7.7.77

Campare in aria – Aviatori nell’anima – Capitolo 1


“Fra quarant’anni esatti …”.

Una cosa è certa, quarant’anni fa non faceva così caldo, nel pomeriggio poi, si raggiunge il picco di temperatura e il massimo dell’afa; in realtà, sto solo cercando una scusa per non inforcare la bicicletta e raggiungere il piazzale dell’adunata.

“Anche se avevamo tredici anni, una parola data è sempre una parola data”, incalza l’altra parte di me, “ e poi non ti costa nulla, solo dieci minuti di bicicletta, se non viene, pazienza”. Qui sulla terra, eravamo rimasti io e lui, Fabietto aveva già spiccato l’ultimo volo il 4 ottobre del 2004.

Lo schermo del PC è ancora fisso sul suo curriculum; “entra in Accademia Aeronautica a settembre del 1983 con il corso Centauro IV … frequenta il corso alla Sheppard Air Force Base nel Texas dove ottiene il brevetto… nella base aerea di Cottesmore in Gran Bretagna frequenta … arriva al 6° Stormo caccia di Ghedi dove diventa… ha avuto l’onore di pilotare, prima della sua radiazione,  il mitico F104 Starfighter … si congeda con il grado di tenente colonnello … il comandante si occupa ora dell’addrestramento …”.

Era partito bene già con il nome, Gianandrea, quel Gian davanti, lo metteva uno scalino sopra di noi. Bastava vedere le nostre tre case confinanti, quella mia e di Fabietto, un unico piano e, quasi senza fondamenta, la sua, due piani con tanto di taverna e garage gigantesco. Noi non avevamo praticamente giardino, tutto lo spazio esterno era sacrificato all’utilità, ovvero l’orto. La casa di Giand, invece, era circondata da un futile ma, meraviglioso giardino.

Le abitazioni riflettevano lo stato sociale. I nostri padri lavoravano tutti alla Montefibre di Porto Marghera con la differenza che, il mio e quello di Fabietto erano ex agricoltori trasformatisi in operai ovvero, come si diceva, dei metalmezzadri mentre, il papà del Giand, sior Armando, “el Perito”, uno o forse due scalini più su. A dire il vero, ancora oggi, non ho capito, che cavolo di ruolo avesse in fabbrica, ricordo solo che mio padre, usava spesso sciacquarsi la bocca, circa il suo presunto lauto stipendio. In effetti, la famiglia del Giand, era la più benestante della “vietta”, sempre mio padre, a sottolineare la differenza di casta, li chiamava semplicemente “loro” o meglio, “iorillà”. Ironia della sorte, anche le nostre “proprietà” di campagna erano confinanti; mio padre aveva un campetto e una vecchia baracca, lascito del nonno mentre, sior Armando, poteva contare sul “bosco”, ovvero un intero casolare e i relativi campi, proprietà dell’arzillo nonno di Giand.

Tutto ebbe inizio quando, nei primi anni ’70, trasportato sul ferro della bici di mio padre, andai, per la prima volta, a fare quella che, era considerata una classica gita fuori porta, esclusiva della classe operaia ovvero, la spiaggetta di Tessera. Mi pareva alquanto strano poter raggiungere il mare in bicicletta ma, sembrava tutto regolare, ombrelloni, sedie sdraio ecc. Stavo ancora cercando di abituarmi a quell’atmosfera surreale quando, accadde qualcosa di ancora più strabiliante. Uno dei “bagnanti” si destò all’improvviso dalla pennichella e, alzandosi in piedi cominciò a gridare “riva, riva, riva!”, indicando un puntino nero fumante che si stava avvicinando velocemente. Quel punto nero, sempre più grande, aveva acceso ora delle luci, si trattava di un aereo e ci stava venendo addosso. “Mona, la ghe xe l’aeroporto, desso te porto vedar”, fu la secca risposta di mio padre, al mio grido disperato di allarme. Con un fragore assordante, l’aereo bassissimo, ci passò accanto, ricordo distintamente che sembrò andarsi a posare sopra un ombrellone a spicchi bianchi e rossi; “monta su paiasso che desso ‘ndemo a vedarlo da vissin”.

Papà pedalava a più non posso lungo il viale costeggiato dai pini marittimi, entrambi avevamo paura che quell’aereo volasse via di nuovo prima che riuscissimo a vederlo. A ripensarci mi vien da ridere, a quei tempi il turnaround poteva durare ore, altro che i 25 minuti attuali delle low cost.

Arrivammo ai piedi dell’aerostazione, si sentiva un leggero sibilo oltre l’edificio nonché un odore, quello del carburante che, da quel momento sarà per me una sorta di richiamo che, indica la presenza di un aereo.

Papà, anche lui in preda all’eccitazione, appoggiò la bicicletta in malomodo su un palo della luce, tanto che cadde subito; poi, in fretta, senza legarla, la buttò contro la recinzione. Feci fatica a starci dietro quando, a passo sostenuto, si diresse verso la terrazza dell’aerostazione; 100 lire l’ingresso, via su velocemente facendo due a due le scale.

Appena su, la brezza della laguna mi accarezzò il volto, che spettacolo. Non avevo mai visto gli aerei così da vicino, mio papà era visibilmente soddisfatto, per avermi offerto un’occasione di divertimento a buon mercato.

La terrazza era su due livelli, salii subito a quello superiore, mi feci spazio a gomitate per guadagnare un posto in prima fila tanto, pensai, i bambini non li mandano a remengo. Mi ricredetti subito, vedendo l’occhiata minacciosa che mi diede quel signore dotato di binocolo al quale avevo usurpato il posto, durò un attimo; “vuoi guardare?” mi chiese con fare gentile porgendomi lo strumento.

Quell’affare pesava un sacco inoltre, non riuscivo a vedere nulla. Con calma il buon uomo me lo aggiustò e, iniziò a impartirmi quella che fu la mia prima lezione di cultura aeronautica. Sapeva un sacco di cose su quei due aerei; dove erano diretti, quante persone portavano, a che velocità andavano, ecc.

Di tutto quello che mi disse ricordo solo il nome dell’areo che, sulla coda, aveva dipinta la nostra bandiera; Caravelle. Quell’aereo, magicamente, lo ritrovai fra le pagine del libro “de aerei” che, da li a pochi giorni, mio padre mi regalò per il compleanno.

“Ma tu gli aerei li guidi”, gli chiesi istintivamente mentre stava andando via, “una volta, quando ero giovane”, rispose a bassa voce accarezzandomi la testa, “è difficile?”, “no, è bellissimo”, credo sia stato quello il momento in cui si accese in me la miccia della passione; mi piacerebbe rincontrare quell’uomo.

Solo qualche giorno e trascinai nel vortice della passione aviatoria i miei due coetanei, vicini di recinzione, Giand e Fabietto. Da li a qualche anno, la terrazza del Marco Polo divenne casa nostra. Ci si andava ogni qualvolta, meteo e libertà dagli studi, lo permettevano. L’arrivarci, se sceglievamo di percorrere il bordo laguna, anziché la trafficata Triestina, era alquanto disagevole ma, nel contempo, stupendamente avventuroso. Ogni tanto avevamo la fortuna di venir affiancati da un aereo in atterraggio, mi ricordo le grida “è qui il DAN AIR!”, oppure , “arriva il solito ALITALIA”, e ancora, “urca! Il Trident della BEA”, e via, a correre come dei pazzi; le bici sembravano rompersi in mille pezzi, su quella stradina tutta sassi e buche, mentre tentavamo di gareggiare con l’aereo.

Passavamo intere giornate all’aeroporto, già, ci voleva un’intera giornata, per riuscire a vedere l’atterraggio e il decollo di tre aerei, dato che, a quei tempi, non è che ci fosse ‘sto gran traffico. Quando il piazzale aeromobili era vuoto, ingannavamo il tempo in pineta oppure in aerostazione, rompendo le balle allo sfortunato lavoratore aeroportuale che ci capitava a tiro oppure, … in posti dove non dovevamo stare. Quella specie di varco che si era formato sulla recinzione, a causa del cedimento del fossato, era alquanto allettante; come dei conigli ci infilammo sotto e, in un attimo, eravamo dentro. L’avere il cemento del piazzale sotto i piedi ci eccitava da morire, durò un attimo, in men che non si dica piombò a tutta velocità su di noi una macchina dei Carabinieri. Ora, non mi ricordo esattamente tutto il discorso che ci fece quello che, dai gradi, sembrava essere un maresciallo, so solo che ad un tratto disse, “ora vi accompagno a casa da vostro padre”. A quei tempi, almeno per quanto mi riguarda, era meglio se mi condannavano all’ergastolo; al sentire quella frase, iniziarono a bruciarmi le chiappe; credo che, dalle facce, la stessa sensazione la stessero provando anche i miei due compari. Il Caramba aveva sfoderato l’arma più potente che aveva a disposizione e noi mogi, mogi, senza profferir verbo, ce ne tornammo da dove eravamo venuti.

Una mattina d’estate, mentre, pieno di punture di zanzare, ero comandato ai lavori forzati in orto, sentii il rapido avvicinarsi di un aereo, i motori, però emettevano uno strano rumore mai sentito; alzai istintivamente lo sguardo al cielo, la sorpresa fu enorme, credevo di sognare, non era possibile, proprio lui, il mito, ovvero un Boeing 747 Jumbo Jet; finora l’avevo visto solo in foto. “Cossa xeo?”, perfino mio padre, vanga in mano e bocca spalancata, rimase stupito. Reagii come si trattasse di un allarme aereo in tempo di guerra, correndo all’impazzata da un lato all’altro del giardino, gridai ai due soci, di uscire immediatamente di casa. Nel frattempo, incredibile, l’aereo ripassò; la cosa si ripeté puntualmente ogni quarto d’ora circa. Mezzo quartiere era uscito di casa per osservare lo strano fenomeno, noi tre ce la tiravamo sparando nozioni tecniche, più o meno veritiere, a destra e a manca. Il tempo stringeva, urgeva andare a verificare di persona. Con il sole a picco, le nostre bici sfrecciavano sul rovente asfalto della Triestina, rischiavamo di essere, in ogni momento, tirati sotto da un camion; poco ce ne importava, la posta in gioco era alta. Giunti sul vialone dell’aeroporto, notammo subito l’enorme coda del Jumbo che sbucava dall’edificio dell’aerostazione; tirammo una volata finale degna del giro d’Italia. Il nostro informatore di fiducia, ovvero il bigliettaio della terrazza, ci aggiornò circa la presenza del bestione; avevano scelto Venezia per i voli di addestramento, ecco spiegati i continui passaggi sopra le nostre teste.

“Parché non ‘nde vedarlo, feve portar dentro”, disse con tono di sfida, il tipo. Tentar non nuoce, entrammo in aerostazione senza un’idea precisa sul da farsi. “Hei, voi tre, venite qua”, mamma mia, il Caramba, a proposito di farci portar dentro; “coraggio, venite con me”, con il culo che tremava lo seguimmo per uno stretto corridoio. “Marescià so’ anche questi figli suoi?”, la voce di quel poliziotto ci fece tirare un sospiro di sollievo anche perché, un’istante dopo, ci trovammo, stavolta legalmente, sul piazzale. Il buon (ora), carabiniere, mi diede un colpetto in testa, “avanti delinquenti, a bordo”. Il cuore ora batteva a mille, non credo ci avrebbe tradotto in galera a bordo del Jumbo Jet. A vederlo dal vivo, così vicino, era enorme; ai piedi della scaletta le gambe iniziarono a tremarmi dall’emozione. Una volta a bordo, salimmo subito per una ripida scala a chiocciola, sapevo, per averlo letto in “storia dell’aviazione”, che conduceva alla cabina di pilotaggio. “Comandante permette, ho qui altri tre allievi”, quel distinto signore dai capelli brizzolati, ci accolse con un sorriso, invitandoci a entrare nella cabina di pilotaggio; come un mantra, iniziai a ripetere i nomi degli strumenti che avevo imparato sul “libro de aerei”; “Orizzonte artificiale, altimetro, anemometro ..”, il comandante mi guardò sbalordito, “quanti anni hai?”, “undici”, risposi sapendo di stupirlo ancora di più.

“Sarai un bravissimo pilota!”, il brizzolato mi abbracciò forte, divenni rosso paonazzo, neanche fossi stato baciato da Patty Pravo, soggetto dei miei sogni erotici di allora. “Anche i tuoi amici vogliono fare i piloti?”, “Si”, come i tre moschettieri rispondemmo all’unisono, il dado era tratto, allievi piloti.

Stataereo Propaganda, viale dell’Università 4, 00100 Roma. L’indirizzo me lo ricordo tuttora a memoria, in casa conservo ancora il contenuto di quella busta. Consumai con gli occhi, il pieghevole dell’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, unica, o quasi, al tempo, strada da percorrere per diventare piloti, quel luogo mi affascinava più che mai. E’ per questo che, a giugno del 1977, finita la scuola, proposi agli altri due soci, con lo scopo di formarci alla nobile professione di pilota, di fondare la nostra personale Accademia Aeronautica. Il quartiere CEP, fungeva da location ideale; i palazzoni, i relativi piazzali, il campo da calcio e la chiesa potevano vagamente assomigliare all’Accademia di Pozzuoli, in fin dei conti, le abitazioni erano universalmente note come “i casermoni” e quindi, almeno nella fantasia, adibirli a caserma ci stava.

Il “corso” partì immediatamente; affidammo al Giand il ruolo di istruttore, in primo luogo perché, aveva ricevuto un’educazione d’alto borgo e, si esprimeva, come diceva mia madre in itagiano, anziché in volgare dialetto come noi rozzi figli della classe operaia inoltre, date le sue capacità atletiche, era il tipo giusto per il ruolo di addestratore. Organizzò le nostre giornate in “Accademia”, in base a un rigido protocollo stile militare che, ci eravamo imposti, ovvero, sveglia all’alba, adunata, corsa, lezioni, ovvio solo teoriche e , altre menate del genere. Il nostro status di allievi piloti, ci rendeva oltremodo fieri; “in libera uscita”, cercavamo di far colpo sulle ragazze del quartiere, travasandogli addosso le nostre nozioni aeronautiche, che fosse questo il vero scopo di frequentare “l’Accademia”?

Nel tardo pomeriggio del 7 luglio ovvero, il 7/7/77, ripeto, non faceva così caldo come ora, ce ne stavamo seduti con i piedi a penzoloni, sulla riva della darsena aeroportuale; all’orizzonte si profilava la sagoma del “solito” DC9 Alitalia in atterraggio. “Ce la faremo a diventare piloti?”, Fabietto, se ne uscì all’improvviso con questo dubbio esistenziale.

Ognuno di noi aveva in mente un’idea diversa di quella che sarebbe stata la sua futura vita da aviatore. Fabietto si trastullava con avventure erotiche, si immaginava, a fine volo, dentro una camera di un hotel di lusso, a fare lo stallone con tre o quattro gnocche di hostess. Il Giand si vedeva mentre, con il suo F104, dava filo da torcere a due maledetti MIG21 russi, i nemici di allora.

Io la buttavo sul romantico. Il film era sempre lo stesso; sulla lista dei passeggeri scorsi il nome di lei, Marilena Iannone, la compagna di classe della quale mi ero invaghito. Mi vedevo percorrere il corridoio tra i sedili per andare sul posto dove era seduta. Fu un incontro emozionante, rimase sbalordita nel vedermi con la mia elegante divisa sulla cui giacca brillavano l’aquila e le quattro strisce dorate di comandante. Ironia della sorte, Marilena, la bellissima biondina per la quale sbavavo, era invaghita del Giand ma lui, manco la cagava di striscio.

“Allora cadetti, ascoltatemi”, disse il nostro istruttore, percependo l’inizio di una crisi depressiva, “Diventeremo piloti, scommettiamo? Propongo di ritrovarci, diciamo, fra quarant’anni esatti, a quest’ora, nel piazzale dell’adunata. Ci ricorderemo di questo giorno”. Come avevamo visto fare un sacco di volte nei film, con una mano sopra l’altra, sugellammo quel patto.

Ore 17.03, è meglio non essere troppo puntuali, aspettare mi mette ansia. Lo immaginavo, non c’è nessuno, una signora anziana mi guarda con aria sospetta dalla finestra, penserà che sono un ladro intento a fare un sopralluogo.

Ore 17.17, l’unica presenza qui è l’afa soffocante, sugli alberi non si muove una foglia; non avendo entrambi alcun tipo di contatto, non mi resta altro che aspettare. Nell’estate del 1978, finite le medie, il Giand e famiglia, lasciarono la vietta per una non ben precisata, migliore sistemazione, per iorillà, come sentenziò mio padre, la vietta era un posto troppo da poareti; da quella volta, non ho più rivisto il Giand. Nello stesso periodo, il padre di Marilena, finanziere, venne trasferito, per cui, anche di lei persi definitivamente le tracce.

Ore 17.38, l’anziana è scesa scortata dalla badante moldava, decido di rimanere ancora un poco, se vado via subito, do proprio l’impressione di essere un ladro e quella chiama la polizia.

Ore 17.48, vado, destinazione solita panchina, a rimuginare sulla mia esistenza; Fabietto, se eri ancora qui, almeno tu, non saresti mancato all’appuntamento. Giand sarebbe stato sorpreso nel vedere, il percorso stile Camel Trophy, che facevamo per andare in aeroporto trasformato in una ciclabile talmente trafficata da bikers, runners e nordic walkers che si rischia, ogni istante, un incidente. Dal punto di vista aviatorio, idem, è un continuo susseguirsi di aerei in atterraggio; non serve più attendere pazientemente ore per vederne uno. Rispetto a quei tempi però, gli aerei, colori a parte, sono tutti uguali, cambiano solo le proporzioni, sembrano disegnati con il pantografo, i progettisti devono aver perso la fantasia. Che bei tempi quando vedevi Caravelle, Comet, Trident, DC9, Boeing 727, DC8, DC10, BAC 1-11, Viscount e altri come il mitico Concorde; uno diverso dall’altro.

Sono sfinito e depresso, per poco il classico pensionato in canottiera, non mi soffiava la panchina con vista sulla testata pista 04; il posto è mio per diritto, specie oggi che, la nostra Accademia, celebra il 40° della fondazione. Da quando, quasi cinquant’anni fa, scomodamente seduto sul ferro della bicicletta, papà mi portò qui, continuo a venire a vedere, il magico andirivieni di queste meravigliose macchine volanti. Non c’è più quella bellissima terrazza, ora mi devo accontentare di questa panchina arrugginita in riva alla laguna e, godermi solo gli atterraggi. Resta sempre il sogno; seduto in cabina di pilotaggio, sul lato sinistro, quello del comandante, leggo ancora, sulla lista dei passeggeri, il suo nome. I bellissimi occhi verdi gli si illuminano nel vedermi con la mia elegante divisa sulla cui giacca brillano l’aquila e le quattro strisce dorate di comandante.

Come un disco rotto, continuo a chiedermi perché di noi tre, sono l’unico a non essere diventato pilota. Mi sarei vergognato dover dire al Giand che, per vivere, aggiusto attrezzature per bar, o peggio, che, ho preso l’aereo solo due volte e, per giunta, me la sono letteralmente fatta sotto.

In realtà, le spiegazioni ci sono, solo che preferisco non pensarci; troppo doloroso ammettere le mie paure, riesumare l’amarezza per il vissuto e i rimpianti per le occasioni perse; meglio il bel ricordo dell’estate 1977.

Tu Fabietto lo sai, diventare pilota, per me, non era l’obiettivo da raggiungere da adulto ma, il sogno che mi aiutava e, tuttora mi aiuta, a vivere il momento presente.

Manetta FULL … freni rilasciati … 145 nodi … V1 … 150 nodi … rotazione … muso a 45° … 160 nodi …V2 … carrello su … via libero! L’ombra si stacca da terra, dalla realtà. Volare, volare il più alto possibile sopra tutto e tutti, aviatore nell’anima.

“Quel vecchio aereo con i finestrini triangolari, come si chiamava?”, in un millisecondo le parole mi escono di bocca, “Sud Aviation SE 210 Caravelle, il più bell’aereo del mondo”, una scarica di extrasistole, troppo giovane però la voce. Mi volto, due ragazzini in divisa da quasi pilota; allievi di qualche scuola di volo privata, dove, in poco tempo e con tanti soldi, passi dal giocare con la Playstation ai comandi di un AIRBUS 320.

“Lei è pilota?”, mi chiede il rosso ricciolino figlio di papà. “Una volta, … quand’ero giovane”

“Ognuno di noi ha un paio di ali, ma solo chi sogna impara a volare.”

Jim Morrison

A Fabietto … libero per sempre di volare.

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