La pandemia del 1981

Solaradio – una radio da leggere – Capitolo 11

3 marzo, ultimo giorno di carnevale

Erce! Dove ti va? Vien qua! Sta qua!”. Il vecchio Ottorino poteva sbraitare quanto voleva, ormai avevo quasi 17 anni; praticamente un omo fatto. In realtà, la rivendicazione anagrafica non c’entrava niente, c’era in ballo una grossa occasione; quella sera in piazza san Marco avevo deciso di giocarmi il tutto per tutto, ero carico. Il vestito da Pulcinella versione discodance pieno zeppo di lucette, mi era costato un capitale, fortuna che la manodopera della cugina Franca era gratis. Dopo un giovedì grasso che, in realtà, era stato assai magro; non avevo nessuna intenzione di perdere l’ultimo giorno di carnevale.

Omar Vianello si era impegnato ad arruolare una consistente truppa di fie foreste, ovvero extra parrocchia. Questo, secondo lui, era un grosso vantaggio in quanto, non essendo assoggettate alla morale sessuale cattolica, sarebbero state più disinibite e disponibili. A me la cosa, non interessava particolarmente; le mie aspettative erano altre però, non si poteva mai sapere; come dicono gli inglesi, just in case. Il fatto che l’indomani; a causa de ‘sto fantomatico virus, avrebbero, per sicurezza, chiuso le scuole, non mi preoccupava affatto, anzi. Ci sarebbe stato il compito di matematica e, a seguire, era probabilissimo che il Bonotto mi avrebbe fatto pelo e contropelo; insomma, due sicure incuatae a fogo evitate o, quantomeno rimandate. 

Avevo comunque una certa scaga; a sentire quello che dicevano alla televisione, non bisognava stare tranquilli ma bensì, tenere la guardia alta; questa frase mi martellava il cervello. Fortunatamente, Colombina, al secolo Francesca Zuriato, era presente alla fermata; bastò per allontanare le paranoie e far decollare le fantasie. 

L’84 era stipatissimo, il nostro gruppone l’aveva imbottito per bene tanto che, l’autista iniziò a tirar dritto, facendo cenno ai malcapitati delle altre fermate de tacarse al tram, anche se, a quei tempi, ancora non c’era. Colpa di Omar che aveva invitato mezzo mondo il che, sarebbe stato sopportabile se avesse mantenuto le promesse; invece, come in altre occasioni, le proporzioni erano invertite; si presentarono una decina de fioitravestiti da barbari e un canarino Titti che, in teoria, celava l’unica persona di genere femminile. Finii incastrato tra un barbaro puzzolente; il tipo che lo interpretava, presumo senza grandi sforzi, era riuscito a imitarne perfettamente l’odore, e il culetto di Titti. Dentro le narici e in bocca mi finirono un tot di piume gialle intrise di uno stucchevole Lou Lou; ebbi la conferma che, probabilmente Titti era una fia. Tirai il collo, Francesca era praticamente irraggiungibile; avevo cercato con tutte le mie forze di rimanerle vicino ma, il vortice dei barbari mi trascinò dalla parte opposta del bus; che sfiga, contavo su quella mezzoretta a stretto contatto con lei per cercare de butar el primo sardon.

Avevamo appena imboccato il ponte della libertà, dal finestrino appannato intravidi treni e autobus che tornavano indietro pieni; brutto presentimento. Infatti, l’84 si fermò poco prima di arrivare a Piazzale Roma, un vigile si mise a battere sulla porta facendo cenno all’autista di invertire la marcia. Cominciò a sentirsi una certa agitazione o meglio, la si annusava, nel senso che un miasma invase il bus; “Xe drio cagarve dosso?” dal fondo una voce baritonale fece scoppiare una risata generale. Qualcuno invece iniziò a tossire; “uè, mi sa che ‘sta merda l’è già arrivata cazzo!”; il Poletti, detto el condor, con quel suo accento milanese la chiamava decisamente nera; nella calca non riuscivo nemmeno a portare la mano sulle parti basse per fare il classico rito scaramantico. 

Mi sentivo la fronte calda e un po’ di mal di gola, mi mancava l’aria; per distrarmi e farmi passare la suggestione, iniziai a far fantasie erotiche con una tipa vestita da poliziotta sexy posizionata subito dopo Titti; la minigonna in pelle e le calze a rete contribuirono a far defluire i pensieri e il sangue da un’altra parte del corpo. 

L’autista urlò “fine corsa”; il vecchio 84 si fermò bruscamente giù dalla rampa del cavalcavia, nei pressi del deposito; l’apertura delle porte generò lo stesso effetto di una lattina sottovuoto, venimmo con forza scaraventati fuori, abbandonati a noi stessi. 

Come durante un naufragio, iniziammo a chiamarci e, in breve il gruppo si ricompattò; così mascherati era difficile riconoscerci; in più qualcuno, talmente immedesimato nel suo personaggio, aveva smarrito la propria identità; ovviamente, non ci restava altro da fare che tornarcene a casa a piedi. 

La festa era finita e la felicità cedette il posto alla preoccupazione; ma non per tutti. Il marinaio Denis Zuccarato e la Colombina Francesca Zuriato, si stavano tenendo teneramente per manina, lui poi, sfoderava un sorriso ebete da 42 pollici;  almeno per me, era già arrivata la fine del mondo. Pensare che, quell’estate gliel’avevo presentata io; bastardo rotto in cueo e mi però, gran mona. Mi chiedevo se fra quarant’anni, nel caso fossi stato ancora in vita, avrei ricordato quel martedì grasso del 1981 per il pericolo del virus o la gran sberla morale.

Con tempismo perfetto, mi si avvicinò un nobile veneziano, alias Fabio Busato; noto basabanchi nonché tajatabarri patentato. Mi trovai la punta del suo tricorno infilata dentro l’orecchio, sussurrò sputacchiandomi dentro il timpano che i due, insieme da appena una settimana,  secondo fonti sicure, lo avevano, già fatto. “Fatto cosa?”, lo provocai. “Quella roba la”, biascicò. “Saria che i ga ciavà!”, gli gridai quasi ad assordarlo.  

Eh si, i preti non si stancavano mai di ripetercelo; proibito fare “quelle cose la” prima del matrimonio, si sarebbe finiti tra i condannati alla dannazione eterna; eppure, è assodato che i  più, di questa regola, se ne ciavavano,continuando imperterriti a ciavar. Pure io, da quel momento, continuando a pensare a Francesca, in teoria, ero nel peccato in quanto, contravvenni al nono comandamento “non desiderare la donna d’altri”; come si dice, beco e bastonà.

 “Sempre savuo che el gruppo giovani de A.C. xè un gran troiaio; i unici che no va dee bone semo mi e ti”; quel basabanchi democristiano, mi aveva tolto le parole di bocca. L’amico, zitto, zitto, si avvolse nel mantello e batté in ritirata.  

Il carnevale, spesso, diventa occasione per travestirci, da ciò che vorremmo essere; quasi una temporanea reincarnazione. Fabione, dentro quel vestito ci stava a pennello, rappresentare il panciuto nobile opulento era il suo ruolo per antonomasia; perché, sotto, sotto, covava il desiderio di appartenente a una classe elevata. Avevo il vago sospetto che quell’occhialuto e grasso liceale secchione, considerasse un semplice e volgare studente di meccanica come me, un amico di ripiego.  Ricordo i suoi goffi e inutili tentativi di avvicinarsi a quelli che allora erano i leader del gruppo; a causa del suo bigottismo estremista, nessuno lo cagava; nonostante aspirasse ad amicizie altolocate dovette accontentarsi di me e altri onti di bassa levatura; almeno lo facevamo ridere. Se fosse vissuto nel ‘700, sarebbe stato sicuramente una spia della Serenissima; pronto a denunciare i trasgressori della morale, specie quella sessuale perché, come diceva el poro zio Mario; “a chi no’ ciava, no’ ghe resta altro de sercar de ciavar quei che ciava

Nel frattempo, i nostri barbari avevano attaccato bottone con un gruppo di pupazzi di neve; a sentir loro, il virus non c’entrava niente, dei brigatisti rossi, travestiti da pagliacci, avevano iniziato a buttare delle bombe a mano e a sparare all’impazzata sulla folla accalcata in piazza san Marco, al grido di “abbasso il carnevale imperialista e consumista!!” o, qualcosa del genere.

Dai foi, ‘vanti casa in letto; vee dago mi ‘e brigate rosse”; quel ghebo, non andava certo per il sottile; “ dai morosetti; stacheve, caminar uno davanti e uno da drio”; el Deni si beccò una palettata sul braccio e io godetti come non mai. Fabione, invece, si recò al cospetto dell’altro ghebo della coppia, al fine di presentare formale istanza di chiarimenti, con l’unico risultato di ricevere un bel, “ciccio, comprate el Gasetìn”; si riavvolse nuovamente nel tabarro, niente, quella non era serata per lui. 

Poco più avanti, appoggiato al palo della luce, uno strano personaggio ci osservava; indossava una tonaca nera, un brutto cappello a tesa larga e, una ancora più brutta maschera dal becco lungo; aveva in mano una bacchetta che stava puntando verso il nostro gruppo. Tamara Bonesso mi arrivò alle spalle, sussurrandomi, con tono saccente; “è il medico della peste”, mi corse un brivido lungo la schiena. Mi ricordai di lui, l’anno prima, avevo avuto il dispiacere di conoscerlo nel corso della visita a “Venezia e la peste”; mostra che, con grande entusiasmo, visitammo trascinati a forza da quella di lettere. Ebbi l’impressione che el dotor ce l’avesse con me; ci scambiammo brevemente un’occhiata però, ’sto giro, avevo le mani libere e riuscii a toccarmi per benino.

Disattendendo in pieno le indicazioni dei due ghebi, andammo in piazza Ferretto con la speranza di ritrovare un pochino di quel martedì grasso perduto. All’ingresso, sbarravano la strada un paio di volanti della Polizia più quattro ghebi che, se ne stavano con le braccia conserte quasi a dirci; “provate a venire avanti se avete il coraggio”. 

D’improvviso, alle nostre spalle, una musica lugubre; da due pullman stavano scendendo decine di sassofonisti con addosso una tuta bianca e una maschera nera liscia che rendeva il loro volto privo di lineamenti. Il vederli faceva venire in mente quelli che, vestiti allo stesso modo, portavano via i cadaveri dalle strade di Buenos Aires. “Mamma che brutti!”; Francesca mi abbracciò tutta terrorizzata; ringraziai la Biennale , il sindaco e pure l’intera giunta, per aver voluto, a tutti i costi, la partecipazione degli Urban Sax, al Carnevale di Venezia 1981.

Uno dei barbari si parò davanti agli inquietanti e tristi musicisti; con aria di sfida attaccò a squarciagola; “Eh meu amigo, Charlie, Eh meu amigo, Charlie Brown, Charlie Brown”; uno dopo l’altro, ci attaccammo al nostro prode guerriero. Durò poco, alle prime note di “Brasil, piantemo i bisi col fusil”, i fischi dei ghebi, fecero inesorabilmente deragliare quell’unico e brevissimo gioioso trenino dell’ultimo giorno di carnevale del 1981.

Vai alla II^ PARTE

Indice del libro

HOME

Pubblicato da

1 commento su “La pandemia del 1981”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...