La pandemia del 1981 – parte III

Solaradio – una radio da leggere – Capitolo 11

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Cossa Femo?

Zia Maria e zia Antonia, le due sorelle vedove di mio padre, ogni giorno, di prima mattina, con qualsiasi situazione meteo, si recavano a far visita ai loro pori mariti più, ad altri pori, di cui si occupavano su tacito mandato, di personaggi che, non avevano voglia di metter piedi in cimitero anzitempo. Quel giorno, senza nemmeno scendere dalle biciclette, stesero a squarciagola un dettagliato rapporto su ciò che stava avvenendo oltre i confini delle nostre terre; nel senso di campi.

Sior Ugo, el casoin, era senza merce; davanti il panificio dei Faggin c’era stata una rissa per entrare; ea Maria sartora non aveva nemmeno aperto il suo scalcinato negozio di mercerie. Era poi accaduto un fatto sconvolgente; don Fernando, el piovan, le aveva letteralmente buttate fuori dalla chiesa, neanche il tempo di sgranare la prima pallina del rosario; gli ordini impartiti dalla curia erano perentori, chiudere. Le messe erano sospese, forse, in serata, avrebbe parlato il papa; una tragedia mai accaduta prima, nemmeno in tempo di guerra. Da tempi immemori, quelle pie donne, vestite di nero, richiamavano la sfiga da ogni parte del pianeta, riversandola a secchiate sul microcosmo dei Nosea.  ‘Sto giro, stavano superando se stesse; a sentir loro, la gente stava già morendo per strada; se la negatività che emanavano fosse stata gas, saremmo sicuramente saltati in aria tutti.

Cossa femo ‘desso? 

Mi sentii fiero; per la prima volta nella mia vita, venni coinvolto da Ottorino in una importante riunione strategica riguardo il da farsi.

Fortunatamente, l’uomo era tornato in qua, senza dubbio, più positivo rispetto al giorno prima. Aveva realizzato che, “tanto ne toca morir tutti quanti”; mal comune mezzo gaudio. “Xe ea ga da tocarne a tutti; xe meio che ea ghe toca prima a ‘staltri”; il suo proverbiale cinismo, aveva soppiantato la paura; quindi, nell’ottica che, per non essere mangiato dal leone, non è importante correre più veloce di lui ma della persona che ti sta accanto; iniziammo a stendere un piano.

Sul tema degli approvvigionamenti, potevamo stare relativamente tranquilli; tra orto, porsei, gaine e conici, avevamo di che sopravvivere; inoltre, per i generi non autoprodotti, in caso di necessità, si sarebbe potuto ricorrere al baratto.

Sul fatto che, sarebbe stato necessario andar in giro coverti, mi aveva già preceduto. Mise sul tavolo un prototipo di mascherina assemblato usando una vecchia stoffa; all’interno aveva inserito un pezzo di telo che usava per proteggere le piante; non mi stupii che avesse già trovato una soluzione.

Eh si, per certi aspetti, mio padre era uno “avanti”, un creativo; sempre pronto a autocostruirsi, con quello che aveva a disposizione, ciò di cui aveva bisogno; se poi, qualcosa non esisteva, la inventava. Il suo curriculum vantava ad esempio, una macchina per fare la passata di pomodoro alimentata da un motore di lavatrice, un autopompa  per dare il solfato composta da una vecchia carriola e il motore di un tagliaerba; e, ultima trovata per carnevale, un impastatore per fritoe e gaeani, allacciato al trapano elettrico. 

Questo, da parte mia, gli valse il soprannome di Otto, in onore di Otto Lilienthal pioniere dell’aviazione ma anche, di Otto Kruntz lo sfigato inventore, mitico personaggio che spopolava nei fumetti del Corriere dei Ragazzi.

Le sorprese non erano finite, con una mossa degna da mago Silvan, sul tavolo, si materializzarono dal nulla dei fogli a quadretti alquanto sgualciti; “questi xe i conti”, la mano raggrinzita di Otto, me li mise sotto gli occhi. Fino a quel momento, l’argomento schei, ovvero la consistenza dei nostri risparmi, era tabù. Nel corso degli anni, a sentire parlare mio padre, sembrava sempre che, fossimo sull’orlo della povertà più estrema; dando una breve scorsa ai totali scritti su quei fogli, non mi pareva proprio.

L’essere messo al corrente, della situazione finanziaria famigliare, mi inorgoglì non poco; credo che vedesse in me delle doti manageriali nascoste. Dopo averlo, con un certa difficoltà, convinto che, non era necessario prelevare tutto per metterlo in buche sparse, qua e la per i campi; decisi di cogliere l’attimo per fargli allentare, almeno un pochino, i cordoni della borsa; era il momento propizio per giocare la carta della V^ banda.

Dovete sapere che, a proposito di arretratezza socio-culturale, sul tetto di casa nostra, a dispetto dell’esponenziale incremento dei canali televisivi su tutto il  territorio nazionale, c’erano solo due antenne atte a ricevere il I° e II° canale; nulla di più. Da anni eravamo fermi li; sono cresciuto senza poter ricevere Tele Capodistria, e questo, mi ha provocato un notevole danno educativo; senza poter guardare quel canale a tarda sera, per anni sono stato tenuto all’oscuro sui misteri del sesso.

Riguardo quest’ultimo argomento, negli ultimi anni, avevano iniziato a proliferare le TV private, le quali, a detta di amici e conoscenti, a notte inoltrata, proponevano materiale di ottima fattura. Trasmettevano però sulla famigerata V banda e, quell’antenna rettangolare rimaneva una chimera.

Un altro discorso va fatto su ciò che c’era a valle della nostra antenna; una tv a valvole in bianco e nero risalente ai primi anni ’60, con annesso un casseotto pesante 10 Kg, il mitico trasformator. Nemmeno i nostri ricevitori radio erano al top; una, ovviamente a valvole, era talmente grande che sembrava una credenza; in effetti, sopra, mia mamma ci aveva posizionato alcuni oggetti di dubbio gusto. Riceveva solo le onde medie e corte; i nomi delle stazioni, impressi sulla scala della sintonia, probabilmente risalivano al secondo conflitto mondiale. Ne avevamo anche una a transistor, che poteva ricevere l’FM ma, mentre tutti le altri esemplari del mondo arrivavano a 108 MHz; la nostra, non ho mai capito perché, si fermava a 104. Questi erano gli scarsi e rudimentali strumenti che i Nosea avevano a disposizione per mettersi in connessione con il mondo esterno ma, dato che, di come andavano le cose al di fuori del loro mondo, se ne erano sempre fregati; forse erano anche troppi.

Da perfetto avvoltoio, cavalcai la disgrazia che si stava abbattendo sul mondo intero, la giocai sporca; convinsi Otto che, in questa triste situazione, simile alla guerra che aveva vissuto; era meglio avere a disposizione più fonti di informazione possibili, per cui, bisognava dotarsi di nuovi strumenti tecnologici. “Va parlar col Moro”; quattro parole, alla seconda ero già in sella alla bicicletta.

L’euforia per aver ottenuto il nulla osta al nuovo corso della famiglia Nosea, durò veramente poco; giusto il tempo di uscire dal troso. In strada, musi duri ovunque; la sensazione che tutto stava volgendo al peggio era palpabile. Ciano “Segoa” Ballarin non si dilettava più a intonare le arie delle opere; dalla radio celata sotto le cassette di frutta e verdura, non usciva più musica; il conduttore, uno iettatore patentato, probabilmente ex dipendente di un’impresa di pompe funebri, faceva la conta dei morti e, annunciava imminenti disposizioni restrittive emanate dal governo. Serrande chiuse, così pure la gente; qualcuno, quando ti incrociava, faceva di tutto per scansarsi 

In quel periodo, il mio incubo peggiore, era quello di rimanere mul tutta la vita, come zio Mario; zitello non per scelta ma, per pura sfiga. Tanti miei coetanei, avevano già fatto la prima esperienza, alcuni anche la seconda, la terza e la quarta. Invece; per quanto mi riguardava, niente all’orizzonte. 

Non volevo però nemmeno finire come mio fratello, che si era portato in casa quella grima della Mara ovvero, la prima che gli era capitata a tiro. E si, che il vecchio zio Nino, l’aveva avvertito; “varda che ea fame fa brutti schersi”. Anche se cercavo, per quanto possibile, di far tesoro di queste sante parole, la fame, e anche la sete, era tanta. Questo, come accade nel deserto, mi faceva vedere dei miraggi; illusioni, come Francesca che, inesorabilmente erano destinate a svanire nel nulla.

Un silenzio inquietante mi circondava, l’aria tiepida che il giorno prima ci aveva dato la sensazione di un imminente arrivo della primavera, sembrava un ricordo lontano; un vento freddo mi tagliava la faccia, mentre avevo la sensazione di pedalare a vuoto; lo stesso senso di vuoto che all’improvviso mi prese dentro. Tutto, almeno da noi, era appena cominciato; per quanto sarebbe durato? La vista di un triste e spoglio albero solitario a bordo strada era l’emblema di quello che stava accadendo.

Avevo bisogno di vedere qualcuno con cui condividere l’angoscia; ero talmente disperato che mi sarebbero andati bene anche quel cagacazzi di Fabione Busato o, il menagramo del Poletti; tutte persone che, in tempi normali, avrei preferito non incontrare. In alternativa, per stemperare l’ansia e rilassarmi, mi avrebbe fatto piacere ascoltare uno degli improbabili racconti porno di Lele Agnolon detto “el Tinto”, in onore del “maestro”, Tinto Brass. 

Mi venne anche il dubbio di essere l’unico a preoccuparsi; fino a quel momento, non avevo ricevuto nessun segnale di vita dai fioi; solo il vecchio Otto si era degnato di chiedermi cossa femo ?

Pensavo, non sarebbe stato male chiedere, a qualcuno di estremamente competente, “cossa femo?” O meglio, “cossa fasso?”; non restava che chiederlo a Lui.

Se davo retta al mio spirito di adolescente edonista, non mi sarei mai abbassato a tanto; ovviamente, ero mosso più dalla scaga, che da un nobile bisogno interiore. Mi guardai circospetto in giro, non faceva certo figo, farsi vedere a fare una cosa simile. In fin dei conti possedevo una, seppur minima reputazione da mantenere; avevo sempre pubblicamente sostenuto che, andare in chiesa, era roba da vecchi.

In realtà, non avevo nessuna certezza; solo il dubbio che, credere in Dio, non fosse altro che un banalissimo e naturale desiderio di eternità insito in ogni uomo; nulla di più. L’esempio vivente erano le vecchie zie. Giunte a un particolare momento della vita, secondo me, era naturale che desiderassero assicurarsi un posticino sicuro per il poi; questo, si fondeva al bisogno di consolazione, per la vita grama, condotta finora. Io, francamente, fino a quel giorno, avevo altre priorità che pensare all’aldilà, dovevo ancora fare certe eccitanti esperienze nell’aldiquà; poi, semmai, quando sarebbe venuto il momento, avrei sanato i molteplici carichi pendenti, specie quelli riguardanti la morale sessuale, con un pentimento finale.

La paura fa novanta, e io sono sempre stato un vile;  in fin dei conti si trattava di fare solo una piccola deviazione, el troso che portava a San Martin, era vicinissimo. Sapevo che, con molta probabilità, a dispetto delle norme emanate, avrei comunque trovato aperta ea ceseta; inoltre, era mia convinzione che Lui, sarebbe stato più disposto ad ascoltarmi in una remota e piccola filiale di campagna, anziché in una cattedrale.

Neanche a farlo apposta, all’imbocco del piccolo viale alberato, trovai questa frase scritta sul muretto:

“Si può anche non credere a niente, ma ci sono dei momenti nella vita in cui si prega il Dio del primo tempio che ci sta dinanzi.” – Victor Hugo


Mi prese la stessa ansia simile a quelle due o tre volte che ero andato a confessarmi; come se prima di chiedere udienza, dovessi mettere in piazza i miei peccati, mi vergognavo di raccontare sempre le stesse cose. Detestavo chiedere favori a qualcuno, a prescindere dal suo grado nella scala sociale. 

A dire il vero, non era la prima volta che mi recavo a San Martin; da piccolo ci andavo spesso a chiedere che piovesse dal cielo qualche aereo da montar oppure, cosa alla quale tenevo particolarmente, la possibilità di cambiare genitori con due più giovani di età ma, soprattutto, di mentalità.

Era particolarmente difficile evitare di far scricchiolare la vecchia e pesante porta di ingresso, senza far irritare le solite vecie bigotte che, probabilmente, avrei trovato dentro. Restai folgorato quando, quell’unica presenza, una bella biondina con un vistoso Moncler rosso, si voltò di Scatto al mio ingresso; alla faccia delle vecie.

Non sapevo bene come cominciare, anche perché i pensieri erano stati tutti dirottati sulla piacevole sorpresa che la visita alla vecia ceseta de San Martin, mi aveva riservato; come se non bastasse, quella interessante ragazza, uscendo, mi mise la mano sul braccio; “coraggio, passerà anche questa”. Se esistono gli angeli, dedussi, allora esiste anche Dio; mi ricredetti subito, un angelo, per uscire di scena, dispiega e ali, non se ne va a bordo di un chiassoso Ciao bianco.

Rimasi in piedi e in silenzio per molto tempo; non si trattava di un religioso silenzio, semplicemente, l’incontro con la biondina, mi aveva per ben incocaio. Nessun segnale dal grande vecchio, forse non stava trasmettendo; questo, mi fece venire un’idea.

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