Un treno perso

Tratto dalla raccolta SOLARADIO

“Stasera alle ore 21:00, presso il bar da Nane, si parlerà (tanto par cambiar) di figa con i professori Piero De Pieri e Denis Sgorlon; modera il dott. Memo Bottacin, siete tutti invitati (fighe comprese)” 

Conosco benissimo il burlone che ha appeso quelle locandine lungo il vialone centrale dei Paeassoni; mi fa sorridere che, dopo mezzo secolo, continui a pensare sempre alla stessa cosa.  

Mi verrebbe da rilanciare con un annuncio al microfono: “Domani sera a SolaRadio si parlerà di seghe con il noto esperto in materia, il Geom. Enzo Penzo”. 

Ricordo bene che a cucirgli addosso la fama di esperto del “settore” non fu, come qualcuno potrebbe facilmente immaginare, qualche stimato profiler o tajatabari — come si dice in dialetto — categoria di cui il bar da Nane abbonda. Fu invece quella perspicace, seppur un po’ arrogante e snob, di Zeneca Filippon, all’epoca capogruppo delle giovanissime di Azione Cattolica. 

Quel giorno me lo ricordo benissimo. Don Gianni aveva organizzato un cineforum con l’intento di istruire la gioventù su quando e come fosse lecito trombare. Al termine della proiezione di Un uomo e una donna di Claude Lelouch, durante il dibattito che seguì, il mio amico ebbe il coraggio di porre una domanda davanti a una sala gremita: perché, secondo la Sacra Romana Ecclesia, il sesso fai-da-te fosse considerato peccato. 

Al povero EnsoPenso nessuno seppe rispondere. Né il don, né l’esimio Bepi Lardon, suo fedele scudiero e dispensatore certificato di consigli morali. In sala calò soltanto un imbarazzante silenzio, accompagnato da qualche ghigno soffocato. Il prete, dopo aver lanciato un’occhiataccia al pervertito, dimostrò una notevole abilità nel cambiare argomento. 

Nelle retrovie, però, la discussione continuò ancora a lungo. Riccardo Beltrame e compagnia iniziarono a sfornare battute a raffica, vantandosi del fatto che loro, ormai, fossero passati da tempo alla pratica reale, mentre lui era ancora uno sfigato costretto a cavarsela da solo. 

Udii chiaramente la Filippon definirlo «un esperto di mano» e aggiunse che quella mano le faceva talmente schifo che non l’avrebbe stretta per nessuna ragione al mondo, visto che chissà cosa ci aveva fatto poco prima. 

Fu così che, da quel giorno, si guadagnò il soprannome di “Esperto”. Il bello è che ancora oggi, quando qualcuno lo chiama così, lui si gonfia d’orgoglio, ignaro del vero motivo per cui quel titolo gli è rimasto appiccicato addosso. 

A dire il vero, c’è un’altra cosa che mi è rimasta impressa di quella giornata: Un homme et une femme, il magnifico tema musicale composto da Francis Lai e filo conduttore del film. Ancora oggi lo mando in onda alla radio quando voglio scacciare qualche momento di malinconia. È una musica elegante, raffinata, proprio come gran parte delle canzoni francesi. 

In questo periodo, i momenti di malinconia abbondano e la musica, quando stress, ansia e depressione mi avvolgono come el caigo autunnale, non basta a risollevarmi; ci vuole una dose massiccia di “bar da Nane”. 

L’idea di passare una bella serata, ascoltando l’ennesimo “convegno” su quella cosa lì che, alla fine, fa girare il mondo più della gravità, vale tranquillamente cento sedute dallo psicologo (o dal guru), con la differenza che costa meno. 

Ormai, sarà l’età, ma, mi prende l’ansia per un nonnulla. Ultimamente, provo ansia anche nel viaggiare. Non riesco più ad abbandonare la mia comoda casetta e mi faccio mille paranoie.  

Anche per questo trovo conforto nei frequentatori del bar. Eh, sì, perché dovete sapere che l’umanità che gravita attorno al piccolo universo che è il bar da Nane Sbérega è fatta principalmente di personaggi che non si sono mai spinti oltre un certo confine geografico. 
Confine che, di solito, coincide con la distanza percorribile prima che finisca la sigaretta. 

Non si può dire però che non conoscano il mondo; chiedigli dove si trova uno stadio in Sud America e ti danno via, quartiere e probabilmente ti indicano un posto dove comprare un panin onto

Un indirizzo che però, spesso non conoscono, è quello della loro vita. 

Seduti a quei tavolini non ho mai incontrato personaggi ambiziosi o meglio, gli unici obiettivi sono sostanzialmente due: 

  • Un lavoro sicuro, dove nessuno possa prenderti a pedate nel culo da un giorno all’altro e possibilmente senza troppe rotture di coglioni. 
  • Trovarsi una bella figa. Meglio se più figa di quella degli altri. E che, come il lavoro ideale, comporti il minor numero possibile di rotture di coglioni. 

I personaggi del bar, mi assomigliano anche per un’altra cosa, sono una masnada di rassegnati patentati. Questa atavica rassegnazione; viene riassunta in una parola sola: “ghesboro” 

“Ghesboro” non è solo una parola; è uno stile di vita. 
Un mantra che, se ripetuto con una certa regolarità, funge da antidepressivo artigianale senza prescrizione medica. 

C’è un “ghesboro” per tante cose. 

C’è il “ghesboro” calcistico. 
Quello pronunciato ogni domenica pomeriggio davanti all’ennesima sconfitta della squadra locale che da trent’anni naviga nello stesso campionato dilettantistico come una zattera bucata. 
 

C’è il “ghesboro” politico, che assomiglia un po’ a quello calcistico. 
Quando, alle elezioni, vince un partito e un candidato, contrario alla fede politica che hai fin da quando eri in fasce. Partito e candidato che, nessuno giura di aver votato. 
 

Poi c’è il “ghesboro” sessuale; il più doloroso. Quello che nasce quando ti rendi conto che non riuscirai mai a trombarti la squinzia dei tuoi sogni per il semplice fatto che se l’è trombata un altro che è arrivato prima di te. 

E poi c’è il “ghesboro” esistenziale. 
Quello più profondo. 
Quello che ti prende alle undici e mezza di sera mentre fissi il bicchiere vuoto e realizzi che forse stai facendo una vita abbastanza di merda, senza un vero motivo, senza grandi traguardi e con la concreta prospettiva di continuare così fino a quando il tuo fegato non deciderà democraticamente di abbandonare il progetto; in fin dei conti basta ascoltare il vecchio dottor Scarpa, che ormai parla come un necrologio preventivo, ti dice che camperai ancora un anno se non smetti di fumare. 

Sia chiaro, il “ghesboro” non risolve niente; non migliora la situazione; non porta crescita personale; non genera cambiamento e non attiva percorsi di empowerment. 

Però ha un merito gigantesco: toglie peso alle cose. 

È una specie di mindfulness da Paeassoni
 

Se tutti i “ghesboro” pronunciati in quel bar fossero radiazioni nucleari, la popolazione del globo terrestre sarebbe già stata annientata. Immagino un gran fungo atomico che si alza sopra i Paeassoni mentre qualcuno seduto al tavolino, ovviamente, esclama: “ghesboro!” 

Ghesboro” fu anche la prima parola che uscì dalla bocca di Memo Bottacin quando si trovò davanti agli occhi uno dei nostri leggendari volantini promozionali: 

ASCOLTA SOLARADIO 
 
FM 107,8 

Un pezzo di carta talmente piccolo che oggi verrebbe scambiato per un pizzino tra mafiosi. 

Di quei bigliettini, grazie alla mitica Lettera 35 di sior Sergio e all’uso intensivo di carta carbone, ne avevamo prodotti in quantità industriale. 

Il primo metodo di diffusione fu geniale nella sua stupidità: lanciarli dalle biciclette in corsa. 

Una specie di propaganda elettorale fatta da quattro deficienti senza patente e senza un minimo di coscienza ecologica. 

Pedalavamo come contrabbandieri in fuga seminando foglietti per le viette e il vialone centrale dei Paeassoni convinti di star costruendo un impero mediatico. 

Il risultato concreto fu nullo. Nessun nuovo ascoltatore. Nessun successo commerciale. 

In compenso ci guadagnammo una storica maedia de morti da Ginetto, il netturbino del quartiere, che il mattino dopo si ritrovò a dover scopare quella specie di coriandoli. 

Qualcuno ci riferì di averlo sentito minacciare l’autore della bravata; gli avrebbe ficcato il manico della scopa in un certo posto. Nonostante lo chiamassero Ginetto, aveva una mole tale che quella minaccia aveva buone probabilità di avverarsi.  

Fallito quel maldestro tentativo di volantinaggio selvaggio non restava altro che provare a farsi pubblicità nei posti più frequentati dagli abitanti dei Paeassoni e zone limitrofe. 

A quel gran mona del Paperoga venne l’idea di mettere i nostri famigerati bigliettini in mezzo ai libretti dei canti in chiesa. La cassammo all’istante, cera il serio pericolo de vantarse ‘na andada de sberle da don Gianni. A quei tempi avevamo più il timore del prete che di Dio. 

Scartata anche la locale sezione del P.C.I. — perché, se avessero saputo che noi fioi de cesa avevamo fondato una radio, probabilmente ce l’avrebbero incendiata con qualche bottiglia Molotov d’annata, gelosamente conservata in vista dell’imminente rivoluzione proletaria — non ci restava che tentare con gli esercizi commerciali della zona, ammesso che si potessero definire tali. 

Iniziammo subito a “battere” sior Ugo el casoin, il panificio Favaretto e l’edicola di Franco “Gasetin” 

Nessuno però aveva il coraggio di entrare lì e, per lì intendo il bar da Nane. 

Il bar dei Paeassoni era stato fondato nei primi anni Settanta da Giovanni “Nane” Amadio detto “El Sberéga”, soprannome guadagnato grazie alla sua capacità unica di parlare ad alta voce sputacchiando a distanza di sicurezza non certificata. 

Era il luogo frequentato dai “grandi”; il Sancta Santorum del sesso ora per ora e del calcio minuto per minuto. L’ombelico del piccolo mondo dei Paeassoni; dove si faceva qultura con la Q maiuscola. 

Poche volte nella mia vita ho fatto scelte coraggiose; ma, quel giorno ero particolarmente carico e votato alla “causa”; per cui, pacchettino di bigliettini in tasca, varcai la soglia del bar. 

Per l’occasione indossai l’outfit che, secondo il mio ragionamento, avrebbe dovuto darmi qualche anno in più: jeans a sigaretta, camicia a quadri e un giubbino che pareva uscito dalla serie televisiva “happy days”; tutta roba di mio fratello. Era un maldestro tentativo di assomigliare al mitico Fonzie e mascherare il mio terrore di affrontare certi personaggi. 

Entrai con la scusa di prendermi un gelato. Sapevo benissimo che, probabilmente, quel “Camillino” giaceva nel frigo dai tempi della fondazione del bar; ma, non c’era nient’altro che mi piacesse e, soprattutto che costasse poco. 

Memo guardò me e quei bigliettini che avevo appoggiato con malcelata nonchalance sul bancone; si accese quella che probabilmente era la duecentesima sigaretta della giornata e, da dietro la nuvola di fumo, come un oracolo, mi arrivò la sua voce roca: 

Ghesboro! N’altra radio! Ma no gavè altre maniere par rancurar figa!” 

Mi caddero le palle. 

Avevo dato alla luce SolaRadio per l’illusione meravigliosa e un po’ patetica che accendendo un trasmettitore potessi riaprire un canale di comunicazione con Vera, il mio primo amore svanito nel nulla; come se una frequenza FM potesse attraversare il tempo, le occasioni mancate e pure la codardia. 

Il buon Memo, forse preso dal rimorso per essere stato troppo duro, tirò fuori la frase che ancora oggi mi risuona in testa come un insegnamento zen: 

Dai moro che ti ga tutta ea vita davanti. Sappi però che par certe robe, el treno passa ‘na volta soea.” 

Aveva maledettamente ragione; nel caso di Vera, il mio primo amore, quel treno era già passato. 

Ancor oggi, Memo usa spesso parlare di treni passati; il bar da Nane, in effetti, si può paragonare a una stazione ferroviaria piena di passeggeri che hanno perso un sacco di treni mai più passati. 

Treno o non treno, da quel giorno SolaRadio e il bar da Nane, sono sempre stati collegati da un filo invisibile ma resistentissimo; c’è una specie di frequenza spirituale che ci unisce. 
Entrambi sono serviti a tenere compagnia a chi non ha mai avuto un obiettivo alto ed è perennemente insoddisfatto ma soprattutto non ha mai veramente trovato posto da nessun’altra parte. 

Senza i fioi del bar, SolaRadio non avrebbe continuato ad esistere; due attività economicamente discutibili tenute in vita dalla necessità umana di sentirsi meno soli. 

Io, in quel piccolo mondo storto mi sono sempre sentito a mio agio. 

Non ne ho mai capito bene il motivo, forse perché quegli strani personaggi che lo frequentano mi hanno fraternamente accolto come un loro simile. 
 

Comunque, caro Memo; non è vero che il treno non passa più. 

Su un treno, in un modo o nell’altro, ci siamo saliti tutti. Forse non era quello che aspettavamo sulla banchina dei nostri sogni, forse non portava scritto sul tabellone il nome della destinazione che avevamo immaginato da ragazzi. Eppure, era il nostro treno, ed è partito lo stesso. 

Con il tempo ho capito che conta relativamente poco quale treno si prende. Quello che fa davvero la differenza sono i compagni di viaggio. Le persone che siedono accanto a te per una sola fermata o per un’intera esistenza. Quelle che ti fanno battere forte il cuore e ti fanno sorridere quando il paesaggio si fa grigio e che, senza saperlo, alleggeriscono il peso delle valigie che ti porti dentro. 

Poi succede che, quando meno te l’aspetti, a una stazione qualunque salga qualcuno che credevi perduto. Un viaggiatore dimenticato da anni nella stanza dei ricordi, dietro una porta che pensavi di non aprire più. Lo vedi apparire all’improvviso nel corridoio della memoria e ti accorgi che il cuore riconosce ancora il rumore dei suoi passi. 

Allora qualcosa cambia. Tornano le domande che credevi archiviate per sempre. Tornano i sentimenti e le emozioni che il tempo aveva soltanto addormentato. E scopri che la vita possiede ancora il dono della sorpresa, anche quando eri convinto di averne già letto tutte le pagine. 

In fondo, anche SolaRadio continua a essere questo: un bellissimo viaggio e l’eterna speranza di ritrovare qualcuno che non hai mai dimenticato.  

Un lungo tragitto percorso nello stesso vagone, assieme al bar da Nane, ai suoi personaggi improbabili e sgangherati, a quelle facce che il tempo non è riuscito a cancellare e che ormai abitano stabilmente dentro di me. 

Sono loro, in qualche modo, a farmi compagnia lungo il percorso. Mi aiutano ad affrontare la vita, a vantarghea, come diciamo dalle nostre parti. Quando il viaggio si fa più complicato, li sento ancora discutere, scherzare, raccontare storie e sparare sentenze come se fossero seduti allo stesso tavolo di sempre. 

E così il treno continua a correre. Ogni tanto rallenta, ogni tanto accelera, ma non si ferma mai davvero. 

E forse il segreto è proprio questo: continuare a guardare fuori dal finestrino con la curiosità di chi sa che, alla prossima stazione, potrebbe ancora salire qualcuno capace di cambiarti la vita. 

Perché i viaggi più belli non sono quelli che finiscono alla destinazione prevista, ma quelli che ci sorprendono strada facendo. 

E il nostro viaggio durerà ancora, come dice la canzone, fino al giorno in cui qualcuno pronuncerà il nostro nome nel vento e ci inviterà a scendere all’ultima fermata. 

Ma il treno corre forte su tutta la mia vita 
Che passa via veloce che sfugge fra le dita 
Risento la sua voce si riapre la ferita 
La gioventù è passata per non ritornare mai più 

Ma il treno corre forte si fermerà soltanto 
Quando qualcuno un giorno mi chiamerà nel vento 

Riccardo Cocciante

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