieste; ovviamente non si ricorda il titolo, per cui, me la canta. “Sta qua ancora un fià, che ‘desso te fasso pan buro e succaro”; è sempre difficile il momento in cui la devo salutare; lasciarle quella mano che stringe forte la mia. 

No sta mai farte meraveja de ‘staltri”; ogni tanto, continua a lanciarmi uno dei suoi classici moniti; tradotto, non pensare mai, “io non farò mai la fine di Tizio o Caio, non sarò mai come loro”; per poi, finire col dire; “no me saria mai immaginà”. Non sempre le cose vanno come te le eri immaginate; però, a una certa cosa, ci tenevo più di tutto. 

Alla fine è successo quello che più temevo; sono praticamente rimasto un mul; avrò costruito tante radio ma, nessuna vera famiglia. Ho cercato di dare la colpa al maledetto 1981 ma, in realtà, nemmeno io ho dato retta al consiglio dello zio Mario. Mi sono fatto frettolosamente incatenare dalle pressioni sociali e dalle mie paure, anziché lasciarmi guidare dal cuore.

Eh si, la paura, è il bubbone che la peste del 1981, ha inesorabilmente lasciato in molte persone. C’è gente che ancora oggi fa fatica ad uscire di casa, vede virus presenti ovunque e continua ad andar in giro coverta. Con la paura; psicoterapeuti più o meno regolari, fabbricanti di medicine o spacciate per tali, governi, sette religiose e, la stessa chiesa; ci sono andati a nozze; per loro, come si dice in dialetto, è ‘na bea teta da monsar.

Da quell’ultimo giorno di carnevale, la paura mi è entrata dentro e non se ne è più andata; ogni strano segnale del corpo, ogni linea di febbre in più, non mi fanno dormire. Si aggiunge poi, la paura di venir condannato alla dannazione eterna, per la colpa di essere uno di quei rotti in culo che è sopravvissuto, a scapito di altri che, non si sono potuti procurare le cure necessarie. 

Tutto questo, ogni tanto, mi fa correre in ceseta. Col passare del tempo ci sono sempre meno certezze e sempre più interrogativi; il silenzio continua a dominare la scena; il rumore del vento fuori, sembra sempre quello di sottofondo di una radio che, non riceve nessun segnale; forse, semplicemente, pur avendo costruito tante radio, non so più ascoltare.

Se non ci fosse la paura però; Francesca, la mia migliore amica, non correrebbe a cercarmi per abbracciarmi.

Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. 

Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. 

Ma su un punto non c’è dubbio. 

Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.

HARUKI MURAKAMI, Kafka sulla spiaggia

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EPIRADIO

Non è la circostanza che conta, ma la lezione appresa. 

Non il simbolo, ma il suo significato. 

Non ciò che è al di fuori, ma ciò che accade dentro.

Richard Bach

Attilio Moro, era per tutti “el moro”; in quanto, moro de nome e de fatto. La carnagione scura e i capelli neri ricci, lo facevano sembrare veramente un africano; una sorta di mutazione genetica dovuta agli anni passati in mezzo al mare, imbarcato come marconista, nelle gigantesche navi porta container. Questo; fino a quando, l’improvvisa morte della siora Wanda, l’aveva costretto a scendere a terra anzitempo per badare al figlio Ivano, mio storico compagno di classe. 

Quella brutta disgrazia, segnò nel contempo, la nascita del mito “AM Elettronica” ovvero, quella che, per noi fioi,era la bottega di babbo natale, nel senso che, dentro quel negozio di balocchi elettronici, trovavi sicuramente qualcosa che avresti voluto farti regalare. Grande appassionato di musica; in un apposito angolo, trovavi le più sofisticate apparecchiature per riprodurla. Era uno spasso andare a fare i compiti da Ivano, nel laboratorio adiacente il negozio; terminate le incombenze scolastiche, sior Attilio ci dava da fare qualche lavoretto che, spesso consisteva nel collaudare gli impianti. Il nostro pezzo preferito per fare i test era nightflight to Venus dei Boney M; manopola del volume a manetta, bastavano i primi trenta secondi per far staccare l’intonaco dal muro. Quando uscivo, mi soffermavo incantato e, nel contempo, triste, ad ammirare il “bobinone” Revox, le mitiche casse Cerwin Vega e gli stereo Marantz color champagne con le loro belle luci blu; avevo la bava alla bocca dal desiderio di portarmene a casa uno ma, sapevo che era una battaglia persa in partenza. Quella volta che, io e Gigi, provammo a buttarla là a Ottorino; per tutta risposta, ci tirò dietro, uno a testa, i suoi pesantissimi zoccoli di legno, che furono di nonno Giovanni; l’uomo aveva una mira infallibile.

A proposito di Otto, mi faceva morire sentire el moro, da bon venesianasso, rivolgersi a lui chiamandolo “vecio”, “coco”, oppure “amore”; se l’avessi fatto io, mi sarebbero arrivati addosso altri zoccoli, più qualcos’altro. 

Mio padre gli perdonava ‘ste confidenze perché, alla fine, ne aveva una profonda stima. Tra “uomini di scienza”, si scambiavano pareri e favori; a volte poi, el moro, forniva a Otto i pezzi per le creazioni che, puntualmente ricambiava con i nostri migliori prodotti agricoli.

Era anche grazie al feeling tra i due che, quel giorno, avevo incassato l’autorizzazione a spendere; pronto ad approfittarne, infilandoci dentro anche qualcos’altro; come si dice, xe ben batar el fero finché el xè caldo.

Marconista ‘na volta, marconista par sempre”, diceva. In effetti, a son di stare per anni, in mezzo all’oceano, a parlare per radio con tutto il mondo; questa, finì per diventare inevitabilmente, l’inseparabile compagna della sua nuova vita “terrestre”.  In giardino, piantò, anziché alberi, una miriade di tralicci pieni zeppi di antenne, delle più svariate specie. Un giorno, gli chiesi cosa ci trovasse di interessante nel passare il tempo libero a trafficare con gli apparati ricetrasmittenti; si tolse gli occhiali e tirò un sospiro; “aea fine, te fa sentir manco soeo”.

Era praticamente il marconista di quartiere e, si può affermare che svolgeva un servizio pubblico; nel senso che, se volevi notizie dal mondo, fresche e non manipolate, ti conveniva passare da lui anziché dar retta ai mass media. Ovviamente, in quel periodo, era in stretto contatto con l’Argentina;

  • Aeora, sior Attilio, cossa xè dise?”
  • Coco, qua, xe va tutto ben; fra un fià… semo ciavai

Rimasi a lungo da solo dentro ea ceseta, in attesa di, non so cosa. Le parole di speranza della biondina si erano ormai dissolte, svanite con lei in sella al suo Ciao Bianco; nella mente erano state rimpiazzate dal “semo ciavai” del moro. Un silenzio imbarazzante, come tra due persone che non si parlano da una vita. Lui sapeva che, sotto, sotto, a spingermi li dentro era stata più la paura per la mia sorte che non quella degli altri. Non credo gli stiano molto simpatici i tipi  che vengono a parlargli solo nel momento del bisogno; quelli, come me, che entrano in chiesa con la scusa del “semo ciavai”, ma che, poi, fanno solo richieste al singolare passando velocemente, senza quasi accorgersene al, “so ciavà”. Chissà; forse prima avrei dovuto chiedergli scusa per non essermi mai prodigato a favore del prossimo, se non nel caso che, quest’ultimo, assumesse le sembianze di una fighetta. Fino a quel momento, avevo procrastinato qualsivoglia servizio a favore della società, al momento in cui mi sarei felicemente sistemato con una bella gnocca; questione di priorità. 

All’ingresso c’era un leggio con un quadernone dove ognuno poteva lasciare i suoi pensieri o, scrivere una preghiera; con la coda dell’occhio, avevo visto la biondina, prima di uscire, armeggiare con la penna; così andai a sbirciare.

La più grande disgrazia che ti possa capitare è di non essere utile a nessuno,

è che la tua vita non serva a nulla.
Raoul Follereau

Più che una preghiera, sembrava un messaggio rivolto a me, giusto per, darme ‘na descantada

Il silenzio continuava a dominare la scena; il rumore del vento fuori, sembrava quello di sottofondo di una radio che, non riceve nessun segnale.

 “Aea fine, te fa sentir manco soeo”; poteva essere Lui che parlava con la voce del moro? Probabile, perché fu in quel momento, che mi balenò in mente una strana idea.

Quel menasfiga della radio, tra le altre cose, aveva detto che i telefoni erano ormai inutilizzabili per sovraccarico delle linee e, la gente non sapeva più a che santo votarsi per comunicare; e qui, poteva entrare in scena el moro.

Non so se fosse stato Lui a chiamarlo in causa ma, l’idea di usare le ricetrasmittenti portatili, quelli che el morochiamava “baracchini”, per far parlare le famiglie tra loro, mi pareva, semplicemente geniale. Una maniera per combattere la solitudine che, si profilava essere pericolosa quanto la malattia, se non di più.  Ora, non sentivo più il vento di prima, faceva più caldo, ed era tornata l’aria primaverile. Ero impaziente di parlarne col moro, pedalai verso la bottega come un professionista; l’ultimo kilometro, tirai volata; a momenti, non mi schiantai contro la vetrina. 

Non avevo quasi più fiato, iniziai frettolosamente, a comunicargli i dettagli dell’appalto per la fornitura, al ranch Nosea, dell’agognata V^ banda e relativi optionals; in modo da passare velocemente all’argomento successivo; quello che mi stava più a cuore. 

Mi guardò in maniera strana, ma poi, rispose alla sua maniera; “sta calmo coco; se el vecio xe ga deciso, ormai el merlo xè in cheba; assime far a mi”.

A quel punto, facendo un gran casino e mangiandomi metà delle parole, gli esposi il progettone; al ché, mi guardò come se mi stesse prendendo per il culo. 

Vecio, ti te si fatto fora tutto el clinton de to pare, par ea soddisfassion de averghe fatto tor, forse, e digo forse, ea teevision a coeori? ‘Scolta, no so se ti ga visto cossa che xe drio sucedar in giro par el mondo; par carità, fame un piasser, va in xò”; due tonfi sordi sul pavimento; erano le mie palle.

Ero talmente frustrato da non accorgermi che Ivano si trovava, da un bel pezzo, alle mie spalle; in mano aveva una rivista di elettronica su la cui copertina campeggiava il titolo, “potente trasmettitore FM”.

  • Podaressimo, invesse, mettar in pie ‘na radio privata”; sparò di brutto il colpo che aveva in canna, sbattendo sul bancone la rivista.
  • Ma, … de quee … dove xè trasmette?”; controbattei ingenuamente.
  • Si, proprio come quee vere
  • Ma … el posto; dove ea cassemo?”
  • In soffitta da ti
  • Fioi bei, me sa che xè un tantin drio pissar fora del bocal”. Quella frase l’avevo già sentita; ma, detta dal sior Attilio Moro, aveva un valore diverso.

Il primo aprile 1981 iniziò l’avventura di Epiradio. Epidemia radio; che, letta in inglese, si trasformava in HappyRadio.

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Cossa Femo?

Zia Maria e zia Antonia, le due sorelle vedove di mio padre, ogni giorno, di prima mattina, con qualsiasi situazione meteo, si recavano a far visita ai loro pori mariti più, ad altri pori, di cui si occupavano su tacito mandato, di personaggi che, non avevano voglia di metter piedi in cimitero anzitempo. Quel giorno, senza nemmeno scendere dalle biciclette, stesero a squarciagola un dettagliato rapporto su ciò che stava avvenendo oltre i confini delle nostre terre; nel senso di campi.

Sior Ugo, el casoin, era senza merce; davanti il panificio dei Faggin c’era stata una rissa per entrare; ea Maria sartora non aveva nemmeno aperto il suo scalcinato negozio di mercerie. Era poi accaduto un fatto sconvolgente; don Fernando, el piovan, le aveva letteralmente buttate fuori dalla chiesa, neanche il tempo di sgranare la prima pallina del rosario; gli ordini impartiti dalla curia erano perentori, chiudere. Le messe erano sospese, forse, in serata, avrebbe parlato il papa; una tragedia mai accaduta prima, nemmeno in tempo di guerra. Da tempi immemori, quelle pie donne, vestite di nero, richiamavano la sfiga da ogni parte del pianeta, riversandola a secchiate sul microcosmo dei Nosea.  ‘Sto giro, stavano superando se stesse; a sentir loro, la gente stava già morendo per strada; se la negatività che emanavano fosse stata gas, saremmo sicuramente saltati in aria tutti.

Cossa femo ‘desso? 

Mi sentii fiero; per la prima volta nella mia vita, venni coinvolto da Ottorino in una importante riunione strategica riguardo il da farsi.

Fortunatamente, l’uomo era tornato in qua, senza dubbio, più positivo rispetto al giorno prima. Aveva realizzato che, “tanto ne toca morir tutti quanti”; mal comune mezzo gaudio. “Xe ea ga da tocarne a tutti; xe meio che ea ghe toca prima a ‘staltri”; il suo proverbiale cinismo, aveva soppiantato la paura; quindi, nell’ottica che, per non essere mangiato dal leone, non è importante correre più veloce di lui ma della persona che ti sta accanto; iniziammo a stendere un piano.

Sul tema degli approvvigionamenti, potevamo stare relativamente tranquilli; tra orto, porsei, gaine e conici, avevamo di che sopravvivere; inoltre, per i generi non autoprodotti, in caso di necessità, si sarebbe potuto ricorrere al baratto.

Sul fatto che, sarebbe stato necessario andar in giro coverti, mi aveva già preceduto. Mise sul tavolo un prototipo di mascherina assemblato usando una vecchia stoffa; all’interno aveva inserito un pezzo di telo che usava per proteggere le piante; non mi stupii che avesse già trovato una soluzione.

Eh si, per certi aspetti, mio padre era uno “avanti”, un creativo; sempre pronto a autocostruirsi, con quello che aveva a disposizione, ciò di cui aveva bisogno; se poi, qualcosa non esisteva, la inventava. Il suo curriculum vantava ad esempio, una macchina per fare la passata di pomodoro alimentata da un motore di lavatrice, un autopompa  per dare il solfato composta da una vecchia carriola e il motore di un tagliaerba; e, ultima trovata per carnevale, un impastatore per fritoe e gaeani, allacciato al trapano elettrico. 

Questo, da parte mia, gli valse il soprannome di Otto, in onore di Otto Lilienthal pioniere dell’aviazione ma anche, di Otto Kruntz lo sfigato inventore, mitico personaggio che spopolava nei fumetti del Corriere dei Ragazzi.

Le sorprese non erano finite, con una mossa degna da mago Silvan, sul tavolo, si materializzarono dal nulla dei fogli a quadretti alquanto sgualciti; “questi xe i conti”, la mano raggrinzita di Otto, me li mise sotto gli occhi. Fino a quel momento, l’argomento schei, ovvero la consistenza dei nostri risparmi, era tabù. Nel corso degli anni, a sentire parlare mio padre, sembrava sempre che, fossimo sull’orlo della povertà più estrema; dando una breve scorsa ai totali scritti su quei fogli, non mi pareva proprio.

L’essere messo al corrente, della situazione finanziaria famigliare, mi inorgoglì non poco; credo che vedesse in me delle doti manageriali nascoste. Dopo averlo, con un certa difficoltà, convinto che, non era necessario prelevare tutto per metterlo in buche sparse, qua e la per i campi; decisi di cogliere l’attimo per fargli allentare, almeno un pochino, i cordoni della borsa; era il momento propizio per giocare la carta della V^ banda.

Dovete sapere che, a proposito di arretratezza socio-culturale, sul tetto di casa nostra, a dispetto dell’esponenziale incremento dei canali televisivi su tutto il  territorio nazionale, c’erano solo due antenne atte a ricevere il I° e II° canale; nulla di più. Da anni eravamo fermi li; sono cresciuto senza poter ricevere Tele Capodistria, e questo, mi ha provocato un notevole danno educativo; senza poter guardare quel canale a tarda sera, per anni sono stato tenuto all’oscuro sui misteri del sesso.

Riguardo quest’ultimo argomento, negli ultimi anni, avevano iniziato a proliferare le TV private, le quali, a detta di amici e conoscenti, a notte inoltrata, proponevano materiale di ottima fattura. Trasmettevano però sulla famigerata V banda e, quell’antenna rettangolare rimaneva una chimera.

Un altro discorso va fatto su ciò che c’era a valle della nostra antenna; una tv a valvole in bianco e nero risalente ai primi anni ’60, con annesso un casseotto pesante 10 Kg, il mitico trasformator. Nemmeno i nostri ricevitori radio erano al top; una, ovviamente a valvole, era talmente grande che sembrava una credenza; in effetti, sopra, mia mamma ci aveva posizionato alcuni oggetti di dubbio gusto. Riceveva solo le onde medie e corte; i nomi delle stazioni, impressi sulla scala della sintonia, probabilmente risalivano al secondo conflitto mondiale. Ne avevamo anche una a transistor, che poteva ricevere l’FM ma, mentre tutti le altri esemplari del mondo arrivavano a 108 MHz; la nostra, non ho mai capito perché, si fermava a 104. Questi erano gli scarsi e rudimentali strumenti che i Nosea avevano a disposizione per mettersi in connessione con il mondo esterno ma, dato che, di come andavano le cose al di fuori del loro mondo, se ne erano sempre fregati; forse erano anche troppi.

Da perfetto avvoltoio, cavalcai la disgrazia che si stava abbattendo sul mondo intero, la giocai sporca; convinsi Otto che, in questa triste situazione, simile alla guerra che aveva vissuto; era meglio avere a disposizione più fonti di informazione possibili, per cui, bisognava dotarsi di nuovi strumenti tecnologici. “Va parlar col Moro”; quattro parole, alla seconda ero già in sella alla bicicletta.

L’euforia per aver ottenuto il nulla osta al nuovo corso della famiglia Nosea, durò veramente poco; giusto il tempo di uscire dal troso. In strada, musi duri ovunque; la sensazione che tutto stava volgendo al peggio era palpabile. Ciano “Segoa” Ballarin non si dilettava più a intonare le arie delle opere; dalla radio celata sotto le cassette di frutta e verdura, non usciva più musica; il conduttore, uno iettatore patentato, probabilmente ex dipendente di un’impresa di pompe funebri, faceva la conta dei morti e, annunciava imminenti disposizioni restrittive emanate dal governo. Serrande chiuse, così pure la gente; qualcuno, quando ti incrociava, faceva di tutto per scansarsi 

In quel periodo, il mio incubo peggiore, era quello di rimanere mul tutta la vita, come zio Mario; zitello non per scelta ma, per pura sfiga. Tanti miei coetanei, avevano già fatto la prima esperienza, alcuni anche la seconda, la terza e la quarta. Invece; per quanto mi riguardava, niente all’orizzonte. 

Non volevo però nemmeno finire come mio fratello, che si era portato in casa quella grima della Mara ovvero, la prima che gli era capitata a tiro. E si, che il vecchio zio Nino, l’aveva avvertito; “varda che ea fame fa brutti schersi”. Anche se cercavo, per quanto possibile, di far tesoro di queste sante parole, la fame, e anche la sete, era tanta. Questo, come accade nel deserto, mi faceva vedere dei miraggi; illusioni, come Francesca che, inesorabilmente erano destinate a svanire nel nulla.

Un silenzio inquietante mi circondava, l’aria tiepida che il giorno prima ci aveva dato la sensazione di un imminente arrivo della primavera, sembrava un ricordo lontano; un vento freddo mi tagliava la faccia, mentre avevo la sensazione di pedalare a vuoto; lo stesso senso di vuoto che all’improvviso mi prese dentro. Tutto, almeno da noi, era appena cominciato; per quanto sarebbe durato? La vista di un triste e spoglio albero solitario a bordo strada era l’emblema di quello che stava accadendo.

Avevo bisogno di vedere qualcuno con cui condividere l’angoscia; ero talmente disperato che mi sarebbero andati bene anche quel cagacazzi di Fabione Busato o, il menagramo del Poletti; tutte persone che, in tempi normali, avrei preferito non incontrare. In alternativa, per stemperare l’ansia e rilassarmi, mi avrebbe fatto piacere ascoltare uno degli improbabili racconti porno di Lele Agnolon detto “el Tinto”, in onore del “maestro”, Tinto Brass. 

Mi venne anche il dubbio di essere l’unico a preoccuparsi; fino a quel momento, non avevo ricevuto nessun segnale di vita dai fioi; solo il vecchio Otto si era degnato di chiedermi cossa femo ?

Pensavo, non sarebbe stato male chiedere, a qualcuno di estremamente competente, “cossa femo?” O meglio, “cossa fasso?”; non restava che chiederlo a Lui.

Se davo retta al mio spirito di adolescente edonista, non mi sarei mai abbassato a tanto; ovviamente, ero mosso più dalla scaga, che da un nobile bisogno interiore. Mi guardai circospetto in giro, non faceva certo figo, farsi vedere a fare una cosa simile. In fin dei conti possedevo una, seppur minima reputazione da mantenere; avevo sempre pubblicamente sostenuto che, andare in chiesa, era roba da vecchi.

In realtà, non avevo nessuna certezza; solo il dubbio che, credere in Dio, non fosse altro che un banalissimo e naturale desiderio di eternità insito in ogni uomo; nulla di più. L’esempio vivente erano le vecchie zie. Giunte a un particolare momento della vita, secondo me, era naturale che desiderassero assicurarsi un posticino sicuro per il poi; questo, si fondeva al bisogno di consolazione, per la vita grama, condotta finora. Io, francamente, fino a quel giorno, avevo altre priorità che pensare all’aldilà, dovevo ancora fare certe eccitanti esperienze nell’aldiquà; poi, semmai, quando sarebbe venuto il momento, avrei sanato i molteplici carichi pendenti, specie quelli riguardanti la morale sessuale, con un pentimento finale.

La paura fa novanta, e io sono sempre stato un vile;  in fin dei conti si trattava di fare solo una piccola deviazione, el troso che portava a San Martin, era vicinissimo. Sapevo che, con molta probabilità, a dispetto delle norme emanate, avrei comunque trovato aperta ea ceseta; inoltre, era mia convinzione che Lui, sarebbe stato più disposto ad ascoltarmi in una remota e piccola filiale di campagna, anziché in una cattedrale.

Neanche a farlo apposta, all’imbocco del piccolo viale alberato, trovai questa frase scritta sul muretto:

“Si può anche non credere a niente, ma ci sono dei momenti nella vita in cui si prega il Dio del primo tempio che ci sta dinanzi.” – Victor Hugo


Mi prese la stessa ansia simile a quelle due o tre volte che ero andato a confessarmi; come se prima di chiedere udienza, dovessi mettere in piazza i miei peccati, mi vergognavo di raccontare sempre le stesse cose. Detestavo chiedere favori a qualcuno, a prescindere dal suo grado nella scala sociale. 

A dire il vero, non era la prima volta che mi recavo a San Martin; da piccolo ci andavo spesso a chiedere che piovesse dal cielo qualche aereo da montar oppure, cosa alla quale tenevo particolarmente, la possibilità di cambiare genitori con due più giovani di età ma, soprattutto, di mentalità.

Era particolarmente difficile evitare di far scricchiolare la vecchia e pesante porta di ingresso, senza far irritare le solite vecie bigotte che, probabilmente, avrei trovato dentro. Restai folgorato quando, quell’unica presenza, una bella biondina con un vistoso Moncler rosso, si voltò di Scatto al mio ingresso; alla faccia delle vecie.

Non sapevo bene come cominciare, anche perché i pensieri erano stati tutti dirottati sulla piacevole sorpresa che la visita alla vecia ceseta de San Martin, mi aveva riservato; come se non bastasse, quella interessante ragazza, uscendo, mi mise la mano sul braccio; “coraggio, passerà anche questa”. Se esistono gli angeli, dedussi, allora esiste anche Dio; mi ricredetti subito, un angelo, per uscire di scena, dispiega e ali, non se ne va a bordo di un chiassoso Ciao bianco.

Rimasi in piedi e in silenzio per molto tempo; non si trattava di un religioso silenzio, semplicemente, l’incontro con la biondina, mi aveva per ben incocaio. Nessun segnale dal grande vecchio, forse non stava trasmettendo; questo, mi fece venire un’idea.

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Quaresima

L’ultimo miglio, fu particolarmente duro; quei tre kilometri abbondanti dalla fermata fino al ranch; così, per tirarmela un po’, chiamavo casa mia, anche in onore di una famosa discoteca della zona; sembravano interminabili. Abitavamo ai margini della città o, come si usa dire da noi, in meso ai glebani. Ai margini, nel senso di isolamento fisico e mentale, lo era pure la mia famiglia. Contadini da molte generazioni, la stirpe, era soprannominata Nosea, dagli alberi di nocciole che il mio trisavolo Giovanni aveva piantato nei pressi della vecchia casa colonica. 

Mamma Bepina, si rifiutò di guardare “Domenica In”; Pippo Baudo aveva sostituito attori, cantanti e ospiti vari, con uno stuolo di camici bianchi che predicavano distanziamento e isolamento; nessun problema, noi Nosea,applicavamo rigorosamente questo protocollo, già dall’inizio del ‘900; ero su una botte di ferro. 

Nonostante ciò, più mi avvicinavo a casa e più la mia ansia montava. C’era chi, comunque, non se ne dava più di tanto pena; “a mi no me ne ciava ‘na sborada”; il capobranco di quel gruppetto di sbaeoni strafatti di birra e, anche di qualcos’altro, espresse in modo chiaro la sua opinione sulla faccenda, suggellandola con un sonoro rutto che fece tremare le vetrate circostanti. Se la ridevano alla grande, neanche si scomposero, quando videro sbucare dall’oscurità, un pulcinella in bicicletta illuminato come un albero di Natale, pronto a buttarli giù tutti come birilli.

Il troso che portava alla, si fa per dire, fattoria, dei Nosea; mi parve ancora più lungo e buio del solito; la sensazione era quella di entrare in un tunnel dove non si sarebbe vista la luce per un bel po’ di tempo.  Anzi, di luce se vedeva una; quella della finestra, rendeva molto nitida la sagoma di mio padre chino sul tavolo della cucina, con le mani sulla fronte.

Non era il caso di entrare; io gli avrei fatto la solita domanda

Cossa ghe xè?”

E lui, con tono tra il pianto e rimprovero, mi avrebbe risposto; 

Ti me domandi anca cossa che ghe xé. Erce!”

Un attimo di silenzio e poi giù la valanga di sensi di colpa.

D’altronde, l’inverno era il periodo del “me toca morir”; quando, bastavano solo due linee di febbre o un po’ di raffreddore per mandarlo via di testa. Diveniva intrattabile e aggressivo, urlava e piangeva nello stesso tempo. Da quando poi, sentì parlare di quel virus misterioso, il lunedì non comprò la Gazzetta dello Sport; del Milan e della Mestrina non gliene fregava più niente.

Era decisamente meglio se me ne stavo ancora un po’ fuori; me ne andai a passeggiare in mezzo ae vide; se non altro perché, non mi andava proprio di dismettere l’abito di Pulcinella. Dentro di me sentivo che quello strano ultimo giorno di carnevale avrebbe significato la fine di un epoca, più o meno gioiosa e spensierata e, l’inizio di un’altra, più o meno triste e incasinata.

Dalla terra saliva un leggero tepore, piccolo segno del risveglio primaverile. Nella tradizione contadina, era il periodo di “batar marso” ovvero, un rito propiziatorio che consisteva nell’andare in giro per i campi, battendo su vari oggetti per creare un forte baccano in grado di svegliare la primavera e richiamarla a ravvivare gli animi dopo il lungo torpore dei mesi invernali. 

“Vegnì fora gente, vegnì in strada a far casoto, a bàtare marso co’ racole, sbàtole, ranéle, bandòti, cerci, tece e pegnate….vegnì, gente…
…par svejar fora i spirìti de la tera e farghe corajo a la rinàssita de la natura, cantando e sonando, so ‘l finir de febraro che xe in ùltima l’inverno”; 
chissà che primavera sarebbe stata. 

Le batterie delle lucette colorate che tappezzavano il vestito, si stavano ormai scaricando, la luce della cucina invece, non accennava a spegnersi; il pericolo di affrontare Ottorino, non era cessato. Cominciava a fare freddo, fortunatamente, a diciassette anni, avevo già un pied à terre in cui potermi rifugiare.

Grazie all’eredità di nonna Regina, mi trovavo, adolescente, nella fortunata condizione di proprietario immobiliare. Il vecchio Ottorino faticò non poco, attraverso conflitti, più o meno civili, a tenere testa a parenti, più o meno conosciuti, che, dopo la morte della nonna, sbucarono all’improvviso da ogni parte del globo terrestre, vantando diritti, più o meno reali, sulla “casa vecia” ovvero, la vecchia casa colonica. Nessuno voleva ammettere che, la nostra famiglia, fu l’unica che si dedicò, anima e corpo a rancurar i veci, come si dice. Alla fine, grazie più al vile denaro che al buonsenso, mio padre vinse la guerra; così, io e mio fratello Gigi, occupammo i territori conquistati.

A Gigi, el grando, che si doveva sposare, toccò il pianterreno, mentre a me, el picoeo, rifilarono la soffitta. Non la presi a male; anzi, quella soffitta, sin da bambino, costituiva un mondo incantato e misterioso; l’averla tutta per me, mi rese immensamente felice.

Anche se malandata e, ancora in parte non abitabile, non ci misi molto a colonizzarla. Divenne lo spazio creativo, dove poter sviluppare ambiziosi progetti; uno fra tutti, quello di costruire aerei. 

Tra me e gli affascinanti oggetti volanti, scoccò la scintilla alla tenera età di sei anni quando, tentando di farlo volare, frantumai in mille pezzi, quel modellino bianco e rosso di mio cugino Giancarlo. Per dirla tutta; in quell’occasione, le prime scintille, scoccarono sul mio culo, provocate dalle possenti mani di Ottorino. Il buon Giancarlo, però, intervenne a mio favore; ormai il danno era fatto, il modellino era spaccato e, il mio culo pure; da vero signore, mi regalò il relitto e pure un tubetto di colla per ripararlo.

Pur se considerata da mio padre ‘na pora insemenia; mamma Bepina, aveva la capacità di leggere dentro i miei sogni. Vedendomi passare parecchio tempo con quell’aereo bianco e rosso che, nel frattempo, a forza di maneggiarlo, aveva perso i connotati tipici del mezzo volante; pensò, che al so’ bocia, quello strano oggetto doveva suscitare un certo interesse. Per cui, alcuni giorni dopo, di ritorno dal mercato, parcheggiò la mitica Atala nera modello 1954, davanti la cartoleria di sior Marton. Vi entrò decisa, chiedendo se, per caso, avesse un “aereo da montar”. Se ne uscì con un bimotore Douglas Boston scala 1/72 della mitica Airfix, dal proibitivo costo di 1.100 Lire. “Tien qua; varda cossa che te go tolto”; non disse altro, anche perché non ne ebbe il tempo; subì un processo da parte di mio padre, rea di avere scialacquato un capitale per acquistare una inutile troiada al figlio.

Quella scatola, oggetto di furibonda discussione, fu la prima di una lunga serie. E’ ancora li, in bella vista, sul mio banco da lavoro; il contenuto invece, fece una brutta fine, incendiato da Fabrizio Zanutto, per simulare un realistico abbattimento in battaglia.

La soffitta non era solo un laboratorio ma, soprattutto un rifugio dove starmene in santa pace da solo; un fortino inattaccabile da qualsivoglia autorità genitoriale e non. 

Dalla finestra, si potevano osservare gli atterraggi e i decolli del vicino aeroporto. Proprio in quel momento, ne avvistai uno in atterraggio; probabilmente, tra gli ultimi ai quali era concesso volare poi, colpevoli veicoli di contagio, sarebbero stati tutti messi a terra.  

Ironia della sorte, l’anno prima in TV era andato in onda il telefilm a puntate “i sopravvissuti”; nell’inquietante sigla del si vedeva viaggiare tranquillamente in aereo, lo scienziato cinese, al quale era sfuggito di mano un virus letale che, da li a poco avrebbe sterminato quasi del tutto l’intera popolazione mondiale.

La pampa argentina sembrava distante anni luce; francamente, non è che me ne ciavasse più di tanto se, alcuni sfigati allevatori di bovini si erano buscati una pericolosa e sconosciuta malattia, trasmessa dalle loro vacche. Come tanti, ero convinto che il tempo e lo spazio fossero  delle formidabili barriere invalicabili invece, era bastato uno dei miei beneamati aerei a portare nel vicino Friuli, in occasione delle vacanze di Natale, alcuni di quegli allevatori di origine italiana, emigrati in Argentina, per farci ripiombare ai tempi della peste del 1600; proprio ora che stavo facendo grandi progetti.

Solo pochi giorni fa, osservando dalla finestra il susseguirsi di atterraggi e decolli, presi una importante decisione riguardo il mio futuro. Nonostante la mia esperienza di costruttore aeronautico, si fosse finora limitata a montaraerei di plastica e uno scanchenico aliante in balsa; eterna opera incompiuta che, probabilmente non volerà mai e, per giunta, mio padre mi avesse pronosticato, alla stregua di mio fratello Gigi, un futuro da tornitore a porto Marghera; ero determinato, una volta finite le superiori, a frequentare ingegneria aerospaziale. Ero alquanto gasato, mi vedevo passare in un attimo dalla scalinata dell’ITIS Pacinotti a quella del Politecnico di Milano, ammesso che quest’ultimo ne avesse una. Mi prefiguravo addirittura il giorno della laurea, circondato da belle gnocche, pronte a saltarmi addosso per spogliarmi; il voto, ovviamente, 110 e lode. Ne parlai entusiasta al sior Ottorino; “fio mio; me par che ti xè drio pissar un fià fora dal bocal”, d’altronde che risposta potevo aspettarmi, da un plurilaureato, psicoterapeuta di fama internazionale come lui. 

Pazienza, oltre a questo, un altro progetto ben più importante era in cantiere, per il quale non servivano, almeno sulla carta, particolari abilità intellettuali né approvazione dei genitori; cuccare come un mandrillo. L’istinto predatorio, era esploso al Lido, tra le capanne della zona A. Quell’estate, visto che in parrocchia non c’era trippa per gatti, mi ero unito alla squadra juniores degli assatanati del bar “da Eros”; devo riconoscere, dei veri professionisti. L’agendina del sindacato metalmeccanici, regalo di Natale del fratellone, si era miracolosamente riempita di nomi femminili, tra i quali Francesca. Per dire la verità, non ne avevo ancora chiamata una, ma, ero più che mai determinato a passare all’azione. Pur non credendo, come dicevano i preti, che sarei diventato cieco, ero comunque stufo delle solite fantasie o, solito ménage, per dirla alla francese.

Ora però, avevo la sensazione che tutta questa faccenda non avrebbe fatto altro che mettermi i bastoni tra le ruote; peccato, proprio nel momento in cui stavo prendendo la rincorsa per fare un grande balzo; ovvero, per dirla in termini aeronautici, un decollo abortito.

Mi sentivo anche un gran pezzo di merda; finché la disgrazia era lontana, non me ne fregava niente. Avevo la soffitta, la mia confort zone, dove poter starmene lontano dalle disavventure della vita. Invece, grazie al balzo di un aereo, ‘sta cosa stava arrivando sotto casa e io, me la stavo facendo sotto. Il mio unico pensiero era quello di salvare me stesso, magari barricandomi nella mia favolosa soffitta.

La mezzanotte era passata, il carnevale finito ed eravamo ufficialmente in quaresima; i preti godevano, potevano ritornare finalmente al centro dell’attenzione, predicando tra nuvole di incenso, la rigorosa osservanza della morale cattolica; questa, ovviamente, era la mia personale sensazione.

Probabilmente, qualcuno di loro, asserirà che tutto ciò che sta accadendo è un castigo divino per i nostri peccati; chissà, magari è vero; probabilmente, accadrà come nel telefilm, moriremo quasi tutti e resteranno solo pochi eletti.

La natura, sembrava fregarsene di quell’imminente pericolo; el morer stava dando i primi segni di risveglio. Io e lui siamo cresciuti praticamente insieme, e forse, per come si stavano mettendo le cose, avrebbe avuto la soddisfazione di vivere più di me; la giusta rivincita della natura sull’uomo alla quale avevamo da sempre pestato i piedi. Forse questo è il peccato che dobbiamo scontare.

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Solaradio – una radio da leggere – Capitolo 11

3 marzo, ultimo giorno di carnevale

Erce! Dove ti va? Vien qua! Sta qua!”. Il vecchio Ottorino poteva sbraitare quanto voleva, ormai avevo quasi 17 anni; praticamente un omo fatto. In realtà, la rivendicazione anagrafica non c’entrava niente, c’era in ballo una grossa occasione; quella sera in piazza san Marco avevo deciso di giocarmi il tutto per tutto, ero carico. Il vestito da Pulcinella versione discodance pieno zeppo di lucette, mi era costato un capitale, fortuna che la manodopera della cugina Franca era gratis. Dopo un giovedì grasso che, in realtà, era stato assai magro; non avevo nessuna intenzione di perdere l’ultimo giorno di carnevale.

Omar Vianello si era impegnato ad arruolare una consistente truppa di fie foreste, ovvero extra parrocchia. Questo, secondo lui, era un grosso vantaggio in quanto, non essendo assoggettate alla morale sessuale cattolica, sarebbero state più disinibite e disponibili. A me la cosa, non interessava particolarmente; le mie aspettative erano altre però, non si poteva mai sapere; come dicono gli inglesi, just in case. Il fatto che l’indomani; a causa de ‘sto fantomatico virus, avrebbero, per sicurezza, chiuso le scuole, non mi preoccupava affatto, anzi. Ci sarebbe stato il compito di matematica e, a seguire, era probabilissimo che il Bonotto mi avrebbe fatto pelo e contropelo; insomma, due sicure incuatae a fogo evitate o, quantomeno rimandate. 

Avevo comunque una certa scaga; a sentire quello che dicevano alla televisione, non bisognava stare tranquilli ma bensì, tenere la guardia alta; questa frase mi martellava il cervello. Fortunatamente, Colombina, al secolo Francesca Zuriato, era presente alla fermata; bastò per allontanare le paranoie e far decollare le fantasie. 

L’84 era stipatissimo, il nostro gruppone l’aveva imbottito per bene tanto che, l’autista iniziò a tirar dritto, facendo cenno ai malcapitati delle altre fermate de tacarse al tram, anche se, a quei tempi, ancora non c’era. Colpa di Omar che aveva invitato mezzo mondo il che, sarebbe stato sopportabile se avesse mantenuto le promesse; invece, come in altre occasioni, le proporzioni erano invertite; si presentarono una decina de fioitravestiti da barbari e un canarino Titti che, in teoria, celava l’unica persona di genere femminile. Finii incastrato tra un barbaro puzzolente; il tipo che lo interpretava, presumo senza grandi sforzi, era riuscito a imitarne perfettamente l’odore, e il culetto di Titti. Dentro le narici e in bocca mi finirono un tot di piume gialle intrise di uno stucchevole Lou Lou; ebbi la conferma che, probabilmente Titti era una fia. Tirai il collo, Francesca era praticamente irraggiungibile; avevo cercato con tutte le mie forze di rimanerle vicino ma, il vortice dei barbari mi trascinò dalla parte opposta del bus; che sfiga, contavo su quella mezzoretta a stretto contatto con lei per cercare de butar el primo sardon.

Avevamo appena imboccato il ponte della libertà, dal finestrino appannato intravidi treni e autobus che tornavano indietro pieni; brutto presentimento. Infatti, l’84 si fermò poco prima di arrivare a Piazzale Roma, un vigile si mise a battere sulla porta facendo cenno all’autista di invertire la marcia. Cominciò a sentirsi una certa agitazione o meglio, la si annusava, nel senso che un miasma invase il bus; “Xe drio cagarve dosso?” dal fondo una voce baritonale fece scoppiare una risata generale. Qualcuno invece iniziò a tossire; “uè, mi sa che ‘sta merda l’è già arrivata cazzo!”; il Poletti, detto el condor, con quel suo accento milanese la chiamava decisamente nera; nella calca non riuscivo nemmeno a portare la mano sulle parti basse per fare il classico rito scaramantico. 

Mi sentivo la fronte calda e un po’ di mal di gola, mi mancava l’aria; per distrarmi e farmi passare la suggestione, iniziai a far fantasie erotiche con una tipa vestita da poliziotta sexy posizionata subito dopo Titti; la minigonna in pelle e le calze a rete contribuirono a far defluire i pensieri e il sangue da un’altra parte del corpo. 

L’autista urlò “fine corsa”; il vecchio 84 si fermò bruscamente giù dalla rampa del cavalcavia, nei pressi del deposito; l’apertura delle porte generò lo stesso effetto di una lattina sottovuoto, venimmo con forza scaraventati fuori, abbandonati a noi stessi. 

Come durante un naufragio, iniziammo a chiamarci e, in breve il gruppo si ricompattò; così mascherati era difficile riconoscerci; in più qualcuno, talmente immedesimato nel suo personaggio, aveva smarrito la propria identità; ovviamente, non ci restava altro da fare che tornarcene a casa a piedi. 

La festa era finita e la felicità cedette il posto alla preoccupazione; ma non per tutti. Il marinaio Denis Zuccarato e la Colombina Francesca Zuriato, si stavano tenendo teneramente per manina, lui poi, sfoderava un sorriso ebete da 42 pollici;  almeno per me, era già arrivata la fine del mondo. Pensare che, quell’estate gliel’avevo presentata io; bastardo rotto in cueo e mi però, gran mona. Mi chiedevo se fra quarant’anni, nel caso fossi stato ancora in vita, avrei ricordato quel martedì grasso del 1981 per il pericolo del virus o la gran sberla morale.

Con tempismo perfetto, mi si avvicinò un nobile veneziano, alias Fabio Busato; noto basabanchi nonché tajatabarri patentato. Mi trovai la punta del suo tricorno infilata dentro l’orecchio, sussurrò sputacchiandomi dentro il timpano che i due, insieme da appena una settimana,  secondo fonti sicure, lo avevano, già fatto. “Fatto cosa?”, lo provocai. “Quella roba la”, biascicò. “Saria che i ga ciavà!”, gli gridai quasi ad assordarlo.  

Eh si, i preti non si stancavano mai di ripetercelo; proibito fare “quelle cose la” prima del matrimonio, si sarebbe finiti tra i condannati alla dannazione eterna; eppure, è assodato che i  più, di questa regola, se ne ciavavano,continuando imperterriti a ciavar. Pure io, da quel momento, continuando a pensare a Francesca, in teoria, ero nel peccato in quanto, contravvenni al nono comandamento “non desiderare la donna d’altri”; come si dice, beco e bastonà.

 “Sempre savuo che el gruppo giovani de A.C. xè un gran troiaio; i unici che no va dee bone semo mi e ti”; quel basabanchi democristiano, mi aveva tolto le parole di bocca. L’amico, zitto, zitto, si avvolse nel mantello e batté in ritirata.  

Il carnevale, spesso, diventa occasione per travestirci, da ciò che vorremmo essere; quasi una temporanea reincarnazione. Fabione, dentro quel vestito ci stava a pennello, rappresentare il panciuto nobile opulento era il suo ruolo per antonomasia; perché, sotto, sotto, covava il desiderio di appartenente a una classe elevata. Avevo il vago sospetto che quell’occhialuto e grasso liceale secchione, considerasse un semplice e volgare studente di meccanica come me, un amico di ripiego.  Ricordo i suoi goffi e inutili tentativi di avvicinarsi a quelli che allora erano i leader del gruppo; a causa del suo bigottismo estremista, nessuno lo cagava; nonostante aspirasse ad amicizie altolocate dovette accontentarsi di me e altri onti di bassa levatura; almeno lo facevamo ridere. Se fosse vissuto nel ‘700, sarebbe stato sicuramente una spia della Serenissima; pronto a denunciare i trasgressori della morale, specie quella sessuale perché, come diceva el poro zio Mario; “a chi no’ ciava, no’ ghe resta altro de sercar de ciavar quei che ciava

Nel frattempo, i nostri barbari avevano attaccato bottone con un gruppo di pupazzi di neve; a sentir loro, il virus non c’entrava niente, dei brigatisti rossi, travestiti da pagliacci, avevano iniziato a buttare delle bombe a mano e a sparare all’impazzata sulla folla accalcata in piazza san Marco, al grido di “abbasso il carnevale imperialista e consumista!!” o, qualcosa del genere.

Dai foi, ‘vanti casa in letto; vee dago mi ‘e brigate rosse”; quel ghebo, non andava certo per il sottile; “ dai morosetti; stacheve, caminar uno davanti e uno da drio”; el Deni si beccò una palettata sul braccio e io godetti come non mai. Fabione, invece, si recò al cospetto dell’altro ghebo della coppia, al fine di presentare formale istanza di chiarimenti, con l’unico risultato di ricevere un bel, “ciccio, comprate el Gasetìn”; si riavvolse nuovamente nel tabarro, niente, quella non era serata per lui. 

Poco più avanti, appoggiato al palo della luce, uno strano personaggio ci osservava; indossava una tonaca nera, un brutto cappello a tesa larga e, una ancora più brutta maschera dal becco lungo; aveva in mano una bacchetta che stava puntando verso il nostro gruppo. Tamara Bonesso mi arrivò alle spalle, sussurrandomi, con tono saccente; “è il medico della peste”, mi corse un brivido lungo la schiena. Mi ricordai di lui, l’anno prima, avevo avuto il dispiacere di conoscerlo nel corso della visita a “Venezia e la peste”; mostra che, con grande entusiasmo, visitammo trascinati a forza da quella di lettere. Ebbi l’impressione che el dotor ce l’avesse con me; ci scambiammo brevemente un’occhiata però, ’sto giro, avevo le mani libere e riuscii a toccarmi per benino.

Disattendendo in pieno le indicazioni dei due ghebi, andammo in piazza Ferretto con la speranza di ritrovare un pochino di quel martedì grasso perduto. All’ingresso, sbarravano la strada un paio di volanti della Polizia più quattro ghebi che, se ne stavano con le braccia conserte quasi a dirci; “provate a venire avanti se avete il coraggio”. 

D’improvviso, alle nostre spalle, una musica lugubre; da due pullman stavano scendendo decine di sassofonisti con addosso una tuta bianca e una maschera nera liscia che rendeva il loro volto privo di lineamenti. Il vederli faceva venire in mente quelli che, vestiti allo stesso modo, portavano via i cadaveri dalle strade di Buenos Aires. “Mamma che brutti!”; Francesca mi abbracciò tutta terrorizzata; ringraziai la Biennale , il sindaco e pure l’intera giunta, per aver voluto, a tutti i costi, la partecipazione degli Urban Sax, al Carnevale di Venezia 1981.

Uno dei barbari si parò davanti agli inquietanti e tristi musicisti; con aria di sfida attaccò a squarciagola; “Eh meu amigo, Charlie, Eh meu amigo, Charlie Brown, Charlie Brown”; uno dopo l’altro, ci attaccammo al nostro prode guerriero. Durò poco, alle prime note di “Brasil, piantemo i bisi col fusil”, i fischi dei ghebi, fecero inesorabilmente deragliare quell’unico e brevissimo gioioso trenino dell’ultimo giorno di carnevale del 1981.

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Immagini scattate dal 23 febbraio 2020 al 1 giugno 2020, a stretto giro

… di cammino

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23 febbraio 2020

E la gente rimase a casa
e lesse libri e ascoltò
e si riposò e fece esercizi
e fece arte e giocò
e imparò nuovi modi di essere
e si fermò
e ascoltò più in profondità
qualcuno meditava
qualcuno pregava
qualcuno ballava
qualcuno incontrò la propria ombra
e la gente cominciò a pensare in modo differente
e la gente guarì.

Kathleen O’Meara


Tutto si è fermato ..

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Non siamo nati per lavorare incessantemente, carichi di rabbia, senza fermarci mai, con la sensazione che ci manchi qualcosa, come se avessimo buttato via la nostra vita, mentre ci affrettiamo verso la morte in preda a un senso di inadeguatezza.
Banana Yoshimoto

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Volenti o nolenti l’abbandono ci introduce, dal primo momento in cui lo subiamo, in una terra desolata che non conoscevamo, ci fa ascoltare un timbro inedito della disperazione e della fatica dell’esistere e del desiderare.”
Emanuele Trevi

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L’essere umano deve sempre affrontare due grandi problemi: il primo è sapere quando cominciare; il secondo è capire quando fermarsi.
Paulo Coelho

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La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità.
Papa Francesco;  meditazione dal sagrato della Basilica di San Pietro, Venerdì, 27 marzo 2020


Non bisogna allontanarsi da casa ma solo dagli altri ..

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Confinarsi nel proprio silenzio 
Soffocando 
i dubbi 
le idee 
le emozioni 
con la speranza che torni tutto alla normalità 
ascoltare frasi 
dettate al vento 
da labbra aride 
come note di musica 
destinata a dissolversi nel nulla 
percepirne 
le dure sensazioni 
che colpiscono l’anima 
come morsa devastatrice 
induttori di malessere 
di solitudine 
di malinconia 
evanescenti per chi vive al cospetto 
di un mondo così tecnologico 
devastanti per chi ricerca la purezza 
di un sorriso umano 
che può smettere di esistere 
confinandosi 
nel proprio silenzio 
Anonimo’88 

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 La solitudine è ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno
Jim Morrison


200 metri …c’è un campo dietro casa …

La nostra meta non è mai un luogo, ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose.
Henry Miller

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Se desideri vedere le valli, sali sulla cima della montagna. Se vuoi vedere la cima della montagna, sollevati fin sopra la nuvola. Ma se cerchi di capire la nuvola, chiudi gli occhi e pensa.
Khalil Gibran

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Uno sguardo dalla finestra ..

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Finché esisteranno finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà.
(Amélie Nothomb)

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COVID-19; Let it be – Il Racconto – LEGGI

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Le finestre spalancate, la leggerezza, l’equilibrio sottile. Non pensare a niente e allo stesso tempo avere tutto il cielo negli occhi.
Fabrizio Caramagna

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Le finestre a volte non hanno imposte, si aprono su orizzonti ben più larghi di quelli reali.
Antonio Tabucchi

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La mia casa è piccola ma le sue finestre si aprono su un mondo infinito.
(Confucio)

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Staremo accanto alla finestra
dritti nell’aria della sera
ritorneremo a respirare
ritroveremo la maniera.
(Ivano Fossati)

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Quei giorni che nascono morbidi, senza pretese. In cui hai voglia di sdraiarti vicino a una finestra e lasciar passare le ore di fianco.
Fabrizio Caramagna


Finalmente … incontrarsi di nuovo

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Ma quando penso a te, mio caro amico, ciò che era perduto è ritrovato, e ogni dolore ha fine.
William Shakespeare


… e uscire

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Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella “zona grigia” in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi. Rita Levi Montalcini


Ricominciare …

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Non serve strappare le pagine della vita, basta saper voltar pagina e ricominciare.
Jim Morrison

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Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.
José Saramago

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1 giugno 2020

E senti allora,
se pure ti ripetono che puoi
fermarti a mezza via o in alto mare,
che non c’è sosta per noi,
ma strada, ancora strada,
e che il cammino è sempre da ricominciare.
Eugenio Montale
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