Il tempo delle mele

Ci fu un’epoca in cui mandare in onda “Reality” richiedeva un coraggio fuori dal comune. Potevo aspettarmi una folla tumultuosa radunarsi giù fuori dalla radio, lì a protestare con un fervore paragonabile a un vero sommovimento popolare, che urlava “Buu! Basta!” con la passione ardente di chi crede in ciò che difende. Addirittura, il mio medico, nonché assiduo ascoltatore, mi metteva scherzosamente in guardia, considerava Reality “una canzone ad alto tasso glicemico” Un’espressione scientifica, certo, per dire che era più sdolcinata di una torta al miele ricoperta di zucchero filato, immersa nel cioccolato, e con una generosa spolverata di zucchero a velo. Usando termini nostrani, era decisamente slimegosa! Ma io, da vero eroe radiofonico, non mi curavo delle critiche. Stavo vivendo il mio personale “tempo delle mele”. 

Come nel testo della canzone, fu un incontro improvviso e inaspettato. Quel giorno percepii qualcosa di speciale nell’aria; la trovai lì, ad aspettarmi, e la mia vita cambiò. Per la prima volta scoprii di essermi innamorato.

“Il tempo delle mele” non è solo un film, ma un’epoca, un frammento di vita che mi ha segnato profondamente. Era il tempo del primo amore adolescenziale, un’epoca sospesa tra sogno e realtà. Un tempo in cui il cuore batteva al ritmo delle scoperte, quando ogni sguardo e ogni sorriso sembravano eterni. Era il tempo in cui le emozioni, come onde impetuose, travolgevano l’anima, lasciando segni indelebili e insegnamenti preziosi. L’incanto dell’innamoramento mi ha guidato verso una nuova consapevolezza di me stesso e del mondo intorno. Mi ha insegnato a crescere attraverso le ferite; ma soprattutto, ad accettare come cosa naturale l’abbandono; trasformando l’addio in un nuovo inizio.

Ancor oggi, durante le mie nottate solitarie in radio, la faccio ascoltare. La dedico a quelli che, per un’infinita serie di motivi, non l’hanno vissuto, a quelli che c’è mancato un pelo o, hanno inspiegabilmente buttato al vento l’occasione per vivere quel tempo magico.

Inutile il rimpianto. Il tempo delle mele è stato un tempo ben definito; ora è passato, ma l’anima non conosce il tempo. L’anima non conosce età e non muore mai; è il terreno fertile in cui è coltivato l’amore eterno, quello che non sfiorisce mai, il ricordo perenne di un affetto puro e senza malizia. 

Sto ancora amando quella ragazza e continuerò per sempre ad amarla con quel sentimento ingenuo e sincero di cui non mi vergognerò mai. Perché, in fondo, rappresenta quell’innocenza perduta che mi ha insegnato cosa significhi veramente amare.

I sogni sono la mia realtà, un diverso tipo di realtà. Sogno di amare … anche se è solo fantasia. Da “Reality”

Met you by surprise
I didn’t realize
That my life would change for ever
Saw you standing there
I didn’t know I’d care
There was something special in the air

Dreams are my reality
The only kind of real fantasy
Illusions are a common thing
I try to live in dreams
It seems as if it’s meant to be

Dreams are my reality
A different kind of reality
I dream of loving in the night
And loving seems all right
Although it’s only fantasy

If you do exist
Honey, don’t resist
Show me your new way of loving
Tell me that it’s true
Show me what to do
I feel something special about you

Dreams are my reality
The only kind of reality
Maybe my foolishness is past
And maybe now at last
I’ll see how the real thing can be

Dreams are my reality
A wondrous world where I like to be
I dream of holding you all night
And holding you seems right
Perhaps that’s my reality

Met you by surprise
I didn’t realize
That my life would change for ever
Tell me that it’s true
Feelings that are new
I feel something special about you

Dreams are my reality
A wondrous world where I like to be
Illusions are a common thing

© 1980 Vladimir Cosma

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Tratto da DEDICHE & RICHIESTE

© 2024 Michele Camillo

L’ultima fila

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 4 – L’ultima fila

La vecchia scuola elementare “De Amicis”, insieme alla chiesa, alla canonica, all’asilo delle suore, al municipio e alla trattoria “Alla Pergola”, costituiva l’anima pulsante del mio paese. I vecchi raccontano che, oltre a questi edifici e a qualche dimora padronale, non c’era altro: tutt’intorno si stendeva solo un’immensa e piatta distesa di campi. Questa vastità, così sconfinata, permetteva di scorgere il viale alberato che conduceva alla chiesa da chilometri di distanza, come un nastro verde che si dipanava nell’orizzonte, unendo terra e cielo in un abbraccio senza tempo.

L’edificio era imponente e austero, circondato da un grande giardino dove, con qualsiasi tempo, centinaia di chiassosi bambini scorrazzavano felici. Progettato con cura, seguendo i canoni di un’architettura d’altri tempi, offriva ampi spazi e solidità. Non fu l’esplosione di una bomba a sconquassarlo, nonostante durante le due guerre qui piovessero come grandine. Fu, piuttosto, un’esplosione demografica a metterlo alla prova, un improvviso aumento di bambini per i quali servivano altrettante aule.

Fu così che una parte terminale del corridoio venne chiusa con una porta, e dentro ci ficcarono ben ventiquattro banchi, disposti in otto file da tre ciascuna. Il primo ottobre del ’72, tutto spaesato e timoroso, indossando per la prima volta, il grembiulino nero, il colletto bianco e il fiocco azzurro, varcai la soglia di quell’aula. Dentro, un silenzio che mi metteva ancora più a disagio: sembrava che tutti fossero lì a squadrarmi. Con lo sguardo abbassato, mi fiondai sugli unici banchi liberi, quelli in ultima fila. In quegli attimi di sconforto, senza alcun compagno di banco, mi sentivo un reietto. Poi, quasi contemporaneamente, sui due banchi vuoti presero posto Armando Zago, un ragazzino cicciottello dai capelli rossi, e Adriano Boer, mingherlino e già con gli occhiali, meglio conosciuto come “el fio dea bidea”.

Il ricordo più bello di quel giorno fu la visione della maestra, la dolcissima Laura Pasquon. Entrò in classe accompagnata dal direttore, il quale ci disse che anche per lei era il primo giorno di scuola. Io, lì per lì, non capii, perché fui immediatamente folgorato dai suoi occhi azzurri e dai lunghi capelli biondi; credo non arrivasse ai vent’anni. Avrei voluto prenderla per mano e portarmela subito a casa per sostituire la vecchia Bepina come mamma. Col senno di poi, dopo tante riflessioni, devo dire che lei è stata la prima donna di cui mi sono innamorato.

Inutile dire che quei due continuano a essere ancora miei compagni di banco, anzi, di bancone del bar; dopo più di quarant’anni, sono ancora qui, sempre pronti ad aiutarmi e a suggerirmi quale tipo di birra bere.

Se nel frattempo non vi siete annoiati (e vi capisco se lo avete fatto), comincerei a parlarvi di Armando e suo fratello.

Dovete sapere che, qui in campagna, abbiamo una lunga tradizione di affibbiare soprannomi. Un’abitudine nata forse a causa dei troppi cognomi uguali. I fratelli Armando e Giorgio Zago non fanno eccezione. Il loro soprannome, “i Bitol”, viene dalla loro sfrenata passione per la musica degli anni ’60, in particolare per i Beatles. Nello slang locale, Beatles diventa Bitol, con una pronuncia tutta nostra.

Il vero problema, però, è che i nostri Bitol non si limitavano ad ascoltare la musica: la suonavano anche! Armando era alla chitarra e Giorgio al basso. Con altri tre sfigati suonatori della domenica formavano un gruppo di cui, dalla disperazione, ho rimosso il nome. Sorvoliamo sul loro curriculum artistico: le loro tournée coprivano al massimo un raggio di cinque chilometri dal paese. Hanno calcato il palco di ben sei edizioni della sagra parrocchiale e tre della concorrente Festa dell’Unità.

Nel 1978, don Guerino gli affidò l’appalto per l’animazione della messa delle dieci. La gente del posto ribattezzò subito l’evento “ea messa bit” (per chi frequenta Oxford, si traduce “la messa beat”). Purtroppo, la loro avventura durò poco: un comitato inquisitorio composto da un gruppo di vecchie vedove bigotte e generose con la questua, riuscì a farli mettere al bando.

Indimenticabili erano i loro sound-check: duravano quattro volte tanto le esibizioni. I fischi che uscivano dalle casse acustiche stordivano noi poveri amici presenti alle prove fino al giorno dopo.

Bitol riescono maldestramente a sopravvivere facendo i meccanici, gestiscono una specie di officina sperduta in mezzo al nulla, ricavata da una vecchia stalla, chiamata la “Testarossa”. Il nome ha un doppio significato: non solo richiama la leggendaria Ferrari, ma anche i loro capelli rossi fiammanti. 

Qui dalle nostre parti, terra di capannoni abusivi e coltivazioni OGM, si è arricchita, più o meno legalmente, una sfilza enorme di generazioni; gente che non temeva Dio ma, la Guardia di Finanza sicuramente sì. Per la stirpe degli Zago, soprannominati i Semensa, niente da fare. Per secoli, hanno cercato invano di uscire da una condizione di arretratezza economica e sociale senza risultati. Non vi starò a citare tutte le loro innumerevoli imprese fallimentari nel tentativo di “far schei”; per ragioni di spazio ma, soprattutto per compassione verso i loro antenati; pensate solo che, quando furono inventati gli ascensori sociali, sul loro c’era sempre un cartello con scritto “Guasto”.

La loro “azienda” rispecchiava perfettamente tutto questo, una continua lotta contro la sfortuna e la mancanza di risorse. Guardando quell’officina, appariva chiaro a chiunque che i due stentavano a campare. 

Lo spazio esterno è un mix tra l’interessante e il desolante. In bella vista c’è una Fiat 127, prima serie del ’76, verde pisello e un furgone Fiat 238 del ’74, ex “mezzo aziendale” dei Bitol, nostalgici dei bei tempi andati. Entrambi i veicoli sono diventati magazzini su ruote, pieni di vecchi pezzi d’auto ammassati alla rinfusa. Seguendo la filosofia contadina per cui “del porseo no’ se butta via niente” i Bitol conservano tutto, convinti che un giorno potrebbe servire.

Attorno ai veicoli, il caos regna sovrano: fusti, marmitte, portiere sparsi ovunque, spesso nascosti sotto un manto di erbacce che la giungla amazzonica, a confronto, ti sembra un giardino inglese. Mi vergogno a dirlo, ma finisco per gettare nella spazzatura i prodotti dell’orto che mi offrono con insistenza. Prendiamo l’acqua piovana per esempio: la raccolgono in fusti che chissà cosa contenevano prima.

Ah, e non dimentichiamoci dell’antifurto. Dopo la chiusura, attivano il sistema di sicurezza: Dik, un cane lupo con un pedigree incerto e un aspetto ancor più incerto, legato alla classica catena che scorre su un filo di ferro. Dik è un po’ come mio cognato Gino: sempre di cattivo umore, ringhia a chiunque e mangia tutto quello che trova, polpacci degli amici inclusi.

L’unico lato positivo è che l’officina funge anche da sala prove per i fantastici Bitol & soci. Situata in mezzo ai campi, le loro dolci note non disturbano nessuno. Forse solo porsei e gaine, ma a loro non importa.

Che dire poi del Sega? Lo chiamavamo così per due motivi: il suo aspetto fisico, magrolino e di bassa statura, e la sua abilità nel costruire di tutto, specialmente con il legno. A lui, come potete immaginare, quel nomignolo non è mai piaciuto. Sinistro come un gioco di parole che lo faceva sembrare uno che se lo mena tutto il giorno.

Di noi tre, è l’unico ad avere dei genitori di stampo moderno e non dei trogloditi campagnoli come quelli miei e del Bitol. Il papà Sergio faceva il custode alla SICE, una grossa fabbrica di mobili, dove ora lavora il Sega come responsabile della manutenzione macchinari. Fu lui a regalargli, quand’era piccolo, la scatola del traforo che scatenò la sua abilità. La mamma Marisa era bidella nella scuola elementare nonché ottima cuoca. Io e il Bitol continuiamo a darle scherzosamente la colpa di averci fatto crescere la pancia a forza di inviti a cena e pranzo.

Con una famiglia così, non sorprende che il Sega abbia sviluppato la sua passione e competenza nella lavorazione del legno e affini. La sua cameretta era un laboratorio in miniatura, pieno di utensili e materiali, dove passava ore a costruire modellini e oggetti vari. 

Mio padre, non aveva una grande opinione dei genitori di Sega, li definiva spregiatamente dei “basabanchi democristiani” a causa della loro assidua frequentazione della chiesa. Non c’era da stupirsi lui, in genere, non aveva una grande opinione di nessuno, me compreso.

Sior Sergio, quarant’anni fa, era uno dei pochi in paese a possedere un’auto. Grazie a lui, abbiamo cominciato a scoprire un po’ di mondo, quello che si stendeva appena oltre i confini del nostro piccolo borgo. Ci portava in giro con la sua mitica 600 azzurrina, una scintilla di libertà che illuminava le nostre domeniche, altrimenti piatte e senza colore.

Anche Sega ha, come dico io, la musica nel cuore. All’età di sette anni ricevette in regalo dai suoi genitori un mangiadischi, che ancora oggi mi confida essere uno dei più bei regali ricevuti. Immediatamente condivise quella meraviglia con noi: il miracoloso strumento che faceva uscire suoni ingoiando un piccolo disco di vinile ebbe il potere di colorare tante giornate grigie, di metterci di buon umore quando eravamo giù di corda ma, soprattutto, di farci sognare. Lo portavamo con noi dappertutto e, all’ombra del figher accanto casa mia, iniziammo ad ascoltare le prime canzoni “da grandi”, ovvero i 45 giri che Sega si faceva prestare da sua cugina Franca. Così, in quell’angolo sperduto di campagna del basso Piave, risuonavano le note dei più famosi artisti in voga al momento. Quei momenti magici erano spesso interrotti bruscamente da un imbestialito Joani Nosea che, urlandoci contro, ci cacciava via in quanto gli davamo fastidio.

Sega si appassionò a tutto ciò che riproduceva un suono e, in seguito, iniziò a costruirsi personalmente casse acustiche e amplificatori per ottenere sempre più la perfezione nell’ascolto. La sua stanza, già un laboratorio di lavorazione del legno, divenne anche un tempio della musica. Ogni volta che entravamo lì, ci sembrava di entrare in un mondo nuovo, fatto di suoni cristallini e melodie affascinanti. Sega non si accontentava mai, sempre alla ricerca del suono perfetto, sperimentando e migliorando ogni dettaglio. Unico difetto è il suo fatalismo cronico, ogni volta che incappiamo nella malasorte è sempre pronto a dire “eo savevo mi”.

Un mistero rimane ancora il motivo per cui non abbia proseguito gli studi nonostante gli ottimi risultati alle superiori e l’incoraggiamento dei genitori.

Quello che sembra accumunarci davvero è una gran voglia di emergere e di riscatto. Nonostante gli anni siano passati, noi tre continuiamo a star seduti nell’ultima fila della vita, proprio come ai tempi della scuola. Ma forse, proprio come ai tempi della scuola, è in quest’ultima fila che troviamo la nostra vera forza, la nostra amicizia e il nostro spirito indomabile. E mentre ci sediamo al bancone del bar, scherziamo e sogniamo insieme, ci rendiamo conto che, nonostante tutto, abbiamo già vinto la nostra battaglia più importante: quella di rimanere uniti, sempre pronti a sostenerci l’un l’altro, qualsiasi cosa accada e, quel 18 giugno 2009, qualcosa stava per accadere.

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I Mul

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 3 – I Mul

Ero un groviglio di emozioni contrastanti: eccitazione sfrenata e ansia paralizzante. D’altronde, ciò che mi era successo era talmente sconvolgente per uno come me che, fino a poche ore prima, conduceva una vita piatta come una pizza margherita senza mozzarella. E così, con il cuore che mi batteva come un tamburo in un concerto rock e le mani sudate come un gelato al sole, decisi di uscire. Dovevo adempiere all’ultimo punto della riunione, una fatica erculea – almeno per uno che fino a ieri sera si emozionava solo per un nuovo episodio della sua serie TV preferita.

Il rito del cappuccino con brioche è molto più di una semplice sosta in pasticceria. È una delle mie comfort zone. Oltre a mettermi di buon umore, questo rituale mi aiuta a compensare le frustrazioni. È una forma di autogratificazione e ricompensa che mi aiuta a gestire le emozioni negative; insomma, una vera e propria seduta di psicoterapia quasi low cost.

Dalla tensione, avevo le gambe così rigide che sembravo un ultranovantenne dimenticato in lungodegenza. Ogni passo era una sfida epica: il piede destro si muoveva a scatti, il sinistro sembrava incollato al pavimento. Ho iniziato a scendere le scale con la grazia di un elefante in un negozio di porcellane, aggrappandomi al corrimano come se fosse la mia unica speranza di salvezza. Ogni gradino era una piccola vittoria, anche se a un certo punto ho pensato seriamente di chiamare i pompieri per farmi calare con una corda. Quando finalmente sono arrivato in strada, sembrava che avessi completato una maratona – peccato che il pubblico fosse composto solo da un paio di piccioni per niente impressionati.

Le ragazze che gestiscono il locale di cui sono frequentatore abituale ormai mi conoscono bene, e io ho imparato a conoscere loro altrettanto bene. Chissà se si sono mai accorte degli innumerevoli sguardi lanciati dietro il bancone che qui in volgo chiamiamo scanociae; mi chiedo continuamente che impressione si siano fatte di me. Sono due ragazze veramente carine, dentro e fuori, e non vorrei che mi vedessero unicamente come un bavoso sfigato segaiolo che non riesce a rimediare uno straccio di donna.

Nella pasticceria che ormai chiamo “dae bee fie”, ho lasciato così tanti stipendi che potrei avere una targa commemorativa sulla parete. Ogni cappuccio & brioche era un investimento nella mia felicità – o almeno, così mi piaceva pensare mentre svuotavo il portafoglio con l’entusiasmo di un giocatore d’azzardo. Ecco perché quando parlo della mia psicoterapia come “quasi low cost” lo faccio con un sorriso sornione. Dopotutto, mi sa che un’ora di chiacchiere sul divano del terapista mi verrebbe a costare come una settimana di colazioni “dae bee fie”. Vuoi mettere la differenza? Specie se sotto il camice indossano la minigonna. D’altronde, che ci volete fare, come si dice da noi, “se no’ go el tocio, almanco che me gusto l’ocio”.

Alessia era piuttosto sorpresa nel vedermi arrivare lì alle sei del pomeriggio e, per di più, ordinare il solito: cappuccino con poca schiuma e brioche. “Allora, avete deciso dove andare in ferie?” La moretta mi fece scattare un campanello d’allarme. Accidenti, ero andato completamente nel pallone, dimenticandomi che alle 19:30 dovevo trovarmi con Armando “el Bitol” e Adriano “el Sega” per la nostra annuale riunione di programmazione delle ferie.

Tornai velocemente a casa, per fortuna avevo già pronti tutti gli incartamenti necessari, ovvero un pacco di stampate ricavate da ricerche sul Web che, ovviamente sarebbero come sempre state sprecate. Buttai l’occhio sul libro e la bandana e, presi anche quelli; a remengo le decisioni appena deliberate in riunione, l’affare era troppo grosso, era meglio vuotare il sacco e sfogarmi subito con gli altri due compari.

Erano anni che, già dopo Pasqua, noi tre Mul, così si chiamano da queste parti i single irreversibili, iniziavamo la nostra epica battaglia su dove trascorrere le mitiche ferie di agosto. Sul tavolo delle proposte c’era di tutto: il Bitol, amante delle note e delle arti, puntualmente suggeriva mete musical-culturali; il Sega, sognatore solitario, proponeva posti sperduti in capo al mondo; mentre io, il pragmatico del gruppo, cercavo di rimanere con i piedi per terra proponendo qualcosa di rilassante e, soprattutto, proficuo per la nostra condizione di scapoli incalliti, tipo un villaggio turistico pieno zeppo di “materiale” interessante.

Si discuteva, ci si accapigliava, ci si sfiniva, ma alla fine il risultato era sempre lo stesso: il costo delle vacanze risultava un salasso per le nostre povere tasche. E così, ogni anno, dopo tanto sognare, ci ritrovavamo a fare i conti con la dura realtà del nostro portafoglio.

In realtà, anche se ci seccava ammetterlo, eravamo ben consapevoli che lo scopo fondamentale del viaggio non era la conoscenza, ma la ricerca. E che cosa stavamo cercando con tanta disperazione? Ma sì, proprio quella cosa lì, quella che alla fine fa girare il mondo: il sacro graal delle vacanze da sfigati.

Perciò, se volevamo portare a casa un qualche risultato decente, dovevamo fare affidamento su quello che il mercato locale poteva offrire. E non eravamo certo dei gran viaggiatori: fondamentalmente eravamo paurosi ed eternamente insicuri. Pensare di fare un viaggio più lungo di duecento chilometri ci faceva venire l’ansia come se dovessimo attraversare l’Oceano Atlantico a nuoto. Per non parlare dei miei sensi di colpa causati dalla situazione familiare, che mi facevano sentire come se stessi abbandonando una nave che affondava.

Alla fine, dopo tanto parlare e discutere, la meta era sempre la stessa: appartamento in affitto, che noi chiamavamo con un po’ di orgoglio “base operativa”, alternativamente a Lignano o Bibione. Se ancora oggi ci troviamo nella stessa condizione di Mul, è facile concludere che i quindici anni di questo collaudato cliché non hanno portato a nessun significativo risultato. In pratica, abbiamo solo contribuito alla crescita demografica delle zanzare locali, meglio note come mussati.

Eravamo talmente introversi da non avere nemmeno il coraggio di usare, quando parlavamo di ragazze, quei volgari termini canonici, ormai da secoli coniati dal maschio cacciatore. El me paron, il ragionier Emilio Franzin, mi ha insegnato un sacco di cose fondamentali per l’esistenza tra cui, come farsi fare un perfetto cappuccino con poca schiuma e a chiamare un pezzo di gnocca, montareo. Il termine montareo, plurale montarei, divenne per noi la parola in codice per definire l’oggetto del nostro desiderio, calzava a pennello in quanto era un nome maschile e nessuno avrebbe mai immaginato a cosa ci riferissimo.

Parlare di vacanze era comunque piacevole. Un saggio ha detto che la felicità non sta nel raggiungere la meta, ma nel viaggio per arrivarci. Noi, però, non facevamo nemmeno il viaggio, eppure andava bene lo stesso. La vera gioia risiedeva nei momenti di condivisione, nei racconti e nei sogni che costruivamo insieme, immaginando luoghi esotici e avventure lontane. Era la possibilità di evadere dalla quotidianità attraverso le parole, di vivere esperienze fantastiche solo con la mente. Così, anche senza partire, trovavamo un modo per essere felici.

A proposito di viaggi, ora non resta che portarvi alla scoperta del piccolissimo mondo in cui vivo e dal quale, finora, non mi sono mai allontanato più di tanto.

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La riunione

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 2 – La riunione

Mezzo secondo dopo la “e” di Kate, mi precipitai in bagno; dall’agitazione, uscii con i pantaloni ancora mezzi abbassati e senza aver tirato lo sciacquone. Irina, testimone ufficiale dell’evento, se ne stava appoggiata al mobiletto del corridoio; da persona molto saggia e perspicace, come può esserlo una con una storia complicata alle spalle, dava l’aria di aver già capito tutto.

Mamma irruppe brutalmente tutta agitata, tanto da rischiare di ribaltarsi dalla carrozzina. Sospettosa fino allo stremo, non sopportava sentir parlare le persone tra loro senza che fosse coinvolta, aveva la fissazione che tutti stessero complottando contro di lei. Irina corse con le gocce di Valeriana che poco prima aveva dato a me; mentre io, con il malloppo in mano, optai per la ritirata, salutai frettolosamente e mi diedi a una sana fuga da quella gabbia di matti che, ormai da qualche anno, era diventata ea casa nova

La prima cosa da fare era convocare subito una riunione urgente, alla quale, come è facile dedurre, ero l’unico partecipante.

E’dai primordi della mia esistenza che dimoro in una sconfinata solitudine, naturale effetto collaterale per un introverso costretto a vivere in mezzo ai campi con un padre autoritario, una madre assente e una sorella troppo grande. Era in quel contesto che, per trovare un modo di affrontare la vita e consolarmi dalle punizioni che ricevevo, iniziai a indire riunioni con me stesso. Questi incontri solitari erano il mio modo di sfuggire alla realtà opprimente e rifugiarmi in un mondo dove potevo parlare apertamente, senza paura di essere giudicato o punito. In quei momenti, discutevo con me stesso delle ingiustizie che subivo, delle emozioni che mi travolgevano, e delle strategie che avrei potuto adottare per affrontare le avversità e le decisioni che dovevo prendere.

Ancora oggi, dopo più di quaranta anni, la mia agenda continua a essere piena di riunioni che, richiedono la presenza obbligatoria di quell’unico partecipante. Molto spesso, si trattava di meeting lunghi, estenuanti e ripetitivi; in quei giorni, ad esempio, ne stavo facendo parecchi per decidermi sull’acquisto di una nuova automobile. La mia sala riunioni preferita è il bagno; seduto sul water ho preso le più importanti decisioni strategiche della mia vita. In quei giorni, il mobiletto a fianco del bidè era stracarico di preventivi, depliant e riviste specializzate per le quali, finora, avevo speso una tale cifra che avrei tranquillamente potuto, nel frattempo, comprarmi già le gomme e mezza carrozzeria.

Presi delicatamente i reperti e mi infiali nella scassatissima auto aziendale per frecciare a tutto gas in direzione della mia tana, ovvero il miniappartamento, ai margini della cittadina di provincia, dove abito ormai da sei anni.  Acquistato con i sudati risparmi più l’inevitabile mutuo, per mia sorella Teresa e mio cognato Gino era invece frutto di soldi abilmente sottratti per anni ai miei genitori, nonché una mossa strategica, pianificata a tavolino, per sottrarmi ai doveri verso mia madre; mentre loro, rimasti ad abitare al piano superiore della casa nova, si sono dovuti accollare l’onere di farle assistenza nonché, tutte le altre faccende tipiche di una abitazione rurale.

Ogni volta che percorrevo la strada dalla casa nova al mio appartamento e viceversa, sentivo un continuo affiorare di sensi di colpa che mia sorella e mio cognato mi avevano instillato. Ma questa volta era diverso. L’eccitazione era alle stelle. Sul sedile accanto a me, c’era un mistero che prometteva di cambiare per sempre, e in meglio, la mia vita. Finora l’unica cosa eccitante, appoggiata su quel sedile di cui avevo ricordo, era la Micol, impiegata tuttofare, della Emme Zeta Profilati, uno dei miei clienti storici. Le avevo dato un passaggio dal meccanico per ritirare l’auto, la minigonna di jeans che indossava quel giorno, alimentò certe mie fantasie per alcuni mesi.

Una volta in casa predisposi tutto per garantire il massimo confort e favorire la concentrazione; misi il condizionatore a manetta, accesi l’impianto stereo per diffondere dell’ottima musica New Age e il PC per iniziare le ricerche sul Web. Telefonai al Franzin, ovvero el paron, per dirgli che, a causa di problemi con mia madre e, secondo i miei sospetti, forse lo erano davvero, ci saremo rivisti l’indomani. Il mio lavoro di tecnico installatore e riparatore di registratori di cassa, fotocopiatrici, distruggi documenti, calcolatrici, scaffali e tutto quello che commerciava il Franzin, poteva aspettare.

Terminai velocemente i preparativi in quanto, a causa dell’agitazione, dovetti di nuovo correre in bagno per cui, la riunione, iniziò anche questa volta, tanto per cambiare, seduto sul water.

Sistemai il materiale sul mobiletto, gettando brutalmente a terra decine di riviste di auto, cominciai a sfogliare nervosamente il libro in cerca di altri indizi, una annotazione una sottolineatura niente, solo quella frase scritta alla fine. Notai la calligrafia, molto bella e chiara, mi feci scorrere velocemente le pagine a mo’ di ventaglio sotto il naso per sentire ancora quel tipico odore vintage.

Il Web ormai è uno strumento indispensabile per risolvere i misteri più intricati; in televisione, l’avevo visto fare un sacco di volte dai più famosi investigatori, intendo quelli delle fiction poliziesche. L’unico elemento finora disponibile era il titolo del libro, con trepidazione digitai “Jack Kerouac on the road” nella casella di ricerca e poi, click. Chiusi gli occhi in attesa dei risultati; cominciai a sudare, conscio che da quel preciso momento, cominciava un’avventura; aspettavo i risultati come se si trattasse di un esame clinico di vitale importanza.

L’attesa era insopportabile, ogni secondo sembrava dilatarsi all’infinito. Quando finalmente decisi di aprire gli occhi, lo schermo si illuminava di innumerevoli link, articoli, recensioni e discussioni su forum. “On the Road” non era solo un libro, era un fenomeno culturale che aveva ispirato generazioni di lettori, artisti e sognatori.

I primi risultati erano schede informative che riassumevano la trama: un viaggio attraverso l’America degli anni ’50, un’odissea di scoperta personale, amicizia e libertà. Più scorrevo la pagina, più sentivo crescere una strana sensazione di connessione con quel mondo, fino a quel momento per me nuovo, descritto da Kerouac; la beat generation e gli hippies 

Schizzavo nervosamente da una pagina web all’altra senza mai soffermarmi a leggerne con calma i contenuti, in mezz’ora sarò corso in bagno almeno tre volte, avevo i piedi freddi come a gennaio; continuavo inoltre, ad alzarmi dalla scrivania e andare avanti e indietro continuamente come un criceto in gabbia. Non mi ero reso conto che, nel frattempo, erano passate quasi due ore, stavo ancora in mutande, avevo inghiottito un intero pacco di frollini al cioccolato, un kilo di Giambonetti, nonché esaurite tutte le riserve di the freddo e chinotto.

Di sicuro, la misteriosa Kate aveva qualcosa a che fare con gli hippies ma, c’era una domanda, alla quale, nel Web non avrei mai trovato risposta; era questo che, in realtà, mi faceva agitare. 

Dovevo cercare di calmarmi; mi distesi a letto, feci alcuni profondi respiri, dicono sempre di fare così; per cercare di ragionare con lucidità. C’era poco da girarci attorno; quel dubbio, il dubbio dei dubbi, mi aveva assalito sin dal primo istante successivo alla lettura della frase. 

Ero suo figlio?

La mia mente era un turbine di pensieri, come un tornado che travolge tutto ciò che incontra. Quella possibilità mi scuoteva profondamente. Il dubbio si era insinuato in me come un serpente velenoso, paralizzandomi con il suo morso. Chi era davvero Kate? E come poteva essere collegata a me in modo così intimo e sconvolgente?

A dar man forte alla questione c’era la cortina fumogena che copriva i primi istanti della mia vita, a cominciare dal fatto che, a differenza della maggior parte dei miei coetanei, venuti al mondo in ospedale, io, sono nato in casa e, senza troppa gente attorno. La casa colonica di noi Furlan, detti nosea per il noceto secolare piantato dai miei avi dietro il casolare, si trovava, a quei tempi in una posizione parecchio isolata rispetto al paese. Siamo sempre stati isolati geograficamente ma, ancora di più socialmente, a causa soprattutto del carattere burbero di mio padre, pur avendo entrambi i miei genitori famiglie numerose, ricevevamo visite di rado. Tra l’altro mia sorella non era presente quando nacqui; stava trascorrendo un periodo di cura in colonia agli Alberoni, una testimone in meno. Altro tassello importante, l’età di mia madre, nel ’66 aveva quarantatré anni; a quei tempi, non era certo usuale partorire a quell’età.

Riaffiorò poi quel pensiero sopito, nascosto nei meandri più profondi della mia mente: la strana convinzione di non sentirmi veramente figlio di Ioani e Bepina e la vergogna che, da sempre, provavo nei loro confronti, considerandoli troppo vecchi.

Le parole di Kate risvegliarono in me molti ricordi, soprattutto riguardo alla misteriosa attrazione per la musica. La musica era la mia compagna di vita; mi accompagnava in ogni momento, diventando un sostegno prezioso nelle difficoltà e un conforto nei momenti di tristezza. Era il legame che mi univa a Kate.

Cercavo di immaginarla fisicamente. La raffiguravo come una giovane e bella ragazza dai lunghi capelli biondi, con una fascia rossa sulla fronte come una vera hippy. La immaginavo seduta, a gambe incrociate sul prato accanto a casa, all’ombra del Morer, in quel momento speciale dell’agosto del ’66 in cui la campagna assolata sembrava prendersi una pausa. Il vento, il canto delle cicale, il suono della chitarra e la sua dolce voce erano gli unici suoni che si percepivano quel pomeriggio. Le immagini si intrecciavano con i pensieri su Kate, rendendola sempre più viva nella mia mente; era lei la persona speciale che, da sempre, attendevo.

Le emozioni mi stavano travolgendo, forse era il momento di prendermi una pausa e uscire per raccogliere i pensieri, non prima di aver deliberato quanto segue: 

  1. Massima riservatezza a cominciare da mia sorella e mio cognato, per finire con i fedelissimi Armando e Adriano;
  2. Necessità di un accurato interrogatorio all’unico testimone vivente, ovvero zia Teresina; 
  3. Comprare l’edizione italiana del libro al fine di capirci qualcosa su ‘sta Beat Generation e gli hippies;
  4. Spararmi una dose di cappuccino con poca schiuma.

Continua …..

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Vento dall’est

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 1 – Vento dall’est

Giovedì 18 giugno 2009

La vita appartiene a coloro che vivono, e coloro che vivono devono essere preparati per i cambiamenti. Johann Wolfgang von Goethe

Ci mancava anche quella frase di merda sul muro di quella hall di merda di quell’azienda di merda. Non mi avevano nemmeno liquidato con il classico “le faremo sapere”; macché, sono andati giù diretti, “lei non soddisfa i requisiti di selezione inerenti al profilo professionale ricercato” o qualcosa del genere, stronzi di merda, affanculo. 

Fallito l’ennesimo tentativo di cambiare lavoro, fallito di conseguenza l’ennesimo tentativo di cambiare la mia piatta e monotona vita; piatta e monotona come i campi che mi circondavano. Le mie palle stavano tracciando per terra due lunghi solchi profondi e perfettamente paralleli simili a quelli del troso che porta alla casa nova. Trentadue gradi e l’umidità che sarà stata al 99%. Porco di un mondo, eravamo appena all’inizio dell’estate e quel cancaro de sofego, oltre alla rabbia, mi stava rendendo ancora più pesante l’obbligo istituzionale di recarmi da mia madre per la consueta visita infrasettimanale. 

La foschia contribuiva a rendere tutto incolore; sfido chiunque, non sia nato da queste parti, di riuscire a distinguere una casa nova da un’altra; sono tutte uguali, spesso costruite accanto alla casa vecia, ovvero la vecchia casa colonica che, nonostante sia pericolante, continua a essere usata come deposito. Le case nove sono casette di due piani, misurano massimo quindici metri per quindici metri e soprattutto non sono quasi mai dipinte ma lasciate in grigio intonaco, un vero esempio di globalizzazione edilizia.

Ogni giovedì, la pausa pranzo era dedicata a mia madre Giuseppina, detta Bepina ea vedova. Ottantatre anni portati malissimo, ea Bepina, da circa due anni non era più autosufficiente; artrosi, diabete, depressione e demenza senile l’avevano ridotta ormai a trascorrere i suoi giorni in carrozzina e a fare discorsi incomprensibili ad alta voce. In realtà, con la testa non è mai stata del tutto in bolla ovvero, come diciamo noi, “ghe mancava un boio”; mio padre, per primo l’ha sempre considerata ‘na insemenia; tra parentesi, mi chiedo perché l’abbia sposata.

Bepina, guadagnò il titolo di Bepina ea vedova l’11 novembre 1977, quando morì mio padre Giovanni alias Ioani Nosea. Inspiegabilmente mia madre, ancora prima di rimanere vedova, vestiva sempre di nero e, sempre inspiegabilmente, ogni sacrosanto giorno andava in cimitero per cui, non dovette cambiare abitudini e nemmeno outfit.

Le abitudini, purtroppo, le dovetti cambiare io. Ogni domenica pomeriggio, per non so quanti anni, invece di fare cose più consone a un ragazzino, fui costretto a trascorrere interi pomeriggi in cimitero, a braccetto della Bepina. Passavamo in rassegna i vari pori, ovvero i parenti e conoscenti defunti. Vi risparmio l’elenco completo ma, si partiva dalla pora Olga, mia nonna morta nel 1951, per finire sempre a un certo Rino morto nel 1966.

Quel giovedì non mangiai quasi niente; fiaccato dal sofego e, in preda a quella rabbiosa depressione, mi rinchiusi in quella che era stata la mia cameretta; tutto petaisso, mi distesi nel mio ex letto. Non era servito a nulla tenere la tapparella abbassata e la finestra aperta, l’afa, come un gas tossico, sembrava penetrarmi nei polmoni fino a soffocarmi. La sgradevole sensazione era accentuata dal pensiero che, fra mezz’ora sarei dovuto salire sulla rovente auto della ditta, rigorosamente senza climatizzatore, per tornare alla triste routine lavorativa. Non mi restava altro che consolarmi proiettandomi uno dei miei film mentali. Le sceneggiature, in genere, cambiavano di poco, usai una delle più collaudate. La scena si svolgeva in un piccolo albergo di charme in riva al mare, la serata era tersa e ventilata, stavo cenando nel porticato assieme a una bellissima ragazza, arrivata il mio stesso giorno. Mi raccontò di essere lì per ritrovar pace dopo una burrascosa vicenda sentimentale. Ascoltava incantata con il viso appoggiato sui pugni chiusi i miei discorsi filosofici sull’importanza della solitudine, i suoi occhi verdi non smettevano di fissarmi. Ad un tratto prese ad accarezzarmi dolcemente il viso. All’improvviso una voce fuori campo con accento dell’est mi fece ritornare bruscamente al qui e ora.

Era Irina, la badante moldava dea Bepina; che, con il suo tono di voce talmente penetrante che la si potrebbe usare come antifurto, mi disse di aver trovato qualcosa in camera di mia madre. Mi alzai intorpidito asciugandomi con la mano il rivolo di bava che nel frattempo si era riversato sul cuscino.

Avevo autorizzato ea slava, come la chiamava mia sorella, a sistemare i cassetti del vecchio comò di mia madre; era necessario mettere un po’ di ordine ma, soprattutto, buttare via la biancheria che, ormai, vecchia di decenni, puzzava di muffa.

Per mamma Bepina, quel comò è sempre stato sacro e, fino a quando era mentalmente in salute, inavvicinabile. Come tutte le donne di campagna possedeva pochissime cose di sua esclusiva proprietà, tutto quello a lei caro si trovava all’interno di quel metro cubo scarso. Ea Bepina quando si arrabbiava gridava come una forsennata e a questo si limitava; l’unica volta che, al contrario di mio padre, alzò le mani con me, fu quando all’età di sei anni, spinto dalla curiosità, aprii il famoso comò. Quell’evento eccezionale fece in modo che ne stetti alla larga per sempre; pazienza, in fin dei conti era bello pensare che in casa ci fosse un posto così misterioso. Mamma, tipico di molti anziani dotati di badante, era convinta che Irina, ne avesse trafugato il prezioso contenuto; purtroppo, non immaginava, che ormai, qualsiasi cosa avesse avuto un minimo valore commerciale, sia che fosse stata dentro il comò o, in qualsiasi altro posto della casa, era già, da tempo, finita nelle mani di mia sorella e di mio cognato; per cui, non avevo idea di cosa ea slava, avesse potuto trovare di tanto importante; ma, ormai, aveva interrotto la proiezione del mio film sulla scena madre, tanto valeva andare a vedere.  

La vidi intenta a maneggiare un vecchio libretto da messa spiegazzato e una specie di tovagliolo rosso; la faccia era quella di una che sta cercando di capire cos’è la sorpresa trovata nell’uovo di Pasqua. Avvicinandomi, constatai che il presunto libretto da messa, recava sulla copertina la scritta, “On the road” e, il tovagliolo era in realtà una bandana rossa con dei disegni bianchi; dovetti quasi strappargli a forza i due reperti archeologici dalle mani. Quella bandana aveva un’aria familiare, avevo la netta sensazione di averla già vista in un passato remoto. 

Non so se si trattò di una semplice coincidenza, in quel preciso istante, dalla finestra, entrò un fresco venticello de borin

Vento dall’est, qualcosa di strano fra poco accadrà … troppo difficile capire cos’è, ma penso che un ospite arrivi per me …”

Quella di Mary Poppins è una delle mie storie preferite; ho sempre desiderato che, un giorno, una persona speciale, facesse improvvisamente capolino nella mia vita, cambiandone radicalmente il corso. Quel vento dall’est attivò un’emozione tanto indescrivibile quanto forte; era come se, contemporaneamente, venisse esaudito un mio desiderio e, resa giustizia, per quella che finora, era stata una piatta vita di merda senza particolari emozioni. 

Con quello stato d’animo, passai a esaminare quel vecchio libro odorante di muffa. Ero fortemente convinto che l’interno dovesse per forza celare qualcosa. Sfogliai velocemente le pagine piene di macchioline giallognole; il mio intuito non sbagliò; alla fine, dietro la copertina trovai una frase scritta a penna.

Mi presero le palpitazioni e iniziai ad agitare le gambe; a Irina, dovevo essere sembrato sul punto di fare un colpo; me ne stavo, come un ebete, con gli occhi fissi su quelle poche righe scritte in inglese, senza proferir verbo. “Dimmi cosa c’è scritto”, continuava a ripetermi mentre contemporaneamente, tentava di tenermi fermo il braccio. 

Cercavo invano di capire il significato della frase; le parole si mescolavano, riuscivo solo a mettere a fuoco il mio nome e una data, alla cui vista, quasi svenni.

Irina mi fece sdraiare di nuovo sul mio ex letto e mi diede delle gocce di Valeriana che usava anche per la Bepina, era sempre stata contraria a psicofarmaci e porcherie varie.

Irina, o meglio, Ecaterina Cazacu, classe 1936; una laurea in tasca, per quasi trent’anni è stata addetta commerciale in un’industria manufatturiera dell’ex Unione Sovietica; lo scoprii quel giorno quando, dopo un quarto d’ora, tornò con un foglietto in mano, vi era scritta la frase tradotta.

21 agosto 1966

Caro Angelo,

Camminare per l’eternità, senza fermarmi, senza una meta; camminare, per sopravvivere, per dimenticare. 

Non riesco a fare altro; camminare, cantare e suonare la chitarra.

Mi piacerebbe portarti con me, ma devo dirti addio; le nostre anime, comunque, saranno per sempre unite.

Ti lascio questo libro, spero che un giorno leggendolo troverai il coraggio di lasciare tutto e metterti in cammino, magari per cercarmi. Chissà se il destino ci farà incontrare.

Vivi in pace e non avere paura di seguire la musica, ricordati che la musica non ha mai ucciso nessuno.

Buona fortuna mio piccolo

Kate

Io, Angelo Furlan detto fugasseta, il perché ve lo spiegherò in seguito, sono nato il 10 agosto 1966.

Continua …..

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Zumpappà contro Unz-Unz-Unz

Incredibile, siamo quasi a metà giugno e l’estate sembra non arrivare. Chissenefrega, tanto non sarà più una di quelle belle estati di una volta dove regnava sovrano il mitico anticiclone delle Azzorre, quello del colonnello Bernacca per intenderci.

Quelle estati quando bastava tenere in sfesa le finestre dello studio per fare corrente e rinfrescare. Quando con uno stick gusto Cola in bocca mandavo in onda a gogo Umberto Tozzi, Gianni Togni, Alan Sorrenti e compagnia cantante; e quando in sella al CIAO, CALIFFO o, per i poveri in canna come me, in bicicletta; si andava dal vecio Gino Marton a mangiare l’anguria.

Ho il terrore che arrivi quel cancaro de sofego che me fa deventar tutto petaisso e le zanzare tigre che ti pungono h24; maledette, contribuiscono a farmi dubitare dell’esistenza di Dio, non capisco come possa avere a cuore l’umanità e, allo stesso tempo, aver creato esseri simili.

Però, non sopporto nemmeno questa stupida pioggerella fine. Nell’aria aleggia un tanfo di brodaglia misto a qualcosa de marso che, qualcuno, sta bruciando per risparmiare so ea tassa dee scoasse. In queste particolari condizioni climatiche, il cervello mi va in pallone, offuscando tutti i miei orizzonti temporali, in poche parole, no’ vedo ciaro. Mi prende una tristezza tale da sfociare in depressione. Menomale che è venuta l’ora del ritrovo coi fioi giù al bar da Nane Sbérega.

Dal fondo del vialone centrale dei paeassoni, proviene un rombo di motore non identificato, qualcosa di diverso rispetto a quel rutto di Vespa 125 di Erminio Nalon, l’unico che, nonostante i centomila divieti e i blocchi di cemento simili a quelli usati per costruire il muro di Berlino, osi percorrere in moto il vialone pedonale. Qualcun altro lo sta imitando e, credo di sapere chi è. 

Quel gran mona di Paperoga, non ha saputo aspettare che fosse una bella giornata per collaudare la Lambretta dello zio Rino, dopo che, Berto Basato e il suo team di meccanici alcolisti, a suon di bestemmie, sono riusciti a sistemarla in modo che, a malapena, possa essere in grado di fare due chilometri. Eccolo, trionfante e soddisfatto sfrecciare lungo il vialone; el mongoeo, dalla premura si è perfino dimenticato di indossare il casco.

Comunque, veder arrivare quella Lambretta bianca mi ha cambiato la giornata, non posso dire lo stesso per il suo squinternato conducente che, cercando de far el figo, provando a impennarsi, a momenti non si ammazza e, cosa ben più peggiore, ha seriamente rischiato di rovinare il lavoro della Berto Basato & associati, costato alcune decine di spritz consumati da Nane Sbérega.

Non appena si avvicina, gli dico che così non va, deve fare esattamente come lui. “Ah, si, go capio”; il centauro allora si allontana di alcune centinaia di metri per puntare nuovamente in direzione del suo pubblico, ecco, come da protocollo, la sequenza esatta:

  • Brusca frenata in corrispondenza del plateatico di Nane
  • Ciao bei come xea?”
  • Alcuni secondi di pausa senza lasciare il tempo per eventuali risposte
  • “‘nde farveo metar in cueo tutti quaaantiii! 
  • Sgommata e ripartenza a tutto gas

Questo era il tipico saluto di Rino

Invidiavo Paperoga perché Rino era lo zio che avrei sempre voluto avere; che personaggio, c’era l’imbarazzo della scelta su come chiamarlo Rino el matto, Rino recia, Casadei; a me piaceva Linetti, soprannome che deriva dalla nota marca di brillantina che usava spalmare a tonnellate sui capelli o, parrucchino che sia, secondo i più maligni.

Rino Baldan era un uomo di spettacolo, fu tra i primi sostenitori di SolaRadio. Il venerdì pomeriggio dismetteva i panni di fido, o quasi, impiegato statale per trasformarsi nel fisarmonicista e vocalist della premiata orchestra Rosa Sole & i Romantici. I Romantici, oltre al già citato Rino erano Paolo “Paulon” Masiero alla batteria, Tony “Peo” Bassanello alla chitarra, Franco “Stecca” Chinellato al basso e Gino “Ginetto Scoresa” Zanella al sintetizzatore moog e altre troiate elettroniche. Poi c’era lei, la star; Rosa Sole, al secolo Rosanna Michieletto detta ea Vespucci, nel senso della famosa nave scuola della Marina Italiana. Per ovvi motivi di decenza letteraria tralascio la sua materia di insegnamento riservata ai soli uomini.

Scolta beo mettime Al ritmo dell’amore de Castellina Pasi se no ti eo ga va ben anca Simpatia de Casadei, e se no ti ga gnanca questa va ben ben in cueo de to mare“. Era impossibile soddisfare le richieste di Rino, il nostro budget limitato non ci permetteva di comprare chissà che dischi. Pensate che i primi tempi, la maggior parte del nostro archivio musicale era costituito da audiocassette su cui registravamo i dischi presi a noleggio. Capitava che quando qualcuno ci richiedeva una canzone che avevamo solo in cassetta, aspettava ore; in quando, dovevamo trovare il nastro, finito nel frattempo chissà dove, e cercare il punto esatto sul quale era incisa.

Un bel giorno Rino piombò in radio con una valigetta strapiena di 45 giri; “’scolta moro, me so rotto i cojoni, ancuo fasemo come che digo mi; mesi dei tui e mesi dei mii” e si sedette a fianco a me al microfono.

Iniziai io mandando in onda Born to be alive dedicato alla Genny per i suoi diciott’anni; lui ribattè con Ciao Mare dedicato alla Cesarina per i suoi ottanta.

Fu in quel preciso momento che partì la sfida tra Zumpappà e Unz-Unz-Unz e tutte le nostre accese discussioni sui due generi musicali.

Premetto che le donne mi hanno sempre aspettato; aspettato perché ero in ritardo, aspettato perché mi decidessi, aspettato perché cambiassi, aspettato che le degnassi semplicemente di uno sguardo. Purtroppo, tante volte, troppe volte, le ho lasciate aspettare per poi pentirmene amaramente per tutta la vita. Questo perché probabilmente, come diceva mia zia Laura “ti xe un greso”.

Una sera di quelle belle estati di una volta che, il compagno zio Bruno, buonanima, avrebbe definito “quelle estati quando c’era la festa dell’Unità”, Veronica, la più carina dei paeassoni, mi aspettò sul bordo della pista da ballo.

“Ciao, balli?”

Non so se avete mai visto Sliding Doors. Come nel film, è stato quello l’attimo decisionale, lo spartiacque tra due possibili esistenze. Se avessi deluso la sua attesa e risposto no, credo avrei vissuto una vita da infelice e insoddisfatto.

Avevo un complice sul palco, non appena Rino ci vide, fece un cenno a Rosa Sole e questa intonò Fortissimo. Rino me l’aveva già fatta sentire durante una delle nostre trasmissioni, per lui era un capolavoro di poesia. Come sempre non lo presi sul serio, come tante altre sue proposte, le consideravo roba da veci, roba da Rino; insomma, una Zumpappà. Come potrete facilmente immaginare; quel giorno cambiai idea.

Rino mi prese per un attimo in disparte, “Te go visto ti geri duro come un bacaeà. Mona, impara a baear parché, ricordite che baear xè ea vita”.

Quella volta lo presi sul serio e presi per mano Veronica; la riportai a casa sul ferro della bicicletta. Era una di quelle belle estati di una volta, intrisa di leggerezza; il suo profumo si mescolava a quello dell’erba appena tagliata e ne assaporavo la pienezza.

Sono ancora in bicicletta diretto alla residenza Anni d’argento che Rino chiama simpaticamente Anni de merda. Incredibile riesco a essere più veloce di Paperoga che sta pilotando la sua vecchia Lambretta; gli altri fioi sono andati avanti in macchina per portare i “ferri del mestiere”

Cinsia, versi ‘sto canceo che xe rivai i cuattoni dea radio!”. Rino non cambierà mai, oggi sono i suoi novant’anni.

Non appena Paperoga gliel’ha lasciata, si è messo a piangere e l’ha baciata. La sua Lambretta, la sua compagna di una vita. Una donna non l’ha mai avuta; ho scoperto solo dopo anni il suo, chiamiamolo, problema e, la sua sofferenza in anni in cui l’omosessualità era quasi un reato.

Oggi, noialtri fioi dea radio, a memoria dei vecchi tempi, ci siamo portati tutto il necessario per far casino insieme a lui. Abbiamo iniziato mettere i suoi Zumpappà a manetta, lui ci ha subito fermato, “roba da veci rincojonii” e noi allora via di Unz-Unz-Unz a sbregabaeon.

Grande Rino! Ti sarò per sempre grato di avermi fatto emozionare e ballare con le tue canzoni Zumpappà, avermele sapientemente mescolate con le Unz-Unz-Unz per poi trasformarmi radiofonicamente  in un perfetto ZumpaUnz; ma, soprattutto, per avermi insegnato a vivere.

Lasciateci leggere e danzare, due divertimenti che non potranno mai fare del male al mondo. Voltaire

Lodo la danza perché libera l’uomo dalla pesantezza delle cose e lega l’individuo alla comunità. Lodo la danza che richiede tutto, che favorisce salute e chiarezza di spirito, che eleva l’anima. Sant’Agostino

Pianissimo
Te lo dico pianissimo
Il mio piccolo ciao
Sottovoce
Così nessuno capirà
Niente
E tu, solamente tu capirai
Quanto sono innamorata di te

Pianissimo
Devo dirlo pianissimo
Questo piccolo ciao, mi dispiace
Doverti dire solo ciao
Mentre in mezzo alla gente
Vorrei gridare fortissimo
Che ti amo fortissimo
Che ti amo di più
Di ogni cosa
Al mondo, amore
Amo te

© 1966 Lina Wertmüller Bruno Canfora 

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Tratto dal volume SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

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un attimo di attenzione

Portraits of women – II

© 2024 – Photograph by Michele Camillo

Noi maschi sprechiamo tempo a rintronarle di battute memorabili quando l’unica cosa che ci chiedono è di prestare attenzione ai loro pensieri.
Massimo Gramellini

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Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive.
Quelle come me donano l’anima,
perché un’anima da sola è come una goccia d’acqua nel deserto.
Quelle come me tendono la mano ed aiutano a rialzarsi,
pur correndo il rischio di cadere a loro volta.
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro.
Quelle come me cercano un senso all’esistere e, quando lo trovano,
tentano d’insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo.
Quelle come me quando amano, amano per sempre.
e quando smettono d’amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono inermi nelle mani della vita.
Quelle come me inseguono un sogno
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero.
Quelle come me girano il mondo alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell’anima.
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo.
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime.
Quelle come me sono quelle cui tu riesci sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla.
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che, in cambio,
non riceveranno altro che briciole.
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza.
Quelle come me passano inosservate,
ma sono le uniche che ti ameranno davvero.
Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto…

Alda Merini

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Ascolta la donna quando ti guarda, non quando ti parla – Khalil Gibran

Ricordo esattamente l’istante in cui nel mezzo della folla annoiata mi sono accorto del tuo sguardo incantato. In quel momento ho capito cosa deve provare un’anima sperduta quando, tra tanti corpi, riconosce quello in cui sceglie di reincarnarsi. (Giuseppe Tornatore)

“La bellezza di una donna non dipende dai vestiti che indossa né dall’aspetto che possiede o dal modo di pettinarsi. La bellezza di una donna si deve percepire dai suoi occhi, perché quella è la porta del suo cuore, il posto nel quale risiede l’amore.” (Audrey Hepburn)

 

© 2016 – 2024 Michele Camillo Ph.

Volare indietro

M.M. 55018 e M.M. 6933, il primo e l’ultimo; quello di quel maledetto giorno. Strano modo di iniziare una storia; pochissime persone sanno cosa significano queste due sigle, alla maggior parte della gente, non dicono assolutamente niente, non significano nulla; a volte nemmeno a me. Mi chiedo se non siano solo frutto della mia fantasia.

Mi viene spontaneo, alzando gli occhi al cielo, fare un confronto con le scie che osservavo da ragazzo, la fitta ragnatela di strisce bianche, mi dice che ora, si vola più di una volta.  Con lo smartphone, mi diverto a identificare ogni singola scia, per sapere tutto di lei; modello di aereo, origine del volo, destinazione, passeggeri imbarcati, altitudine, velocità e altro; questa applicazione è miracolosa. Se ce l’avessi avuta quella volta, sarebbe stato fantastico ma, mi avrebbe impedito di affinare l’arte di raccontare balle.

La Vale, si beveva tutto quello che le raccontavo; citavo modelli di aerei inesistenti e imprese aviatorie mai avvenute ma, soprattutto, baravo sulla mia vita. Mi ero inventato gran parte del mio passato a cominciare dalla famiglia, mio padre ufficiale di marina e non contadino; mia madre professoressa di lettere e non casalinga; mio fratello all’ultimo anno di medicina e non carrozziere. Infine, mia sorella indossatrice, a quel tempo non si diceva modella; la sorella, invece, non ce l’avevo proprio. Per la Vale e, solo per la Vale, frequentavo un esclusivo collegio militare anziché un banalissimo liceo scientifico. 

Non avevo fatto una gran fatica per attaccar bottone, mi aveva accalappiato lei con la scusa di fare due tiri a tamburello, pensai che doveva essere solamente perché era stufa di giocare con la sorellina.

Per la Vale, la moretta con i capelli a caschetto, avevo preso, come diceva zio Bruno, ‘na bruta scopola. Metteva solo costumi rossi; di vario tipo, interi, due pezzi, in due occasioni, me lo ricordo come se fosse ieri, solo uno, ma, tassativamente rossi.

Erano già tre anni che passavo le vacanze al mare a scrocco da zio Bruno e zia Stella, non avevano figli, ed io, mi facevo volentieri adottare con contratto a tempo determinato, per il solo periodo estivo. Con i miei, non si andava in vacanza, la frase di mio padre era sempre la stessa, “ti occupi tu, della casa, dei campi e dell’orto?”. Anche zio Bruno aveva casa, campi e orto, con la differenza che la loro posizione era esattamente a quattro kilometri e trecentocinquanta metri dal mare, misura verificata con precisione dallo zio. Una distanza, tutto sommato accettabile, anche a farla in sella alla Graziella, con la quale, ti ci volevano dieci pedalate per fare un metro.

Quell’anno, detto “l’anno della Vale”, godevo di massima libertà; mi ero offerto di aiutare la Silvana con il noleggio dei pedalò, giusto per racimolare qualche biglietto da mille ed evitare di dare una mano allo zio nei campi, dove, al massimo, rimediavo qualche decina di punture dalle zanzare. Facevo la vita del gatto ovvero, tornavo a casa dagli zii praticamente solo per mangiare e dormire.

Avrei dovuto pensare alle due materie che mi aspettavano a settembre invece, l’unico libro che aprivo era “il pilota moderno”. Facevo il figo con la Vale sciacquandomi la bocca con nozioni sui principali strumenti per la navigazione aerea, lei faceva la faccia stupita, le pareva impossibile che un ragazzo di sedici anni sapesse quasi pilotare un aereo, almeno era quello che mi piaceva pensasse. Mentre parlavo con lei, facevo delle profonde buche sulla sabbia con i piedi; ero nervoso perché, in realtà, invece di parlare solo di aerei, avrei voluto dirle qualcosa di diverso ma, non ne avevo il coraggio. E’ strano, nella vita, ho avuto il coraggio di alzarmi in volo da solo ma, quando si è trattato di guardare direttamente negli occhi una donna che, con lo sguardo infinitamente dolce e pieno di luce, mi chiedeva di entrare nella sua vita, mi è mancato il coraggio e, come se fossi stato dentro il mio aeroplano, ho preferito virare bruscamente.

Al tramonto, dopo che avevo tirato su l’ultimo pedalò e messo i lucchetti mi sedevo sopra lo scivolo ad osservare la linea dell’orizzonte che, via, via sparisce, fondendo cielo e mare in un unico fondale rosato, avevo l’illusione che il mondo finisse qualche centinaio di metri dalla battigia. Anche credere che sarei diventato pilota probabilmente era solo un’illusione, me ne rendevo conto ma, impennarmi con la Graziella, fingendo di pilotare un F104 e raccontare alla Vale un sacco di cose, più o meno vere, sul volo, in quel momento, mi rendeva felice.

Alle illusioni, quando stavo seduto sul seggiolino eiettabile del M.M. 289546 dovevo starci attento, specie quando volavo a bassa quota sul mare, mai guardare fuori, occhio solo agli strumenti per mantenere l’assetto livellato. Se guardi l’orizzonte, anche se hai il sole alle spalle, rischi di precipitare in un’illusione che, ti fa precipitare, senza darti il tempo di tirare il cordino nero e giallo che sta in mezzo alle gambe.

Forse anche quello che sto raccontando è semplicemente un’illusione, nulla è esistito ma, come diceva il buon Mark Twain, “non separarti dalle illusioni. Quando se ne saranno andate, può darsi che tu ci sia ancora, ma avrai cessato di vivere”.

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Non mi ha mai convinto ‘sta pagliacciata, ma lui, maniaco degli anniversari, aveva deciso così; trovarci al mare, di fronte allo stesso mare, dopo quarantacinque anni esatti. In casa, come capitava con certe missioni particolari, non ho detto dove sarei andato. Decido di non fare l’autostrada ma, la vecchia provinciale alberata; nel tratto finale, non ci sono scorciatoie per arrivare al mare, ti becchi sempre e comunque la coda. Poco male, occasione per soffermarmi a guardare la casa degli zii, ora circondata da un intero quartiere di villette a schiera, ormai non si vede quasi più; dovevo comprarla, potevo comprarla, una tra le tante cose che avrei dovuto e potuto fare.

Anche se l’avrò fatto migliaia di volte, ogni volta che arrivo di fronte al mare provo grande stupore e immensa felicità. E’ dentro quell’infinito orizzonte che ho potuto immagazzinare i miei sogni mentre, le onde che si infrangono sulla battigia, mi restituiscono, pian, piano, le illusioni; è guardando le bianche scie nel cielo che mi ricordo chi sono stato o chi dovevo essere. C’è stato un preciso momento, proprio in riva al mare, in cui due vite o meglio, due anime, si sono divise; una ha inseguito un sogno, un progetto mentre l’altra, si è fermata ad aspettare una persona per l’eternità.

Eccolo che arriva, la camicia a fiori rossi di suo fratello due taglie in più e, il costume ereditato dal cugino, una taglia in meno. 

Uno così, inetto alla vita militare, ammesso che avesse passato il concorso, non avrebbe resistito nemmeno un’ora in Accademia Aeronautica, i vecchi lo avrebbero massacrato e preso di mira, sarebbe schiattato al primo giro di corsa; alla fine, come tanti, piangendo, sarebbe tornato a casa da mamma e papà. 

Uno così, che si illude di essere un allievo pilota, solo perché ha letto qualche pagina, o meglio, guardato le figure di quel noioso manuale di volo, se solo avessi potuto, maledizione, me lo sarei portato al campo e caricato sul Texan; sarebbe bastata un’oretta scarsa per fargli capire cosa significa volare sul serio. Probabilmente sarebbe tornato a terra bianco cadavere e, gli unici aerei che avrebbe avuto il coraggio di toccare, sarebbero stati quelli in scatola di montaggio. Avrei voluto sentire cosa avrebbe raccontato alla Vale il giorno dopo.

Uno così, vale la pena lasciarlo illudersi, farlo scendere dal palco su cui recita, sarebbe devastante.

Non capisco come una ragazza così dolce, carina e brillante, poteva dar credito a uno così; c’è un’unica spiegazione, era veramente innamorata di quell’esemplare da circo.

Lui mi guarda strano, lo vedo diventare triste, mi sembra ansioso, deve essere rimasto deluso dal mio aspetto.

“Allora sei diventato pilota?”

“Non te lo dico ma, ti do un consiglio”

“Sarebbe?”

Va dal moro, comprale un braccialetto e offrigli un gelato, prima di imparare a volare devi saper vivere sulla terra

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“Pensavo che diventare pilota, volare alto e lontano, sopra gli altri, sarebbe servito a riscattarmi. Ho scoperto invece, che il vero riscatto non è diventare qualcuno ma, sapersi liberare dalle proprie paure, dai condizionamenti, dai giudizi, dagli inutili pesi e dai falsi vincoli, per, alla fine, volare liberi.”

Anonimo

Ho trovato questa scritta su un vecchio hangar dismesso presso la Værløse Air Base in Danimarca.

A tutte le Vale del mondo che, guardando le bianche scie in cielo, aspettano pazientemente che scendiamo con i piedi per terra.

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Racconto tratto dalla raccolta CAMPARE IN ARIA – © 2024 Michele Camillo

I sessanta de EnsoPenso

Nella vita, si sa, è importante lasciare traccia di sé. Quella che finora ha lasciato il mio amico Enzo Penzo detto anche EnsoPenso, da un punto di vista olfattivo è senza dubbio ben tangibile.

Quando urla “bianca!”, anche se rispondi “tientea!”, la molla lo stesso; per cui, tanto vale dargli soddisfazione e gridare “vegna!”. Le sue performance vengono addirittura classificate con dei nomi, queste le più celebri:

  • Liquigas: emette scoppiettii a intermittenza dà l’impressione che se la stia facendo addosso
  • Marghera: la più puzzolente; prima o poi chiamo l’ufficio d’igiene e gli faccio sequestrare il culo
  • Marghera estate: versione estiva della precedente con aggiunta di tanfo di pesci morti e alghe imputridite
  • Contadina: dall’inconfondibile puzza di letame
  • Timer: la più subdola, quella a scoppio ritardato, senti il tanfo quando ormai se ne è andato

Recentemente si è aggiunta la Pandemica; ha la particolarità di essere contagiosa, se ne molla una, ti metti a scoreggiare pure tu. 

Nel minuscolo studio di SolaRadio, quando mollava qualcuna delle sue bianche si impregnavano anche i vestiti; per cui, spesso si era costretti a tenere aperte le finestre anche in pieno inverno.

Di tutto questo, Ensopenso dava la colpa alla cucina di sua madre, ea siora Marcea. La spiegazione sarebbe stata plausibile se, una volta sposato, avesse smesso con le performance ma, inesorabilmente ha continuato con più vigore e intensità.

C’è poi un’altra cosa, ancora più imbarazzante, per cui viene ricordato. È dal 1976, ovvero da quando uscì il singolo di Donna Summer “Could it be magic” che l’uomo continua a deliziarci con i racconti dei suoi sogni erotici, le cui sceneggiature sono degne dei più famosi maestri del porno. Ciò nonostante, si sia trovato una morosa e se la sia pure sposata.

Ho ragione di credere che si dedichi ancora ad una certa attività, tipico effetto collaterale del maldemona o, per usare termini più tecnici, sexual addiction. Mi chiederete come si fa a provarlo visto che certe cose non fanno né rumore, né tantomeno puzza.

Quando ho fatto la naja, ricordo che il mio istruttore, tale caporal maggiore Ilario Mezzella, aveva un metodo ben preciso. Alla mattina, durante l’inquadramento, oltre a metterci ben in riga, ci faceva tenere i palmi delle mani rivolti verso l’alto; poi, li passava in rassegna. “Pusineri Giandomenico, lei in branda si è fatto una sega, si vergogni!” Il Mez sembrava averla intivata in quanto, il soggetto incriminato, diventava rosso in viso e abbassava lo sguardo. 

A parte il metodo Mezzella, nel quale, francamente, non credo molto; non conosco sistemi efficaci per verificare se uno gioca cinque contro uno. Se non hai l’esplicita confessione dell’interessato, ti devi basare sulla presunzione di reato. Nel caso di Ensopenso, tutto il suo vissuto e i suoi racconti fanno pensare, oltre ogni ragionevole dubbio, che si dedichi ancora alla pratica della mano amica.

Uno degli elementi probatori, è il suo fischiettare Stasera Che Sera dei Matia Bazar, quando, per strada, incontriamo una in curto, così EnsoPenso, definisce la donna con la minigonna. Non ci sarebbe niente di male se il mio amico si riferisse alla versione originale del brano. Quella che invece ha nella testa è la famosa cover ideata da Deni Sgorlon; Stasera Che Sega.

Abbiamo iniziato a fare radio da quando eravamo ragazzini delle medie. Ufficialmente dichiaravamo ai nostri ascoltatori e soprattutto a noi stessi che stavamo dietro a un microfono per una non ben identificata nobile causa. Non avevamo il coraggio di ammettere che SolaRadio era fondamentalmente uno mezzo per soddisfare il nostro bisogno di approvazione e cuccare. EnsoPenso era uno di quelli che aveva le più alte aspettative riguardo quest’ultimo scopo non dichiarato; usava il microfono per butar sardoni a manego

Uno del genere, dopo quaranta e passa anni, te lo immagineresti procreatore seriale; al quale, il giorno del suo funerale, non basterebbe un’epigrafe formato poster per elencare le sue ex compagne e i figli più o meno riconosciuti, sparsi per il mondo. Quello che invece è riuscito a diventare è nulla di più che un tranquillo impiegato comunale, sposato da quasi trent’anni, ai quali ne vanno aggiunti dieci di fidanzamento, con tale Paola Zancanaro; zero figli e, apparentemente, zero ciavae de fora via. D’altronde è lui stesso che si confessa “mejo tegnirseo in man piuttosto che el vaga fora a far qualche malan”; il riferimento è alle molteplici donne lasciate incinta da Riccardo Cazzador.

Lo stronzissimo Riki Cassador, storico denigratore di SolaRadio, è il suo rivale da una vita; ma anche, quello che segretamente avrebbe voluto imitare. L’epigrafe del Cassador non è stata affissa, in quanto, fortunatamente per lui, nonostante sia sulla soglia della sessantina, è ancora vivo e sessualmente operativo. La certezza di quest’ultima informazione, si basa sulla costante e scrupolosa osservazione dei tratti comportamentali, da parte di un team di esperti, capitanati da Denis Sgorlon. In poche parole, è già da parecchi mesi che dal suo SUV a nafta di quarta mano, scende una bionda milfona slava, definizione NaneSbèreghiana per le donne dell’est Europa; questo è sufficiente per affermare con sicurezza che el Cassador continua a darci dentro. 

Il geometra Enzo Penzo, architetto mancato, (non sono mai riuscito a capire se gli mancano tre esami o, ha dato solo tre esami), passa le sue giornate principalmente a esaminare faldoni strapieni di condoni edilizi e collezionare vinili degli anni ’70 e ’80. Il tempo che gli rimane lo condivide tra Paola e me. Non ho idea di cosa parli con Paola; ma, con me, l’argomento principale riguarda ea mona; seguono, in ordine, la paura della malattia e i rimpianti dei bei tempi andati. 

Forse perché siamo dei radiofonici della prima ora, le nostre discussioni prendono quasi sempre spunto da una canzone, l’altro giorno è stata la volta di “mille giorni di te e di me” di Baglioni. Il povero cantautore è finito sotto processo in quanto, secondo lui, era troppo comodo mollare una con cui stai insieme da una vita, semplicemente componendo per lei una canzone. Mah, sai che novità, gli cito “se telefonando”, lui ribatte che si tratta di ben altra cosa, il testo parla chiaro “il nostro amore appena nato è già finito”, in quel caso il benservito è stato dato all’inizio del rapporto, non dopo un tot di anni. Quasi sicuramente, siamo stati i primi a discutere di giurisprudenza canora.

Comunque, per il povero Baglioni non era finita, EnsoPenso lo attacca sul fronte dei concerti, “alla fine spendi quasi cento euro per vedere un omino piccolo che strimpella circondato da una trentina di gnocche e osannato da migliaia di gnocche, per tornare a casa con i timpani fracassati e per giunta depresso per non essere riuscito a portarti a casa nemmeno una di quelle gnocche”; poi, in dialetto, spara la più classica delle sue.

Ogni volta che me volto indrio me par de non aver combinà un casso” e aggiunge “el tempo passa, fra un fià me vantarà ‘na maeattia”, conclude “me tocarà sugarmea senza aver avuo gnanca ‘na sodisfasion; ghesboro!”. Facile immaginare di cosa stia parlando.

Dovrebbe essere assunto nella mia azienda, sarebbe un perfetto coach di performance management. Se gli chiedi, riguardo il lavoro, qual è il suo obiettivo, ti risponde, “rivar al vintisette sensa rotture de cojoni”; praticamente un motivatore nato. 

Con uno così, non è facile ragionare sul futuro.

I saggi, ti dicono che nella vita è indispensabile avere sempre qualcosa in cui credere, se con EnsoPenso la metto sul piano religioso ti dice che è roba per vecchi e sfigati, tutta gente che ha bisogno di credere che, dopo una vita di merda, non sarà tutto finito.

Altri saggi ti dicono che, nella vita è indispensabile avere sempre un’alternativa, un piano B; EnsoPenso ti dice che lui non ha mai avuto nemmeno un piano A.

Altri saggi ancora ti dicono che, nella vita è indispensabile credere in sé stessi; EnsoPenso ti dice che non serve a niente se poi non c’è nessuno che crede in te.

Io che non sono un saggio, una volta gli ho detto che dovrebbe fare a meno di pensare costantemente a quella cosa lì; mi ha risposto di star zitto, visto che non ho mai patito la fame di quella cosa lì.

Non sapendo più a che santo votarmi per tirarlo in qua, anche perché diciamolo, lui ai santi non ci crede; ho pensato di rivolgermi allo spirito di Guglielmo Marconi.

Oggi è il suo sessantesimo compleanno, fortuna che è domenica, altrimenti sarebbe andato a lavorare come se fosse un giorno qualsiasi. Come una domenica qualsiasi tra le 8.00 e le 8.30, varca la soglia della Cesarina, sceglie quell’ora perché, usualmente la pasticceria è frequentata da un gruppetto di cocche che si ritrovano per andare a correre, gli serve per farsi l’occhio e tirarsi su il morale; dopo, rischia di trovare le vecchie che escono da messa e questo lo manda in depressione. Questa mattina, su suggerimento del Marconi, ho fatto in modo di “passare per caso” dalla Cesarina, ho anche fatto finta di dimenticarmi del suo compleanno. Niente cocche, era solo, soletto impegnato a rimuovere due patacche di crema dalla felpa; “prima che ea me copa” mi ha detto riferendosi a Paola. In effetti, conoscendola, per una cosa del genere, è capace di ammazzarlo anche nel giorno del suo compleanno.

In effetti non ha la faccia di uno che oggi compie sessant’anni ma, bensì ottantacinque; ha l’espressione di un vecchio smonato che aspetta di essere messo in casa di riposo.

La buonanima di Guglielmo mi ha suggerito di andare a prenderlo e portarlo, anzi a riportarlo a SolaRadio. L’uomo è ormai dalla fine del secolo scorso che non sta seduto davanti a un microfono e non traffica più con mixer, piatti (per dischi) e altri ammennicoli utili a “fare radio” e, secondo il Marconi, una buona dose di radioterapia lo avrebbe guarito, se non dal maldemona, almeno dal mal di vivere. Calma sul termine, intendeva, farlo tornare alle origini in modo che ritrovi quel radiofonico che è in lui, quello che si scatenava ogni volta che mandava in onda cose tipo Shake Your Booty dei KC & the Sunshine Band o The Final Countdown degli Europe; roba che lo mandava in trance e gli faceva dimenticare persino come si chiamava.

Per cui gli ho regalato un viaggio nel passato e, quando gli ho aperto la porta del minuscolo studio della nostra minuscola radio ed ha visto gli altri ebeti suoi ex compagni di ventura ovvero il Tito, Paperoga e il Nafta, gli è venuto un groppo in gola; i suoi occhi son diventati lucidi, non appena è scoppiato l’applauso e una bottiglia di prosecco, nel senso che quel mona del Paperoga l’ha fatta cadere per terra.

Non è mai stato un ragazzo di molte parole; come se gli anni non fossero passati si è diretto deciso verso quella che era la sua confort zone, ovvero lo stanzino dei dischi. Ne è uscito con un vecchio vinile di Cocciante che, probabilmente, giaceva nella stessa posizione da non so quanti anni. Ho notato la mano tremare dall’emozione quando l’ha messo sull’unico piatto ormai rimasto; poi, il dito sul cursore del mixer, e via, in onda …

Non dico che dividerei una montagna
ma andrei a piedi certamente a Bologna
per un amico in piu’, per un amico in piu’

perche’ mi sento molto ricco e molto meno infelice
e vedo anche quando c’e’ poca luce
con un amico in piu’, con il mio amico in piu’.


non farci caso tutto passa hanno tradito anche me
almeno adesso tu sai bene chi e’
piccolo grande aiuto, discreto amico muto
Il lavoro cosa vuoi che sia mai
un giorno bene un giorno male lo sai
dai retta un poco a me, giochiamo a briscola.
non posso certo diventare imbroglione
ma passerei qualche notte in prigione
per un amico in piu’, per un amico in piu’
perche’ mi tiene ancor piu’ caldo di un pullover di lana
a volte e’ meglio di una bella sottana
un caro amico in piu’, un caro amico in piu’.
e se ti sei innamorato di lei, io rinuncia anche subito sai
forse guadagno qualche cosa di piu’ un nuovo amico, tu….

Perche’ un amico se lo svegli di notte, e’ capitato gia’
esce in pigiama e prende anche lo botte e poi te le rida’….
Capelli grigi si qualcuno ne hai
é meglio avremo un po’ piu’ tempo vedrai
divertendoci come non mai ancora insieme, noi.
non dico che dividerei una montagna per un amico in piu’
ma andrei a piedi certamente a Bologna per un amico in piu’…………..
forse guadagno qualche cosa di piu’
un vero amico.

© 1982 Riccardo Cocciante – Mogol

Non abbiamo il dovere di lasciare traccia ovunque andiamo, però abbiamo il dovere di andare ovunque possiamo lasciare una traccia. Eugenio Chiappa

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Tratto dalla raccolta SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

Let me in

Tempo fa mi sono trovato a passare davanti alla “mia” vecchia discoteca, ormai ridotta a un rudere. Su un buco libero tra le sterpaglie che ricoprivano il muro di cinta campeggiava la frase, “un minuto di silenzio per i ragazzi dell’attuale generazione che non proveranno mai la straordinaria emozione di ballare i lenti”.

Se avessi avuto una bomboletta spray, sarei sceso dalla bici per scrivere “vero!”

Tutt’attorno non c’era anima viva, il che mi ha permesso di soffermarmi con tutta tranquillità, per ottemperare alla richiesta del misterioso writer.

È andata a finire, che, i minuti di silenzio, passati in mezzo a quella isolata stradina di campagna, furono ben oltre i dieci perché, ad un certo punto, da quei finestroni sprangati uscirono le note di Let me in di Mike Francis.

Era la fine del 1985, quando un mio paricorso della base aerea alla quale ero stato assegnato come prima destinazione operativa, mi invitò a passare un pomeriggio in una discoteca della sua cittadina; per convincermi disse che aveva un sacco di amiche carine da presentarmi. Sulle prime, la mia innata diffidenza verso gli altri umani e l’indottrinamento ricevuto in Azione Cattolica mi fecero tentennare dall’accettare; ero convinto che mi avesse invitato solo per rovinare un bravo “fio de cesa”, trascinandolo in un luogo peccaminoso a fare lo zimbello della compagnia. Poi, scattò qualcosa dentro di me, forse un istinto primordiale e una vocina, credo sia stato un diavoletto tipo quello dei fumetti di Jacovitti, mi disse “buttati!”

A proposito di diavoletti e indiavolati, in quelle prime ore di discoteca, il mio corpo si sconnesse dalla mente e fece cose che non avrei mai pensato potesse fare; si stava ribellando al rigore che, fino a quel momento, avevo nell’affrontare la vita; rispondeva solo ai comandi della musica.

Ad un certo punto, le luci si attenuarono e virarono nella tonalità del blu, le casse acustiche cessarono di vibrare all’impazzata e, dopo quasi tre ore di ininterrotto Unz Unz Unz, emisero delle dolci note di pianoforte; era il momento dei lenti. Fuggirono quasi tutti dalla pista, i ragazzi perché non trovavano nessuna ragazza che volesse ballare con loro, le ragazze perché non volevano ballare con il primo che gli capitava, specie se da sotto le ascelle usciva un acre puzzo da sudore; sembravano tutti in preda al panico. Decisi di restare, solo come un pampe in mezzo alla pista mentre quello che poi venni a sapere si chiamava Mike Francis, iniziò a cantare; sentivo che qualcosa sarebbe successo.

Se fu un diavoletto, tipo quello dei fumetti di Jacovitti, a ficcarmi in quella situazione, fu un angelo in carne e ossa, che poi venni a sapere si chiamava Valeria, a tirarmici fuori e avvolgermi tra le sue ali e, ballare con me Let me in.

Il resto non è storia ma un’emozione che tutt’ora porto dentro e che continuerà per sempre, nient’altro.

Per non far torto a nessuno, in ordine di emozione:

Sailing – Christopher Cross

Wind of Change – Scorpion

A Groovy kind of love – Phil Collins

Carrie – Europe

Trough the Barricade – Spandau Ballet

If you leave me now – Chicago

Careless Whisper – George Michael

Honesty – Billy Joel

… e tantissime altre

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Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2024 Michele Camillo