Il mio mondo – fotografie

© 2024 Michele Camillo

“Il mio piccolo mondo – Fotografie”

I – La bella stagione

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Giuseppina

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 20 – Giuseppina

Mercoledì 8 dicembre 2009 

“Giuseppina Milanese, nata a Oderzo il 27 settembre 1926” 

Quando sento qualcuno dire queste parole significa che, probabilmente, sono finita ancora una volta in ospedale o in un posto simile. Ho una grande confusione in testa, mi sembrava ci fosse Angelo qui, o era forse ieri. È brutto essere qui da sola ma, è ciò che mi merito per come mi sono comportata.  

Chissà che giorno è oggi. Fuori piove, e la pioggia mi ha sempre fatto compagnia. C’è qualcosa di magico nel suono delle gocce che danzano sul tetto, un ritmo dolce e familiare. Quando ero distesa a letto, sentire la pioggia battere mi regalava un po’ di tempo in più per sognare. In quei momenti sospesi, la pioggia diventava un manto che mi avvolgeva, proteggendomi dalla realtà e permettendomi di perdermi in mondi lontani. 

I sogni erano l’unico rifugio che avevo nelle lunghe giornate scandite da fatiche senza fine: cesti colmi di panni da lavare, letti da rifare, vacche da mungere, galline da accudire. E poi, i campi, che con le loro zolle dure mi piegavano la schiena. Erano giornate pesanti, sì, ma i sogni, quei sogni, erano la mia salvezza. Mi hanno tenuta in vita, come una flebile fiammella che resiste al vento. Anche se, ora, iniziano a sbiadire un po’, come quei romansetti, vecchi fotoromanzi in bianco e nero che ci passavamo di nascosto dai mariti, sfogliati mille volte, sgualciti dal tempo e dall’amore che non osavamo vivere apertamente. 

E tu, da quanti anni ormai sei l’unico protagonista dei miei sogni? Probabilmente da quella domenica mattina quando, trascinato dalla musica, avevi trovato il coraggio di scappare e, dietro la canonica, mi baciasti furtivamente, con la promessa che saresti tornato per portarmi via. 

Quella promessa è rimasta sospesa, aggrappata al filo dei miei sogni, un filo che non ho mai lasciato andare. 

Per anni, ogni notte, non vedevo l’ora che arrivasse il momento di stendermi sul mio ruvido materasso di crine. Era lì, in quell’attimo prima di dormire, che potevo finalmente riabbracciarti nei miei pensieri. Chiudevo gli occhi e ti cercavo, sperando di sognarti, di sentire ancora le tue mani, il tuo respiro vicino. Solo in quei sogni potevo vivere l’amore che mi era stato negato, e ancora adesso, anche se il tempo è passato, continui a essere l’unico rifugio a cui il mio cuore vuole tornare. 

Purtroppo, la realtà era diversa, la puzza e il russare di Ioani, coricato accanto a me, servivano a ricordarmelo. 

La stessa puzza che ho sentito per la prima volta quel giorno in stalla quando, dopo essersi assicurato che la porta fosse chiusa, mi disse, “speta che te mostro ‘na roba”. Provai un dolore lancinante quando, poco dopo, quella “roba” me la sentii in mezzo alle gambe mentre lui ansimava e il suo alito emanava puzza di vino. 

Noi donne dobbiamo passarne tante”. Una frase che sentivo ripetutamente pronunciare dalle anziane; per questo, in quel momento, non ebbi nessuna reazione. Nella mia ingenuità e ignoranza pensavo a quell’atto violento e doloroso fosse la prima tappa da affrontare per diventare una donna matura. A conferma di questo poi, Ioani, tutto sudato e soddisfatto mentre si ricacciava dentro i pantaloni “la roba” tutta bagnata e sporca disse: “dai bea che ancuo te go fatto diventar dona”. 

Se non fosse stato per le forti perdite di sangue che “la roba” di Joani mi aveva provocato, di quell’episodio non ne avrei mai fatto parola con nessuno. Purtroppo, invece dovetti subire un ulteriore umiliazione dal tribunale familiare. Io e Joani, non importava se contro la mia volontà, avevamo fatto “robe sporche”, le perdite di sangue si sarebbero fermate ma io, dopo morta, invece, ero destinata a finire all’inferno per l’eternità. L’unica soluzione per redimermi era sposarlo. 

Anche se ci tenevano volutamente nell’ignoranza, noi donne di campagna, prima o poi, le cose le capiamo. Io l’ho capito quella sera. Una delle tante in cui tornava a casa ubriaco, stanco e rabbioso, e mi rinfacciò, con un ghigno amaro, che mi aveva usato violenza solo perché spinto da mio padre. Se non l’avesse fatto, mi disse, avrei rischiato di restare zitella, e in qualche modo, il sacrificato, alla fine, era stato lui.  

E noi donne, con le nostre vite intrappolate nel fango della sottomissione, continuiamo a ingoiare il boccone amaro. A chinare la testa, schiacciate dal senso di colpa, perché alla fine siamo sempre noi le peccatrici, siamo sempre noi a dover espiare le colpe che ci vengono addossate. Non importa quanto grande sia l’ingiustizia, siamo noi a portarla, silenziose e invisibili. 

Dov’è finito Angelo? Era qui, ne sono sicura, continuava a tempestarmi di domande, un’abitudine che aveva fin da piccolo. Aveva sempre quel desiderio ardente di sapere, di capire, di scavare nelle cose con la sua curiosità insaziabile. Io, povera contadina ignorante, non ho mai avuto le risposte giuste per lui. Lui voleva sapere, e io non sapevo cosa dirgli. 

E ora, in questo momento raro di lucidità, quando finalmente avrei qualcosa di importante da dirgli, qualcosa che forse potrebbe cambiare tutto, è sparito. Come fa spesso. Scompare, si dissolve tra le ombre, lasciandomi sola con le mie parole inespresse, con i miei pensieri che si affollano senza un destinatario. 

Continua …

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© 2009 – 2024 Michele Camillo

Due donne

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

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Capitolo 19 – Due donne

L’abbaiare minaccioso di un cane che da un viottolo laterale stava velocemente venendole incontro la fece trasalire; se l’avesse azzannata, sarebbe stata la misera fine del suo viaggio appena iniziato. Rimase immobile cercando di non mostrarsi ostile, alla mal parata avrebbe potuto colpirlo con la chitarra. No, era l’unica cosa preziosa che le restava, avrebbe piuttosto preferito morire sbranata, lasciando intatta la chitarra, con la quale le sarebbe piaciuto essere seppellita. 

Il cane, continuando ad abbaiare a squarciagola, fortunatamente, si fermò al limite del viottolo; probabilmente voleva solo impedirgli di varcare il confine del territorio assegnatoli a guardia. Kate tirò un sospiro di sollievo, si accorse che le gambe stavano tremando ed era tutta un bagno di sudore. Nonostante l’aspetto trasandato che lo faceva sembrare feroce, aveva uno sguardo dolce, smise di abbaiare e la fissò con gli occhioni languidi, quasi volesse scusarsi per avere esagerato con la scenata intimidatoria messa in atto poc’anzi. 

Una donna con un bambino in braccio richiamò il cane. Kate continuava a starsene ferma immobile mentre la donna, mettendosi una mano sulla fronte per eliminare il riflesso del sole ormai al tramonto, stava cercando di capire chi fosse quella figura all’altra estremità del viottolo. “Acqua”, fu la prima parola che riuscì a pronunciare non appena furono a portata di voce; aveva una sete terribile dovuta allo spavento. 

Con un gesto della mano, la signora, che indossava una specie di camicione a fiori alquanto consunto, le fece cenno di seguirla. Il cane, scodinzolando, pian piano le si avvicinò per annusarla, il dubbio che non lo lavassero risultò fondato in quanto emanava un odore nauseabondo, questo, la fece desistere dal proposito di accarezzarlo, giunto sull’uscio di casa si accovacciò vicino alla porta, probabilmente non gli era permesso di entrare. 

Non appena riuscì a scorgerla bene in volto, Kate ebbe la sensazione che la donna fosse felicissima di quell’inaspettata visita, come se fossero anni che non vedeva nessuno. Si presentarono ma, nessuna delle due riuscì bene a capire i rispettivi nomi. 

Nella grande cucina dove entrarono, c’era una stufa alimentata a legna con la pentola sul fuoco. Il profumino era invitante e, oltre alla sete, le prese un certo appetito. 

La signora posò il bambino su di un fasciatoio improvvisato sopra il tavolo della cucina e insistette per farla sedere.  

Si trovò faccia a faccia con il piccoletto, che, a giudicare dall’aspetto, doveva essere nato da poco. Il bambino si accorse immediatamente della sua presenza, cercò subito un contatto tendendole le braccia. Era la prima volta che ne toccava uno così piccolo, la manina stringeva forte il suo dito mignolo e non aveva nessuna intenzione di mollare la presa. Kate realizzò che gli stava parlando nella sua lingua ma, aveva l’impressione che capisse lo stesso. Alla fine, parole e gesti di affetto sono universali. 

Non appena staccò le mani per bere l’acqua, subito il piccolo iniziò a piangere. A quel punto, incoraggiata dalla mamma, non le restò altro che prenderlo in braccio. Le prese per un attimo il panico, aveva paura di fargli male, non sapeva proprio come tenerlo; durò solo un istante, quasi per istinto le venne naturale trovare il modo per coccolarlo. 

Non le fu per niente facile iniziare a spiegare come mai si era trovata a passare di lì; le sembrava che quella donna non parlasse italiano, ma una specie di linguaggio locale. Però, forse per telepatia solidarietà fra donne, Kate ebbe la netta sensazione che comprendesse comunque quello che diceva tanto che, a un certo punto, la signora le accarezzo la testa passandole delicatamente la mano tra i riccioli. 

Considerando la complicità che si era instaurata fra loro due, non si stupì più di tanto quando, sbiascicando qualcosa in un italiano più stentato del suo, le offrì di fermarsi per la notte. 

Kate acconsentì e subito a quella signora col vestito a fiori, brillarono gli occhi. Probabilmente doveva sentirsi sola e, la possibilità che una persona, seppur straniera, si fermasse a farle compagnia, la riempiva di gioia. L’euforia della signora era alle stelle, trascinò Kate su per le scale, lei la seguì con il piccolo in braccio fin dentro una stanza con il pavimento in legno che scricchiolava tutto. Le indicò un lettino e disse “Angelo” poi, un letto più grande e disse “Cate”.  

Angelo, nel frattempo, gli si addormentò in braccio, d’istinto lo baciò e lo mise delicatamente nel lettino, il piccolo fece una leggera smorfia come si fosse accorto di non essere più avvinghiato a lei.  

La padrona di casa, con gesti veloci, distese il materasso che era ripiegato su sé stesso e dal quale uscivano dei filetti di paglia poi, prese da un vecchio comò le lenzuola. 

Ora che il letto era ben che fatto, c’era un grosso problema da risolvere, aveva urgentemente bisogno di un bagno; sbirciando in giro non aveva visto niente. Doveva in qualche modo farsi capire per cui, si mise le mani sulla pancia facendo contemporaneamente la faccia sofferente. La signora iniziò subito a ridere, aveva capito al volo, bene così perché, nel frattempo era giunta al limite del contenimento. Altro cenno di seguirla e, si trovarono nel cortile sul retro della casa, qui le indicò un casotto in legno. Chiusa la porta pensò che non ci fosse tempo per schizzinoserie varie e fece quello che doveva fare. In dotazione vi erano un secchio pieno d’acqua e dei ritagli di giornale, sorrise e pensò che quella potesse considerarsi un’esperienza da vera viaggiatrice. 

Recuperò la chitarra e il pesante zaino che erano ancora in cucina e li portò in camera. Con sua sorpresa, la signora nel frattempo le aveva fatto trovare una bacinella con dell’acqua calda, un asciugamano e del sapone; cose essenziali che apprezzò molto; erano sufficienti per darsi una sistemata dopo quel primo giorno di viaggio. Ogni tanto dava un’occhiata premurosa al piccolo Angelo. Ironizzava sul fatto che, pur nato da poco, si trovava già una ragazza nuda in camera; gli augurò di non diventare un maiale come la maggior parte degli uomini. 

Mentre si stava lavando, udii la voce di un uomo provenire da sotto, probabilmente si trattava del marito della signora. Sentiva chiaramente che stavano discutendo ad alta voce, udiva la donna tentare di replicare ma, la voce di lui subito la sovrastava.  

Affrettò le operazioni di toelettatura, ebbe la sensazione che l’oggetto di quella discussione accesa fosse proprio lei. Era meglio scendere alla svelta, nel caso la sua presenza non fosse gradita poteva andarsene all’istante, anche se non sapeva proprio dove. 

Lo scricchiolio della scala annunciò la sua discesa e, subito i due smisero di parlare. Il presunto marito della signora era un omone con il volto abbronzato e scavato, semi nascosto da un cappello di paglia bucato. Indossava una camicia lisa tutta sbottonata, i pantaloni erano tenuti su da una corda, ai piedi portava zoccoli di legno intrisi di terra. 

Kate sfoderò subito il suo sorriso. Lo sguardo truce dell’omone si trasformò, nel giro di un istante, in raggiante tanto che, persino la donna rimase stupita di quell’istantanea trasfigurazione. “Giovanni”, le disse porgendoli la mano, frettolosamente pulita, con mossa fulminea sulla camicia. Poi, in modo brusco e autoritario comandò alla moglie di apparecchiare la tavola. 

Nella stanza piombò un imbarazzante silenzio, unico rumore il pentolone che bolliva sul fuoco. Intervenne nuovamente la signora che, accarezzandole ancora i capelli, la rimise a suo agio; distese sulla tavola una tovaglia non proprio pulita, piena di macchie di vino rosso. Le posate erano alquanto ingiallite ma almeno sembravano pulite. Il padrone di casa si fece premura di versarle del vino che, traboccò dal bicchiere andando a rimpolpare le macchie sulla tovaglia. Con una certa titubanza, avvicinò il bicchiere alla bocca, il colore violaceo intenso e la traccia densa lasciata nel bicchiere già vuoto del suo commensale, a prima vista, non le fecero una buona impressione. “Buono!”, esclamò dopo il primo sorso, il sapore di quel vino non se lo scordò più. 

Non fu solo il vino ad allietare la cena ma pure un’ottima zuppa di verdura, una frittata con delle erbe verdi e una terrina piena di pomodori, fagioli e cipolle. 

Dopo aver allattato il piccolo, la signora, senza un apparente motivo, glielo rimise tra le braccia. Angelo tutto sorridente, sembrava interagire con lei emettendo dei piccoli suoni e le sue manine si tuffarono nei riccioli biondi per accarezzarli. L’attenzione del frugoletto si focalizzò sulla fascia rossa che portava in testa; visto che tra loro due ormai c’era intimità, Kate pensò di togliersela e mettergliela in mano; iniziò a giocarci emettendo dei versi gioiosi. Intonò una famosa ninna nanna del suo paese; Angelo, in men che non si dica, si addormentò tenendo stretta la fascia tanto che, preferì non toglierla per evitare di svegliarlo. 

La stanchezza di quella giornata particolarmente intensa cominciava a farsi sentire, fece cenno ai padroni di casa che sarebbe salita in camera. Ormai era un tutt’uno con il piccolo per cui, la signora lasciò che se lo portasse su in camera per metterlo a letto. 

Continuò ad accarezzare delicatamente la testina di Angelo mentre dormiva beatamente su un fianco, chissà se un giorno anche lei avrebbe avuto un figlio, per il momento, visto quello che le era successo, la considerava un’ipotesi molto remota. 

Malgrado la stanchezza non riuscì a prendere sonno, dava la colpa a quel rude materasso di paglia al quale non era abituata, decise di starsene un po’ alla finestra.  

I campi di mais che scorgeva in lontananza, come vastità, non erano minimamente paragonabili a quelli del Vermont. I suoni e i profumi della campagna mescolati con la leggera brezza che entrava contribuirono a rilassarla. Stette lì sulla finestra a osservare il vigneto illuminato quasi a giorno dalla luna piena, si capiva che l’estate stava volgendo al termine dalla sottile nebbiolina che lambiva la terra; segno che il fresco della notte stava prendendo il sopravvento sul caldo giorno. Questo, di solito, la rattristava, non sopportava il fatto che le giornate si accorciassero, segno dell’imminente irrompere della brutta stagione.  

Questa volta però era diverso; quella fine d’estate segnava l’inizio di una nuova vita. Una volta suo padre le parlò dei palloni aerostatici, le spiegò che, per potersi alzare in volo, dovevano liberarsi della zavorra, era quello che doveva fare anche lei, gettarsi alle spalle tutta la zavorra del passato per potersi librare libera verso nuove mete. 

Si voltò a dare un’occhiata ad Angelo, quel bambino aveva aperto una breccia nel suo cuore. Si chiese come sarebbe cresciuto in quella casa con due genitori non più giovani; con un padre così burbero e una madre che pareva essere alquanto depressa, non avrebbe avuto vita facile. Iniziò a fantasticare sulla possibilità di strapparlo a quella vita mediocre alla quale probabilmente era destinato. Avrebbe voluto portarlo con sé, loro due da soli in giro per il mondo. Era fortemente convinta che con lei, anche se non poteva garantirgli delle certezze, compresa quella di mangiare una volta al giorno, sarebbe cresciuto meglio. Sentiva che avrebbe potuto dargli tanto amore e trasmettergli la passione per la musica. Con lei, ancora giovane e piena di energie, avrebbe senz’altro avuto un’infanzia divertente e stimolante. 

All’improvviso, come se le avesse letto nel pensiero, Angelo si svegliò e iniziò a emettere dei piccoli lamenti, senza pensarci tanto su, lo prese in braccio e se lo portò a letto. Non appena furono distesi, il piccolo si quietò, il musetto si intrufolò istintivamente nella scollatura della camicetta per cercare il seno. Kate lasciò che facesse, sentire la bocca di Angelo che cercava il capezzolo le fece provare un immenso piacere forse, ma non ne era certa, visto che non l’aveva mai sperimentato, quasi un orgasmo. Che assurdità, un neonato, il primo uomo che le stava dando amore. 

Al mattino presto scese piano con Angelo stretto tra le braccia. Il piccolo aveva bisogno di una poppata vera, di quelle che solo una madre sa dare. La signora, premurosa, le aveva già preparato una scodella di caffelatte e del pane biscottato, e insieme rimasero in silenzio. Kate era oppressa dal senso di colpa, l’aver pensato di strappare Angelo all’amore di quella madre le pesava nel cuore come una pietra. 

La signora, con un gesto delicato, le accarezzò il volto. Non c’era bisogno di parole: il dolore della separazione imminente era palpabile nell’aria, come se la casa stessa trattenesse il respiro. Kate poteva leggere nei loro occhi un muto rimprovero, come se lei e Angelo le chiedessero silenziosamente di non lasciarli lì, soli, in quella dimora umile e spoglia. Cercò di parlare, ma le parole le si fermarono in gola; tutto ciò che riuscì a fare fu abbozzare un sorriso, fragile come un raggio di sole al mattino presto. 

Si abbracciarono sotto la pergola che conduceva al vialetto, un intreccio di foglie e ombre che sembrava voler trattenere quel momento, allungarlo in eterno. In camera, aveva lasciato la fascia rossa e il libro che aveva portato con sé di nascosto dall’America. A lei ormai non le serviva più.  

Chissà, forse un giorno Angelo avrebbe aperto quelle pagine, e trovato il coraggio di viaggiare, di esplorare il mondo. Con quella speranza, gli scrisse una dedica, poche parole, ma cariche d’amore. 

Prima di partire, lo prese di nuovo tra le braccia, stringendolo a sé, come a voler imprigionare l’ultimo ricordo di quel legame. La signora la osservava, ma i suoi occhi erano altrove, persi in un’assenza che rendeva tutto ancora più doloroso. In quel momento, Kate sentì come se fossero tutti e tre ai piedi di un treno, il treno della libertà. Ma per ora, su quel treno, sarebbe salita solo lei. 

A ripensarci bene, non erano le pressioni di Ronald che l’avevano convinta a incidere quel disco, aveva sempre deciso da sola ogni aspetto della sua vita; era semplicemente arrivato il momento che tutti conoscessero “Angelo”, la canzone scritta da una giovane donna in fuga in un caldo giorno di agosto del 1966. 

Continua …

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Il mio piccolo mondo

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“Il mio piccolo mondo – Fotografie”

I – La bella stagione

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Catherine Elizabeth Fairfield

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 18 – Catherine Elizabeth Fairfield

Providence, Rhode Island, Tuesday, december 8 2009 

“Catherine Elizabeth Fairfield – When i was young – The unplugged collection” Kate, tenendo fermo uno spigolo con l’indice, faceva roteare il CD sul tavolo. Le faceva strano vedere il suo vero nome stampato sulla copertina; scritto così per intero quasi nemmeno lei lo ricordava. Per un artista, lo pseudonimo con cui il mondo intero ti conosce, rischia di impossessarsi completamente di te, facendoti dimenticare la tua vera identità. 

Kate non amava voltarsi indietro e pensare al passato, per cui, quando Ronald le propose di pubblicare i primi pezzi composti da giovane, facendoli eseguire direttamente a lei con la sua vecchia chitarra, si rifiutò categoricamente. 

“Sa di vecchio, sa di addio”, protestò. Lui replicò che a sessantatré anni, era il momento di fare un bilancio della sua carriera artistica, non c’era niente di meglio che potesse regalare al suo pubblico e, anche a sé stessa. Come se uscissero dal cilindro di un prestigiatore, quei quindici brani, avrebbero suscitato un’orda travolgente di emozioni. 

Dopo lunghe e interminabili discussioni, alla fine cedette, oltre che il suo manager e amico di sempre, Ronald era uno dei due uomini veramente affidabili che aveva incontrato nella sua vita l’altro, anche se purtroppo l’aveva scoperto tardi, era suo padre. 

Pensare che fu proprio la ribellione nei suoi confronti, il colonnello dell’U.S. Air Force, Edward J. Fairfield e quel maledetto fattaccio, a spingerla, un afoso pomeriggio estivo del 1966, ad allontanarsi frettolosamente, per stradine secondarie, dalla base di Aviano. Il suo piano prevedeva di raggiungere la minuscola stazione di Fontanafredda e prendere il treno per Venezia. Treno che, proprio quel giorno, era maledettamente in ritardo. 

Non poteva rimanere lì ad aspettare, sarebbe stato il primo posto dove l’avrebbero cercata. Il biglietto lasciato sopra il tavolo in cucina non sarebbe servito a tranquillizzare i suoi. C’era da aspettarsi che suo padre avrebbe fatto uscire addirittura la Polizia Militare per riportare indietro quella irresponsabile ribelle di sua figlia. 

I minuti passavano e quel treno non arrivava; non c’era più tempo per cui, decise di mettersi raggiungere la provinciale e fare l’autostop. Si fermò quasi subito un furgoncino, quell’omino buffo alla guida le ispirò fiducia e decise di salire.  

Da quando era ad Aviano, aveva imparato un po’ l’italiano, come lingua le piaceva, finora però, non era mai stata molto a contatto con le persone del posto. All’inizio non fu facile intavolare un discorso con quel tale Renato. 

Per rompere il ghiaccio gli chiese perché si era fermato. Con stupore le rispose “per solidarietà fra musicisti”, aveva infatti notato la sua chitarra. Seppur lo fosse solo nel tempo libero si riteneva un musicista a tutti gli effetti, suonava la fisarmonica nelle balere e nelle sagre paesane. Secondo le sue teorie, di un musicista c’è sempre da fidarsi, non è una persona pericolosa e, se ne uscì con quella frase che divenne per lei la sintesi del suo credo personale: “la musica non ha mai ucciso nessuno”. 

Il tempo, nel furgoncino scorse veloce. Renato parlava velocemente e ininterrottamente. Ad un certo punto, probabilmente si rese conto di avere a che fare con una ragazza americana non sempre in grado di capire quello che diceva. Fu allora che iniziò a cantarle i successi italiani in voga al momento. D’altronde, il linguaggio della musica è universale. 

Si fermarono in un paesino dove, secondo Renato, avrebbe trovato facilmente un passaggio per Venezia, lui purtroppo non andava in quella direzione. Entrarono in un bar dove usualmente si fermava spesso a fare una sosta, insistette per offrigli qualcosa come gesto di saluto. Si sarebbe ricordata per tutta la vita di quel pan e sopressa annaffiato con dell’ottimo vino rosso. Non erano cose da offrire a una donna, disse Renato, ma ad un amico sì. Loro, complice la musica, lo erano appena diventati. 

“Con la musica è difficile procurarsi da mangiare, ci riescono solo pochi fortunati, ti auguro con tutto il cuore di essere tra quelli”. La salutò così. Kate capì che, fondamentalmente, era un uomo malinconico e pieno di rimpianti. 

Spinta dal desiderio di solitudine, abbandonò la strada principale e si infilò in una stradina sterrata in mezzo ai campi di granturco. Aveva bisogno di riflettere sulla sua fuga, le prese il senso di colpa nei confronti della madre, sapeva che avrebbe sofferto, era l’unica a non meritarlo. Illudersi che le scarne parole scritte nel biglietto, infilato in mezzo al libro che stava leggendo, servissero a spiegarle tutto e a tranquillizzarla, era impensabile. Chissà, forse non l’aveva ancora visto, d’altro canto non poteva lasciarlo in vista, non voleva assolutamente che suo padre lo leggesse. 

Si soffermò accanto a un capitello. Che strano vedere, solitaria in mezzo ai campi, quella statuetta della Madonna dentro una specie di chiesetta in miniatura curatissima e con dei fiori freschi. 

“Certo che tuo figlio ha lasciato un segno nel mondo”, pur non essendo religiosa, prese a parlare spontaneamente con quella statuetta. “Un uomo ammazzato solo per aver parlato di amore, uguaglianza e pace. A me, invece, un uomo che ha giocato con l’amore, mi ha uccisa dentro. Come se non bastasse, ho un padre che fa della guerra il suo mestiere!”. Le idee su suo padre erano note ormai a mezzo mondo ma, di quell’altra faccenda, la Madonnina fu la prima a saperlo, finora non ne aveva parlato con nessuno. 

“Ma dai, sono cose che si fanno e poi…, ti sei pure divertita”. L’avevano avvertita, gli uomini, frasi del genere le usano spesso quando si tratta di darti il benservito. Si sentiva come uno di quei pesci agonizzanti che, da bambina, vedeva rigettare nel lago dai pescatori insoddisfatti dopo aver, senza tanta delicatezza, estratto l’amo insanguinato. Come se fosse bastato ributtarli in acqua affinché tornassero alla vita di sempre. 

Lei, per Dan, il caporale Dan Bennett, era solo una scommessa vinta, quella di portarsi a letto quella verginella figlia di un alto ufficiale. Forse era questa la missione, che avrebbero dovuto svolgere in Vietnam dei militari come lui e suo padre, ammazzare le donne, dentro e fuori. L’aveva attirata a sé facendo leva sul suo punto debole, la solitudine. A causa del lavoro di suo padre, ne aveva sempre sofferto. I continui spostamenti a cui la famiglia era sottoposta, non le avevano mai permesso di coltivare rapporti duraturi con le persone. 

Era troppo bello che un uomo si fosse finalmente accorto di lei, facendola sentire come su un piedistallo e dedicandole mille attenzioni. Troppo bello che quell’uomo, a differenza di altri, valorizzasse il suo aspetto semplice e la sua passione per la musica. 

I fogli su cui aveva composto quella canzone a lui dedicata finirono in mille pezzi dentro una pozzanghera. Li calpestò fino a riempirsi di fango dalla testa ai piedi. Lo stesso giorno, in preda a un raptus, stava per distruggere la chitarra, ma qualcosa di misterioso la fermò. Rimaneva pur sempre la sua compagna fedele. Quel qualcosa di misterioso le fece capire che quella chitarra le avrebbe permesso di sfogare la sua rabbia e di confortarla nella tristezza. Quel giorno prese la decisione di partire. 

“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.” Così era scritto in quel libro che si era portata di nascosto dall’America. Se avessero trovato quel libro all’interno della base, le avrebbero sicuramente fatto un sacco di domande. Potevano tollerare che la gente si drogasse, ma non che leggesse un libro del genere, roba da comunisti. 

La necessità di andare, il viaggio che, oltre a conoscenza, si fa esigenza, unica via di fuga da quella situazione. 

Continua

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Caigo e aguasso

Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere, mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare.Luigi Pirandello

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Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

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Capitolo 17 – Caigo e aguasso

La nottata passata al pronto soccorso con la Bepina, mi ha devastato fisicamente e moralmente. Ho ancora nella testa le urla di Gino e le porte sbattute da Teresa. Come sempre, ero reo di non curarmi della situazione lasciando tutto sulle loro spalle. Sono stato fermo in piedi in mezzo al corridoio della casa nova, paralizzato, senza dir niente; tanto, non c’era niente da dire. 

Una gran bella giornata oggi, pensare che mancano pochi giorni a Natale.  

Sin da bambino, ogni anno, in questo periodo, sogno che arrivi la neve. E invece, solo e sempre: caigo e aguasso, che tristezza! 

È dalle cinque e mezza del mattino che sto guidando a casaccio per desolate stradine di campagna senza una meta precisa e, per giunta, con un tale gaigo da non riuscire a vedere oltre la metà del cofano. Il tepore del riscaldamento e la luce soffusa del cruscotto creano un piacevole senso di isolamento, mi concentro sulla guida quel tanto che basta per non andare a sbattere contro uno dei platani che ne delimitano i bordi.  

Questo graticolato di stradine strettissime lo conosco a memoria, mi pare di guidare a ritroso nel tempo. Da bambini, a farle in bicicletta ci sembravano infinite. Sognavamo il giorno in cui ci saremo comprati la macchina e, da quelle strade saremo partiti sgommando verso posti lontanissimi invece, almeno fino a quattro mesi fa, non siamo mai andati molto lontano. 

Per fortuna la musica sembra non abbandonarmi mai, nella testa echeggia la canzone che trasmettevano alla radio mentre, tutti eccitati e agitati, stavamo andando in aeroporto per il nostro primo vero viaggio. 

Ripenso a tutti gli anni finora scivolati via velocemente nella routine e nella monotonia più piatta che possa esistere, piatta e monotona come i campi che mi circondano. Li contrappongo a questi ultimi mesi vissuti intensamente. Strano come può cambiare in pochi mesi quello che non cambia in anni. 

Il sonno comincia a farsi sentire ma, non ho voglia di tornare a casa. Come un automa mi dirigo verso quello che rimane della nostra Woodstock. Sta lì, dietro quel gruppo di villette a schiera abitate solo il sabato, la domenica e altre feste comandate. El gaigo rende l’atmosfera ovattata amplificando il senso di solitudine, mi deprimo nel vedere le villette addobbate con decorazioni falso country e i babbi Natale che si arrampicano sulle terrazze, il tutto rigorosamente made in China. Mi soffermo per un attimo a guardare la mia immagine riflessa in una delle porte finestre, quasi avessi bisogno della conferma di essere triste.  Inutile illudermi, non esiste più la piccola Woodstock, del luogo dei nostri sogni, era rimasto solo il boschetto di gasie

Eppure, pur sapendo che mi impantanerò tutto, entro nel campo. In fin dei conti è il posto giusto dove stare in un momento come questo. Ho un freddo fastidioso alla punta dei piedi, i capelli ormai tutti bagnati da questa maledetta umidità e il naso che inizia a colarmi, mi frugo in tasca e come sempre quando servono, niente fazzoletti.  

Una lunga inspirazione poi, fuori l’aria piano piano per far durare a lungo la fumata di vapore che esce dalla bocca. Appoggiato con la schiena al parapetto del ponticello, cerco di ricordarmi con precisione il posto dove sorgeva la nostra collina. 

In momenti come questo mi piacerebbe avere il vizio di fumare per potermi accendere una sigaretta, serve quando non si sa che cavolo pensare e soprattutto che cavolo fare. 

Abbiamo avuto la sensazione che quel viaggio in ambulanza sarebbe stato l’ultimo. Dico abbiamo perché la prima è stata lei. In un momento di straordinaria lucidità, mi ha detto che ‘sto giro finalmente andava “di là”.  

Sembrava un’altra, attraverso la maschera dell’ossigeno, serena in volto, mi sorrideva. Invece di strillare continuamente e richiamare l’attenzione del personale come usualmente faceva in occasioni simili, si mise a farmi una sorta di intervista quasi a voler recuperare tutte le informazioni finora perse durante il periodo della sua demenza; mi chiese del viaggio in America. Stesa sulla barella si comportava come una vera mamma desiderosa di ascoltare pazientemente ciò che suo figlio ha da raccontare. Presi allora la palla al balzo e ricominciai con la storia del libro. Mentre le parlavo, fissava il soffitto sorridendo, a un certo punto mi diede un buffetto sulla guancia e sospirò. Io continuavo a farle domande ma lei non disse niente per il resto della nottata. 

Mentre la guardavo, una frase della Bibbia si insinuò nella mia mente, come un sussurro dal passato: “Anche se perde il senno, sii misericordioso ...” Quelle parole, semplici e profonde, mi colpirono con la forza di una verità che avevo a lungo ignorato. Un groviglio di emozioni mi avvolse, e senza poterlo controllare, iniziai a piangere. 

Le lacrime non erano solo un segno di commozione; erano il risultato di anni di sensi di colpa che avevo sepolto sotto strati di orgoglio e ostinazione. Per tutta la vita avevo disprezzato i miei genitori, specie mia madre, sentendoli inadeguati, incapaci di comprendere il mio mondo e di rispondere alle mie aspettative. Li avevo giudicati con durezza, incapace di vedere oltre la mia frustrazione. Non li sentivo all’altezza del loro ruolo, non per quello che mi davano, ma per quello che non riuscivo a ricevere da loro. 

Mi ritornavano in mente le parole di Teresa e Gino, che più volte mi avevano detto che la mia unica preoccupazione era fuggire. Ed era vero. Tutta la mia vita era stata una corsa disperata per sfuggire a quel senso di soffocamento, a quella famiglia che mi sembrava una gabbia. Ogni mia scelta, ogni decisione presa in fretta e furia, aveva un unico scopo: mettermi il più possibile alle spalle quel mondo che mi stava stretto, che non riuscivo ad accettare. 

Li criticavo, li giudicavo con sdegno per il loro carattere, per la loro ignoranza, per il loro essere fuori dal tempo. Mi sembravano arretrati, incapaci di stare al passo con i cambiamenti del mondo moderno. Ma mai, nemmeno per un momento, avevo cercato di mettermi nei loro panni. Non avevo mai provato a vedere la vita attraverso i loro occhi, non avevo mai considerato le sfide che avevano affrontato, le battaglie che avevano combattuto in silenzio. 

Mi resi conto di quanto fossi stato ingiusto. I miei genitori non erano perfetti, ma chi lo è davvero? Avevano fatto del loro meglio con quello che avevano, con le risorse, le esperienze e le conoscenze che possedevano. 

In quel momento, decisi che era tempo di fare pace con il passato, di guardare i miei genitori non più con disprezzo, ma se non con l’affetto, almeno con il rispetto che meritavano. Non potevo cambiare le scelte fatte, ma potevo cambiare il mio atteggiamento verso di loro, riconoscendo finalmente il loro valore. E con questa nuova consapevolezza, sentii che una parte del mio cuore, quella che avevo chiuso a chiave per troppo tempo, si stava finalmente aprendo. 

Le gocce cadono insistenti, prendo il libro che ho in tasca, ho quasi voglia di far cancellare quella frase dalla pioggia in modo da dire addio a tutte le fantasticherie sulle mie origini. 

Niente, non ne ho il coraggio. In fin dei conti quel mistero è giusto che rimanga per sempre.  

Continua

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Blowin’ in the wind

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 16 – Blowin’ in the wind

Alzai lo sguardo verso il cielo, osservai la scia di un aereo che tracciava una linea sottile attraverso una delle poche nuvole sparse in quel mare di azzurro limpido. Un velo di malinconia mi avvolgeva, consapevole che l’indomani ne avrei preso uno che mi avrebbe riportato alla realtà, lontano da quel breve momento di libertà. Avrei ripreso il mio posto nella grigia routine quotidiana, schiacciato da un destino che conoscevo fin troppo bene; sapevo già cosa aspettarmi. 

Mia sorella e mio cognato non mi avrebbero accolto con calore, non ci sarebbero state domande curiose sul viaggio. Anzi, il loro sguardo giudicante avrebbe detto tutto, un muto rimprovero per aver lasciato mia madre sola, per aver scelto l’evasione piuttosto che il dovere. 

In ditta, paron Franzin mi avrebbe accolto con lamentele amare, il solito piangere il morto per i clienti che diminuivano giorno dopo giorno, inghiottiti dalla sempre più numerosa e agguerrita concorrenza. Parole per farmi capire che mi stava stipendiando per puri motivi caritatevoli. 

Avrei sicuramente fatto el sgrandesson con e bee fie della pasticceria. Era un gioco al quale non sapevo rinunciare, una recita che ripetevo con una costanza quasi ossessiva, perché, alla fine, mi piaceva far colpo su di loro, nutrendo quel bisogno insaziabile di essere visto, di apparire qualcosa di più di ciò che realmente ero. 

Qualche attimo di gloria che sarebbe durato il tempo di incontrare lo stronzissimo Riccardo Bellè. Quel tizio aveva l’incredibile talento di trasformare anche il momento più brillante in un’istantanea di pura miseria. Mi avrebbe fatto sentire la solita merda. In fin dei conti eravamo stati “solo” in America. E che sarà mai? Lui c’era già stato per ben due volte!  La prima, in gita familiare con papi e mami. La seconda, in una di quelle vacanze studio sponsorizzata da papi; durante la quale, a detta sua, si era trombato le ragazze che alloggiavano in casa con lui, quella tettona della sua tutor e, la padrona di casa, facendo becco il marito ovviamente.  

E non era finita qui. Avrebbe sicuramente sfoderato la carta vincente: il suo ultimo viaggio a Curaçao, dove aveva fatto immersioni in acque cristalline con la bellissima Sophia, ultima sua compagna in ordine cronologico. Ovviamente, non avrebbe omesso, il racconto, fitto di particolari dei vari slinguacciamenti e porcate varie fatte a ventimila leghe sotto il mare. 

Devo ammetterlo, mi sarebbe piaciuto tornare al paesello con la speranza di sfoderare lo scoop del secolo, la bomba che avrebbe fatto impallidire chiunque: io, non figlio di Joani Nosea e Bepina Milanese, ma di una tale Kate chi-lo-sa, in realtà il vero nome di una famosissima cantautrice folk americana. Già mi immaginavo i titoloni sui giornali, le interviste a raffica in Tv. Vedevo Riccardo Bellè, per una volta, in crisi. Proprio come Gastone, il fortunato cugino di Paperino, costretto a mangiarsi il cappello quando, raramente, la sfiga lo beccava in pieno. 

La realtà, a cui mi ostinavo a non rassegnarmi, era purtroppo ben diversa: ero costretto a confrontarmi con la mia vita di umile tecnico tuttofare, sfruttato e sottopagato, figlio di due poveri contadini. Ogni giorno mi trovavo a fare i conti con la monotonia e la fatica di un lavoro che mi lasciava poco spazio per i sogni. E come se non bastasse, il quadro era ulteriormente reso più amaro dal fatto che non avevo neanche una donna al mio fianco, una compagna di vita con cui condividere l’esistenza. 

Invidiavo chi sembrava aver trovato il proprio posto nel mondo, mentre io mi sentivo intrappolato in una vita che non avevo scelto, una vita che non mi apparteneva. Ogni tanto mi chiedevo se ci fosse davvero qualcosa di più per me, qualcosa oltre quella routine che sembrava non finire mai. Ma ogni risposta che mi davo tornava a scontrarsi con la realtà: quella di un uomo solo, con il cuore pieno di desideri inappagati e con in tasca pochi soldi e tante fantasie. 

Non mi consolava il ricordo di tutte quelle miglia percorse, sospesi tra sogno e asfalto, in sella alle due Harley. Su una, c’eravamo io e James, mentre sull’altra, quella del generoso Tim che, in nome della nostra amicizia ormai consolidata, cedette volentieri il manubrio, viaggiavano Sega e il Bitol. Fu una scoperta di quell’insolita America rurale nascosta ai più, tanto vasta quanto intima, un luogo che sembrava abbracciare l’immensità e al contempo svelare piccoli angoli di autenticità. 

Non so quante pagine Sega abbia riempito nel suo misterioso quadernetto con Snoopy in copertina. Ogni volta che lo vedevo scribacchiare con aria assorta, mi chiedevo quali segreti stesse immortalando su quelle pagine. Era come se quel quaderno fosse una parte di lui, un’estensione della sua mente, e forse anche del suo cuore. Ma non ha mai voluto mostrarcelo, custodendolo come un segreto prezioso, come un tesoro che solo lui poteva capire e apprezzare. Ogni tanto, un sorriso enigmatico si allargava sul suo volto mentre scriveva, e io restavo lì, a metà tra l’ammirazione e la curiosità, consapevole che c’era un mondo intero racchiuso in quei fogli che mi sarebbe rimasto per sempre sconosciuto. 

Non saprei dire cosa stesse architettando il Bitol, sempre intento a stringere mani con fricchettoni dal sorriso largo e dagli occhi pieni di storie. Sembrava essere ovunque, tra la gente, a scambiare idee e a raccogliere frammenti di vita da sconosciuti che, per qualche motivo, si fidavano immediatamente di lui. Era un camminatore instancabile in quel vasto giardino umano, dove ogni incontro sembrava piantare un seme nella sua mente fertile. Ogni volta che lo osservavo, mi colpiva la sua capacità di connettersi con gli altri, di aprire porte che per me rimanevano chiuse, e di far germogliare qualcosa di nuovo da quelle esperienze. 

E poi c’ero io, in piena confusione, ancora intrappolato tra dubbi e incertezze. Mentre loro sembravano raccogliere certezze, io mi ritrovavo a vagare in un labirinto di pensieri irrisolti. Eppure, nonostante tutto, una cosa era chiara: Sega e il Bitol tornavano a casa con idee ben radicate, come semi pronti a germogliare. Forse avevano trovato risposte, o forse solo nuovi interrogativi, ma quelle idee sembravano avere un peso, una sostanza che io ancora cercavo disperatamente. Li guardavo con un misto di invidia e ammirazione, chiedendomi se anche io, un giorno, sarei riuscito a trovare la mia strada, a dare un senso a quel caos che ancora mi avvolgeva. 

Mentre loro piantavano i semi di una nuova comprensione, io mi chiedevo se avessi mai avuto il coraggio di coltivare i miei, di affrontare le mie paure e di trovare, finalmente, un terreno fertile dove far crescere qualcosa di vero.  

I nomi delle persone che incontrammo sembravano persi nel vento, sfuggenti come i paesaggi che scorrevano accanto a noi. Erano nomi che, come granelli di sabbia, scivolavano via dalle mani della memoria, mentre il tempo ci trascinava verso nuove destinazioni. Eppure, nonostante la nostra natura introversa, radicata nella terra come i contadini della razza Piave, li abbiamo abbracciati tutti, uno per uno. Non ci importava chi fossero, da dove venissero o dove fossero diretti. Ciò che importava era quell’istante di connessione, fugace ma reale, in cui le loro vite si intrecciavano con la nostra. 

E ciò che li accomunava, più dei loro nomi dimenticati, era la fede. Non una fede cieca in un’autorità lontana, ma una fede profonda in qualcosa di più grande di loro stessi. Credevano in un ideale, in un progetto, in un sogno condiviso che superava i confini delle parole e delle convenzioni. Credevano in Dio, non come un giudice severo, pronto a punire ogni deviazione, ma come una presenza che non giudica né castiga, che accoglie e comprende. La loro religiosità non era fatta di regole e riti vuoti, ma di una spiritualità vissuta, sentita, vibrante. 

Quella loro convinzione, così incrollabile e genuina, sgretolò il fragile palcoscenico su cui si ergeva la mia fede, costruita su una cieca obbedienza ai precetti appresi al catechismo. Era come se avessi stipulato un contratto con Dio, una sorta di polizza assicurativa sulla vita eterna: segui le regole, non farti troppe domande, e sarai ricompensato con l’eternità. Altrimenti, finisce tutto a schifio. 

La mia fede, fino a quel momento, non era stata altro che una negoziazione silenziosa, una transazione in cui il comportamento corretto prometteva un premio ultraterreno, mentre ogni deviazione, anche solo intenzionale, era punita con la dannazione. Ma quella loro certezza, così limpida e priva di compromessi, mi fece rendere conto di quanto fosse vacillante e priva di sostanza la mia fede, spingendomi a mettere in discussione tutto ciò che avevo accettato senza mai veramente comprendere. 

Mi sentii uno senza basi, che immobilizzato dalle sue paure, non riesce a prendere nessuna decisione. Un viandante smarrito in un mondo dove tutto sembrava avere un senso tranne la mia esistenza. Fu come se mi trovassi davanti a uno specchio, e in quello specchio non riconoscessi più me stesso. 

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Quel sabato di fine estate, sul pontile davanti all’ospedale al mare, aleggiava ancora la magia del nostro viaggio. Il Bitol, con il suo chitarrino, che in realtà era un ukulele, riempì l’aria con le note della stessa canzone che, sotto il cielo stellato di quel lontano agosto dell’81, ci aveva fatto sognare in cima alla collinetta della nostra piccola Woodstock domestica. 

How many roads must a man walk down 
Before you call him a man? 
How many seas must a white dove sail 
Before she sleeps in the sand? 
Yes, and how many times must the cannon balls fly 
Before they’re forever banned? 

The answer, my friend, is blowin’ in the wind 
The answer is blowin’ in the wind. 

Yes, and how many years can a mountain exist 
Before it is washed to the sea? 
Yes, and how many years can some people exist 
Before they’re allowed to be free? 
Yes, and how many times can a man turn his head 
And pretend that he just doesn’t see? 

The answer, my friend, is blowin’ in the wind 
The answer is blowin’ in the wind. 

Yes, and how many times must a man look up 
Before he can see the sky? 
Yes, and how many ears must one man have 
Before he can hear people cry? 
Yes, and how many deaths will it take ‘til he knows 
That too many people have died? 

The answer, my friend, is blowin’ in the wind 
The answer is blowin’ in the wind.  

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Quante strade deve percorrere un uomo 
prima che lo si possa chiamare uomo? 
Quanti mari deve sorvolare una colomba bianca 
prima che possa riposare nella sabbia? 
E quante volte le palle di cannone dovranno volare 
prima che siano per sempre bandite? 

La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento 
La risposta sta soffiando nel vento 

Quanti anni può esistere una montagna 
prima di venire lavata dal mare? 
Quanti anni devono vivere alcune persone 
prima che possano essere finalmente libere? 
E quante volte un uomo può voltare la testa 
fingendo di non vedere? 

La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento 
La risposta sta soffiando nel vento 

Quante volte un uomo deve guardare verso l’alto 
prima che riesca a vedere il cielo? 
E quante orecchie deve avere un uomo 
prima che possa sentire la gente piangere? 
E quante morti ci vorranno affinché egli sappia 
che troppe persone sono morte? 

La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento 
La risposta sta soffiando nel vento 

Non riuscii a scoprire chi fosse Kate, il suo nome rimase per sempre un enigma avvolto nel mistero delle dolci colline in terra d’America. Ma, attraverso quel viaggio, capii meglio chi fossero Adriano e Armando. E forse, in qualche modo, anche un po’ di più chi ero io. 

Non ho avuto le risposte che cercavo ma, come dice la canzone, forse anche quelle stavano soffiando nel vento. 

Fine della prima parte

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Fioi dei fiori

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 15 – Fioi dei fiori

La prima a parlarci del Vietnam, a noi tre Mul, fu il mio amore, la cara maestra Lauretta. Ricordo ancora con chiarezza come i suoi racconti, seppur dai toni drammatici, non fecero altro che alimentare la nostra immaginazione, trasformandosi in ispirazione per le nostre battaglie con i soldatini. Quelle storie lontane, che allora ci sembravano solo avventure e nulla più, si materializzavano nei nostri giochi, senza che potessimo davvero comprendere la portata di quella tragedia.

Oltre trent’anni dopo, tra le dolci e verdi colline di Bethel, fu James a tenerci la sua personale lezione sul Vietnam. Il tempo e l’esperienza avevano cambiato il modo in cui percepivamo quelle storie, ora non più semplici fantasie infantili, ma riflessioni su una realtà complessa e dolorosa. Le parole di James non erano più solo racconti, ma un ponte tra il passato e il presente, un invito a capire e a ricordare.

Anche il nostro James era un reduce, notammo solo il giorno dopo la protesi alla gamba. ”La mia storia non è diversa da quella di tanti altri”, disse per minimizzare la cosa.

In effetti, purtroppo, era la triste realtà. Fu uno fra i tanti sprovveduti ragazzi ammaliati dagli arruolatori dell’esercito. Come James, la maggior parte di loro, proveniva dalle immense zone rurali degli States, venivano mandati in guerra allo sbaraglio facendogli credere che sarebbero diventati degli eroi. La fortuna, chiamiamola così, volle che, appena giunto al fronte, si beccò una sventagliata di proiettili. Fu rispedito al mittente imbottito di psicofarmaci e senza una gamba.

La vera fortuna, invece, fu quella di abitare a Callicoon, una ventina di miglia da Bethel. Il 14 agosto del ’69, notò un gran trambusto sulla strada che portava a White Lake, mosso dalla curiosità, andò a vedere che cavolo stava succedendo. Non credeva ai suoi occhi, migliaia di persone si stavano dirigendo sulla collina, si sentì subito, però, un pesce fuor d’acqua. Tutta quella gente sembrava molto diversa da lui, sicuramente più felici. 

Per quanto lo riguardava, la felicità l’aveva abbandonato da parecchio tempo, il Vietnam gli aveva dato il colpo di grazia, lo aveva completamente svuotato di tutte le emozioni positive, inoltre, lo stava affliggendo uno dei più grandi mali, la depressione. Non sapeva proprio che fare in mezzo a quella accozzaglia di capelloni, tanto valeva tornare a casa.

“Hey amico, cosa ti è successo?”, bastò quella domanda per farlo tornare sui suoi passi. Quel 14 agosto del ’69, qualcuno iniziò finalmente ad ascoltarlo, a fargli capire che ci sarebbe stato un futuro. Era Tim, quel giorno iniziò la loro storia.

Il 18 agosto del ’69, la zona del mitico raduno, ne uscì alquanto devastata. A noi invece, quarant’anni dopo, offrì uno spettacolo incantevole. Il grosso della gente se ne era andata ordinatamente, quell’ultima sera regnava un silenzio surreale, solo il vento riusciva saltuariamente a contrastarlo facendo ondeggiare il mare d’erba. 

“Come on, Muls, it’s time to say goodbye.” James ci guardò con un sorriso malinconico mentre il sole, una rossa palla di fuoco, si adagiava lentamente dietro le colline, tingendo il cielo di sfumature arancioni e rosse. L’aria era dolce, intrisa del profumo della terra e del ricordo di quel luogo sacro. James aveva scelto questo momento per il nostro addio, proprio lì, accanto a quella lapide che commemorava Woodstock ’69.

Non eravamo presenti a quell’epoca, ma per Tim e James era come se il nostro spirito appartenesse a quei giorni di pace e musica, di ribellione e sogni condivisi. Per loro, noi tre eravamo figli dei fiori, anche se nati in un’epoca diversa, ma con il cuore e l’anima sintonizzati su quelle stesse onde di libertà.

Mentre ci avvicinavamo alla lapide, la luce del sole calante sembrava far brillare le parole incise nella pietra. Il vento soffiava leggero, sussurrando antiche canzoni e portando con sé frammenti di ricordi di chi c’era stato davvero, in quei giorni lontani.

Ci fermammo per un momento in silenzio, lasciando che l’energia del luogo ci attraversasse. Era come se potessimo sentire il battito di quei giorni, l’eco delle voci che avevano cantato per la pace, la risata di chi credeva in un mondo migliore. Non eravamo lì nel ‘69, eppure, in quel momento, sembrava che fossimo sempre stati parte di quel sogno.

Il Bitol, con gli occhi lucidi, si chinò per raccogliere un ciuffo d’erba da portare con sé, come a voler trattenere un pezzetto di quel luogo sacro. 

Sega invece, guardando l’orizzonte ormai scuro, sospirò, consapevole che quel tramonto non segnava solo la fine di un giorno, ma la fine di un capitolo della nostra avventura.

“Addio, Woodstock”, sussurrò, con la voce rotta dall’emozione. Capivo che, almeno per lui e il Bitol, non era un addio definitivo. Quel luogo, quel tempo, sarebbero rimasti come una luce guida delle loro vite; mentre io, continuavo a procedere a tentoni nella fitta oscurità causata da dubbi, paure e incertezze.

“Non importa dove andrete ora e cosa farete”, disse James infine, rompendo il silenzio, “porterete sempre con voi lo spirito di questo posto. Siete figli dei fiori, e lo sarete per sempre.”

Continua …..

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Woodstock 40

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 14 – Woodstock 40

Quella mattina alla stazione dei pullman realizzammo che eravamo giunti al clou del nostro viaggio o meglio della nostra missione. Era assurdo, in pochi giorni avevamo attraversato i cieli di mezzo mondo ma, quando salimmo su quell’autobus, ci prese un’ansia mai provata prima; si avvicinava il momento tanto atteso, il Bitol avrebbe realizzato il suo sogno e io avrei forse scoperto qualcosa su Kate. Le aspettative del criptico Sega non le conoscevo ma, fatto sta che sembrava il più ansioso di tutti.

Al moro, l’autista di quel pullman semivuoto per Monticello, doveva esser parso strano avere a bordo tre turisti stranieri, visto che, ogni tanto, si voltava verso di noi ridendo. Scoprimmo solo dopo che c’erano, in occasione del raduno, delle corse speciali che portavano direttamente sul sito alla velocità della luce.

“I è de legno”, furono le prime parole di Sega una volta scesi; si riferiva ai pali dove erano appesi centinaia di fili. In effetti, una cosa del genere ce la saremo immaginata in uno dei nostri paesini ma non negli evolutissimi Stati Uniti d’America, fatto sta, che quel posto ci parve strano davvero, in netto contrasto con la metropoli. Stava per piovere e non avevamo la ben che minima idea della strada da prendere. Tutti e tre fummo presi dallo scoramento, ci guardammo attorno pensando a che cosa ci stessimo a fare li. In giro non c’era nessuna traccia o indicazione del mitico raduno, tanto da farci dubitare di essere nel posto giusto ma, soprattutto, nel giorno giusto.

Poco convinto Sega disse che intanto sarebbe stato meglio dirigersi verso la Rd. 117, ovvero la strada che portava in direzione di White Lake, sommessamente uscì dalle sue labbra “mal che vaga sea fasem a piè”, ero già parecchio stanco, a sentire quella frase mi caddero i cosiddetti.

All’incrocio con lo stradone, c’era solo un’officina in tutto e per tutto simile a quella del Bitol, tanto era decadente. Solo innumerevoli rottami di vecchi camioncini, nessuna indicazione riguardo la nostra destinazione. Il Bitol sparì improvvisamente al di là della strada, io e Sega cademmo in un profondo disorientamento spaziale e temporale, in quel momento, non ci rendevamo nemmeno conto se fosse mattina, pomeriggio o sera.

Un colpo di clacson ci fece trasalire. Sembrava proprio che il capellone riccioluto che si sporgeva dal finestrino di quella specie di camper grande come un autobus, ce l’avesse con noi. Pensammo che il Bitol, e relativo chitarrino, fossero finiti sotto quel bestione. Fortunatamente dopo due secondi lo vedemmo apparire davanti al muso, si sbracciava come un forsennato facendoci cenno di attraversare e raggiungerlo. Pure il capellone continuava a urlare qualcosa che non riuscivamo a capire; ci guardammo preoccupati e li raggiungemmo. Scoprimmo subito che, mentre noi due eravamo lì impalati, incapaci di intendere e di volere, il nostro intraprendente e avventuroso socio, si era comportato da vero hippie mettendosi a fare l’autostop.

Dopo le reciproche presentazioni, i due proprietari del pullman-camper, tali James e Timothy, Tim per gli amici, ci fecero accomodare dietro il posto di guida, su quello che più che un sedile era un divano a quattro piazze. A giudicare dalla prima impressione, i due, dovevano essere entrambi dei “pezzi originali”, ovvero tra gli hippies presenti al mitico raduno del ’69. 

Il Bitol si stava ancora riprendendo dallo shock anafilattico provocato dalla vista di due Harley Davidson appese sul retro del bestione. Bisognava proprio prenderne atto, in America era tutto più grande, per fare un camper, al posto di un furgone usavano camion o pullman e, al posto delle bici, dietro ci mettevano le moto.

James, il guidatore, quello che gridava dal finestrino, era molto più loquace di Tim. Il suo aspetto, a essere sinceri, non era molto rassicurante ma, vista la precedente esperienza con il “terrorista”, era bene che non mi lasciassi influenzare dal primo approccio. Però, uno così alto e grosso, capelli lunghi e unticci, orecchini, jeans, maglietta nera sgualcita, gilet in pelle con borchie e ovviamente tatuaggi vari, non mi dava certo l’impressione di essere “un fio de cesa”. Sega, irrigidito sul sedile, sussurrava a denti stretti una serie di ottimistiche litanie: il camper era rubato e pieno di droga, i due ci avrebbero rapinato e violentato, se il compare non la avesse smessa con lo strimpellare quel maledetto chitarrino gli avrebbero infilato il manico in quel posto; a parte l’ultima ipotesi, mi pareva stesse esagerando.

A James pareva alquanto strano che tre italiani si trovassero da quelle parti per un evento che considerava come “roba loro”. Immaginai che, per lui, doveva essere come se, appositamente, tre americani, fossero venuti in Italia per partecipare alla nostra sagra parrocchiale. Entrambi i soci indicarono me come causa di quella stranezza; quello designato a dare tutte le spiegazioni del caso. Basta, dopo essermi svuotato con Verena, mi sentivo sfinito e non avevo più voglia di ripetere tutta la storia. Passai all’atto pratico chiedendo informazioni per l’alloggio. Il ciccione si fece una risata, si voltò anche Tim che, finora era stato quasi sempre in silenzio, rassicurandomi con un deciso “no problem”.

Non riuscii a capire molto quello che mi disse, parlava di una sorta di “camera degli ospiti”, questo mi fece di nuovo preoccupare. Mi tranquillizzai quando, il vecchio James, rivolto verso di me con un sorriso quasi paterno, mi disse: “coraggio Angie”, d’ora in poi mi avrebbe sempre chiamato così, “non vedo l’ora di sentire cos’hai da dirci”.

D’improvviso come se tutto fosse spuntato dal nulla, ci trovammo nella bolgia, una lunga coda di auto e camper, tutti big size ovviamente; il Bitol, riconoscendo i luoghi del mitico Woodstock ’69, ebbe un orgasmo.

La stanza degli ospiti non era altro che una tenda, dalle americanissime generose dimensioni; i nostri due, ormai amici, la tenevano sempre nel camper per ogni evenienza; in men che non si dica, nonostante i nostri maldestri tentativi di aiuto, la montarono accanto al loro camper.

Rimanemmo stupefatti da quanto erano organizzati, dopo la nostra tenda, si misero a installare una sorta di gazebo sotto il quale montarono tavolo e sedie, nel frattempo era uscito il sole e faceva anche caldo per cui, l’ombra fu provvidenziale. Ci rendemmo conto che era ora di mangiare, l’atmosfera del posto e la situazione mi avevano messo una certa fame. “Ora italiani tocca a voi”, disse Tim; da una cassa tirò fuori un cartoccio di pasta e un gigantesco vaso di sugo, “self made”, aggiunse con orgoglio. Ulteriore stupore nell’apprendere che i due vivevano in una sorta di comune agricola, dove producevano alimenti biologici.

È proprio vero che la felicità sta nelle piccole cose, ne ebbi la certezza quel giorno. Fiero come un direttore d’orchestra, rappresentante dell’orgoglio italiano nel mondo, immerso nell’atmosfera vintage di Woodstock, mi esibii nella mia arte culinaria. Mi beccai l’applauso di un piccolo gruppetto di hippies che, vista l’abbondante dose cucinata, ebbero il piacere di unirsi a noi per condividere quella favolosa pasta.

L’improvvisata e chiassosa festicciola mi impedì di sputare il rospo riguardo il nostro viaggio, il pranzo sarebbe stato il momento ideale ma, bisognava attendere che gli inaspettati intrusi se ne andassero. Ero sulle spine, dentro di me intuivo che da quei due sarebbero arrivate delle risposte, in particolar modo il silenzioso Tim, dava l’impressione di essere un intellettuale navigato.

Restammo finalmente solo noi cinque in santa pace, James tirò fuori una vecchia cuccuma per preparare, si fa per dire, del caffè; ormai a quella brodaglia nera ci avevamo fatto il callo. I miei soci, a son di sentirlo, erano nauseati dal mio racconto. Non mi ero accorto che l’imperscrutabile Tim, da un po’ teneva il libro tra le mani fermo sulla pagina della dedica, ormai cosparsa di cenere della sua sigaretta. Secondo me, quello la sapeva lunga e tra un po’ avrebbe sentenziato sulla faccenda, un brivido mi percorse la schiena.

“Quindi, cosa ne pensi, professore?” lo ridestò James con impazienza. “Professore?” A quel punto, preso in prestito da Sega, mi scappò un sonoro “eo savevo mi!”. Tim era niente meno che un docente di storia della musica, appassionato di tutto ciò che riguardava la beat generation. Inoltre, era conduttore radiofonico, scrittore con qualche saggio pubblicato, maestro di yoga e altro ancora che ora non ricordo. Il destino aveva messo quel libro nelle mani giuste. Un piacevole filo di vento portò il profumo dei campi, purificando l’aria dagli odori dei vari barbecue, proprio mentre Tim distolse lo sguardo dal libro e, fissandomi negli occhi, iniziò a parlare lentamente, assicurandosi che capissi ogni parola.

“Angie, so che ti interessa scoprire chi possa essere questa Kate. So che saresti soddisfatto e felice se ti dicessi che sei figlio di una famosa cantante folk; è quello che ti aspetti di sentirti dire da me, vero? Ti conosco da poche ore ma so che faresti salti di gioia e andresti in giro a vantartene con tutti. 

La verità, credimi, è che al momento non ho idea di chi sia. Ma il punto non è questo. Hai davvero letto bene questa frase? Hai letto tutto il libro? Sai quanti viaggi, oltre a quello di questa misteriosa ragazza, ha ispirato? Il bello è che, dopo quarant’anni, ha avuto il potere di ispirarne un altro. Questo è più importante che scoprire chi è Kate! 

Ho sempre creduto che le cose non succedano per caso. Questo libro è riemerso con uno scopo ben preciso. Anche se non te ne sei reso conto, Kate ti ha preso per mano e ti ha condotto qui. 

La domanda è: per fare cosa? Sta a te scoprirlo. 

Guardati attorno. Da quarant’anni, questo luogo è stato il simbolo del motto pace e amore

È il tipo di posto che, come è accaduto a noi, ti fa lasciare ciò che eri e scoprire ciò che sarai. Ora è giunto il momento di fermarsi a pensare e meditare, non solo per te, Angie, ma per tutti e tre.”

Il tono del professore era carico di profonda riflessione e di una suggestiva consapevolezza del significato più profondo delle esperienze umane. Nemmeno don Guerino durante la quaresima era capace di tanto, me ne stetti a testa bassa senza profferir verbo.

Fortunatamente stava per esibirsi Richie Havens che, almeno per quanto mi riguarda, mi tolse dall’imbarazzo. Anche se era un’occasione irripetibile, non avevo voglia di andarci, i “compiti per casa” di Tim mi avevano provocato una certa inquietudine interiore.

Compresi ciò che dovevo fare: isolarmi e camminare a passo svelto. Una terapia che ormai conoscevo bene e che avevo sperimentato per la prima volta a diciassette anni, quando quel bastardo di Riccardo Bellè decise di escludermi intenzionalmente dalla festa di Capodanno. Incredibile come, dopo più di trent’anni, quella rabbia bruci ancora dentro di me, un trauma mai del tutto superato.

Il cielo limpido e la luce del tardo pomeriggio rendevano ancora più suggestivo e rilassante il paesaggio rurale. Più mi allontanavo dall’accampamento, più il frastuono della folla si dissolveva, lasciando spazio al sussurro del vento. Per me, con un legame ancestrale con la campagna inscritto nel DNA, quella vista era infinitamente più affascinante dei grattacieli di New York. L’erba, gli alberi e il profumo nell’aria, nonostante la distanza enorme, richiamavano quelli della mia terra. L’orizzonte, però, era diverso: non piatto come la pianura del Piave, ma animato da dolcissime colline verdi, con fattorie isolate dai colori vivaci con accanto, una sorta di mulino a vento.

I fumetti di Topolino erano la mia unica lettura estiva, momento topico in cui navigavo a lungo con la fantasia, emulando le avventure delle Giovani Marmotte. Mi divertivo a fare l’esploratore, ovviamente nei paraggi di casa e con ciò che avevo a disposizione. Che bello, quello che avevo davanti, era lo stesso paesaggio che attraversava zio Paperino a bordo della mitica 313, quando portava i nipotini in vacanza alla fattoria di nonna Papera.

Dei miei trascorsi da giovane marmotta; purtroppo, ricordo ancora le botte che mi rifilò Joani per aver usato dei paletti di legno che a lui servivano per i pomodori; solo al pensiero, sento ancora bruciare il culo. Ma quel brutto ricordo svanì presto, lasciando spazio a un altro estremamente piacevole: anche noi tre, a cavallo degli anni ’80, avevamo vissuto la nostra Woodstock.

Appena fuori del nostro paesello scavarono un canale scolmatore con relativo bacino di contenimento; la terra estratta venne depositata provvisoriamente sulla riva del bacino. Come sempre succede, le cose provvisorie alla fine restano definitive, poco male però; noi villici locali, in pochi mesi, ci ritrovammo con una pittoresca collinetta e un pescoso laghetto a due passi da casa. La collina, grazie alla buona terra razza Piave, non ci mise molto a rinverdirsi mentre, il continuo calpestio tracciò il sentiero per salirci. Un sant’uomo, probabilmente un ambientalista ante litteram, sulla sommità costruì tre panchine e ci piantò alcuni alberi. Quel pezzo di terra, fortunatamente sottratto all’agricoltura, divenne un piccolo angolo di paradiso. Oggi di quel posto, sopranominato “el Monteo”, dalla vicina zona collinare, non è rimasto più nulla, “el mal dea piera”, di cui vi ho già accennato, ha preso il sopravvento. Se cercate la mitica collina vi troverete solo un agglomerato di anonime villette a schiera.

Ogni estate portava con sé una nuova moda, un gioco che definiva la stagione. C’era l’estate delle biglie in vetro, quella del Subbuteo, e per chi aveva meno da spendere, quella del calcio Atlantic. E come dimenticare le mitiche palle clic-clac, che col loro incessante ticchettio facevano inevitabilmente perdere la pazienza a Joani. Ma l’estate del 1981 fu diversa, speciale, scolpita nella memoria come un capitolo a parte. Tutto iniziò a metà giugno, quando, in un tardo pomeriggio, il Bitol, con la sua chitarra in spalla, ci invitò a seguirlo in cima al Monteo per ascoltare qualche brano. Quello che doveva essere un semplice miniconcerto, divenne presto un rito quotidiano, una sorta di pellegrinaggio musicale.

Sulla sommità della collina, sotto il cielo che si tingeva d’oro e di porpora, nacquero i nostri primi discorsi seri, ispirati dalle note e dalle parole impegnate dei cantautori che il Bitol tanto ammirava. Eravamo ragazzi cresciuti sotto l’ombra di un indottrinamento cattolico che ci portava a evitare certi argomenti, come il sesso, preferendo concentrarci sui sogni per il futuro, su ciò che desideravamo diventare. Col passare delle settimane, il nostro legame si rafforzava, e così pure il tempo che trascorrevamo insieme su quella collina. A volte cenavamo lì, portando con noi cesti da pic-nic carichi di leccornie preparate da casa Sega.

Il culmine di quell’estate lo raggiungemmo una notte di agosto. Dopo una lunga battaglia, ottenemmo da chi, a vari titoli, ci aveva in tutela, il permesso di passare fuori la notte. Lì, in vetta al Monteo, sotto un cielo che sembrava splendere per noi, piantammo una tenda canadese a tre posti. Non dormimmo nemmeno cinque minuti, ma fu una notte indimenticabile. Le ore scivolarono via tra canti, risate, e conversazioni infinite, sotto un firmamento di stelle come mai ne avevamo visto prima. In un momento di pausa, dissi: “Ragazzi, chissà fra trent’anni cosa staremo facendo.”

E ora, senza che fossero passati esattamente trent’anni, eccomi di nuovo in cima a una collina, con quella domanda che riecheggiava ancora nella mia mente. I pensieri mi rimbalzavano in testa come facevano i canali sul vecchio televisore in bianco e nero di casa. Non riuscivo a soffermarmi su un’idea che subito ne affiorava un’altra. Pensavo al senso della mia vita, e l’istante dopo al telefono di ultima generazione che mi ero dimenticato di comprare a New York.

Senza accorgermene, avevo camminato parecchio. Davanti a me si stagliava il mitico Filppini Pond, il laghetto dove, un tempo, gli hippies si tuffavano nudi, abbracciando la libertà in tutte le sue forme. Era pieno di gente, stavano sicuramente rievocando quei giorni gloriosi. Ma io mi sentivo vuoto, inutile, senza uno straccio di ideale o progetto. “Peace & love, pace e amore” Continuavo a ripetere quelle parole come un mantra, ma la parola amore era la più difficile da pronunciare. Facile per Tim invitarmi a cercare l’uomo nuovo dentro di me, che assurdità; l’avevo già sentito dire da svariati preti; come se nessuno potesse davvero inventare qualcosa di nuovo.

A malapena riuscivo a riconoscermi. Mi ritrovai anch’io nudo, in senso metaforico. Non avevo una fede né un ideale da perseguire; una solida base su cui poggiare la mia esistenza. Non ero una persona speciale come quegli hippies; ma, uno fra tanti miliardi di uomini, tutti uguali, concentrati solo sui propri banali bisogni. Altro che pace e amore. Nella mia mente, le priorità erano ben altre: figa, schei e magnar. 

E mentre osservavo il lago, mi chiedevo se la distanza tra ciò che ero e ciò che avrei voluto essere fosse davvero incolmabile.

Continua …..

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Niuiò

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 13 – Niuiò

Mi svegliai con la pioggia che martellava la vetrata con forza, eppure lo skyline dei grattacieli era chiaramente visibile oltre il vetro. Non avevo nessuna intenzione di lasciare il mio comodo letto; quella stanza al trentaduesimo piano, tutta per me, era semplicemente fantastica. Elegantissima, dominata dai toni del bianco, sembrava un rifugio di lusso in mezzo alla città frenetica. 

La sera prima, seppur stravolto dal viaggio, notai che era piena di troiate tecnologiche, compresa una specie di filodiffusione, una vera americanata. Mi imbattei in un canale audio tematico chiamato “Relax & Meditation Music”. Mi lasciai trasportare dalla musica e, senza nemmeno mettermi il pigiama, mi infilai sotto le linde lenzuola, con le tende spalancate e il suono rilassante della pioggia a farmi compagnia. Un senso di benessere mi avvolse completamente facendomi addormentare rapidamente.

Al risveglio, i miei occhi si posarono sui due accappatoi bianchi, piegati ordinatamente ai piedi del letto. Era una camera doppia, e ci finii per pura fortuna, dato che non c’era una tripla e la doppia per una persona sola ce la giocammo a sorte. Chissà quante coppie avevano fatto l’amore in quella stanza con quella vista mozzafiato. E io, uno dei pochi sfigati a passarci la notte da solo, non potevo fare altro che fantasticare. Partirono nella mia mente una serie dei miei famosi film mentali, in cui vedevo indossare il secondo accappatoio a tutte le donne della mia vita, intendo quelle che avevo sognato finora. Non da ultima, Verena.

Verena, con il suo sorriso che illuminava le giornate più cupe, avrebbe adorato quella vista. Immaginai di svegliarmi accanto a lei, di vederla alzarsi pigramente, avvolgersi in quell’accappatoio e dirigersi verso la vetrata, lasciando che la luce del mattino disegnasse contorni di ombre sul suo viso. La pioggia avrebbe continuato a cadere, ma dentro quella stanza ci sarebbe stata solo la calma di un momento condiviso, di sguardi che parlavano senza bisogno di parole.

In quel momento, con la pioggia che batteva ancora sui vetri, mi resi conto che la felicità a volte si nasconde nei piccoli dettagli, nelle fantasie di un cuore solitario che sa ancora sognare. 

D’improvviso il sole fece capolino, e il cielo azzurro, densamente velato di nuvole veloci, si rifletteva nei vetri scintillanti dei grattacieli. Fuori, il lamento delle sirene della polizia americana echeggiava, proprio come in una scena da film. La Grande Mela sembrava attendermi con impazienza, per farsi assaporare da un semplice ragazzo di campagna, il figlio di Joani Nosea.

Riuscivo a vedere le strade che brulicavano di vita frenetica, mentre i colori della città risplendevano sotto la luce dorata del sole nascente. Tra i palazzi che si ergevano come monumenti alla modernità, percepivo un’atmosfera di promesse e mistero, pronta a incantare chiunque avesse il coraggio di perdersi tra i suoi viali e le sue piazze.

Tutto questo spettacolo me lo stavo godendo dalla cabina doccia che, altra americanata, aveva uno dei lati vetrati che dava sull’esterno. Mi sentivo come l’imperatore delle docce, immerso nell’idromassaggio con l’acqua calda che scivolava abbondante sul mio corpo. Ero rimasto lì dentro un’eternità, perso tra i getti d’acqua massaggianti e il panorama mozzafiato.

Non avevo sentito nemmeno i due compagni di ventura, che stavano quasi sfondando la porta. Perso nei miei pensieri – principalmente su quanto mi sarebbe piaciuto rivedere Verena e su quanto fosse bello questo posto – non mi accorsi minimamente del casino che i due, ospitati nella camera adiacente, stavano montando fuori dalla mia oasi di vapore.

Mentre quei piacevoli getti massaggiavano ogni muscolo, fantasticavo su Verena, immaginando di raccontarle di questa doccia spaziale e della vista spettacolare. Proprio in quel momento, l’urlo di un grezzo boarotto interruppe i miei pensieri: “Aeora dai che ‘ndemo!”

Da noi in campagna, oltre al “mal dea piera” – quella irrefrenabile ossessione di possedere una casa propria, possibilmente sproporzionata rispetto alle reali esigenze e costruita senza curarsi troppo dei regolamenti edilizi, tanto poi si condona, altrimenti che gusto c’è – c’è spesso anche la smania di possedere ciò che hanno gli altri. Se un nostro parente, amico, vicino o semplice conoscente ha qualcosa, dobbiamo averlo anche noi, e possibilmente meglio di lui. E non parlo solo di oggetti come l’automobile, ma anche di bestiame e, soprattutto, di donne.

Quello che in dialetto chiamiamo “vuiancamì” è una sorta di virus che circola da tempi immemorabili e non è mai stato estirpato. È un desiderio insaziabile di competere e superare gli altri, un gioco che non ha mai fine. Non per fare l’esperto di geopolitica, ma credo che questo stesso impulso sia stato l’elemento scatenante di molte guerre.

La nostra vita in campagna è fatta di queste piccole rivalità quotidiane. Il bisogno di sentirsi superiori, di mostrare il proprio valore attraverso le proprie conquiste, è una costante che modella i rapporti sociali. D’altronde mia nonna Elvira diceva sempre “Se no’ te ghé, no’ te fé; se no’ ti gà, no’ ti pol dir ‘gnanca a”

Fu a causa di questo misterioso virus che, come prima tappa newyorkese cademmo nella trappola tesa dai megastore della 9Th Avenue, il Bitol si salvò solo grazie al fatto che aveva esaurito quasi tutto il suo budget nell’acquisto del famigerato chitarrino. Quella mattina, saranno passate si e no due ore da quando le nostre suole avevano iniziato a consumarsi sui marciapiedi della grande mela, che noi due polli, uscimmo con il tipico sorriso ebete da uno di questi templi del consumismo high-tech, con due buste zeppe di merce e, non appena svoltato l’angolo e trovato un posto appartato, con la stessa furia che hanno i drogati in crisi di astinenza, aprimmo gli imballi contenenti una macchina fotografica, una telecamera più altre decine di costosissime troiate di contorno.

Quei primi costosissimi acquisti almeno furono sfruttati a dovere. Ogni passo, ogni angolo, ogni pizza mangiata e ogni scoiattolo intravisto a Central Park furono immortalati con una dedizione quasi maniacale.

Come turisti fummo un po’ più originali della media. All’ingresso di Central Park, luogo dove su pressione del Bitol bisognava fiondarsi per prima in quanto vi era lo Strawberry Fields Memorial, altra fondamentale tappa del nostro pellegrinaggio laico; notai il cartello “Discover the city by bike”, che figo, la cosa ci stuzzicò. Scoprimmo che ci sarebbe costato quasi come noleggiare un’auto ma, ne valeva sicuramente la pena. Dopo la nottata piovosa, la giornata era tersa, andare alla scoperta della metropoli in bicicletta, sarebbe stata un’esperienza unica e originale. Perdemmo quasi un’ora per scegliere il tipo di bici e a compilare alla cieca i relativi moduli dove, ci sarebbe potuto tranquillamente essere scritto che, ci impegnavamo a versare un milione di dollari ciascuno in caso di reso del mezzo con un leggero striscio.

“Have a nice day guys”, ci disse con un sorriso da quaranta pollici, el toso addetto alla consegna dei potenti mezzi; ebbi l’impressione che ci stesse prendendo per il culo. “El n’a dit recioni”, esclamai risentito, a causa della mia ignoranza linguistica. Ridicolamente bardati con caschetto e pettorina a alta visibilità sulla quale era stampata, a caratteri cubitali, la pubblicità del noleggiatore, tutti eccitati e, all’ennesimo grido di: “dai che ‘ndemo”, iniziammo la nostra avventura ciclistica per le strade di New York.

Incredibile, fino a quel giorno avevamo pedalato esclusivamente per trosi di campagna, mentre ora sfrecciavamo per le gigantesche avenue con il naso all’insù e il sorriso ebete del turista soddisfatto.

“Parem quasi veri”, urlò da dietro il Bitol alludendo al fatto che sembravamo dei fighetti, come quelli che si vedono in televisione. Sega, nel frattempo, stava mettendo seriamente a repentaglio la sua vita riprendendo l’impresa con quella maledetta videocamera che, ormai era diventata la protesi della sua mano.

Nonostante il rumore assordante del traffico, si udivano le nostre grida di felicità, rigorosamente nello slang del basso Piave, ci faceva piacere vedere che, ogni tanto, qualcuno si girava a guardarci divertito, specie se si trattava di qualche bel montareo

Io continuavo a pensare a Verena. Sarebbe stato bello incontrarla, immaginavo di vederla spuntare all’improvviso; avrei fatto il romantico, l’avrei caricata sul tubo della bici come facevano una volta, i ragazzi più intraprendenti e menu introversi di me, con le fie che gli piacevano.

In bici a New York, detti già il titolo a quelle centinaia di scatti, tutti uguali che, alla stregua del peggior turista nipponico, freneticamente continuavo a fare. Il mio narcisismo era alle stelle, in continuazione, rischiando il tamponamento, inchiodavo per passare la macchina a uno dei due soci, perché mi ritraesse in sella, nelle pose più svariate, con lo sfondo dei grattacieli e il classico bicchierone formato large, di caffè in mano.

La vecia mora, ovvero la mia vecchia bici, avrei voluto essere in sella a lei, come me, anche lei si meritava quel felice momento di riscatto. La vecia mora, prima della macchina, fu il mio unico mezzo di locomozione. Antichissima, di quelle ancora con i freni a bacchetta, la ebbi in eredità da un “poro” zio. Non era certamente il massimo ma, è stata una fida compagna per non so quanti anni. La consideravo alla pari di un cavallo nel senso che, con lei ci parlavo pure, specie nei momenti in cui mi sentivo giù di corda.

Anche negli orari più assurdi, quando ero triste o incazzato, montavo in sella alla vecia mora, la chiamavo così in quanto tutta nera, e iniziavo a pedalare a più non posso a tutta velocità per i trosi, fino a quando non mi scoppiava il cuore. Notte, giorno, caldo, freddo, afa, nebbia, pioggia, sole, neve non importava, mi era sufficiente passare un po’ di tempo in sella parlandoci assieme tanto, eravamo soli io e lei, nessuno mi avrebbe preso per matto. Solitario pedalavo immerso nella scenografica campagna del basso Piave che, regalava fresche notti estive rallegrate dal canto dei grilli, folate di vendemmia autunnali, profumo dell’erba appena tagliata sotto il primo timido tepore primaverile e la silenziosa e ovattata atmosfera della nebbia invernale. Avrei voluto essere in sella a lei, quando, come tre cavalieri sulle nostre City Bikes, varcammo i confini di Central Park, diretti allo Strawberry Fields Memorial per celebrare la memoria del guru del Bitol, il mitico John Lennon.

 “Centoquattro dollari e ottanta,” continuava a ripetere all’infinito il Bitol, ovvero la cifra che avevano guadagnato lui e il suo nuovo socio, il chitarrino, durante il loro personalissimo Concert in Central Park. Era iniziato tutto per gioco, quando il Bitol aveva deciso di strimpellare una sua personalissima versione di “Imagine”. Le note, seppur imperfette, avevano un’energia particolare, una sincerità che attirava l’attenzione.

In poco tempo, una piccola folla si radunò attorno a loro. Persone di ogni tipo, affascinate dalla musica e dalla spontaneità del momento, si fermavano ad ascoltare. Tra di loro, un tale in giacca e cravatta, dopo qualche minuto di esitazione, si fece avanti e mise gentilmente una moneta dentro il casco rovesciato in mezzo all’erba. Fu il primo contributo, e ne seguirono molti altri. Monete e banconote di vari tagli iniziarono a riempire il casco, creando un piccolo tesoro improvvisato.

Il Bitol, galvanizzato dal successo inaspettato, continuò a suonare, passando da “Imagine” a brani che non avevo mai sentito prima. Erano pezzi suoi, creazioni originali che sembravano nate in quel momento, cariche di emozioni e storie non dette. La gente applaudiva, incitava, chiedeva il bis. Il tanto bistrattato chitarrino e un sorriso contagioso, faceva da perfetto contraltare, aggiungendo un tocco di magia con le sue note improvvisate.

Fece solo una decina di canzoni; poi, la folla si disperse lentamente, ma l’energia del momento rimase sospesa nell’aria. Il Bitol guardò il casco pieno di denaro con un misto di incredulità e soddisfazione. Non era solo una questione di soldi, era la prova che la sua musica, la sua passione, poteva toccare i cuori delle persone.

“Centoquattro dollari e ottanta,” ripeté ancora una volta, con un sorriso questa volta. Era più di una cifra, era un simbolo di quello che potevano raggiungere insieme. Il chitarrino annuì, e senza bisogno di parole, entrambi sapevano che quella giornata era solo l’inizio di qualcosa di più grande.

“Eo savevo mi”, toccava a lui ora pronunciare quella frase, ovviamente, per la prima volta nella vita, in senso ottimistico. Agitando il casco al fine di farci sentire quanto era pieno, iniziò a farci una paternale per tutte le perplessità che avevamo avuto riguardo l’acquisto del chitarrino. A quel punto potevamo solo star zitti, erano i primi soldi guadagnati con ciò che più nella vita amava fare, non lo diedi a vedere, ma ero commosso. Per quasi un ora, la star, non ci cagò manco di striscio, impegnato com’era, in appassionati confronti con passanti e “colleghi” d’oltreoceano. Pagò lui la cena, in un fast food dalle dubbie norme igieniche, pazienza, non osavamo di certo obiettare.

Sembrava già passata un’eternità da quando eravamo partiti, l’oceano si era frapposto tra me e le mie preoccupazioni contribuendo a tenerle lontane. Nei due giorni di intense pedalate, respirai a pieni polmoni, oltre allo smog, quel senso di libertà che ti dava la grande mela. Ci sentimmo anche noi, come a volte si definiscono gli americani, sons of liberty, figli della libertà, lo testimonia la foto che ritrae noi tre, con le dita a “V”, e la famosa statua sullo sfondo.

L’ultima pedalata la compii in solitudine, fino all’Oak Bridge. Anch’io, come il Bitol, dovevo onorare un rito. Nella mia borsa, custodivo un piccolo sacchetto con un pugno di terra raccolto nel campo di fronte alla casa vecia

Mi guardai un attimo intorno; poi, mi feci coraggio e con il cuore che batteva forte, passai al di là della piccola recinzione che proteggeva la riva del lago. Là, dove i grattacieli si riflettevano nell’acqua, con un cucchiaino sottratto con discrezione dalla sala colazioni, scavai una piccola fossa e vi depositai quella manciata di terra, la nostra terra. “Per Joani, mio padre, e per tutti i miei paesani che hanno invano sognato la loro Niuiò,” sussurrai silenziosamente, mentre stavo lì, in piedi, quasi sull’attenti. 

Tornai sui miei passi furtivo, ma improvvisamente le lacrime iniziarono a scorrere. In quell’istante capii di aver compiuto un gesto significativo, un omaggio a quel sogno americano spezzato, di Joani e di tanti altri suoi compagni.

L’ultima sera la trascorremmo al 102° piano dell’Empire State Building. Nell’aria vibrava l’elettricità della città che non dorme mai, una sinfonia di luci e suoni che catturava l’essenza del sogno americano. Non ero un semplice turista in mezzo a tutto questo; io, il ragazzo di campagna, con gli occhi pieni di meraviglia e il cuore colmo di speranza, mi aprivo al fascino irresistibile di New York. La città, con le sue mille luci, sembrava pronta a svelarmi ogni segreto, a donarmi il ricordo di ogni sfumatura della sua magia e del suo splendore.

Le strade sottostanti, come vene luminose, pulsavano con un’energia che sembrava provenire direttamente dal cuore della metropoli. Ogni angolo, ogni edificio raccontava una storia di sogni e di ambizioni, di successi e di lotte. Sentivo il vento accarezzare il viso, portando con sé il profumo del futuro, un futuro che sembrava brillare come le stelle sopra di noi.

New York mi abbracciava con la sua vastità, mi faceva sentire piccolo ma al contempo parte di qualcosa di immensamente grande. Guardando l’orizzonte, dove i grattacieli sfioravano il cielo, mi sembrava di poter toccare con mano l’infinito. Ogni respiro era un inno alla vita, ogni battito del cuore una promessa di avventure a venire, a cominciare da quella che ci attendeva il giorno dopo; dove forse, avremmo saputo qualcosa di più su Kate.

Quella sera, in alto sopra la città, capii che il sogno americano non era solo un mito, ma una realtà tangibile, un’esperienza da vivere con ogni fibra del proprio essere. E così, con il cuore leggero e l’anima colma di emozioni, lasciai che New York mi conquistasse, promettendo a me stesso di custodire per sempre quel momento, quell’istante di pura magia e splendore.

Continua …..

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