Fio dei Fiori – Parte I^
© 2009 – 2024 Michele Camillo
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Capitolo 12 – Verena
Ai piedi del letto trovai Liza Bitol Minelli in mutande, intento a intonare “New York New York”, el mona stava usando la cornetta del telefono della camera come microfono senza accorgersi che, dall’altro capo una vocina di donna continuava a ripetere “May I help you sir?”; ennesima figura di merda. Sir Sega era sparito, probabilmente, era uscito per una passeggiata meditativa. Io e il bluesman in mutande, ci vestimmo in un millisecondo, non vedevamo l’ora di scendere giù a sfondarse el bueo con una abbondante e tanto decantata colazione inglese.
Fino a quel momento non avrei mai immaginato di mangiare a colazione uova strapazzate, pancetta, salsiccia, formaggio, pomodori spadellati e funghi. Se qualcuno prima me lo avesse proposto sarei inorridito, però, Fugassetta, non poteva certo fare un torto a sua maestà, esimendosi dal trangugiare un full breakfast come tutti gli altri suoi sudditi. Gli altri due, che si accontentarono del classico pane tostato con burro e marmellata, più un pezzo di torta, rimasero alquanto schifati nel vedermi ingurgitare tutta quella roba e bere mezzo litro di quella specie di caffè annacquato.
La seconda giornata londinese fu alquanto pesante. Eravamo ormai proiettati verso l’America, e oltre alla stanchezza generale, soprattutto del nostro capo comitiva, c’era l’ansia di arrivare puntuali in aeroporto. Dopo aver lasciato gli zaini al deposito bagagli, adempiemmo subito al rito imposto da Bitol: attraversare le famose strisce pedonali di Abbey Road.
Neanche a farlo apposta, trovammo una piccola folla di italiani che, a suon di pose improbabili, stava bloccando il traffico. Fortuna che i malcapitati automobilisti britannici erano dotati del tradizionale self-control: da noi, ti avrebbero prima assordato con il clacson e poi, se insistevi imperterrito, ti avrebbero travolto senza pietà con un SUV da centomila tonnellate.
Ci unimmo al rituale con fervore, e permettemmo anche al nostro uomo di sostare per alcuni minuti in religioso silenzio, respirando profondamente la stessa quantità e qualità di smog dei suoi quattro maestri di vita, dei quali, secondo lui, in quella strada aleggiava ancora lo spirito.
Dopo vari scatti, pose, e tentativi di imitare i Beatles in tutte le acrobazie possibili e immaginabili (compresi alcuni che sembravano più cadute di stile che altro), decidemmo di proseguire il tour. Ma prima di andare via, Bitol, con aria solenne, si inginocchiò sulle strisce, fece un gesto quasi mistico e proclamò: “Qui, dove i Beatles camminarono, cammineremo anche noi!” La cosa più comica fu che mentre lui recitava questo sermone da prete del rock, un ciclista londinese, con un’aria di puro disprezzo, lo sorpassò mormorando: “Fuck you”
Ridemmo fino alle lacrime, mentre il traffico riprendeva a scorrere e il nostro sogno di attraversare l’oceano per ’ndar de là si stava avvicinando a grandi passi.
Ci fiondammo a Portobello Road, convinti più che mai che avremmo fatto grandi affari nonché trovato l’oggetto più rappresentativo della nostra permanenza a Londra. Fu una mezza delusione, le bancarelle parevano l’una la fotocopia dell’altra, proponendo spesso l’immancabile “made in China”. Io e il Sega acquistammo due tascapane, lui modello militare con il classico simbolo della pace, io, invece, uno in cuoio da fighetto inglese. Quest’ultimo, invece, si fece prendere dalla sindrome dell’acquisto compulsivo, girovagava tra bancarelle e negozi come un assatanato; “speteme, rivo subito”, ci disse prima di sparire tra la folla. Capimmo l’antifona, considerando il tempo che ci avrebbe impiegato, non ci restava altro che spararci una birretta accompagnata da un hot dog unto e bisunto. Lo vedemmo arrivare da distante mentre agitava in aria una piccola chitarra, tipo quella che regalano ai bambini; lo sguardo disperato del Sega diceva tutto, scossi la testa e gridai: “El xè mona”.
Iniziò subito a giustificare l’acquisto cercando di convincerci che non era un giocattolo: suonava per davvero e, per giunta bene. Fu inutile cercare di farlo ragionare circa il fatto che eravamo risicati con il bagaglio, l’uomo sembrava rimbambito. La sparò grossa, asserendo che, tra lui e il chitarrino, c’era stato un richiamo vicendevole, qualcosa di spirituale. In effetti, probabilmente, gli era rimasto dello spirito, nel senso di alcool, dalla serata precedente.
Scovammo, nei pressi di Notting Hill, una minuscola tea room ubicata nel seminterrato di un vecchio edificio, un posto veramente particolare gestito da due giovani ragazze irlandesi. Ormai potevamo considerarci degli inglesi a tutti gli effetti, e quindi, non potevamo rinunciare al rito del the, ovviamente arricchito da alcuni sandwich. Il Bitol, che, con quella sottospecie di strumento musicale, stava veramente fracassando i cosiddetti, a noi e, anche agli altri avventori, distolse l’attenzione dal giocattolo nuovo. Schioccò le dita e chiese alla cameriera qualcosa di forte, da uomini veri, che dovevano prepararsi a varcare l’oceano. Accanto alle tazze di the, apparvero tre bicchieri di ottimo, a detta della ragazza, whisky irlandese torbato, una vera schifezza ma, pazienza, qualche cazzata bisognava farla.
Un’occhiata all’orologio a muro fece sussultare i nostri cuori, era ora di lasciare il vecchio continente. Mi prese nuovamente la stessa trepidazione della mattina prima, le mani cominciarono a sudare, frugai nervosamente nello zainetto per controllare se c’erano tutti i documenti, presi la bandana finita sul fondo e la strinsi forte.
L’aeroporto di Heatrow ci sembrava più grande di Gatwick, i controlli di sicurezza ingigantiti e, l’aereo era molto più grande di quello del giorno prima; forse l’anticipazione che in America sarebbe stato tutto più grande.
“Siete italiani?”, una biondina ricciolina dall’accento straniero, seduta sul sedile di fronte al mio, ancor prima che riuscissimo a sistemarci, ci rivolse la parola, “scusa, mi faresti il favore di scambiarci di posto”, ce l’aveva con il Sega, “sai ho problemi alle gambe e, mi farebbe comodo stare vicino al corridoio per potermi alzare”. A mio primo e modesto giudizio, l’unico problema che potevano avere le sue gambe stava nel fatto che erano coperte da una gonna troppo lunga e ai piedi aveva dei modestissimi infradito anziché un tacco dodici come avrebbe meritato di essere. La verità era che, ai due lati, aveva da una parte un Pakistano, o giù di lì, che emanava un forte odore di cipolla mista a aglio, mentre, dall’altra, una signora oversize di colore che, le stava invadendo parte del sedile. Il povero Sega, mangiò la foglia e, dandomi con discrezione di gomito, accettò lo scambio mentre il Bitol, in un attimo in cui la biondina era girata, non perse l’occasione per fregarsi le mani e tirare fuori la lingua. Una vecchietta seduta sull’altra fila notò la cosa, facendo una evidente faccia di disgusto, figura di merda numero quattro, se non erro.
Verena, questo era il suo nome, mi inebriò da subito con il suo dolcissimo profumo. Aveva frequentato l’accademia di belle arti a Venezia e parlava l’italiano in maniera stupefacente, con un accento che mi faceva impazzire. Veniva da un paesino austriaco, dal nome impronunciabile, situato in riva a un lago famoso per la produzione di ceramiche. Stava andando a New York dalla sorella che gestiva l’atelier dell’azienda di famiglia, ovviamente di ceramiche.
Mi colpirono i suoi orecchini, composti da sottilissime foglioline color blu cobalto attaccate a un filo rosso che sembrava di rame. Non so come mi uscì la frase: “Che belli.” Fatto sta che colpii nel segno. Gli si illuminarono gli occhi e mi disse che si trattava di esemplari unici, fatti da una sua cara amica artista come lei. Ebbi la netta sensazione che quell’inaspettato complimento servì a mettermi in buona luce.
Con lei accanto, non vissi quel mio secondo volo con la stessa ansia del giorno prima. Avevamo già intavolato una conversazione riguardo il nostro viaggio e aspettai con trepidazione che si spegnesse la spia delle cinture per recuperare libro e bandana dallo zaino sulla cappelliera. In meno di mezz’ora, le versai addosso tutta la mia storia, cercando inoltre di apparire romantico ai suoi occhi.
Mi ascoltava con attenzione, lo si capiva da quei bellissimi occhi che mi fissavano: l’iride di color smeraldo era di una trasparenza finora mai vista. A causa della mia timidezza, non riuscivo a ricambiare lo sguardo; giravo il capo nelle direzioni più disparate, credo di esserle sembrato alquanto scortese, per non dire peggio. Non riuscivo proprio a sbloccarmi.
“Perché cerchi questa signora? Non vuoi bene a chi ti ha allevato?” Mi arrivò una stilettata dritta alla bocca dello stomaco. Possibile che le donne siano così crudelmente perspicaci? Il volo era appena iniziato, per arrivare a New York ci sarebbero volute ancora parecchie ore e, seduto sul sedile di mezzo, mi sentivo privato di ogni possibilità di fuga.
La dolcissima Verena aspettava impaziente una risposta, possibilmente sincera. Cercavo nuovamente di evitare il suo sguardo; a testa bassa, con le mani sudate e il libro in mano, osservavo le sue infradito bianche tempestate di minuscole perline. Le unghie curatissime erano smaltate di un bellissimo azzurro lucente. Niente, il mio cervello era andato in blocco come una caldaia guasta.
All’improvviso, appoggiò la sua mano sul mio ginocchio. “Da quello che mi hai raccontato, ho la sensazione che tu abbia ricevuto poco affetto. Stai sempre tutto curvo con lo sguardo rivolto verso il basso, tipico di chi da piccolo non ha ricevuto sufficienti carezze e attenzioni.” Ci mancava anche una saccente psicologa dilettante.
Ma guarda chi mi è capitato vicino, pensai. Poco fa mi parlava con passione di vasetti, terrine e teiere, e ora, ha la pretesa di aprire il mio intimo profondo come una scatoletta, vuole mandarmi in mille pezzi, come se fossi anch’io di ceramica. Quel suo modo di fare mi dette alquanto fastidio.
Durò poco, però. Il tempo di sentire la sua mano che, delicatamente, tirava il mio mento verso di lei. “Hey, parlo con te, guardami negli occhi. A cosa stai pensando?”
Mi sentii di colpo scivolare sul sedile, sentivo la mia faccia arrossire come se avessi trangugiato un’intera damigiana de vin clinto. Era la prima volta che mi capitava di essere ascoltato con così grande interesse da una donna. Il cervello si riattivò e spalancò le porte del magazzino del mio vissuto che, come un fiume in piena, riversai su di lei.
Quel senso di alleggerimento non l’avevo mai provato, nemmeno quelle rare volte che mi confessavo dal vecio Piovan. Mi stupii di come fosse fluido il mio modo di parlare, senza le autocensure che spesso mi imponevo. Per continuare a stare in sintonia con Verena e, anche perché faceva figo, ordinai anch’io per cena il menù vegano.
“Anch’io sai con mio figlio…” Quella strana polpetta verdognola che mi avevano portato, si fermò esattamente a metà strada nel tubo digerente. Mi stava dando dei consigli che avrebbero potuto aiutarmi nel districare un po’ la matassa della mia esistenza ma, al sentir quelle parole, il cervello si resettò di brutto; per l’ennesima volta era caduto il palco e partii per la tangente.
Un figlio, chi l’avrebbe mai immaginato. Dov’è il suo uomo? Forse è separata? Perché non ha portato con sé il bambino? Madre snaturata, avrà certo lasciato il figlio a qualcun altro mentre se la spassa in giro per il mondo. Non riuscivo a pensare ad altro, tutto quello che mi aveva detto fino a quel momento perso, svanito nel nulla.
Verena sembrava essersi accorta del mio turbamento. Appoggiò la mano sulla mia, e il calore del suo tocco mi riportò alla realtà. “So che è difficile,” mi disse con dolcezza, “ma a volte, aprirsi con qualcuno può fare la differenza. Io ci sono passata e so cosa significa sentirsi persi.” I suoi occhi smeraldo mi scrutavano con una comprensione che mi disarmava. Lentamente, riuscii a respirare di nuovo.
Lei sorrise, un sorriso che sembrava illuminare tutto l’aereo. “Coraggio, continua a raccontare, mi interessa davvero quello che hai da dire.”
Quell’ultima frase sciolse l’ultimo nodo di diffidenza nel mio cuore. Continuammo a parlare, e ogni parola sembrava avvicinarci di più. Non ero mai stato così aperto con nessuno, e la sua presenza rendeva tutto più semplice, più naturale. La cosa aveva dell’incredibile: fino a quel momento, una situazione del genere, nella mia testa, era considerata pura fantascienza.
Fu in quel momento che pensai che, anche se non l’avessi trovata; Kate, facendomi ritrovare quel libro aveva già compiuto un miracolo. Grazie a quel viaggio, stavo pian piano uscendo dal pantano della mia piatta esistenza.
Le ore passavano senza che me ne rendessi conto. Le raccontai di sogni dimenticati, di paure nascoste, di speranze mai confessate. Lei ascoltava con attenzione, i suoi occhi di smeraldo fissi nei miei, illuminati da una luce che rifletteva la profondità delle sue emozioni.
Ad un certo punto, mi resi conto che il mondo intorno a noi era svanito. L’aereo, gli altri passeggeri, il tempo stesso: tutto sembrava sospeso in un momento eterno. C’era solo lei, con il suo sorriso radioso e la sua voce che mi avvolgeva come una melodia incantata. Mi trovai a desiderare che quel volo non finisse mai, che potessimo continuare a parlare e a conoscerci all’infinito.
Ad un certo punto ci alzammo per sgranchirci le gambe. “Aeora?” I due soci erano li che mi aspettavano al varco sghignazzando. Mi chiesero, ovviamente, di fargli un dettagliato report; li liquidai in fretta, con un generico “vi dirò”.
Al mio ritorno, trovai Verena profondamente addormentata. Aveva invaso parte del mio sedile, così, con delicatezza, le spostai la testa, indugiando nell’accarezzare i suoi bellissimi ricci. Mi comportai da vero gentleman, d’altronde ero appena stato a Londra, tirando la gonna in senso contrario rispetto a quello che mi suggeriva l’istinto, per coprirle le gambe. Però, ripeto, che spettacolo sarebbe stato con la gonna corta e il tacco dodici.
Atterrammo al “Kennedy” che sembravamo degli zombie. Perfino il fido Sega era andato in palla. Per fortuna, la cara Verena, da scafata frequentatrice del posto, ci scortò attraverso i lunghissimi corridoi e ci fece da assistente per passare gli sfinenti controlli. Da vera mamma premurosa, si assicurò che avessimo capito alla lettera le istruzioni per raggiungere l’albergo.
Il suo interminabile e forte abbraccio mi lasciò paralizzato. Abbandonato a lei, con un groppo in gola, cercavo di nascondere le lacrime, celando il viso tra i suoi riccioli mentre il suo profumo si mescolava alla mia puzza di sudore.
“Tutti uguali voi uomini, insomma. Se dovete piangere, piangete, senza tante storie!” aggiunse poi, “ricordati delle cose che ti ho detto.” Ciao Verena, che bello averti incontrata. Ricorderò per sempre il suono delle kappa e delle acca del tuo italiano ma, soprattutto, il delicato bacio sulla bocca.
Continua …..
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