Vicina e lontanissima

Toh, xe qua i morti de figa dea radio!” 
 Senza neanche alzare lo sguardo dal Gasetin sgualcito; da dietro la coltre di fumo della sua sigaretta, Memo Bottacin ci accoglieva pressappoco così, ogni santa volta che varcavamo la soglia del Bar da Nane.  

Sembrava una presa per il culo, e in effetti lo era. Ma sotto sotto, nel suo modo ruvido e un po’ alcolico, gli stavamo a cuore. O almeno, ci tollerava più volentieri di altri esseri umani. 

Memo era il nostro oracolo da bancone. Un vecchio saggio bevitore che, tra un’ombra e un’altra, non perdeva occasione per erudirci, a modo suo, sul vero vivere. 

Voialtri, coi vostri microfoni de plastica e le cassettine piene de musica che no’ ghe piase a nissuni; pensé davero de tirarve in qua ‘e cocche?” 

 Scuoteva la testa come uno che aveva già visto naufragare decenni di illusioni analoghe. 

 “Credè che ve basta parlar in radio o ‘ndar in parrocchia a far i bravi parché ‘e fighe ve salta ‘dosso. Scolteme mi quaità de imatonii che no’ si altro; moè prete e microfono, metteve i gin stretti e ,nde in discoteca!” 

In effetti, era passato un bel po’ di tempo da quando avevamo issato l’antenna sul tetto del civico 69 dei paeassoni ma, il nostro principale obiettivo, nemmeno tra noi ufficialmente dichiarato, ovvero cuccare via etere, rimaneva lontanissimo. 

L’intero comitato di redazione, formato da noi quattro sfigati mandoeoni, si arrovellava quotidianamente per trovare la formula magica: un format, un jingle, un tormentone, Qualsiasi cosa che potesse convincere anche solo una ragazza, dico una, a interessarsi non tanto alla radio, quanto a noi. 

Bisognava dar retta a Memo ma, la discoteca, per dei radiofonici fioi de cesa come noi, era tipo il girone dei lussuriosi, versione remixata. Gli emissari della santa romana chiesa, sapevano abilmente infonderci dei terribili sensi di colpa. Secondo loro, il solo desiderio di andarci e sognare di far certe cose ci avrebbe condotti dritti all’inferno. 
E poi, non avevamo una lira. Con quel che avevamo in tasca, a mala pena ci usciva un craf alla crema da Ciano l’Onto. Ah, preciso: so benissimo che si chiama krapfen, ma, da noi, quel nome è impronunciabile. Mia mamma l’ha sempre chiamato craf e tale rimarrà per sempre. 

Ciano l’Onto, lo conoscevano tutti, specie il dottor Scarpa che si occupava di curare i disastrosi effetti causati dallo smodato consumo dei suoi prodotti “artigianali”. Un giorno mi mise in guardia dicendomi che, se continuavo a riempirmi delle sue, chiamiamole, prelibatezze, mi sarebbero venuti i brufoli anche in quel posto.  

La sua fama ebbe un’impennata storica quando il suo laboratorio esplose. Sì, proprio esplose. 

Fece un botto che si sentì fino quasi a porto Marghera; anzi, qualcuno pensò che fosse proprio porto Marghera che saltava in aria. Il tipo finì sol Gasetin, con un bel titolone. 

Le cause non vennero mai accertate ma, secondo la leggenda metropolitana che si tramanda nei bar ancora oggi, era perché usava il gas metano per gonfiare i bignè. 

Da quel giorno, la sua clientela raddoppiò. Perché si sa: in città, appena uno rischia di morire per mangiare qualcosa, tutti vogliono provarla. 

Entrare da Ciano era un’esperienza mistico-sensoriale. Il pavimento era una pista da pattinaggio creata con olio per motore riciclato aromatizzato alla frittella, e se non stavi attento ti ritrovavi a sbrissar fino al bancone. 

Lui stava sempre di spalle, intento in misteriosi affari sottocinturali. Anche se cercava di non farsi vedere, si capiva chiaramente cosa si stesse grattando. 

Un craf!” gridavamo; ci piaceva coglierlo di sorpresa durante quel suo inquietante rituale. Ma lui, imperterrito, si voltava con calma, prendeva il craf con la pinzetta per poi passarlo nella mano che pocanzi teneva dentro i pantaloni e te lo sporgeva. 

Ma noi non badavamo a certe sottigliezze; ci bastava avere tra le mani quella gigantesca roba untuosa, ricoperta di zucchero a velo che, puntualmente, soffiando con vigore sopra, spruzzavamo in faccia alla persona che ci stava di fronte. Era, e forse lo è ancora, il nostro modo di sublimare certi desideri proibiti.  

Tornando a noi poveri e meschini conduttori radiofonici, visto che la discoteca per i sopracitati motivi era off-limits, il sabato pomeriggio, per ‘ndar in batua, ci rimaneva solo un’unica via: far le vasche in piassa Fero. Così, lasciavamo il povero Tito, il più cattolico del gruppo e dunque, almeno formalmente, meno sensibile a certi richiami della natura, a vegliare sulla gloriosa SolaRadio. Nel frattempo, io, Paperoga e Ensopenso, freschi di un’abbondante dose di unto dal mitico Ciano, puntavamo la prua verso piassa Fero con lo spirito di pirati affamati, pronti a saccheggiare ogni cocca a vista. Sui risultati, per il momento sorvolo. 

Ancora oggi, mi chiedo come mai la prima persona in cui puntualmente incappavamo era quel borioso dandy di Alvise Barozzi detto “fuarin” a causa di quei pacchianissimi foulard che portava al collo. 

Aveva sempre da ridire sul nostro abbigliamento e sul fatto che entravamo quasi sempre in scena con quell’untuosissimo craf in bocca. Con quel suo sorriso ebete, ci faceva notare che nessunissima squinzia avrebbe dato una slinguacciata a dei tipi che avevano addosso dei vestiti di seconda mano ed emanavano un tanfo di olio da macchina esausto 

A lui, invece, boiaissamorti, in fatto di cuccaggio andava alla grande, grazie soprattutto a quel paraculo di Milù. Quel fox terrier bianco, copia esatta per nome e razza, del cane di Tintin, riusciva ad attirare le squinzie come mosche. 

Ensopenso definiva Milù il classico “can da figa”; secondo lui oltre alla fattezza, aveva anche la capacità, con il suo fiuto, di scovare le migliori gnocche presenti nei dintorni e segnalarle al padrone.  

Paperoga è sempre stato un credulone. Per cui, convinto dalle strampalate teorie di Ensopenso, una volta si fece prestare da suo zio Emilio il cane con cui andava a caccia. L’irrequieto Max era un maldestro tentativo di manipolazione genetica tra un setter e una pantegana. Fu un disastro totale; non appena entrammo in piazza con uno strattone degno di un toro da rodeo, si liberò dalla presa del suo affidatario per rincorrere i colombi creando il panico generale. Ma, quel che è peggio fu che andò a cagare vicino a un gruppo di squinzie che, inviperite, minacciarono di linciarci. 

Non fu certo per Max che quel sabato pomeriggio di quaranta e passa anni fà, rimarrà per sempre nei miei ricordi. 

Ad un certo punto, in mezzo al trambusto generale che aveva causato quel sacco di pulci; apparve Valeria. 

Chiamarlo incontro sarebbe stato troppo. Ci eravamo appena sfiorati, un attimo, un istante sospeso. Ma c’era stato qualcosa. Qualcosa di elettrico, di denso. Lei aveva abbassato lo sguardo e, con un filo di voce, aveva detto: “Ciao” seguito dal mio nome. 

Ho sempre considerato un “ciao” di una donna, seguito dal mio nome un saluto speciale, qualcosa di più intimo, più vicino. Un soffio di possibilità, una promessa inespressa. 

Valeria era stata la mia compagna di autobus durante il primo anno di superiori; nel quale, contrariamente alla volontà di mio padre, mi iscrissi al liceo. Prendeva come me il quindici barrato, corsa bis delle sette e venti, saliva all’ultima fermata dello stradone dei paeassoni.  

Valeria non era il tipo di ragazza che campeggiava nei calendari appesi nell’officina di Stelvio Vanin. Eppure, già dal primo giorno in cui salì sull’autobus, il suo sguardo mi colpì come un lampo silenzioso. 

Un fascino che non si misurava con i parametri del bar da Nane, ma che si insinuava sottopelle, sottile e inesorabile.  

Non potevo fare a meno di osservarla, di cercarla tra i volti anonimi del quindici barrato. Ogni mattina, quando saliva, era come se il tempo si fermasse per un istante, giusto il necessario perché il mio sguardo si posasse su di lei.  

Bastò la scusa dell’affollamento, un lieve urto tra i corpi costretti nella ressa del mattino, e da quel momento iniziammo a parlare. Dapprima con timidi accenni, poi con la naturalezza di chi si riconosce simile, scoprimmo di avere mille cose in comune. Le nostre conversazioni riempivano il tragitto e lo trasformavano in un momento sospeso, un rifugio segreto nel caos della città. Un momento di letizia prima di tuffarci nei giorni di scuola che, non sempre erano belli. 

Sentivo che provava qualcosa per me. Lo avvertivo nei silenzi sospesi tra di noi, nei gesti appena accennati, in certi sguardi che sembravano indugiare un secondo di troppo. Eppure, non feci nulla. La mia solita, incrollabile timidezza mi tratteneva, avvolgendomi in una rete di esitazioni e paure. Ogni volta che avrei potuto dirle qualcosa, anche solo un invito a prenderci un gelato insieme, mi bloccavo. Mi convincevo che sarebbe stato fuori luogo, che forse lei avrebbe frainteso, che sarebbe stato più sicuro rimanere nell’ombra. Così, per paura di mostrare troppo, finii per nascondermi del tutto. Arrivai persino a fingere di ignorarla, sperando che il distacco soffocasse quel sentimento che, invece, cresceva silenziosamente dentro di me. 

Eppure, ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano per caso, capivo che non sarebbe mai bastato. 

Come si dice; “passato il santo passato il miracolo” 

Il miracolo in quel caso era Valeria; una così non l’avrei più incontrata. Il santo era il primo anno di liceo. L’anno successivo cambiai scuola e anche autobus, non rividi Valeria fino a quel sabato pomeriggio in piassa Fero

Quella specie di incontro mi turbò talmente che non mi resi conto che il Max era passato sotto la mia custodia e che stava tirando a più non posso. 

Sarà perché, come ho avuto già occasione di raccontarvi, a causa della mia passione per la fotografia, per quell’ossessione di catturare attimi e custodirli per sempre, sono diventato un ladro di anime che, riesce a vedere la vera bellezza, quella che ti frega sul serio. 

Senza volerlo, senza saperlo, la vista di Valeria mi regalava frammenti della sua anima, e io, ladro silenzioso di attimi e sguardi, li raccoglievo con la devozione di chi sa di custodire qualcosa di prezioso. 

C’era ancora qualcosa in quegli occhi che mi rapiva. Un’intensità segreta, un mistero che sembrava svelarsi solo per un istante prima di richiudersi, lasciandomi con il desiderio di scoprirne di più. Non era solo bellezza la sua, era un magnetismo sottile, una luce discreta che si faceva strada tra le ombre della mia vita.  

Era bastato quell’attimo. 

Ormai non vado quasi mai in piazza. Non è più tempo di far le vasche, con il nobile scopo di incrociare lo scopo della vita. Ormai per me la piazza oggi è un teatro vuoto, un palcoscenico su cui non recito più. 
Ci vado solo per l’edicola, quella più fornita di troiate che si possono trovare in città. Mi attirano i primi numeri delle collezioni: soldatini, modellini d’auto, di aerei, di camion, … di tutto. Li prendo, uno dopo l’altro, come se potessero riempire certi vuoti. Un po’ come fa ancora un craf onto, anche se non c’è più il vecchio Ciano. Se n’è andato qualche anno fa. Non so se esista davvero il paradiso, ma se c’è, sono sicuro che Ciano è lì, a rendere quel posto meno asettico, più unto, più vero. E chissà, forse lì la gente non bada all’igiene, tanto sono già morti. 

Quel giorno, però, fu diverso. Lanciai uno sguardo distratto a una colonnina vicino all’edicola. Di solito la ignoro, è lì da sempre, invisibile come certi arredi urbani che smetti di vedere. 
Ma quella scritta — “onde corte” — non poteva non catturare l’attenzione di un radiofonico della domenica come me. 

Prima di continuare, devo dirvi due parole sulle onde corte. 

Si tratta una gamma di frequenze radio per così dire, molto più “antica” rispetto a quella che usano, per esempio, i telefonini. Hanno la particolarità di riflettersi sulla ionosfera e viaggiare oltre l’orizzonte. Per cui, in particolari condizioni atmosferiche e di attività solare, le onde corte possono coprire migliaia di chilometri. 

Per farvi un esempio pratico, se SolaRadio trasmettesse in onde corte, in certi giorni e, con qualche botta di culo, potrebbero sentirla gli americani, i cinesi, gli australiani e gli indiani anziché, i soliti quattro ruttatori seriali del bar da Nane. 

Onde corte 

Vicini e lontanissimi 

Presentazione del libro di Valeria … 

Ebbi un leggero mancamento e mi trovai praticamente abbracciato a quella colonnina degli eventi in biblioteca. Allo stesso tempo iniziarono a suonare le campane del duomo, percepii qualcosa di divino in quello che stava accadendo. 

Un quarto d’ora dopo, uscii dalla libreria della piazza con “onde corte” in mano. 

Iniziai a leggerlo subito, rannicchiato sotto il piumone, con quella intimità silenziosa che solo i libri e certi ricordi sanno evocare. 

Erano passati più di trent’anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Fu su un autobus, come fosse una scena destinata a ripetersi ciclicamente, come nei sogni. 
Parlò soprattutto lei, allora. Della facoltà che aveva scelto, dei progetti, delle battaglie che voleva combattere. 
Dove vai? Resta qua! Stai qua!” Mentre mi parlava, risuonavano ancora le parole di mio padre. In quel momento avevo voglia di andarmene da una casa troppo stretta, da una famiglia che mi tratteneva come radici troppo profonde. 

Chissà perché mi confidai con lei. Le raccontai proprio di quelle parole, quelle a cui cercavo, inutilmente, di disobbedire. 

Le parlai anche della radio, del mio sogno di far arrivare la mia voce oltre i muri di casa, oltre gli ostacoli, oltre la notte. Di raccontare il mondo senza doverci stare dentro per forza. 
Ma le confessai anche l’altra verità, quella che custodivo più in fondo: il desiderio di fuggire da un certo mondo e da imposizioni soffocanti. 

Le dissi che sognavo di partire. Di imbarcarmi su una nave mercantile e sparire tra le onde, restare in mezzo al mare, senza mai scendere in porto, senza radici, senza ormeggi. 
Solo cielo e sale, e il suono costante dell’acqua a ricordarmi che, forse, è solo nel movimento che avrei potuto trovare pace. 

Lo so che parli in radio… ti ascolto, ogni tanto.” 

“… ti ascolto” Sorprendentemente parlò di me, in modo strano, sottile. Ma non capii. 
Allora ero troppo acerbo per leggere tra le sue parole. 
Non vedevo che mi stava scrivendo messaggi segreti, piccoli biglietti per esprimere un sentimento nascosto nella sua anima mentre io, come spesso ho fatto, ho lasciato che mi scivolassero via. 
 

Non vidi l’invito, non riconobbi il segnale. 

Scesi dall’autobus poco dopo, con quel senso vago di occasione mancata che si insinua lento. 

E ancora oggi mi chiedo: perché non rimasi un po’ di più? Perché non le chiesi di continuare la conversazione davanti a un caffè? 
Forse perché scappare mi sembrava più semplice che restare. 
Forse perché, a volte, c’è qualcosa che fa più paura della solitudine. 

Ero così immerso nella lettura che non mi accorsi del temporale che imperversava fuori. La pioggia scendeva fitta, decisa, battendo contro i vetri puliti solo il giorno prima. 
 

Ma quel temporale… ce l’avevo dentro anch’io. 
Un’agitazione silenziosa, fatta di ricordi che tornavano come raffiche di vento contro il cuore. 

Poi, tra le righe di quel libro, accadde qualcosa. 
 

Come in camera oscura, piano piano, lo sviluppo iniziò; davanti a me si delineò l’immagine in bianco e nero di due ragazzi su un autobus. Due volti familiari, il mio e il suo. 

Ma no, non poteva essere. 
Non potevo essere io quel tale Andrew, salito su una nave mercantile per sfuggire alla sua stessa voce, per smarrirsi lontano dal cuore. Eppure… la somiglianza era disarmante. 
 

E non poteva essere lei, quella tale Kate che, con una piccola ricetrasmittente a onde corte, lanciava ogni sera messaggi nell’etere, sperando che attraversassero oceani e cieli e interferenze, arrivassero, deboli ma integri, fino a lui. 

Non poteva. 

 
Eppure quel libro sembrava raccontare esattamente i nostri incroci, i nostri sguardi mancati, le emozioni sospese, le paure taciute. 
Come se Valeria avesse registrato i battiti di quei momenti e li avesse messi nero su bianco, per farli arrivare, finalmente, dove avrebbero dovuto arrivare molti anni prima. 

Mancavano circa venti minuti e la sala conferenze della biblioteca era ancora mezza vuota. Non avevo il coraggio di sedermi nelle prime file. Valeria era già lì, circondata da un folto gruppo di persone. Cercai di capire chi potessero essere; amici, letterati, politici, compagno, figli o, semplicemente gente che la ammirava e voleva conoscerla. 

Poi, successe quello che, con il cuore che batteva a mille, mi aspettavo.  

Mi vide, sorrise, e di nuovo, con lo sguardo abbassato, quel suo flebile “ciao” seguito dal mio nome. Fu come una lama dolce che affondava nei ricordi. 

Come stai?” Ebbi l’impressione che, in qualche modo, volesse qualcosa di più di una semplice risposta di circostanza; un messaggio eterno e definitivo. 

Ma che potevo dirle?  Che potevo mai raccontarle? 
Che non ho viaggiato davvero, che la paura mi ha fermato più delle catene? 
Che i sogni, continuando a parlare in quella piccolissima radio, li ho raccontati più di quanto li abbia vissuti? 

Che una voce come quella di mio padre continuava a dirmi: “dopo tutti questi anni, ma dove vuoi andare? dove vuoi arrivare? Resta qua, stai qua!” 

Forse è questo il mio vero fallimento: 
non averle mai detto che, pur se lontanissima, l’ho sempre sentita vicina; che tramite la mia piccola radio le ho sempre lanciato dei messaggi e che ogni sua parola era un porto e io, invece, ho sempre scelto il mare.  

Ti ho voluto bene veramente … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Gocce di memoria

Ci sono ricordi che sfiorano l’anima come gocce di pioggia su una finestra, lasciando scie impalpabili che il tempo non può cancellare. Sono sussurri di un passato che vive ancora nel cuore, segrete emozioni che spesso non abbiamo mai osato confessare nemmeno a noi stessi. Istanti preziosi che il destino ha voluto relegare al passato ma che, nel segreto dell’anima, non hanno mai smesso di esistere. 

Sono frammenti di felicità intensa, di attimi rubati alla quotidianità, che non chiedono di essere raccontati, ma solo ricordati nel silenzio, dei quali rimane, a volte, solo l’immagine svanita di uno sguardo o di una carezza sfiorata. E anche se il destino ha cambiato le strade e il tempo ha scritto nuovi capitoli, restano intatti quei battiti del cuore, quelle emozioni che nessuno potrà mai portarci via. 

E poi, ci sono certe gelide sere d’inverno quando la malinconia, scende come una nebbia densa e ci avvolge completamente; in cui il freddo non è solo nell’aria, ma si insinua nell’anima. 

Ed è proprio allora che, per spezzare l’angoscia, mando in onda canzoni come questa e lascio che la melodia si diffonda nell’aria gelida, danzando tra i pensieri. 

La dedico a noi che non abbiamo il coraggio di oltrepassare il confine del non detto, di trasformare il desiderio in azione ma, restiamo immobili, lasciando che sia il destino, a riempire gli spazi vuoti. 

A noi che aspettiamo, con occhi che scrutano l’orizzonte del possibile, con mani che fremono per un’emozione che ancora non arriva. Aspettiamo con il cuore in tumulto, un abbraccio, una parola, o un incontro che spezzi il silenzio. 

A noi, a ciò che eravamo e a ciò che resteremo: un legame intessuto di ricordi e sogni, un filo invisibile che attraversa il tempo e le stagioni perché certe storie non finiranno mai, si trasformano in versi, si fanno poesia eterna. un canto immortale che vivrà per sempre, come gocce di memoria che non si asciugheranno mai. 

Sono gocce di memoria 
Queste lacrime nuove 
Siamo anime in una storia 
Incancellabile 

Le infinite volte che 
Mi verrai a cercare 
Nelle mie stanze vuote 
Inestimabile 
È inafferrabile 
La tua assenza che mi appartiene 

Siamo indivisibili 
Siamo uguali e fragili 
E siamo già così lontani 

Con il gelo nella mente 
Sto correndo verso te 
Siamo nella stessa sorte 
Che tagliente ci cambierà 
Aspettiamo solo un segno 
Un destino, un’eternità 
E dimmi come posso fare 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungere te 

Siamo gocce di un passato 
Che non può più tornare 
Questo tempo ci ha tradito 
È inafferrabile  

Racconterò di te 
Inventerò per te 
Quello che non abbiamo 

Le promesse sono infrante 
Come pioggia su di noi 
Le parole sono stanche 
So che tu mi ascolterai 
Aspettiamo un altro viaggio 
Un destino, una verità 
E dimmi come posso fare 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungere te 

© 2003 Giorgia Todrani – Andrea Guerra 

Gocce di memoria … ascolta il podcast

Racconto tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2025 Michele Camillo

San Valentino

Sembrerà strano ma, il giorno di San Valentino, mi viene in mente EnsoPenso e quella stramaledetta “buona domenica” di Antonello Venditti. 

Era l’unica canzone di Venditti che odiavo; ritraeva perfettamente le mie pallose domeniche invernali, tutte uguali, praticamente un copia e incolla. Sempre la stessa scena; mia mamma ipnotizzata dalla tv, si faceva massicce dosi di domenica in; mio padre e mio fratello attaccati alla radio ad ascoltare tutto il calcio minuto per minuto, tiravano giù i santi dal paradiso man mano che si allontanava la possibilità di fare tredici, mentre, mia nonna, se ne stava a letto lamentandosi per i dolori. Nell’aria, una gran puzza di fumo generato dallo smodato consumo di Nazionali senza filtro; un po’ dappertutto c’erano bucce di bagigi; un quadretto del genere, avrebbe mandato in depressione chiunque.  

… Ciao, ciao domenica, passata a piangere sui libri … 
 

Parole tristemente famose e maledettamente reali. Quella domenica 14 febbraio del 1982, diciottesimo San Valentino della mia vita, ancora senza una donna, la stavo passando lottando disperatamente con il testo di matematica. All’indomani, stando al calcolo delle probabilità, c’era il serio pericolo che la Biasiotto mi convocasse per darmi ‘na beapetenada, per dirla in dialetto. Se fosse andata male, avrei dovuto presentarmi al cospetto di sior Mario con l’ennesimo quattro registrato nella mia fedina penal-scolastica; il che, voleva dire perdere almeno quattro denti e, per giunta, quelli non cariati, senza possibilità di reimpianto.  

Ciò nonostante, decisi di farmi due passi fino al civico 69 dei paeassoni per far due chiacchere con EnsoPenso; gli avrò detto mille volte che non volevo sentire quella canzone ma lui, imperterrito, continuava a mandarla in onda ogni santa domenica pomeriggio. Lo trovai più depresso e demotivato di me. 

Ma parché no’ ti ghe ga ancora da un titoeo a ‘sta trasmission?”  

“Parchè, ea dovaria averghene uno?” 

Era inutile far certe domande a uno nelle sue condizioni; la sua anima era stinta come gli abiti che portava. Decisi che la cosa migliore da fare per tutti e due era una seduta di psicoterapia in bar da Nane. 

Credo che la depressione del single a San Valentino avesse preso in pieno anche lui perché, mentre facevamo la strada, attaccò subito. 

– “Ma ti, ti gà ea morosa? “ 

– “No “ 

– “Mai avua una? “ 

– “No, e ti? “ 

– “‘Gnanca mi” 

Entrammo da Nane Sbérega dove, i soliti, alla loro maniera, stavano festeggiando San Valentino. “Par un’ora d’amor no’ so cossa faria; par poderde ciav…”, il testo integrale è meglio non trascriverlo. Denis Sgorlon era, nel quartiere dei paeassoni, l’indiscusso mago delle cover. Quella domenica pomeriggio, con un pieno di bionda doppio malto Ruttolongo nello stomaco, si stava cimentando con il greatest hits dei Matia Bazar. Milio Vianeo riferì che ci eravamo appena persi una magistrale reinterpretazione di “Stasera che sera” dal titolo “Stasera che sega”. C’era poco da fare; il Denis era un genio, un grande poeta; mi diede un’idea per lo stantio programma radiofonico di EnsoPenso.  

Giorni dopo mi inerpicai su per i grigi scalini del civico 69 con alcuni “ferri”; la valigetta dei 45 giri della cuginona Franca, due walkie talkie INNO-HIT, regalo di zio Sergio per la cresima e, l’ancora intonsa antologia di letteratura.  

Altra cosa importante, io non ero più io, bensì un tale Nicola, trentenne scapoeon che, di mestiere faceva il bancario, quindi, professionalmente ben piazzato; con la passione per la barca a vela; nonché, colto e amante della poesia.  

Quella domenica, ‘sto tale Nicola, pensò bene di telefonare in radio e, EnsoPenso, pensò altrettanto bene di mandare la telefonata in diretta, cosa che non aveva mai fatto fino a quel momento; primo perché, fino a quel momento, non c’era mai stata neanche l’ombra di una telefonata da mandare in diretta; secondo, perché senza i mitici INNO-HIT; il trucco non sarebbe riuscito.  

Ancora ridiamo pensando a quel giorno; incredibile, quaranta e passa anni fa avevo creato la mia prima identità fake uso social, che ‘vanti che gero!  

“Cinzia, non so se sei in ascolto. Sono un pessimo romantico, lo ammetto. È per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine. Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. Almeno, lascia che ti dedichi questa bellissima canzone” 

Ero sicuro che nella valigetta della cugina Franca c’era “Per un’ora d’amore” dei Matia Bazar, diedi poi istruzioni a EnsoPenso di mandarla in onda al mio segnale.  

Era la prima volta che usavo el maton, così chiamavo la pesantissima antologia di italiano, per scopi non propriamente scolastici. Fu una magistrale interpretazione la lettura di quel brano di Italo Calvino, nei panni di quel fantomatico Nicola.  

Il socio sollevò delicatamente la puntina, un attimo prima che, a fine corsa, deragliasse per finire sopra l’etichetta; poi, con una voce calda “da letto” disse: “carissimi amiche e amici; ma voi, cosa fareste per un’ora d’amore? Sotto con le telefonate”. La mia geniale idea di dare un po’ di verve a quella trasmissione prese forma.  

EnsoPenso frugò nella valigetta come se avesse trovato un tesoro; tirò fuori ”comprami” di Viola Valentino; a quel punto temevo seriamente che chiamasse Denis Sgorlon o qualche suo amico di bevute, per spiegarci nei minimi dettagli, cosa avrebbe fatto per un’ora d’amore o meglio, durante l’ora d’amore.  

Con “Su di noi” di Pupo, arrivò la prima telefonata, una certa Vania, che non volle essere messa in diretta. “Ghe xè ‘na cocca che vol saver de tì, de Nicola intendo …” EnsoPenso, preso dall’emozione, ne mollò una di potentissima; il tanfo era una via di mezzo tra i miasmi di porto Marghera e il puzzo della brodaglia domenicale, della mia vicina di casa, siora Antonia Masiero. Meno male che aveva avuto la prontezza di stringere forte la cornetta del telefono con due mani; io invece, viola in volto, finii disteso sotto il bancone del mixer con i crampi allo stomaco dal ridere; “mona, cossa ghe digo ‘desso?”. 

Mi resi conto di aver creato un mostro, praticamente, un antesignano di un troll sul web; imperativo, mantenere l’alone di mistero, per cui, diedi al socio istruzioni di rimanere sul vago. Dovette darsi parecchio da fare in merito in quanto, fu uno stillicidio di telefonate de fie che, chiedevano informazioni su quel tale Nicola e, per dedicargli canzoni; devo riconoscere che a raccontar balle era un maestro. 

Purtroppo, la valigetta di cugina Franca non riusciva a soddisfare le richieste. Dopo quasi due ore volate in un attimo, sfiniti, mandammo in onda l’evergreen, “if you live me now” dei Chicago, che, fece da sigillo alla puntata numero zero di quella trasmissione; battezzata ufficialmente con il titolo di “per un’ora d’amore”; un vero e proprio new deal, per quella radio sfigata e per quello sfigato di EnsoPenso.  

Quando uscimmo, el caigo aveva ormai avvolto l’intero quartiere; secondo EnsoPenso, quella fitta nebbia, che ti faceva perdere i contorni della realtà, era causata da tutte le balle che avevamo appena raccontato. Il chiassoso vociare, che proveniva dal bar di Nane Sberega, come un faro, ci indicò la rotta verso un buon tramezzino con birrino.  

Un tonno e cipolline, un tonno e olive e un prosciutto e funghi, erano gli unici superstiti che giacevano, chissà da quanti giorni, sotto quel bisunto canovaccio. Non aveva importanza, bastavano per festeggiare quella nuova geniale trovata. 

Nonostante fossero passati dei giorni, non doveva aver ancora superato il trauma del San Valentino senza una donna. Ad un certo punto, con una cipollina tra i denti, tornò a fissarmi:  

“Ghe xè qualcuna che te piase?”  

Sin dai tempi della scuola elementare, era la domanda più imbarazzante che mi si poteva fare; tentai inutilmente di rigirarla al mittente; niente, il socio insisteva. Era chiaro che, con la scusa di quella domanda, intendeva, gratarme ea pansa, ovvero farmi parlare di “quella cosa lì”, magari con dovizia di particolari.  

Sviai il discorso dicendo che faceva tanto ridere che i due autori, nonché conduttori, della trasmissione radio dal titolo “per un’ora d’amore”, avessero come uniche fonti sull’argomento, un testo scolastico, una valigetta con alcuni 45 giri di canzonette e i discorsi captati, de fora via, agli “esperti” che frequentavano il bar “da Nane Sberega”. 

Non me la sentivo di sbottonarmi con il socio e dirgli che invece, una che mi piaceva c’era eccome. 

Non condivido il pensiero di Macchiavelli ma, per certi fondamentali scopi della vita, il fine giustifica i mezzi. Così un giorno, decisi di farmi amico quel cagaalto di Nicola Berardo, un fio de papà che organizzava festini danzanti nel mega palazzo di famiglia a Venezia. Avevo assoluto bisogno di entrare nel suo giro, volevo approfondire la conoscenza di quella biondina dai lunghi capelli ricci che frequentava la sua compagnia.  

L’avevo notata per la prima volta, mentre se ne stava sdraiata sui gradini dei Tolentini; era bastato un attimo perché i nostri sguardi si incrociassero e, dalle nostre bocche uscisse simultaneamente un “ciao” a bassissima voce, quasi soffocato; poi lei, voltandosi verso una sua amica, si mise a ridere.  

Non ebbi però il coraggio di tornare indietro per attaccar bottone; in preda all’euforia cominciai quasi a correre; in autobus poi, mi prese un morsegon de stomego.  

Quel pomeriggio, dovetti accompagnare nonna Angela dal dottor Scarpa, el dotor dea mutua, da tempo dedito a curare anima e corpo degli abitanti dei paeassoni e dintorni. Approfittai per riferirgli dello strano mal di stomaco. “Cossa gà me nevodo; me par de aver capio, farfae dentro el stomego? Xé ea prima che sento”; nonna Angela era parecchio sorda, per cui, el dotor, dovette quasi gridare; “Angea, to nevodo xè gà vantà na bea incocaìa par ‘na cocca!”  

Con la diagnosi del luminare in tasca; vista la mia inguaribile timidezza, non mi restava che pensare a come fare per incontrarla “casualmente”, nel senso che non doveva sembrare fatto apposta; per questo mi venne in mente cercare in qualche maniera di imbucarmi ai festini buei di quel rotto in cueo di Berardo.  

Non fu necessario perché, alla fine, il destino o fortuna che fossero, mi diedero una mano. Galeotti furono “I giardini segreti di Venezia”.  

Misteriosamente, sentivo che dovevo assistere a quella conferenza; non era solo la mia innata passione per i giardini ad attirarmi; rimasi un bel po’ a fissare quella vecchia panchina di legno sotto un maestoso albero secolare, ritratta nella foto della locandina; volevo assolutamente scoprire dove si trovava; in qualche maniera, intuivo, che in quel posto sarebbe successo qualcosa.  

La sala era stracolma; stavo per rinunciare, possibile che a così tante persone interessassero i giardini segreti di Venezia?  

Riesci a capire se c’è posto?”; stetti immobile trattenendo il respiro, non avevo il coraggio di voltarmi; anche se non ci avevo mai parlato assieme, avevo memorizzato per bene il tono della sua voce. Dal cuore partì una raffica di mitra; la biondina dai lunghi capelli ricci, caramella in bocca, stava parlando proprio a me.  

Ne vuoi una?”; l’offerta di quella Galatina, per giunta la mia caramella preferita, scatenò una tempesta di una potenza inaudita, altro che farfalle, nel mio stomaco iniziarono a volare missili intercontinentali. A quel punto sarei entrato anche a costo di aggrapparmi a uno dei lampadari; come un falco mi fiondai su due posti liberi affiancati, non prima di aver pestato non so quanti piedi e mollato gomitate a destra e a manca.  

Piacere Agnese”; che vergogna, avevo la mano sudatissima; nonostante lì dentro facesse un caldo insopportabile, ero ancora con il piumino addosso, irrigidito come un baccalà, grondavo di sudore da tutti i pori. Lei invece si era già messa a suo agio; dalla borsa tirò fuori una bustina di velluto rosso piena di matite colorate.  

Però, i Faber; sei ricca! Io uso ancora i Giotto delle elementari”. 

 “Che mona!”; rispose, dandomi un leggero pugnetto sulla spalla. “Porca miseria, qua sta ingranando alla grande”, pensai.  

Agnese pareva ascoltare con attenzione; io pure cercavo di dare l’impressione di fare lo stesso, in realtà i miei pensieri erano altrove; la scanociavo con discrezione, non volevo far la figura del maniaco sessuale; poi, mi venne spontaneo chiederle dove, secondo lei, si trovasse il posto raffigurato nella locandina.  

Cosa fai domenica? Potremo andare a cercarlo”; di fronte a quella proposta, non sapevo se filare dritto in ambulatorio da Scarpa per farmi prescrivere qualche decina di scatole di calmanti oppure, al ponte de le maravegie da Fenz e, ordinare la più cara bottiglia di prosecco.  

Cosa faccio domenica? Da quasi vent’anni, ogni domenica, aspetto una come te”, volevo rispondere.  

Subito dopo pranzo; ebbe inizio quella che, rimarrà nei miei ricordi, come la domenica perfetta. Per primo, mi sciroppai un tot di gocce di Valium sottratto alla dotazione ansiolitica di mia madre; poi, doccia fuori ordinanza con abbondante uso di HugoBoss; infine, passai a concentrarmi attentamente sull’outfit da indossare. Decisi per i pantaloni grigi, lupetto nero e il cappotto nero lungo, quest’ultimo, era un po’ consunto a causa dell’intenso uso in discoteca, ma, l’insieme mi dava decisamente un’aria da intellettuale creativo; per completare l’opera, in tasca ci infilai pure un taccuino della Moleskine, comprato per l’occasione il giorno prima.  

L’appuntamento era alle 15.00 ai giardini Papadopoli. Vi giunsi con mezz’ora di anticipo; dovetti andare a prendere un caffè; il Valium mi aveva rincoglionito per bene.  

Avrei voluto la vedesse EnsoPenso; era vestita secondo il suo standard; cappotto beige a trequarti, minigonne e stivali con il tacco; uno schianto. La prima cosa che fece dopo avermi salutato mi lasciò inebetito; con la mano, mi sistemò dolcemente il bavero del cappotto; lo colsi come un gesto intimo, molto più forte di un bacio.  

Fu lei a condurre la ricerca del giardino segreto; e menomale, perché io, perso nel suo sguardo e nel suono della sua voce, ero talmente assorto da non rendermi conto di dove stessimo andando. Il mondo attorno a noi si dissolveva, le calli si intrecciavano come sogni, e la gente, i loro sguardi, i loro passi, erano solo un’eco lontana. Come accadde alla conferenza qualche giorno prima, continuavo a mollare gomitate e a pestare piedi, tanto che mi presi più di qualche “maedia de morti“. 

Decine di ponti, chilometri di calli, e giardini che non erano quelli che cercavamo, fecero da scenografia al racconto delle nostre giovani storie. Freneticamente, senza mai fermarci, ci descrivevamo a vicenda i luoghi ideali dove avremmo voluto vivere, dipingendo con le parole un futuro che forse, in fondo, ci apparteneva già. Credo che nessuno dei due avesse mai parlato così tanto in vita sua: eravamo come due fiumi in piena, incontenibili, travolgenti. 

Agnese, di tanto in tanto, si fermava a sistemarmi il cappotto con quella dolcezza che mi faceva vibrare il cuore. Era un gesto piccolo, quasi impercettibile, ma carico di un’intimità silenziosa che mi faceva desiderare di abbracciarla, di stringerla forte a me. Ma il tempo, il momento, sembravano ancora sospesi tra il sogno e la realtà. Troppo presto, o forse, me ne mancava semplicemente il coraggio. 

A son di parlare attraversammo per lungo tutta Venezia, fino ad arrivare ai giardini napoleonici di Castello. Il viso di Agnese, di colpo si illuminò. Pensai avesse finalmente trovato la panchina sotto l’albero secolare; invece, si ricordò che, nella calle a fianco dell’istituto nautico, c’era un bacarèto che faceva degli straordinari panzerotti; mi prese per mano e mi trascinò dentro. Si sedette sfinita, credo si fosse pentita di essersi messa stivaloni e minigonne: in effetti, non era l’abbigliamento adatto per quella scameada a Venezia.  

Approfittai di quel momento per attuare una mossa strategica; con la scusa di andare in bagno, feci sintonizzare la radio del bar su un emittente “seria” e poi telefonai in studio. Sapevo di trovare Riccardino, lo pregai di mandare in onda Let me in di Mike Francis, con una mia dedica ad Agnese; tornai a sedermi e aspettai con ansia il momento; “che mona!”, si fece una risata e non disse altro.  

Sul finire di quella “domenica perfetta”, ci sedemmo ad ammirare il tramonto su una panchina vicina all’imbarcadero di S. Elena. Il cielo si tingeva di sfumature dorate e rosate, riflettendosi sulla laguna come un quadro dipinto con pennellate d’emozione e il vento, portava con sé l’odore salmastro. 

Agnese fissava l’isola di San Servolo, i suoi occhi persi oltre l’orizzonte, come se lì, in quel punto esatto dove la laguna si fondeva col cielo, si celasse un pensiero segreto, un’ombra che le turbava il cuore. 

La osservavo ansioso, con il cuore che batteva come un tamburo impazzito, sentivo crescere dentro di me l’attesa di qualcosa di indefinito, ma potente. 

Poi, improvvisamente, come in un gesto naturale e inevitabile, la sua testa si posò sulla mia spalla. Mi irrigidii, quasi trattenendo il respiro, ma il calore del suo corpo e il profumo dei suoi capelli mi avvolsero come una dolce melodia. Feci scivolare la mano tra quei soffici boccoli dorati, lasciandomi cullare da quella vicinanza così intensa eppure fragile. 

Lei sospirò profondamente. Poi, con voce quasi tremante, mi chiese: 

Ma tu, riusciresti ad essere solo il mio migliore amico?” 

Il cuore mi si strinse. Ogni fibra del mio essere gridava la risposta che avrei voluto darle, ma alla fine le parole uscirono da sole, sincere e nude: 

Farei fatica, ma ci posso provare; non garantisco nulla.” 

Lei rise, quella risata dolce e leggera che amavo più di qualsiasi melodia. Fu in quel momento che, mentre affettuosamente, giocavo a stiracchiare i suoi ricci, condivise una cosa che, era a metà via tra un peso e un segreto. Con gran fatica, mi parlò delle sue inclinazioni sessuali; di un amore che non poteva essere quello che io speravo. 

Sulle prime sentii il mondo sgretolarsi sotto i miei piedi. Fu come un tradimento, un abbandono ancor prima di iniziare. Pensai; proprio a me doveva capitare. 

Ma poi, con occhi limpidi e sinceri, mi disse: 

Sei una persona speciale. Lo sento dentro e a te posso dire certe cose.” 

Fu allora che compresi. In un attimo passai dall’adolescenza alla maturità, come se quelle parole avessero spalancato una porta su una nuova consapevolezza. Mi resi conto che la mia responsabilità non era quella di conquistarla, ma di esserci per lei, di proteggerla, di custodire la sua fiducia come il tesoro più prezioso. E giurai a me stesso che sarei stato il suo migliore amico, per sempre. Che l’avrei difesa da tutto e da tutti. 

Ovviamente, non ci mettemmo insieme quel giorno, né mai. Eppure, io resterò per sempre innamorato di Agnese. Come ha detto qualcuno: “Ci sono amori che ci piombano addosso come una stella cadente; durano tutta la vita e la cambiano per sempre”. È per questo che ancora oggi il battito del mio cuore accelera ogni volta che arriva un suo messaggio, spesso è un invito a continuare a cercare insieme un certo posto. 

Camminiamo ancora per ore attraversando tutta Venezia, alla ricerca di quella vecchia panchina in legno sotto un maestoso albero secolare, ritratta nella foto della locandina di “I giardini segreti di Venezia”. Per quanto la cerchiamo, non l’abbiamo ancora trovata ma, in compenso, abbiamo scoperto, in fondamenta della Misericordia, una incantevole tea room con annessa libreria. Ed è lì che ci rifugiamo a parlare d’amore. Con lei posso sciogliere i nodi che mi affliggono, senza il timore di essere giudicato.  

Posso abbracciarla senza paura, passare la mano tra i suoi boccoli dorati e dirle che è bellissima, che è una gran figa, senza che pensi che ci sia un secondo fine. E mentre lei, con affetto, continua a sistemarmi i colletti delle camicie e dei cappotti, io mi sento libero. Libero di essere me stesso. Libero di piangere, senza vergogna, mentre lei sorride e, con quella dolcezza tutta sua, mi sussurra ancora: “che mona!” 

A ripensarci bene, il giorno di San Valentino, mi vengono in mente EnsoPenso, Agnese e … ancora Venditti 

Tutti gli amori che vivrò 
Avranno dentro un po’ di te 
Perché lo so dovunque andrai 
In ogni istante resterai … indimenticabileAntonello Venditti 

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Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Ea Compagnia

C’era poco da fare, a noi quattro sfigati mancava il più importante degli ingredienti necessario per vivere appieno gli anni Ottanta: far parte di una compagnia. Ce ne stavamo lì, in una scassatissima radio, con un microfono ancora più scassato, a comunicare la nostra voglia di emergere… ma a chi, poi? Insomma, mentre gli altri vivevano la magia di quegli anni tra abbracci, risate e canzoni urlate a squarciagola, noi eravamo fuori onda. 

Quello degli anni ’80, era un vento di spensieratezza che soffiava leggero e coinvolgeva tutti. Erano un’epoca unica, quasi magica, che ha lasciato un’impronta indelebile nei ricordi di chi li ha vissuti. Per chi ha avuto la fortuna di esserci, erano anche gli anni delle “compagnie”: quei gruppi veri, tangibili, fatti di amici in carne e ossa, altro che i gruppi sui social. Erano tutte persone reali, palpabili… calma, non fraintendetemi. 

Nella nostra città, le più gettonate erano quelle de piassa Fero, veri e propri miti in cui molti sognavano di entrare, per il semplice motivo che erano ben fornite di “materia prima” di prima scelta. Riuscire a farne parte era come far tredici al Totocalcio. 

Per quelli di bocca buona, poi c’erano le più sboldre, come quea dea Cita di Marghera; roba per amanti del rutto libero per intenderci.  

Nel nostro quartiere imperava quella capitanata da Riccardo Beltrame; uno stronzo megagalattico, nelle grazie del nostro parroco don Gianni che, durante gli incontri del venerdì sera in patronato, si riempiva la bocca parlando di eguaglianza, fraternità e inclusione; mentre, entrare a far parte della sua compagnia era ben altra cosa. 

Il tipo era molto selettivo tanto che, per noi quattro e, per le ragazze che lui giudicava troppo “cattoliche” e timorate di Dio, sarebbe stato più facile ottenere la cittadinanza americana senza sapere una parola d’inglese. Ovviamente, per la gnocca, la porta era sempre aperta, comprese alcune compagne militanti in Lotta Continua che però erano munite di certe curve pericolose. 

Per noi, far parte di una compagnia era più che mai necessario, un bisogno primario come mangiare e dormire. Sì, perché negli anni Ottanta, senza una compagnia, eri praticamente un satellite alla deriva nello spazio dell’adolescenza. Ma, purtroppo, sembrava che, da quando avevamo acceso il trasmettitore, su noi di SolaRadio fosse scesa una sorta di maledizione sociale, quella del “voi no!” 

Eravamo “quelli fuori”, facevamo parte della casta degli esclusi: esclusi dalle compagnie, esclusi dalle feste, esclusi dalla camerata di quelli che contavano al campo scuola e persino dal banco dei tramezzini più buoni alla festa dei giovani in parrocchia.  

Allo scopo di trovare una spiegazione logica a tutto questo, continuavamo ad aggirarci come anime in pena nello sgangherato studio di SolaRadio, uno stanzino minuscolo foderato con i cartoni delle uova, nel quale ristagnava un odore di muffa che nemmeno un vento di bora a duecento chilometri all’ora riusciva a scacciare. 

Per trovare una risposta, comunque, bastava semplicemente guardarci. Sembravamo fatti con lo stampo: pantaloni “acqua alta” di un colore che non lo vedevi nemmeno addosso agli anziani in casa di riposo, idem per quei maglioni larghi che indossavamo. Capelli sui quali sembrava avesse nevicato da quanta forfora c’era, viso stravolto dall’acne che se avessimo fatto scoppiare tutti i brufoli ci avresti potuto condire una pasta. Non serviva aver letto i trattati di Freud e Jung per capire che eravamo, e ancora siamo, degli introversi senza alcuna speranza di reversibilità; era sufficiente osservare la nostra postura. La verità era che non sarebbe bastato neanche un abbonamento per dieci pellegrinaggi a Lourdes per renderci cool.  

Ohi fioi, versimo ‘na compagnia?” Paperoga buttò lì la proposta. Forse, nella nostra solitudine sociale, c’era un filo di speranza. 

Pochi giorni dopo, sotto mentite spoglie di un certo Rudy, decise di lanciare un annuncio epocale: 

Ciao gente! Se siete interessati a formare una nuova compagnia, ci troviamo domani pomeriggio alle sette davanti alla pasticceria della Cesarina!” 

Come a tutti noi, non gli interessava tanto fondare una compagnia per la gloria, la fratellanza o lo spirito di gruppo. No, il vero obiettivo era attirare qualche bella squinzia che potesse portare un po’ di “primavera” nel suo gelido deserto sentimentale. 

Al giorno e ora prefissata, munito di occhiali da sole anche se c’era un cielo grigio, il volpone fece finta di passare di lì per caso allo scopo di verificare se all’annuncio avesse risposto qualche bella squinzia. Noi tre, suoi compari di sventura, eravamo appostati a distanza, nascosti dietro un cespuglio come agenti segreti, ma senza la minima dignità. 

Faceva ridere osservare il nostro socio mentre si guardava intorno con aria speranzosa, scrutando ogni angolo della strada. Forse, pensava, sarebbe arrivata qualche Venere in jeans e maglietta, una musa che avrebbe trasformato la sua vita in una commedia romantica. Invece, come da copione, comparvero solo Berto Perdon detto “ipnotisaeo” per via dei suoi occhiali a fondo di bottiglia e Nicola Martin detto “manovea”, il perché ve lo lascio intuire. Due solitari moltoni in perenne batua.  

A quel punto, Paperoga fece quello che ogni grande leader farebbe: un cenno di pollice verso rivolto verso di noi, un gesto chiaro e inequivocabile. Noi, dal nostro nascondiglio, scoppiammo a ridere così forte che si sentiva su tutto il piazzale della chiesa. Era il suo modo per dire: Missione fallita, qui c’è da scappare. E mentre si dileguava con la nonchalance di un ladro beccato con le mani nella marmellata, capimmo una cosa: l’amico non sarebbe mai stato il leader di una compagnia, ma cavolo, sapeva come farci morire dal ridere. 

Per consolarci dal tentativo naufragato, ci rifugiammo in bar da Nane; alla fine comunque, una sorta di compagnia ce l’avevamo. Certo, i fioi del bar, non erano proprio coetanei ma, maestri di vita. A loro modo, dispensatori di perle di saggezza e aneddoti indelebili. Ce n’erano certi che, ogni volta che aprivano bocca, era un po’ come ascoltare un oracolo. 

“’Ste ‘tenti che ea fame fa brutti schersi”. A proposito di compagnie, Gianni Passarella, meglio conosciuto come Nane Passarea, con il tono solenne di chi stava rivelando un segreto universale, più di una volta ci aveva messo in guardia.  

All’inizio pensammo si riferisse alla necessità di mangiare, ma presto capimmo che parlava di un’altra fame. Quella che ti spinge a buttarti sulla prima donna che incontri solo per non restare solo. Se gli chiedevi di spiegarsi meglio, si limitava a indicare sé stesso con un gesto teatrale e un mezzo sospiro.  

Il tutto per confessare che era il classico morto de figa; un uomo che, aveva agito in preda a questa “fame” e ora ne pagava il prezzo, intrappolato in una vita di coppia non appagante. Di questa cosa, avrebbe dovuto farne tesoro EnsoPenso. 

Chi invece ascoltava certi “insegnanti” fin troppo era Paperoga. 

Un pomeriggio, entrammo proprio nel mentre Massimo Zoccarato stava deliziando i presenti con l’ultima delle sue avventure erotiche. I popcorn, come al cinema, non c’erano ma, andava bene lo stesso un bel tonno e cipolline accompagnato da una spuma. 

Ma ti, … ti fumi?” Il Maci stava facendo uno strano gesto con le dita della mano portata a fianco del suo naso. 

Memo Bottacin ci spiegò che l’illustre docente, stava erudendo i presenti su come chiedere a una donna se fosse disposta a fare un certo “lavoretto”. 

Notai che Paperoga seguiva attento come se stesse prendendo mentalmente degli appunti. 

Purtroppo, il giorno seguente avvenne quello che temevo. Durante l’ora di matematica, il troglodita, facendo lo stesso gesto con la mano, si rivolse all’avvenente Veroni; “Professoressa, … lei fuma?” 

Probabilmente quel gesto convenzionale e quella domanda erano di dominio pubblico; in classe scoppiò una risata fragorosa e il deficiente si beccò una nota sul registro. 

Alla fine, anche incidenti di percorso come questi, facevano parte del fascino di essere dei “follower” di certi personaggi. I “vecchi” del bar ci avevano adottati a modo loro, e noi li guardavamo con ammirazione (e un pizzico di paura). Era una compagnia strampalata, ma l’unica che ci aveva accolto. Cominciavamo a capire che il bar da Nane Sbérega era molto più di un locale: era un teatro, una scuola, e forse anche un piccolo circo. 

Inoltre, noi con la nostra piccolissima radio, avevamo qualcosa di unico, qualcosa che nessuna compagnia, nessun grande gruppo organizzato avrebbe mai potuto offrirci: la libertà di esprimerci liberamente nell’universo meraviglioso dell’etere. Esclusi, imperfetti, forse anche sfigati agli occhi del mondo, ma incredibilmente orgogliosi di ciò che eravamo. Quella radio era il nostro rifugio e il nostro megafono, un luogo dove potevamo sparare tutte le cazzate che volevamo e, non era cosa da poco. 

E poi, col tempo, quella compagnia che tanto ci mancava, proprio come voleva fare Paperoga, l’abbiamo costruita con le nostre mani. Sì, perché quella scassatissima emittente che avevamo fondato è diventata molto più di un semplice esperimento: si è trasformata in un rifugio, un punto di incontro per altri esclusi come noi. Anime erranti in cerca di un posto nel mondo, desiderose di far sentire la propria voce, di esistere agli occhi degli altri, proprio come lo eravamo noi. La nostra radio non era soltanto un progetto: era un simbolo di riscatto, una casa per chi si sentiva fuori posto, costruita con le onde dell’etere e il battito dei cuori.  

Non ci importa tanto di non arrivare da nessuna parte quanto di non avere compagnia durante il tragitto. Anna Frank 

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Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

El dotor Scarpa

Chi xè l’ultimo?” Nonostante la tecnologia avesse subito un’esponenziale evoluzione, prima del COVID, il collaudato sistema di accesso dei pazienti all’ambulatorio, dell’ormai vecchio dottor Scarpa, era rimasto invariato, sin dai tempi quando, novello dottoretto, aveva aperto bottega. Questo nonostante esistano applicazioni che permettono di prenotarti per anticipo visita medica e anche il tuo funerale, nell’eventualità che, quest’ultima, avesse un esito funesto.  

Memorabili le volte quando “l’ultimo”, ti faceva motto con lo sguardo, che sottintendeva, “cassi tui”, indicando dei personaggi ben vestiti dotati di valigetta. I tipi in questione erano gli odiatissimi, rappresentanti de medesine, almeno così li definiva il popolo.  

Quella volta che venne affisso il cartello “I signori informatori scientifici, si ricevono ogni tre pazienti”, tutti si chiesero chi cavolo fossero; si pensò a degli studiosi. Qualcuno ventilò l’ipotesi che si sarebbe girato un documentario in ambulatorio.  

I rappresentanti de medesine, una volta solo uomini ma che, ora, annoverano tra le loro file anche delle gran gnoccolone, se pur con fare gentile, come diciamo noi, i teo cassava a bottega, nel senso che la tua attesa si sarebbe prolungata inevitabilmente di un tot; questo per permettergli di infinocchiare per benino il doc. Sull’argomento, la fantasia dei frequentatori dell’ambulatorio galoppava; se el rappresentante era uomo, questi avrebbe sicuramente promesso allo Scarpa un giro di troie, se invece era donna, avrebbe provveduto direttamente lei a elargire la prestazione; era uno dei tanti argomenti per ingannare l’attesa.  

Non c’era comunque verso di ottimizzare i tempi. Una volta ebbi la malsana idea di chiedere, in veste di penultimo, all’ultima di tenermi il posto; avevo fatto un rapido calcolo e, sarei riuscito a passare da Vittorio per farmi lo scalpo. “Giovane! Cossa ti credi che sia ea to serva! Anca mi go da ‘ndar al marcà, ti speti qua come tutti ‘staltri!” La vecchia grima, assidua frequentatrice del posto, mi apostrofò in modo pesante innanzi ai presenti.  

Spesso, il problema non era il tempo di attesa, ma con chi condividevi quei pochi metri quadri dell’anticamera. La sopracitata grima generalmente non era mai da sola ma, usava accompagnarsi con altrettanti esemplari della sua specie.  

Faceva parte della categoria che, mio cugino Bobo, definiva “vedove allegre”; donne che avevano provveduto a sotterrare il marito qualche mese dopo che il tapino era riuscito ad arrivare alla tanto agognata pensione. La causa del decesso era sempre la stessa ovvero, “el ga avuo un croeo”; sulla cosa sarebbe stato interessante indagare. Le “vedove allegre”, con il cadavere del marito ancora caldo, non perdevano tempo per darsi alla pazza gioia scialacquando la pensione di reversibilità in cene sociali e gite parrocchiali.  

Quando te le trovavi in ambulatorio, aspettavano che ci fosse un attimo di silenzio e poi una di loro sparava; “savè chi che xè morto?” mentre una delle comari, una volta conosciuto il nome del novello “poro”, prontamente ribatteva “ma no! l’altro giorno el gera sentà proprio la”; il “proprio la”, era fatalità il posto dove stavo seduto. In un millisecondo, “vedove allegre” a parte, tutti gli altri, procedevano con il rito di toccarsi i genitali, donne comprese.  

Ovviamente non mancai di riferire al doc circa il disagio psichico nel quale ero sprofondato a causa delle vecchie; lo Scarpa se ne uscì con la storica frase “quee ‘e va al funeral de tutti tranne che al suo. Issamorti, no’ e xé proprio bone de farse i funerai sui”.  

Anche le lunghe attese riservavano i loro vantaggi; trovavi sempre tra gli astanti un tajatabarri professionista patentato che ti forniva notizie fresche in fatto di gossip locale. Non serviva leggere quelle quattro rivistine sgualcite, che giacevano da anni sopra il tavolino, era molto più divertente ascoltare, quello che la tipa o il tipo avevano da dire, specie se riguardavano gente che conoscevi bene.  

Se ti andava, potevi condividere sulla pubblica piazza, i tuoi problemi di salute; molto spesso, in sala d’attesa trovavi dei veri luminari della medicina e, in men che non si dica, ancor prima di varcare la soglia dell’ambulatorio, saltavano fuori diagnosi e cura. 

Mitico quel giorno che andai a farmi vedere un rusioeo, scientificamente detto orzaiolo, che mi era venuto nell’occhio destro.  

Fame vedar ‘sta roba”, non ebbi nemmeno il tempo di avvicinarmi alla scrivania. “Mostrime e man”, non capivo cosa c’entrasse ma obbedii. “Miseria! Quante ti te ne ga fatte?”, stavo già facendo mentalmente il conto quando mi interruppe “mona, so drio schersar”; tirai un sospiro di sollievo. 

A cossa xé dovuo?”, gli chiesi mentre compilava la ricetta. “A ‘na mancansa”, rispose sorridendomi. “De qualche vitamina?”, ribadii. “Ciamemoea cussì”, replicò con un ghigno ironico. Questo era il doc, sapeva vedere in profondità senza bisogno di avanzatissimi nonché costosissimi strumenti diagnostici. 

A proposito, ve go ‘scoltà”. Avevamo da poco messo su antenna, ma mai mi sarei aspettato che l’esimio e impegnatissimo medico di quartiere, trovasse del tempo per ascoltare un manipolo di deficienti che sparavano nell’etere cazzate a gogo. 

Ti me par un fià massa ebete ma, ti xé drio far ‘na bea roba”. Poi fu un fiume in piena nel lodare quello che stavo facendo e a parlare di musica, non gliene fregava niente che fuori in sala di attesa, le vecchie stavano scalpitando facendo il diavolo a quattro; a quei tempi, non c’erano le rigide imposizioni dell’Azienda Sanitaria sulla durata della visita. 

In quel momento, mi tornarono in mente le parole di mia mamma, che dello Scarpa aveva la fidelity card, quando diceva “guarisse più ‘na paroea che ‘na medesina” 

Samorti, cossa te gao trovà, el coera?” Ciano Manente mi fece notare che ero stato dentro più di mezz’ora. “Asseo star fantoin, varda che ocio, cossa te gao da?” mi chiese premurosa siora Onorina Cecchinato. 

’na pomata”, tagliai corto perché dovevo cercare di non dimenticare i nomi di certi farmaci salvavita che mi aveva prescritto a voce e che nessun rappresentante de medesine aveva in catalogo. Molti li conoscevo già ma altri come Franco Battiato, Sergio Endrigo, e Joan Baez me li dovevo assolutamente procurare. 

Era la settimana prima di Pasqua e, per non rischiare scomuniche lampo, avevo deciso di mettermi in regola con i dettami della Santa Romana Chiesa. Così, il giorno precedente, mi ero confessato. Del resto, viste le condizioni del mio occhio – secondo le convinzioni di mia nonna avevo guardato qualcosa che non dovevo guardare – non si poteva mai sapere, era meglio arrivare preparati al giudizio divino. D’altronde, le scritture parlavano chiaro: “se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue”. 

Eppure, devo ammetterlo: se tra confessionale e ambulatorio ci fosse stato un campionato del benessere interiore, il dottor Scarpa avrebbe vinto a mani basse. Quando uscii dal suo studio, una leggerezza nuova mi pervase, più intensa persino di quella provata dopo l’assoluzione di don Gianni. 

Fuori, il venticello primaverile mi sfiorava il viso con una carezza lieve, e il tepore della stagione mi invitava a sperare in qualcosa, quel qualcosa che mi mancava da sempre. Ero profondamente felice di avere il dottor Scarpa tra gli amici di SolaRadio. Lui ci capiva, ci sosteneva, mentre il nostro prete ci guardava con sospetto, semplicemente perché la nostra piccola radio non era nata in seno alla parrocchia, una cosa demoniaca che ci avrebbe portato alla perdizione. 

Ma el dotor, inoltre, cosa molto importante, mi aveva fatto intravedere quello che mi sarebbe piaciuto, almeno in teoria, fare nella vita. 

Ho sempre sospettato che il suo stetoscopio fosse tarato non solo per sentire i battiti del cuore, ma anche i sospiri dell’anima. È stato il primo che mi ha diagnosticato quella che, alla fine, era la mia più grave malattia. Senza troppi giri di parole, mi ha messo davanti alla realtà: sono pieno di paure, ne ho una collezione più vasta di un mercatino dell’usato, e queste hanno condizionato ogni scelta o peggio, non scelta, della mia vita. Ma mi ha anche insegnato ad accettarle, a conviverci, e soprattutto ad accettare me stesso per lo scemo che sono. 

Anche se mi è simpatico e mi fa un sacco di tenerezza quel ragazzo di origine indiana che ha preso il suo posto, ultimamente, riduco allo stretto necessario le capatine dal medico della mutua. La mia ipocondria è aumentata esponenzialmente, il solo passare davanti all’ambulatorio, mi induce i sintomi delle più svariate malattie. Inoltre, da quando ho passato una certa età, sono bersaglio di non so quante campagne di prevenzione, ricevo periodicamente lettere dal tono minaccioso. Per uno come me, la lettura di certi opuscoli genera un attacco di panico, c’è poco da fare, il messaggio subliminale che comunicano è chiaro, “ti xé vecio ti ga da morir!”  

Quando passo davanti all’ambulatorio, un’ondata di ricordi mi avvolge, riportandomi a quella visita di tanti anni fa. Ricordo l’energia che il dottor Scarpa seppe infondermi, quell’entusiasmo che mi aveva caricato a molla, facendomi sentire, per un istante, capace di qualsiasi cosa. 

Eppure, il tempo ha seguito il suo corso, e le cose non sono andate come forse avevo sognato. SolaRadio non è mai cresciuta ed è sempre rimasta una piccola emittente di quartiere; e io, non sono diventato chissà chi, né fatto un granché ma, più di tutto, non sono mai riuscito a trovare davvero quella cosa che, secondo lui, mi mancava. 

Eppure, se chiudo gli occhi, posso ancora sentire la sua voce mentre mi parlava di musica e di Martin Luther King. 

Nel nostro quartiere, nessuno si sarebbe sognato di tradire il dottor Scarpa per un presunto luminare dalla parcella esorbitante. Lui non era solo un “Medico Generico”, come recitava la targa. No, avrebbe meritato un titolo più onesto e prestigioso: “Medico Specialista dell’Ascolto di anime e … SolaRadio” 

Se non puoi essere un pino sul monte, 

sii una saggina nella valle, 

ma sii la migliore piccola saggina 

sulla sponda del ruscello. 

Se non puoi essere un albero, 

sii un cespuglio. 

Se non puoi essere un’autostrada 

sii un sentiero. 

Se non puoi essere il sole, 

sii una stella. 

Sii sempre il meglio 

di ciò che sei. 

Cerca di scoprire il disegno 

che sei chiamato ad essere, 

poi mettiti a realizzarlo nella vita.

Douglas Malloch 

Poesia citata da Martin Luther King nel discorso “The other America” del 1967  

La cura … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

La rete dell’aeroporto

La rete dell’aeroporto è sempre stata un confine, almeno per chi la vedeva dall’esterno: un limite tra ciò che è accessibile e ciò che è proibito. Per me, invece, quella rete rappresentava molto di più. Era il confine tra fantasia e realtà, tra terra e cielo, tra quotidianità e avventura.  

La prima volta che mi aggrappai a quella rete, avrò avuto sì e no cinque anni. Ricordo ancora mio padre, che mi sollevò dal ferro della sua bicicletta e mi piazzò davanti a quelle maglie di metallo. 

Al di là di quella la rete, scorsi un mondo fantastico, quasi magico: una distesa infinita di asfalto che sfiorava il cielo, gli aerei che dormivano come giganti tranquilli e poi, all’improvviso, il ruggito di un motore, un aereo che prendeva vita, correva veloce e si staccava da terra  

Ero incantato. Ma prima che potessi imprimere quell’immagine nella mia memoria, sentii le mani forti di mio padre che mi staccavano dalla rete, con la stessa decisione con cui strappava le erbacce dai campi. Per lui, il tempo passato lì era inutile. La realtà non era nei cieli, ma nei solchi della terra, nella fatica che ogni giorno lo aspettava. Gli animali da accudire e i campi da coltivare: quello era il suo mondo, il nostro mondo. 

Tornai a casa con le lacrime agli occhi. Ma dentro di me, qualcosa era cambiato. Non riuscivo a smettere di pensare a quell’aereo che si perdeva nell’orizzonte infinito. In quel momento, decisi, anche se non ne capivo ancora il significato, che in quel mondo ci volevo entrare. 

__________ 

E adesso dove andiamo?”, mi chiese Lea, la mia amichetta del cuore, con quella luce negli occhi che rendeva ogni sua domanda un invito all’avventura. Lo ricordo come se fosse ieri, quel pomeriggio in cui, in sella alle nostre biciclette, passammo il ponticello sul canale; era come oltrepassare una frontiera invisibile. Per la prima volta i nostri genitori ci avevano dato il permesso di andare oltre, liberi e indipendenti come piccoli esploratori del mondo. 

A vedere gli aerei”, risposi con un sorriso pieno di eccitazione. Non ci fu bisogno di convincerla: Lea mi seguì senza esitazione, pedalando al mio fianco con quell’entusiasmo che sembrava illuminare tutto attorno a lei. 

Anche a Lea piacevano gli aerei. Le avevo trasmesso la mia passione con i miei racconti, e ora condividevamo quel sogno che sembrava fatto d’aria, di ali e di libertà. Lei sognava di diventare una hostess e portare il suo sorriso in ogni angolo del mondo. Quando me ne parlava, io la ascoltavo incantato con una profonda ammirazione. Già allora, in un angolo nascosto del cuore, presagivo che Lea sarebbe andata lontano da quel posto in mezzo ai campi dove abitavamo. Ma in quel momento, in quell’istante perfetto, era ancora al mio fianco. La mia complice. La mia alleata. Il mio tutto. 

L’aeroporto non era proprio a un tiro di schioppo, ma i nostri genitori si fidavano di noi, nonostante avessimo solo dieci anni, pensavano che fossimo ormai grandi. In realtà era Lea a essere grande, e io semplicemente lo diventavo per osmosi, grazie a lei. Possedeva un’intelligenza straordinaria, una simpatia contagiosa e la maturità di una con dieci anni in più. 

Quando ero con Lea, mi sentivo felice, sicuro, ma soprattutto considerato. Non rideva mai di me come facevano gli altri; ascoltava ogni mia parola come se fosse importante, come se contenesse qualcosa di prezioso. Accanto a lei, mi sembrava che il mondo si aprisse davanti ai nostri occhi, infinito e pieno di possibilità. 

Arrivammo lì, con il cuore che ci batteva forte. Quella volta nessuno si affrettò a staccarmi dalla rete, nessuna voce a richiamarmi indietro. Ero libero, finalmente, di guardare. Rimasi immobile, in equilibrio instabile sulla mia bicicletta, mentre un aereo si staccava dalla pista e si lanciava verso il cielo come un’aquila in cerca di vento. Il rombo del motore era un canto profondo, un richiamo antico che sembrava risuonare non solo fuori, ma anche dentro di me. 

In quel momento capii una cosa che non avevo mai osato dire ad alta voce: non volevo rimanere ancorato alla terra. Quella terra che mio padre considerava rifugio e certezza, per me era diventata una gabbia. Una prigione fatta di polvere e sudore, di giorni sempre uguali. Volevo staccare la mia ombra da quella terra che conosceva solo fatica. Volevo spezzare le catene invisibili che mi legavano al suolo. Per farlo, dovevo volare. 

Voltai lo sguardo verso Lea, con una decisione che mai prima avevo avuto il coraggio di esprimere. “Diventerò un pilota,” le dissi, la voce tremante e sicura insieme, come una promessa fatta al vento. Lei sorrise, uno di quei sorrisi che contengono tutta la forza del mondo. “Lo diventerai, ne sono sicura”, rispose, e le sue mani si posarono sulle mie, ancora aggrappate alla rete dell’aeroporto, come a sigillare un patto segreto tra il sogno e la realtà. In quel momento, non c’era più confine tra terra e cielo. C’era solo la promessa del volo. 

___________ 

Non credo ci siano tante persone che come me, si sono iscritte, di nascosto dai genitori, al concorso per allievi ufficiali piloti. Era un richiamo a cui non potevo sottrarmi, quasi una ribellione contro una vita che sembrava già scritta, una vita in cui immaginavo ogni passo prima ancora di compierlo. 

Quando arrivò il telegramma di convocazione, che mi comunicava di aver superato la selezione, fu come se avessi ricevuto un passaporto per una vita nuova, una via di fuga verso il cielo. Avevo una settimana di tempo per presentarmi in Accademia a Pozzuoli. A quel punto realizzai che mi trovavo di fronte a una svolta e iniziai a sudare freddo. 

Quella scelta significava soprattutto staccarmi da quei due genitori anziani che contavano su di me, che mi avrebbero voluto al loro fianco, per sempre, quasi come un’ombra fedele. La loro aspettativa era chiara: ero destinato a restare lì, come un badante, a prendermi cura di loro e della casa, a vivere la loro stessa vita. 

Non ci pensai due volte, il mio sogno non si poteva spegnere e così presi la decisione di partire. Raccolsi le mie cose, e me ne andai, letteralmente scappando di casa. Quello era il mio posto, anche se significava perdere qualcosa, allontanarmi dai miei affetti e dall’unico mondo che conoscevo. 

Varcai l’ingresso dell’Accademia Aeronautica senza voltarmi indietro; e, senza mai voltarmi indietro, affrontai i mille ostacoli di quel primo anno, primo fra tutti le angherie dei vecchi. 

Ogni giorno era un sacrificio tra adunate all’alba, marce sfinenti, ore sui banchi e continue selezioni. Per vedermi appuntare quell’aquila turrita sulla giacca ed inseguire il cielo dovetti pagare un certo prezzo ma, alla fine, ne valse la pena. 

__________ 

“EJECT, EJECT, EJETC” 

Sento ancora chiaramente quelle terribili parole dal suono metallico che rimbombavano dentro il casco. Era vero quello che avevo sentito raccontare ovvero che, da quell’istante tutto rallenta. I secondi sembravano interminabili minuti. 

Avevo da poco superato la recinzione della base e intravisto le persone che guardavano gli aerei come facevo io da bambino, non mi pareva ci fosse niente di anomalo, solo un gran dolore improvviso su tutto il corpo e le mani che non riuscivano a stringere i comandi. 

Era una sequenza studiata a memoria nei manuali ma, che nessun pilota di augurava di dover fare; perché tirare quel cordino giallo e nero che ti spara fuori dall’aereo era, oltre che un gesto estremo, una sconfitta. 

Dopo, solo quell’immagine del mio corpo che si separava dall’aereo. Più di qualcuno mi ha detto che non era possibile che ricordassi ma io, ancora oggi ce l’ho nitidamente impressa nella mente; perché, quell’istante mi separò da ciò che ero stato fino ad allora: un aviatore, libero e invincibile. 

Dal mio letto di ospedale continuavo a ripetere con quel filo di voce che mi era rimasto “overhead motore”. Il capitano medico della base continuava a scuotere il capo, sembrava non sentire le mie parole ma, solo quelle del medico ospedaliero che gli ripeteva “cardiomiopatia” seguita da altri strani paroloni. 

Quel giorno, quando il mio corpo fu scaraventato fuori dall’aereo, fu come se un’intera vita mi venisse strappata via. Capii che qualcosa dentro di me si era spezzato per sempre. Da quel momento mi ritrovai un uomo vulnerabile e pieno di paure che non avevo mai avuto; prima fra tutte quella della morte. 

Improvvisamente mi trovai di fronte a un futuro incerto, privo di fondamenta solide, senza alcuna motivazione che mi spingesse avanti. 

Anche la mia fede, quella che fino a quel momento credevo di avere, cominciò a sgretolarsi. Dio, che avevo sempre considerato un faro nella tempesta, ora appariva come una creazione umana, un’illusione nata dal bisogno disperato di credere nell’eternità. Ma quell’eternità, per me, si era infranta al suolo, proprio come il mio aereo. 

Ogni mattina era una battaglia per trovare un motivo, anche piccolo, che mi desse la forza di andare avanti. 

Mi scoprivo diverso, quasi uno sconosciuto a me stesso. Sentivo avanzare l’ombra della solitudine, pesante come un fardello invisibile, ma presente in ogni respiro. 

__________ 

Il sole del tardo pomeriggio stava calando all’orizzonte, tingendo di arancio il cielo e gli aerei che, da dietro la rete metallica, che separava il mondo dei sogni dal resto della realtà, decollavano e atterravano sulla pista dell’aeroporto. 

«Ti ricordi quando ci venivamo con la bici?» disse Lea, con tono leggero. 

«Certo che mi ricordo» risposi. «Ti ostinavi a chiamarmi comandante anche se non sapevo nemmeno pedalare senza mani.» 

Sorridemmo entrambi, ma il mio sorriso si spense più in fretta. I miei occhi erano fissi quell’Airbus che si preparava al decollo, ma il mio sguardo non aveva più la scintilla di una volta. Era lo sguardo di un uomo che, pur avendo raggiunto le stelle, era caduto giù troppo in fretta. 

Avevo realizzato il mio sogno: ero diventato un pilota. Avevo vissuto quegli anni come in un turbinio di adrenalina e libertà, con il cielo come ufficio e le nuvole come compagne. Ma un incidente mi aveva rimesso a terra per sempre, rendendo fragili non solo il mio corpo, ma anche la mia anima. Ora guardavo gli aerei come un bambino con il naso schiacciato contro la vetrina di un negozio di giocattoli, consapevole che non avrei mai più potuto averli. 

Lea, invece, aveva scelto una strada diversa, una strada che ai miei occhi è sempre apparsa una sequela di compromessi e rinunce. Non era riuscita a diventare una hostess, un sogno che aveva finito per lasciar svanire con il tempo. Non era riuscita nemmeno a completare gli studi e a laurearsi. Eppure, mentre io solcavo i cieli inseguendo la mia libertà, lei costruiva comunque una vita piena, concreta. Si era anche lei allontanata da quel posto in mezzo ai campi, si era sposata, aveva avuto figli. Aveva imparato a vivere, a trovare stabilità accanto a un uomo stimato e ammirato. Lea non temeva il domani; sembrava avere il coraggio che io, una volta a terra, avevo perso. 

Era sempre stata la mia migliore amica, forse qualcosa di più, anche se non avevamo mai trovato il coraggio di dircelo. Forse per paura di rovinare ciò che già avevamo, o forse perché io ero troppo occupato a inseguire il cielo per accorgermi di chi camminava al mio fianco. 

Come se la vita avesse voluto restituirmela proprio nel momento in cui ne avevo più bisogno, Lea era riapparsa, quasi miracolosamente, dopo tanti anni. Ero fragile, un uomo a metà. E lei, come sempre, sapeva esattamente cosa fare. Mi invitò a mangiare una pizza nello stesso locale dove, quel settembre del 1983, tutto orgoglioso, le avevo mostrato il telegramma di convocazione in accademia. Sembrava che il tempo non fosse mai passato, eppure tutto era diverso. Ora ero io a piangere, mentre lei mi guardava con dolcezza, come quella sera lontana in cui le lacrime erano le sue, e io, troppo euforico e ingenuo, non riuscivo a capire il perché. 

Lea aprì la sua borsa e tirò fuori una serie di foto. Me le mostrò a una a una, raccontandomi la storia della sua vita. Erano immagini di momenti felici: lei con i suoi figli, lei con suo marito, lei in mezzo a una vita che io non avevo mai conosciuto. Ma c’era qualcosa che mi colpì. In ogni foto, anche nei sorrisi più belli, c’era uno sguardo velato di malinconia. 

Sembrava quasi che le mancasse qualcosa. E non potei fare a meno di chiedermi se, in mezzo a quella vita piena e semplice, ci fosse ancora uno spazio vuoto, un vuoto che forse avevo lasciato io. 

Non mi ero reso conto che la voglia di volare, di rincorrere i miei sogni e staccare la mia ombra dalla terra, mi aveva portato lontano. Lontano da ciò che contava davvero, lontano dalle persone; e, tra tutte quelle persone, ce n’era una che brillava più degli altri. Qualcuna che, con dolcezza e infinita pazienza, non smise mai di aspettarmi.  

Ormai stava facendo freddo, ma io, come quando ero bambino, facevo fatica a staccare le mie mani da quella rete. 

«Sai» gli dissi, rompendo il silenzio. «Quando ero là sopra, tutto sembrava così piccolo. La vita, i problemi… persino i sogni. Ma ora...» Feci un gesto vago verso la pista. «Ora ho paura anche di salire su un aereo come passeggero. Non sono più lo stesso.» 

Lea mi guardò, cercando le parole giuste. «Forse non sei più quello di prima, ma sei ancora qui. E questo conta. Siamo ancora qui. Come allora. Guarda: non è cambiato niente.»; mentre mi parlava, mi prese delicatamente le mani. 

Sollevai lo sguardo e per un attimo, mi rividi ragazzino, con gli occhi pieni di speranza, accanto alla mia migliore amica o, in realtà qualcosa di più che non avevo colto. Lea aveva ragione. Nonostante tutto, eravamo ancora due bambini a guardare gli aerei attraverso quella rete. 

«Sai cosa penso?» disse Lea. «Che non importa se abbiamo volato davvero o solo con la testa. L’importante è che non smettiamo mai di stare insieme, parlarci e guardare verso il cielo.»  

Sorridendo annuii, e con la mano gli sfiorai i capelli. Forse il tempo ci aveva cambiati, ma non aveva separato le nostre anime. E lì, davanti alla rete, con il vento che portava l’odore di libertà, capii che non serviva volare per sentirmi vivo. 

Perché il sogno, in fondo, non era mai stato dietro quella rete. Era sempre stato dentro di noi. 

* * *

Trova qualcuno che ti faccia dimenticare il tuo passato, la tristezza. Trova qualcuno che ti cambi la vita, che la renda migliore, che sostituisca e riempia il vuoto. Trova qualcuno per cui valga la pena sorridere. Marilyn Monroe 

Luce … ascolta il podcast

Racconto tratto dalla raccolta CAMPARE IN ARIA – © 2025 Michele Camillo

Dediche & Richieste

E ‘desso cossa femo? fu la frase che inaugurò, in modo decisamente non ufficiale, la nostra avventura radiofonica. Era passata solo una manciata di secondi da quando sior Sergio, con un’aria solenne degna di un lancio spaziale, aveva acceso il trasmettitore ma, quando realizzammo che Solaradio dai 107,8 FM, viaggiava liberamente nell’etere, ci colse il panico. 

L’entusiasmo che fino a quel momento ci aveva fatti sentire come i nuovi protagonisti dei paeassoni si era improvvisamente dissolto. In un attimo, quel microfono, che fino a cinque minuti prima ci sembrava un entusiasmante trampolino di lancio per farse vedar, come diciamo in dialetto, si era trasformato in una creatura aliena. Ci fissava – sì, ci fissava – con un’aria minacciosa, come se sapesse già che eravamo lì senza uno straccio di idea su cosa dire. 

In fondo, eravamo solo dei fioi, con più ambizioni che competenze e, una fifa folle di sputtanarci a vita.  Avevamo la convinzione che sarebbe bastato prendere il microfono e sparare quattro troiate, per dire addio agli sfigati anonimi. Invece, eccoci lì, bloccati, impantanati in un silenzio imbarazzante. 

Ci guardammo l’un l’altro, cercando disperatamente una soluzione. Tanto per cambiare dall’agitazione EnsoPenso ne mollò una delle sue. 

Va ‘vanti ti, scomissia ti”, alla fine toccò a me aprire le danze e, questo ve l’ho già raccontato. Quello che non vi ho detto è che ci rendemmo subito conto che ‘sta roba della radio non era un giocattolo ma, una cosa seria. Mentre noi, eravamo solo dei ragazzini con il sogno di fare i fighi ma senza un piano concreto. Nemmeno un foglio di appunti. Manco una scaletta; solo tanto entusiasmo.  

Non ci restava che adeguarci. Come tutte le altre radio, decidemmo di iniziare con un programma di “dediche e richieste”, il grande classico dei palinsesti delle prime radio libere. Avevamo visto che era una cosa che, almeno nelle altre radio, funzionava alla grande, chi eravamo noi per metterla in discussione?  

A questo punto, è doveroso rendere omaggio al nostro mentore involontario: il leggendario programma “Musica per voi” di Radio Capodistria, il progenitore delle dediche radiofoniche di mezzo mondo. 

Ancora oggi mi viene da ridere quando ripenso a quegli annunci, scolpiti nella memoria come le poesie di scuola: “Un trenino carico di auguri per la cara zia, nonna e mamma, Elvira Scattolin di Scorzé Venezia”. Il tono era solenne, quasi liturgico, come se un trenino carico di auguri fosse una cosa reale, che bisognava annunciare con la stessa gravità di un bollettino di guerra. E poi c’era la pronuncia: gli accenti non esistevano. In questo caso Scorzé diventava “Scorze”, come le bucce di mela. Le doppie non esistevano, ogni parola veniva storpiata con una sicurezza che lasciava senza fiato. 

Ma il meglio era il procedimento per fare una dedica. Bisognava organizzarsi mesi prima. La procedura era un misto tra una pratica burocratica e un rituale sacro. Si scriveva il messaggio con una cura maniacale, cercando di evitare errori, lo si infilava in una busta con un’offerta che sembrava più un’oblazione – mancava solo il cero votivo – e si spediva il tutto per posta. La pazienza era obbligatoria: se fosse andato tutto bene, la dedica sarebbe stata letta tre settimane dopo altrimenti, c’era il rischio che a nonna Elvira gli auguri arrivassero quando, già da tempo, si trovava in compagnia di san Pietro. Lo speaker di allora, il mitico Branko, mandò in onda la dedica per gli ultimi cento giorni di naja del contingente di mio fratello, dopo circa sei mesi che si era congedato. 

E poi c’erano le canzoni, sembrava che i compagni Jugoslavi avessero solo due dischi. Per anni – decenni forse – sembrava che l’unica musica dedicabile fosse composta da due titoli: “Mamma” di Beniamino Gigli e “Bandiera rossa”. Qualcuno ogni tanto azzardava un “Romagna mia” per variare, ma il rischio era alto. Il risultato era che il palinsesto di “Musica per voi” assomigliava al repertorio musicale di una festa dell’Unità. 

A dire il vero anche noi abbiamo iniziato con le dediche scritte su bigliettini di carta visto che non avevamo il telefono. A dire ancora più il vero le prime ce le inventavamo di sana pianta.  

Parlando poi di dischi, c’era poco da prendere in giro gli amici che stavano dall’altra parte dell’Adriatico. All’inizio potevamo contare solo sulla donazione di mia cugina Franca, ovvero un pacco di quarantacinque giri ammuffiti degli anni Sessanta. Mi ricordo che avevamo “Prendi questa mano zingara” di Iva Zanicchi e “Senza fine” di Gino Paoli e Ornella Vanoni che, EnsoPenso storpiava in “Prendi questo in mano Zingara” e “Senza fighe”. 

Al fine di implementare il nostro parco canzoni e riuscire a far fronte alle richieste dei nostri quattro ascoltatori adottammo un metodo rigoroso ovvero, richiedere le canzoni più in voga alle radio concorrenti e, tramite il fido radioregistratore Grundig di Tito, riversarle su audiocassetta. Il tutto, con la speranza che quel becanoto di speaker non ci parlasse sopra; altrimenti, toccava rifare tutto daccapo.  

Approfitto di queste righe per scusarmi con gli illustri colleghi di un tempo, inconsapevoli fornitori di Solaradio. 

Alla fine, avevamo accumulato parecchie decine di audiocassette. Il problema era che per mandare in onda il brano che ci avevano richiesto, bisognava aprire una ex rubrica telefonica dove c’erano le canzoni in ordine alfabetico e, già questo era un dramma. Ancora oggi ho il dubbio se erano Le Freak che cantavano Le Chic o Le Chic che cantavano Le Freak; mi ricordo che nella rubrica, per non sbagliare, questa canzone la trovavi sia sotto la lettera C che, sotto la lettera F. A fianco del titolo era annotato il numero della cassetta e la relativa posizione nel nastro. La ricerca della cassetta era un altro dramma in quanto spesso era finita chissà dove o peggio, se l’era portata a casa qualcuno. Morale, se tutto filava liscio, ci volevano quasi due ore tra la richiesta e la messa in onda del brano, sempre ammesso che quest’ultimo si trovasse in una di quelle mitiche cassette altrimenti, bisognava aspettare un po’ di giorni affinché uno di noi richiedesse il brano a un emittente concorrente, pregando il DJ di non parlarci sopra perché, la fantomatica Giulia alla quale era dedicata voleva ascoltarla senza interruzioni.  

Il nostro più grande handicap però, rimaneva la mancanza del telefono. Un giorno, preso dalla frustrazione per l’assenza del prezioso strumento, quel gran mona di Paperoga, decise di sparare dai 107,8 FM il numero di casa sua che, era due piani più sotto della mansarda; fu una tragedia. Quella che segue è la trascrizione integrale della prima storica telefonata a SolaRadio, effettuata da Memo Bottacin, schiacciato insieme a Gino Furlan e Tony Sabbadin nella cabina adiacente il bar da Nane. 

Memo; “Pronto xe ea radio?” 

Sior Ottorino Ballarin, papà di Paperoga; “No, questa xe fameja Baearin” 

Memo; “Ma no xe quei dea radio? Xeo sicuro?” 

Sior Ottorino; “Sicurissimo ghe digo 

Memo; “El me scusa maestro, ma questo no xe el ******?” 

Sior Ottorino; “Si che el xe el ******. Ma no xè ea radio ghe digo” 

Memo; “Mah, no’ capisso, Paperoga, uno de quei dea radio ga da ‘sto numero” 

Sior Ottorino; “Issamorti, ‘desso go capio xe quell’insemenio de me fio e ‘staltri fioi de sora in mansarda” 

Memo; “Aeora sior el xé toga nota se el pol” 

Sior Ottorino; “come che el vol paron” 

Memo; “aeora el scriva se i pol gentilmente ‘ndar tutti quanti ben, ben in cueo de so mare” 

Sior Ottorino; “Co piasser paron” 

Sior Ottorino salì a portarci il foglietto con la “dedica” di Memo e compari. Poi, ci tenne a precisare che quella era casa Ballarin e non Solaradio e che se avesse ricevuto altre telefonate avrebbe lui stesso provveduto a spezzare con le sue mani il palo dell’antenna e ficcarcelo in un certo posto. Il tipo era un omone alto un metro e novanta che di professione faceva il battilamiere al Breda, per cui, dovevamo veramente preoccuparci del fatto che potesse mettere in atto le sue minacce. Per non so quanto tempo, continuammo con i bigliettini. 

E, per non so quanto tempo, continuammo senza dare un titolo a quel mitico programma che finì per diventare il cuore pulsante della nostra emittente, quasi l’anima stessa della radio. 

Dopo alcuni mesi, constatai con piacere che condurre “dediche e richieste”, mi stava dando la meravigliosa opportunità di conoscere molte persone. Mi resi conto che, non era un semplice programma radiofonico ma, un momento di connessione, un ponte tra me che stavo dietro un microfono e chi mi ascoltava. Ogni brano che trasmettevo era più di una melodia: era un abbraccio, una mano tesa nel buio, una promessa di non essere soli. Fu così che mi balenò l’idea di battezzarlo “non più soli con SolaRadio”.  

“Non più soli con SolaRadio”, divenne anche un palco tutto nostro; uno spazio etereo in cui sfogare la nostra creatività, le nostre illusioni romantiche e, soprattutto, la nostra abilità nello sparare puttanate. 

Ci inventavamo dei personaggi che intervenivano con false telefonate in diretta. Io facevo la parte di un certo Gino Bulighin, el sindaco de Badojon. Divenne un mito, merito soprattutto delle mie origini contadine dalle quali ho ereditato una cadenza vocale diciamo … tipicamente country. 

Ognuno di noi quattro poi, usando uno pseudonimo, si trasformava in un “dedicatore”;  

Paperoga, da sempre maestro negli scherzi, si divertiva con i falsi appuntamenti. Tra le dediche che leggeva, c’era sempre una fantomatica donna in cerca di un uomo. Seguivano luogo, giorno e ora dell’incontro. L’unica cosa reale? Il luogo e il malcapitato destinatario, che di solito era qualcuno che ci stava cordialmente sulle palle. Se non avevamo impegni, ci appostavamo nei paraggi per osservare la scena, per vedere, come diceva Enzo Jannacci, “di nascosto l’effetto che fa” 

EnsoPenso, da assatanato di sesso come è sempre stato, leggeva dediche di improbabili ninfomani. Le sue “vittime” erano spesso gli habitué del bar da Nane, affetti come lui dal maldemona. I messaggi erano inenarrabili, ma immancabilmente accompagnati da Could It Be Magic di Donna Summer. Per chi se la ricorda era la classica colonna sonora di certi film mentali che noi maschietti ci proiettavamo mentre ce ne stavamo chiusi in bagno con il catalogo Postal Market. 

A proposito di canzoni piccanti, quasi ogni sera un tale “filosofo pazzo” dedicava Je t’aime moi non plus a Francesca S. pregandola di lasciare quello stronzo con cui stava insieme, visto che il già menzionato, se la faceva con tale Cristina S. Dettaglio non trascurabile, quel tale “filosofo pazzo” era il Tito mentre lo stronzo di turno era lo stronzissimo Riccardo Beltrame.  

Quanto a me, nei panni di Enea, dedicavo infinite canzoni d’amore alla mia Didone, che altri non era che Vera. Attraverso quelle melodie, speravo potesse riaffiorare il nostro amore. 

Conducendo questo programma, ho imparato lezioni che nessun libro e nessun intellettuale con la puzza sotto il naso potrebbe mai insegnare. È vero, molti nobili saccenti, culturalmente elevati, lo snobbano. Ma a me ha svelato un segreto semplice e prezioso: una radio, anche piccola e modesta come la nostra, non è soltanto un mezzo per trasmettere canzoni. È molto di più. 

La radio è una cura. Non per il corpo, ma per l’anima. Attraverso la musica, sa trovare un varco nelle crepe lasciate dal tempo e dalla vita. Ogni nota è un balsamo, ogni melodia una carezza, capace di lenire quelle ferite invisibili che ognuno di noi si porta dentro. È un abbraccio sonoro che non giudica, non chiede nulla in cambio, ma offre conforto e speranza. 

Ogni dedica è una finestra che si apre sull’anima di chi ascolta, un segreto sussurrato che trova la sua voce nella musica. È come se, per un istante, la distanza tra due persone – che sia fisica o emotiva – si annullasse, lasciando spazio a un’armonia condivisa. C’è qualcosa di profondamente magico in questi messaggi, li vedo come una sorta di preghiera laica, un filo invisibile che collega vite e cuori attraverso le note. 

Penso alle migliaia di canzoni che ho mandato in onda per i miei ascoltatori; non sono solo brani ma, pezzi di vita, frammenti di memoria che hanno lasciato segni profondi. Raccontavano una storia, un momento in cui la vita ha preso una svolta inaspettata. Brani che trasportavano sogni, altri che portavano il sapore di un addio, altri ancora che, nel loro ritornello semplice, hanno saputo custodire una felicità irripetibile. 

Ogni canzone non è solo un regalo per chi ascolta, ma un viaggio anche per me. In ogni melodia, ritrovo emozioni che credevo dimenticate, tracciando una mappa invisibile che attraversa il tempo e il cuore. 

Dediche e Richieste è stato il programma con cui ho mosso i primi passi nel mondo della radio e da allora non ho più smesso. È stato il mio battito iniziale, la scintilla che ha acceso una passione destinata a durare per sempre. 

Radiofonicamente parlando, ho provato a fare altro, a intraprendere strade diverse, ma non possiedo le qualità artistiche per lasciare un’impronta altrove. E poi, ogni volta che penso di abbandonare quel programma, mi sento come se stessi voltando le spalle a un vecchio amico. Un amico che mi ha accompagnato nei momenti più belli e mi ha sostenuto nei più difficili, che ha dato voce ai miei sogni e reso indimenticabili tanti piccoli frammenti di vita. Rinunciare a lui sarebbe come rinunciare a una parte di me, a quella magia che solo la radio riesce a creare. 

Anche io, lo confesso, ho lasciato scivolare, tra le pieghe della notte, un messaggio subliminale diretto a qualcuno che ha un posto speciale nel mio cuore. È strano come una semplice canzone possa dire tutto quello che non abbiamo il coraggio di pronunciare a voce. E quando quella canzone risuona, è come se l’universo intero sapesse, anche senza parole, cosa intendo dire. 

Se sarai vento, canterai 
Se sarai acqua, brillerai 
Se sarai ciò che sarò 
E se sarai tempo, ti aspetterò 
Per sempre 

Se sarai luce, scalderai 
Se sarai luna, ti vedrò 
E se sarai qui non lo saprò 
Ma se sei tu, lo sentirò 

Ovunque sarai, ovunque sarò 
In ogni gesto io ti cercherò 
Se non ci sarai, io lo capirò 
E nel silenzio io ti ascolterò 

Se sarò in terra, mi alzerai 
Se farà freddo, brucerai 
E lo so che mi puoi sentire 

Dove ogni anima ha un colore 
Ogni lacrima ha il tuo nome 
Se tornerai qui, se mai, lo sai 
Che io ti aspetterò 

Ovunque sarai, ovunque sarò 
In ogni gesto io ti cercherò 
Se non ci sarai, io lo capirò 
E nel silenzio io ti ascolterò 
Io ti ascolterò … 

© 2022 – F.M. Fanti “Irama” / G. Colonnelli / P.M. Lombroni Capalbo “Shalbo” / V.L. Faraone 

Ovunque sarai … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

The Christmas Blues

© 2024 Michele Camillo

“Questi giorni maledetti che sanno di malinconia e panettone”

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Il mio piccolo Natale

Credo che per ognuno ci sia un momento preciso in cui crolla definitivamente il mito di Babbo Natale. Per me fu quando Paperoga piombò nello studio in modo teatrale, con sottobraccio Christmas Jollies della Salsoul Orchestra. Preso usato a solo cinquemila lire, l’affare del ventesimo secolo.  

La faccia di EnsoPenso, mentre ammirava la tipa in copertina vestita da Babbo Natale – o meglio, svestita – con mezzo lato B in libera esposizione, diceva tutto. Non parliamo poi dei commenti sulle “qualità artistiche” della ragazza. Una sequela di volgarità che non posso ripetere senza rischiare di essere censurato. Poi, prese il disco del Piccolo Coro dell’Antoniano e mimò il gesto di buttarlo dalla finestra. Ormai, quelle canzoncine di Natale che avevano allietato la nostra infanzia erano roba vecchia. La Salsoul Orchestra prese il posto di quel coretto. 

Stavamo crescendo e ormai a Babbo Natale non ci credevamo più, ma continuavamo ad aspettarlo lo stesso; parlo di quello con le sembianze della ragazza in copertina.  

Qua no’ xé drio cagarne nissun”. Tito, aveva il morale sottoterra. Erano giorni che sparavamo a ripetizione quel maledetto tormentone di Christmas Jollies, roba che se avessimo avuto uno spiritello del Natale in studio si sarebbe licenziato per esaurimento nervoso. Eppure, niente: risultati zero. 

Preciso che, per risultati o target come si usa dire per sciacquarsi la bocca con un termine in voga, non intendevamo la quantità di ascoltatori ma … la qualità. 

Per capirci, non ci interessava se chiamava siora Antonia, la nonna del Tito per chiederci se potevamo mandare in onda Bianco Natale che, tra parentesi, pur essendo il singolo discografico più venduto della storia, non avevamo. Ad ognuno di noi interessava che chiamasse una ben precisa persona. Il bello era che nessuno di noi quattro trovava il coraggio di chiamarla per nome. Era come se fosse un segreto di stato, custodito con la serietà di una spia sotto copertura.  

L’unico che osava rompere il silenzio era EnsoPenso, ma a modo suo. Il nostro amico, si prodigava in descrizioni millimetriche su come avrebbe dovuto essere vestita la misteriosa chiamante. Il tipo era molto attento al risparmio sulla stoffa; bastava una finissima magliettina luccicante, una minigonna “lunga” dieci centimetri e stivaloni con tacco venti. Quando ne parlava, vedevamo chiaramente la bava che gli usciva dalla bocca. 

Il mio segreto, la mia grande aspettativa natalizia, era un dono che non potevo mettere sotto l’albero ma che speravo di trovare comunque, avvolto in un sorriso. Speravo che Babbo Natale, con la sua magia goffa e onnipotente, mi concedesse un miracolo: incontrarla di nuovo. Speravo che le onde radio della nostra piccola emittente, fragili e incerte come un aquilone che sfida il vento, potessero arrivare fino a lei dovunque si trovasse. 

Era il primo Natale da quando, qualche anno prima SolaRadio, aveva acceso il trasmettitore, che decidemmo di passarlo in studio a trasmettere in diretta ma – con sommo sconforto – devo ammettere che né io né gli altri tre mandoloni conserviamo un ricordo particolarmente entusiasmante di quel debutto natalizio. Diciamo pure che, come battesimo, fu più simile a un gavettone gelido in piena faccia. 

Dopo il pranzo di Natale, il giorno di Santo Stefano, ci facemmo una colossale scorpacciata… di fegato, quando scoprimmo che la leader dei basabanchi di Azione Cattolica Giovani, tale Caterina Crevatin, aveva organizzato un’interessante festaio (festin con troiaio n.d.r.), nella taverna della sua villetta al quale aveva invitato tutti, tranne qualcuno. I tranne qualcuno eravamo noi quattro più Lele Zanon e Fabio De Bellis. 

Ora, per dovere statistico, va detto che Lele e Fabio erano da sempre fuori dai giochi sociali: li avevano esclusi già al momento dell’iscrizione all’anagrafe, con un timbro “non invitabile” sul certificato di nascita. Ma noi? Noi quattro speravamo ancora in un miracolo natalizio, sentivamo di meritarcelo in quanto ci illudevamo, in qualità di fioi dea radio, di essere dei gran fighi. 

Personalmente, ciò che mi devastò fu che all’uscita della messa di mezzanotte, proprio dalla Crevatin, mi beccai il primo bacio sulla guancia della mia vita, condito da calorosi auguri. Un bacio che, mi fece sentire una persona speciale. Ma quando scoprii del festone il giorno dopo, mi resi conto che quel bacio non era un gesto dolce. Era il bacio di Giuda in versione femminile. Altro che il cattolico spirito di fratellanza Natalizia! 

E come se non bastasse, la batosta finale arrivò a Capodanno. Alle feste di San Silvestro non ci invitò nessuno. Zero totale. Nessuno, tranne la solita siora Antonia, che ebbe il coraggio di chiedere se potevamo animare la festa del gruppo anziani della parrocchia.  

Fu così che le nostre prime festività natalizie da speaker di SolaRadio si trasformarono in una perfetta parabola esistenziale: da “La voce della comunità” a “Gli esclusi di professione”. Una lezione di vita, certo. Ma, almeno per quello che mi riguarda, il mio fegato, da allora, ne sta ancora soffrendo. 

Fu l’inizio di un periodo di amare consapevolezze. Le feste di Natale smisero l’abito fatto di lucine e magie per diventare il teatro di aspettative deluse. 

Cominciava a essere dolorosamente chiaro che non bastava fare i fighi perché parlavamo in una fantomatica radio. Pensavamo che il microfono fosse un’arma segreta, capace di darci fascino e autorevolezza, ma scoprimmo presto che non funzionava così. 

Tito e Paperoga si posero dei seri quesiti di carattere teologico sul significato del santo Natale: ma Gesù Bambino, esiste davvero? Perché, se esiste, come mai non ci manda una squinzia, o almeno un invito al festino dell’ultimo? Ma, soprattutto perché tutte le squinzie della parrocchia se le cuccavano certi stronzissimi miscredenti che non avevano nel curriculum nemmeno un’ora di frequenza al gruppo giovani del venerdì sera? Da quel Natale, smisero di andare a messa alla domenica.  

EnsoPenso, invece, non ebbe il coraggio di voltare le spalle alla sacra romana chiesa. Aveva una fifa blu – no, anzi, rosso fuoco – di finire dritto all’inferno, “là dove sarà pianto e stridore di denti”. Non che fosse un grande frequentatore delle scritture, ma quella frase gli ronzava in testa come una minaccia permanente, sparata a ripetizione da certi preti campioni di terrorismo psicologico. 

Così, per evitare ogni rischio di combustione eterna, decise di unirsi al coro parrocchiale. Oltre alla salvezza dell’anima, aveva anche un altro nobile obiettivo: butar sardon e attirare l’attenzione di una certa ragazza di cui preferiva non fare il nome, ma che noi tutti conoscevano. 

Fu, manco a dirlo, l’inizio delle sue disgrazie. Ma questa, cari lettori, è un’altra storia, è una tragedia che merita un capitolo a parte. 

Io invece, tanto per cambiare, non presi nessuna decisione, rimasi con il culo su due sedie, il mio classico modo di affrontare la vita. 

Anche quest’anno, nonostante tutto, il Natale continua inesorabilmente a presentarsi il 25 dicembre, che palle! Visto che non è legato al giorno preciso del compleanno di quello strano bambino di cui tutti ormai si stanno dimenticando; sono tentato di scrivere al Papa per far cambiare la data, festeggiandolo magari in estate; con buona pace per l’economia globale. 

Davanti alla friggitoria ambulante dove, da qualche anno ci ritroviamo per il rito della mossarea dea vigilia, Paperoga si è presentato, come quella volta, con un disco sottobraccio.  Anche se è quasi Natale era felice come una Pasqua per aver trovato in una bancarella di roba usata il vinile di Last Christmas degli Wham a soli tre euro, l’affare del ventunesimo secolo. 

Già eravamo felici per il puntuale arrivo di quella roulotte dall’aspetto vintage piena de roba onta da magnar; la vista di quella copertina poi, è stata la ciliegina sulla torta o, per dirla in termini natalizi, lo zucchero a velo sul pandoro. 

Vedere George Michael vestito da Babbo Natale, non ci attizzò come la tipa di Christmas Jollies, ma mise in moto una sorta di macchina del tempo ormonale iniziando a scatenare in noi quattro fioi dea radio, una vera e propria tempesta di particolari ricordi.  

Dal dicembre ‘84, anno di uscita di quel disco, per noi quattro, le cose iniziarono ad andare per il verso giusto; mi riferisco all’attività principale che più ci interessava allora (e forse anche adesso) ovvero, ‘ndar in batua, come si dice da noi. In effetti, da quel punto di vista, il Natale del 1984, forse grazie soprattutto a Last Christmas, fu memorabile. 

Tito mi ricordò quella volta che la ballai avvinghiato a ben tre ragazze contemporaneamente; le mitiche fie dea Cita, noto quartiere “bene” (si fa per dire) della nostra città. Al pensiero, sento ancora il “profumo” della bionda con i capelli alla Tina Turner, un misto tra sudore e deodorante da supermercato. La cosa più sconcertante fu quando tirò fuori dalla borsetta, che allora si teneva per terra sulla pista da ballo, un enorme flacone di lacca per capelli che puntualmente si spruzzò in testa. La densa nuvola ricadde anche sui miei, che già avevano addosso quattro chili di gel, irrigidendoli come se fossero di marmo.  

Paperoga alzò il bicchiere di vin brulè per ricordare che a breve sarebbero stati i quarant’anni del famoso 31 dicembre. Quell’ultimo dell’anno lo passammo nella mitica pizzeria “all’inferno” con ben nove fie tutte per noi. Il problema fu il trasporto ma, alla fine, grazie all’Alfasud di mio fratello, alla 127 Special del fratello di Paperoga e alla mitica NSU Prinz detta “vasca da bagno” del papà del Tito, riuscimmo nell’impresa; roba da guinness dei primati.  

Ma il vero record – e qui serve un po’ di suspence – lo battemmo nel nulla cosmico che successe dopo. C’erano nove fie. Nove! E noi quattro. Matematicamente imbattibile. E invece? Niente. Nada. Neanche un appuntamento il giorno dopo. Quelle, com’erano arrivate, si volatilizzarono. Puf! Ancora oggi non sappiamo come sia successo; forse erano delle extraterrestri. Certe cose potevano capitare solo a noi quattro. 

Visto che comunque, grazie a quello straordinario evento, mi ero fatto certi film; da bravo fio de cesa, dopo le feste andai a confessarmi da don Fabio, un pretino appena arrivato nella nostra parrocchia. Vuotai il sacco riguardo il mancato rispetto del sesto comandamento indotto dalla quantità industriale di scanociae che avevo dato a tutte quelle cocche. Mi assolse con un sorriso, dicendomi che forse nemmeno Lui avrebbe creduto a quello che gli avevo raccontato. 

Fu anche l’anno che fregammo il tratto allo stronzissimo Riccardo Beltrame dirottando quasi tutte le squinzie della sua compagnia nella gita che organizzammo sulla neve; una delle primissime iniziative sociali di SolaRadio. Quella volta fu EnsoPenso, adottando il classicissimo metodo della caduta accidentale, ad avvinghiarsi a ben quattro cocche. Quando glielo rammentai, il socio fece un gran sospiro dicendo che quelli erano stati i suoi unici anni felici e pieni di speranze. Vista la sua attuale situazione sentimentale non ho potuto far altro che allargare le braccia. 

Nella penombra le luci della console audio fanno tanto atmosfera natalizia. Mi piace starmene da solo in radio, la nostra fabbrica dei sogni. Rintanato nel minuscolo studio, circondato da pareti che sembrano assorbire i miei sospiri. 

Desidero che tornino certi Natali, ma mi ostino a ignorare una verità che brucia: quei Natali non torneranno. Sono diventati un’eco, un frammento incastonato nella memoria, intoccabile e distante. Un ricordo che mi abbraccia e mi trafigge al tempo stesso. 

Oggi mi trovo immerso in un vortice di aspettative, una corsa frenetica per fare mille cose che non voglio fare, mostrare una felicità che spesso non sento e, non da ultimo, essere costretto a fare gli auguri a chi mi sta sulle palle.  

Davanti a questo microfono continuo a mascherare la realtà, fatta di una vita che probabilmente non avrei mai scelto, di bilanci che non tornano. C’è la tristezza di un mondo che si muove troppo veloce, che sembra aver dimenticato il calore e l’autenticità, rimpiazzandoli con la corsa incessante verso qualcosa che non so neppure definire. 

Intorno a me, il mondo porta il peso delle sue difficoltà: le notizie che rattristano, le disuguaglianze che sembrano insormontabili, le ferite che si fanno sentire più forti nei giorni di festa. L’avvicinarsi del Natale è foriero di ansie e sensi di colpa che non riesco a scrollarmi di dosso; insomma, un incubo. 

A proposito di incubo, alcune notti fa, ho sognato che stavo correndo affannosamente a piedi scalzi sotto un cielo plumbeo, assieme ad un sacco di gente, in prevalenza donne e bambini. Dietro di noi c’era qualcosa di enorme che ci inseguiva e ci spaventava. 

E quando mi sono svegliato, sudato e confuso, ho capito che quel sogno era un riflesso, un’immagine rovesciata del mondo che vedo ogni giorno. Il peso delle sue difficoltà, delle sue ferite, non è solo nei titoli dei giornali o nei racconti lontani. È qui, nel mio cuore, nella mia mente, in quella corsa disperata verso una luce che forse non so più dove trovare. 

Nonostante questo, sono uscito di casa frettolosamente perché nel negozio dove dovevo andare era l’ultimo giorno che facevano il trenta. 

L’aroma di abete mi riporta a quando, bambino, aspettavo sotto l’albero che papà decorava in salotto; restavo lì, in una magica attesa. 

Eh già, l’attesa: ho capito che è proprio lei il cuore nascosto del Natale. 

Anche se ora non è più il fremito di un bambino che sognava di scartare un trenino Lima – perché il Rivarossi, purtroppo, era un lusso troppo grande per le tasche di mio padre ma, un’attesa diversa, più intima e sottile. 

Scopro che mi basta un piccolo Natale, fatto di emozioni minute ma preziose: la meraviglia di un incontro inaspettato, un gesto capace di sorprendermi, uno sguardo che accende, come una piccola fiamma, che sa riscaldare anche il gelo di un cuore distratto. 

Quel piccolo Natale non solo il solo ad aspettarlo. Natale è attesa e, per qualcuno che aspetta un segnale, anche piccolo: una bella canzone che risuona in un momento di solitudine, una frase gentile che esce da questo microfono e arriva a scaldare il cuore; quell’attesa sono proprio io. 

Fai anche tu un buon piccolo Natale 
Spingi il cuore su 
D’ora in poi stai fuori dai tuoi guai 
Se puoi, se vuoi, puoi 
 
Fai anche tu buon piccolo Natale 
Tieni il male giù 
Dopo un po’ finisce anche un momento no 
 
Siamo qui come tempo fa 
In quei giorni di allegria 
In compagnia di chi c’era già 
E non vorremo mai andasse via 
 
Tutto va, ma stiamo ancora insieme 
E se Dio vorrà 
Quella stella che ci guida da lassù 
Ci porterà un piccolo Natale in più 
 
Se è così che la vita va 
E il futuro è nostalgia 
Una bugia detta in verità 
E domani sia quel che sia 
 
Fatto sta che siamo ancora insieme 
Quanto poi, chissà 
Finché il cielo sopra questa notte blu 
Ci lascerà un piccolo Natale in più 

© 2012 Claudio Baglioni. Adattamento di “Have Yourself a Merry Little Christmas”, © 1943 Ralph Blane e Hugh Martin 

Un piccolo Natale in più … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2024 Michele Camillo

El Nadal da Nane

Silvano, xe ora che tiri fora ea roba”, l’ordine della Mari è perentorio; inizia l’operassion parecio. La cosa curiosa è che, col passare degli anni, il giorno fatidico in cui Silvano Visentin, general manager del bar “Nane Sbérega” è costretto a tirar fuori gli addobbi natalizi, arriva sempre prima. Probabilmente, tra un po’, sarà a ridosso di Ferragosto.

In realtà, per fare la sopracitata operazione, non ci vuole molto. Le luminarie sono perennemente montate, praticamente le stesse che usa d’estate per el redentor, tranne la stella cometa sopra l’insegna; anche se, quest’ultima, in certe afose notti d’estate, forse a causa di un contatto elettrico, mi è parso di vederla accesa. Anche le altre decorazioni, è possibile comunque ammirarle tutto l’anno; è sufficiente, mentre sei in cesso, alzare lo sguardo. Sulla mensola puoi notare un’albero spelacchiato con cinque palle di numero, uno scanchènico babbo natale e un cartello ingiallito con scritto “buone feste”. Alla fine, sono le uniche cose che Silvano deve tirar fora; ci pensa poi la Mari a portare qualche altra troiata comprata dai cinesi in fondo alla strada.

Ghe semo sà; el taca”; i “fioi”, si divertono a prendere per il culo il povero Silvano, pur consapevoli che, a breve, sarebbe toccato anche a loro. A differenza di Silvano, per loro il calvario è più lungo, si dovranno massacrare la schiena a son di far rampe di scale con pesantissimi e lerci scatoloni. L’anno scorso, Bruno Mestriner, ha rischiato l’invalidità permanente in quanto, per errore, ha portato su alla Lori, lo scatolone che, si trovava accanto a quello del presepio, dove conserva gelosamente alcuni numeri di “Le Ore”.

Memo Bottacin mi squadra minaccioso; “ti e ‘staltri to compari dea radio, vede de no’ tacar xà a svangarme i cojoni”; alludeva al fatto che, l’anno scorso, già da fine novembre, osai mandare in onda, Last Christmas degli Wham a gogo; per lui, un vero e proprio affronto.

Correva l’anno 1984, el Memo, aveva preso ‘na sbindoada per una tale Chiara Bertoldo; alta, bionda con gli occhi verdi; insomma, ‘na bea cocca. A dire il vero, l’intera popolazione di sesso maschile sopra i 14 anni frequentante ea ceseta, sbavava per Chiara; compreso, lasciatemelo dire che ne ho le prove, il prete. Nonostante tutta questa assatanata concorrenza, Memo era convinto di essere il suo preferito e, come cento altri, si considerava in dirittura d’arrivo. Il 24 dicembre, a metà mattina, accadde l’imprevedibile o, secondo me, il prevedibilissimo. Il Memo, da sempre un gran sognatore; quel giorno, sostava davanti a un paio di Rossignol color rosso Ferrari, esposti nel reparto sport dei grandi magazzini Coin. Oltre a trovarse na bea cocca, scopo principale della sua vita; desiderava passare in montagna le vacanze di Natale; proprio come facevano i siori o meglio, i siori fighi. Oltre che per radio, credo non ci fosse posto, almeno nel mondo occidentale, dove non venisse diffusa a nastro Last Christmas e, quel maledetto giorno, i grandi magazzini Coin, non erano certo di meno. Immagino anche che, mentre la ascoltava, il tipo, si stesse mentalmente proiettando un film in cui lui e Chiara rotolavano nudi nella soffice e bianca neve. Quell’attimo di serenità, indotto dalla canzone, venne interrotto, proprio dall’apparire della cocca, a manina con tale Marco Pacini; ho ragione di credere che, nella sua vita, ancora non gli sia capitata una disgrazia peggiore. In effetti fu un duro colpo per tutti noi spasimanti, essere messi di fronte al fatto che la pura e casta, almeno in apparenza, regina dea ceseta, si fosse messa con quel lurido miscredente nonché stronzo del Pacini detto, “el banca”; per il fatto che, praticamente il giorno dopo essersi diplomato ragioniere, mediante un abile operazione di paraculamento patrocinata da un noto politico del P.S.I. locale, finì a lavorare dietro uno sportello della Cassa Di Risparmio. Certe cose, non devono succedere il 24 dicembre; poi va a finire che odierai per sempre il Natale e Last Christmas degli Wham.

Noialtri fioi dea radio, abbiamo anche il potere di salvare vite umane; fortunatamente, almeno quella volta, bastò dedicargli prontamente la canzone antagonista, che uscì quasi contemporaneamente a Last Christmas, par tirarlo in qua. I Queen con Thank God it’s Christmas, ‘na mossarea co ‘e acciughe e un birin, lo fecero desistere dal butarse dentro l’osein.

Soe private i ga xa tacà, co’ i filmeti de nadal”. Un’altra cosa, che sta pesantemente sulle palle alla congrega degli habitué, sono i filmetti di natale americani; dove, come dice Denis Sgorlon, “ti vedi gran cocche che e va in giro coe tette fora e cotoe curte, so strade co’ tre metri de neve parte par parte”; un insulto alla miseria per quelli che, come molti frequentatori di Nane, vivono nella fame cronica di una certa cosa. Gli fa eco Dario Spampinato; “mi vago via de testa, par quee che de inverno va in giro coe cotoe curte e i stivaoni; Mari, ‘more, semo stufi de vedarte sempre in braghe, ti podaressi, almanco par el bianco Natale, darghe un fià de sodisfasion ai to veci amighi”.

E ti, ti podaressi ‘ndar ben, ben in cueo de to mare; fame un piasser, moighea de sparar bueae; prova ti a ‘ndar in giro co’ ea mona al vento, co’ ‘sto aguasso che xè de fora, vedemo se no’ ti te bechi ea cistite. Ve dago mi el Bianco natale, sugheve par ben el caigo e ea spussa de Marghera, che ve sbiro!”.

Non so se si è capito ma, nel microcosmo di Nane Sbérega, non aleggia lo spirito del Natale; l’unico spirito visibile è dentro un vaso, nel quale, ormai da decenni credo, è immersa dell’uvetta. Si tratta di un vero e proprio cimelio; gli storici riferiscono che fu donato, a metà anni settanta, da tale Vittorio Gavagnin, un ex mastro saldatore del Breda, in occasione del suo pensionamento. Purtroppo, il poro Vittorio defunse il giorno dopo; nessuno da allora, per paura che portasse sfiga, ha il coraggio di aprirlo.

Cossa ti ghe tol?”. Altro grossissimo tema, i regali. Allo scopo, vengono puntualmente istituiti degli appositi gruppi di lavoro; cito solo i più numerosi, “profumi e robe da dona”, “xoghi e cassae par i bocia”, “troiae che costa poco ma che fa bea figura”. Recentemente poi, se ne è aggiunto uno di singolare e curioso, “regai par e badanti dei veci”; per ovvie ragioni di pudore, non vi dico qual è il fine ultimo, non dichiarato, di questa particolare tipologia di regali.

Il problema più grosso però sono gli auguri; o meglio, come evitare di farli a chi ti sta sulle palle, ovvero la maggioranza di quelli che incontri involontariamente per strada o al lavoro; quelli che, circa tre mesi prima, ti dicono; “ohi, se no’ se vedemo, auguri”; ai quali vorresti rispondere “tranquio ‘more, che farò de tutto par no’ vedarte de novo

Vincenzino Quinterno, ex teron, ora con regolare cittadinanza veneta ed ex sergente maggiore dell’esercito, conosceva bene le tattiche per evitare il nemico ovvero, i suoi superiori di grado, quando gli era necessario imboscarsi. Ora, mette a disposizione le fini strategie acquisite in campo militare per gli amici avventori de Nane Sbérega, dispensando preziosi consigli su come evitare di incontrare certi musi da mona, per non essere costretti a fargli gli auguri.

A complicare ulteriormente questo già complicatissimo periodo, ci si mettono pure i sensi di colpa. A Natale, si sa, bisogna fare i buoni. “So xa bastansa intrigà a pensar dei cassi mii; figurarse se go tempo par quei de ‘staltri”. Questo è il pensiero comune, la filosofia di vita dei Nanesbéreghesi e, oserei dire, della maggior parte degli abitanti dell’universo; fa sì che, il dover fare i buoni, venga visto come un’altra grossa rogna da affrontare, un ostacolo insormontabile.

Se non si sta attenti, c’è il pericolo che, durante questi eterni e dolorosi giorni, ansia e depressione prendano il sopravvento. Ogni volta che l’illustre dottor Scarpa, l’ormai ex e, aggiungo, non ancora rimpiazzato, medico della mutua di quartiere, fa capolino nel bar, trova sempre qualcuno che gli chiede, “dotor, no capisso par cossa ‘sto periodo stago cussì mal”; arriva prontamente la diagnosi; “par forsa, ti sta mal parché semo sotto e feste de nadal; e fa anca rima

Noialtri dea radio, comunque, ci siamo. Sempre in prima linea contro tristezza e solitudine; sguardo puntato sull’Osein, per far in modo che a nessuno venga voglia di buttarcisi dentro; anche perché, rispetto al 1984 è ancora più sporco e pieno di melma. Coraggio; questo travagliato periodo passerà velocemente; torneremo finalmente alla serena routine quotidiana, dove non ci saranno più persone che si rattristano ascoltando Last Christmas degli Wham e, dove non ci si dovrà più preoccupare di fare gli addobbi, i regali, gli auguri e … i falsi buoni.

Aea fine i xe desmentega sempre de quel poro fantoin; bastaria ricordarse cossa che el ga dito e che fine che el ga fatto

Milio Vianeo, 20 dicembre ’23. 

Frase pronunciata, alle ore 17.45 circa, dopo la quarta ombra de bianco, indicando il minuscolo presepe sul bancone, semi nascosto dal famoso vaso di uvetta sotto spirito.

Thank God it’s Christmas … ascolta il podcast

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Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2023 Michele Camillo