Il mio primo amore

Sono convinto che la vera scintilla che ha dato vita alle radio private non sia stata tanto la passione per l’informazione o la musica d’avanguardia, ma il bisogno primordiale de butar el sardon, come lo definiamo noi in dialetto, ovvero quello di lanciare un’esca sottile per accendere un’attrazione, un incontro. Altro che informazione locale o musica innovativa: il vero obiettivo delle radio libere era far battere i cuori e accorciare le distanze. Far sì che chi si osservava da lontano trovasse finalmente il coraggio di avvicinarsi. 

Ci ho pensato l’altro giorno mentre, con il cuore colmo di ricordi e attese, passeggiavo solitario e malinconico per le  viette. Mi sembrava quasi di vederla apparire all’improvviso, come un miraggio tra la nebbia autunnale, pronta a ridare una direzione alla mia vita. 

Le viette non sono altro che un reticolato di stradine asfaltate alla meno peggio dove, fin dai primordi dell’esistenza umana, vennero edificate, sempre alla meno peggio, delle casette. 

Visto che gli abitanti delle casette erano, per la maggior parte, operai di Porto Marghera, venne costruita quasi subito, la sezione del P.C.I. e, solo dopo, quando il clero si accorse che era necessario contrastare l’avanzata comunista, furono costruiti chiesa e patronato. 

Alla fine degli anni Sessanta, come ciliegina sulla torta, arrivò la vera opera d’arte urbanistica: il quartiere dei paeassoni. Doveva servire a dare alloggio ai “migliori” disadattati della città, una specie di riserva naturale per le personalità più bizzarre e meno adattabili della popolazione. 

Visto che i comunisti e i preti con relativi democristiani al seguito, c’erano già ma non un luogo dove potevano insultarsi a vicenda e sputarsi negli occhi, i progettisti dei paeassoni inserirono nel masterplan un bar. Praticamente, fu prima costruito il bar di Nane Sbérega e poi tutt’attorno i paeassoni. E non avevano torto: nel corso degli anni, in quel bar è volato di tutto. Sedie, boccali di birra, bottiglie, perfino la tavoletta del water — e tutto per le più nobili ragioni, ovviamente. Ma sorprendentemente, non per questioni politiche o religiose. No, no! In un mondo dove comunisti e democristiani avrebbero potuto scatenare guerre intestine, le vere scintille si accendevano per due cose: sport e donne. Ho vissuto in prima persona una sorta di “compromesso storico” molto particolare, dove comunisti e democristiani riuscivano a mettere da parte ogni ostilità, uniti da una fede che superava ogni ideologia politica: quella per il Milan. Era quasi poetico vedere questi acerrimi nemici che, invece di scannarsi su riforme e ideali, si ritrovavano fianco a fianco per mandare in cueodesamare altri democristiani e comunisti, uniti però dalla fede per l’Inter. 

Per quelli dei paeassoni, noi abitanti delle viette eravamo una specie di aristocrazia locale. Loro non capivano, però, che anche tra noi c’erano delle distinzioni. In pratica, nelle viette esistevano due caste: i poareti, che vivevano in casette di un solo piano, e i siori, padroni di villette a due piani.  

Le case dei poareti erano costruite senza fondamenta, giusto appoggiate lì, come un mazzo di carte dopo una partita. E nel tentativo di risparmiare anche sull’aria che respiravano, il giardino diventava un orto che sembrava uscito da un film post-apocalittico: ortaggi ovunque e, immancabile, la vecchia vasca da bagno arrugginita a far da cisterna per l’acqua piovana. Ah, perché non si poteva mica sprecare soldi con la bolletta! 

Dall’altra parte c’erano i siori, e loro non si facevano mancare nulla: due piani, magari con taverna e mansarda, e intorno un giardino che sembrava disegnato dal mitico Capability Brown, il più famoso architetto paesaggista inglese. La loro casa era dipinta con i colori più brillanti. I poareti, invece, lasciavano spesso le pareti in grigio intonaco, al massimo trovavi qualche spruzzata di verde muffa sul lato a nord. 

Io abitavo in una di quelle casette a un piano, figlio di Marietto, tornitore alla Montedison. Vera invece, abitava in una di quelle villette a due piani più mansarda, figlia di Franco caporeparto alla stessa fabbrica. 

Mi innamorai di Vera quando avevo appena nove anni. È stata un’emozione che mi ha colto all’improvviso, non riuscivo quasi a spiegarmela.  

I catechisti ci avevano praticamente obbligato a partecipare a una rappresentazione natalizia in parrocchia. Vera doveva interpretare Maria, il ruolo principale. Io, invece, ero solo un pastorello, un ruolo secondario, come quelli che, alla fine, ho sempre avuto anche nella vita. 

Non capivo cosa mi stesse accadendo, durante le prove non riuscivo a distogliere lo sguardo da lei. Vera aveva quegli occhietti vivaci, pieni di una luce che mi faceva perdere la testa. Era come se ogni suo sguardo contenesse qualcosa di speciale che mi attirava irresistibilmente. E così, cercavo in tutti i modi di farmi notare, di strapparle un sorriso, facevo lo scemo, sperando che la mia goffaggine potesse catturare la sua attenzione. 

Ci riuscii. Ricordo ancora quel primo sorriso, quasi timido, che lei mi regalò. Ricordo pure che mi volevano sbattere fuori dalla recita a causa del mio comportamento oltraggioso nei confronti della sacra rappresentazione.  

Da quel momento nacque tra di noi qualcosa di straordinario, un sentimento semplice e puro, senza malizia, come solo i bambini sanno provare. Non ci furono mai parole o grandi gesti. Il nostro amore si nutriva di sguardi rubati, di occhiate che si incrociavano per un attimo prima di scivolare via, di un continuo gioco di rincorse silenziose. C’era tutta la purezza e la bellezza del primo amore, quello che resta impresso per sempre nel cuore. 

Io ero un introverso incallito, talmente chiuso in me stesso che l’idea di fare il primo passo mi paralizzava. Non avrei mai potuto sopportare un suo rifiuto, era una possibilità che mi terrorizzava più di qualunque altra cosa. E così restavo in silenzio, bloccato dalla mia insicurezza, mentre Vera era sempre lì, a pochi passi, aspettava con infinita pazienza che io mi decidessi. La sua tattica era semplice, quasi invisibile: mi seguiva ovunque andassi. Non importava dove fossi, a scuola, in patronato o al campetto di pallacanestro, sapevo che da qualche parte ci sarebbero stati i suoi occhi attenti, presenti, pieni di speranza. Ma anche la sua pazienza, infinita com’era, aveva un limite. 

Quella mattina di agosto del 1977, mentre mi stavo recando nel piazzale della chiesa a prendere il pullman per il campo estivo, me la trovai davanti all’improvviso. Era ferma sulla sua bici, i capelli spettinati dal vento, e gli occhi lucidi. Mi fissava in silenzio, e in quello sguardo c’era qualcosa che non riuscivo a capire. Io, impacciato e col cuore che mi batteva troppo forte, non seppi dire altro che un goffo: “Che c’è?”. 

“Niente! Stupido!!” fu la sua risposta, una frase apparentemente semplice, ma che mi lasciò impietrito.  

Rimasi lì, un attimo immobile, incapace di reagire e poi, come se nulla fosse, proseguii per la mia strada. Don Gianni e gli altri ragazzi mi stavano aspettando.  

Solo una volta che il pullman si mise in marcia mi resi conto che quelle parole e quello sguardo, portavano con sé un mondo intero ed io ero stato incapace di interpretarne la profondità. 

Capii solo in quel momento che dietro quel “niente” c’era tutto, c’era il peso di un amore che aspettava solo di essere riconosciuto, dichiarato apertamente. Era il suo modo, forse disperato, di farmi capire che il tempo dell’attesa era finito, i suoi occhi rossi erano la prova di quanto avesse sperato che facessi quel maledetto passo. 

Ti xé casso, ti xé mona, ti xé cojon …” mentre don Gianni, in piedi accanto all’autista, faceva recitare le preghiere affinché il viaggio andasse bene, io mentalmente stavo recitando le mie personali litanie. 

A quei tempi non c’era nessuna possibilità di comunicazione in più, nella malga dove eravamo diretti, non c’era nemmeno il telefono. Per tutte le due settimane del campo riuscii a pensare solo che mi ero comportato da grande stronzo e all’enorme cazzata che avevo fatto. Avrei voluto sbattermi la testa su di una roccia; invece, optai per il materasso di crine della branda, era meno duro. Il solito che non fa mai le cose come dovrebbero esser fatte. 

Ironia della sorte, il tema conduttore del camposcuola era “la decisione”. Il prete ci mise in mano un foglio ciclostilato e ci invitò ad andare nel bosco da soli a riflettere. In quel foglio, c’erano una serie di precise indicazioni sul modo per trovare la strada giusta e non finire in quella sbagliata che, avrebbe portato alla perdizione. 

A parte che, tanto per cominciare, in mezzo a quella fitta boscaglia, la strada stavo per perderla seriamente. Fortunatamente, grazie ai particolari rumori che stavano facendo Riccardo Beltrame e quella tale Lara, una delle figlie della coppia di milanesi che avevano affittato la casetta di fronte alla nostra malga, riuscii ad orientarmi. Non fu facile trovare un posto dove isolarmi, poco più in là della coppietta intravidi Enzo Penzo che, dietro un cespuglio, stava facendo tutto da solo; che imbarazzo. 

Non saprei dire quante migliaia di fogli il don abbia ciclostilato nel corso degli anni. Fatica sprecata e qualche albero in meno nelle foreste. Tanto, alla fine, ognuno faceva come gli pareva. A parte me, che mi aggrappavo a quella fede più per timore della punizione divina che per reale convinzione. Così, oltre all’amore terreno per Vera, smarrii il vero senso dell’amore divino, quello che avrebbe potuto dare speranza e senso alla vita, nascosto dietro una montagna di “non fare” e “non desiderare”. 

Seduto sopra un masso, promisi al buon Dio che, dopo aver sistemato le cose con Vera, avrei pensato a tutto il resto, tipo lasciare i miei averi ai poveri, occuparmi dei bambini africani e non mandare più affanculo i miei genitori e mio fratello. Giusto per la cronaca; ancora oggi, chiedo al buon Dio di avere pazienza se continuo a procrastinare le buone azioni, in quanto la priorità è sempre quella di sistemare definitivamente le cose con una donna. 

Quelle due settimane non passavano mai. Finalmente tornammo a casa e, dopo aver trangugiato, per farmi coraggio, una decina di ciliege sotto spirito, mi fiondai a suonare il campanello di quella villetta a due piani più mansarda. Purtroppo, ahimè sul campanello non c’era più l’etichetta e la casa aveva tutte le tapparelle abbassate. In preda al panico, tornai a casa per chiedere informazioni a mio padre, il quale mi riferì che sior Franco aveva fatto carriera ed era andato a fare il vicedirettore di un non ben precisato stabilimento nel sud Italia. 

Oggi, per risolvere una faccenda del genere sarebbe sufficiente qualche indagine sui social. A quei tempi non avevo altra soluzione che buttarmi giù dal ponte della circonvallazione. Visto che me ne mancava il coraggio optai per un’overdose di pane con Nutella, con il risultato di peggiorare la mia acne. Presi anche l’abitudine che ho tutt’ora; girare tutto solo per le viette in attesa che il cielo mi fornisca una qualche soluzione per continuare a campare.  

È da quei tempi, che sogno di veder apparire Vera all’improvviso da dietro l’angolo. L’unica roba che in passato spuntava era qualche gatto randagio o qualche pantegana che inseguiva il medesimo gatto randagio terrorizzato. Ora si è aggiunto qualche cretino in monopattino che tenta di tirarmi sotto. 

Tornando a quei momenti, una nebbiosa domenica pomeriggio d’autunno, c’era un tale caigo che faceva ristagnare nell’aria un tanfo di brodaglia; in più, dalle casette usciva l’audio dei televisori sintonizzati su “Domenica In”. Quell’atmosfera rendeva ancora più malinconica la mia solitaria passeggiata per le viette. Ad amplificare quel senso di solitudine angosciante, ci pensò un tale con la radiolina attaccata all’orecchio intento ad ascoltare “tutto il calcio minuto per minuto”. Le mie palle iniziarono ad appesantirsi e strisciare sull’asfalto. 

Stavo per darmi una martellata sugli appena citati attributi e farla finita quando, passai accanto ad un ragazzo che stava trafficando con la sua auto. L’autoradio era accesa e sintonizzata su una di quelle nuove radio libere che stavano spuntando come funghi. “Per Ale da parte di Max che sta facendo il militare a Casarsa. Amore mi manchi tanto, pensami mentre ascolti la nostra canzone”, subito dopo partì “nell’aria” di Tozzi. 

Nell’aria c’è polline di te...” Una folata di eccitazione e buon umore mi attraversò il corpo, come se avesse colto il mio cuore di sorpresa. All’improvviso, l’idea mi folgorò: l’unica, seppur piccola, possibilità che avevo di ricongiungermi con Vera era quella di creare un canale, un ponte invisibile tra di noi, un mezzo per far risuonare la mia voce nella sua vita. Bastava mettere in piedi una di quelle radio. 

Il mio passo aumentava, così come il battito del mio cuore. Avevo già in mente il nome, “Radio Vera” – semplice, diretto, il suo nome che vibrava nell’etere. Ma poi pensai che “VeraRadio” suonasse ancora meglio, come se il suo stesso nome racchiudesse un messaggio di verità, di autenticità. Ero elettrizzato dall’idea, come se ogni passo mi avvicinasse un po’ di più a lei, anche solo idealmente. 

Ma mentre camminavo tra la nebbia, il suono dei miei passi mi portava a riflettere. Pensai a quanto la solitudine, quel dramma silenzioso che ci avvolge quando meno ce lo aspettiamo, possa essere lenita dalla radio. Quel suono caldo che arriva nelle case, nelle vite, e che riesce a farci sentire meno soli, anche solo per un attimo. Vera, la mia Vera, era ormai lontana, ma forse avrei potuto riempire quel vuoto, il mio e quello degli altri, con qualcosa di più grande. 

Fu allora che il nome cambiò. Non più “Veraradio”, ma “SolaRadio”. Per chi, come me, aveva sentito il freddo della solitudine, e per chi cercava una compagnia, anche solo di una voce nell’aria. “SolaRadio. Solo radio e basta!”, inventai lì su due piedi, quel motto semplice, sincero, come il mio desiderio di riempire il silenzio con qualcosa che facesse sentire le persone meno sole. Come un abbraccio invisibile fatto di onde radio, sperando che, tra quelle persone ci fosse anche Vera ad ascoltarmi. 

L’indomani pomeriggio, in una lurida mansarda al civico 69 dei paeassoni che, assomigliava al covo del mitico gruppo TNT, vennero da me convocati tre sfigati, amici d’infanzia. Tali Tiziano Scarpa detto Tito o anche Titomorti, Fabio Ballarin detto Paperoga ed Enzo Penzo detto EnsoPenso. Quello fu il primo “comitato di redazione” di SolaRadio e quello fu anche il giorno in cui nacque l’altro mio primo grande amore, quello per la radio. 

E io, da quel giorno … vivo radiofonicamente per lei. 

Mai ti è dato un desiderio senza che ti sia dato anche il potere di realizzarlo. Richard Bach 

Chiamami ancora amore … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

Epilogo

Fio dei Fiori – Romanzo

Sabato 21 settembre 2024, primo giorno d’autunno 

Alla fine sul nostro pontile sono rimasto da solo. Non c’è nemmeno Michele, ovvero il comandante Calzavara.  

Fu lui, quando, dopo il nostro viaggio, ci ritrovammo sul pontile, ad attaccar bottone. Me lo ricordo bene quel sabato di fine agosto 2009; passammo gran parte della giornata al chiosco Marinella. Per tre giri di birre e uno spritz che gli offrimmo, il malcapitato si dovette sorbire i nostri racconti; storia del libro e bandana inclusi, ovviamente.  

Oltre a occuparsi di aerei e osservarne in silenzio le relative scie, gli piaceva scrivere racconti. L’unica cosa che disse in merito alla faccenda è che sarebbe valsa la pena di farne un romanzo. 

Ci salutò che era un misto tra il divertito, l’incuriosito e, … l’ubriaco. Sperammo solo che non dovesse cimentarsi nel pilotare un aereo da lì a breve. 

Poi, a ottobre del 2009, fu Sega a lasciarci. Con la sua solita aria sbarazzina, si imbarcò in una missione particolare: installare piccole stazioni radio locali nei più remoti angoli del pianeta. “Tranquilli”, ci disse, con un sorriso disarmante mentre lo accompagnavamo all’aeroporto per la sua prima “missione”, “la musica non ha mai ucciso nessuno.” Io lo spero davvero, perché il mondo è stato troppo spesso crudele con chi cercava solo di portare un po’ di luce attraverso le note. 

Poche settimane dopo, anche el Bitol mi salutò. Lui, il sognatore, partì alla ricerca della sua musica, portandosi dietro la chitarra e il cuore pieno di nostalgiche canzoni degli anni ’70. Se mai vi capitasse di passare per Londra, Berlino, New York o qualche altra città, e di sentire un chitarrista che canta con un accento country veneto, fermatevi. Che compriate il suo CD o meno, a lui farà piacere sapere che qualcuno si è fermato ad ascoltarlo. 

E così, uno ad uno, se ne sono andati tutti, cambiando il loro mondo mentre il mio è rimasto lo stesso. Ogni mattina, alle otto e dieci precise, mi trovate a far colazione dalle “belle ragazze”, che nel frattempo sono diventate mamme di due bambini ciascuna, con padri diversi, ovviamente. La vita scorre, loro cambiano, mentre io rimango qui, immobile, a guardare il mondo che passa, avvolto da sogni che non si sono mai realizzati e da rimpianti che pesano sul cuore. 

L’estate è ufficialmente terminata, e sto qui, sul pontile, osservando le scie degli aerei che tagliano il cielo. Aerei che non ho più avuto il coraggio di prendere, rimanendo fermo e radicato a questo piccolo angolo di mondo, intrappolato tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è. 

Ah, dimenticavo, c’è una piccola novità nella mia vita: non prendo più il cappuccino, solo il caffè. Ho scoperto che il latte non lo tollero più. Un cambiamento banale, forse, ma sufficiente a ricordarmi che, in fondo, anche io sto cambiando, un sorso alla volta. 

Goodbye Mulls! 

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© 2009 – 2024 Michele Camillo

Il nostro concerto

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 23 – Il nostro concerto

Novembre 1965 

Il nostro amico è molto malato”, esordì così, el piovan, quella domenica, quando, terminata la messa, mi chiamò in disparte. Ci guardammo entrambi a lungo negli occhi, non servivano grandi spiegazioni. “Dovresti andare a Venezia, chiamami Joani che gli parlo io”. Non so che argomentazioni tirò fuori il buon prete, mio marito non fece nessuna obiezione alla mia partenza. 

Attraverso i finestrini della solita vecchia littorina scorreva un paesaggio assai diverso da quello estivo, el caigo ti permetteva solo di intravvedere vagamente i contorni delle cose. 

In preda a strani brividi, me ne stavo tutta raggomitolata sul sedile. Erano ormai tre notti che non dormivo senza darmi pace; ora che finalmente l’avevo ritrovato no, non volevo pensarci. 

Non era possibile che il buon Dio mi facesse questo torto, proprio lui che, tramite don Guerino, il suo emissario al paesello, gli aveva permesso di rifarsi una nuova vita.  

Venezia, la sua unica e vera casa, lo accolse a braccia aperte, gli diede un lavoro e, se pur con grossi sacrifici, la possibilità di continuare a studiare musica. Incredibile come fosse riuscito a far coesistere il lavoro di capo cameriere in uno dei più noti ristoranti di Venezia, con la sua attività concertistica. 

Per la sua famiglia non esisteva più. Don Guerino era rimasto il suo unico amico e riferimento in paese, al quale, timidamente, qualche volta, chiedeva mie notizie.  

Cercai di scaldarmi ripensando alla bellissima estate appena trascorsa; non ci riuscii, in quella grigia giornata, era difficile rievocare la luce intensa del sole che si specchiava nel mare.  

Dal finestrino, si vedevano le ciminiere di Porto Marghera, sembrava che tutto il caigo circostante uscisse da lì; più le osservavo e più mi trasmettevano un brutto presagio. Mesi fa, chissà perché, non le avevo proprio notate, nemmeno quando, con una pesantissima tristezza addosso, feci l’ultimo viaggio di ritorno per portare a casa Teresa. 

Fintanto che, durante i quasi quattro mesi della sua permanenza in colonia, tornavo periodicamente al mare per andare a trovarla, riuscivo a sopportare il rientro a casa e tutto quello che ne conseguiva. Quell’ultimo viaggio di ritorno dal mare sembrava una condanna. Non fu per niente facile riprendere definitivamente la misera e faticosa vita di sempre, comprese le continue violenze di Joani, fu terribile. 

Volli conservare segretamente, nel mio intimo, i nostri momenti passati insieme, nessuno doveva sapere quanto era stato bello. A tutti raccontavo esclusivamente di Teresa e della colonia; spiegavo loro che il soggiorno le aveva giovato però, non bastava. Questo, allo scopo di mettere nella testa di quanta più gente possibile, Joani in primis, che l’anno venturo avrebbe dovuto tornare al mare. 

Lì mi ero trasformata in un’altra persona e, tutto quello che riguardava quell’altra me, doveva rimanere là. Perciò, lasciai alle suore quello che Rino, amorevolmente, mi aveva regalato e ogni cosa che riguardava l’incanto di quei giorni. Due bellissimi vestiti di seta, uno dei quali irrimediabilmente macchiato quella sera a cena nel suo ristorante. Il costume con il quale feci il mio primo bagno. Gli occhiali da sole con i quali guardai i tramonti sulla laguna. Le mie prime e uniche scarpette con il tacco che, mi si ruppe inevitabilmente quando salii in gondola, finendo tra le sue braccia. 

Jole, una vicina di casa che gli faceva da governante, mi venne a prendere alla stazione. Camminava anche lei con passo veloce come suor Speranza, dovetti stare attenta a non cadere a causa dell’umidità che rendeva scivolosi i gradini dei ponti. Era molto silenziosa, non scambiammo che poche parole di circostanza. 

Venezia, non era la stessa che avevo lasciato, ora tutto aveva un’aria tetra, la gente cupa in viso, camminava velocemente e il rumore dei miei passi echeggiava sinistro nel vuoto delle calli. 

Non ero mai stata a casa di Rino. Durante l’estate veniva sempre lui a prendermi al Lido, pensavo lo facesse perché si vergognava di mostrarmi dove abitava. Invece, appena varcai la soglia, rimasi estasiata, la casa era molto spaziosa e lussuosa, una vera reggia, tutto lì dentro trasudava signorilità come lui. 

Rino mi accolse in maniera abbastanza formale, capii subito che ciò era dovuto alla presenza della signora Jole. I primi momenti furono davvero imbarazzanti, seguiva ogni nostro passo mentre lui mi mostrava la casa. Non gli fu facile togliersela di torno, non gli bastarono le insistenti rassicurazioni, alla fine dovette quasi arrabbiarsi perché questa capisse che doveva lasciarci soli. Rino, quasi piangendo, mi spiegò che, siora Jole, era stata incaricata dai suoi fratelli di marcarlo stretto, non tanto per le sue condizioni di salute, ma, al solo fine di evitare che eventuali persone estranee sottraessero roba dalla sua casa. 

Via, no’ stemo qua a pensar ae disgrassie”, prese ad abbracciarmi forte come quel giorno in ospedale, capii subito che non voleva toccare l’argomento malattia. Mi allontanò un pochino da lui per guardarmi bene negli occhi, “Ti xè bea come el sol che ti me ga apena portà”, in effetti, dalle finestre entrarono dei raggi di sole mentre, il colorito della sua faccia si fece più acceso. A parte qualche frequente colpo di tosse, era tornato il Rino in versione estiva. 

Pareva un bambino al luna park, mi portò nel soggiorno e iniziò a tirar fuori di tutto, bottiglie, pacchi di biscotti e scatole di cioccolatini, lo calmai dicendogli che mi sarebbe bastato un semplice caffè. Mentre trafficava in cucina, iniziai a guardarmi attorno, era tutto così diverso dalla mia rozza casa colonica sperduta in mezzo ai campi. Ero particolarmente attratta dalla bellissima libreria in noce; libri e dischi dappertutto, un tipo di mobile, fino a quel momento, a me sconosciuto; dove vivevo, non si sentiva certo il bisogno di cultura. Scorsi qualcosa che mi fece alzare repentinamente dal divano, su un ripiano c’era una cornice d’argento con la foto di noi due, insieme al Lido; la ricordavo benissimo, ce l’aveva scattata il suo amico barista del Gran Viale. “Me so permesso, ti xè l’unica persona cara che me xè rimasta”, non mi ero accorda che era sopraggiunto alle mie spalle con il vassoio del caffè. 

Camina paiasso”, gli rispondevo sempre così, quando mi spiazzava con i suoi complimenti; impossibile contare quanti me ne aveva fatti durante l’estate. Si era però sempre fermato lì, andare oltre non era cosa per un signore come lui. Il suo modo di volermi bene consisteva semplicemente nell’ascoltarmi.  

Durante quell’estate recuperammo tutti i trent’anni di lontananza. Parlammo tanto distesi sui murazzi o, seduti in quel bellissimo caffè sul Gran Viale. Al massimo era arrivato ad abbracciarmi oppure a toccarmi delicatamente la mano. Quei giorni, man mano che parlavo con lui, un po’ alla volta, tutta l’infelicità degli anni passati si dissolse sotto quel bellissimo sole. 

Quel miracoloso strumento, il giradischi, dal quale uscivano le note delle canzoni in voga la scorsa estate, fece in modo di riscaldare l’atmosfera. Mentre ballavamo in salotto, quei giorni passati al Lido, non sembravano poi così lontani. 

In un battibaleno arrivò l’ora del pranzo. Ce lo portò Marietto, il cuoco del ristorante dove lavorava, “preparà con amor”, ci disse il simpatico personaggio. “Torna presto, te spetemo”, salutò e abbraccio Rino quasi piangendo. 

Dopo pranzo, mi chiese gentilmente la cortesia di ritirarsi un po’ in camera per fare un pisolino, era molto stanco, a suo dire, per colpa delle troppe medicine. Ne approfittai per lavare i piatti e riassettare la cucina. Calò uno strano silenzio in quella casa, d’un tratto mi presero nuovamente i brividi di freddo che avevo avuto in treno. Istintivamente mi recai in camera sua, era sveglio e mi chiamò; con tutta naturalezza mi coricai accanto a lui per scaldarmi. 

Pareva di essere tornati distesi sui murazzi, gli proposi il gioco del “me piasaria”. Ce lo eravamo inventati proprio lì, mentre stavamo con lo sguardo al cielo, consisteva nell’esprimere i nostri desideri, quelle cose che, almeno una volta nella vita, andrebbero fatte. Almeno per me, in quella interminabile estate, se ne avverarono tanti. Grazie a lui, feci un sacco di cose per la prima volta; come mangiare una gigantesca coppa di gelato, la pizza, un giro in gondola, fino a superare le mie paure ed entrare in acqua quasi fino alla testa. 

In vita mia non go mai fatto l’amor”, mi accorsi che lo stava dicendo singhiozzando. “L’amor”, Joani, “quella roba”, l’aveva sempre chiamata in un altro modo, non credo che lui e i suoi amici, avessero mai usato quel termine, nemmeno quando andavano a divertirsi con altre donne. Finora, per me, “quella roba”, non aveva mai avuto niente a che fare con l’amore. 

Rino teneva sempre fuori dai nostri discorsi i problemi di salute, non voleva farmi pesare la sua sofferenza. Ormai, però, gli ero talmente vicina che intuivo tutto, i brividi di freddo che sentivo, lo dimostravano. Cercavo in tutte le maniere di scacciare certi brutti pensieri ma, quel desiderio che aveva espresso, quell’unico rimpianto della sua esistenza, non lasciava dubbi. 

Alcuni mesi dopo, il pomeriggio del 24 gennaio 1966, Rino mi lasciò per sempre. Angelo, tu non ci crederai, ma in quel preciso momento sentii una dolorosa fitta al petto, il giorno dopo, quando don Guerino, venne a darmi la notizia, si stupì nel vedermi piangente, distesa a letto.  

Angelo, mi dispiace, ma è da quel pomeriggio di gennaio che, anche la mia mente ha iniziato pian piano ad andarsene insieme a lui. Da quel giorno è stata una fatica pensare, ricordare e, vivere. Di lui mi rimane solo il ricordo di quella canzone, l’ultima che abbiamo ascoltato assieme, … e tu. 

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Mercoledì 8 dicembre 2009, ore 14.30, fuori piove, no, questo ovviamente non va scritto. Giuseppina Milanese, nata a Oderzo il 27 settembre 1926, anni 83. Sandra, mi dia il numero di quel tale Angelo, il figlio, lo avviso io” 

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Ovunque sei, se ascolterai  
Accanto a te mi troverai 
Vedrai lo sguardo 
Che per me parlò 
E la mia mano 
Che la tua cercò 

Ovunque sei, se ascolterai 
Accanto a te mi rivedrai 
E troverai un po’ di me 
In un concerto dedicato a te 

Ovunque sei, ovunque sei 
Dove sarai mi troverai 
Vicino a te 

© 1960 Umberto Bindi – Antonio Calabrese

Fine

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© 2009 – 2024 Michele Camillo

Rino el matto

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 22 – Rino el matto

Grazie alla sua incantevole posizione, l’Ospedale al Mare, visto dall’esterno, non sembrava affatto un luogo triste; il magnifico corridoio vetrato, affacciato sul giardino interno, lo faceva assomigliare ad un albergo. 

Il sudore delle mie mani stava ormai cancellando reparto e numero di stanza dal bigliettino che, poco prima, mi aveva dato suor Speranza. Era un pezzo di carta sottile, quasi impalpabile, ma il suo significato pesava come un macigno sul mio cuore. 

Una persona che è ricoverata in ospedale qui al Lido ha chiesto di te,” mi aveva detto la suora con un sorriso appena accennato. “Gli farebbe molto piacere se andassi a trovarla.” 

Appena quelle parole si sparsero nell’aria, sentii un brivido lungo la schiena. Le gambe mi tremarono, come se sapessero già ciò che il cuore non osava sperare. “Chi è?” le chiesi con la voce rotta da un misto di curiosità e paura. 

Mi ha telefonato don Guerino,” rispose suor Speranza, allargando le braccia come a indicare che non sapeva altro. 

Le indicazioni sul bigliettino mi portarono al reparto maschile. Ad ogni passo che facevo lungo il corridoio, il battito del mio cuore aumentava. I numeri sulle porte delle stanze scorrevano veloci sotto i miei occhi, ma uno in particolare si avvicinava sempre più. Ogni fibra del mio corpo si tendeva verso quel momento, eppure, quando ormai mancavano pochi metri, rallentai il passo. Non ero sicura di essere pronta. Non avrei potuto sopportare un’altra delusione. Pregai in silenzio, implorai Dio che quella persona fossi tu. 

Quando finalmente raggiunsi la porta, il tempo sembrò rallentare. I rumori intorno a me svanirono, come se il mondo si fosse dissolto, lasciando solo il suono del mio respiro spezzato dall’emozione. Negli interminabili minuti che seguirono, quella stanza di ospedale con tutti i suoi pazienti sembrò magicamente sparire, sparirono anche gli odori nauseabondi, restò solo il buonissimo profumo del tuo dopobarba. Un odore che mi riportò indietro di anni, come se il filo della memoria si fosse all’improvviso riannodato.  

Era come se un ponte avesse d’improvviso unito il baratro che si era formato da quella domenica mattina del 1954. Sparirono tutti i rumori della corsia, nel silenzio, come quella mattina, restammo solo io e te, abbracciati a piangere come due bambini. 

Eravamo bambini quando ci siamo conosciuti. Ti divertivi a fare lo scemo per attirare la mia attenzione, me ne ero accorta ma per pudore e timidezza, o forse solo per vedere quanto a lungo avresti resistito prima di dichiararti, continuavo a fingere di ignorarti. 

Mai una parola tra noi; solo quegli sguardi fugaci che ci scambiavamo durante la messa domenicale. Erano tutto ciò che ci permettevamo: ombre che si sfioravano, mai abbastanza coraggiose da incrociarsi veramente. 

Mi piacevi da morire perché eri diverso da tutti gli altri ragazzi. Ti osservavo in silenzio, ammirando quello che gli altri non riuscivano a vedere. In un’epoca in cui l’ideale di uomo era ancora quello tramandato dal fascismo — virile, autoritario, gran lavoratore nei campi — tu, Rino el matto, eri tutto l’opposto. Il tuo fisico gracile non era fatto per la vita dura della campagna, e tuo padre, così come il mio, non mancava di ricordartelo ogni volta. Spesso ti chiamavano “femenea”, una derisione amara per chi non si conformava agli stereotipi di mascolinità. Ma tu, con la tua fisarmonica, non suonavi solo note: facevi danzare il cuore di chiunque avesse la fortuna di ascoltarti. Ogni melodia che usciva dalle tue dita leggere sembrava una carezza, una promessa segreta. Quando eri lì, al centro, con il tuo strumento tra le braccia, tutto si trasformava. Non c’erano più solo musica e parole, ma un’energia che accendeva l’aria, un filo invisibile che legava ogni sorriso, ogni battito di mani. E tu, in quei momenti, diventavi re delle feste, il faro che attirava tutti verso di te, verso quella gioia effimera ma perfetta. 

Fu proprio in uno di quei momenti magici, una sera di inizio autunno durante la sagra del paese, che la nostra storia prese una svolta. La piazza era gremita, ma io vedevo solo te. E tu, mentre suonavi, cercavi il mio sguardo, come se ogni nota fosse dedicata solo a me. Fu in quell’istante che capii che non avremmo più potuto fingere. 

Quando finisti di suonare, senza dire una parola, ti avvicinasti. Il mondo attorno si fece sfocato, i rumori si affievolirono, e restammo solo noi, immersi in quella strana dolcezza. E tu, con quel coraggio che mai avevi mostrato prima, mi chiedesti di provare a suonare. Mi tremavano le mani quando mi hai guidato, stando in piedi dietro di me, le tue mani calde sulle mie, come a proteggermi da quell’emozione improvvisa. Arrossimmo insieme, e per poco la fisarmonica non mi scivolò dalle dita tremanti, tanto era forte il battito del cuore. 

Finimmo a camminare mano nella mano tra i filari di viti, cariche di grappoli che profumavano d’autunno e di promesse, la campagna ci avvolgeva in un silenzio intimo. Il tempo sembrò fermarsi per concederci interminabili momenti in cui parlare di musica e sogni. 

La domenica successiva, nascosto dietro la canonica, con voce flebile mi chiamasti, ti vergognavi, cercavi a fatica di coprire i lividi che avevi in volto. Alla mia richiesta di spiegazioni iniziasti a piangere. Marceo, tuo padre o meglio, il tuo padrone, ti aveva preso a bastonate per essere tornato a casa tardi dimenticandoti di rigovernare la stalla. Urlava che non eri simile ai tuoi fratelli, lo stavi portando alla disperazione, solo un matto poteva comportarsi così. 

Poi, il bacio e la promessa: “co torno te porto via co’ mi e te sposo” un attimo, il tempo di riprendermi, ed eri già voltato di spalle. Ti vidi mentre ti allontanavi velocemente con il tuo bagaglio, un sacco di patate con dentro le poche cose che possedevi, oltre l’immancabile fisarmonica in spalla. 

Da quella domenica, un pezzetto di te rimase dentro di me. Era come se la tua anima mi avesse raggiunta, tenendomi compagnia anche quando eri lontano, senza mai abbandonarmi davvero.  

Caro il mio Rino, il mondo intero poteva chiamarti matto, ma io ti vedevo per quello che eri: libero. Libero dai ruoli imposti, dalle aspettative ingombranti, dalle catene invisibili che stringevano tutti gli altri. E forse è proprio per questo che mi ero innamorata di te. E ora, lì, in quella stanza d’ospedale, dopo una vita intera, quell’amore non era mai svanito. 

Restammo così, io e te, abbracciati in silenzio, come due anime che, dopo tanto vagare, si erano finalmente ritrovate. In quell’abbraccio c’erano tutte le parole non dette, tutti i giorni persi, e tutto l’amore che, nonostante il tempo e la distanza, era rimasto immutato. 

Rimasi incredula quando, due giorni dopo, ti dimisero improvvisamente. Dicevi che era stato solo un controllo di routine, ma nei tuoi occhi leggevo altro. Eppure, quando arrivasti sotto al cancello dell’asilo, non ebbi il tempo di indagare. 

Eri lì, in sella a una Vespa, vestito di tutto punto, come un gentiluomo d’altri tempi. Strombazzavi allegro, il sorriso sfrontato di chi sa come far colpo, e nonostante fossi conosciuto anche al Lido come Rino el matto, riuscisti persino a tranquillizzare suor Speranza. Con la tua solita parlantina, la convincesti a lasciarmi andare con te. Da quel giorno, mi accompagnavi sempre agli Alberoni, da Teresa. Su quella Vespa, seduta di lato, aggrappata a te come si usava allora, ho vissuto i momenti più belli della mia vita. Ogni corsa con te era un viaggio verso la felicità, un ricordo che custodirò per sempre. 

Continua …

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© 2009 – 2024 Michele Camillo

Samorti l’istà!

Ai bei tempi andati, il panorama sociopolitico era molto più semplice e spartano rispetto a oggi. Nel nostro quartiere, la battaglia per assoggettare il popolino, si riduceva al duello tra preti e comunisti. 

Fin da quando ci hanno visto piazzare il palo dell’antenna sul tetto del paeasson come fosse l’albero della cuccagna, le due fazioni di cui sopra, hanno sempre tentato di trascinare la nostra piccola radio dalla loro parte. 

I preti, con la loro diplomazia divina, sapendo che, in fin dei conti avevano a che fare con dei fioi de cesa, cercavano di convincerci a trasmettere la messa in diretta, brandendo l’arma del ricatto spirituale: “Santificazione e paradiso garantiti, oppure un biglietto di sola andata per l’inferno!” Ma noi, pur sapendo che, probabilmente, al termine della nostra vita terrena saremo finiti per ardere nel girone dei radiofonici eretici e traditori, non cedemmo e continuammo a mandare in onda “Figli delle stelle” anziché “Io non sono degno”. 

I compagni della locale sezione, invece, giocarono una partita ancora più subdola, almeno con me. Per far passare le loro richieste, non esitarono a mandare in campo la loro arma segreta: Cate, la splendida attivista della FIGC. Lei, con quegli occhioni da cercatrice di anime e un sorriso che avrebbe fatto cantare “Bandiera Rossa” anche a un democristiano della prima ora, mi stese in un secondo. Non ebbi scampo. Solo a guardarla, già immaginai di trasformare la nostra programmazione in un h24 di inni rivoluzionari intervallati da “Bandiera Rossa”. Mi presi una tal incocaia per la giovane compagna comunista che non riuscivo a pensare ad altro.  

Insomma, ci mancava poco che appendessi il poster di Marx in studio! 

Tito, Paperoga e EnsoPenso dovettero quasi prendermi a testate per farmi rinsavire e, alla fine, “Bandiera rossa” non venne mai mandata in onda. Mi furono concesse solo le canzoni dei “compagni” Guccini e Venditti.  

Non appesi il poster di Marx, ma quello di Whitney Houston, perché, dannazione, aveva lo stesso sguardo di Cate nel momento in cui le nostre anime si sono intrecciate. 

Sentivo che anche lei provava qualcosa per me, e il nostro era un gioco delicato tra due introversi, che celavano i propri sentimenti dietro una maschera di apparente sicurezza. 

Per lanciarle i miei messaggi radiofonici d’amore subliminali usavo mascherarmi dietro i personaggi dei fumetti Disney o della mitologia classica. Una sera d’estate mandai in onda “Ti amo” di Tozzi, dedicata a una certa Minnie da parte di un certo Topolino.  

Dopo qualche minuto, ricevetti una sua telefonata. Il cuore cominciò a battere come se lo stesse suonando il mitico Tullio De Piscopo. 

“Di a quella scema di Minnie che si svegli! Perché un uomo che la vuole abbracciare mentre stira cantando non è altro che uno stronzo maschilista di merda! Fanculo Topolino!” 

“Ti amo Cate! Non ti preoccupare, stiro io” avrei voluto dirle ma non ne avevo il coraggio. Così, me ne stetti in silenzio ad ascoltare la sua filippica femminista. Purtroppo, le nostre paure e insicurezze si frapposero tra noi, opponendosi a un destino che sembrava volerci unire. 

L’episodio più eclatante di questo mio strano modo di volerle bene fu quando scoprii che era nelle liste per le elezioni comunali. La domenica del voto, preso dalla foga di riuscire a votarla, finii talmente lungo sulla pista con il mio 104 che dovettero alzare la barriera di protezione. Quella domenica, per una serie di circostanze, fu anche l’ultima della mia vita precedente da pilota dell’Aeronautica. Ma questa è un’altra storia che, potete trovare in altri racconti meno radiofonici e più aviatori. 

Da quella domenica, persi anche le tracce della stupenda Cate, ma non quel pezzo della sua anima che dimora ancora in me. 

E comunque nemmeno lei, riuscì a scalfire l’indipendenza di SolaRadio; almeno fino a questa estate. 

Tutto ebbe inizio in un piovoso pomeriggio di maggio, quando ea siora Franca, altrimenti conosciuta come ea Parona, stufa di farsi le canoniche due settimane nel solito campeggio al Cavain, impose al marito Silvano Visentin general manager del bar “Nane Sbèrega” di passare le ferie in Grecia. 

La si sentiva urlare fin sul piazzale della chiesa. “Basta, Silvano!” tuonò con una determinazione che avrebbe fatto tremare anche quel cricco di Maci Busetto. “So stufa de ‘ndar al Cavain a far da serva a to’ fie e a to’ mare, intanto che ti, co ea scusa che ti vol tegnir verto, ti stà qua a gratarte i cojoni insieme a quei quattro sbaeoni dei nostri clienti! Ghesbiro, xe tutti che va Mico, Santonini, Schiato e quei posti là. Possibie che noialtri ghemo da essar de manco. E no’ stame dir che ghe vol massa schei; va remengo ti e quei gransi pori che ti ga in scarsea!” 

Il povero Silvano, si trovò dunque a dover affrontare la più grande sfida della sua vita: chiudere il bar per ben tre settimane in agosto, un’azione che fu vissuta come un colpo di stato. Quando il Visentin, tutto grondante di sudore, appese il cartello di chiusura, l’atmosfera si fece così pesante che sembrava avesse appeso l’epigrafe di un caro amico. 

E fu così che la tragedia si abbatté sul popolo dei paeassoni. La gente fu colta da un’angoscia collettiva degna delle migliori tragedie greche. Un’aria di smarrimento aleggiava nelle strade: Vedevi i volti di gente come Denis Sgorlon e Gigio Spolaor scavati dalla disperazione. Mentre, qualcuno come Marietto Castellan, seduto sul muretto davanti il plateatico di Nane, inveiva contro Silvano, l’estate e tutti i suoi annessi e connessi. 

Pensate che nacquero chat dedicate alla ricerca disperata di un’alternativa che potesse soddisfare i rigidi standard del bar. Ma niente, nemmeno il più sboldro dei cinesi riusciva a essere così onto e rutto free come il Nane Sbérega.  

Nel viale centrale dei paeassoni regnava un inquietante silenzio. Le serate si trascinavano senza senso, sembrava di essere piombati nuovamente ai tempi del lockdown; nessun segnale di vitalità. 

Nessuno, tranne noi  fioi dea radio; che, ligi al nostro dovere di radiofonici da prima linea, nonostante in piena notte ci fossero trentadue gradi in studio, continuavamo imperterriti a diffondere nell’etere tutta una serie di puttanate estive per alleviare i nostri accaldati ascoltatori.  

I nostri tre ventilatori grandi come le eliche del Titanic erano praticamente inutili. In più, ci si metteva anche EnsoPenso. È sempre stato colorito nelle sue espressioni e, con quel caldo infernale dava il massimo. “So tutto petaisso come un spuaccio petà sol muro. Go e caldane come e done in menopausa; me par de essar ‘na stua; quasi, quasi, me fasso far ea detrassion par el sentodiese. Go el suor che spussa da ajo, se me passo ‘na fetta de pan sotto e scage vien fora ‘na bruschetta eccessionae. Go el fià talmente caldo che riesso a cusinarte ‘na luganega co’ un rutto”. Oltre alle suddette litanie, dovevamo sopportare anche le emissioni dal suo retrobottega. In quel silenzio surreale, il sonoro si udiva per tutto il quartiere mentre, il tanfo era riservato a una ristretta cerchia di fortunati che gli stavano vicino. Queste erano le condizioni in cui ci toccava trasmettere. 

Una sera sentii del brusio dabbasso, mi affacciai e vidi che erano Denis Sgorlon e Milio Vianeo  

  • Che ghe sia qualcun?  
  • Mongoeo se i trasmette vol dir che i ghe xé; dai sona! 

Prima che suonassero li anticipai invitandoli a salire 

Oi fioi, no’ savevimo dove casso ‘ndar”  

Non era la prima volta che qualcuno sale su in studio da noi con questa motivazione; a prima vista, potrebbe sembrare una frase comune, quasi banale. Eppure, ogni volta che la sento, mi riempie di orgoglio. Perché in quelle poche, semplici parole, si nasconde un significato profondo, il riconoscimento del valore sociale della nostra piccola radio. 

Perché la nostra radio non è solo un mezzo di comunicazione. È un faro nella notte di questo quartiere degradato, una presenza costante che accompagna, sostiene, e dà voce a chi altrimenti potrebbe sentirsi solo ed emarginato.  

Quando qualcuno dice “non sapevamo dove andare” e poi trova la risposta sintonizzandosi sulla nostra stazione, significa che abbiamo fatto qualcosa di giusto, che il nostro impegno non è stato vano. Abbiamo offerto uno spazio sicuro, un rifugio, un luogo dove sentirsi accolti e compresi. Ogni volta che qualcuno ci racconta di aver trovato conforto nelle nostre trasmissioni, mi sento profondamente felice. Perché so che la nostra piccola radio ha fatto la differenza, ha avuto un impatto reale nelle vite delle persone. E questo, in fondo, è il motivo per cui esistiamo. 

Samorti l’istà”  

Milio, con la camicia sbottonata e i rivoli di sudore che, cadendo dalla pancia, bagnavano il pavimento, si stravaccò sul divanetto facendosi fresco con un vecchio vinile usato a mo’ di ventaglio. 

Quelle parole decretarono per sempre la fine dell’indipendenza politica della nostra emittente. 

Buonasera a tutti! Oggi abbiamo l’onore—o forse la fortuna sfacciata—di avere qui con noi in studio i fondatori del movimento ‘Samorti l’istà,’ che SolaRadio è fiera di appoggiare con tutto il nostro cuore e il loro portafoglio!” 

Non appena mi sentirono, i due ospiti cercarono la via di fuga come topi in una dispensa all’improvviso illuminata. Ma non avevano fatto i conti con il mio fido socio Paperoga, che con la prontezza di un buttafuori da discoteca, li bloccò al volo e li spintonò senza tanti complimenti verso la postazione microfonica. “Dai fioi, che xè divertimo!” esclamò con un sorriso che mescolava sadismo e ospitalità. 

L’intervista fu un vero e proprio spettacolo, un’epopea radiofonica che resterà negli annali. Alla mia domanda su cosa avessero contro l’estate, i due si trasformarono in un fiume in piena, come se stessero cercando di vincere il premio per il maggior numero di lamentele espresse in un minuto. 

Venne fuori che, l’estate non si aspetta più con trepidazione ma con angoscia. Non è più la bella stagione ma, un problema da affrontare. Non è più sinonimo di libertà ma di obblighi e prigionia, il primo fra tutti quello che ti costringe a stare tappato in casa, se sei fortunato con il condizionatore altrimenti, con un semplice ventilatore che muove aria calda. 

Così, come analogamente avvenne ai tempi del lockdown, emanammo un “decreto radiofonico” che obbligava tutti quei dei paeassoni e zone limitrofe a rimanere in casa fintantoché persisteva el sofego causato da quel cancaro bueo marso di anticiclone africano. Era comunque permesso uscire per: 

  • Andare a lavorare; anche se i medici dicono che gli anziani non devono uscire mentre tu a sessantasette anni, alle due del pomeriggio, sei ancora che ti arrampichi su un’impalcatura perché non puoi andare in pensione. 
  • Andare dal medico; anche se troverai il sostituto del sostituto del sostituto; spesso un ragazzino che riesce a sbagliare la prescrizione con il rischio di farti finire all’altro mondo. 
  • Andare al supermercato; anche se all’interno c’è la stessa temperatura del nord Islanda e ti tocca andare dal medico di cui sopra che invece di prescriverti lo sciroppo per la bronchite ti fa la ricetta per un lassativo. 
  • Andare al pronto soccorso; anche se troverai lo stesso ragazzino di cui sopra che ci lavora a gettone per una cooperativa che, dirà ai tuoi congiunti mentre ti stanno portando in rianimazione, che te la sei voluta; non te l’ha ordinato il dottore, e lui è dottore, di salire su un’impalcatura alle due del pomeriggio e per giunta a sessantasette anni. 
  • Andare giù in garage; anche se prima ti devi infilare una pesante tuta in fibra di titanio per non farti pungere dalle zanzare 
  • Andare in ferie; anche se preferisci startene a casa in mutande a guardare la TV. Ma il mainstream ha deciso che devi andare da qualche parte, e non solo in un posto qualsiasi, ma in uno più costoso e lontano di quello dell’anno scorso. È un complotto mondiale, orchestrato dal deep state del turismo! Ti fanno il lavaggio del cervello con frasi tipo “viaggiare ti apre la mente”. Ma l’unica cosa che apri davvero è il portafoglio, per svuotarlo e arricchire così big tourism. 
  • Andare in spiaggia; anche se devi sciropparti quattro ore di coda per farti quattro chilometri e poi, quando finalmente arrivi, non puoi nemmeno fare una passeggiata in santa pace senza rischiare l’esaurimento nervoso. Le donne sono tutte con il culo fuori e se non vuoi andare fuori di testa, ti tocca rimanere legato al lettino sotto l’ombrellone, come un tacchino al forno. 
  • Andare a un funerale; anche se quel giorno dovevi andare in spiaggia e non sai quale dei due sia il male minore. 
  • Andare ovviamente affanculo; mandato da qualcuno che reso irascibile dall’opprimente calura, non ha affatto apprezzato il fatto che solo il giorno prima gli avevi garantito l’arrivo della pioggia.  

L’intervista si trasformò così in una seduta di terapia collettiva, un grido di battaglia contro l’estate e il terrorismo psicologico degli esperti meteo, con il nostro studio radiofonico come centro nevralgico della resistenza. E alla fine, mentre i due fondatori del movimento si riprendevano dallo sfogo, un pensiero si fece largo nella mia mente: forse, ma solo forse, l’estate aveva finalmente trovato i suoi peggiori nemici! 

La linea telefonica esplose come il centralino dei pompieri. Gente da ogni buco dei paeassoni chiamava per unirsi al coro delle proteste e per chiedere informazioni su come iscriversi al movimento. 

Quel giorno, oltre al movimento “Samorti l’istà”, nacque anche l’omonimo programma radiofonico. 

Fu un’idea nata dal desiderio di riportare in vita quei ricordi delle belle estati di una volta che, col tempo, si erano sbiaditi come vecchie fotografie, conservate in cassetti polverosi. In studio si respirava un’atmosfera dolce e nostalgica, un po’ come quando si ritrova un vecchio amico dopo tanti anni. Gli ospiti, sia presenti che al telefono, si abbandonavano ai racconti delle loro estati passate, quegli anni in cui il tempo sembrava allungarsi all’infinito e le giornate si fondevano in un’unica e lunga avventura. 

Le sere, raccontavano, erano il momento più magico. Allora non c’era l’aria condizionata a chiuderti tra quattro mura; ci si ritrovava all’aperto. Ognuno portava da casa la propria sedia, piccole reliquie di legno e vimini, che cigolavano leggermente quando ci si sedeva sopra, e ci si sistemava in cerchio, come per disegnare uno spazio di intimità condivisa. Al centro, immancabile, una grande anguria, il cui rosso succoso e dolce simboleggiava il cuore dell’estate stessa.  

E noi mandavamo in in onda quelle melodie che, al primo accordo, risvegliavano in ciascuno immagini di estati lontane. Quei brani che riecheggiavano dalle finestre aperte, dai juke-box dei bar, dalle radio portatili appoggiate sulla sabbia calda delle spiagge. Erano colonne sonore di un tempo in cui la felicità aveva un ritmo semplice e sincero.  

E poi, inevitabilmente, si arrivava a parlare degli amori estivi, quegli amori che nascevano e crescevano in un battito di ciglia, ma che avevano la forza di lasciare un segno indelebile. Storie di lunghe passeggiate mano nella mano sulla spiaggia. Storie di sguardi intensi e di promesse fatte a notte fonda, promesse che forse non sarebbero state mantenute, ma che in quel momento sembravano più reali di qualsiasi altra cosa. 

“Samorti l’istà”, fu un inaspettato Successo per la radio, non era solo un programma radiofonico; era un viaggio nel tempo, un ritorno a quelle estati perdute in cui tutto sembrava possibile, e nelle quali, samorti, faceva meno caldo. 

“L’estate sta finendo e un anno se ne va” Recita la famosa canzone. Una volta, quando la sentivo provavo malinconia; ora invece, una gioia immensa.  

L’estate sta finendo, finalmente è arrivato settembre, e con lui, la quiete che tanto aspettavo. È in questo periodo che inizio a frequentare il mare, lontano dal caos estivo, sulla mia spiaggia preferita. Un luogo che sembra uscito da un’altra epoca, una gemma nascosta che ha conservato intatta la sua bellezza senza tempo. Vi si accede percorrendo una stradina in mezzo ai campi di granturco, quasi un tunnel segreto che ti porta indietro agli anni ’60.  

C’è anche un chiosco incantevole, uno di quelli con un fascino retrò, dove il tempo sembra scorrere più lentamente. Seduto a uno dei suoi tavolini, senza ombrelloni che ostacolino la vista, puoi assaporare la poesia del mare in tutta la sua purezza. Il panorama è un dipinto vivente, con le onde che si infrangono dolcemente sulla riva e il sole che si tuffa pigramente all’orizzonte, colorando il cielo di sfumature dorate. 

Oggi, il mio primo giorno di mare coincide con l’ultimo giorno di apertura del chiosco, come se ci fosse una connessione segreta tra me e questo luogo. Mi piace l’idea di andare controcorrente, di vivere l’estate quando gli altri la stanno salutando. E così, mentre il sole inizia a calare dietro le dune e la brezza salmastra che mi accarezza il viso, sorseggio il mio primo spritz al mare. 

Buonasera, signor Topolino, o Enea, o come cavolo ti piaceva chiamarti.” 

Non ho il coraggio di voltarmi, perché, nonostante il tempo sia passato, conosco quella voce, e l’idea che possa essere davvero lei mi fa tremare. 

E poi, eccola lì, Cate, materializzatasi come un fantasma del passato, con in mano un bicchiere ormai vuoto e gli stessi occhioni pieni di gioia che mi avevano fatto impazzire quarant’anni prima. Il tempo non sembrava averle tolto nulla, anzi, sembrava aver aggiunto un fascino malinconico che mi colpì al cuore. 

Che ci fai qui?” balbetto, parole che escono a fatica dalle labbra. 

Senti chi parla. Che ci fai tu qui? Io ci vengo ormai quasi ogni sabato da inizio giugno. Ma perché non ti ho mai visto?” Mi risponde, con un sorriso che non riesce a nascondere la sorpresa.

Prima che potessi dire altro, un uomo spuntato non so da dove, le cinge il fianco per portarla via. Lei si smarca e torna verso di me con uno sguardo che mescola intensità e rabbia, come se tutti quegli anni fossero esplosi in un solo istante. 

Posa il bicchiere vuoto sul mio tavolo. “Figlio di puttana. Si può sapere perché hai deciso di saltar fuori solo ora?” Abbasso un attimo lo sguardo, tempo di rialzarlo ed è già sparita, probabilmente per sempre. 

Il mare, che fino a poco prima sembrava un rifugio di pace, si trasforma nel testimone muto di un rimpianto per un passato che non avevo mai dimenticato. 

Samorti l’ista! 

P.s.  Questa massacrante estate sta finendo e l’angoscia è ormai passata. Ma se volete far parte del movimento contattate la redazione. Torneremo l’anno prossimo più forti e cattivi che mai!  

Tratto dalla raccolta SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

Giuseppina e il mare

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 21 – Giuseppina e il mare

Giugno 1965 

La vecchia littorina marron procedeva spedita attraverso i campi, i finestrini erano aperti e mi godetti tutta l’aria calda che impattava contro il viso, i campi cessarono, le case sempre più fitte e alte, i palazzoni, la civiltà. Non appena iniziammo a percorrere il ponte che collega la terraferma a Venezia nella carrozza entrò aria salmastra, respirai a pieni polmoni inebriata dalla felicità mentre il cuore iniziò a battere quasi al ritmo del treno, era il mio primo vero viaggio. 

La vecchia littorina sembrava ancor più fuori luogo accanto ai treni imponenti che sostavano solenni sulle banchine della stazione. Io e Teresa, con le nostre valigie consumate dal tempo, sembravamo due migranti che sfuggivano alla morsa della miseria e della fame, sbiadite figure in un paesaggio che non ci apparteneva.  

In mezzo a quel trambusto, la presenza rassicurante di Suor Speranza riuscì a togliermi tutta l’ansia che avevo addosso; se non fosse stata lì ad attenderci, dubito che saremmo mai arrivate da sole agli Alberoni dove c’era la colonia elio terapeutica. Quel piccolo e quieto angolo di mare sarebbe stata la casa di Teresa per l’estate, il luogo dove prendersi cura della sua asma.  

Joani si era opposto con tutte le forze alla soluzione che il medico aveva prospettato per nostra figlia. Nella sua mente, la nostra partenza per il mare non era una necessità, ma un capriccio frivolo, un lusso che non potevamo permetterci. Ogni spesa per Teresa, anche solo per acquistare il suo primo costume da bagno, lo aveva reso furioso. Povera bambina, fino a quel momento non ne aveva mai posseduto uno. Quanto a me, ovviamente, questo acquisto non era consentito visto che dovevo limitarmi a rimanere, ospite delle suore, solo qualche giorno affinché Teresa si ambientasse. 

Alla stazione, Joani era nervoso. Forse perché perdeva la sua serva per qualche giorno. Aveva dovuto lasciarmi qualche soldo per le spese impreviste, e questo lo infastidiva ulteriormente. Il suo disappunto era palpabile, ma io cercavo di non lasciarmi condizionare, concentrandomi invece su Teresa e su quello che ci aspettava. 

Mentre seguivamo Suor Speranza, la cui andatura decisa metteva in difficoltà la piccola Teresa, non potei fare a meno di rimanere incantata dal primo assaggio di Venezia. Non avevo mai viaggiato, mai fatto il viaggio di nozze, mai visto nulla al di là del mio piccolo paese. Venezia sembrava una città costruita per la bellezza, per i sogni. Non c’erano campi aridi e monotoni da lavorare, nessun lavoro pesante che curvava la schiena. Ogni cosa, ogni angolo, sembrava partecipare a una festa senza fine: la gente passeggiava sorridente, elegantemente vestita, come se non esistesse altro che l’allegria. 

Io e Teresa, invece, con i nostri abiti poveri e semplici, sembravamo spuntate da un altro mondo. Le donne che incrociavamo indossavano vestiti leggeri e svolazzanti, colori vivaci che danzavano al vento, e le loro mani, perfette e curate, risplendevano con unghie smaltate e senza traccia di fatica. Guardai le mie mani, rovinate dal lavoro nei campi, con la terra perennemente incastrata sotto le unghie. Un senso di vergogna mi assalì. 

Quando salimmo sul vaporetto, il terrore mi colse. Fino a quel momento, i miei piedi avevano sempre calcato la terraferma, e ora mi trovavo su una barca che si staccava dal pontile e cominciava a dondolare dolcemente sulle onde. Per un istante fui presa dal panico, aggrappata disperatamente a una sbarra metallica, rigida come una statua. Teresa e Suor Speranza, divertite, risero di cuore vedendo la mia goffa reazione, e presto anch’io mi lasciai andare, sorridendo di quella mia paura irrazionale. 

Fu in quel preciso momento, tra le risate e l’ondeggiare dolce del vaporetto, che mi resi conto di una cosa importante: quella doveva essere la mia prima vacanza. L’aria salmastra e la luce di Venezia stavano lentamente dissolvendo le preoccupazioni della mia vita quotidiana, e per la prima volta, mi permisi di sognare. 

Come prevedevo, l’ingresso in colonia di Teresa non fu traumatico. In fin dei conti anche lei era una ruspante piccola donna di campagna avvezza ai sacrifici e alle scomodità per cui, non le fu difficile abituarsi. Per noi due, tutto quello che ci circondava era bello e nuovo, a cominciare dal mare. 

Scoprii il mare la sera stessa del nostro arrivo. Alloggiavo al Lido di Venezia, ospite delle suore. Don Guerino, quel sant’uomo, aveva pensato fosse meglio che restassi accanto a Teresa nei primi giorni di colonia, affinché si ambientasse. Telefonò a suor Speranza, la superiora della scuola materna del Lido nonché sua cugina, chiedendole con gentilezza se potesse ospitarmi. l buon parroco conosceva il mio vissuto, intuii che l’aveva fatto anche per darmi la possibilità di starmene per qualche giorno da sola, in santa pace. 

Era la prima volta che uscivo da sola per una passeggiata, e la sensazione di libertà mi eccitava. Camminavo lungo quel meraviglioso viale alberato con una leggerezza nuova nel cuore. La vista delle persone sedute ai tavolini dei bar, sorridenti e spensierate, mi riempiva di gioia. Mi ripromisi che, prima di tornare a casa, io e Teresa ci saremmo concesse un gelato, sedute come due signore a quei tavolini, alla faccia di Joani. 

Il lungomare, con la sua grande terrazza affacciata sulla spiaggia, era a pochi minuti dall’asilo. All’improvviso, una folata di vento mi accarezzò il volto, e il mare mi si parò davanti con il suo infinito orizzonte, come una rivelazione. Rimasi senza fiato. Il suono delle onde che si infrangevano sulla battigia, in un continuo andirivieni dolce e misterioso, copriva ogni altro rumore. 

Con un misto di timidezza e meraviglia, iniziai a scendere i gradini della terrazza. Mi tolsi istintivamente le scarpe: la sabbia sotto i piedi era soffice, come un materasso accogliente. Attorno a me, non c’era nessuno. Mi sentii un’esploratrice solitaria, scopritrice di una terra nuova e sconosciuta. Con passo lento, quasi reverente, mi avvicinai alla riva. Fu il mare, con un’onda gentile ma più lunga del solito a venirmi incontro per primo, bagnandomi i piedi. Per un attimo, il riflusso mi fece perdere l’equilibrio, la testa mi girò, ma non era una sensazione spiacevole. Era una vertigine di felicità, come se il mare mi avesse accolto nel suo abbraccio. Continuai a camminare, immergendo i piedi nell’acqua, lasciandomi cullare dal ritmo delle onde. 

Mi fermai, godendomi la brezza marina che scivolava tra le gambe mentre l’acqua defluiva e poi tornava, più forte, a sommergermi i piedi. Inspirai profondamente, chiudendo gli occhi, cercando di catturare tutta l’aria salmastra possibile. Era diversa dalla brezza che sentivo a casa, nei campi. L’aria del mare era più densa, si insinuava persino sul palato, lasciandomi un sapore salato, intenso. 

Rimasi a lungo con lo sguardo fisso sull’orizzonte. Quella linea perfetta, dove il cielo e il mare si incontravano, sembrava chiamarmi verso l’ignoto, verso un infinito che mi affascinava e mi faceva paura allo stesso tempo. Mi sentivo piccola, ma stranamente completa. 

Mi accorsi solo allora che il mio vestito a fiori, quello buono della festa, era completamente bagnato. E non ero più sola. Poco distante, due ragazzi si abbracciavano, ridendo e scambiandosi baci. Ci scambiammo un’occhiata imbarazzata e, con discrezione, ci allontanammo l’uno dall’altro. Li osservavo di nascosto, da lontano. Nei loro sorrisi, nei loro gesti complici, vedevo tutto ciò che mi era stato negato, tutto quello che avevo irrimediabilmente perso. 

Un’ondata di tristezza e rabbia, mi travolse all’improvviso. La mia giovinezza, il tempo in cui tutto avrebbe dovuto essere possibile, era ormai svanita. L’amore, quello vero, quello che avevo sognato per anni, sembrava ormai destinato a rimanere solo un desiderio inappagato, confinato per sempre nei miei sogni più intimi. 

I due ragazzi, nel frattempo, si stavano allontanando mano nella mano, non li persi di vista. Vidi che lui stava infilando un foglio di carta in una bottiglia che, subito dopo lanciò in mare. Purtroppo, questa non fece molta strada, destino volle che le onde, da lì a poco, la sospinsero nuovamente a terra proprio ai miei piedi. 

Ormai i due erano spariti e io, presa dalla curiosità, raccolsi la bottiglia. Con non poca difficoltà, aiutandomi con un bastoncino, tirai fuori il biglietto. 

Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento  

o tende a svanire quando l’altro s’allontana.  

Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai.  

Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.  

Se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato. 

Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge, ama quel cuore che per te si strugge.  

Non t’ama chi di amor ti dice, ma t’ama chi guarda e tace.  

William Shakespeare 

 8 giugno 1965 Maria e Massimo .. per sempre 

I miei studi si erano interrotti alla terza elementare, nonostante questo, mi piaceva molto leggere ma, soprattutto, capivo quello che leggevo. 

Battei con forza i piedi sulla sabbia, mi arrabbiai con Dio, lui che fondava tutto l’universo sull’amore, mi aveva negato la possibilità di innamorarmi veramente di un uomo. Perché, solo per un istante mi aveva fatto assaporare un vero bacio e aveva permesso che il mio cuore battesse forte poi, più nulla per l’eternità. Perché vivere perennemente con lo struggente desiderio di un altro uomo e, per questo, sentirmi una peccatrice destinata a perire all’inferno. 

Rimisi il foglio nella bottiglia e, con tutte le mie forze, la tirai piangendo in mare. 

Ormai quello era l’uomo che avevo accanto, quella era la mia vita, che potevo fare? Inutile era ripetermi che mi sarei meritata una vita diversa. L’amore sarebbe per sempre rimasto dentro le pagine sgualcite dei miei fotoromanzi, sogni, solo e, per sempre, sogni. 

Continua …

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© 2009 – 2024 Michele Camillo

Il mio mondo – fotografie

© 2024 Michele Camillo

“Il mio piccolo mondo – Fotografie”

I – La bella stagione

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Giuseppina

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 20 – Giuseppina

Mercoledì 8 dicembre 2009 

“Giuseppina Milanese, nata a Oderzo il 27 settembre 1926” 

Quando sento qualcuno dire queste parole significa che, probabilmente, sono finita ancora una volta in ospedale o in un posto simile. Ho una grande confusione in testa, mi sembrava ci fosse Angelo qui, o era forse ieri. È brutto essere qui da sola ma, è ciò che mi merito per come mi sono comportata.  

Chissà che giorno è oggi. Fuori piove, e la pioggia mi ha sempre fatto compagnia. C’è qualcosa di magico nel suono delle gocce che danzano sul tetto, un ritmo dolce e familiare. Quando ero distesa a letto, sentire la pioggia battere mi regalava un po’ di tempo in più per sognare. In quei momenti sospesi, la pioggia diventava un manto che mi avvolgeva, proteggendomi dalla realtà e permettendomi di perdermi in mondi lontani. 

I sogni erano l’unico rifugio che avevo nelle lunghe giornate scandite da fatiche senza fine: cesti colmi di panni da lavare, letti da rifare, vacche da mungere, galline da accudire. E poi, i campi, che con le loro zolle dure mi piegavano la schiena. Erano giornate pesanti, sì, ma i sogni, quei sogni, erano la mia salvezza. Mi hanno tenuta in vita, come una flebile fiammella che resiste al vento. Anche se, ora, iniziano a sbiadire un po’, come quei romansetti, vecchi fotoromanzi in bianco e nero che ci passavamo di nascosto dai mariti, sfogliati mille volte, sgualciti dal tempo e dall’amore che non osavamo vivere apertamente. 

E tu, da quanti anni ormai sei l’unico protagonista dei miei sogni? Probabilmente da quella domenica mattina quando, trascinato dalla musica, avevi trovato il coraggio di scappare e, dietro la canonica, mi baciasti furtivamente, con la promessa che saresti tornato per portarmi via. 

Quella promessa è rimasta sospesa, aggrappata al filo dei miei sogni, un filo che non ho mai lasciato andare. 

Per anni, ogni notte, non vedevo l’ora che arrivasse il momento di stendermi sul mio ruvido materasso di crine. Era lì, in quell’attimo prima di dormire, che potevo finalmente riabbracciarti nei miei pensieri. Chiudevo gli occhi e ti cercavo, sperando di sognarti, di sentire ancora le tue mani, il tuo respiro vicino. Solo in quei sogni potevo vivere l’amore che mi era stato negato, e ancora adesso, anche se il tempo è passato, continui a essere l’unico rifugio a cui il mio cuore vuole tornare. 

Purtroppo, la realtà era diversa, la puzza e il russare di Ioani, coricato accanto a me, servivano a ricordarmelo. 

La stessa puzza che ho sentito per la prima volta quel giorno in stalla quando, dopo essersi assicurato che la porta fosse chiusa, mi disse, “speta che te mostro ‘na roba”. Provai un dolore lancinante quando, poco dopo, quella “roba” me la sentii in mezzo alle gambe mentre lui ansimava e il suo alito emanava puzza di vino. 

Noi donne dobbiamo passarne tante”. Una frase che sentivo ripetutamente pronunciare dalle anziane; per questo, in quel momento, non ebbi nessuna reazione. Nella mia ingenuità e ignoranza pensavo a quell’atto violento e doloroso fosse la prima tappa da affrontare per diventare una donna matura. A conferma di questo poi, Ioani, tutto sudato e soddisfatto mentre si ricacciava dentro i pantaloni “la roba” tutta bagnata e sporca disse: “dai bea che ancuo te go fatto diventar dona”. 

Se non fosse stato per le forti perdite di sangue che “la roba” di Joani mi aveva provocato, di quell’episodio non ne avrei mai fatto parola con nessuno. Purtroppo, invece dovetti subire un ulteriore umiliazione dal tribunale familiare. Io e Joani, non importava se contro la mia volontà, avevamo fatto “robe sporche”, le perdite di sangue si sarebbero fermate ma io, dopo morta, invece, ero destinata a finire all’inferno per l’eternità. L’unica soluzione per redimermi era sposarlo. 

Anche se ci tenevano volutamente nell’ignoranza, noi donne di campagna, prima o poi, le cose le capiamo. Io l’ho capito quella sera. Una delle tante in cui tornava a casa ubriaco, stanco e rabbioso, e mi rinfacciò, con un ghigno amaro, che mi aveva usato violenza solo perché spinto da mio padre. Se non l’avesse fatto, mi disse, avrei rischiato di restare zitella, e in qualche modo, il sacrificato, alla fine, era stato lui.  

E noi donne, con le nostre vite intrappolate nel fango della sottomissione, continuiamo a ingoiare il boccone amaro. A chinare la testa, schiacciate dal senso di colpa, perché alla fine siamo sempre noi le peccatrici, siamo sempre noi a dover espiare le colpe che ci vengono addossate. Non importa quanto grande sia l’ingiustizia, siamo noi a portarla, silenziose e invisibili. 

Dov’è finito Angelo? Era qui, ne sono sicura, continuava a tempestarmi di domande, un’abitudine che aveva fin da piccolo. Aveva sempre quel desiderio ardente di sapere, di capire, di scavare nelle cose con la sua curiosità insaziabile. Io, povera contadina ignorante, non ho mai avuto le risposte giuste per lui. Lui voleva sapere, e io non sapevo cosa dirgli. 

E ora, in questo momento raro di lucidità, quando finalmente avrei qualcosa di importante da dirgli, qualcosa che forse potrebbe cambiare tutto, è sparito. Come fa spesso. Scompare, si dissolve tra le ombre, lasciandomi sola con le mie parole inespresse, con i miei pensieri che si affollano senza un destinatario. 

Continua …

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Due donne

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 19 – Due donne

L’abbaiare minaccioso di un cane che da un viottolo laterale stava velocemente venendole incontro la fece trasalire; se l’avesse azzannata, sarebbe stata la misera fine del suo viaggio appena iniziato. Rimase immobile cercando di non mostrarsi ostile, alla mal parata avrebbe potuto colpirlo con la chitarra. No, era l’unica cosa preziosa che le restava, avrebbe piuttosto preferito morire sbranata, lasciando intatta la chitarra, con la quale le sarebbe piaciuto essere seppellita. 

Il cane, continuando ad abbaiare a squarciagola, fortunatamente, si fermò al limite del viottolo; probabilmente voleva solo impedirgli di varcare il confine del territorio assegnatoli a guardia. Kate tirò un sospiro di sollievo, si accorse che le gambe stavano tremando ed era tutta un bagno di sudore. Nonostante l’aspetto trasandato che lo faceva sembrare feroce, aveva uno sguardo dolce, smise di abbaiare e la fissò con gli occhioni languidi, quasi volesse scusarsi per avere esagerato con la scenata intimidatoria messa in atto poc’anzi. 

Una donna con un bambino in braccio richiamò il cane. Kate continuava a starsene ferma immobile mentre la donna, mettendosi una mano sulla fronte per eliminare il riflesso del sole ormai al tramonto, stava cercando di capire chi fosse quella figura all’altra estremità del viottolo. “Acqua”, fu la prima parola che riuscì a pronunciare non appena furono a portata di voce; aveva una sete terribile dovuta allo spavento. 

Con un gesto della mano, la signora, che indossava una specie di camicione a fiori alquanto consunto, le fece cenno di seguirla. Il cane, scodinzolando, pian piano le si avvicinò per annusarla, il dubbio che non lo lavassero risultò fondato in quanto emanava un odore nauseabondo, questo, la fece desistere dal proposito di accarezzarlo, giunto sull’uscio di casa si accovacciò vicino alla porta, probabilmente non gli era permesso di entrare. 

Non appena riuscì a scorgerla bene in volto, Kate ebbe la sensazione che la donna fosse felicissima di quell’inaspettata visita, come se fossero anni che non vedeva nessuno. Si presentarono ma, nessuna delle due riuscì bene a capire i rispettivi nomi. 

Nella grande cucina dove entrarono, c’era una stufa alimentata a legna con la pentola sul fuoco. Il profumino era invitante e, oltre alla sete, le prese un certo appetito. 

La signora posò il bambino su di un fasciatoio improvvisato sopra il tavolo della cucina e insistette per farla sedere.  

Si trovò faccia a faccia con il piccoletto, che, a giudicare dall’aspetto, doveva essere nato da poco. Il bambino si accorse immediatamente della sua presenza, cercò subito un contatto tendendole le braccia. Era la prima volta che ne toccava uno così piccolo, la manina stringeva forte il suo dito mignolo e non aveva nessuna intenzione di mollare la presa. Kate realizzò che gli stava parlando nella sua lingua ma, aveva l’impressione che capisse lo stesso. Alla fine, parole e gesti di affetto sono universali. 

Non appena staccò le mani per bere l’acqua, subito il piccolo iniziò a piangere. A quel punto, incoraggiata dalla mamma, non le restò altro che prenderlo in braccio. Le prese per un attimo il panico, aveva paura di fargli male, non sapeva proprio come tenerlo; durò solo un istante, quasi per istinto le venne naturale trovare il modo per coccolarlo. 

Non le fu per niente facile iniziare a spiegare come mai si era trovata a passare di lì; le sembrava che quella donna non parlasse italiano, ma una specie di linguaggio locale. Però, forse per telepatia solidarietà fra donne, Kate ebbe la netta sensazione che comprendesse comunque quello che diceva tanto che, a un certo punto, la signora le accarezzo la testa passandole delicatamente la mano tra i riccioli. 

Considerando la complicità che si era instaurata fra loro due, non si stupì più di tanto quando, sbiascicando qualcosa in un italiano più stentato del suo, le offrì di fermarsi per la notte. 

Kate acconsentì e subito a quella signora col vestito a fiori, brillarono gli occhi. Probabilmente doveva sentirsi sola e, la possibilità che una persona, seppur straniera, si fermasse a farle compagnia, la riempiva di gioia. L’euforia della signora era alle stelle, trascinò Kate su per le scale, lei la seguì con il piccolo in braccio fin dentro una stanza con il pavimento in legno che scricchiolava tutto. Le indicò un lettino e disse “Angelo” poi, un letto più grande e disse “Cate”.  

Angelo, nel frattempo, gli si addormentò in braccio, d’istinto lo baciò e lo mise delicatamente nel lettino, il piccolo fece una leggera smorfia come si fosse accorto di non essere più avvinghiato a lei.  

La padrona di casa, con gesti veloci, distese il materasso che era ripiegato su sé stesso e dal quale uscivano dei filetti di paglia poi, prese da un vecchio comò le lenzuola. 

Ora che il letto era ben che fatto, c’era un grosso problema da risolvere, aveva urgentemente bisogno di un bagno; sbirciando in giro non aveva visto niente. Doveva in qualche modo farsi capire per cui, si mise le mani sulla pancia facendo contemporaneamente la faccia sofferente. La signora iniziò subito a ridere, aveva capito al volo, bene così perché, nel frattempo era giunta al limite del contenimento. Altro cenno di seguirla e, si trovarono nel cortile sul retro della casa, qui le indicò un casotto in legno. Chiusa la porta pensò che non ci fosse tempo per schizzinoserie varie e fece quello che doveva fare. In dotazione vi erano un secchio pieno d’acqua e dei ritagli di giornale, sorrise e pensò che quella potesse considerarsi un’esperienza da vera viaggiatrice. 

Recuperò la chitarra e il pesante zaino che erano ancora in cucina e li portò in camera. Con sua sorpresa, la signora nel frattempo le aveva fatto trovare una bacinella con dell’acqua calda, un asciugamano e del sapone; cose essenziali che apprezzò molto; erano sufficienti per darsi una sistemata dopo quel primo giorno di viaggio. Ogni tanto dava un’occhiata premurosa al piccolo Angelo. Ironizzava sul fatto che, pur nato da poco, si trovava già una ragazza nuda in camera; gli augurò di non diventare un maiale come la maggior parte degli uomini. 

Mentre si stava lavando, udii la voce di un uomo provenire da sotto, probabilmente si trattava del marito della signora. Sentiva chiaramente che stavano discutendo ad alta voce, udiva la donna tentare di replicare ma, la voce di lui subito la sovrastava.  

Affrettò le operazioni di toelettatura, ebbe la sensazione che l’oggetto di quella discussione accesa fosse proprio lei. Era meglio scendere alla svelta, nel caso la sua presenza non fosse gradita poteva andarsene all’istante, anche se non sapeva proprio dove. 

Lo scricchiolio della scala annunciò la sua discesa e, subito i due smisero di parlare. Il presunto marito della signora era un omone con il volto abbronzato e scavato, semi nascosto da un cappello di paglia bucato. Indossava una camicia lisa tutta sbottonata, i pantaloni erano tenuti su da una corda, ai piedi portava zoccoli di legno intrisi di terra. 

Kate sfoderò subito il suo sorriso. Lo sguardo truce dell’omone si trasformò, nel giro di un istante, in raggiante tanto che, persino la donna rimase stupita di quell’istantanea trasfigurazione. “Giovanni”, le disse porgendoli la mano, frettolosamente pulita, con mossa fulminea sulla camicia. Poi, in modo brusco e autoritario comandò alla moglie di apparecchiare la tavola. 

Nella stanza piombò un imbarazzante silenzio, unico rumore il pentolone che bolliva sul fuoco. Intervenne nuovamente la signora che, accarezzandole ancora i capelli, la rimise a suo agio; distese sulla tavola una tovaglia non proprio pulita, piena di macchie di vino rosso. Le posate erano alquanto ingiallite ma almeno sembravano pulite. Il padrone di casa si fece premura di versarle del vino che, traboccò dal bicchiere andando a rimpolpare le macchie sulla tovaglia. Con una certa titubanza, avvicinò il bicchiere alla bocca, il colore violaceo intenso e la traccia densa lasciata nel bicchiere già vuoto del suo commensale, a prima vista, non le fecero una buona impressione. “Buono!”, esclamò dopo il primo sorso, il sapore di quel vino non se lo scordò più. 

Non fu solo il vino ad allietare la cena ma pure un’ottima zuppa di verdura, una frittata con delle erbe verdi e una terrina piena di pomodori, fagioli e cipolle. 

Dopo aver allattato il piccolo, la signora, senza un apparente motivo, glielo rimise tra le braccia. Angelo tutto sorridente, sembrava interagire con lei emettendo dei piccoli suoni e le sue manine si tuffarono nei riccioli biondi per accarezzarli. L’attenzione del frugoletto si focalizzò sulla fascia rossa che portava in testa; visto che tra loro due ormai c’era intimità, Kate pensò di togliersela e mettergliela in mano; iniziò a giocarci emettendo dei versi gioiosi. Intonò una famosa ninna nanna del suo paese; Angelo, in men che non si dica, si addormentò tenendo stretta la fascia tanto che, preferì non toglierla per evitare di svegliarlo. 

La stanchezza di quella giornata particolarmente intensa cominciava a farsi sentire, fece cenno ai padroni di casa che sarebbe salita in camera. Ormai era un tutt’uno con il piccolo per cui, la signora lasciò che se lo portasse su in camera per metterlo a letto. 

Continuò ad accarezzare delicatamente la testina di Angelo mentre dormiva beatamente su un fianco, chissà se un giorno anche lei avrebbe avuto un figlio, per il momento, visto quello che le era successo, la considerava un’ipotesi molto remota. 

Malgrado la stanchezza non riuscì a prendere sonno, dava la colpa a quel rude materasso di paglia al quale non era abituata, decise di starsene un po’ alla finestra.  

I campi di mais che scorgeva in lontananza, come vastità, non erano minimamente paragonabili a quelli del Vermont. I suoni e i profumi della campagna mescolati con la leggera brezza che entrava contribuirono a rilassarla. Stette lì sulla finestra a osservare il vigneto illuminato quasi a giorno dalla luna piena, si capiva che l’estate stava volgendo al termine dalla sottile nebbiolina che lambiva la terra; segno che il fresco della notte stava prendendo il sopravvento sul caldo giorno. Questo, di solito, la rattristava, non sopportava il fatto che le giornate si accorciassero, segno dell’imminente irrompere della brutta stagione.  

Questa volta però era diverso; quella fine d’estate segnava l’inizio di una nuova vita. Una volta suo padre le parlò dei palloni aerostatici, le spiegò che, per potersi alzare in volo, dovevano liberarsi della zavorra, era quello che doveva fare anche lei, gettarsi alle spalle tutta la zavorra del passato per potersi librare libera verso nuove mete. 

Si voltò a dare un’occhiata ad Angelo, quel bambino aveva aperto una breccia nel suo cuore. Si chiese come sarebbe cresciuto in quella casa con due genitori non più giovani; con un padre così burbero e una madre che pareva essere alquanto depressa, non avrebbe avuto vita facile. Iniziò a fantasticare sulla possibilità di strapparlo a quella vita mediocre alla quale probabilmente era destinato. Avrebbe voluto portarlo con sé, loro due da soli in giro per il mondo. Era fortemente convinta che con lei, anche se non poteva garantirgli delle certezze, compresa quella di mangiare una volta al giorno, sarebbe cresciuto meglio. Sentiva che avrebbe potuto dargli tanto amore e trasmettergli la passione per la musica. Con lei, ancora giovane e piena di energie, avrebbe senz’altro avuto un’infanzia divertente e stimolante. 

All’improvviso, come se le avesse letto nel pensiero, Angelo si svegliò e iniziò a emettere dei piccoli lamenti, senza pensarci tanto su, lo prese in braccio e se lo portò a letto. Non appena furono distesi, il piccolo si quietò, il musetto si intrufolò istintivamente nella scollatura della camicetta per cercare il seno. Kate lasciò che facesse, sentire la bocca di Angelo che cercava il capezzolo le fece provare un immenso piacere forse, ma non ne era certa, visto che non l’aveva mai sperimentato, quasi un orgasmo. Che assurdità, un neonato, il primo uomo che le stava dando amore. 

Al mattino presto scese piano con Angelo stretto tra le braccia. Il piccolo aveva bisogno di una poppata vera, di quelle che solo una madre sa dare. La signora, premurosa, le aveva già preparato una scodella di caffelatte e del pane biscottato, e insieme rimasero in silenzio. Kate era oppressa dal senso di colpa, l’aver pensato di strappare Angelo all’amore di quella madre le pesava nel cuore come una pietra. 

La signora, con un gesto delicato, le accarezzò il volto. Non c’era bisogno di parole: il dolore della separazione imminente era palpabile nell’aria, come se la casa stessa trattenesse il respiro. Kate poteva leggere nei loro occhi un muto rimprovero, come se lei e Angelo le chiedessero silenziosamente di non lasciarli lì, soli, in quella dimora umile e spoglia. Cercò di parlare, ma le parole le si fermarono in gola; tutto ciò che riuscì a fare fu abbozzare un sorriso, fragile come un raggio di sole al mattino presto. 

Si abbracciarono sotto la pergola che conduceva al vialetto, un intreccio di foglie e ombre che sembrava voler trattenere quel momento, allungarlo in eterno. In camera, aveva lasciato la fascia rossa e il libro che aveva portato con sé di nascosto dall’America. A lei ormai non le serviva più.  

Chissà, forse un giorno Angelo avrebbe aperto quelle pagine, e trovato il coraggio di viaggiare, di esplorare il mondo. Con quella speranza, gli scrisse una dedica, poche parole, ma cariche d’amore. 

Prima di partire, lo prese di nuovo tra le braccia, stringendolo a sé, come a voler imprigionare l’ultimo ricordo di quel legame. La signora la osservava, ma i suoi occhi erano altrove, persi in un’assenza che rendeva tutto ancora più doloroso. In quel momento, Kate sentì come se fossero tutti e tre ai piedi di un treno, il treno della libertà. Ma per ora, su quel treno, sarebbe salita solo lei. 

A ripensarci bene, non erano le pressioni di Ronald che l’avevano convinta a incidere quel disco, aveva sempre deciso da sola ogni aspetto della sua vita; era semplicemente arrivato il momento che tutti conoscessero “Angelo”, la canzone scritta da una giovane donna in fuga in un caldo giorno di agosto del 1966. 

Continua …

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I – La bella stagione

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