El Mauri

Mai avremmo immaginato che il primo sarebbe stato lui. Fermò me e EnsoPenso  sotto i portici del palazzo dove abitava; “Ve go scoltà”, disse secco. “E aeora?”, rispondemmo all’unisono noi due. Il tipo era più che mai determinato a far parte dei nostri, a “fare radio” con noi. Conoscendo il personaggio ci guardammo alquanto perplessi e preoccupati. 

Non posso fare a meno di parlarvi del Mauri, senza prima raccontarvi del suo garage. Oggi si fa un gran parlare di startup e via discorrendo. Quarant’anni fa, nulla di tutto questo, c’erano però i garage. 

Servivano a tutto tranne che a tenerci la macchina, anche perché, non tutti ce l’avevano. Il garage era fondamentalmente un punto di ritrovo, deposito di sogni, laboratorio, discoteca, ludoteca, palestra, rifugio anti-genitore che ti voleva pestare a sangue dopo un brutto voto a scuola, sala prove, officina, deposito alimentare per far fronte all’imminente avvento della terza guerra mondiale, luogo in cui stare fuori dalle sgrinfie della moglie per cazzeggiare in assoluta libertà. Mi fermo qui, l’elenco sarebbe lunghissimo. 

Il portone di quello del Mauri, al secolo Maurizio Furlanetto, non era color grigio topo come gli altri ma, dipinto in rosso vivo, alla faccia del regolamento condominiale. Per essere un garage, l’arredamento era un po’ particolare: luci colorate, divanetto e, appesi alle pareti, dei poster che vi lascio immaginare. 

Quei dieci metri quadrati scarsi erano la sua confort zone. Il rifugio dalla sua scalcagnata famiglia, di cui Mauri non aveva mai fatto parola con nessuno.  In realtà il triste quadretto facevi presto a farlo, padre lavoratore saltuario a Porto Marghera, alcolizzato e sempre pronto ad alzare le mani. La madre, come se non bastasse, era una alla quale mancava un boio ovvero, non era molto a posto con la testa, Ermanno, il fratello maggiore, praticamente volatilizzato. 

Non appena chiudeva il basculante, ti ritrovavi immerso in un’atmosfera peccaminosa, pareva di essere al night. Mauri iniziava col tirare fuori dai calzini il pacchetto di sigarette; nulla di illegale, solo puzzolentissime Camel. Poi, con aria da sfida lanciava addosso a noi sbarbai gli ultimi arrivi in fatto di riviste porno. Lo faceva principalmente perché riteneva non sufficienti le nozioni di educazione sessuale che ci venivano impartite a scuola; in più, aveva a cuore che noi fioi de cesa, venissimo a conoscenza di certe cose di cui i preti non ci parlavano ma che, secondo lui, praticavano ugualmente. 

La domenica pomeriggio, per il piazzale dei paeassoni, transitava uno strano autobus che, al posto del numero aveva un cartello con disegnati due piedi neri e la scritta “Ranch”. Mi ricordo che chiesi a mia madre se potessi salirci assieme a Tito. “Porseo!”, seguito da una cinquina ben piazzata sulla guancia, fu la pronta risposta. 

Mauri era più grande di noi ed era anche l’unica persona di nostra conoscenza che la domenica pomeriggio saliva su quell’autobus. A noi, non restava altro che affidarci ai suoi racconti che, il tizio non esitava a propinarci con dovizia di particolari. 

Restavamo incantati mentre narrava delle sue performances di alto livello con quea o ‘staltra. Quea e ‘staltra erano fie dei paeassoni alle quali il Mauri, aveva appioppato una certa reputazione e che, per me, finirono per essere le interpreti principali di certi film che mi proiettavo. 

Qualcuno di noi, in piena tempesta ormonale, nonostante fosse facilmente intuibile che, el Mauri, le contava che e pareva vere, pensò bene di chiedere udienza a quea e ‘staltra chiedendogli esplicitamente de caearghea. Le ruspanti ragazze ripagarono le sue richieste sull’unghia, nel senso che, il malcapitato ne uscì con cinque sfregi su entrambi i lati del volto; in più, come se non fosse bastato, venne colpito con un calcio ben assestato la, dove non batte mai il sole. 

Quell’episodio, se non fosse stato evidente, rese chiaro a tutti che el Mauri raccontava solo delle favole, assai piccanti ma sempre favole; e questo, gli valse l’appellativo di Andersen. 

Ripensando alla proposta di collaborazione di Mauri… Va bene, eravamo i pionieri delle radio libere, ma uno con quel curriculum ci faceva sudare freddo. Non è che potevamo proprio mandar su un porno show in radio! Anche se, a pensarci bene, a cominciare dai frequentatori del bar da Nane Sbérega, potevamo contare su una cospicua platea di potenziali ascoltatori bavosi; il successo sarebbe stato assicurato. Forse, però, era un po’ troppo audace. E poi, diciamocelo, all’epoca c’era già Cicciolina a monopolizzare l’attenzione. 

Dovetti tenermi aggrappato a una colonna, cercando di non rotolarmi per terra mentre EnsoPenso, in dialetto stretto, mi snocciolava i titoli possibili per il programma. Ero piegato dalle risate. 

Uno così però non ce lo potevamo lasciar scappare; intuimmo che comunque avrebbe portato ascoltatori. Così sin dal giorno dopo, fu il quinto a parlare davanti a quel microfono dentro quella mansarda al civico 69 dei paeassoni. L’unico favore che gli chiedemmo fu quello di evitare di fumare in studio; rispose che lo avrebbe fatto se EnsoPenso avesse smesso di scoreggiare. Andò a finire che nessuno dei due cedette e io, Paperoga e il Tito ne pagammo le conseguenze. 

DJ Andersen, così decise di farsi chiamare; come da previsioni, si rivelò una sorpresa pazzesca. Le sue storie? Altro che quello che immaginavamo noi! Erano racconti fantastici, tutti frutto della sua mente galoppante. Esordiva sempre con frasi tipo “ho sentito dire che…” o “mi hanno raccontato che…”, e poi via, era un fiume di parole in piena, riusciva ad incantare anche noi quattro che lo conoscevamo da anni. 

Era un genio creativo: non avevamo mezzi per ricevere telefonate in diretta, che allora erano il top dell’interazione, ma lui che faceva? Fingeva! Cambiava voce, faceva accenti improbabili, usava audiocassette—e noi eravamo lì a ridere e scuotere la testa. E tra una storia inventata e l’altra, infilava pure della buona musica. Si badi bene, roba piratata che gli procurava il suo spacciatore di fiducia un tale Ciro Ammendola, frequentatore abituale del bar da Nane, nonché figlio di Vincenzino, appuntato della Finanza. 

Memorabile quella volta che raccontò del bottino di guerra, sepolto da un gruppo di soldati tedeschi in fuga, accanto a un albero solitario nei pressi del cimitero; alcuni giorni dopo, tutti gli alberi dell’intera gronda lagunare, avevano delle strane buche attorno. 

Una sera, mentre eravamo soli io e lui in radio, gli chiesi da dove nascesse la sua passione per il raccontare storie. Mi rispose che era qualcosa che aveva sempre avuto dentro, come se fosse innato. Mi spiegò che raccontare era anche un modo per far prendere, almeno nella fantasia, alla sua vita, la piega che avrebbe voluto. Nei suoi racconti, poteva scegliere di essere chiunque e, soprattutto, di smettere di essere uno qualunque. A quel punto, fu facile, per me, intuire che i suoi personaggi celavano di volta in volta, una singola parte nascosta di sé, una verità che rivelava solo attraverso le sue storie. 

DJ Andersen, fu il primo a unirsi al nostro viaggio, e anche il primo a lasciarci. Fin dall’inizio compresi che Solaradio era una realtà troppo stretta per un’anima vasta come la sua. Misi in preventivo che un giorno, inevitabilmente, avrebbe raccolto tutte le sue storie in una valigia, per partire alla ricerca dell’infinito, seguendo il richiamo di orizzonti senza confini. 

Lo fece come solo le anime libere sanno fare: con il coraggio di chi è disposto a buttarsi, a rinunciare a certezze e abitudini per cercare qualcosa di più. Era così, Mauri: una persona che non aveva paura di mettere in discussione la strada conosciuta, pronta a scommettere su sé stesso, a differenza di me, legato alle mie sicurezze, alle mie piccole certezze che, col tempo, ho riconosciuto come illusioni confortanti. 

Non avrei mai voluto che quel giorno arrivasse ma ero contento per lui. Prima di partire, volle salutarmi con un ultimo spritz da Nane. Gli chiesi, con una punta di nostalgia e curiosità, se nella grande radio dove era diretto avrebbe continuato a raccontare storie, quelle sue magiche “balle” che sapevano incantare chiunque ascoltasse. Mi guardò e rispose: “Par forsa, no’ so bon de far altro”. 

Spesso mi capita di voltarmi indietro, di indugiare nel rimpianto, convinto di, non aver mai fatto nulla di buono e non aver lasciato un segno. Poi mi torna in mente ciò che mi ha insegnato il Mauri: il valore delle relazioni, l’arte di seminare una piccola, luminosa traccia di sé negli altri. Un frammento della propria anima, condiviso con sincerità, può vivere per sempre nei ricordi di chi lo ha accolto. E in quel pensiero, trovo conforto: non si è mai davvero invisibili quando lasci, anche per un minuscolo attimo, un pezzetto del tuo cuore lungo il cammino di un’altra persona. 

Vi è al mondo una strada, un’unica strada che nessun altro può percorrere salvo te: dove conduce? Non chiedertelo, cammina. Friedrich Nietzsche 

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Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2024 Michele Camillo

E tu come stai

Sono ormai anni che la domenica non vado più a messa, il motivo preciso non so spiegarmelo. Probabilmente sarà perché la chiesa non è più frequentata da belle squinzie come una volta ma, solo da vecchiette intente a sgranare il rosario, al fine di ottenere, solo per loro, la priority line per il paradiso. Mentre, per un’infinità di altre persone, chiedono a Dio di riservargli un posto all’inferno tipo, ad esempio, l’immigrato che, secondo loro, gli è ingiustamente passato davanti al pronto soccorso. 

Comunque, penso che se anche compio un rito più laico, ovvero quello di andare in radio quasi ogni santa domenica mattina, faccio qualcosa di buono per una piccola fetta di umanità. Non sarà una grande cosa ma, far sorridere quelle quattro anime che mi ascoltano, mi fa sentire almeno un po’ a posto con la coscienza. 

L’unica cosa che son sicuro non faccio di buono è quella di fermarmi prima in pasticceria dalla Cesarina, quella di fianco alla chiesa; per questo so di certo che finirò all’inferno nel girone dei golosi. 

Ad un sacco di gente piace l’estate, a me no! Caldo e zanzare mi fanno andar via di testa, non vedo l’ora che arrivi il freddo. Forse c’entra mio padre, che mi diceva sempre che ero “un salame e tale sarei rimasto”: e si sa, i salami stanno bene al fresco. Sarà anche per questo che adoro ficcarmi a letto con il piumino, che mi avvolge come il budello di un salame. 

Altro che agosto, preferisco novembre con i suoi colori caldi e avvolgenti, che dipingono il paesaggio come una tavolozza d’artista. Adoro persino la nebbia, che avvolge tutto in un abbraccio soffice e sfumato, rendendo ogni cosa più dolce e misteriosa. 

Questa mattina la nebbia è una figata pazzesca; il cupo suono delle sirene delle navi, che arriva da porto Marghera, rende l’atmosfera perfetta. Da un momento all’altro mi aspetto di veder sbucare dal portico di uno dei caseggiati, Diabolik e Kriminal assieme. Da appassionato di fumetti, non ho idea di quante storie, ambientate nel quartiere, mi sono inventato finora.  

Una sagoma in lontananza; dalla stazza sembra proprio Patsy, il fido assistente di Nick Carter, invece è lui, Icio el Ciccio. Eccolo, puntuale come un orologio svizzero, solo ed esclusivamente la domenica mattina, dalle otto alle nove, fa la sua sana passeggiata, fumandosi un intero pacchetto di sigarette. Il fumo della sigaretta sommato alla nebbia rende la sua sagoma ancora più fosca, lo riconosco solo dal lercio impermeabile grigio topo e dalla voce roca da nicotin-dipendente.  

“Ohi maestro, titamorti, ti el to’ amigo Bajoni gavè rotto i cojoni … e fa anca rima”.  

Dovevo aspettarmelo. In effetti, ultimamente con il “mio amico”, sto esagerando. Sarà che sto attraversando un periodo particolare, in cui i ricordi legati alle sue canzoni sembrano riemergere con prepotenza, come se ogni strofa aprisse un vecchio cassetto della memoria. Mi rendo conto che questa mania di rimanere ancorato al passato, di rifugiarmi nelle sue melodie, sta lentamente risucchiando il mio presente, rischiando di rovinarmi anche il futuro. 

Dovrei smetterla di cercare risposte in pezzi di vita già vissuti e lasciare andare quei versi che mi trattengono. Sento che, per andare avanti, dovrò trovare una nuova colonna sonora, una che mi accompagni verso il domani senza farmi guardare troppo indietro. Sento anche che è più facile far smettere di fumare Icio el Ciccio

Nei mitici ’80, dire che ti piacevano le canzoni di Baglioni, era quasi una bestemmia. Per non giocarmi la reputazione, in radio, non mettevo mai i suoi dischi. Quando mi chiedevano se lo conoscevo, lo rinnegavo come fece Pietro nel cortile del sommo sacerdote. A quei tempi, specie qui in quartiere, eri qualcuno se ti riempivi la bocca con De André o Guccini, a malapena ti tolleravano se parlavi di Venditti. Quando però uscì Strada facendo, inno autobiografico ufficiale di noi moltoni dagli occhi scuri, non resistetti dal mandarlo in onda a ciclo continuo; in conseguenza di ciò, cadde brutalmente la mia facciata di DJ impegnato e, il Baglioni divenne, “el me amigo”. 

La nebbia la domenica mattina è una figata pazzesca se poi, come colonna sonora, ci metti la malinconica e poetica Poster del mio amico Claudio, è la morte sua. Mentre la fischietto, mi prende una felice nostalgia, accelero per arrivare in radio quanto prima, secondo me è ancora lì, ne sono sicuro, “del porseo no xé butta via mai ‘gnente”, come dicono i nostri contadini. 

Qualcuno si è divertito a mescolarli ma, dovrebbero essere all’incirca in ordine per autore; lettera B, mi prendono le palpitazioni, eccolo! Lo annuso, odore di muffa, le macchioline gialle sì, è proprio lui, quello di casa mia, l’originale del 1972. 

Nel 1972, avevo otto anni ed ero in terza elementare, mi ricordo benissimo la sua posizione nella libreria, era tra Close to the Edge degli Yes e Tick as a Brick dei Jethro Tull. Fino all’arrivo de, Il mio canto libero di Battisti, era l’unico disco in lingua italiana posseduto da mio fratello e, ovviamente, l’unico del quale riuscivo a comprenderne le parole. L’interno era scritto tutto in corsivo e aveva un sacco di figure, cosa che, è universalmente noto, lo rendeva particolarmente attraente per un bambino.  

Mio fratello, dieci anni più vecchio di me, aveva il monopolio nell’uso del giradischi. Lo sfigato però, cacciato a suo tempo a calci in culo dalle medie, era al lavoro tutto il santo giorno, per cui, durante il pomeriggio, l’aggeggio infernale era completamente a mia disposizione. Anche se potevo ascoltare tutti i suoi dischi, nell’autunno del 1972, le uniche note che facevo uscire dal mitico WILSON ALLEGRO erano quelle di, Questo piccolo grande amore

Su ricordi ed emozioni che questo disco evoca, si sono spesi fiumi di parole. Credo però, che nessuno finora, lo abbia mai associato alle scatole di montaggio degli aerei AIRFIX. Lo so che molti sentimentaloni mi condannerebbero al rogo sulla pubblica piazza ma, non ci posso fare nulla. Quando ancora oggi sento Porta Portese o Piazza del Popolo, mi rivedo nella mia cameretta, curvo sulla scrivania, con le mani impiastricciate di colla BRITFIX e macchiate di colori HUMBROL, intento nella maldestra costruzione di un caccia VIGGEN o di un bombardiere BOSTON. Non me ne vogliano i soprannominati sentimentaloni ma, confesso, che ho usato la copertina come base per non rovinare la scrivania; sacrilegio! 

“La favola più bella che ti hanno raccontato”, all’incirca, era questo il titolo del temino da svolgere che Lauretta ci appioppò un piovoso lunedì. Piero Longato, il mio compagno di banco, iniziò a sbuffare e a scaccolarsi il naso. Io invece ero talmente incocaio, come diciamo noi, da quella giovanissima maestra che, qualsiasi cosa ci ordinava di fare, mi rendeva felice. 

La dolcissima Laura, una ragazza dai lunghi capelli biondi; da qualche mese sostituiva la signora Visentin, rimasta a casa perché, “doveva comprar un puteo”, così si diceva quando una era incinta. Credo non avesse nemmeno vent’anni. Non aveva nemmeno il moroso; questo era un dato certo visto che Lucia Manente, glielo chiese esattamente dopo circa trenta secondi dalla sua apparizione in classe. Questa notizia, per me, era, in qualche maniera, confortante. 

Quando mi ripresi dallo stato di trance, in cui cadevo ogni volta che la sua voce dettava qualcosa; realizzai che la faccenda era impegnativa. Finora, nessuno mi aveva raccontato una favola. I miei genitori lo avrebbero fatto solo qualche anno più tardi, titolo: “co’ ti gavarà finio ‘e medie te compremo el motorin”. 

Non potevo assolutamente deludere la bella Laura, dovevo lavorare di fantasia, cosa che, fin dai primordi della mia esistenza, mi è sempre riuscita bene. La osservavo mentre, con aria malinconica, seduta alla cattedra con le mani tra i capelli, era intenta a leggere un libro. La ragazza raffigurata nella copertina del disco le assomigliava tremendamente, stessi capelli, stesso sguardo dolce, forse era proprio lei; mi venne l’ispirazione del secolo. 

Con la mano sudata e, come sempre, sporca di inchiostro, iniziai a riversare sulle paginette del PIGNA a righe, quella che finora era la favola più bella che avevo sentito: “la maglietta fina”. 

Scrissi velocemente tanto quanto correva quel Claudio inseguito dalla Polizia che, per fortuna, riuscì a rifugiarsi in un bar fuori mano dove incontrò quella ragazza, bella come la maestra. Che lui si chiamasse Claudio era ovvio, perché aveva scritto il disco, mentre lei, boh, forse Maria, quella signora che aveva passato la trentina, (vallo a dire adesso), con cui passava la notte; così recitava una delle canzoni. 

Oltre alle pozzanghere di inchiostro, non ricordo con precisione quello che uscì dalla mia stilografica. Di certo affrontai un argomento un tantino spinto o, quantomeno inconsueto, per un bambino della mia età. A otto anni non avevo assolutamente idea di cosa significasse “andare a letto insieme” però, non mi sembrava una cosa brutta da scrivere; ricordo pure di aver scritto che erano nudi. Questo era vero; riguardando i disegni del mitico 33 giri, si vedono loro due nudi ai piedi del letto. Ora, non oso immaginare se, al posto della maestra Laura, ci fosse stata quella pia donna della signora Visentin, detta da mio padre “ea democristiana”, la mia faccia, come fosse la Walk of Fame di Hollywood, avrebbe ancora l’impronta della sua mano con, a fianco, quelle dei miei genitori. 

Man mano che la mitica PELIKAN riportava senza sosta e continuando a macchiare all’impazzata, quella storia incisa nel disco; iniziai a sognare che, un giorno anch’io, avrei fatto l’amore giù al faro, anche se, non sapevo ancora cosa volesse dire. 

E con lei, con lei ..”, la canzone mi risuonava nella testa; nei miei pensieri, la maestra Laura, in quel momento, prese il posto dell’aereo da montare di turno. Mi sarebbe piaciuto camminare con lei, mano nella mano, lungo il Tevere che scorreva lento, lento. 

Il martedì, leggemmo il tema di Enrichetto, quello di Francesca, di Marco, di Stefania, di Cristina; addirittura, quello di quel troglodita di Piero Longato. Suonò la campanella, il mio PIGNA era ancora lì, solo soletto sulla cattedra, quei vigliacchi dei miei compagni si erano già dileguati in un battibaleno. Avevo la netta sensazione di averla combinata grossa. Mi ero profondamente pentito di aver scritto quelle robe, confidavo nella mia calligrafia da gallina e speravo che Lauretta con avesse capito una mazza di quello che avevo scritto. Prevedendo la reazione di mio padre, sentivo già il culo bruciare. 

E’ una bella storia sai; tieni, mettilo via”; i suoi occhi divennero lucidi; mi abbracciò forte e mi diede un bacio sulla fronte poi, tenendomi ancora stretto a lei, mi accompagnò fuori dalla scuola. Non dissi una parola, ricordo solo un buon profumo come di talco. Anche lei, quel giorno, indossava una maglietta fina. Immaginavo tutto, soprattutto immaginavo, e speravo, che potesse essere quella mamma che non era mai presente. 

Cara maestra Laura, ti scrivo per dirti che il ricordo di quel tuo abbraccio ancora mi conforta nei momenti in cui le mie tante paure e fragilità prendono il sopravvento. Se mi permetti, come cinquant’anni fa, prendo ancora spunto da Baglioni e uso le sue parole. 

Cara maestra Laura, tu come vivi ? 

Tu cosa pensi, dove cammini ? 
Come ti trovi ? 
Chi viene a prenderti ? 
Chi segue ogni tuo passo ? 
Chi ti telefona, e ti domanda adesso; tu come stai? 

Io, sai, sto così, così; solo che adesso … 

Adesso che; non saprei ancora cosa dire; 

Adesso che; non saprei ancora cosa fare. 

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Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta PICCOLE STORIE – © 2024 Michele Camillo

Quei dea radio

Dopo più di quarant’anni il culo ancora mi trema, ormai è un riflesso condizionato che si attiva quando attraverso lo stradone. Dovete capire che, una volta, passare il confine, ovvero lo stradone che delimita il quartiere dei palazzoni popolari, comportava un certo rischio, specie per chi, come me, abitava nelle viette; che, per ea banda dei paeassoni, era considerato un territorio nemico. 

Necessitavo di vista da falco al fine di individuare con anticipo la presenza minacciosa del terribile Maci Sabbadin e della sua gang. Dal punto di vista puramente statistico il 97% delle volte filava tutto liscio, riguardo il rimanente 3% preferisco sorvolare.  Purtroppo per me, anche se ero dotato di un fratello maggiore un po’ sbandato, questi non aveva una ammirevole fedina penale, tale da incutere timore e, nemmeno l’hobby di spaccare culi a gogo per difendere il fratellino. Che fare, non avevo alternative, visto che, all’ultimo piano del civico 69, c’era la mansarda di Paperoga, sede di SolaRadio. 

Amo ricordare; ad una certa età, diventa un gesto quasi naturale, un rito segreto che si compie con il cuore.  

Oggi, seduto su una panchina del vialone centrale, tra i colori e i profumi che mi avvolgono, celebro, in silenzio e con un sorriso tra me e me, i quarantacinque anni della prima trasmissione. È come se il tempo fosse qui accanto, un vecchio amico, e mi sussurrasse ricordi di un passato che, a pensarci bene, sembra ancora così vicino. 

I mesi che precedettero quel mitico giorno, li passammo a fare le cosiddette prove tecniche di trasmissione.  

L’unico posto rimasto disponibile sulla banda FM era in fondo alla scala, ai margini; per cui, sior Sergio tarò il trasmettitore sui 107,8 MHz.  Ormai ad essere ai margini ci eravamo da tempo abituati, se anche la frequenza di SolaRadio, rispecchiava questo status, non c’era da stupirsi. Il problema era che poco più in là iniziava la banda aeronautica. Ancora oggi quando sono in finale vista pista e in cuffia ho i 118,255 MHz, ovvero la frequenza di avvicinamento di Tessera, mi par di sentire voci familiari provenienti dal passato. 

Frequenza a parte, quello che a noi quattro interessava maggiormente era il “tiraggio” ovvero, la portata del trasmettitore. Anche se mai dichiarato, ognuno di noi aveva uno specifico obiettivo. Badate bene, non si trattava di raggiungere una certa fetta di popolazione ma, una determinata potenziale singola ascoltatrice. Così, ognuno, all’insaputa degli altri, fracassava i maroni a sior Sergio affinché orientasse l’antenna in una direzione piuttosto che in un’altra. Al sant’uomo stava per venire l’esaurimento nervoso. 

Pochi giorni prima dell’esordio mettemmo in atto un’intensa campagna pubblicitaria. Iniziammo con una conferenza stampa in bar da Nane; ottenemmo una serie di osservazioni del tipo: 

  • Voialtri se fora come un balcon 
  • Ma cossa casso faressi? 
  • Tanto no’ ve ‘scolta nissuni 
  • Gavè ea gente? Gavè i schei? 
  • Pensè a studiar e ‘ndar a eavorar che xe mejo 
  • Eo sa el prete che fe ‘ste robe? Eo sa vostro pare? Eo sa vostra mare? 
  • Se eo fè par ciavar, fe prima ‘ndar a puttane, ve costa anca manco 
  • Ste ‘tenti che i ve incuea  

Quest’ultima osservazione, fu senz’altro la più azzeccata. Con i soldi delle multe che ci hanno, nel tempo, appioppato avremo potuto costruire un palazzo tale e quale la sede RAI di viale Mazzini. 

Nonostante gli “incoraggiamenti” dei fioi del bar, ci mettemmo in sella alle nostre bici per un ecosostenibile volantinaggio. Spargemmo in giro un’infinita serie di minuscoli bigliettini con su scritto “Ascolta SolaRadio FM 107,8”. Guarda caso, alcune migliaia di queste striscioline di carta, finì nel giardino dei Bonesso; la loro secondogenita Silvia era la squinzia per cui si era preso ‘na incocaia el Paperoga. 

Di quel giorno, ricordo persino l’odore. Quel sabato pomeriggio alle quattro, in quartiere ristagnava un olezzo di fritto persistente; qualcuno, probabilmente, stava friggendo sardee usando l’olio esausto dell’auto. Non parlo delle bianche che, per l’emozione, EnsoPenso, mollò nel nostro minuscolo studio. La quantità di gas emesso dal retrobottega del socio era tale che se ci fosse stato un cortocircuito saremo saltati in aria, dando addio ai nostri sogni di gloria ancora prima di cominciare. 

Ricordo nitidamente le nostre facce rosse paonazze mentre eravamo pronti ad andare in onda. Il momento era solenne, i tre soci guardarono me; ero il predestinato per cominciare. 

Batte forte il cuore ogni volta che ci ripenso. Un respiro profondo, l’indice che sfiora il cursore del mixer, quello con l’etichetta “MIC”; in quell’istante, la mia voce ha iniziato magicamente a viaggiare nell’aria, leggera e vibrante, come sospinta da un’energia sconosciuta. 

Siamo sempre noi di Solaradio” Furono le prime parole che mi vennero in mente. Strano, quel “sempre”, come se trasmettessi da una vita. Forse, in fondo, era proprio così: come se una parte di me fosse sempre stata destinata a quella frequenza, a quel microfono, a quel momento. 

Poi, l’altra magia; appoggiai con la mano tremolante la testina sopra il disco, prima un leggero gracchio e poi … 

Music was my first love 
And it will be my last 
Music of the future 
And music of the past 
To live without my music 
Would be impossible to do 
In this world of troubles 
My music pulls me through (*) 
 

La musica è stata il mio primo amore 
e sarà l’ultimo. 
Musica del futuro 
musica del passato. 
Vivere senza la mia musica 
sarebbe impossibile. 
In questo mondo di guai, 
la mia musica mi tirò fuori. (*) 

L’emozione di quel giorno è anche legata indissolubilmente a Music di John Miles, il brano che scegliemmo per la prima volta, sapendo che avrebbe segnato un momento speciale. Quelle note scivolarono nelle nostre anime come raggi di sole attraverso finestre chiuse, e lì sono rimaste, ancorate nel profondo, pronte a risuonare nei momenti di silenzio e a farci sollevare lo sguardo oltre i muri delle difficoltà. 

Music è diventata il nostro talismano, una presenza sottile ma costante, una melodia che ci accompagna, ci sostiene, e non ci ha mai abbandonato. Da allora, è come se portassimo con noi un rifugio segreto, un’armonia che ci ricorda che la bellezza può trovare il suo spazio anche nei giorni più complessi, pronta a trasportarci altrove ogni volta che ne abbiamo bisogno. 

l giorno dopo fu ancora più memorabile. La gente ci fermava per strada, gli occhi brillanti di entusiasmo, e diceva: “Ve go scoltà!”. Erano i nostri “like” ante litteram, l’approvazione sincera e spontanea che solo le persone reali sanno dare. 

Da quel momento, ogni richiesta di collaborazione iniziava con quella stessa frase. Era come una password segreta, un segnale di appartenenza, un filo invisibile che ci univa a chi ci ascoltava. Non era più solo una radio: era una piccola comunità che cresceva, che credeva in noi e che ci spronava a fare sempre di più. 

Da quella prima trasmissione, “te go scoltà; ti ho ascoltato”, sono parole magiche che, per noi fioi dea radio, hanno il potere di trasformare una giornata, se non addirittura cambiare la vita intera. Parole che spesso hanno segnato l’inizio di una speranza, un incontro o un ritrovarsi. Parole che hanno fatto germogliare un’amicizia o addirittura qualcosa di più profondo. 

Sior Sergio, quel giorno, non si limitò ad accendere il trasmettitore. No, accese una scintilla molto più grande: la possibilità di uscire dall’ombra dell’isolamento e della noia, che qui nel nostro quartiere, più che in altri luoghi, pesavano come zavorre. Non era solo un tecnico con in tasca un diploma della mitica Scuola Radio Elettra, ma un sociologo a tutti gli effetti, sebbene senza laurea ufficiale. Aveva intuito che quella radio, per noi ragazzi, non era un capriccio, ma un bisogno vitale. La voce che potevamo far sentire attraverso le onde, ci permetteva di esistere davvero, di raccontare al mondo che eravamo qui. In fondo, non è solo una radio. È stata ed è ancora, la nostra via d’uscita, la nostra casa, il nostro sogno collettivo. 

E di questo gliene sarò grato per sempre, insieme anche a quella moltitudine di personaggi stravaganti che si sono succeduti ai nostri microfoni, ognuno portando la propria storia, il proprio sogno. Alcuni, dopo aver condiviso questa meravigliosa avventura hanno trovato la loro strada. Altri sono rimasti, ancora qui, a combattere in una giungla di frequenze, dove i segnali più forti cercano sempre di sovrastare i più deboli. Eppure, nonostante tutto, siamo felici. Felici di parlare ai microfoni di una minuscola radio e di appartenere a questo piccolo universo fatto di parole e suoni, felici di essere, per tutti, “quei dea radio”. 

 (*) © 1976 – John Miles 

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Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2024 Michele Camillo

Io ed i miei occhi scuri

Per capire chi fossimo noi quattro fondatori di SolaRadio, vi basta immaginare che quando c’era da formare due squadre per una partitella, noi eravamo quelli che usualmente venivano scelti per ultimi, o spesso non venivamo scelti affatto. 

Eravamo anche quelli che quando veniva organizzato un festino, a noi non veniva detto niente. E se al festino per miracolo qualcuno accidentalmente ci invitava, eravamo quelli appoggiati al muro con il bicchiere di Coca Cola in mano, che guardavano il pavimento con la speranza che qualcuna venisse a parlare con loro. E quella qualcuna, ovviamente, non arrivava mai. 

Eravamo anche quelli perennemente squattrinati. El progetton non avrebbe mai preso forma se sior Sergio, il papà di Tito, e i suoi amici radioamatori, non avessero creduto, con cuore e portafoglio, nel nostro sogno. 

A vederli lavorare sembravano dei ragazzini come noi. Costruirono trasmettitore e antenna come se stessero allestendo una stazione spaziale. 

Il nostro sogno non si sarebbe potuto realizzare nemmeno senza quella mansarda al civico 69 dei paeassoni. Era il magazzino dei ricordi della famiglia di Paperoga e noi, l’abbiamo occupata abusivamente pian piano facendo sparire un po’ alla volta i cimeli di famiglia. Ancora oggi i suoi, si chiedono dove sia finito quel divano anni ’50 appartenuto alla nonna Elvira. Pensare che assomiglia tanto a quello che abbiamo adesso ma, di un colore diverso. 

Il trasmettitore, l’antenna e il microfono sono indispensabili per fare una radio, ma senza qualcosa di autentico da comunicare, restano oggetti vuoti. Fortunatamente per noi, grazie a certi personaggi, clienti fissi del bar da Nane Sbérega, l’ispirazione non è mai mancata. 

Devo ammettere che senza il bar dei paeassoni, non avremo mai saputo cosa dire a quel microfono. È sempre stato il vero centro nevralgico della nostra esistenza, la nostra cattedrale laica nonché il crocevia di personalità incredibili con le loro storie esagerate. Lì, tra un birin e un tramesin onto, sono nate tutte le nostre idee strampalate. 

Il bar è la nostra vera redazione e la nostra scuola di vita (educazione sessuale compresa). Un’università a cielo aperto dove ogni giorno passano esami di sopravvivenza sociale, e i professori sono i personaggi più improbabili che possiate immaginare. Gente che non si è mai spostata di più di qualche centinaio di metri dai paeassoni, eppure sa come va il mondo meglio di tanti altri che si vantano di avere “girato”. I nostri amici non hanno bisogno di viaggiare, perché il mondo l’hanno già visto passare davanti agli occhi, seduti al tavolino co ‘na ombra de vin in mano. È una saggezza antica e concreta, quella di questi personaggi, fatta di aneddoti raccontati mille volte e di opinioni spicce, ma che in qualche modo centrano sempre il bersaglio. 

I tipi che vi farò conoscere su queste pagine sono quelli che, all’apparenza, sembrano vivere in una dimensione parallela, scollegati dal mondo moderno. Eppure, a sentirli parlare, scopri che hanno un’opinione su tutto, sport e sesso in primis e che potrebbero tenere testa a chiunque nel dibattito sull’andamento globale. 

Si narra che tra gli avventori ci sia stato il maestro Tinto Brass. La leggenda vuole che frequentasse il bar in incognito al fine di trarre ispirazione per i suoi capolavori. I cinefili che sono andati a vedere tutti i suoi film (io no, mai visto uno, giuro) dicono che le trame sono del tutto simili ai racconti di Denis Sgorlon, Gianni Bottacin, Toni Lovadina ed Elio Prendin. 

Si dice che anche i grandi manager del calcio frequentino questo luogo, anche loro in incognito, per captare le opinioni dei presenti e ottenere preziosi suggerimenti sugli acquisti dei giocatori, oltre ad apprendere nuove tattiche di gioco. 

Senza il popolo del bar, probabilmente, non avremmo mai trovato la nostra voce. Per loro eravamo, siamo e, per sempre, saremo “quei dea radio”. Sempre pronti a sparare cazzate nell’etere, anche grazie a tutti quegli stronzi che, non paghi di ignorarci ai festini, hanno sempre cercato di metterci i bastoni tra le ruote… il che, a onore del vero, ci ha motivato di più. 

Alla fine, penso che non ci sarebbe mai balenata l’idea di fare una radio se non fossimo stati un concentrato di sfiga e insicurezze, specialmente con le ragazze. Sì, perché tutto nasce da lì, da quel nostro disperato bisogno di essere notati, di sentirci importanti, de farse vedar, come si dice in dialetto.  

Un bisogno di approvazione che personalmente mi ha sempre ronzato forte in testa come una certa canzone che sparo a manetta nei momenti di tristezza. 

È una canzone che racconta chi sono davvero. Racconta che io e i miei occhi scuri siamo cresciuti insieme, compagni di un eterno viaggio alla ricerca incessante di un altrove ideale che continuo a inseguire. L’anima, smaniosa, si nutre del desiderio di una terra lontana fatta di sogni e promesse non ancora mantenute. Sento ancora quella fame profonda, quella sete insaziabile di sorrisi sinceri, di braccia che si aprono intorno a me, pronte a darmi rifugio.  

Racconta delle mie passeggiate malinconiche e solitarie, dove ogni passo sembra portare con sé un senso di inutilità e un’ombra di paura per il futuro incerto. 

Quando però la mando in onda, una forza invisibile mi spinge a stare di fronte al microfono, anche quando sembra che dall’altra parte non ci sia nessuno in ascolto ma, solo il silenzio. Eppure, in quel silenzio, io continuo a sperare, a immaginare che almeno una persona, quella persona, stia ascoltando. 

Io ed i miei occhi scuri siamo diventati grandi insieme 
Con l’anima smaniosa a chiedere di un posto che non c’è 
Tra mille mattini freschi di biciclette 
Mille più tramonti dietro i fili del tram 
Ed una fame di sorrisi e braccia intorno a me 

Io e i miei cassetti di ricordi e di indirizzi che ho perduto 
Ho visto visi e voci di chi ho amato prima o poi andar via 
E ho respirato un mare sconosciuto nelle ore 
Larghe e vuote di un’estate di città 
Accanto alla mia ombra nuda di malinconia 

Io e le mie tante sere chiuse come chiudere un ombrello 
Col viso sopra il petto a leggermi i dolori ed i miei guai 
Ho camminato quelle vie che curvano seguendo il vento 
E dentro a un senso di inutilità 
E fragile e violento mi son detto tu vedrai, vedrai, vedrai 

Strada facendo, vedrai 
Che non sei più da solo 
Strada facendo troverai 
Un gancio in mezzo al cielo 
E sentirai la strada far battere il tuo cuore 
Vedrai più amore, vedrai 

Io troppo piccolo fra tutta questa gente che c’è al mondo 
Io che ho sognato sopra un treno che non è partito mai 
E ho corso in mezzo a prati bianchi di luna 
Per strappare ancora un giorno alla mia ingenuità 
E giovane e invecchiato mi son detto tu vedrai vedrai, vedrai 

Strada facendo vedrai 
Che non sei più da solo 
Strada facendo troverai 
Anche tu un gancio in mezzo al cielo 
E sentirai la strada far battere il tuo cuore 
Vedrai più amore, vedrai 

E una canzone neanche questa potrà mai cambiar la vita 
Ma che cos’è che ci fa andare avanti e dire che non è finita 
Cos’è che mi spezza il cuore tra canzoni e amore 
Che mi fa cantare e amare sempre più 
Perché domani sia migliore, perché domani tu 

Strada facendo vedrai … 

© 1981 – Claudio Baglioni

Strada facendo … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2024 Michele Camillo

Il mio primo amore

Sono convinto che la vera scintilla che ha dato vita alle radio private non sia stata tanto la passione per l’informazione o la musica d’avanguardia, ma il bisogno primordiale de butar el sardon, come lo definiamo noi in dialetto, ovvero quello di lanciare un’esca sottile per accendere un’attrazione, un incontro. Altro che informazione locale o musica innovativa: il vero obiettivo delle radio libere era far battere i cuori e accorciare le distanze. Far sì che chi si osservava da lontano trovasse finalmente il coraggio di avvicinarsi. 

Ci ho pensato l’altro giorno mentre, con il cuore colmo di ricordi e attese, passeggiavo solitario e malinconico per le  viette. Mi sembrava quasi di vederla apparire all’improvviso, come un miraggio tra la nebbia autunnale, pronta a ridare una direzione alla mia vita. 

Le viette non sono altro che un reticolato di stradine asfaltate alla meno peggio dove, fin dai primordi dell’esistenza umana, vennero edificate, sempre alla meno peggio, delle casette. 

Visto che gli abitanti delle casette erano, per la maggior parte, operai di Porto Marghera, venne costruita quasi subito, la sezione del P.C.I. e, solo dopo, quando il clero si accorse che era necessario contrastare l’avanzata comunista, furono costruiti chiesa e patronato. 

Alla fine degli anni Sessanta, come ciliegina sulla torta, arrivò la vera opera d’arte urbanistica: il quartiere dei paeassoni. Doveva servire a dare alloggio ai “migliori” disadattati della città, una specie di riserva naturale per le personalità più bizzarre e meno adattabili della popolazione. 

Visto che i comunisti e i preti con relativi democristiani al seguito, c’erano già ma non un luogo dove potevano insultarsi a vicenda e sputarsi negli occhi, i progettisti dei paeassoni inserirono nel masterplan un bar. Praticamente, fu prima costruito il bar di Nane Sbérega e poi tutt’attorno i paeassoni. E non avevano torto: nel corso degli anni, in quel bar è volato di tutto. Sedie, boccali di birra, bottiglie, perfino la tavoletta del water — e tutto per le più nobili ragioni, ovviamente. Ma sorprendentemente, non per questioni politiche o religiose. No, no! In un mondo dove comunisti e democristiani avrebbero potuto scatenare guerre intestine, le vere scintille si accendevano per due cose: sport e donne. Ho vissuto in prima persona una sorta di “compromesso storico” molto particolare, dove comunisti e democristiani riuscivano a mettere da parte ogni ostilità, uniti da una fede che superava ogni ideologia politica: quella per il Milan. Era quasi poetico vedere questi acerrimi nemici che, invece di scannarsi su riforme e ideali, si ritrovavano fianco a fianco per mandare in cueodesamare altri democristiani e comunisti, uniti però dalla fede per l’Inter. 

Per quelli dei paeassoni, noi abitanti delle viette eravamo una specie di aristocrazia locale. Loro non capivano, però, che anche tra noi c’erano delle distinzioni. In pratica, nelle viette esistevano due caste: i poareti, che vivevano in casette di un solo piano, e i siori, padroni di villette a due piani.  

Le case dei poareti erano costruite senza fondamenta, giusto appoggiate lì, come un mazzo di carte dopo una partita. E nel tentativo di risparmiare anche sull’aria che respiravano, il giardino diventava un orto che sembrava uscito da un film post-apocalittico: ortaggi ovunque e, immancabile, la vecchia vasca da bagno arrugginita a far da cisterna per l’acqua piovana. Ah, perché non si poteva mica sprecare soldi con la bolletta! 

Dall’altra parte c’erano i siori, e loro non si facevano mancare nulla: due piani, magari con taverna e mansarda, e intorno un giardino che sembrava disegnato dal mitico Capability Brown, il più famoso architetto paesaggista inglese. La loro casa era dipinta con i colori più brillanti. I poareti, invece, lasciavano spesso le pareti in grigio intonaco, al massimo trovavi qualche spruzzata di verde muffa sul lato a nord. 

Io abitavo in una di quelle casette a un piano, figlio di Marietto, tornitore alla Montedison. Vera invece, abitava in una di quelle villette a due piani più mansarda, figlia di Franco caporeparto alla stessa fabbrica. 

Mi innamorai di Vera quando avevo appena nove anni. È stata un’emozione che mi ha colto all’improvviso, non riuscivo quasi a spiegarmela.  

I catechisti ci avevano praticamente obbligato a partecipare a una rappresentazione natalizia in parrocchia. Vera doveva interpretare Maria, il ruolo principale. Io, invece, ero solo un pastorello, un ruolo secondario, come quelli che, alla fine, ho sempre avuto anche nella vita. 

Non capivo cosa mi stesse accadendo, durante le prove non riuscivo a distogliere lo sguardo da lei. Vera aveva quegli occhietti vivaci, pieni di una luce che mi faceva perdere la testa. Era come se ogni suo sguardo contenesse qualcosa di speciale che mi attirava irresistibilmente. E così, cercavo in tutti i modi di farmi notare, di strapparle un sorriso, facevo lo scemo, sperando che la mia goffaggine potesse catturare la sua attenzione. 

Ci riuscii. Ricordo ancora quel primo sorriso, quasi timido, che lei mi regalò. Ricordo pure che mi volevano sbattere fuori dalla recita a causa del mio comportamento oltraggioso nei confronti della sacra rappresentazione.  

Da quel momento nacque tra di noi qualcosa di straordinario, un sentimento semplice e puro, senza malizia, come solo i bambini sanno provare. Non ci furono mai parole o grandi gesti. Il nostro amore si nutriva di sguardi rubati, di occhiate che si incrociavano per un attimo prima di scivolare via, di un continuo gioco di rincorse silenziose. C’era tutta la purezza e la bellezza del primo amore, quello che resta impresso per sempre nel cuore. 

Io ero un introverso incallito, talmente chiuso in me stesso che l’idea di fare il primo passo mi paralizzava. Non avrei mai potuto sopportare un suo rifiuto, era una possibilità che mi terrorizzava più di qualunque altra cosa. E così restavo in silenzio, bloccato dalla mia insicurezza, mentre Vera era sempre lì, a pochi passi, aspettava con infinita pazienza che io mi decidessi. La sua tattica era semplice, quasi invisibile: mi seguiva ovunque andassi. Non importava dove fossi, a scuola, in patronato o al campetto di pallacanestro, sapevo che da qualche parte ci sarebbero stati i suoi occhi attenti, presenti, pieni di speranza. Ma anche la sua pazienza, infinita com’era, aveva un limite. 

Quella mattina di agosto del 1977, mentre mi stavo recando nel piazzale della chiesa a prendere il pullman per il campo estivo, me la trovai davanti all’improvviso. Era ferma sulla sua bici, i capelli spettinati dal vento, e gli occhi lucidi. Mi fissava in silenzio, e in quello sguardo c’era qualcosa che non riuscivo a capire. Io, impacciato e col cuore che mi batteva troppo forte, non seppi dire altro che un goffo: “Che c’è?”. 

“Niente! Stupido!!” fu la sua risposta, una frase apparentemente semplice, ma che mi lasciò impietrito.  

Rimasi lì, un attimo immobile, incapace di reagire e poi, come se nulla fosse, proseguii per la mia strada. Don Gianni e gli altri ragazzi mi stavano aspettando.  

Solo una volta che il pullman si mise in marcia mi resi conto che quelle parole e quello sguardo, portavano con sé un mondo intero ed io ero stato incapace di interpretarne la profondità. 

Capii solo in quel momento che dietro quel “niente” c’era tutto, c’era il peso di un amore che aspettava solo di essere riconosciuto, dichiarato apertamente. Era il suo modo, forse disperato, di farmi capire che il tempo dell’attesa era finito, i suoi occhi rossi erano la prova di quanto avesse sperato che facessi quel maledetto passo. 

Ti xé casso, ti xé mona, ti xé cojon …” mentre don Gianni, in piedi accanto all’autista, faceva recitare le preghiere affinché il viaggio andasse bene, io mentalmente stavo recitando le mie personali litanie. 

A quei tempi non c’era nessuna possibilità di comunicazione in più, nella malga dove eravamo diretti, non c’era nemmeno il telefono. Per tutte le due settimane del campo riuscii a pensare solo che mi ero comportato da grande stronzo e all’enorme cazzata che avevo fatto. Avrei voluto sbattermi la testa su di una roccia; invece, optai per il materasso di crine della branda, era meno duro. Il solito che non fa mai le cose come dovrebbero esser fatte. 

Ironia della sorte, il tema conduttore del camposcuola era “la decisione”. Il prete ci mise in mano un foglio ciclostilato e ci invitò ad andare nel bosco da soli a riflettere. In quel foglio, c’erano una serie di precise indicazioni sul modo per trovare la strada giusta e non finire in quella sbagliata che, avrebbe portato alla perdizione. 

A parte che, tanto per cominciare, in mezzo a quella fitta boscaglia, la strada stavo per perderla seriamente. Fortunatamente, grazie ai particolari rumori che stavano facendo Riccardo Beltrame e quella tale Lara, una delle figlie della coppia di milanesi che avevano affittato la casetta di fronte alla nostra malga, riuscii ad orientarmi. Non fu facile trovare un posto dove isolarmi, poco più in là della coppietta intravidi Enzo Penzo che, dietro un cespuglio, stava facendo tutto da solo; che imbarazzo. 

Non saprei dire quante migliaia di fogli il don abbia ciclostilato nel corso degli anni. Fatica sprecata e qualche albero in meno nelle foreste. Tanto, alla fine, ognuno faceva come gli pareva. A parte me, che mi aggrappavo a quella fede più per timore della punizione divina che per reale convinzione. Così, oltre all’amore terreno per Vera, smarrii il vero senso dell’amore divino, quello che avrebbe potuto dare speranza e senso alla vita, nascosto dietro una montagna di “non fare” e “non desiderare”. 

Seduto sopra un masso, promisi al buon Dio che, dopo aver sistemato le cose con Vera, avrei pensato a tutto il resto, tipo lasciare i miei averi ai poveri, occuparmi dei bambini africani e non mandare più affanculo i miei genitori e mio fratello. Giusto per la cronaca; ancora oggi, chiedo al buon Dio di avere pazienza se continuo a procrastinare le buone azioni, in quanto la priorità è sempre quella di sistemare definitivamente le cose con una donna. 

Quelle due settimane non passavano mai. Finalmente tornammo a casa e, dopo aver trangugiato, per farmi coraggio, una decina di ciliege sotto spirito, mi fiondai a suonare il campanello di quella villetta a due piani più mansarda. Purtroppo, ahimè sul campanello non c’era più l’etichetta e la casa aveva tutte le tapparelle abbassate. In preda al panico, tornai a casa per chiedere informazioni a mio padre, il quale mi riferì che sior Franco aveva fatto carriera ed era andato a fare il vicedirettore di un non ben precisato stabilimento nel sud Italia. 

Oggi, per risolvere una faccenda del genere sarebbe sufficiente qualche indagine sui social. A quei tempi non avevo altra soluzione che buttarmi giù dal ponte della circonvallazione. Visto che me ne mancava il coraggio optai per un’overdose di pane con Nutella, con il risultato di peggiorare la mia acne. Presi anche l’abitudine che ho tutt’ora; girare tutto solo per le viette in attesa che il cielo mi fornisca una qualche soluzione per continuare a campare.  

È da quei tempi, che sogno di veder apparire Vera all’improvviso da dietro l’angolo. L’unica roba che in passato spuntava era qualche gatto randagio o qualche pantegana che inseguiva il medesimo gatto randagio terrorizzato. Ora si è aggiunto qualche cretino in monopattino che tenta di tirarmi sotto. 

Tornando a quei momenti, una nebbiosa domenica pomeriggio d’autunno, c’era un tale caigo che faceva ristagnare nell’aria un tanfo di brodaglia; in più, dalle casette usciva l’audio dei televisori sintonizzati su “Domenica In”. Quell’atmosfera rendeva ancora più malinconica la mia solitaria passeggiata per le viette. Ad amplificare quel senso di solitudine angosciante, ci pensò un tale con la radiolina attaccata all’orecchio intento ad ascoltare “tutto il calcio minuto per minuto”. Le mie palle iniziarono ad appesantirsi e strisciare sull’asfalto. 

Stavo per darmi una martellata sugli appena citati attributi e farla finita quando, passai accanto ad un ragazzo che stava trafficando con la sua auto. L’autoradio era accesa e sintonizzata su una di quelle nuove radio libere che stavano spuntando come funghi. “Per Ale da parte di Max che sta facendo il militare a Casarsa. Amore mi manchi tanto, pensami mentre ascolti la nostra canzone”, subito dopo partì “nell’aria” di Tozzi. 

Nell’aria c’è polline di te...” Una folata di eccitazione e buon umore mi attraversò il corpo, come se avesse colto il mio cuore di sorpresa. All’improvviso, l’idea mi folgorò: l’unica, seppur piccola, possibilità che avevo di ricongiungermi con Vera era quella di creare un canale, un ponte invisibile tra di noi, un mezzo per far risuonare la mia voce nella sua vita. Bastava mettere in piedi una di quelle radio. 

Il mio passo aumentava, così come il battito del mio cuore. Avevo già in mente il nome, “Radio Vera” – semplice, diretto, il suo nome che vibrava nell’etere. Ma poi pensai che “VeraRadio” suonasse ancora meglio, come se il suo stesso nome racchiudesse un messaggio di verità, di autenticità. Ero elettrizzato dall’idea, come se ogni passo mi avvicinasse un po’ di più a lei, anche solo idealmente. 

Ma mentre camminavo tra la nebbia, il suono dei miei passi mi portava a riflettere. Pensai a quanto la solitudine, quel dramma silenzioso che ci avvolge quando meno ce lo aspettiamo, possa essere lenita dalla radio. Quel suono caldo che arriva nelle case, nelle vite, e che riesce a farci sentire meno soli, anche solo per un attimo. Vera, la mia Vera, era ormai lontana, ma forse avrei potuto riempire quel vuoto, il mio e quello degli altri, con qualcosa di più grande. 

Fu allora che il nome cambiò. Non più “Veraradio”, ma “SolaRadio”. Per chi, come me, aveva sentito il freddo della solitudine, e per chi cercava una compagnia, anche solo di una voce nell’aria. “SolaRadio. Solo radio e basta!”, inventai lì su due piedi, quel motto semplice, sincero, come il mio desiderio di riempire il silenzio con qualcosa che facesse sentire le persone meno sole. Come un abbraccio invisibile fatto di onde radio, sperando che, tra quelle persone ci fosse anche Vera ad ascoltarmi. 

L’indomani pomeriggio, in una lurida mansarda al civico 69 dei paeassoni che, assomigliava al covo del mitico gruppo TNT, vennero da me convocati tre sfigati, amici d’infanzia. Tali Tiziano Scarpa detto Tito o anche Titomorti, Fabio Ballarin detto Paperoga ed Enzo Penzo detto EnsoPenso. Quello fu il primo “comitato di redazione” di SolaRadio e quello fu anche il giorno in cui nacque l’altro mio primo grande amore, quello per la radio. 

E io, da quel giorno … vivo radiofonicamente per lei. 

Mai ti è dato un desiderio senza che ti sia dato anche il potere di realizzarlo. Richard Bach 

Chiamami ancora amore … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

Epilogo

Fio dei Fiori – Romanzo

Sabato 21 settembre 2024, primo giorno d’autunno 

Alla fine sul nostro pontile sono rimasto da solo. Non c’è nemmeno Michele, ovvero il comandante Calzavara.  

Fu lui, quando, dopo il nostro viaggio, ci ritrovammo sul pontile, ad attaccar bottone. Me lo ricordo bene quel sabato di fine agosto 2009; passammo gran parte della giornata al chiosco Marinella. Per tre giri di birre e uno spritz che gli offrimmo, il malcapitato si dovette sorbire i nostri racconti; storia del libro e bandana inclusi, ovviamente.  

Oltre a occuparsi di aerei e osservarne in silenzio le relative scie, gli piaceva scrivere racconti. L’unica cosa che disse in merito alla faccenda è che sarebbe valsa la pena di farne un romanzo. 

Ci salutò che era un misto tra il divertito, l’incuriosito e, … l’ubriaco. Sperammo solo che non dovesse cimentarsi nel pilotare un aereo da lì a breve. 

Poi, a ottobre del 2009, fu Sega a lasciarci. Con la sua solita aria sbarazzina, si imbarcò in una missione particolare: installare piccole stazioni radio locali nei più remoti angoli del pianeta. “Tranquilli”, ci disse, con un sorriso disarmante mentre lo accompagnavamo all’aeroporto per la sua prima “missione”, “la musica non ha mai ucciso nessuno.” Io lo spero davvero, perché il mondo è stato troppo spesso crudele con chi cercava solo di portare un po’ di luce attraverso le note. 

Poche settimane dopo, anche el Bitol mi salutò. Lui, il sognatore, partì alla ricerca della sua musica, portandosi dietro la chitarra e il cuore pieno di nostalgiche canzoni degli anni ’70. Se mai vi capitasse di passare per Londra, Berlino, New York o qualche altra città, e di sentire un chitarrista che canta con un accento country veneto, fermatevi. Che compriate il suo CD o meno, a lui farà piacere sapere che qualcuno si è fermato ad ascoltarlo. 

E così, uno ad uno, se ne sono andati tutti, cambiando il loro mondo mentre il mio è rimasto lo stesso. Ogni mattina, alle otto e dieci precise, mi trovate a far colazione dalle “belle ragazze”, che nel frattempo sono diventate mamme di due bambini ciascuna, con padri diversi, ovviamente. La vita scorre, loro cambiano, mentre io rimango qui, immobile, a guardare il mondo che passa, avvolto da sogni che non si sono mai realizzati e da rimpianti che pesano sul cuore. 

L’estate è ufficialmente terminata, e sto qui, sul pontile, osservando le scie degli aerei che tagliano il cielo. Aerei che non ho più avuto il coraggio di prendere, rimanendo fermo e radicato a questo piccolo angolo di mondo, intrappolato tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è. 

Ah, dimenticavo, c’è una piccola novità nella mia vita: non prendo più il cappuccino, solo il caffè. Ho scoperto che il latte non lo tollero più. Un cambiamento banale, forse, ma sufficiente a ricordarmi che, in fondo, anche io sto cambiando, un sorso alla volta. 

Goodbye Mulls! 

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© 2009 – 2024 Michele Camillo

Il nostro concerto

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 23 – Il nostro concerto

Novembre 1965 

Il nostro amico è molto malato”, esordì così, el piovan, quella domenica, quando, terminata la messa, mi chiamò in disparte. Ci guardammo entrambi a lungo negli occhi, non servivano grandi spiegazioni. “Dovresti andare a Venezia, chiamami Joani che gli parlo io”. Non so che argomentazioni tirò fuori il buon prete, mio marito non fece nessuna obiezione alla mia partenza. 

Attraverso i finestrini della solita vecchia littorina scorreva un paesaggio assai diverso da quello estivo, el caigo ti permetteva solo di intravvedere vagamente i contorni delle cose. 

In preda a strani brividi, me ne stavo tutta raggomitolata sul sedile. Erano ormai tre notti che non dormivo senza darmi pace; ora che finalmente l’avevo ritrovato no, non volevo pensarci. 

Non era possibile che il buon Dio mi facesse questo torto, proprio lui che, tramite don Guerino, il suo emissario al paesello, gli aveva permesso di rifarsi una nuova vita.  

Venezia, la sua unica e vera casa, lo accolse a braccia aperte, gli diede un lavoro e, se pur con grossi sacrifici, la possibilità di continuare a studiare musica. Incredibile come fosse riuscito a far coesistere il lavoro di capo cameriere in uno dei più noti ristoranti di Venezia, con la sua attività concertistica. 

Per la sua famiglia non esisteva più. Don Guerino era rimasto il suo unico amico e riferimento in paese, al quale, timidamente, qualche volta, chiedeva mie notizie.  

Cercai di scaldarmi ripensando alla bellissima estate appena trascorsa; non ci riuscii, in quella grigia giornata, era difficile rievocare la luce intensa del sole che si specchiava nel mare.  

Dal finestrino, si vedevano le ciminiere di Porto Marghera, sembrava che tutto il caigo circostante uscisse da lì; più le osservavo e più mi trasmettevano un brutto presagio. Mesi fa, chissà perché, non le avevo proprio notate, nemmeno quando, con una pesantissima tristezza addosso, feci l’ultimo viaggio di ritorno per portare a casa Teresa. 

Fintanto che, durante i quasi quattro mesi della sua permanenza in colonia, tornavo periodicamente al mare per andare a trovarla, riuscivo a sopportare il rientro a casa e tutto quello che ne conseguiva. Quell’ultimo viaggio di ritorno dal mare sembrava una condanna. Non fu per niente facile riprendere definitivamente la misera e faticosa vita di sempre, comprese le continue violenze di Joani, fu terribile. 

Volli conservare segretamente, nel mio intimo, i nostri momenti passati insieme, nessuno doveva sapere quanto era stato bello. A tutti raccontavo esclusivamente di Teresa e della colonia; spiegavo loro che il soggiorno le aveva giovato però, non bastava. Questo, allo scopo di mettere nella testa di quanta più gente possibile, Joani in primis, che l’anno venturo avrebbe dovuto tornare al mare. 

Lì mi ero trasformata in un’altra persona e, tutto quello che riguardava quell’altra me, doveva rimanere là. Perciò, lasciai alle suore quello che Rino, amorevolmente, mi aveva regalato e ogni cosa che riguardava l’incanto di quei giorni. Due bellissimi vestiti di seta, uno dei quali irrimediabilmente macchiato quella sera a cena nel suo ristorante. Il costume con il quale feci il mio primo bagno. Gli occhiali da sole con i quali guardai i tramonti sulla laguna. Le mie prime e uniche scarpette con il tacco che, mi si ruppe inevitabilmente quando salii in gondola, finendo tra le sue braccia. 

Jole, una vicina di casa che gli faceva da governante, mi venne a prendere alla stazione. Camminava anche lei con passo veloce come suor Speranza, dovetti stare attenta a non cadere a causa dell’umidità che rendeva scivolosi i gradini dei ponti. Era molto silenziosa, non scambiammo che poche parole di circostanza. 

Venezia, non era la stessa che avevo lasciato, ora tutto aveva un’aria tetra, la gente cupa in viso, camminava velocemente e il rumore dei miei passi echeggiava sinistro nel vuoto delle calli. 

Non ero mai stata a casa di Rino. Durante l’estate veniva sempre lui a prendermi al Lido, pensavo lo facesse perché si vergognava di mostrarmi dove abitava. Invece, appena varcai la soglia, rimasi estasiata, la casa era molto spaziosa e lussuosa, una vera reggia, tutto lì dentro trasudava signorilità come lui. 

Rino mi accolse in maniera abbastanza formale, capii subito che ciò era dovuto alla presenza della signora Jole. I primi momenti furono davvero imbarazzanti, seguiva ogni nostro passo mentre lui mi mostrava la casa. Non gli fu facile togliersela di torno, non gli bastarono le insistenti rassicurazioni, alla fine dovette quasi arrabbiarsi perché questa capisse che doveva lasciarci soli. Rino, quasi piangendo, mi spiegò che, siora Jole, era stata incaricata dai suoi fratelli di marcarlo stretto, non tanto per le sue condizioni di salute, ma, al solo fine di evitare che eventuali persone estranee sottraessero roba dalla sua casa. 

Via, no’ stemo qua a pensar ae disgrassie”, prese ad abbracciarmi forte come quel giorno in ospedale, capii subito che non voleva toccare l’argomento malattia. Mi allontanò un pochino da lui per guardarmi bene negli occhi, “Ti xè bea come el sol che ti me ga apena portà”, in effetti, dalle finestre entrarono dei raggi di sole mentre, il colorito della sua faccia si fece più acceso. A parte qualche frequente colpo di tosse, era tornato il Rino in versione estiva. 

Pareva un bambino al luna park, mi portò nel soggiorno e iniziò a tirar fuori di tutto, bottiglie, pacchi di biscotti e scatole di cioccolatini, lo calmai dicendogli che mi sarebbe bastato un semplice caffè. Mentre trafficava in cucina, iniziai a guardarmi attorno, era tutto così diverso dalla mia rozza casa colonica sperduta in mezzo ai campi. Ero particolarmente attratta dalla bellissima libreria in noce; libri e dischi dappertutto, un tipo di mobile, fino a quel momento, a me sconosciuto; dove vivevo, non si sentiva certo il bisogno di cultura. Scorsi qualcosa che mi fece alzare repentinamente dal divano, su un ripiano c’era una cornice d’argento con la foto di noi due, insieme al Lido; la ricordavo benissimo, ce l’aveva scattata il suo amico barista del Gran Viale. “Me so permesso, ti xè l’unica persona cara che me xè rimasta”, non mi ero accorda che era sopraggiunto alle mie spalle con il vassoio del caffè. 

Camina paiasso”, gli rispondevo sempre così, quando mi spiazzava con i suoi complimenti; impossibile contare quanti me ne aveva fatti durante l’estate. Si era però sempre fermato lì, andare oltre non era cosa per un signore come lui. Il suo modo di volermi bene consisteva semplicemente nell’ascoltarmi.  

Durante quell’estate recuperammo tutti i trent’anni di lontananza. Parlammo tanto distesi sui murazzi o, seduti in quel bellissimo caffè sul Gran Viale. Al massimo era arrivato ad abbracciarmi oppure a toccarmi delicatamente la mano. Quei giorni, man mano che parlavo con lui, un po’ alla volta, tutta l’infelicità degli anni passati si dissolse sotto quel bellissimo sole. 

Quel miracoloso strumento, il giradischi, dal quale uscivano le note delle canzoni in voga la scorsa estate, fece in modo di riscaldare l’atmosfera. Mentre ballavamo in salotto, quei giorni passati al Lido, non sembravano poi così lontani. 

In un battibaleno arrivò l’ora del pranzo. Ce lo portò Marietto, il cuoco del ristorante dove lavorava, “preparà con amor”, ci disse il simpatico personaggio. “Torna presto, te spetemo”, salutò e abbraccio Rino quasi piangendo. 

Dopo pranzo, mi chiese gentilmente la cortesia di ritirarsi un po’ in camera per fare un pisolino, era molto stanco, a suo dire, per colpa delle troppe medicine. Ne approfittai per lavare i piatti e riassettare la cucina. Calò uno strano silenzio in quella casa, d’un tratto mi presero nuovamente i brividi di freddo che avevo avuto in treno. Istintivamente mi recai in camera sua, era sveglio e mi chiamò; con tutta naturalezza mi coricai accanto a lui per scaldarmi. 

Pareva di essere tornati distesi sui murazzi, gli proposi il gioco del “me piasaria”. Ce lo eravamo inventati proprio lì, mentre stavamo con lo sguardo al cielo, consisteva nell’esprimere i nostri desideri, quelle cose che, almeno una volta nella vita, andrebbero fatte. Almeno per me, in quella interminabile estate, se ne avverarono tanti. Grazie a lui, feci un sacco di cose per la prima volta; come mangiare una gigantesca coppa di gelato, la pizza, un giro in gondola, fino a superare le mie paure ed entrare in acqua quasi fino alla testa. 

In vita mia non go mai fatto l’amor”, mi accorsi che lo stava dicendo singhiozzando. “L’amor”, Joani, “quella roba”, l’aveva sempre chiamata in un altro modo, non credo che lui e i suoi amici, avessero mai usato quel termine, nemmeno quando andavano a divertirsi con altre donne. Finora, per me, “quella roba”, non aveva mai avuto niente a che fare con l’amore. 

Rino teneva sempre fuori dai nostri discorsi i problemi di salute, non voleva farmi pesare la sua sofferenza. Ormai, però, gli ero talmente vicina che intuivo tutto, i brividi di freddo che sentivo, lo dimostravano. Cercavo in tutte le maniere di scacciare certi brutti pensieri ma, quel desiderio che aveva espresso, quell’unico rimpianto della sua esistenza, non lasciava dubbi. 

Alcuni mesi dopo, il pomeriggio del 24 gennaio 1966, Rino mi lasciò per sempre. Angelo, tu non ci crederai, ma in quel preciso momento sentii una dolorosa fitta al petto, il giorno dopo, quando don Guerino, venne a darmi la notizia, si stupì nel vedermi piangente, distesa a letto.  

Angelo, mi dispiace, ma è da quel pomeriggio di gennaio che, anche la mia mente ha iniziato pian piano ad andarsene insieme a lui. Da quel giorno è stata una fatica pensare, ricordare e, vivere. Di lui mi rimane solo il ricordo di quella canzone, l’ultima che abbiamo ascoltato assieme, … e tu. 

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Mercoledì 8 dicembre 2009, ore 14.30, fuori piove, no, questo ovviamente non va scritto. Giuseppina Milanese, nata a Oderzo il 27 settembre 1926, anni 83. Sandra, mi dia il numero di quel tale Angelo, il figlio, lo avviso io” 

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Ovunque sei, se ascolterai  
Accanto a te mi troverai 
Vedrai lo sguardo 
Che per me parlò 
E la mia mano 
Che la tua cercò 

Ovunque sei, se ascolterai 
Accanto a te mi rivedrai 
E troverai un po’ di me 
In un concerto dedicato a te 

Ovunque sei, ovunque sei 
Dove sarai mi troverai 
Vicino a te 

© 1960 Umberto Bindi – Antonio Calabrese

Fine

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Rino el matto

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 22 – Rino el matto

Grazie alla sua incantevole posizione, l’Ospedale al Mare, visto dall’esterno, non sembrava affatto un luogo triste; il magnifico corridoio vetrato, affacciato sul giardino interno, lo faceva assomigliare ad un albergo. 

Il sudore delle mie mani stava ormai cancellando reparto e numero di stanza dal bigliettino che, poco prima, mi aveva dato suor Speranza. Era un pezzo di carta sottile, quasi impalpabile, ma il suo significato pesava come un macigno sul mio cuore. 

Una persona che è ricoverata in ospedale qui al Lido ha chiesto di te,” mi aveva detto la suora con un sorriso appena accennato. “Gli farebbe molto piacere se andassi a trovarla.” 

Appena quelle parole si sparsero nell’aria, sentii un brivido lungo la schiena. Le gambe mi tremarono, come se sapessero già ciò che il cuore non osava sperare. “Chi è?” le chiesi con la voce rotta da un misto di curiosità e paura. 

Mi ha telefonato don Guerino,” rispose suor Speranza, allargando le braccia come a indicare che non sapeva altro. 

Le indicazioni sul bigliettino mi portarono al reparto maschile. Ad ogni passo che facevo lungo il corridoio, il battito del mio cuore aumentava. I numeri sulle porte delle stanze scorrevano veloci sotto i miei occhi, ma uno in particolare si avvicinava sempre più. Ogni fibra del mio corpo si tendeva verso quel momento, eppure, quando ormai mancavano pochi metri, rallentai il passo. Non ero sicura di essere pronta. Non avrei potuto sopportare un’altra delusione. Pregai in silenzio, implorai Dio che quella persona fossi tu. 

Quando finalmente raggiunsi la porta, il tempo sembrò rallentare. I rumori intorno a me svanirono, come se il mondo si fosse dissolto, lasciando solo il suono del mio respiro spezzato dall’emozione. Negli interminabili minuti che seguirono, quella stanza di ospedale con tutti i suoi pazienti sembrò magicamente sparire, sparirono anche gli odori nauseabondi, restò solo il buonissimo profumo del tuo dopobarba. Un odore che mi riportò indietro di anni, come se il filo della memoria si fosse all’improvviso riannodato.  

Era come se un ponte avesse d’improvviso unito il baratro che si era formato da quella domenica mattina del 1954. Sparirono tutti i rumori della corsia, nel silenzio, come quella mattina, restammo solo io e te, abbracciati a piangere come due bambini. 

Eravamo bambini quando ci siamo conosciuti. Ti divertivi a fare lo scemo per attirare la mia attenzione, me ne ero accorta ma per pudore e timidezza, o forse solo per vedere quanto a lungo avresti resistito prima di dichiararti, continuavo a fingere di ignorarti. 

Mai una parola tra noi; solo quegli sguardi fugaci che ci scambiavamo durante la messa domenicale. Erano tutto ciò che ci permettevamo: ombre che si sfioravano, mai abbastanza coraggiose da incrociarsi veramente. 

Mi piacevi da morire perché eri diverso da tutti gli altri ragazzi. Ti osservavo in silenzio, ammirando quello che gli altri non riuscivano a vedere. In un’epoca in cui l’ideale di uomo era ancora quello tramandato dal fascismo — virile, autoritario, gran lavoratore nei campi — tu, Rino el matto, eri tutto l’opposto. Il tuo fisico gracile non era fatto per la vita dura della campagna, e tuo padre, così come il mio, non mancava di ricordartelo ogni volta. Spesso ti chiamavano “femenea”, una derisione amara per chi non si conformava agli stereotipi di mascolinità. Ma tu, con la tua fisarmonica, non suonavi solo note: facevi danzare il cuore di chiunque avesse la fortuna di ascoltarti. Ogni melodia che usciva dalle tue dita leggere sembrava una carezza, una promessa segreta. Quando eri lì, al centro, con il tuo strumento tra le braccia, tutto si trasformava. Non c’erano più solo musica e parole, ma un’energia che accendeva l’aria, un filo invisibile che legava ogni sorriso, ogni battito di mani. E tu, in quei momenti, diventavi re delle feste, il faro che attirava tutti verso di te, verso quella gioia effimera ma perfetta. 

Fu proprio in uno di quei momenti magici, una sera di inizio autunno durante la sagra del paese, che la nostra storia prese una svolta. La piazza era gremita, ma io vedevo solo te. E tu, mentre suonavi, cercavi il mio sguardo, come se ogni nota fosse dedicata solo a me. Fu in quell’istante che capii che non avremmo più potuto fingere. 

Quando finisti di suonare, senza dire una parola, ti avvicinasti. Il mondo attorno si fece sfocato, i rumori si affievolirono, e restammo solo noi, immersi in quella strana dolcezza. E tu, con quel coraggio che mai avevi mostrato prima, mi chiedesti di provare a suonare. Mi tremavano le mani quando mi hai guidato, stando in piedi dietro di me, le tue mani calde sulle mie, come a proteggermi da quell’emozione improvvisa. Arrossimmo insieme, e per poco la fisarmonica non mi scivolò dalle dita tremanti, tanto era forte il battito del cuore. 

Finimmo a camminare mano nella mano tra i filari di viti, cariche di grappoli che profumavano d’autunno e di promesse, la campagna ci avvolgeva in un silenzio intimo. Il tempo sembrò fermarsi per concederci interminabili momenti in cui parlare di musica e sogni. 

La domenica successiva, nascosto dietro la canonica, con voce flebile mi chiamasti, ti vergognavi, cercavi a fatica di coprire i lividi che avevi in volto. Alla mia richiesta di spiegazioni iniziasti a piangere. Marceo, tuo padre o meglio, il tuo padrone, ti aveva preso a bastonate per essere tornato a casa tardi dimenticandoti di rigovernare la stalla. Urlava che non eri simile ai tuoi fratelli, lo stavi portando alla disperazione, solo un matto poteva comportarsi così. 

Poi, il bacio e la promessa: “co torno te porto via co’ mi e te sposo” un attimo, il tempo di riprendermi, ed eri già voltato di spalle. Ti vidi mentre ti allontanavi velocemente con il tuo bagaglio, un sacco di patate con dentro le poche cose che possedevi, oltre l’immancabile fisarmonica in spalla. 

Da quella domenica, un pezzetto di te rimase dentro di me. Era come se la tua anima mi avesse raggiunta, tenendomi compagnia anche quando eri lontano, senza mai abbandonarmi davvero.  

Caro il mio Rino, il mondo intero poteva chiamarti matto, ma io ti vedevo per quello che eri: libero. Libero dai ruoli imposti, dalle aspettative ingombranti, dalle catene invisibili che stringevano tutti gli altri. E forse è proprio per questo che mi ero innamorata di te. E ora, lì, in quella stanza d’ospedale, dopo una vita intera, quell’amore non era mai svanito. 

Restammo così, io e te, abbracciati in silenzio, come due anime che, dopo tanto vagare, si erano finalmente ritrovate. In quell’abbraccio c’erano tutte le parole non dette, tutti i giorni persi, e tutto l’amore che, nonostante il tempo e la distanza, era rimasto immutato. 

Rimasi incredula quando, due giorni dopo, ti dimisero improvvisamente. Dicevi che era stato solo un controllo di routine, ma nei tuoi occhi leggevo altro. Eppure, quando arrivasti sotto al cancello dell’asilo, non ebbi il tempo di indagare. 

Eri lì, in sella a una Vespa, vestito di tutto punto, come un gentiluomo d’altri tempi. Strombazzavi allegro, il sorriso sfrontato di chi sa come far colpo, e nonostante fossi conosciuto anche al Lido come Rino el matto, riuscisti persino a tranquillizzare suor Speranza. Con la tua solita parlantina, la convincesti a lasciarmi andare con te. Da quel giorno, mi accompagnavi sempre agli Alberoni, da Teresa. Su quella Vespa, seduta di lato, aggrappata a te come si usava allora, ho vissuto i momenti più belli della mia vita. Ogni corsa con te era un viaggio verso la felicità, un ricordo che custodirò per sempre. 

Continua …

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Samorti l’istà!

Ai bei tempi andati, il panorama sociopolitico era molto più semplice e spartano rispetto a oggi. Nel nostro quartiere, la battaglia per assoggettare il popolino, si riduceva al duello tra preti e comunisti. 

Fin da quando ci hanno visto piazzare il palo dell’antenna sul tetto del paeasson come fosse l’albero della cuccagna, le due fazioni di cui sopra, hanno sempre tentato di trascinare la nostra piccola radio dalla loro parte. 

I preti, con la loro diplomazia divina, sapendo che, in fin dei conti avevano a che fare con dei fioi de cesa, cercavano di convincerci a trasmettere la messa in diretta, brandendo l’arma del ricatto spirituale: “Santificazione e paradiso garantiti, oppure un biglietto di sola andata per l’inferno!” Ma noi, pur sapendo che, probabilmente, al termine della nostra vita terrena saremo finiti per ardere nel girone dei radiofonici eretici e traditori, non cedemmo e continuammo a mandare in onda “Figli delle stelle” anziché “Io non sono degno”. 

I compagni della locale sezione, invece, giocarono una partita ancora più subdola, almeno con me. Per far passare le loro richieste, non esitarono a mandare in campo la loro arma segreta: Cate, la splendida attivista della FIGC. Lei, con quegli occhioni da cercatrice di anime e un sorriso che avrebbe fatto cantare “Bandiera Rossa” anche a un democristiano della prima ora, mi stese in un secondo. Non ebbi scampo. Solo a guardarla, già immaginai di trasformare la nostra programmazione in un h24 di inni rivoluzionari intervallati da “Bandiera Rossa”. Mi presi una tal incocaia per la giovane compagna comunista che non riuscivo a pensare ad altro.  

Insomma, ci mancava poco che appendessi il poster di Marx in studio! 

Tito, Paperoga e EnsoPenso dovettero quasi prendermi a testate per farmi rinsavire e, alla fine, “Bandiera rossa” non venne mai mandata in onda. Mi furono concesse solo le canzoni dei “compagni” Guccini e Venditti.  

Non appesi il poster di Marx, ma quello di Whitney Houston, perché, dannazione, aveva lo stesso sguardo di Cate nel momento in cui le nostre anime si sono intrecciate. 

Sentivo che anche lei provava qualcosa per me, e il nostro era un gioco delicato tra due introversi, che celavano i propri sentimenti dietro una maschera di apparente sicurezza. 

Per lanciarle i miei messaggi radiofonici d’amore subliminali usavo mascherarmi dietro i personaggi dei fumetti Disney o della mitologia classica. Una sera d’estate mandai in onda “Ti amo” di Tozzi, dedicata a una certa Minnie da parte di un certo Topolino.  

Dopo qualche minuto, ricevetti una sua telefonata. Il cuore cominciò a battere come se lo stesse suonando il mitico Tullio De Piscopo. 

“Di a quella scema di Minnie che si svegli! Perché un uomo che la vuole abbracciare mentre stira cantando non è altro che uno stronzo maschilista di merda! Fanculo Topolino!” 

“Ti amo Cate! Non ti preoccupare, stiro io” avrei voluto dirle ma non ne avevo il coraggio. Così, me ne stetti in silenzio ad ascoltare la sua filippica femminista. Purtroppo, le nostre paure e insicurezze si frapposero tra noi, opponendosi a un destino che sembrava volerci unire. 

L’episodio più eclatante di questo mio strano modo di volerle bene fu quando scoprii che era nelle liste per le elezioni comunali. La domenica del voto, preso dalla foga di riuscire a votarla, finii talmente lungo sulla pista con il mio 104 che dovettero alzare la barriera di protezione. Quella domenica, per una serie di circostanze, fu anche l’ultima della mia vita precedente da pilota dell’Aeronautica. Ma questa è un’altra storia che, potete trovare in altri racconti meno radiofonici e più aviatori. 

Da quella domenica, persi anche le tracce della stupenda Cate, ma non quel pezzo della sua anima che dimora ancora in me. 

E comunque nemmeno lei, riuscì a scalfire l’indipendenza di SolaRadio; almeno fino a questa estate. 

Tutto ebbe inizio in un piovoso pomeriggio di maggio, quando ea siora Franca, altrimenti conosciuta come ea Parona, stufa di farsi le canoniche due settimane nel solito campeggio al Cavain, impose al marito Silvano Visentin general manager del bar “Nane Sbèrega” di passare le ferie in Grecia. 

La si sentiva urlare fin sul piazzale della chiesa. “Basta, Silvano!” tuonò con una determinazione che avrebbe fatto tremare anche quel cricco di Maci Busetto. “So stufa de ‘ndar al Cavain a far da serva a to’ fie e a to’ mare, intanto che ti, co ea scusa che ti vol tegnir verto, ti stà qua a gratarte i cojoni insieme a quei quattro sbaeoni dei nostri clienti! Ghesbiro, xe tutti che va Mico, Santonini, Schiato e quei posti là. Possibie che noialtri ghemo da essar de manco. E no’ stame dir che ghe vol massa schei; va remengo ti e quei gransi pori che ti ga in scarsea!” 

Il povero Silvano, si trovò dunque a dover affrontare la più grande sfida della sua vita: chiudere il bar per ben tre settimane in agosto, un’azione che fu vissuta come un colpo di stato. Quando il Visentin, tutto grondante di sudore, appese il cartello di chiusura, l’atmosfera si fece così pesante che sembrava avesse appeso l’epigrafe di un caro amico. 

E fu così che la tragedia si abbatté sul popolo dei paeassoni. La gente fu colta da un’angoscia collettiva degna delle migliori tragedie greche. Un’aria di smarrimento aleggiava nelle strade: Vedevi i volti di gente come Denis Sgorlon e Gigio Spolaor scavati dalla disperazione. Mentre, qualcuno come Marietto Castellan, seduto sul muretto davanti il plateatico di Nane, inveiva contro Silvano, l’estate e tutti i suoi annessi e connessi. 

Pensate che nacquero chat dedicate alla ricerca disperata di un’alternativa che potesse soddisfare i rigidi standard del bar. Ma niente, nemmeno il più sboldro dei cinesi riusciva a essere così onto e rutto free come il Nane Sbérega.  

Nel viale centrale dei paeassoni regnava un inquietante silenzio. Le serate si trascinavano senza senso, sembrava di essere piombati nuovamente ai tempi del lockdown; nessun segnale di vitalità. 

Nessuno, tranne noi  fioi dea radio; che, ligi al nostro dovere di radiofonici da prima linea, nonostante in piena notte ci fossero trentadue gradi in studio, continuavamo imperterriti a diffondere nell’etere tutta una serie di puttanate estive per alleviare i nostri accaldati ascoltatori.  

I nostri tre ventilatori grandi come le eliche del Titanic erano praticamente inutili. In più, ci si metteva anche EnsoPenso. È sempre stato colorito nelle sue espressioni e, con quel caldo infernale dava il massimo. “So tutto petaisso come un spuaccio petà sol muro. Go e caldane come e done in menopausa; me par de essar ‘na stua; quasi, quasi, me fasso far ea detrassion par el sentodiese. Go el suor che spussa da ajo, se me passo ‘na fetta de pan sotto e scage vien fora ‘na bruschetta eccessionae. Go el fià talmente caldo che riesso a cusinarte ‘na luganega co’ un rutto”. Oltre alle suddette litanie, dovevamo sopportare anche le emissioni dal suo retrobottega. In quel silenzio surreale, il sonoro si udiva per tutto il quartiere mentre, il tanfo era riservato a una ristretta cerchia di fortunati che gli stavano vicino. Queste erano le condizioni in cui ci toccava trasmettere. 

Una sera sentii del brusio dabbasso, mi affacciai e vidi che erano Denis Sgorlon e Milio Vianeo  

  • Che ghe sia qualcun?  
  • Mongoeo se i trasmette vol dir che i ghe xé; dai sona! 

Prima che suonassero li anticipai invitandoli a salire 

Oi fioi, no’ savevimo dove casso ‘ndar”  

Non era la prima volta che qualcuno sale su in studio da noi con questa motivazione; a prima vista, potrebbe sembrare una frase comune, quasi banale. Eppure, ogni volta che la sento, mi riempie di orgoglio. Perché in quelle poche, semplici parole, si nasconde un significato profondo, il riconoscimento del valore sociale della nostra piccola radio. 

Perché la nostra radio non è solo un mezzo di comunicazione. È un faro nella notte di questo quartiere degradato, una presenza costante che accompagna, sostiene, e dà voce a chi altrimenti potrebbe sentirsi solo ed emarginato.  

Quando qualcuno dice “non sapevamo dove andare” e poi trova la risposta sintonizzandosi sulla nostra stazione, significa che abbiamo fatto qualcosa di giusto, che il nostro impegno non è stato vano. Abbiamo offerto uno spazio sicuro, un rifugio, un luogo dove sentirsi accolti e compresi. Ogni volta che qualcuno ci racconta di aver trovato conforto nelle nostre trasmissioni, mi sento profondamente felice. Perché so che la nostra piccola radio ha fatto la differenza, ha avuto un impatto reale nelle vite delle persone. E questo, in fondo, è il motivo per cui esistiamo. 

Samorti l’istà”  

Milio, con la camicia sbottonata e i rivoli di sudore che, cadendo dalla pancia, bagnavano il pavimento, si stravaccò sul divanetto facendosi fresco con un vecchio vinile usato a mo’ di ventaglio. 

Quelle parole decretarono per sempre la fine dell’indipendenza politica della nostra emittente. 

Buonasera a tutti! Oggi abbiamo l’onore—o forse la fortuna sfacciata—di avere qui con noi in studio i fondatori del movimento ‘Samorti l’istà,’ che SolaRadio è fiera di appoggiare con tutto il nostro cuore e il loro portafoglio!” 

Non appena mi sentirono, i due ospiti cercarono la via di fuga come topi in una dispensa all’improvviso illuminata. Ma non avevano fatto i conti con il mio fido socio Paperoga, che con la prontezza di un buttafuori da discoteca, li bloccò al volo e li spintonò senza tanti complimenti verso la postazione microfonica. “Dai fioi, che xè divertimo!” esclamò con un sorriso che mescolava sadismo e ospitalità. 

L’intervista fu un vero e proprio spettacolo, un’epopea radiofonica che resterà negli annali. Alla mia domanda su cosa avessero contro l’estate, i due si trasformarono in un fiume in piena, come se stessero cercando di vincere il premio per il maggior numero di lamentele espresse in un minuto. 

Venne fuori che, l’estate non si aspetta più con trepidazione ma con angoscia. Non è più la bella stagione ma, un problema da affrontare. Non è più sinonimo di libertà ma di obblighi e prigionia, il primo fra tutti quello che ti costringe a stare tappato in casa, se sei fortunato con il condizionatore altrimenti, con un semplice ventilatore che muove aria calda. 

Così, come analogamente avvenne ai tempi del lockdown, emanammo un “decreto radiofonico” che obbligava tutti quei dei paeassoni e zone limitrofe a rimanere in casa fintantoché persisteva el sofego causato da quel cancaro bueo marso di anticiclone africano. Era comunque permesso uscire per: 

  • Andare a lavorare; anche se i medici dicono che gli anziani non devono uscire mentre tu a sessantasette anni, alle due del pomeriggio, sei ancora che ti arrampichi su un’impalcatura perché non puoi andare in pensione. 
  • Andare dal medico; anche se troverai il sostituto del sostituto del sostituto; spesso un ragazzino che riesce a sbagliare la prescrizione con il rischio di farti finire all’altro mondo. 
  • Andare al supermercato; anche se all’interno c’è la stessa temperatura del nord Islanda e ti tocca andare dal medico di cui sopra che invece di prescriverti lo sciroppo per la bronchite ti fa la ricetta per un lassativo. 
  • Andare al pronto soccorso; anche se troverai lo stesso ragazzino di cui sopra che ci lavora a gettone per una cooperativa che, dirà ai tuoi congiunti mentre ti stanno portando in rianimazione, che te la sei voluta; non te l’ha ordinato il dottore, e lui è dottore, di salire su un’impalcatura alle due del pomeriggio e per giunta a sessantasette anni. 
  • Andare giù in garage; anche se prima ti devi infilare una pesante tuta in fibra di titanio per non farti pungere dalle zanzare 
  • Andare in ferie; anche se preferisci startene a casa in mutande a guardare la TV. Ma il mainstream ha deciso che devi andare da qualche parte, e non solo in un posto qualsiasi, ma in uno più costoso e lontano di quello dell’anno scorso. È un complotto mondiale, orchestrato dal deep state del turismo! Ti fanno il lavaggio del cervello con frasi tipo “viaggiare ti apre la mente”. Ma l’unica cosa che apri davvero è il portafoglio, per svuotarlo e arricchire così big tourism. 
  • Andare in spiaggia; anche se devi sciropparti quattro ore di coda per farti quattro chilometri e poi, quando finalmente arrivi, non puoi nemmeno fare una passeggiata in santa pace senza rischiare l’esaurimento nervoso. Le donne sono tutte con il culo fuori e se non vuoi andare fuori di testa, ti tocca rimanere legato al lettino sotto l’ombrellone, come un tacchino al forno. 
  • Andare a un funerale; anche se quel giorno dovevi andare in spiaggia e non sai quale dei due sia il male minore. 
  • Andare ovviamente affanculo; mandato da qualcuno che reso irascibile dall’opprimente calura, non ha affatto apprezzato il fatto che solo il giorno prima gli avevi garantito l’arrivo della pioggia.  

L’intervista si trasformò così in una seduta di terapia collettiva, un grido di battaglia contro l’estate e il terrorismo psicologico degli esperti meteo, con il nostro studio radiofonico come centro nevralgico della resistenza. E alla fine, mentre i due fondatori del movimento si riprendevano dallo sfogo, un pensiero si fece largo nella mia mente: forse, ma solo forse, l’estate aveva finalmente trovato i suoi peggiori nemici! 

La linea telefonica esplose come il centralino dei pompieri. Gente da ogni buco dei paeassoni chiamava per unirsi al coro delle proteste e per chiedere informazioni su come iscriversi al movimento. 

Quel giorno, oltre al movimento “Samorti l’istà”, nacque anche l’omonimo programma radiofonico. 

Fu un’idea nata dal desiderio di riportare in vita quei ricordi delle belle estati di una volta che, col tempo, si erano sbiaditi come vecchie fotografie, conservate in cassetti polverosi. In studio si respirava un’atmosfera dolce e nostalgica, un po’ come quando si ritrova un vecchio amico dopo tanti anni. Gli ospiti, sia presenti che al telefono, si abbandonavano ai racconti delle loro estati passate, quegli anni in cui il tempo sembrava allungarsi all’infinito e le giornate si fondevano in un’unica e lunga avventura. 

Le sere, raccontavano, erano il momento più magico. Allora non c’era l’aria condizionata a chiuderti tra quattro mura; ci si ritrovava all’aperto. Ognuno portava da casa la propria sedia, piccole reliquie di legno e vimini, che cigolavano leggermente quando ci si sedeva sopra, e ci si sistemava in cerchio, come per disegnare uno spazio di intimità condivisa. Al centro, immancabile, una grande anguria, il cui rosso succoso e dolce simboleggiava il cuore dell’estate stessa.  

E noi mandavamo in in onda quelle melodie che, al primo accordo, risvegliavano in ciascuno immagini di estati lontane. Quei brani che riecheggiavano dalle finestre aperte, dai juke-box dei bar, dalle radio portatili appoggiate sulla sabbia calda delle spiagge. Erano colonne sonore di un tempo in cui la felicità aveva un ritmo semplice e sincero.  

E poi, inevitabilmente, si arrivava a parlare degli amori estivi, quegli amori che nascevano e crescevano in un battito di ciglia, ma che avevano la forza di lasciare un segno indelebile. Storie di lunghe passeggiate mano nella mano sulla spiaggia. Storie di sguardi intensi e di promesse fatte a notte fonda, promesse che forse non sarebbero state mantenute, ma che in quel momento sembravano più reali di qualsiasi altra cosa. 

“Samorti l’istà”, fu un inaspettato Successo per la radio, non era solo un programma radiofonico; era un viaggio nel tempo, un ritorno a quelle estati perdute in cui tutto sembrava possibile, e nelle quali, samorti, faceva meno caldo. 

“L’estate sta finendo e un anno se ne va” Recita la famosa canzone. Una volta, quando la sentivo provavo malinconia; ora invece, una gioia immensa.  

L’estate sta finendo, finalmente è arrivato settembre, e con lui, la quiete che tanto aspettavo. È in questo periodo che inizio a frequentare il mare, lontano dal caos estivo, sulla mia spiaggia preferita. Un luogo che sembra uscito da un’altra epoca, una gemma nascosta che ha conservato intatta la sua bellezza senza tempo. Vi si accede percorrendo una stradina in mezzo ai campi di granturco, quasi un tunnel segreto che ti porta indietro agli anni ’60.  

C’è anche un chiosco incantevole, uno di quelli con un fascino retrò, dove il tempo sembra scorrere più lentamente. Seduto a uno dei suoi tavolini, senza ombrelloni che ostacolino la vista, puoi assaporare la poesia del mare in tutta la sua purezza. Il panorama è un dipinto vivente, con le onde che si infrangono dolcemente sulla riva e il sole che si tuffa pigramente all’orizzonte, colorando il cielo di sfumature dorate. 

Oggi, il mio primo giorno di mare coincide con l’ultimo giorno di apertura del chiosco, come se ci fosse una connessione segreta tra me e questo luogo. Mi piace l’idea di andare controcorrente, di vivere l’estate quando gli altri la stanno salutando. E così, mentre il sole inizia a calare dietro le dune e la brezza salmastra che mi accarezza il viso, sorseggio il mio primo spritz al mare. 

Buonasera, signor Topolino, o Enea, o come cavolo ti piaceva chiamarti.” 

Non ho il coraggio di voltarmi, perché, nonostante il tempo sia passato, conosco quella voce, e l’idea che possa essere davvero lei mi fa tremare. 

E poi, eccola lì, Cate, materializzatasi come un fantasma del passato, con in mano un bicchiere ormai vuoto e gli stessi occhioni pieni di gioia che mi avevano fatto impazzire quarant’anni prima. Il tempo non sembrava averle tolto nulla, anzi, sembrava aver aggiunto un fascino malinconico che mi colpì al cuore. 

Che ci fai qui?” balbetto, parole che escono a fatica dalle labbra. 

Senti chi parla. Che ci fai tu qui? Io ci vengo ormai quasi ogni sabato da inizio giugno. Ma perché non ti ho mai visto?” Mi risponde, con un sorriso che non riesce a nascondere la sorpresa.

Prima che potessi dire altro, un uomo spuntato non so da dove, le cinge il fianco per portarla via. Lei si smarca e torna verso di me con uno sguardo che mescola intensità e rabbia, come se tutti quegli anni fossero esplosi in un solo istante. 

Posa il bicchiere vuoto sul mio tavolo. “Figlio di puttana. Si può sapere perché hai deciso di saltar fuori solo ora?” Abbasso un attimo lo sguardo, tempo di rialzarlo ed è già sparita, probabilmente per sempre. 

Il mare, che fino a poco prima sembrava un rifugio di pace, si trasforma nel testimone muto di un rimpianto per un passato che non avevo mai dimenticato. 

Samorti l’ista! 

P.s.  Questa massacrante estate sta finendo e l’angoscia è ormai passata. Ma se volete far parte del movimento contattate la redazione. Torneremo l’anno prossimo più forti e cattivi che mai!  

Tratto dalla raccolta SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

Giuseppina e il mare

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 21 – Giuseppina e il mare

Giugno 1965 

La vecchia littorina marron procedeva spedita attraverso i campi, i finestrini erano aperti e mi godetti tutta l’aria calda che impattava contro il viso, i campi cessarono, le case sempre più fitte e alte, i palazzoni, la civiltà. Non appena iniziammo a percorrere il ponte che collega la terraferma a Venezia nella carrozza entrò aria salmastra, respirai a pieni polmoni inebriata dalla felicità mentre il cuore iniziò a battere quasi al ritmo del treno, era il mio primo vero viaggio. 

La vecchia littorina sembrava ancor più fuori luogo accanto ai treni imponenti che sostavano solenni sulle banchine della stazione. Io e Teresa, con le nostre valigie consumate dal tempo, sembravamo due migranti che sfuggivano alla morsa della miseria e della fame, sbiadite figure in un paesaggio che non ci apparteneva.  

In mezzo a quel trambusto, la presenza rassicurante di Suor Speranza riuscì a togliermi tutta l’ansia che avevo addosso; se non fosse stata lì ad attenderci, dubito che saremmo mai arrivate da sole agli Alberoni dove c’era la colonia elio terapeutica. Quel piccolo e quieto angolo di mare sarebbe stata la casa di Teresa per l’estate, il luogo dove prendersi cura della sua asma.  

Joani si era opposto con tutte le forze alla soluzione che il medico aveva prospettato per nostra figlia. Nella sua mente, la nostra partenza per il mare non era una necessità, ma un capriccio frivolo, un lusso che non potevamo permetterci. Ogni spesa per Teresa, anche solo per acquistare il suo primo costume da bagno, lo aveva reso furioso. Povera bambina, fino a quel momento non ne aveva mai posseduto uno. Quanto a me, ovviamente, questo acquisto non era consentito visto che dovevo limitarmi a rimanere, ospite delle suore, solo qualche giorno affinché Teresa si ambientasse. 

Alla stazione, Joani era nervoso. Forse perché perdeva la sua serva per qualche giorno. Aveva dovuto lasciarmi qualche soldo per le spese impreviste, e questo lo infastidiva ulteriormente. Il suo disappunto era palpabile, ma io cercavo di non lasciarmi condizionare, concentrandomi invece su Teresa e su quello che ci aspettava. 

Mentre seguivamo Suor Speranza, la cui andatura decisa metteva in difficoltà la piccola Teresa, non potei fare a meno di rimanere incantata dal primo assaggio di Venezia. Non avevo mai viaggiato, mai fatto il viaggio di nozze, mai visto nulla al di là del mio piccolo paese. Venezia sembrava una città costruita per la bellezza, per i sogni. Non c’erano campi aridi e monotoni da lavorare, nessun lavoro pesante che curvava la schiena. Ogni cosa, ogni angolo, sembrava partecipare a una festa senza fine: la gente passeggiava sorridente, elegantemente vestita, come se non esistesse altro che l’allegria. 

Io e Teresa, invece, con i nostri abiti poveri e semplici, sembravamo spuntate da un altro mondo. Le donne che incrociavamo indossavano vestiti leggeri e svolazzanti, colori vivaci che danzavano al vento, e le loro mani, perfette e curate, risplendevano con unghie smaltate e senza traccia di fatica. Guardai le mie mani, rovinate dal lavoro nei campi, con la terra perennemente incastrata sotto le unghie. Un senso di vergogna mi assalì. 

Quando salimmo sul vaporetto, il terrore mi colse. Fino a quel momento, i miei piedi avevano sempre calcato la terraferma, e ora mi trovavo su una barca che si staccava dal pontile e cominciava a dondolare dolcemente sulle onde. Per un istante fui presa dal panico, aggrappata disperatamente a una sbarra metallica, rigida come una statua. Teresa e Suor Speranza, divertite, risero di cuore vedendo la mia goffa reazione, e presto anch’io mi lasciai andare, sorridendo di quella mia paura irrazionale. 

Fu in quel preciso momento, tra le risate e l’ondeggiare dolce del vaporetto, che mi resi conto di una cosa importante: quella doveva essere la mia prima vacanza. L’aria salmastra e la luce di Venezia stavano lentamente dissolvendo le preoccupazioni della mia vita quotidiana, e per la prima volta, mi permisi di sognare. 

Come prevedevo, l’ingresso in colonia di Teresa non fu traumatico. In fin dei conti anche lei era una ruspante piccola donna di campagna avvezza ai sacrifici e alle scomodità per cui, non le fu difficile abituarsi. Per noi due, tutto quello che ci circondava era bello e nuovo, a cominciare dal mare. 

Scoprii il mare la sera stessa del nostro arrivo. Alloggiavo al Lido di Venezia, ospite delle suore. Don Guerino, quel sant’uomo, aveva pensato fosse meglio che restassi accanto a Teresa nei primi giorni di colonia, affinché si ambientasse. Telefonò a suor Speranza, la superiora della scuola materna del Lido nonché sua cugina, chiedendole con gentilezza se potesse ospitarmi. l buon parroco conosceva il mio vissuto, intuii che l’aveva fatto anche per darmi la possibilità di starmene per qualche giorno da sola, in santa pace. 

Era la prima volta che uscivo da sola per una passeggiata, e la sensazione di libertà mi eccitava. Camminavo lungo quel meraviglioso viale alberato con una leggerezza nuova nel cuore. La vista delle persone sedute ai tavolini dei bar, sorridenti e spensierate, mi riempiva di gioia. Mi ripromisi che, prima di tornare a casa, io e Teresa ci saremmo concesse un gelato, sedute come due signore a quei tavolini, alla faccia di Joani. 

Il lungomare, con la sua grande terrazza affacciata sulla spiaggia, era a pochi minuti dall’asilo. All’improvviso, una folata di vento mi accarezzò il volto, e il mare mi si parò davanti con il suo infinito orizzonte, come una rivelazione. Rimasi senza fiato. Il suono delle onde che si infrangevano sulla battigia, in un continuo andirivieni dolce e misterioso, copriva ogni altro rumore. 

Con un misto di timidezza e meraviglia, iniziai a scendere i gradini della terrazza. Mi tolsi istintivamente le scarpe: la sabbia sotto i piedi era soffice, come un materasso accogliente. Attorno a me, non c’era nessuno. Mi sentii un’esploratrice solitaria, scopritrice di una terra nuova e sconosciuta. Con passo lento, quasi reverente, mi avvicinai alla riva. Fu il mare, con un’onda gentile ma più lunga del solito a venirmi incontro per primo, bagnandomi i piedi. Per un attimo, il riflusso mi fece perdere l’equilibrio, la testa mi girò, ma non era una sensazione spiacevole. Era una vertigine di felicità, come se il mare mi avesse accolto nel suo abbraccio. Continuai a camminare, immergendo i piedi nell’acqua, lasciandomi cullare dal ritmo delle onde. 

Mi fermai, godendomi la brezza marina che scivolava tra le gambe mentre l’acqua defluiva e poi tornava, più forte, a sommergermi i piedi. Inspirai profondamente, chiudendo gli occhi, cercando di catturare tutta l’aria salmastra possibile. Era diversa dalla brezza che sentivo a casa, nei campi. L’aria del mare era più densa, si insinuava persino sul palato, lasciandomi un sapore salato, intenso. 

Rimasi a lungo con lo sguardo fisso sull’orizzonte. Quella linea perfetta, dove il cielo e il mare si incontravano, sembrava chiamarmi verso l’ignoto, verso un infinito che mi affascinava e mi faceva paura allo stesso tempo. Mi sentivo piccola, ma stranamente completa. 

Mi accorsi solo allora che il mio vestito a fiori, quello buono della festa, era completamente bagnato. E non ero più sola. Poco distante, due ragazzi si abbracciavano, ridendo e scambiandosi baci. Ci scambiammo un’occhiata imbarazzata e, con discrezione, ci allontanammo l’uno dall’altro. Li osservavo di nascosto, da lontano. Nei loro sorrisi, nei loro gesti complici, vedevo tutto ciò che mi era stato negato, tutto quello che avevo irrimediabilmente perso. 

Un’ondata di tristezza e rabbia, mi travolse all’improvviso. La mia giovinezza, il tempo in cui tutto avrebbe dovuto essere possibile, era ormai svanita. L’amore, quello vero, quello che avevo sognato per anni, sembrava ormai destinato a rimanere solo un desiderio inappagato, confinato per sempre nei miei sogni più intimi. 

I due ragazzi, nel frattempo, si stavano allontanando mano nella mano, non li persi di vista. Vidi che lui stava infilando un foglio di carta in una bottiglia che, subito dopo lanciò in mare. Purtroppo, questa non fece molta strada, destino volle che le onde, da lì a poco, la sospinsero nuovamente a terra proprio ai miei piedi. 

Ormai i due erano spariti e io, presa dalla curiosità, raccolsi la bottiglia. Con non poca difficoltà, aiutandomi con un bastoncino, tirai fuori il biglietto. 

Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento  

o tende a svanire quando l’altro s’allontana.  

Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai.  

Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.  

Se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato. 

Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge, ama quel cuore che per te si strugge.  

Non t’ama chi di amor ti dice, ma t’ama chi guarda e tace.  

William Shakespeare 

 8 giugno 1965 Maria e Massimo .. per sempre 

I miei studi si erano interrotti alla terza elementare, nonostante questo, mi piaceva molto leggere ma, soprattutto, capivo quello che leggevo. 

Battei con forza i piedi sulla sabbia, mi arrabbiai con Dio, lui che fondava tutto l’universo sull’amore, mi aveva negato la possibilità di innamorarmi veramente di un uomo. Perché, solo per un istante mi aveva fatto assaporare un vero bacio e aveva permesso che il mio cuore battesse forte poi, più nulla per l’eternità. Perché vivere perennemente con lo struggente desiderio di un altro uomo e, per questo, sentirmi una peccatrice destinata a perire all’inferno. 

Rimisi il foglio nella bottiglia e, con tutte le mie forze, la tirai piangendo in mare. 

Ormai quello era l’uomo che avevo accanto, quella era la mia vita, che potevo fare? Inutile era ripetermi che mi sarei meritata una vita diversa. L’amore sarebbe per sempre rimasto dentro le pagine sgualcite dei miei fotoromanzi, sogni, solo e, per sempre, sogni. 

Continua …

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