Il mare non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua inquietudine
Joseph Conrad

Del mare ho paura.
Paura della sua immensità senza confini, di quell’orizzonte che sfugge allo sguardo e sembra proseguire oltre ogni mio pensiero.
Temo la sua profondità, il sommerso che non posso scorgere.
Temo che possa inghiottirmi, prendersi la mia vita, facendomi sparire per sempre.

È allora che arriva il timore più grande: la risacca. La sento sfiorarmi le gambe e immagino subito quelle correnti come braccia possenti e invisibili, capaci di trascinarmi lontano dalla riva, lontano dalle mie certezze, dentro un infinito ignoto da cui non saprei tornare.

Del mare temo tutto ciò che rappresenta: quello che non posso controllare, che non riesco a prevedere.
Temo le profondità dell’anima quanto quelle dell’acqua.
Temo i sentimenti che mi attraversano senza chiedere il permesso, i cambiamenti che dissolvono le coste familiari della mia esistenza.
Di fronte al mare mi sento infinitamente piccolo, quasi superfluo. Mi domando spesso quale sia il mio posto in questa immensità e cosa ci faccia in questo mondo, davanti a un orizzonte che esisteva molto prima di me e continuerà a respirare quando io sarò soltanto memoria; mi chiedo chi pronuncerà ancora il mio nome e quale impronta avrà lasciato il mio passaggio.

Trovo mille modi per non dire la verità.
La nascondo dietro parole prudenti, dietro sorrisi che sviano, dietro silenzi costruiti con la pazienza di chi teme di guardarsi davvero. Trovo mille sentieri che si allontanano da me stesso, mille giustificazioni per non affrontare quei discorsi che, una volta pronunciati, farebbero cadere ogni maschera e lascerebbero nudo il mio vero volto.
Trovo mille modi per non agire, per non cambiare.
Mi rifugio nelle abitudini, nelle distrazioni, nei giorni che scorrono uguali.

Eppure, di fronte al mare ogni fuga si arresta e ogni menzogna perde consistenza come sabbia tra le dita.
Davanti alla sua immensità non riesco a fingere. Non posso raccontargli la versione migliore di me, né quella più conveniente.
Così mi fermo sulla riva e, mentre il vento mi attraversa come una carezza malinconica, inizio a parlargli.

Gli confesso le paure che custodisco nelle stanze più segrete del cuore. Gli racconto gli amori perduti, quelli sognati e quelli mai vissuti, le parole che non ho saputo dire, le occasioni che non ho avuto il coraggio di cogliere e le esperienze fondamentali per la vita mai fatte.
Gli affido i sogni che continuo a tenere nascosti persino a me stesso, come se nominarli potesse renderli troppo reali o troppo irraggiungibili.

Comprendo che forse cerco qualcuno davanti a cui non dover essere forte, qualcuno davanti a cui poter essere semplicemente vero.
Resto lì, a parlare con il mare come si parla a un amore impossibile e necessario. Perché lui conosce tutte le mie fughe, tutti i miei silenzi, tutte le mie menzogne.
Guardandolo, si fa spazio una strana nostalgia.

Aspetto che il mare – il mio mare – porti con sé un ricordo. Non uno qualsiasi.
Aspetto come si attende un ritorno, qualcosa che non si è mai davvero perso, ma che ogni anno chiede di essere ritrovato.
È un sogno che resta nell’anima, che non si consuma, che resiste alle stagioni e si accende ogni volta che l’acqua torna a raccontare.

Sale allora il desiderio ostinato di ritornare là dove tutto ha avuto inizio, dove la giovinezza è passata senza che me ne accorgessi, dove il mare mi ha cullato e mi ha insegnato a restare.
Perché certe onde non smettono mai di arrivare, e certi amori non smettono mai di abitare quello spazio tra il cuore e l’orizzonte.

Il mare è senza strade, il mare è senza spiegazioni.
Alessandro Baricco
Testi e foto dell’autore © Michele Camillo 2026







































