La domenica andando alla Radio

Tratto dalla raccolta SOLARADIO

Ogni domenica mattina, puntuale come la morte, la Sangiorgio faceva irruzione in camera. Il blitz era preceduto quasi sempre da “mamma mia dammi cento lire” cantato a squarciagola dalla mia cara mamma.

Un colpo secco alla porta e poi il faro della vecchia lucidatrice squarciava il buio della mia cameretta mettendo la parola fine a certi film a luci rosse che, complice l’oscurità in sala, mi stavo mentalmente proiettando in santa pace.

Mia mamma non diceva una parola. Procedeva imperterrita con la sua scaletta musicale, passando al brano successivo che, di domenica, era quasi sempre «La domenica andando alla messa». Forse per ricordarmi che era appunto domenica e che, visto che ero l’unico in famiglia a tenerci, era anche giorno di messa.

Il problema era che fino a quando siora Landa tirava di lucidatrice non c’era verso che mi tirassi su dal letto. Il rumore, anzi il piacevole suono, della vecchia Sangiorgio, mi infondeva un profondo stato di rilassamento; quella macchina aveva su di me un effetto ipnotico.

Quella strana reazione era per me un mistero. Un giorno decisi di parlarne al dottor Scarpa. Lui mi chiese se fossi stato disponibile a presentarmi in ambulatorio durante gli orari di apertura, portandomi dietro la Sangiorgio. Avrei fatto un viaggio e due servizi: lucidato la sala d’attesa e dato una calmata a quelle quattro rompicoglioni di vecchie che, ogni santo giorno, si presentavano da lui, piene di fisime, a fracassargli i maroni con le richieste più assurde.

Il doc continuò a prendermi per il culo su questa storia fino al giorno del suo pensionamento.

Oggi mi limito a dire una cosa: chiedete all’Intelligenza Artificiale e fatevi un giro su YouTube. Scoprirete quanti video esistono con aspirapolvere, phon e apparecchi del genere. Vi si aprirà un mondo. E magari capirete che la mia Sangiorgio non era soltanto una lucidatrice, ma una specie di antenata domestica della musicoterapia.

Una volta che mia madre aveva spento e regolarmente parcheggiata la Sangiorgio, arrivava il momento di andare in bagno a lavarmi. Preciso che, se, secondo una certa dottrina, avessi dovuto lavare la mia coscienza, avrei prosciugato l’intero acquedotto.

Mi guardavo allo specchio ed ero contento di ritrovare la mia faccia riflessa: durante la notte non ero diventato cieco. Le minacce della Santa Romana Chiesa, per fortuna, non si erano avverate.

La tazza della colazione, che in realtà aveva le dimensioni di un catino, era strapiena di caffellatte portato a una temperatura prossima alla fusione nucleare. Chiamarlo caffellatte era un eufemismo: al posto del caffè, mio padre, per risparmiare, ci metteva quello schifosissimo surrogato noto come Miscela Leone.

La domenica, al posto del panbiscotto che Marietto produceva in casa, sfruttando il forno della cucina economica per riscaldare lo scantinato il sabato pomeriggio — unico giorno della settimana in cui era prevista la doccia — mi era concesso di pucciare dei biscotti secchi «Osvego compatibili», gli originali costavano troppo.

Domenica o giorni feriali che fossero, il risultato non cambiava; il pastone che si formava nel mio stomaco era più consistente della betonata usata per produrre il miglior cemento armato sul pianeta, con la differenza che, i biscotti mi procuravano spesso una diarrea fulminante.

Non di rado arrivavo a messa in ritardo in quanto costretto a rimanere incollato al water; qui, approfittavo per darmi una potente irrorata di Brut33. Il nuvolone che producevo saturava mezza casa; fortuna che non fumavo, perché tra il biogas prodotto naturalmente e quello chimico di quel dozzinale deodorante da supermercato, saremo saltati tutti per aria.

A quei tempi la Chiesa disponeva di un numero impressionante di preti e suore. Un tale esubero di personale che, a momenti, sarebbe stata necessaria la cassa integrazione.

Nella mia parrocchietta di periferia, la domenica si celebravano ben cinque messe. Quella di punta, per noi giovani, era la messa delle dieci, detta anche ea messa bit. In realtà, si scrive beat, lo preciso per quei pochi di voi, che non hanno fatto l’Erasmus a Oxford.

Da quello che mi ricordo, il termine fu coniato da un gruppo di vecchie basabanchi, probabilmente le stesse che andavano a rompere i coglioni in ambulatorio al povero dottor Scarpa. Non sopportavano certe canzonette moderne, nelle quali si faceva largo uso di chitarre elettriche, battimani, tamburi e altre diavolerie.

Ce l’avevano a morte anche con i caveoni, certi personaggi che, secondo la loro raffinata classificazione antropologica, non si capiva bene se fossero uomini o donne. Gentaglia, insomma, indegna di frequentare i luoghi sacri.

La colpa, sempre secondo loro, era del Concilio vaticano II°, che aveva trasformato la messa in uno spettacolo. A quel punto mancava soltanto che sostituissero il prete con Pippo Baudo.

Devo ammettere che, in quegli anni, andare alla messa bit delle dieci era davvero uno spettacolo. Nel senso che certe squinzie, (s)vestite a festa, offrivano esibizioni degne delle più quotate sfilate di moda. Altro che spiritualità: per molti di noi, il momento più interessante della celebrazione cominciava … quando finiva.

Dieci millisecondi dopo la fine della messa, le parole della predica di don Gianni, infarcita di espliciti riferimenti alla morale sessuale, erano già disperse nel vento. Se il cappellano avesse parlato di salvezza eterna o del derby Inter-Milan, per noi sarebbe cambiato ben poco; anzi, sarebbe stato meglio se avesse parlato di calcio.

Sul sagrato della chiesa si scatenava un uragano ormonale. La caccia alla gnocca entrava nel vivo: una feroce battaglia senza esclusione di colpi bassi, combattuta con un ampio ricorso ad armi che avrebbero dovuto essere bandite dai trattati internazionali. Tutto questo in barba alla condivisione, alla fratellanza universale e agli inutili pipponi del prete.

I vincitori appartenevano alle truppe capitanate da Riccardo Beltrame, astro nascente dell’Azione Cattolica Giovani, figlio di un professorone universitario nelle grazie della curia e, ovviamente, di puttana.

Non c’era partita. Il Beltrame poteva contare su due accattafiga d’eccezione: Lele Manzato e Stefano Miorin, i chitarristi della domenica. Chitarristi nel senso che suonavano in chiesa e che, una volta terminata la messa, si piazzavano sugli scalini del patronato a strimpellare Baglioni e Battisti come se piovesse.

Il risultato era prevedibile: nelle squinzie, ea voja saliva alle stelle. Bastavano quattro accordi e un’occhiata ben piazzata e, addosso a quei due, si attaccava la figa come le mosche sulle vacche al pascolo.

Noi fioi dea radio e altri sfigati, se proprio volevamo provarci, potevamo tentare di cuccare gli scarti lasciati sul campo dal clan Beltrame. Si trattava, perlopiù, di un manipolo di femministe radical-cattoliche che, come diceva Flavio Basato, esperto valutatore di figa del clan, in un certo posto avevano installato serramenti antisfondamento; roba del genere non se la filava nemmeno il prete.

Le iniziative della domenica pomeriggio erano gestite sempre dalla premiata ditta Beltrame & Company con una tecnica degna della massoneria. Nessuna informazione doveva trapelare all’esterno della cerchia. Quando qualcuno estraneo al clan si avvicinava, cambiavano immediatamente discorso, come se stessero discutendo di segreti di Stato anziché di festini buei e strategie di accoppiamento.

A me, e credo anche agli altri tre soci di SolaRadio, assistere a quelle scene non procurava certo benessere spirituale o psicofisico. Anzi, spesso mi provocava scariche intestinali di gran lunga peggiori di quelle causate dal pastone di caffellatte e biscotti ingurgitato a colazione.

A questo proposito, l’illustre luminare della medicina popolare, il dottor Scarpa, mi aveva fornito un rimedio memorabile in materia di disturbi psicosomatici: piuttosto che cagare così spesso, avrei dovuto mandare a cagare più spesso; sante parole.

L’unico di SolaRadio che aveva tentato di ingraziarsi quei figli di troia era Paperoga. Per anni, facendo el mona e sfruttando la sua innata creatività, aveva continuato a elemosinare un accredito presso il clan Beltrame.

Quando gli faceva comodo, teneva opportunisticamente il culo su due sedie, riuscendo, qualche volta, ad imbucarsi ai festini ma, tornando a casa irrimediabilmente a mani vuote.

Anzi, qualche volta rinnegava noi come Pietro aveva rinnegato Gesù.

Comunque, a quel simpatico mona non potevi fare a meno di perdonare un sacco di cose. Aveva i suoi difetti, ma era pur sempre uno dei nostri; sfigato forever.

A noi fioi dea radio, la santa messa non arricchiva lo spirito. Semmai, prima ci induceva in tentazione e poi ci lasciava in preda alla frustrazione.

Per fortuna, noi fioi dea radio avevamo la radio. La nostra sgangherata, minuscola SolaRadio. Un rifugio, un diversivo, una ragione per sentirci parte di qualcosa che non dipendesse dalle simpatie del Beltrame o dalle graduatorie non ufficiali dei preferiti del prete.

Quelle domeniche avevano la sua colonna sonora: al mattino la Sangiorgio, che mi cullava nel suo rassicurante ronzio, e al pomeriggio la nostra radio, che mi faceva sentire libero e, in un certo senso, importante.

E se la prima cercava di tirarmi fuori dal letto, la seconda mi tirava fuori di casa.

Nello studio, se così si poteva chiamare, potevamo dare libero sfogo alla nostra creatività.

EnsoPenso, oltre a questo, dava libero sfogo al suo deretano. Ancora oggi è un mistero su come riesca a produrre micidiali scoregge a comando. Credo sia stato l’unico conduttore radiofonico, sempre se così si poteva definire, esistente sul pianeta, a dedicare possenti scoregge ai propri ascoltatori; il tutto, a microfono spento, ovviamente.

E, sempre ovviamente, i destinatari di queste originali dediche erano quasi sempre il prete e quello stronzo del Beltrame.

Oltre all’aria resa irrespirabile dalle produzioni di Ensopenso, il pavimento di quel bugigattolo dal quale andavamo in onda, era tappezzato di bucce di bagigi nonché reso pericolosamente scivoloso da chiazze di crema, inevitabili perdite provenienti dai craf prodotti da Ciano l’Onto usati per combattere la depressione causata dalla cronica mancanza di figa.

Alla domenica non erano in molti ad ascoltarci; anzi, a essere sinceri, sospetto che spesso non ci fosse proprio nessuno sintonizzato sulle nostre frequenze. Un autentico deserto dell’etere, con tanto di cactus e avvoltoi che volteggiavano sopra la nostra antenna.

Ma noi non ci lasciavamo scoraggiare. Se gli ascoltatori non c’erano, ce li inventavamo.

La fantasia faceva miracoli. Partoriva improbabili ascoltatrici che telefonavano in diretta per richiederci canzoni, guarda caso proprio quelle poche di cui possedevamo il disco o la cassetta. Ragazze misteriose, con nomi sensuali che ci riempivano di dediche e … proposte.

Eravamo talmente convincenti che riuscimmo a suscitare l’invidia di certi personaggi.

Non dimenticherò mai quella domenica in cui, quel gran genio creativo nonché gran mona di Paperoga, si inventò quella che, secondo lui, doveva essere una efficace azione di marketing. Il nostro socio si piazzò con la sua fida radiolina a transistor, all’interno della sala giochi del patronato. Ad un certo punto, guarda caso, quell’arnese con il volume a palla, cambiò miracolosamente sintonia che scivolò da “tutto il calcio minuto per minuto” a SolaRadio.

Il risultato di quella campagna promozionale fu strepitoso; un picco di audience. Peccato che durò solo per il tempo che il prete mettesse piede in sala. Il viso di don Gianni divenne rosso come se avesse trangugiato un’intera damigiana de clinton, diede ordine al nostro infiltrato di spegnere subito la radio.

Ci apostrofò dandoci dei pervertiti, minacciando di scomunicarci se alla domenica pomeriggio non ci fossimo dati da fare in patronato invece di starcene a buttar via la nostra misera esistenza in quella specie di radio. Ci fu subito chiaro che non si trattava di vilipendio alla religione; gli stavamo semplicemente rubando la scena; a lui e, anche a qualcun’altro.

Sull’inutilità che trascorressi le domeniche in quel modo, il prete e quel comunista della prima ora di mio padre erano, per usare termini radiofonici, sulla stessa lunghezza d’onda; esempio tipico di compromesso storico.

«Va remengo ti e chea puttana dea radio! Erce! Possibie che no’ ti possi star un fià casa! Sta tento, pare che ti ’ndarà anca ti a finir sotto paron un giorno!»

Certe domeniche andando alla radio, le urla del Marietto riuscivano a trapassare le controfinestre e a propagarsi lungo tutta ea stradea senza la minima distorsione. Nemmeno il più sofisticato amplificatore Hi-Fi dell’epoca avrebbe potuto competere con quella potenza sonora.

Uscivo di casa alla chetichella, immaginando i ghigni malefici dei clan Cecchinato e Chinellato, i discretissimi vicini di casa. Le urla di mio padre costituivano una forma di sputtanamento sui social ante litteram, una specie di diretta streaming senza bisogno di Internet a banda larga.

Ma, in fondo, non mi importava una beata cippa di quello che pensavano lui e il prete.

Importava quello che succedeva dentro di me mentre parlavo al microfono, mettevo sul piatto un disco e lasciavo che la musica riempisse lo spazio intorno.

In quelle domeniche pomeriggio, tra una manciata di bagigi, un’addentata all’untuosissimo craf, un sorso di cioccolata ormai tiepida e una canzone dedicata a qualche fantomatica ragazza, ero felice senza sapere di esserlo. Non avevo ancora imparato che certe stagioni della vita, proprio quelle che sembrano destinate a durare per sempre, un giorno diventano ricordi. E che, quando te ne accorgi, è già troppo tardi per tornarci dentro.

Nei momenti di sconforto, quando la vita si mette di traverso e il mondo sembra aver perso un po’ dei suoi colori, mi basta tornare con la mente a quella stanza nel sottotetto del civico 69 dei Paeassoni. È come se qualcuno mi aprisse la porta e mi facesse cenno di entrare. Mi sento accolto, protetto, quasi coccolato.

Per qualche istante, torno a essere quel ragazzino che non aveva bisogno di molto per sentirsi felice. Uno che poteva trascorrere un’intera domenica pomeriggio a parlare davanti a un microfono, anche senza avere la certezza che dall’altra parte ci fosse qualcuno ad ascoltarlo.

Forse è per questo che non ho mai smesso di fare radio. Perché SolaRadio non è soltanto un ricordo della giovinezza. È un luogo dell’anima, uno di quei posti che ti porti dentro anche quando tutto il resto cambia. Puoi allontanartene, puoi dimenticartene per mesi, magari per anni, ma prima o poi senti il bisogno di tornarci. E quando lo fai, ritrovi qualcosa di te che credevi perduto.

C’è una canzone, che mandavo in onda ogni santa domenica, nella quale mi riconosco profondamente. Ogni volta che la ascolto, ho la sensazione che qualcuno abbia spiato la mia vita e ne abbia raccolto i frammenti più nascosti, quelli che non racconto quasi a nessuno.

“E ogni notte così, questa radio è il mio mondo ...”

Ci ritrovo il mio passato radiofonico, certo, ma soprattutto quello attuale: le ore notturne, quando il mio lavoro, la mia vita ufficiale, quella che tutti conoscono, si mette finalmente a dormire e io posso tornare a essere me stesso e provare quella strana sensazione di parlare al mondo senza sapere chi, davvero, sia in ascolto.

Come quelle domeniche, vado ancora in onda con la speranza che, da qualche parte, qualcuno sia capace di riconoscersi nelle mie parole e ricordare un momento lontano.

E, proprio come in quelle lontane domeniche, mi sveglio ancora con la Sangiorgio. O meglio, con il suo suono, registrato tanti anni fa su una cassetta audio ed ora convertito in formato digitale per sottrarlo all’inesorabile logorio del tempo.

Negli anni ho provato di tutto; niente da fare, nessun suono riesce a rilassarmi come il rassicurante ronzio della vecchia lucidatrice ormai scomparsa; così, ne ho conservato almeno la voce, destinata, almeno nelle mie intenzioni, a durare in eterno.

Come un cameo in un film, nella registrazione si sente anche la voce di mamma che tira giù i santi del paradiso per ricordarmi che è tardi e devo andare a messa; sostanzialmente un ossimoro verbale, un prezioso documento sonoro che restituisce in pochi secondi tutta l’atmosfera di quelle domeniche mattina.

Ora, alla domenica, non faccio però più colazione con il pastone micidiale; mi accontento di caffè lungo e brioche consumati in fretta dalla Cesarina, la pasticceria a lato della chiesa.

Dall’interno di quel luogo peccaminoso, osservo spesso il sagrato. Ormai è quasi deserto, se si esclude un manipolo di vecchie che vi staziona con una certa regolarità, come sentinelle incaricate di sorvegliare le rovine di un mondo che non esiste più.

Tempo fa, una domenica andando alla radio, ho avuto la balzana idea di intrattenerle con una conversazione sui bei tempi andati, quando le cinque messe domenicali erano ben farcite di fedeli, o, presunti tali.

Apriti cielo!

Nel giro di pochi minuti, il discorso è finito su «loro». Quelli che, a sentire le nostre simpatiche custodi della tradizione gli fregano il tratto al pronto soccorso e in posta; quelli che a trent’anni prendono, non si sa come, già una pensione di cui metà la mandano al loro paese e l’altra metà la spendono in droga.

Insomma, sarebbe tutta colpa loro. Anche la chiesa vuota. Secondo le nostre sentinelle, quelli starebbero imponendo a tutti la propria religione, destinata prima o poi a prevalere. A loro, oltre a rimanere senza pensione, non resterebbe nemmeno la libertà di recitare un’Ave Maria.

Le ascoltavo e pensavo che, in fondo, la paura del diverso è una delle poche cose che non passano mai di moda. Cambiano i bersagli, cambiano le epoche, ma il bisogno di trovare qualcuno a cui dare la colpa rimane sempre lo stesso.

Quanto alla chiesa vuota, beh, io qualche dubbio ce l’ho. Personalmente, non ci vado più per un motivo assai meno apocalittico: non ci sono più le belle squinzie di una volta. Almeno su questo, preferisco essere onesto.

Mentre le vecchie continuavano con le loro invettive, mi sono anche chiesto se fossero le stesse che, tanti anni prima, andavano a rompere i coglioni in ambulatorio al povero dottor Scarpa.

Facendo due conti, avrebbero dovuto essere ultracentenarie. Un’ipotesi poco credibile, anche perché, da quando il vecchio doc è andato in pensione, si sono avvicendati diversi medici, con i quali ormai ci si relaziona quasi esclusivamente tramite App.

Una disgrazia! Quelle povere vecchie sono state lasciate senza nessuno a cui andare a fracassare i maroni in presenza e, soprattutto, senza qualcuno disposto ad ascoltarle.

Perché, a ben vedere, non hanno perso soltanto un medico. Hanno perso quel rapporto umano fatto di visite, chiacchiere, lamentele e rassicurazioni che nessuna applicazione può sostituire. Il dottor Scarpa sapeva ascoltare, conosceva i suoi pazienti e, quando serviva, dispensava una buona parola capace di fare più effetto di qualsiasi farmaco costoso. Magari le mandava spesso affanculo, ma lo faceva guardandole negli occhi e, senza bisogno della ricetta elettronica scaricabile unicamente dal web.

La domenica, andando alla radio, mi capita spesso di voltarmi a osservare quel triste piazzale della chiesa ormai deserto. Mi fermo quasi con la speranza di ritrovare, anche solo per un istante, qualcosa di quello che c’era una volta. Qualche voce, una risata, un volto conosciuto. Ma non c’è più nessuno. Soltanto il silenzio, che sembra essersi preso tutto lo spazio che un tempo apparteneva a noi.

Come per la Sangiorgio, mi sarebbe piaciuto riuscire a conservare da qualche parte il suono di quelle domeniche di tanti anni fa. La voce del prete, che tanto nessuno ascoltava; quelle degli stronzi capitanati dal Beltrame, intenti a confabulare per accattare le squinzie; quelle delle squinzie, altrettanto impegnate a confabulare per farsi accattare da quegli stronzi; e infine le nostre, di voci, mentre confabulavamo a nostra volta e davamo degli stronzi a tutti, prete compreso.

Un intreccio di voci, risate, maldicenze e piccoli sogni. Allora ci sembrava tutto normale, perfino banale. Non sapevamo che, un giorno, avremmo dato qualsiasi cosa per poter riascoltare anche soltanto un minuto di quel gran casino. Perché certe cose le riconosci importanti solo quando diventano ricordi.

Mi sembra impossibile che siano spariti tutti. A volte mi viene persino da pensare che sia sparito anche Dio, lasciandoci soli in un mondo dove ormai a vincere sono «loro». Ma non quelli con cui ce l’hanno a morte le vecchie sul sagrato. Intendo i furbi, quelli che, mentre gli altri discutono, pregano, lavorano o semplicemente cercano di vivere, hanno già trovato il modo di inchiappettarli.

La tragedia è che, in questa società, «loro» vengono tutelati e persino portati come esempio. Gli altri, invece, come si dice dalle nostre parti, restano bechi e bastonai. E forse è proprio questo che fa più rabbia: accorgersi che, a cambiare, non è stato soltanto il piazzale. È cambiato il mondo intorno a noi, e non sempre in meglio.

Pazienza. Quando la mia vita ufficiale è ormai lontana e tutto quello che durante la routine giornaliera reclama attenzione finalmente tace, torno nella mia SolaRadio. Non quella fatta di muri ammuffiti, apparecchi e microfoni raffazzonati, ma quella che continua a esistere da qualche parte dentro di me. Una radio che non ha mai chiuso i battenti, dove le voci di allora non hanno perso il loro posto e il tempo sembra essersi dimenticato di passare.

Mi viene da sorridere pensando a quante cose ci inventavamo pur di sentirci ascoltati, pur di racimolare un po’ di attenzione. Bastava qualcuno che ci facesse capire che c’era. E poi mi accorgo che, in fondo, non siamo cambiati così tanto. Continuiamo a inventarci di tutto pur de farse vedar. Abbiamo soltanto imparato a nascondere meglio il nostro bisogno di approvazione, magari fingendo che non ce ne importi niente.

Mi siedo davanti al microfono e mando in onda per l’ennesima volta “in diretta nel vento”.

Non so chi ci sia dall’altra parte; è questo il bello di fare radio, non puoi mai saperlo. Ma non importa. In radio, come nella vita, a volte basta anche soltanto la possibilità che qualcuno ci sia.

Perché certe speranze non finiscono davvero. Si sistemano in un angolo della vita, imparano a stare in silenzio e ogni tanto, quando parte una vecchia canzone o una voce attraversa la notte, tornano a farsi sentire. E tu, anche se sai che probabilmente non succederà, continui a lasciare una linea libera.

Perché io, ci sarò sempre.

Con il microfono acceso … e il cuore in ascolto.

Ah, mi sono dimenticato di dirvi che, di quelle domeniche, odiavo anche i tortellini in brodo e la carne lessa che, ogni santa domenica, mia madre mi propinava.

E ogni notte così, questa radio è il mio mondo
Coi dischi i giornali e gli scontrini del bar
Senti, senti, il telefono ancora …
E questo momento
In diretta nel vento
Lo voglio dedicare a te …

Da “In diretta nel vento”  – © 1977 Valerio Negrini / Dodi Battaglia

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