Tempo fa mi sono trovato a passare davanti alla “mia” vecchia discoteca, ormai ridotta a un rudere. Su un buco libero tra le sterpaglie che ricoprivano il muro di cinta campeggiava la frase, “un minuto di silenzio per i ragazzi dell’attuale generazione che non proveranno mai la straordinaria emozione di ballare i lenti”.
Se avessi avuto una bomboletta spray, sarei sceso dalla bici per scrivere “vero!”
Tutt’attorno non c’era anima viva, il che mi ha permesso di soffermarmi con tutta tranquillità, per ottemperare alla richiesta del misterioso writer.
È andata a finire, che, i minuti di silenzio, passati in mezzo a quella isolata stradina di campagna, furono ben oltre i dieci perché, ad un certo punto, da quei finestroni sprangati uscirono le note di Let me in di Mike Francis.
Era la fine del 1985, quando un mio paricorso della base aerea alla quale ero stato assegnato come prima destinazione operativa, mi invitò a passare un pomeriggio in una discoteca della sua cittadina; per convincermi disse che aveva un sacco di amiche carine da presentarmi. Sulle prime, la mia innata diffidenza verso gli altri umani e l’indottrinamento ricevuto in Azione Cattolica mi fecero tentennare dall’accettare; ero convinto che mi avesse invitato solo per rovinare un bravo “fio de cesa”, trascinandolo in un luogo peccaminoso a fare lo zimbello della compagnia. Poi, scattò qualcosa dentro di me, forse un istinto primordiale e una vocina, credo sia stato un diavoletto tipo quello dei fumetti di Jacovitti, mi disse “buttati!”
A proposito di diavoletti e indiavolati, in quelle prime ore di discoteca, il mio corpo si sconnesse dalla mente e fece cose che non avrei mai pensato potesse fare; si stava ribellando al rigore che, fino a quel momento, avevo nell’affrontare la vita; rispondeva solo ai comandi della musica.
Ad un certo punto, le luci si attenuarono e virarono nella tonalità del blu, le casse acustiche cessarono di vibrare all’impazzata e, dopo quasi tre ore di ininterrotto Unz Unz Unz, emisero delle dolci note di pianoforte; era il momento dei lenti. Fuggirono quasi tutti dalla pista, i ragazzi perché non trovavano nessuna ragazza che volesse ballare con loro, le ragazze perché non volevano ballare con il primo che gli capitava, specie se da sotto le ascelle usciva un acre puzzo da sudore; sembravano tutti in preda al panico. Decisi di restare, solo come un pampe in mezzo alla pista mentre quello che poi venni a sapere si chiamava Mike Francis, iniziò a cantare; sentivo che qualcosa sarebbe successo.
Se fu un diavoletto, tipo quello dei fumetti di Jacovitti, a ficcarmi in quella situazione, fu un angelo in carne e ossa, che poi venni a sapere si chiamava Valeria, a tirarmici fuori e avvolgermi tra le sue ali e, ballare con me Let me in.
Il resto non è storia ma un’emozione che tutt’ora porto dentro e che continuerà per sempre, nient’altro.
Per non far torto a nessuno, in ordine di emozione:
Risiede in quel tempo particolare che gli antichi greci chiamavano Kairos, il sogno in cui vedo scorrere un bel fiume al posto di quel canalaccio melmoso che ancora attraversa la mia città, vedermi camminare sul lungofiume tenendo per mano una persona speciale.
Ogni volta che va in onda “Con tutto l’amore che posso”. La poesia nascosta nella canzone riesce a trascinarmi dentro una limpida corrente che purtroppo ha un senso unico. Nulla torna indietro, tantomeno le occasioni mancate e il conseguente rammarico, di non aver fatto la cosa giusta al momento giusto.
Sono rimasto fermo come il vecchio salice che intinge i suoi rami nell’acqua. Fermo a sognarla e capace solo di dedicarle infinite volte questa canzone, sperando che anche a lei venga da dire
“Amore mio, ma che cos’hai tu di diverso dalla gente Di fronte a te che sei per me così importante Tutto l’amore che io posso è proprio niente”
E lungo il Tevere che andava lento lento Noi ci perdemmo dentro il rosso di un tramonto Fino a gridare i nostri nomi contro il vento Tu fai sul serio o no Tra un walzer pazzo cominciato un po’ per caso Tra le tue smorfie e le mie dita dentro il naso Noi due inciampammo contro un bacio all’improvviso E’ troppo bello per essere vero, per essere vero, per essere vero
Amore mio
Ma che gli hai fatto tu a quest’aria che respiro E come fai a starmi dentro ogni pensiero Giuralo ancora che tu esisti per davvero
Amore mio Ma che cos’hai tu di diverso dalla gente Di fronte a te che sei per me così importante Tutto l’amore che io posso è proprio niente E dopo aver riempito il cielo di parole Comprammo il pane appena cotto e nacque il sole Che ci sorprese addormentati sulle scale La mano nella mano
Sono convinto che, come accade con le persone e gli animali, a volte, siano le canzoni che scelgono te e, non viceversa.
Fu nel maggio 1978 quando “Sorry seems to be the hardest word” mi venne incontro. Era un tardo pomeriggio di pioggia di quelli con i nuvoloni dalle diverse tonalità di grigio in continuo movimento. È una di quelle che amo classificare meteo canzoni, in quanto il suo ascolto evoca una particolare condizione metereologica.
Rintanato nel minuscolo studio della radio, me ne stavo sognante alla finestra che, pur costellata di gocce, lasciava intravedere il vialone centrale dei palazzoni; immaginavo vederla apparire tra gli alberi.
Quante energie spese per attirare la sua attenzione e fare in modo che si accorgesse di me. Un giorno finalmente i nostri sguardi si incrociarono, le nostre strade sembravano unirsi per sempre ma, una mano misteriosa mi diede brutalmente una spinta verso un’altra direzione.
Mi dispiace, sembra sia la sola, unica e triste parola …
In sequenza nel podcast: Elton John – Ecaterina Cojocaru – Diana Krall
Mi presentai in prima media, unico fra tutti, con la cartella delle elementari; era praticamente nuova, appena cinque anni di vita. Mio padre, non ne voleva sapere di spendere soldi per inutili dotazioni scolastiche, tanto, altri tre anni e sarei finito in stabiimento a Porto Marghera; a quel tempo, gli ascensori sociali erano rari e, per giunta, malfunzionanti.
A causa del mio outfit leggermente vintage, mi guardavano tutti come se fossi un marziano. Ero distinguibile soprattutto per i pantaloni acqua alta de gabarden, acquisiti da mio fratello al quale, a sua volta, glieli aveva passati il cugino Gaspare; roba antica, risalente agli inizi dei ‘60.
La cosa era reciproca, perché a me, invece, sembrava di essere atterrato su Marte. Quell’anno partiva il progetto interdisciplinarità; tutto il corpo insegnanti era preso da ‘sta roba, in primis il prof di disegno, tale Giovanni Memola. Parevano tutti matti; un giorno, nell’ora di matematica, trovai quello di applicazioni tecniche che recitava una poesia di Pascoli in francese; che casino, mi veniva da piangere, rivolevo la maestra delle elementari.
El progetton aveva un lato positivo; consisteva nella creazione di gruppi interclasse dove ficcavano dentro quelli di prima, seconda e terza; un bel bordello che mi gustava parecchio. Per essere più precisi, mi gustava la Consuelo della III^ C, una in gran salute. Rispetto alle mie coetanee, aveva tutte le sue cose ben sviluppate e, sapeva metterle bene in mostra; unico difetto, non frequentava ea ceseta ma, si sa, gnocca e cattolicesimo non sono mai stati affini.
Un giorno venimmo convocati in aula magna, ovvero l’aula di disegno che, il sopracitato illustre cattedratico, aveva abusivamente adibito a tale scopo. Probabilmente la preside aveva notato la scritta con il gessetto, sul muretto a fianco del cancello di ingresso, “l’a Consuello e tetona”.
Ritto sull’attenti, a fianco del Memola c’era quello spilungone di Giovanni “Nane” Lanza di 3^ C. Che imbecilli, avevano preso la persona sbagliata; quel secchione paraculo, non poteva essere l’autore della frase; era stato sicuramente uno che non andava molto bene in itagliano come, ad esempio puramente indicativo, il sottoscritto.
Fortunatamente si trattava di una simil conferenza stampa, atta ad esaltare lui e altri fidi discepoli del prof. La cosa sensazionale consisteva nel fatto che erano stati invitati a parlare del progetton, nientepopodimeno che in un programma radiofonico.
“Scusa mister, fame capir mejo”. Era assai raro che il vecchio Ginetto Franchin, ripetente di lungo corso, ponesse delle domande, in genere dormiva per tutto il tempo di permanenza nell’edificio scolastico. In effetti, nel resoconto del saccente c’era qualcosa che non tornava. Dichiarò che la famigerata radio era situata in una specie di bottega al piano terra di un palazzone popolare, situato a sua volta in un quartiere di ben nota fama. Al Franchin, uomo di mondo, non risultava che la RAI avesse sede nel posto descritto dal Lanza.
Quello di disegno, si affrettò a precisare che la radio dove avevano messo piede lo spilungone e soci era una radio libera.
“Ah, aeora so bon anca mi de ‘ndar a parlar par radio”, sentenziò il Ginetto rimettendosi a dormire.
Fu in quel momento che, inspiegabilmente, mi si accese una spia sul cruscotto che avevo in testa; tornai da scuola con un pensiero fisso, riuscire a ricevere quella strana radio.
In casa, il nostro apparecchio principale era una gigantesca radio a valvole. Da quella specie di armadio, non avevo mai sentito partorire nulla di diverso dai programmi istituzionali della RAI; unico outsider, “musica per voi” di Radio Capodistria. Sulla scala luminosa, c’erano nomi strani tipo Monte Ceneri o, nomi di città situate dall’altra parte del globo; di Mestre e, tantomeno Marghera, nessuna traccia.
“Erce! Moighea de tochignar!”; mio padre, si spazientì. Era sabato e, aveva il timore che, a causa del mio continuo smanettare, l’indomani non sarebbe riuscito ad ascoltare “tutto il calcio minuto per minuto”.
Mi rifugiai in cameretta; dove, tra i due letti, era posizionata una più moderna radio a transistor, fino a quel momento, relegata al ruolo di sorella minore, rispetto a quella installata in soggiorno.
Notai le minuscole scritte; “UKW – 87,5 … 100 … 108 MHz”; mi accorsi che la piccola radio marron, aveva una marcia in più, rispetto alla sorellona.
Nell’attimo in cui lo premetti il tasto UKW, sentii un tale Olindo, parlare al telefono in dialetto, con un tizio che chiedeva se “te me pui metar su Ramaya par ea Rosana de Vigodarsere”. Stupefacente, mi si aprì un mondo, in quel momento passai il confine delle onde medie e non ci feci più ritorno.
Nei minuti successivi fu un incessante andirivieni tra gli 88 e i 108 Megahertz alla scoperta di quella nuova terra promessa.
Oltre al fatto che ci voleva quasi un quarto d’ora prima che iniziasse a emettere un suono, il vecchio armaron a valvole e le sue, altrettanto vecchie onde medie, non offrivano una grande varietà di scelta in ambito musicale; li, a dettar legge, c’era Lelio Luttazzi e la sua hit parade. La piccola radio marron al contrario sembrava un jukebox; si rivelò presto uno scrigno contenente nuovi orizzonti musicali e, l’andare su è giù per la banda FM, diventò uno dei miei passatempi preferiti, nonché valvola di sfogo.
La Michael Zager Band con Let’s all chant, rischiò di farmi diventare mezzo sordo; mentre, Jane Birkin con Je t’aime moi non plus, … mezzo cieco.
Nessuno dei fioi dea vietta, credeva alla storia della radio sui paeassoni di Marghera. “Cori, cori, va in mona”; Giorgio Bortolozzo, il decano della compagnia, pensava stessi prendendo tutti per il culo. Gli unici interessati alla faccenda erano i miei fidi compagni di merende Tito Carniato e Bicio Busatto; frequentavano la sezione staccata, seppur all’oscuro riguardo l’interdisciplinarietà e cazzate varie, gli era arrivato all’orecchio che uno di terza della sede centrale era stato ospite in una fantomatica trasmissione radio. Dopo averli portati al cospetto dell’illustrissimo Lanza, decisero che era il caso di andare in missione esplorativa.
Il giorno fissato, i due soci, visto il quartiere nel quale dovevamo recarci, “par no’ saver ne esar e ne scrivar”, come si dice da noi, si presentarono armati. Tito si era procurato un pesante caenasso, che ufficialmente serviva per legare le bici, mentre Bicio aveva con sé la sua fida Oklahoma ad aria compressa e, una scatola zeppa di pallini in gomma; in effetti, il solo pensare di metter piedi, anzi, le ruote delle biciclette, alla CITA, ci faceva tremare il culo non poco.
Grazie alle indicazioni del Lanza, trovammo quasi subito il posto; due vetrine oscurate da tende nere, sembrava una rivendita di casse da morto. Che era la sede della radio, lo capivi solo dall’etichetta appiccicata sul minuscolo campanello; probabilmente, considerato il luogo dove si trovava, era necessario mimetizzarla per bene.
“Ragazzi, desiderate …”; improvvisamente si materializzò uno smilzo riccioluto. Fortunatamente, d’istinto mi uscirono le parole Memola e interdisciplinarità e, in una frazione di secondo, fummo fuori dalla situazione di imbarazzo in cui ci eravamo cacciati, guadagnando istantaneamente l’accredito per un tour guidato, nella bottega che nascondeva una radio libera.
Se, come ho detto, l’arrivo alle medie, poteva paragonarsi a un atterraggio su Marte, quella radio, era l’astronave che mi ci aveva trasportato. L’insieme di aggeggi che servivano a “fare radio”, pieni di luci e levette, faceva sembrare quella stanzetta semibuia, la plancia di un’astronave. Quello che la rendeva ancora più affascinante era che, ai comandi, c’era una persona sola; un solitario cosmonauta identico a Angelo Branduardi.
Una volta, in televisione, mostrarono lo studio dal quale andava in onda “alto gradimento”; la regia sembrava la sala di controllo di Cape Canaveral, si vedeva uno stuolo di camici bianchi intendi a spingere bottoni e menar leve. Renzo Arbore citava sempre “quelli dietro il vetro”, riferendosi ai tecnici in regia; sarà che era la radio dei paeassoni de Marghera ma li, dietro il vetro, non c’era nessuno; anzi, non c’era nemmeno il vetro. Era tutto racchiuso in un’unica, buffa stanza, ricoperta da quelli che sembravano cartoni per le uova.
Il cugino di Branduardi ci invitò a dire qualcosa; noi, facce rosse e scena muta. Ci chiese se volevamo fare delle dediche; noi, facce rosse, scena muta e tre teste che, in perfetta sincronia, facevano no. Parlò lui per noi, ci presentò come tre giovani sognatori desiderosi di cimentarsi nella meravigliosa avventura di fare radio. Ci guardammo con l’espressione della serie, “se lo dice lui”.
Alla fine di quella che, ancora non sapevamo, essere la nostra prima esperienza radiofonica, tornammo a casa con le tasche piene di adesivi e, … di sogni; il tipo, in effetti, ci aveva azzeccato; da quel giorno, prese forma la passione di una vita.
Non appena arrivai a casa tirai fuori il pacco di adesivi; ne appiccicai subito uno a fianco della spilla gialla “nucleare no grazie”; l’insieme rendeva ancora più figa la tracolla verde militare che, grazie alla generosità del cugino Roberto, aveva sostituito la cartella delle elementari; poi, con mano tremolante, feci il numero della radio;
“volevo dedicare m’innamorai del Giardino dei Semplici”;
“a chi?”
“ah si, a Consuelo”
“da parte di chi?”
“ah giusto, … mmm … da parte … del sognatore mascherato”
Visto che ci sono, ne approfitto per dire, alle varie Consuelo, Valeria, Paola, Eleonora, Roberta, Manuela, Silvia, ecc. che, se non l’avevano già capito, il “sognatore mascherato”, ero io.
Io e i miei coetanei, eravamo assai precoci e, già a quel tempo, coltivavamo interessi tipici degli adulti. Mentre la maggior parte, non faccio nomi, erano dediti alla lettura di “le ore”; alcuni, si erano abbonati a ben altre tipologie di riviste. Nel numero di dicembre 1977 di Elettronica Pratica, campeggiava la scritta “nuovo e potente trasmettitore FM”. Si accese la miccia, nei primi giorni del 1978, l’aggeggio era ben che costruito e inscatolato dentro un portasapone giallo.
Il giorno della “prima”, l’adrenalina era a mille; venni incaricato del “controllo di qualità” ovvero, capire se, l’aggeggio funzionava ma, soprattutto, che distanza riusciva a coprire. Per adempiere alla missione, fissai con del fil di ferro al manubrio della mia fida Atala color verde evidenziatore, la mitica radio marron, dotata per l’occasione di sei Superpila nuove di zecca.
“Sa, sa, sa … prove tecniche di trasmissione”; indimenticabile quel momento, sembrò un miracolo sentire la voce tremolante di Bicio, uscire dalla mia piccola radio marron, quella stessa radio dalla quale, poche ore prima, era uscita la voce di Renzo Arbore. Tito uscì fuori tutto eccitato, si divertiva a scuotere l’antenna fissata su una canna di bambù. L’avevo visto far tiri del genere, due mesi prima, quando la Betty della 1^ F gli fece intendere che, ea ghe stava.
“Meti su qualcossa che parto” gli gridai mentre salii in sella; iniziai a pedalare con le prime note di don’t go breaking my heart. Purtroppo, dopo poche centinaia di metri Elton John & Kiki Dee, si fecero flebili fino a svanire definitivamente. Non era importante; ora avevamo la nostra radio libera, la meravigliosa avventura era iniziata.
Gasatissimo; spinsi a tutta forza la fida Atala in direzione di casa; i miei, dovevano assolutamente sapere che avevano il figlio minore mezzo Guglielmo Marconi e mezzo Renzo Arbore.
“Ah si ciò, e chi vusto che te ‘scolta”; sentenziò quello col master in psicologia dell’età evolutiva, ovvero mio padre.
Quella sera non cenai; passai tre buone ore, disteso a letto con le mani dietro la nuca, prima di addormentarmi. Mio padre aveva ragione; non bastavano un trasmettitore, un’antenna e un microfono; dovevi avere anche qualcosa da dire; una qualche idea su come condurre un programma. Persino quel boarotto di Olindo che trasmetteva sui 94Mhz aveva un buon numero di ascoltatori seppure, si esprimesse, con un linguaggio, per usare un eufemismo, un po’ country.
Quel comunista mangia bambini di mio zio Bruno, diceva che a differenza della dittatura, dove non puoi parlare, in uno stato democratico come l’Italia, puoi parlare ma, non ti ascoltano. In effetti quello dell’ascolto in genere, è sempre stato, per me, specie in famiglia, un grosso problema.
Non mi rassegnavo a credere che l’entusiasmo del pomeriggio precedente fosse solamente un fuoco di paglia; decisi di chiedere una consulenza, proprio allo zio Bruno.
Rispetto a mio padre, il feedback fu completamente diverso; a parte il fatto che la cosa venne festeggiata con un bicchierino di alcol e tossicissimo E123, commercialmente noto come Rosso Antico. Il compagno zio Bruno mi riferì che i romagnoli della sezione “Karl Marx”, tra parentesi, i più cattivi e convinti compagni esistenti sul territorio italiano, avevano fondato già da tempo una radio libera. Era fiero di avere un nipote, che avrebbe osato contrastare il potere della radio di stato, assoggettata ai bigotti democristiani.
A dire il vero, il mio scopo era di usare le onde radio, per assoggettare le mie coetanee e, contrastare il potere di Mauro Baldan & company, il gruppo dei “grandi”, che polarizzava l’attenzione delle squinzie;ma, non potevo tradire le aspettative di un autentico comunista; gli sarebbe caduto il palco e, anche qualcos’altro.
Zio Bruno per caricarmi di entusiasmo; citò nientepopodimeno che Ghandi; “pensare con la propria testa senza lasciarsi condizionare è indice di coraggio”. Intendeva dire che, invece di seguire come un pecorone la massa e, mandare in onda le canzonette di Alan Sorrenti & c., avrei dovuto darci dentro con Bandiera Rossa eGuccini.
Per non far torto a nessuno, quello stesso pomeriggio, chiesi udienza all’antagonista per eccellenza del compagno Bruno Semenzato ovvero, don Gianni “el falso”. In preda all’euforia galoppante, mi era balenata l’idea di chiedere all’influente prelato, un locale del patronato per la sede della radio.
Quel giovane cappellano che nella mia parrocchia, era designato alla formazione morale dei giovani, mi sottopose ad un vero e proprio interrogatorio stile inquisizione; dovetti confessargli, in ordine e senza obbligo del sigillo sacramentale, come mai ci era venuta in mente ‘sta cosa, chi aveva costruito le correlate apparecchiature demoniache e che tipo di robe volevamo trasmettere.
Probabilmente, a causa dell’alito che ancora emanava Rosso Antico, il prete mi trattò da indemoniato, cacciandomi in malo modo dal suo studio e, asserendo che da certe robe, un bravo ragazzino cattolico come me, doveva starne alla larga. Inoltre, io e gli altri due posseduti dal demonio ci saremo dovuti presentare l’indomani pomeriggio, dopo scuola, per tinteggiare la ringhiera del campetto, assieme al gruppo dell’ACR; sana attività che ci avrebbe tenuto lontani da certe idee progressiste.
Capii solo in seguito, che, certi preti accentratori e maniaci di protagonismo come lui, erano soliti soffocare qualsivoglia iniziativa che non partisse da loro o dalla loro cerchia di fedelissimi. Lo dimostrò il fatto che, nemmeno tre mesi dopo, promosse l’iniziativa, di istituire una radio parrocchiale, puntualmente naufragata ancor prima di nascere.
Fu così che, con la famiglia e i preti contro ma, i comunisti a favore, smisi anzitempo di giocare con i soldatini Atlantic per dedicarmi alle mie passioni emergenti; la radio e le squinzie. Ancor oggi, se me lo chiedete, non so quale delle due sia predominante.
“Tanto no’ te ‘scolta nissuni”; mio padre non c’è più ma, continuo a sentire la sua incoraggiante voce. “Xe inutie che ti te daghi tanto da far, no’ ti rivarà mai a essar come jorillà”.
Sior Ottorino, ha sempre diviso l’umanità in due sole caste; gli jorillà, ovvero i rotti in culo e i noialtriqua, gli sfigati. Per lui, qualsiasi azione intraprendessi, finalizzata al salto del muro che separava le due caste, era solo energia sprecata.
Anche mio zio Bruno se ne è andato e con lui tutti i comunisti, anzi no, è rimasto il papa, ironia della sorte, unico comunista sulla faccia della terra.
Don Gianni è sparito, ma non i sensi di colpa. Continuo a sentirlo ripetermi che devo smetterla di abusare del microfono; l’esibizionismo, tranne quello dei preti, è peccato. Ora di preti ce ne sono sempre meno e non trovo nessuno di fidato a cui confessare che non riesco proprio ad ottemperare a quei comandamenti che iniziano per “non desiderare”.
Quel comunista da bar dello zio Bruno, nel senso che frequentava più il bar che la sezione; invece, non si fa più sentire. Spero non sia vero quel che si dice, ovvero che per quei miscredenti di compagni, una volta passati di la, finisce a schifio; che peccato, era l’unico supporter che avevo.
Su di un’altra cosa aveva ragione mio padre; la cartella delle elementari sarebbe durata in eterno; in effetti, ce l’ho ancora. Dentro sono custoditi alcuni cimeli, tra cui il famoso pacco di adesivi e una cassetta PHILIPS C-60 nella quale è registrata una delle mie prime trasmissioni; quando la ascolto, ho l’impressione che, la mia voce e le canzoni che mandavo in onda, sprigionino un odore di naftalina.
La vecchia cartella è piena zeppa anche di, “se fossi” e, “se avessi”; una miriade di rimpianti e sguardi all’indietro che, quando la apro, ne esce una pesante zaffata di insoddisfazione; a tutto questo, si aggiunge l’angoscia del boomer.
Bisogna ammetterlo, la mia generazione non ha vissuto grandi drammi come la guerra e la povertà diffusa; per la maggior parte di noi, la vita è stata un gigantesco luna park. Il problema è che adesso, per citare san Paolo, “il tempo si è fatto breve” e, qualcuno o qualcosa, ti fa intendere che, da un momento all’altro, potresti dover scendere dalla giostra, per far posto a chi è più giovane di te. Tu non ci stai, non vuoi accettarlo; la prima cosa che fai è far finta di niente; giochi a nascondino con i problemi che ti si presentano poi, come un bambino capriccioso, punti i piedi e inizi a frignare. Ti prende la rabbia, perché ci sono ancora un sacco di cose che non hai potuto fare o avere.
Nonostante tutto, grazie a quello spilungone del Lanza e ai miei amici bisognosi di applausi, rimango qui, solo davanti ad un microfono con l’angoscia che non ci sia nessuno in ascolto ma convinto che, di tutto ciò che trasmetto nell’etere, forse, ne rimarrà traccia per l’eternità. Qui, a smanettare ancora con la manopola di sintonia della radio, fino a quando non trovo la canzone che, riesce a dare una svolta alla mia giornata. Qui, ad imparare ad ascoltare più che a parlare. Qui, a raccontare piccole storie di piccole radio.
Firmato
Il sognatore mascherato
Liberi .. Liberi
Ci fosse stato Un motivo per stare qui Ti giuro, sai Sarei rimasto, sì Son convinto che se Fosse stato per me Adesso, forse, sarei laureato E magari se lei Fosse stata con me Adesso sarei sposato
Se fossi stato Ma non sono mai stato così Insomma, dai Adesso sono qui Vuoi che dica anche se Soddisfatto di me In fondo, in fondo non sono mai stato Soddisfatto di che Ma va bene anche se Qualche volta mi sono sbagliato
Eh Liberi, liberi siamo noi Però liberi da che cosa Chissà cos’è? Chissà cos’è? Finché eravamo giovani Era tutta un’altra cosa Chissà perché? Chissà perché? Forse eravamo stupidi Però adesso siamo cosa Che cosa che Che cosa se Quella voglia, la voglia di vivere Quella voglia che c’era allora Chissà dov’è? Chissà dov’è?
Che cos’è stato? Cos’è stato a cambiare così Mi son svegliato ed era tutto qui Vuoi sapere anche se Soddisfatto di me In fondo, in fondo non sono mai stato Soddisfatto di che Ma va bene, anche se Se alla fine il passato è passato
Eh Liberi, liberi siamo poi Però liberi da che cosa Chissà cos’è? Chissà cos’è? E la voglia, la voglia di ridere Quella voglia che c’era allora Chissà dov’è? Chissà dov’è?
E cosa diventò, cosa diventò Quella voglia che non c’è più
Cosa diventò, cosa diventò Che cos’è che ora non c’è più
E cosa diventò, cosa diventò Quella voglia che avevi in più
Eh E cosa diventò, cosa diventò E come mai non ricordi più, eh
In un mondo che Non ci vuole più Il mio canto libero sei tu E l’immensità Si apre intorno a noi Al di là del limite degli occhi tuoi
Nasce il sentimento Nasce in mezzo al pianto E s’innalza altissimo e va E vola sulle accuse della gente A tutti i suoi retaggi indifferente Sorretto da un anelito d’amore Di vero amore
In un mondo che Prigioniero è Respiriamo liberi io e te E la verità Si offre nuda a noi E limpida è l’immagine Ormai
Nuove sensazioni Giovani emozioni Si esprimono purissime in noi La veste dei fantasmi del passato Cadendo lascia il quadro immacolato E s’alza un vento tiepido d’amore Di vero amore E riscopro te
Dolce compagna che Non sai domandare, ma sai Che ovunque andrai Al fianco tuo mi avrai Se tu lo vuoi
Pietre, un giorno case Ricoperte dalle rose selvatiche Rivivono, ci chiamano Boschi abbandonati E perciò sopravvissuti vergini Si aprono, ci abbracciano
In un mondo che Prigioniero è Respiriamo liberi Io e te E la verità Si offre nuda a noi E limpida è l’immagine ormai
Nuove sensazioni Giovani emozioni Si esprimono purissime in noi La veste dei fantasmi del passato Cadendo lascia il quadro immacolato E s’alza un vento tiepido d’amore Di vero amore E riscopro te
Io Non son più io, mi sento da sola Qualche cosa dentro me è cambiato, ma cos’è? Oh-oh, oh, oh Oh, non dir di no e lasciami sola Non dipende più da te
Potresti regalarmi il mondo intero, che me ne farei? Io cerco solo il vento e una scogliera Dentro gli occhi miei E sopra il mare volerei Per non tornare, credimi Sola
Non pensare adesso che Qualcun altro sia con me Oh-oh, oh no Ti ho detto da sola Io con la mia anima
Sarà che questo mondo ha rovinato Tutti i sogni miei Se non avessi te che sei innocente Giuro me ne andrei Ed oltre il mondo volerei Per non tornare, credimi Sola
Per sentirmi libera, finalmente libera Oh, Sola Io con la mia anima
Ma chi piangerà, lo so sarò io Io che resterò sola Sola Resterò (sola) sola Sola, (sola) Sola, sola, sola Sola Resterò sola, sola, ah Sola, sola
Ci sono canzoni che, quando le ascolti, diventano persone, luoghi, pioggia, sole, caldo, freddo, gioia e tristezza.
Canzoni, come Poster di Claudio Baglioni, hanno il potere di trascinarti dentro la scena, sei tu quel personaggio che se ne sta “seduto con le mani in mano sopra una panchina fredda …”; la melodia, ispirata dalla bellissima Valsinha di Vinicius De Moraes e Francisco Buarque De Hollanda, riesce a farti percepire la sensazione di freddo umido; e tu, malinconico spettatore della grigia routine invernale alla quale non riesci a ribellarti, ripensi alla tua vita e, a quell’eterno sogno di fuggire via.
Seduto con le mani in mano Sopra una panchina fredda del metrò Sei lì che aspetti quello delle 7:30 Chiuso dentro il tuo paletot Un tizio legge attento le istruzioni Sul distributore del caffè E un bambino che si tuffa dentro a un bignè
E l’orologio contro il muro Segna l’una e dieci da due anni in qua Il nome di questa stazione È mezzo cancellato dall’umidità Un poster che qualcuno ha già scarabocchiato Dice “vieni in Tunisia” C’è un mare di velluto ed una palma E tu che sogni di fuggire via
E andare lontano lontano Andare lontano lontano
E da una radiolina accesa Arrivano le note di un’orchestra jazz Un vecchio con gli occhiali spessi un dito Cerca la risoluzione a un quiz Due donne stan parlando Con le braccia piene di sacchetti dell’Upim Ed un giornale è aperto Sulla pagina dei films
E sui binari quanta vita che è passata E quanta che ne passerà E due ragazzi stretti stretti Che si fan promesse per l’eternità Un uomo si lamenta ad alta voce Del governo e della polizia E tu che intanto sogni ancora Sogni sempre sogni di fuggire via
E andare lontano lontano Andare lontano lontano
Sei lì che aspetti quello delle 7:30 Chiuso dentro il tuo paletot Seduto sopra una panchina fredda del metrò
Winter Melody interpretata da Donna Summer uscì in Italia il 9 gennaio 1977, prima traccia dell’album Four season of love.
Donna Summer oltre a essere la regina della disco music, per la sua sensualità, aveva la reputazione di una che faceva canzoni “da letto”; per cui, in radio, questa e altre sue canzoni, venivano trasmesse prevalentemente in orario notturno e, questa in particolare, data la “stagionalità” del titolo, durante le fredde serate invernali.
In realtà, a dispetto delle precedenti love to love you baby e could it be magic, questa canzone non ha nessun contenuto erotico ma bensì, racconta del vuoto e della conseguente solitudine causata da un amore finito, la felicità di colpo stroncata, dall’abbandono della persona amata, quasi venisse congelata da una brezza invernale; insomma, tristezza e malinconia pura. Come per la maggior parte delle canzoni straniere, credo quasi nessuno abbia fatto caso al significato delle parole ma, piuttosto all’emozione che la melodia evoca. Qualsiasi siano le situazioni o le fantasie che vengono in mente, è una classica comfort song, come dicono gli inglesi; ovvero una canzone che funge da coperta calda, profuma di the speziato e ti fa viaggiare fino al tuo ideale posto sicuro. Da ascoltare rintanato al calduccio quando c’è tanto freddo fuori e … dentro di te.
Emptiness and just a memory Love is gone with nothing left for me All those wasted feeling for something i no longer have I never knew that love could hurt so bad
Winter melody, winter melody, winter melody Play for me, just for me ‘Cause he’s not coming home and i’m here alone On my own
I can’t bear to see the sun go down Casting stormy shadows all around Nothing seems to matter, i just get by from day to day I never thought that you would leave this way
Winter melody, winter melody, winter melody Play for me, just for me ‘Cause he’s not coming home and i’m here alone On my own
Winter melody Play for me, just for me ‘Cause he’s not coming home and i’m here alone On my own
Loneliness, that’s all that’s left for me Happiness is chilled by winter’s breeze I keep on remembering the day that you came along And since you left, well i just sing the song
Winter melody, winter melody, winter melody Play for me, just for me ‘Cause he’s not coming home and i’m here alone On my own
Compositori: Donna A. Summer / Donna Summer / Giorgio Moroder / Pete Bellotte
The jingle bells are jingling The streets are white with snow The happy crowds are mingling But there’s no one that I know
I’m sure that you’ll forgive me If I don’t enthuse I guess I’ve got the Christmas blues
I’ve done my window shopping There’s not a store I’ve missed But what’s the use of stopping When there’s no one on your list
You’ll know the way I’m feeling When you love and you lose I guess I’ve got the Christmas blues
When somebody wants you Somebody needs you Christmas is a joy of joys But friends when you’re lonely You’ll find that it’s only A thing for little girls and little boys
May all your days be merry Your seasons full of cheer But ‘til it’s January I’ll just go and disappear
Old Santa may have brought you Some stars for your shoes But Santa only brought me the blues Those brightly packaged tinsel covered Christmas blues
Old Santa may have brought you Some stars for your shoes But Santa only brought me the blues Those brightly packaged tinsel covered Christmas blues