DJ Nafta

Tratto dal volume SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

Se non potete essere un pino sulla vetta del monte,
Siate un arbusto nella valle – ma siate
il migliore arbusto sulla sponda del ruscello.
Siate un cespuglio, se non potete essere un albero.
Se non potete essere una via maestra, siate un sentiero,
Se non potete essere il sole, siate una stella;
Non con la mole vincete o fallite.
Siate il meglio di qualunque cosa siate.
Cercate ardentemente di scoprire a che cosa siete chiamati, e poi mettetevi a farlo appassionatamente.

Douglas Malloch

L’umanità che gravita attorno al piccolo universo che è il bar da Nane Sbérega è composta principalmente da personaggi che non si sono mai avventurati al di fuori di un certo perimetro. Questo confine è spesso stabilito dalla distanza che uno riesce a percorrere prima di finire la sigaretta. Non si può dire però che non conoscano il mondo; se gli chiedi, ad esempio, dove si trova un determinato stadio in sud America, ti danno l’indirizzo esatto.

Fra questi non viaggiatori, c’è anche uno dei nostri, un tale Fabio Rochesso, meglio conosciuto tra gli ascoltatori di SolaRadio come DJ Nafta. Un classico esemplare di “rifugiato radiofonico”; tra i primi di una lunga serie di personaggi, che hanno bussato alla nostra porta per chiedere asilo.

A dire il vero, iniziai a prendermi a cuore il suo caso, ancor prima che mettesse piede in radio; ovvero, il primo giorno delle medie; quando, me lo son visto entrare in classe tutto curvo con addosso un paio di pantaloni di due taglie in meno e una maglietta di due taglie in più. 

Finì per distrazione, vera o finta che sia, seduto vicino alla bella Valentina Dammaggio che, non appena se ne accorse, lo respinse come una pallina dentro un flipper. Vista la malparata, il tipo, con un bel sorriso da ebete, ripiegò su di me, vanificando di fatto tutte le mie speranze di avere una bella gnocca come compagnia di banco.

Uno così attirò subito l’attenzione dei due pluriripetenti, ora pluripregiudicati, Giordano Malvestio “el rosso” e Amedeo Scantamburlo “el risso” che, gli resero la vita alquanto difficile dentro e fuori la scuola; fortunatamente per lui durò solo un anno in quanto vennero per l’ennesima volta bocciati.

La prima ora del primo giorno di scuola media, ci toccò il prof di francese, tale Nunzio Marano; un calabrese che, faceva fatica a esprimersi in italiano, figurarsi in francese. I primi istanti della prima ora del primo giorno di scuola media monsieur le teron, come venne presto soprannominato, li dedicò, sigaretta in bocca, a farci la classica domanda discriminatoria che io personalmente ho sempre odiato: “che lavoro fa tuo padre?”. Non si pensò nemmeno lontanamente a chiedere notizie sulla madre; monsieur le teron, evidentemente, dava per scontato che la donna se ne stesse tappata in casa a lavar mutande e calzini. Quando tocco al mio compagno, usci un flebile “pensionato”; fu l’unica parola che gli sentii pronunciare quel primo giorno di scuola media.

Ma chi? To pare o to nono?”, disse ridendo sarcasticamente Adrea Bortoletto, un denigratore specializzato che mi era toccato sorbirmi dalla terza elementare e che, purtroppo avrei dovuto continuare a sopportare per altri tre anni. 

Il Marano trattò con sufficienza il Rochesso; non fece altrettanto quando Lucia Simoncello rispose “medico”; spense la sigaretta sul banco del Ballarin e cominciò a chiedergli in ordine, specialità, orari di visita, tariffa e, se ci fosse la possibilità di trattamenti di favore, per lui, familiari, amici e compaesani. 

Andò a finire che, nel giro di qualche mese da quella prima ora del primo giorno di scuola media, mi ritrovai il figlio dell’insignificante pensionato bazzicare in casa mia.

La spiegazione era semplice, bastava vedere il posto dove abitava. Una stradina di sassi, detta ea stradea; dove, c’erano solo casette basse prive di fondamenta. Chiamarle villette, era un’offesa per chi, come me, abitava in una vera villetta; sembravano baracche alle quali era stato applicato dell’intonaco grigio e così lasciate senza nemmeno dipingerle; all’interno invece, regnava la muffa. In una camera tre metri per tre dormivano pigiati lui, il fratello Lele e nonna Maria di quasi novant’anni.

Veniamo ora ai genitori; o meglio i vecchi, sior Gino classe 1915 e siora Antonia classe 1924. Aveva ragione il Bortoletto, potevano essere benissimo i suoi nonni e questo, dava fastidio non poco al mio amico tanto che si vergognava di loro; purtroppo non erano solo vecchi anagraficamente ma, soprattutto mentalmente, mai visti dei retrogradi simili.

Il vecchio Gino usava nafta della peggiore qualità per scaldare la catapecchia in cui vivevano, l’aria che usciva dal camino era irrespirabile e tutti i componenti della famiglia puzzavano da nafta; da qui il loro soprannome.

Non c’era quindi da stupirsi se i miei, praticamente lo adottarono; era ospite fisso in cucina e, pure del sedile posteriore della nostra FIAT 128; finimmo addirittura per potarcelo in vacanza.

Sono quasi certo che, in realtà, fu lui a farsi adottare dai miei. Gli faceva comodo nutrirsi a sbafo dei manicaretti di mamma Franca invece della sbobba che gli propinava siora Antonia ma, più di tutto era attratto dall’impianto stereo di papà Adriano e dalla sua ricca collezione di dischi e musicassette.

Mio padre, oltre al preziosissimo impianto MARANTZ e alla relativa dote, aveva altre costosissime passioni, tra le quali la fotografia e i trenini elettrici. Io ormai, con ‘ste cose c’ero cresciuto ma, non faccio fatica a immaginare che, per il buon Fabio Nafta, metter piede in casa nostra equivaleva entrare a Disneyland. 

A me, comunque, la cosa non dispiaceva, Fabio era un tipo da compagnia, completamente diverso da quei musoni dei suoi familiari; in più, era dotato di una spiccata fantasia. Grazie al ben di Dio che trovava in casa mia, si inventava di tutto, con lui non credo di essermi annoiato una sola volta. Riuscì a trasformare lo scantinato dove mio papà praticava i suoi hobby in studio televisivo, teatro e discoteca; in poco tempo, quel luogo, divenne una sorta di polo di attrazione per una serie di personaggi, purtroppo, tutti rigorosamente di sesso maschile. L’unico progetto in cui fallì, fu il tentativo di organizzare dei festini ai quali avrebbero dovuto partecipare elementi dell’altro sesso. A tale proposito, devo dire che, non so perché ma, purtroppo, negli anni, una serie di fattori e sfighe hanno sempre remato contro tutte le nostre iniziative nelle quali erano coinvolte delle ragazze.

L’idea più balzana la ebbe quella volta che, sempre in scantinato, vide la CINEPRESA MAX, regalo degli zii; si mise in testa di emulare Mino D’Amato nel famoso programma “A come avventura”. Tra i dischi di mio papà, ebbe la fortuna di trovare le due sigle, ovvero le favolose, “A salty dog” dei Procolarum e “She came in trough the bathroom window” di Joe Cocker. 

Memorabile fu il giorno in cui, la troupe composta dal sottoscritto, il Nafta, il Zanella, il De Rossi e lo Scapin si addentrò nel boschetto adiacente la villa del conte Gianmichele Maria Zorzi Della Gran Vacca. L’idea era quella di immortalare la fauna selvatica che si nascondeva negli anfratti più remoti della fitta boscaglia. Ad un certo punto, venimmo attratti da strani versi; quatti, quatti ci avvicinammo a un vecchio rudere dal quale sembravano provenire; fu così che ci si presentò davanti la scena di due esemplari in calore, il padre di tale Manente di 3^D e la madre di tale Zennaro di 1^F.

Anche se, tra i dischi di papà c’era probabilmente “You can leave you hat on” del Cocker, non era nelle intenzioni del nostro regista, girare un porno. Fu un’occasione mancata, il Nafta avrebbe sicuramente anticipato di un po’ di anni l’idea di Adrian Lyne.

Fortemente motivati dal fatto che a scuola era saltato il programma di educazione sessuale, decidemmo di rimanere in silenzio ad osservare la scena, da noi ritenuta altamente educativa.

Purtroppo, fu proprio la fauna selvatica o quasi, ad interrompere quell’estemporanea lezione. Dal nulla si materializzò uno dei cani del conte Gianmichele Maria Zorzi Della Gran Vacca, filava alla velocità di un ghepardo con il chiaro obiettivo di addentare la prima chiappa che gli fosse capitata a tiro. 

Si dice che, se un branco viene attaccato dal leone, per non morire sbranati, l’importante non è correre più veloci del leone ma, degli altri elementi del branco. In quel caso fummo avvantaggiati; fu esilarante vedere il padre di quel tale Manente impedito nella corsa a causa delle braghe abbassate, tentare di scappare dalle grinfie del bavoso cagnaccio, col bindoeo fora.

Quell’episodio segnò in noi anche una profonda crisi di ideali. Al tempo, i preti ci ammonivano continuamente; se solo avessimo, non dico toccato, ma semplicemente sognato, quella cosa lì; saremmo finiti all’inferno, là dove, sarà pianto e stridore di denti. Noi, da bravi ragazzi, pur tra mille difficoltà, cercavamo di rispettare questo precetto, sentendoci in colpa se sgarravamo; tutto questo fino a quel giorno. La madre di tale Zennaro e il padre di tale Manente erano nientepopodimeno che due assidui basabanchi, sempre in prima fila a messa con le rispettive famiglie; portati in palmo di mano da quel prete che ci faceva le prediche durante gli incontri dell’ACR. Da quel giorno, gradatamente, finimmo per disaffezionarci agli ambienti della Chiesa Cattolica per frequentarne altri meno vincolanti dal punto di vista della morale sessuale. Personalmente mi convinsi del fatto che, se eventualmente fosse esistito l’inferno, ci sarebbe stata, prima di me, molta gente in coda per entrarci, di sicuro mi avrebbero preceduto la madre di tale Zennaro e il padre di tale Manente.

Erce! Dove ti va? Vien qua! Sta qua!”. Ogni volta che andavo in stradea a prendere Fabio, era una mezza tragedia. Non era facile per Nafta varcare il cancello arrugginito dei Rochesso, sior Gino sbraitava come un matto per non farlo uscire; altro che avventure in giro per il mondo. 

Credo sia stato per ribellarsi a questa situazione opprimente che lo spinse, finite le medie, a iscriversi all’Istituto Nautico. Non vedevo altra spiegazione, non poteva essere che, un timoroso patologico nei confronti dell’elemento acqua, uno che in spiaggia si immergeva al massimo ad una profondità di 50 cm per paura di non toccare il fondo, volesse intraprendere una vita per mare; era chiaramente una sfida nei confronti dei genitori.

Fatto sta che, usando un termine marinaresco, per due anni sparì letteralmente dai radar e, per due estati consecutive, rifiutò di venire in montagna con noi.

A settembre del 1980, sempre usando termini marinareschi, tornò in porto. Il figliol prodigo, si piegò al volere della famiglia e, per compiacere a sior Gino, si iscrisse a ragioneria. Torno a mangiare a sbafo a casa mia e in vacanza con noi nella casetta di Fiera.

Ve go scoltà”; tutte le persone a cui interessava far parte di SolaRadio solitamente iniziavano così la loro verbale “domanda di ammissione”; non fu da meno il Rochesso. Quello che invece mi suonò strano, fu una sua precisa domanda riguardo il raggio d’azione del trasmettitore; gli interessava sapere se arrivasse fino al viale. Il perché di quella domanda l’ho capito solo poco tempo fa, durante una delle mie tante notti insonni; nel viale abitava Valentina.

Nel lontano ottobre del 1980 il Nafta si sedette davanti all’unico microfono che SolaRadio aveva da offrigli e da lì, in tutti questi anni non si è mai mosso; intendo, radiofonicamente parlando. 

Passa il suo tempo radiofonico a mandare in onda vecchie canzoni dimenticate, quelle che, per anni, come dei vecchi abiti, sembrano essere finite in naftalina; per questo Nafta, si è meritato l’appellativo di DJ Nafta.

Spesso, mentre passeggiamo lungo la barena si ferma a osservare malinconico la grande antenna dell’impianto RAI; quella dei nostri sogni, quella che ci avrebbe permesso di varcare certi confini, offrirci la possibilità di riscattarci e soddisfare la nostra smania di approvazione. Ci avrebbe permesso di aprire un canale di comunicazione con persone ormai lontane che, da idioti, abbiamo lasciato andare. 

L’altro giorno, sconsolato mi ha detto, “ghe xé poco da farsemo ‘na radio desmentegada dal Signor”.

Nonostante, già dopo qualche mese da quella prima ora del primo giorno di scuola media, l’abbia avuto praticamente ogni giorno in casa, io e il Nafta non ci siamo mai confrontati sull’argomento Dio. Anche quel giorno, camminando sconsolati fianco a fianco, in silenzio; non abbiamo avuto il coraggio di parlare dei nostri eterni dubbi sull’esistenza di Dio, sorti quel giorno nel boschetto adiacente la villa del conte Gianmichele Maria Zorzi Della Gran Vacca.

Ciliegina sulla torta; oggi, dopo non so quanti anni, siamo ripiombati in quel casino che era la nostra classe delle medie. La cena con i vecchi compagni di classe è stata tutto fuorché piacevole; un continuo vociare, con l’evidente scopo di primeggiare e rubarsi la scena.

Ad un certo punto Nafta è sparito, l’ho trovato fuori dal locale a fumare come un turco, per terra ci saranno stati almeno cinque mozziconi. Era visibilmente depresso, mi ha riferito che, ancor prima che arrivassero le pizze, aveva trovato:

  • Chi ha avuto più mogli mentre lui sempre la stessa 
  • Chi ha già i figli grandi che stanno facendo il master in non si sa che cosa tra Londra Milano e New York mentre lui di figli nemmeno l’ombra
  • Chi ha il mega SUV mentre lui va in giro ancora con la sua vecchia FIAT Punto del 2009 
  • Chi è amministratore delegato di un’azienda mentre lui è sottoposto al sottoposto del sottoposto del sottoposto dell’amministratore delegato
  • Chi ha la casa in Sardegna mentre lui deve ancora finire di pagare il cinquantennale mutuo di un umile 80mq 

Ha ammesso candidamente di aver tentato di fare el sgrandesson vantandosi di fare il DJ in una radio, ovviamente omettendo i dettagli sul tipo di radio; è venuto fuori subito che la Simoncello, ha una figlia, che vive a Milano, famoso DJ in un altrettanto famoso Network nazionale.

A proposito di Milano, non è mancato Andrea Bortoletto, ora stimato giornalista di una nota testata; non appena ha saputo della storia di SolaRadio, l’unico nostro vanto, si è subito affrettato a prendere per il culo, me e il Nafta; ci mancava proprio uno che si fa trecento e passa chilometri con l’unico scopo di farti sentire una merda.

A riproposito di Milano, Valentina ora abita lì ma, all’ultimo, non è potuta venire.

Nonostante, già dopo qualche mese da quella prima ora del primo giorno di scuola media, l’abbia avuto praticamente ogni giorno in casa, io e il Nafta non ci siamo mai confidati sull’argomento donne. Anche stasera, camminiamo sconsolati fianco a fianco, in silenzio; non abbiamo il coraggio di dircelo, ma entrambi pensavamo venisse quella ragazza che abitava a metà viale, la più bella della classe. Mi bastava sentire il suo passo per farmi battere forte il cuore; vorrei che potesse ascoltarmi quando mando in onda ripetutamente quella canzone che, mentre la canticchiavo, l’aveva fatta voltare verso di me.

Mi sa che entrambi abbiamo accettato di partecipare a questa cena solo per la speranza di vederla; ci sono cose che non ci diremo mai, nemmeno in punto di morte; meglio parlare di canzoni e della radio.

Meglio parlare dei sogni, di quell’antenna altissima, quasi come la Tour Eiffel che ci avrebbe permesso di arrivare ben oltre il viale dove abitava Valentina.

Alla Fine, come l’umanità che gravita attorno al piccolo universo che è il bar da Nane Sbérega, composta principalmente da personaggi che non si sono mai avventurati al di fuori di un certo perimetro; anche SolaRadio non è mai uscita da quel perimetro. DJ Nafta è quello che più la rappresenta, un marinaio mancato che non ha mai avuto il coraggio di prendere il largo verso orizzonti sconosciuti; in bar da Nane, non credo sappiano nemmeno come si chiama, è semplicemente “queo dea radio”. 

Quando hai un padre che, non appena varchi il cancello di casa, ti urla dietro “dove ti va? Vien qua! Sta qua!”, o ti ribelli e sparisci per sempre dalla sua visuale, oppure ti lasci passivamente incatenare dai legami famigliari e relativi ricatti affettivi. Ti accontenti di una vita che non è quella che volevi e, ti limiti a non muoverti oltre il tiro della tua sigaretta.

Fabio è uno dei tanti ai quali SolaRadio ha offerto il suo microfono; un “bisognoso di radio”, lo chiamo io o, più semplicemente, un bisognoso di ascoltatori.

Ho sentito dire, “impara a dire ciò che senti, magari è proprio quello che qualcuno aveva bisogno di ascoltare”. A Fabio basta una tizia carina che gli dice “te go scoltà” per farlo felice; l’ho visto commuoversi, quando uno sfigato bociassa dei paeassoni, lo ha ringraziato per aver mandato in onda questa canzone 

E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte
Ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte
Io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero
E naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo
Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro
Stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento
Copri l’amore, ragazzo ma non nasconderlo sotto il mantello
A volte passa qualcuno, a volte c’è qualcuno che deve vederlo

Sogna, ragazzo, sogna
Quando sale il vento nelle vie del cuore
Quando un uomo vive per le sue parole o non vive più
Sogna, ragazzo sogna
Non lasciarlo solo contro questo mondo
Non lasciarlo andare sogna fino in fondo, fallo pure tu
Sogna, ragazzo, sogna
Quando cala il vento ma non è finita
Quando muore un uomo per la stessa vita che sognavi tu
Sogna, ragazzo sogna
Non cambiare un verso della tua canzone
Non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu

Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre
Perché hai già vinto, lo giuro e non ti possono fare più niente
Passa ogni tanto la mano su un viso di donna, passaci le dita
Nessun regno è più grande di questa piccola cosa che è la vita
E la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere
La vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare
La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire
Pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire

Sogna, ragazzo, sogna
Quando lei si volta, quando lei non torna
Quando il solo passo che fermava il cuore non lo senti più
Sogna, ragazzo, sogna
Passeranno i giorni, passerrà l’amore
Passeran le notti, finirà il dolore, sarai sempre tu
Sogna, ragazzo, sogna
Piccolo ragazzo nella mia memoria
Tante volte tanti dentro questa storia, non vi conto più
Sogna, ragazzo, sogna
Ti ho lasciato un foglio sulla scrivania
Manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu

(*) Lo voglio scrivere, cancellare e riscrivere
Strappare delle pagine, usar l’inchiostro invisibile
Per poterlo nascondere e non lasciarne traccia
Non so se sarà poesia oppure solo carta straccia
E in fondo c’ho solo vent’anni, ma sai che cosa sento?
Tutta la vita davanti eppure sto perdendo tempo
C’è chi corre perché scappa e poi chi corre perché insegue
Io corro perché solo quello mi fa stare bene
Salgo sopra questo palco per giocare con la vita
Ma se mi si spezza il fiato, se poi spezzo la matita?
Più in basso è il punto di partenza, più alta è la salita
Ma spero che il panorama valga tutta ‘sta fatica
Non so che cos’è l’amore, ma a volte lo percepisco
In un tramonto, uno sguardo, un disco
E se mi guardo attorno penso che son fortunato
Non so chi ha creato il mondo, ma so che era innamorato

© 1999 Roberto Vecchioni

© (*) 2024 Roberto Vecchioni – Andrea De Filippi “Alfa”

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Con tutto l’amore che posso

Risiede in quel tempo particolare che gli antichi greci chiamavano Kairos, il sogno in cui vedo scorrere un bel fiume al posto di quel canalaccio melmoso che ancora attraversa la mia città, vedermi camminare sul lungofiume tenendo per mano una persona speciale.

Ogni volta che va in onda “Con tutto l’amore che posso”. La poesia nascosta nella canzone riesce a trascinarmi dentro una limpida corrente che purtroppo ha un senso unico. Nulla torna indietro, tantomeno le occasioni mancate e il conseguente rammarico, di non aver fatto la cosa giusta al momento giusto.

Sono rimasto fermo come il vecchio salice che intinge i suoi rami nell’acqua. Fermo a sognarla e capace solo di dedicarle infinite volte questa canzone, sperando che anche a lei venga da dire 

Amore mio, ma che cos’hai tu di diverso dalla gente
Di fronte a te che sei per me così importante
Tutto l’amore che io posso è proprio niente

E lungo il Tevere che andava lento lento
Noi ci perdemmo dentro il rosso di un tramonto
Fino a gridare i nostri nomi contro il vento
Tu fai sul serio o no
Tra un walzer pazzo cominciato un po’ per caso
Tra le tue smorfie e le mie dita dentro il naso
Noi due inciampammo contro un bacio all’improvviso
E’ troppo bello per essere vero, per essere vero, per essere vero

Amore mio

Ma che gli hai fatto tu a quest’aria che respiro
E come fai a starmi dentro ogni pensiero
Giuralo ancora che tu esisti per davvero

Amore mio
Ma che cos’hai tu di diverso dalla gente
Di fronte a te che sei per me così importante
Tutto l’amore che io posso è proprio niente
E dopo aver riempito il cielo di parole
Comprammo il pane appena cotto e nacque il sole
Che ci sorprese addormentati sulle scale
La mano nella mano

© 1972 – Claudio Baglioni / Antonio Coggio

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2024 Michele Camillo

Sorry seems to be the hardest word

Sono convinto che, come accade con le persone e gli animali, a volte, siano le canzoni che scelgono te e, non viceversa.

Fu nel maggio 1978 quando “Sorry seems to be the hardest word” mi venne incontro. Era un tardo pomeriggio di pioggia di quelli con i nuvoloni dalle diverse tonalità di grigio in continuo movimento. È una di quelle che amo classificare meteo canzoni, in quanto il suo ascolto evoca una particolare condizione metereologica.

Rintanato nel minuscolo studio della radio, me ne stavo sognante alla finestra che, pur costellata di gocce, lasciava intravedere il vialone centrale dei palazzoni; immaginavo vederla apparire tra gli alberi.

Quante energie spese per attirare la sua attenzione e fare in modo che si accorgesse di me.  Un giorno finalmente i nostri sguardi si incrociarono, le nostre strade sembravano unirsi per sempre ma, una mano misteriosa mi diede brutalmente una spinta verso un’altra direzione.

Mi dispiace, sembra sia la sola, unica e triste parola

In sequenza nel podcast: Elton John – Ecaterina Cojocaru – Diana Krall                  

What I got to do to make you love me? 

What I got to do to make you care? 

What do I do when lightning strikes me? 

And I wake to find that you’re not there? 

What I got to go to make you want me? 

What I got to do to be heard? 

What do I say when it’s all over? 

Sorry seems to be the hardest word. 

It’s sad, so sad 

It’s a sad, sad situation. 

And it’s getting more and more absurd. 

It’s sad, so sad 

Why can’t we talk it over? 

Oh it seems to me 

That sorry seems to be the hardest word. 

What do I do to make you want me? 

What I got to do to be heard? 

What do I say when it’s all over? 

Sorry seems to be the hardest word. 

It’s sad, so sad 

It’s a sad, sad situation. 

And it’s getting more and more absurd. 

It’s sad, so sad 

Why can’t we talk it over? 

Oh it seems to me 

That sorry seems to be the hardest word. 

Yeh. Sorry 

What I got to do to make you love me? 

What I got to do to be heard? 

What do I do when lightning strikes me? 

What have I got to do? 

What have I got to do? 

When sorry seems to be the hardest word 

© 1976 lton John / Bernard J.p. Taupin

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2024 Michele Camillo

No’ me ‘scolta nissuni

Tratto dalla raccolta Piccole storie di piccole Radio

© 2023 Michele Camillo

Parlare è un bisogno. Ascoltare un’arte. Goethe

Mi presentai in prima media, unico fra tutti, con la cartella delle elementari; era praticamente nuova, appena cinque anni di vita. Mio padre, non ne voleva sapere di spendere soldi per inutili dotazioni scolastiche, tanto, altri tre anni e sarei finito in stabiimento a Porto Marghera; a quel tempo, gli ascensori sociali erano rari e, per giunta, malfunzionanti. 

A causa del mio outfit leggermente vintage, mi guardavano tutti come se fossi un marziano. Ero distinguibile soprattutto per i pantaloni acqua alta de gabarden, acquisiti da mio fratello al quale, a sua volta, glieli aveva passati il cugino Gaspare; roba antica, risalente agli inizi dei ‘60.

La cosa era reciproca, perché a me, invece, sembrava di essere atterrato su Marte. Quell’anno partiva il progetto interdisciplinarità; tutto il corpo insegnanti era preso da ‘sta roba, in primis il prof di disegno, tale Giovanni Memola. Parevano tutti matti; un giorno, nell’ora di matematica, trovai quello di applicazioni tecniche che recitava una poesia di Pascoli in francese; che casino, mi veniva da piangere, rivolevo la maestra delle elementari. 

El progetton aveva un lato positivo; consisteva nella creazione di gruppi interclasse dove ficcavano dentro quelli di prima, seconda e terza; un bel bordello che mi gustava parecchio. Per essere più precisi, mi gustava la Consuelo della III^ C, una in gran salute. Rispetto alle mie coetanee, aveva tutte le sue cose ben sviluppate e, sapeva metterle bene in mostra; unico difetto, non frequentava ea ceseta ma, si sa, gnocca e cattolicesimo non sono mai stati affini.

Un giorno venimmo convocati in aula magna, ovvero l’aula di disegno che, il sopracitato illustre cattedratico, aveva abusivamente adibito a tale scopo. Probabilmente la preside aveva notato la scritta con il gessetto, sul muretto a fianco del cancello di ingresso, “l’a Consuello e tetona”

Ritto sull’attenti, a fianco del Memola c’era quello spilungone di Giovanni “Nane” Lanza di 3^ C. Che imbecilli, avevano preso la persona sbagliata; quel secchione paraculo, non poteva essere l’autore della frase; era stato sicuramente uno che non andava molto bene in itagliano come, ad esempio puramente indicativo, il sottoscritto.

Fortunatamente si trattava di una simil conferenza stampa, atta ad esaltare lui e altri fidi discepoli del prof. La cosa sensazionale consisteva nel fatto che erano stati invitati a parlare del progetton, nientepopodimeno che in un programma radiofonico.

Scusa mister, fame capir mejo”. Era assai raro che il vecchio Ginetto Franchin, ripetente di lungo corso, ponesse delle domande, in genere dormiva per tutto il tempo di permanenza nell’edificio scolastico. In effetti, nel resoconto del saccente c’era qualcosa che non tornava. Dichiarò che la famigerata radio era situata in una specie di bottega al piano terra di un palazzone popolare, situato a sua volta in un quartiere di ben nota fama. Al Franchin, uomo di mondo, non risultava che la RAI avesse sede nel posto descritto dal Lanza. 

Quello di disegno, si affrettò a precisare che la radio dove avevano messo piede lo spilungone e soci era una radio libera.

Ah, aeora so bon anca mi de ‘ndar a parlar par radio”, sentenziò il Ginetto rimettendosi a dormire.

Fu in quel momento che, inspiegabilmente, mi si accese una spia sul cruscotto che avevo in testa; tornai da scuola con un pensiero fisso, riuscire a ricevere quella strana radio.

In casa, il nostro apparecchio principale era una gigantesca radio a valvole. Da quella specie di armadio, non avevo mai sentito partorire nulla di diverso dai programmi istituzionali della RAI; unico outsider, “musica per voi” di Radio Capodistria. Sulla scala luminosa, c’erano nomi strani tipo Monte Ceneri o, nomi di città situate dall’altra parte del globo; di Mestre e, tantomeno Marghera, nessuna traccia.

Erce! Moighea de tochignar!”; mio padre, si spazientì. Era sabato e, aveva il timore che, a causa del mio continuo smanettare, l’indomani non sarebbe riuscito ad ascoltare “tutto il calcio minuto per minuto”.

Mi rifugiai in cameretta; dove, tra i due letti, era posizionata una più moderna radio a transistor, fino a quel momento, relegata al ruolo di sorella minore, rispetto a quella installata in soggiorno. 

Notai le minuscole scritte; “UKW – 87,5 … 100 … 108 MHz”; mi accorsi che la piccola radio marron, aveva una marcia in più, rispetto alla sorellona.

Nell’attimo in cui lo premetti il tasto UKW, sentii un tale Olindo, parlare al telefono in dialetto, con un tizio che chiedeva se “te me pui metar su Ramaya par ea Rosana de Vigodarsere”. Stupefacente, mi si aprì un mondo, in quel momento passai il confine delle onde medie e non ci feci più ritorno.

Nei minuti successivi fu un incessante andirivieni tra gli 88 e i 108 Megahertz alla scoperta di quella nuova terra promessa. 

Oltre al fatto che ci voleva quasi un quarto d’ora prima che iniziasse a emettere un suono, il vecchio armaron a valvole e le sue, altrettanto vecchie onde medie, non offrivano una grande varietà di scelta in ambito musicale; li, a dettar legge, c’era Lelio Luttazzi e la sua hit parade. La piccola radio marron al contrario sembrava un jukebox; si rivelò presto uno scrigno contenente nuovi orizzonti musicali e, l’andare su è giù per la banda FM, diventò uno dei miei passatempi preferiti, nonché valvola di sfogo. 

La Michael Zager Band con Let’s all chant, rischiò di farmi diventare mezzo sordo; mentre, Jane Birkin con Je t’aime moi non plus, … mezzo cieco. 

Nessuno dei fioi dea vietta, credeva alla storia della radio sui paeassoni di Marghera. “Cori, cori, va in mona”; Giorgio Bortolozzo, il decano della compagnia, pensava stessi prendendo tutti per il culo. Gli unici interessati alla faccenda erano i miei fidi compagni di merende Tito Carniato e Bicio Busatto; frequentavano la sezione staccata, seppur all’oscuro riguardo l’interdisciplinarietà e cazzate varie, gli era arrivato all’orecchio che uno di terza della sede centrale era stato ospite in una fantomatica trasmissione radio. Dopo averli portati al cospetto dell’illustrissimo Lanza, decisero che era il caso di andare in missione esplorativa. 

Il giorno fissato, i due soci, visto il quartiere nel quale dovevamo recarci, “par no’ saver ne esar e ne scrivar”, come si dice da noi, si presentarono armati. Tito si era procurato un pesante caenasso, che ufficialmente serviva per legare le bici, mentre Bicio aveva con sé la sua fida Oklahoma ad aria compressa e, una scatola zeppa di pallini in gomma; in effetti, il solo pensare di metter piedi, anzi, le ruote delle biciclette, alla CITA, ci faceva tremare il culo non poco.

Grazie alle indicazioni del Lanza, trovammo quasi subito il posto; due vetrine oscurate da tende nere, sembrava una rivendita di casse da morto. Che era la sede della radio, lo capivi solo dall’etichetta appiccicata sul minuscolo campanello; probabilmente, considerato il luogo dove si trovava, era necessario mimetizzarla per bene.

Ragazzi, desiderate …”; improvvisamente si materializzò uno smilzo riccioluto. Fortunatamente, d’istinto mi uscirono le parole Memola e interdisciplinarità e, in una frazione di secondo, fummo fuori dalla situazione di imbarazzo in cui ci eravamo cacciati, guadagnando istantaneamente l’accredito per un tour guidato, nella bottega che nascondeva una radio libera.

Se, come ho detto, l’arrivo alle medie, poteva paragonarsi a un atterraggio su Marte, quella radio, era l’astronave che mi ci aveva trasportato. L’insieme di aggeggi che servivano a “fare radio”, pieni di luci e levette, faceva sembrare quella stanzetta semibuia, la plancia di un’astronave. Quello che la rendeva ancora più affascinante era che, ai comandi, c’era una persona sola; un solitario cosmonauta identico a Angelo Branduardi.

Una volta, in televisione, mostrarono lo studio dal quale andava in onda “alto gradimento”; la regia sembrava la sala di controllo di Cape Canaveral, si vedeva uno stuolo di camici bianchi intendi a spingere bottoni e menar leve. Renzo Arbore citava sempre “quelli dietro il vetro”, riferendosi ai tecnici in regia; sarà che era la radio dei paeassoni de Marghera ma li, dietro il vetro, non c’era nessuno; anzi, non c’era nemmeno il vetro. Era tutto racchiuso in un’unica, buffa stanza, ricoperta da quelli che sembravano cartoni per le uova. 

Il cugino di Branduardi ci invitò a dire qualcosa; noi, facce rosse e scena muta. Ci chiese se volevamo fare delle dediche; noi, facce rosse, scena muta e tre teste che, in perfetta sincronia, facevano no. Parlò lui per noi, ci presentò come tre giovani sognatori desiderosi di cimentarsi nella meravigliosa avventura di fare radio. Ci guardammo con l’espressione della serie, “se lo dice lui”.

Alla fine di quella che, ancora non sapevamo, essere la nostra prima esperienza radiofonica, tornammo a casa con le tasche piene di adesivi e, … di sogni; il tipo, in effetti, ci aveva azzeccato; da quel giorno, prese forma la passione di una vita.

Non appena arrivai a casa tirai fuori il pacco di adesivi; ne appiccicai subito uno a fianco della spilla gialla “nucleare no grazie”; l’insieme rendeva ancora più figa la tracolla verde militare che, grazie alla generosità del cugino Roberto, aveva sostituito la cartella delle elementari; poi, con mano tremolante, feci il numero della radio; 

  • volevo dedicare m’innamorai del Giardino dei Semplici”;
  • “a chi?”
  • “ah si, a Consuelo”
  • “da parte di chi?”
  • “ah giusto, … mmm … da parte … del sognatore mascherato

Visto che ci sono, ne approfitto per dire, alle varie Consuelo, Valeria, Paola, Eleonora, Roberta, Manuela, Silvia, ecc. che, se non l’avevano già capito, il “sognatore mascherato”, ero io.

Io e i miei coetanei, eravamo assai precoci e, già a quel tempo, coltivavamo interessi tipici degli adulti. Mentre la maggior parte, non faccio nomi, erano dediti alla lettura di “le ore”; alcuni, si erano abbonati a ben altre tipologie di riviste. Nel numero di dicembre 1977 di Elettronica Pratica, campeggiava la scritta “nuovo e potente trasmettitore FM”. Si accese la miccia, nei primi giorni del 1978, l’aggeggio era ben che costruito e inscatolato dentro un portasapone giallo.

Il giorno della “prima”, l’adrenalina era a mille; venni incaricato del “controllo di qualità” ovvero, capire se, l’aggeggio funzionava ma, soprattutto, che distanza riusciva a coprire. Per adempiere alla missione, fissai con del fil di ferro al manubrio della mia fida Atala color verde evidenziatore, la mitica radio marron, dotata per l’occasione di sei Superpila nuove di zecca.

Sa, sa, sa … prove tecniche di trasmissione”; indimenticabile quel momento, sembrò un miracolo sentire la voce tremolante di Bicio, uscire dalla mia piccola radio marron, quella stessa radio dalla quale, poche ore prima, era uscita la voce di Renzo Arbore. Tito uscì fuori tutto eccitato, si divertiva a scuotere l’antenna fissata su una canna di bambù. L’avevo visto far tiri del genere, due mesi prima, quando la Betty della 1^ F gli fece intendere che, ea ghe stava.

Meti su qualcossa che parto” gli gridai mentre salii in sella; iniziai a pedalare con le prime note di don’t go breaking my heart. Purtroppo, dopo poche centinaia di metri Elton John & Kiki Dee, si fecero flebili fino a svanire definitivamente. Non era importante; ora avevamo la nostra radio libera, la meravigliosa avventura era iniziata. 

Gasatissimo; spinsi a tutta forza la fida Atala in direzione di casa; i miei, dovevano assolutamente sapere che avevano il figlio minore mezzo Guglielmo Marconi e mezzo Renzo Arbore.

Ah si ciò, e chi vusto che te ‘scolta”; sentenziò quello col master in psicologia dell’età evolutiva, ovvero mio padre.

Quella sera non cenai; passai tre buone ore, disteso a letto con le mani dietro la nuca, prima di addormentarmi. Mio padre aveva ragione; non bastavano un trasmettitore, un’antenna e un microfono; dovevi avere anche qualcosa da dire; una qualche idea su come condurre un programma. Persino quel boarotto di Olindo che trasmetteva sui 94Mhz aveva un buon numero di ascoltatori seppure, si esprimesse, con un linguaggio, per usare un eufemismo, un po’ country.

Quel comunista mangia bambini di mio zio Bruno, diceva che a differenza della dittatura, dove non puoi parlare, in uno stato democratico come l’Italia, puoi parlare ma, non ti ascoltano. In effetti quello dell’ascolto in genere, è sempre stato, per me, specie in famiglia, un grosso problema. 

Non mi rassegnavo a credere che l’entusiasmo del pomeriggio precedente fosse solamente un fuoco di paglia; decisi di chiedere una consulenza, proprio allo zio Bruno. 

Rispetto a mio padre, il feedback fu completamente diverso; a parte il fatto che la cosa venne festeggiata con un bicchierino di alcol e tossicissimo E123, commercialmente noto come Rosso Antico. Il compagno zio Bruno mi riferì che i romagnoli della sezione “Karl Marx”, tra parentesi, i più cattivi e convinti compagni esistenti sul territorio italiano, avevano fondato già da tempo una radio libera. Era fiero di avere un nipote, che avrebbe osato contrastare il potere della radio di stato, assoggettata ai bigotti democristiani. 

A dire il vero, il mio scopo era di usare le onde radio, per assoggettare le mie coetanee e, contrastare il potere di Mauro Baldan & company, il gruppo dei “grandi”, che polarizzava l’attenzione delle squinzie; ma, non potevo tradire le aspettative di un autentico comunista; gli sarebbe caduto il palco e, anche qualcos’altro.

Zio Bruno per caricarmi di entusiasmo; citò nientepopodimeno che Ghandi; “pensare con la propria testa senza lasciarsi condizionare è indice di coraggio”. Intendeva dire che, invece di seguire come un pecorone la massa e, mandare in onda le canzonette di Alan Sorrenti & c., avrei dovuto darci dentro con Bandiera Rossa e Guccini.

Per non far torto a nessuno, quello stesso pomeriggio, chiesi udienza all’antagonista per eccellenza del compagno Bruno Semenzato ovvero, don Gianni “el falso”. In preda all’euforia galoppante, mi era balenata l’idea di chiedere all’influente prelato, un locale del patronato per la sede della radio. 

Quel giovane cappellano che nella mia parrocchia, era designato alla formazione morale dei giovani, mi sottopose ad un vero e proprio interrogatorio stile inquisizione; dovetti confessargli, in ordine e senza obbligo del sigillo sacramentale, come mai ci era venuta in mente ‘sta cosa, chi aveva costruito le correlate apparecchiature demoniache e che tipo di robe volevamo trasmettere.

Probabilmente, a causa dell’alito che ancora emanava Rosso Antico, il prete mi trattò da indemoniato, cacciandomi in malo modo dal suo studio e, asserendo che da certe robe, un bravo ragazzino cattolico come me, doveva starne alla larga. Inoltre, io e gli altri due posseduti dal demonio ci saremo dovuti presentare l’indomani pomeriggio, dopo scuola, per tinteggiare la ringhiera del campetto, assieme al gruppo dell’ACR; sana attività che ci avrebbe tenuto lontani da certe idee progressiste.

Capii solo in seguito, che, certi preti accentratori e maniaci di protagonismo come lui, erano soliti soffocare qualsivoglia iniziativa che non partisse da loro o dalla loro cerchia di fedelissimi. Lo dimostrò il fatto che, nemmeno tre mesi dopo, promosse l’iniziativa, di istituire una radio parrocchiale, puntualmente naufragata ancor prima di nascere.

Fu così che, con la famiglia e i preti contro ma, i comunisti a favore, smisi anzitempo di giocare con i soldatini Atlantic per dedicarmi alle mie passioni emergenti; la radio e le squinzie. Ancor oggi, se me lo chiedete, non so quale delle due sia predominante.

“Tanto no’ te ‘scolta nissuni”; mio padre non c’è più ma, continuo a sentire la sua incoraggiante voce. “Xe inutie che ti te daghi tanto da far, no’ ti rivarà mai a essar come jorillà”.

Sior Ottorino, ha sempre diviso l’umanità in due sole caste; gli jorillà, ovvero i rotti in culo e i noialtriqua, gli sfigati. Per lui, qualsiasi azione intraprendessi, finalizzata al salto del muro che separava le due caste, era solo energia sprecata.

Anche mio zio Bruno se ne è andato e con lui tutti i comunisti, anzi no, è rimasto il papa, ironia della sorte, unico comunista sulla faccia della terra. 

Don Gianni è sparito, ma non i sensi di colpa. Continuo a sentirlo ripetermi che devo smetterla di abusare del microfono; l’esibizionismo, tranne quello dei preti, è peccato. Ora di preti ce ne sono sempre meno e non trovo nessuno di fidato a cui confessare che non riesco proprio ad ottemperare a quei comandamenti che iniziano per “non desiderare”.

Quel comunista da bar dello zio Bruno, nel senso che frequentava più il bar che la sezione; invece, non si fa più sentire. Spero non sia vero quel che si dice, ovvero che per quei miscredenti di compagni, una volta passati di la, finisce a schifio; che peccato, era l’unico supporter che avevo. 

Su di un’altra cosa aveva ragione mio padre; la cartella delle elementari sarebbe durata in eterno; in effetti, ce l’ho ancora. Dentro sono custoditi alcuni cimeli, tra cui il famoso pacco di adesivi e una cassetta PHILIPS C-60 nella quale è registrata una delle mie prime trasmissioni; quando la ascolto, ho l’impressione che, la mia voce e le canzoni che mandavo in onda, sprigionino un odore di naftalina.

La vecchia cartella è piena zeppa anche di, “se fossi” e, “se avessi”; una miriade di rimpianti e sguardi all’indietro che, quando la apro, ne esce una pesante zaffata di insoddisfazione; a tutto questo, si aggiunge l’angoscia del boomer.

Bisogna ammetterlo, la mia generazione non ha vissuto grandi drammi come la guerra e la povertà diffusa; per la maggior parte di noi, la vita è stata un gigantesco luna park. Il problema è che adesso, per citare san Paolo, “il tempo si è fatto breve” e, qualcuno o qualcosa, ti fa intendere che, da un momento all’altro, potresti dover scendere dalla giostra, per far posto a chi è più giovane di te. Tu non ci stai, non vuoi accettarlo; la prima cosa che fai è far finta di niente; giochi a nascondino con i problemi che ti si presentano poi, come un bambino capriccioso, punti i piedi e inizi a frignare. Ti prende la rabbia, perché ci sono ancora un sacco di cose che non hai potuto fare o avere. 

Nonostante tutto, grazie a quello spilungone del Lanza e ai miei amici bisognosi di applausi, rimango qui, solo davanti ad un microfono con l’angoscia che non ci sia nessuno in ascolto ma convinto che, di tutto ciò che trasmetto nell’etere, forse, ne rimarrà traccia per l’eternità. Qui, a smanettare ancora con la manopola di sintonia della radio, fino a quando non trovo la canzone che, riesce a dare una svolta alla mia giornata. Qui, ad imparare ad ascoltare più che a parlare. Qui, a raccontare piccole storie di piccole radio.

Firmato

Il sognatore mascherato

Liberi .. Liberi

Ci fosse stato
Un motivo per stare qui
Ti giuro, sai
Sarei rimasto, sì
Son convinto che se
Fosse stato per me
Adesso, forse, sarei laureato
E magari se lei
Fosse stata con me
Adesso sarei sposato

Se fossi stato
Ma non sono mai stato così
Insomma, dai
Adesso sono qui
Vuoi che dica anche se
Soddisfatto di me
In fondo, in fondo non sono mai stato
Soddisfatto di che
Ma va bene anche se
Qualche volta mi sono sbagliato

Eh
Liberi, liberi siamo noi
Però liberi da che cosa
Chissà cos’è?
Chissà cos’è?
Finché eravamo giovani
Era tutta un’altra cosa
Chissà perché?
Chissà perché?
Forse eravamo stupidi
Però adesso siamo cosa
Che cosa che
Che cosa se
Quella voglia, la voglia di vivere
Quella voglia che c’era allora
Chissà dov’è?
Chissà dov’è?

Che cos’è stato?
Cos’è stato a cambiare così
Mi son svegliato ed era tutto qui
Vuoi sapere anche se
Soddisfatto di me
In fondo, in fondo non sono mai stato
Soddisfatto di che
Ma va bene, anche se
Se alla fine il passato è passato

Eh
Liberi, liberi siamo poi
Però liberi da che cosa
Chissà cos’è?
Chissà cos’è?
E la voglia, la voglia di ridere
Quella voglia che c’era allora
Chissà dov’è?
Chissà dov’è?

E cosa diventò, cosa diventò
Quella voglia che non c’è più

Cosa diventò, cosa diventò
Che cos’è che ora non c’è più

E cosa diventò, cosa diventò
Quella voglia che avevi in più

Eh
E cosa diventò, cosa diventò
E come mai non ricordi più, eh

©1989 – Vasco Rossi, Tullio Ferro

Ultime pubblicazioni

Fotocanzoni – Il mio canto libero

Le canzoni sono ricordi del passato e desideri del futuro.

© 2017 Michele Camillo Ph.

In un mondo che
Non ci vuole più
Il mio canto libero sei tu
E l’immensità
Si apre intorno a noi
Al di là del limite degli occhi tuoi

Nasce il sentimento
Nasce in mezzo al pianto
E s’innalza altissimo e va
E vola sulle accuse della gente
A tutti i suoi retaggi indifferente
Sorretto da un anelito d’amore
Di vero amore

In un mondo che
Prigioniero è
Respiriamo liberi io e te
E la verità
Si offre nuda a noi
E limpida è l’immagine
Ormai

Nuove sensazioni
Giovani emozioni
Si esprimono purissime in noi
La veste dei fantasmi del passato
Cadendo lascia il quadro immacolato
E s’alza un vento tiepido d’amore
Di vero amore
E riscopro te

Dolce compagna che
Non sai domandare, ma sai
Che ovunque andrai
Al fianco tuo mi avrai
Se tu lo vuoi

Pietre, un giorno case
Ricoperte dalle rose selvatiche
Rivivono, ci chiamano
Boschi abbandonati
E perciò sopravvissuti vergini
Si aprono, ci abbracciano

In un mondo che
Prigioniero è
Respiriamo liberi
Io e te
E la verità
Si offre nuda a noi
E limpida è l’immagine ormai

Nuove sensazioni
Giovani emozioni
Si esprimono purissime in noi
La veste dei fantasmi del passato
Cadendo lascia il quadro immacolato
E s’alza un vento tiepido d’amore
Di vero amore
E riscopro te

© 1972 Lucio Battisti / Mogol

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022 – 2023

Fotocanzoni – Donna sola

© 2017 Michele Camillo Ph.

Succede spesso, incrocio lo sguardo e parte istintivamente lo scatto.

Ne escono donne che sono canzoni di Mimì

© 2017 Michele Camillo Ph.

© 2019 Michele Camillo Ph.
© 2021 Michele Camillo Ph.
© 2016 Michele Camillo Ph.

Io
Non son più io, mi sento da sola
Qualche cosa dentro me è cambiato, ma cos’è?
Oh-oh, oh, oh 
Oh, non dir di no e lasciami sola
Non dipende più da te

Potresti regalarmi il mondo intero, che me ne farei?
Io cerco solo il vento e una scogliera
Dentro gli occhi miei
E sopra il mare volerei
Per non tornare, credimi 
Sola

Non pensare adesso che
Qualcun altro sia con me 
Oh-oh, oh no
Ti ho detto da sola
Io con la mia anima

Sarà che questo mondo ha rovinato
Tutti i sogni miei
Se non avessi te che sei innocente
Giuro me ne andrei
Ed oltre il mondo volerei
Per non tornare, credimi 
Sola

Per sentirmi libera, finalmente libera
Oh, Sola
Io con la mia anima

Ma chi piangerà, lo so sarò io
Io che resterò sola 
Sola
Resterò (sola) sola
Sola, (sola)
Sola, sola, sola
Sola
Resterò sola, sola, ah
Sola, sola

© 1972 Luigi Albertelli, Dario Baldan Bembo, Bruno Lauzi

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022 – 2023

Poster

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2023 Michele Camillo

Ci sono canzoni che, quando le ascolti, diventano persone, luoghi, pioggia, sole, caldo, freddo, gioia e tristezza.

Canzoni, come Poster di Claudio Baglioni, hanno il potere di trascinarti dentro la scena, sei tu quel personaggio che se ne sta “seduto con le mani in mano sopra una panchina fredda …”; la melodia, ispirata dalla bellissima Valsinha di Vinicius De Moraes e Francisco Buarque De Hollanda, riesce a farti percepire la sensazione di freddo umido; e tu, malinconico spettatore della grigia routine invernale alla quale non riesci a ribellarti, ripensi alla tua vita e, a quell’eterno sogno di fuggire via.

Una delle più belle canzoni … da fotografare

© 2019 Michele Camillo Ph.

Seduto con le mani in mano
Sopra una panchina fredda del metrò
Sei lì che aspetti quello delle 7:30
Chiuso dentro il tuo paletot
Un tizio legge attento le istruzioni
Sul distributore del caffè
E un bambino che si tuffa dentro a un bignè

E l’orologio contro il muro
Segna l’una e dieci da due anni in qua
Il nome di questa stazione
È mezzo cancellato dall’umidità
Un poster che qualcuno ha già scarabocchiato
Dice “vieni in Tunisia”
C’è un mare di velluto ed una palma
E tu che sogni di fuggire via

E andare lontano lontano
Andare lontano lontano

E da una radiolina accesa
Arrivano le note di un’orchestra jazz
Un vecchio con gli occhiali spessi un dito
Cerca la risoluzione a un quiz
Due donne stan parlando
Con le braccia piene di sacchetti dell’Upim
Ed un giornale è aperto
Sulla pagina dei films

E sui binari quanta vita che è passata
E quanta che ne passerà
E due ragazzi stretti stretti
Che si fan promesse per l’eternità
Un uomo si lamenta ad alta voce
Del governo e della polizia
E tu che intanto sogni ancora
Sogni sempre sogni di fuggire via

E andare lontano lontano
Andare lontano lontano

Sei lì che aspetti quello delle 7:30
Chiuso dentro il tuo paletot
Seduto sopra una panchina fredda del metrò

© 1975 – Claudio Baglioni / Antonio Coggio

Dediche & Richieste – Winter Melody

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2023 Michele Camillo

Winter Melody interpretata da Donna Summer uscì in Italia il 9 gennaio 1977, prima traccia dell’album Four season of love.

Donna Summer oltre a essere la regina della disco music, per la sua sensualità, aveva la reputazione di una che faceva canzoni “da letto”; per cui, in radio, questa e altre sue canzoni, venivano trasmesse prevalentemente in orario notturno e, questa in particolare, data la “stagionalità” del titolo, durante le fredde serate invernali.

In realtà, a dispetto delle precedenti love to love you baby e could it be magic, questa canzone non ha nessun contenuto erotico ma bensì, racconta del vuoto e della conseguente solitudine causata da un amore finito, la felicità di colpo stroncata, dall’abbandono della persona amata, quasi venisse congelata da una brezza invernale; insomma, tristezza e malinconia pura. Come per la maggior parte delle canzoni straniere, credo quasi nessuno abbia fatto caso al significato delle parole ma, piuttosto all’emozione che la melodia evoca. Qualsiasi siano le situazioni o le fantasie che vengono in mente, è una classica comfort song, come dicono gli inglesi; ovvero una canzone che funge da coperta calda, profuma di the speziato e ti fa viaggiare fino al tuo ideale posto sicuro. Da ascoltare rintanato al calduccio quando c’è tanto freddo fuori e … dentro di te.

Emptiness and just a memory
Love is gone with nothing left for me
All those wasted feeling for something i no longer have
I never knew that love could hurt so bad

Winter melody, winter melody, winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

I can’t bear to see the sun go down
Casting stormy shadows all around
Nothing seems to matter, i just get by from day to day
I never thought that you would leave this way

Winter melody, winter melody, winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

Winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

Loneliness, that’s all that’s left for me
Happiness is chilled by winter’s breeze
I keep on remembering the day that you came along
And since you left, well i just sing the song

Winter melody, winter melody, winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

Compositori: Donna A. Summer / Donna Summer / Giorgio Moroder / Pete Bellotte

The Christmas Blues

Questi giorni maledetti che sanno di malinconia e panettone

E’ davvero possibile dire a qualcun altro come ci si sente
Lev Tolstoj

Galleria

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© 2021 – 2022 Michele Camillo Ph.

The jingle bells are jingling
The streets are white with snow
The happy crowds are mingling
But there’s no one that I know

I’m sure that you’ll forgive me
If I don’t enthuse
I guess I’ve got the Christmas blues

I’ve done my window shopping
There’s not a store I’ve missed
But what’s the use of stopping
When there’s no one on your list

You’ll know the way I’m feeling
When you love and you lose
I guess I’ve got the Christmas blues

When somebody wants you
Somebody needs you
Christmas is a joy of joys
But friends when you’re lonely
You’ll find that it’s only
A thing for little girls and little boys

May all your days be merry
Your seasons full of cheer
But ‘til it’s January
I’ll just go and disappear

Old Santa may have brought you
Some stars for your shoes
But Santa only brought me the blues
Those brightly packaged tinsel covered
Christmas blues

Old Santa may have brought you
Some stars for your shoes
But Santa only brought me the blues
Those brightly packaged tinsel covered
Christmas blues

Bob Dylan

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022

Le Fotocanzoni

Nulla apre gli occhi della memoria come una canzone.

Stephen King

© 2022 – Michele Camillo Ph.

© Michele Camillo Ph 2016 – 2024