El Nadal da Nane

Silvano, xe ora che tiri fora ea roba”, l’ordine della Mari è perentorio; inizia l’operassion parecio. La cosa curiosa è che, col passare degli anni, il giorno fatidico in cui Silvano Visentin, general manager del bar “Nane Sbérega” è costretto a tirar fuori gli addobbi natalizi, arriva sempre prima. Probabilmente, tra un po’, sarà a ridosso di Ferragosto.

In realtà, per fare la sopracitata operazione, non ci vuole molto. Le luminarie sono perennemente montate, praticamente le stesse che usa d’estate per el redentor, tranne la stella cometa sopra l’insegna; anche se, quest’ultima, in certe afose notti d’estate, forse a causa di un contatto elettrico, mi è parso di vederla accesa. Anche le altre decorazioni, è possibile comunque ammirarle tutto l’anno; è sufficiente, mentre sei in cesso, alzare lo sguardo. Sulla mensola puoi notare un’albero spelacchiato con cinque palle di numero, uno scanchènico babbo natale e un cartello ingiallito con scritto “buone feste”. Alla fine, sono le uniche cose che Silvano deve tirar fora; ci pensa poi la Mari a portare qualche altra troiata comprata dai cinesi in fondo alla strada.

Ghe semo sà; el taca”; i “fioi”, si divertono a prendere per il culo il povero Silvano, pur consapevoli che, a breve, sarebbe toccato anche a loro. A differenza di Silvano, per loro il calvario è più lungo, si dovranno massacrare la schiena a son di far rampe di scale con pesantissimi e lerci scatoloni. L’anno scorso, Bruno Mestriner, ha rischiato l’invalidità permanente in quanto, per errore, ha portato su alla Lori, lo scatolone che, si trovava accanto a quello del presepio, dove conserva gelosamente alcuni numeri di “Le Ore”.

Memo Bottacin mi squadra minaccioso; “ti e ‘staltri to compari dea radio, vede de no’ tacar xà a svangarme i cojoni”; alludeva al fatto che, l’anno scorso, già da fine novembre, osai mandare in onda, Last Christmas degli Wham a gogo; per lui, un vero e proprio affronto.

Correva l’anno 1984, el Memo, aveva preso ‘na sbindoada per una tale Chiara Bertoldo; alta, bionda con gli occhi verdi; insomma, ‘na bea cocca. A dire il vero, l’intera popolazione di sesso maschile sopra i 14 anni frequentante ea ceseta, sbavava per Chiara; compreso, lasciatemelo dire che ne ho le prove, il prete. Nonostante tutta questa assatanata concorrenza, Memo era convinto di essere il suo preferito e, come cento altri, si considerava in dirittura d’arrivo. Il 24 dicembre, a metà mattina, accadde l’imprevedibile o, secondo me, il prevedibilissimo. Il Memo, da sempre un gran sognatore; quel giorno, sostava davanti a un paio di Rossignol color rosso Ferrari, esposti nel reparto sport dei grandi magazzini Coin. Oltre a trovarse na bea cocca, scopo principale della sua vita; desiderava passare in montagna le vacanze di Natale; proprio come facevano i siori o meglio, i siori fighi. Oltre che per radio, credo non ci fosse posto, almeno nel mondo occidentale, dove non venisse diffusa a nastro Last Christmas e, quel maledetto giorno, i grandi magazzini Coin, non erano certo di meno. Immagino anche che, mentre la ascoltava, il tipo, si stesse mentalmente proiettando un film in cui lui e Chiara rotolavano nudi nella soffice e bianca neve. Quell’attimo di serenità, indotto dalla canzone, venne interrotto, proprio dall’apparire della cocca, a manina con tale Marco Pacini; ho ragione di credere che, nella sua vita, ancora non gli sia capitata una disgrazia peggiore. In effetti fu un duro colpo per tutti noi spasimanti, essere messi di fronte al fatto che la pura e casta, almeno in apparenza, regina dea ceseta, si fosse messa con quel lurido miscredente nonché stronzo del Pacini detto, “el banca”; per il fatto che, praticamente il giorno dopo essersi diplomato ragioniere, mediante un abile operazione di paraculamento patrocinata da un noto politico del P.S.I. locale, finì a lavorare dietro uno sportello della Cassa Di Risparmio. Certe cose, non devono succedere il 24 dicembre; poi va a finire che odierai per sempre il Natale e Last Christmas degli Wham.

Noialtri fioi dea radio, abbiamo anche il potere di salvare vite umane; fortunatamente, almeno quella volta, bastò dedicargli prontamente la canzone antagonista, che uscì quasi contemporaneamente a Last Christmas, par tirarlo in qua. I Queen con Thank God it’s Christmas, ‘na mossarea co ‘e acciughe e un birin, lo fecero desistere dal butarse dentro l’osein.

Soe private i ga xa tacà, co’ i filmeti de nadal”. Un’altra cosa, che sta pesantemente sulle palle alla congrega degli habitué, sono i filmetti di natale americani; dove, come dice Denis Sgorlon, “ti vedi gran cocche che e va in giro coe tette fora e cotoe curte, so strade co’ tre metri de neve parte par parte”; un insulto alla miseria per quelli che, come molti frequentatori di Nane, vivono nella fame cronica di una certa cosa. Gli fa eco Dario Spampinato; “mi vago via de testa, par quee che de inverno va in giro coe cotoe curte e i stivaoni; Mari, ‘more, semo stufi de vedarte sempre in braghe, ti podaressi, almanco par el bianco Natale, darghe un fià de sodisfasion ai to veci amighi”.

E ti, ti podaressi ‘ndar ben, ben in cueo de to mare; fame un piasser, moighea de sparar bueae; prova ti a ‘ndar in giro co’ ea mona al vento, co’ ‘sto aguasso che xè de fora, vedemo se no’ ti te bechi ea cistite. Ve dago mi el Bianco natale, sugheve par ben el caigo e ea spussa de Marghera, che ve sbiro!”.

Non so se si è capito ma, nel microcosmo di Nane Sbérega, non aleggia lo spirito del Natale; l’unico spirito visibile è dentro un vaso, nel quale, ormai da decenni credo, è immersa dell’uvetta. Si tratta di un vero e proprio cimelio; gli storici riferiscono che fu donato, a metà anni settanta, da tale Vittorio Gavagnin, un ex mastro saldatore del Breda, in occasione del suo pensionamento. Purtroppo, il poro Vittorio defunse il giorno dopo; nessuno da allora, per paura che portasse sfiga, ha il coraggio di aprirlo.

Cossa ti ghe tol?”. Altro grossissimo tema, i regali. Allo scopo, vengono puntualmente istituiti degli appositi gruppi di lavoro; cito solo i più numerosi, “profumi e robe da dona”, “xoghi e cassae par i bocia”, “troiae che costa poco ma che fa bea figura”. Recentemente poi, se ne è aggiunto uno di singolare e curioso, “regai par e badanti dei veci”; per ovvie ragioni di pudore, non vi dico qual è il fine ultimo, non dichiarato, di questa particolare tipologia di regali.

Il problema più grosso però sono gli auguri; o meglio, come evitare di farli a chi ti sta sulle palle, ovvero la maggioranza di quelli che incontri involontariamente per strada o al lavoro; quelli che, circa tre mesi prima, ti dicono; “ohi, se no’ se vedemo, auguri”; ai quali vorresti rispondere “tranquio ‘more, che farò de tutto par no’ vedarte de novo

Vincenzino Quinterno, ex teron, ora con regolare cittadinanza veneta ed ex sergente maggiore dell’esercito, conosceva bene le tattiche per evitare il nemico ovvero, i suoi superiori di grado, quando gli era necessario imboscarsi. Ora, mette a disposizione le fini strategie acquisite in campo militare per gli amici avventori de Nane Sbérega, dispensando preziosi consigli su come evitare di incontrare certi musi da mona, per non essere costretti a fargli gli auguri.

A complicare ulteriormente questo già complicatissimo periodo, ci si mettono pure i sensi di colpa. A Natale, si sa, bisogna fare i buoni. “So xa bastansa intrigà a pensar dei cassi mii; figurarse se go tempo par quei de ‘staltri”. Questo è il pensiero comune, la filosofia di vita dei Nanesbéreghesi e, oserei dire, della maggior parte degli abitanti dell’universo; fa sì che, il dover fare i buoni, venga visto come un’altra grossa rogna da affrontare, un ostacolo insormontabile.

Se non si sta attenti, c’è il pericolo che, durante questi eterni e dolorosi giorni, ansia e depressione prendano il sopravvento. Ogni volta che l’illustre dottor Scarpa, l’ormai ex e, aggiungo, non ancora rimpiazzato, medico della mutua di quartiere, fa capolino nel bar, trova sempre qualcuno che gli chiede, “dotor, no capisso par cossa ‘sto periodo stago cussì mal”; arriva prontamente la diagnosi; “par forsa, ti sta mal parché semo sotto e feste de nadal; e fa anca rima

Noialtri dea radio, comunque, ci siamo. Sempre in prima linea contro tristezza e solitudine; sguardo puntato sull’Osein, per far in modo che a nessuno venga voglia di buttarcisi dentro; anche perché, rispetto al 1984 è ancora più sporco e pieno di melma. Coraggio; questo travagliato periodo passerà velocemente; torneremo finalmente alla serena routine quotidiana, dove non ci saranno più persone che si rattristano ascoltando Last Christmas degli Wham e, dove non ci si dovrà più preoccupare di fare gli addobbi, i regali, gli auguri e … i falsi buoni.

Aea fine i xe desmentega sempre de quel poro fantoin; bastaria ricordarse cossa che el ga dito e che fine che el ga fatto

Milio Vianeo, 20 dicembre ’23. 

Frase pronunciata, alle ore 17.45 circa, dopo la quarta ombra de bianco, indicando il minuscolo presepe sul bancone, semi nascosto dal famoso vaso di uvetta sotto spirito.

Thank God it’s Christmas … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2023 Michele Camillo

El Mauri

Mai avremmo immaginato che il primo sarebbe stato lui. Fermò me e EnsoPenso  sotto i portici del palazzo dove abitava; “Ve go scoltà”, disse secco. “E aeora?”, rispondemmo all’unisono noi due. Il tipo era più che mai determinato a far parte dei nostri, a “fare radio” con noi. Conoscendo il personaggio ci guardammo alquanto perplessi e preoccupati. 

Non posso fare a meno di parlarvi del Mauri, senza prima raccontarvi del suo garage. Oggi si fa un gran parlare di startup e via discorrendo. Quarant’anni fa, nulla di tutto questo, c’erano però i garage. 

Servivano a tutto tranne che a tenerci la macchina, anche perché, non tutti ce l’avevano. Il garage era fondamentalmente un punto di ritrovo, deposito di sogni, laboratorio, discoteca, ludoteca, palestra, rifugio anti-genitore che ti voleva pestare a sangue dopo un brutto voto a scuola, sala prove, officina, deposito alimentare per far fronte all’imminente avvento della terza guerra mondiale, luogo in cui stare fuori dalle sgrinfie della moglie per cazzeggiare in assoluta libertà. Mi fermo qui, l’elenco sarebbe lunghissimo. 

Il portone di quello del Mauri, al secolo Maurizio Furlanetto, non era color grigio topo come gli altri ma, dipinto in rosso vivo, alla faccia del regolamento condominiale. Per essere un garage, l’arredamento era un po’ particolare: luci colorate, divanetto e, appesi alle pareti, dei poster che vi lascio immaginare. 

Quei dieci metri quadrati scarsi erano la sua confort zone. Il rifugio dalla sua scalcagnata famiglia, di cui Mauri non aveva mai fatto parola con nessuno.  In realtà il triste quadretto facevi presto a farlo, padre lavoratore saltuario a Porto Marghera, alcolizzato e sempre pronto ad alzare le mani. La madre, come se non bastasse, era una alla quale mancava un boio ovvero, non era molto a posto con la testa, Ermanno, il fratello maggiore, praticamente volatilizzato. 

Non appena chiudeva il basculante, ti ritrovavi immerso in un’atmosfera peccaminosa, pareva di essere al night. Mauri iniziava col tirare fuori dai calzini il pacchetto di sigarette; nulla di illegale, solo puzzolentissime Camel. Poi, con aria da sfida lanciava addosso a noi sbarbai gli ultimi arrivi in fatto di riviste porno. Lo faceva principalmente perché riteneva non sufficienti le nozioni di educazione sessuale che ci venivano impartite a scuola; in più, aveva a cuore che noi fioi de cesa, venissimo a conoscenza di certe cose di cui i preti non ci parlavano ma che, secondo lui, praticavano ugualmente. 

La domenica pomeriggio, per il piazzale dei paeassoni, transitava uno strano autobus che, al posto del numero aveva un cartello con disegnati due piedi neri e la scritta “Ranch”. Mi ricordo che chiesi a mia madre se potessi salirci assieme a Tito. “Porseo!”, seguito da una cinquina ben piazzata sulla guancia, fu la pronta risposta. 

Mauri era più grande di noi ed era anche l’unica persona di nostra conoscenza che la domenica pomeriggio saliva su quell’autobus. A noi, non restava altro che affidarci ai suoi racconti che, il tizio non esitava a propinarci con dovizia di particolari. 

Restavamo incantati mentre narrava delle sue performances di alto livello con quea o ‘staltra. Quea e ‘staltra erano fie dei paeassoni alle quali il Mauri, aveva appioppato una certa reputazione e che, per me, finirono per essere le interpreti principali di certi film che mi proiettavo. 

Qualcuno di noi, in piena tempesta ormonale, nonostante fosse facilmente intuibile che, el Mauri, le contava che e pareva vere, pensò bene di chiedere udienza a quea e ‘staltra chiedendogli esplicitamente de caearghea. Le ruspanti ragazze ripagarono le sue richieste sull’unghia, nel senso che, il malcapitato ne uscì con cinque sfregi su entrambi i lati del volto; in più, come se non fosse bastato, venne colpito con un calcio ben assestato la, dove non batte mai il sole. 

Quell’episodio, se non fosse stato evidente, rese chiaro a tutti che el Mauri raccontava solo delle favole, assai piccanti ma sempre favole; e questo, gli valse l’appellativo di Andersen. 

Ripensando alla proposta di collaborazione di Mauri… Va bene, eravamo i pionieri delle radio libere, ma uno con quel curriculum ci faceva sudare freddo. Non è che potevamo proprio mandar su un porno show in radio! Anche se, a pensarci bene, a cominciare dai frequentatori del bar da Nane Sbérega, potevamo contare su una cospicua platea di potenziali ascoltatori bavosi; il successo sarebbe stato assicurato. Forse, però, era un po’ troppo audace. E poi, diciamocelo, all’epoca c’era già Cicciolina a monopolizzare l’attenzione. 

Dovetti tenermi aggrappato a una colonna, cercando di non rotolarmi per terra mentre EnsoPenso, in dialetto stretto, mi snocciolava i titoli possibili per il programma. Ero piegato dalle risate. 

Uno così però non ce lo potevamo lasciar scappare; intuimmo che comunque avrebbe portato ascoltatori. Così sin dal giorno dopo, fu il quinto a parlare davanti a quel microfono dentro quella mansarda al civico 69 dei paeassoni. L’unico favore che gli chiedemmo fu quello di evitare di fumare in studio; rispose che lo avrebbe fatto se EnsoPenso avesse smesso di scoreggiare. Andò a finire che nessuno dei due cedette e io, Paperoga e il Tito ne pagammo le conseguenze. 

DJ Andersen, così decise di farsi chiamare; come da previsioni, si rivelò una sorpresa pazzesca. Le sue storie? Altro che quello che immaginavamo noi! Erano racconti fantastici, tutti frutto della sua mente galoppante. Esordiva sempre con frasi tipo “ho sentito dire che…” o “mi hanno raccontato che…”, e poi via, era un fiume di parole in piena, riusciva ad incantare anche noi quattro che lo conoscevamo da anni. 

Era un genio creativo: non avevamo mezzi per ricevere telefonate in diretta, che allora erano il top dell’interazione, ma lui che faceva? Fingeva! Cambiava voce, faceva accenti improbabili, usava audiocassette—e noi eravamo lì a ridere e scuotere la testa. E tra una storia inventata e l’altra, infilava pure della buona musica. Si badi bene, roba piratata che gli procurava il suo spacciatore di fiducia un tale Ciro Ammendola, frequentatore abituale del bar da Nane, nonché figlio di Vincenzino, appuntato della Finanza. 

Memorabile quella volta che raccontò del bottino di guerra, sepolto da un gruppo di soldati tedeschi in fuga, accanto a un albero solitario nei pressi del cimitero; alcuni giorni dopo, tutti gli alberi dell’intera gronda lagunare, avevano delle strane buche attorno. 

Una sera, mentre eravamo soli io e lui in radio, gli chiesi da dove nascesse la sua passione per il raccontare storie. Mi rispose che era qualcosa che aveva sempre avuto dentro, come se fosse innato. Mi spiegò che raccontare era anche un modo per far prendere, almeno nella fantasia, alla sua vita, la piega che avrebbe voluto. Nei suoi racconti, poteva scegliere di essere chiunque e, soprattutto, di smettere di essere uno qualunque. A quel punto, fu facile, per me, intuire che i suoi personaggi celavano di volta in volta, una singola parte nascosta di sé, una verità che rivelava solo attraverso le sue storie. 

DJ Andersen, fu il primo a unirsi al nostro viaggio, e anche il primo a lasciarci. Fin dall’inizio compresi che Solaradio era una realtà troppo stretta per un’anima vasta come la sua. Misi in preventivo che un giorno, inevitabilmente, avrebbe raccolto tutte le sue storie in una valigia, per partire alla ricerca dell’infinito, seguendo il richiamo di orizzonti senza confini. 

Lo fece come solo le anime libere sanno fare: con il coraggio di chi è disposto a buttarsi, a rinunciare a certezze e abitudini per cercare qualcosa di più. Era così, Mauri: una persona che non aveva paura di mettere in discussione la strada conosciuta, pronta a scommettere su sé stesso, a differenza di me, legato alle mie sicurezze, alle mie piccole certezze che, col tempo, ho riconosciuto come illusioni confortanti. 

Non avrei mai voluto che quel giorno arrivasse ma ero contento per lui. Prima di partire, volle salutarmi con un ultimo spritz da Nane. Gli chiesi, con una punta di nostalgia e curiosità, se nella grande radio dove era diretto avrebbe continuato a raccontare storie, quelle sue magiche “balle” che sapevano incantare chiunque ascoltasse. Mi guardò e rispose: “Par forsa, no’ so bon de far altro”. 

Spesso mi capita di voltarmi indietro, di indugiare nel rimpianto, convinto di, non aver mai fatto nulla di buono e non aver lasciato un segno. Poi mi torna in mente ciò che mi ha insegnato il Mauri: il valore delle relazioni, l’arte di seminare una piccola, luminosa traccia di sé negli altri. Un frammento della propria anima, condiviso con sincerità, può vivere per sempre nei ricordi di chi lo ha accolto. E in quel pensiero, trovo conforto: non si è mai davvero invisibili quando lasci, anche per un minuscolo attimo, un pezzetto del tuo cuore lungo il cammino di un’altra persona. 

Vi è al mondo una strada, un’unica strada che nessun altro può percorrere salvo te: dove conduce? Non chiedertelo, cammina. Friedrich Nietzsche 

Sogna ragazzo sogna … ascolta il podcast

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Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2024 Michele Camillo

E tu come stai

Sono ormai anni che la domenica non vado più a messa, il motivo preciso non so spiegarmelo. Probabilmente sarà perché la chiesa non è più frequentata da belle squinzie come una volta ma, solo da vecchiette intente a sgranare il rosario, al fine di ottenere, solo per loro, la priority line per il paradiso. Mentre, per un’infinità di altre persone, chiedono a Dio di riservargli un posto all’inferno tipo, ad esempio, l’immigrato che, secondo loro, gli è ingiustamente passato davanti al pronto soccorso. 

Comunque, penso che se anche compio un rito più laico, ovvero quello di andare in radio quasi ogni santa domenica mattina, faccio qualcosa di buono per una piccola fetta di umanità. Non sarà una grande cosa ma, far sorridere quelle quattro anime che mi ascoltano, mi fa sentire almeno un po’ a posto con la coscienza. 

L’unica cosa che son sicuro non faccio di buono è quella di fermarmi prima in pasticceria dalla Cesarina, quella di fianco alla chiesa; per questo so di certo che finirò all’inferno nel girone dei golosi. 

Ad un sacco di gente piace l’estate, a me no! Caldo e zanzare mi fanno andar via di testa, non vedo l’ora che arrivi il freddo. Forse c’entra mio padre, che mi diceva sempre che ero “un salame e tale sarei rimasto”: e si sa, i salami stanno bene al fresco. Sarà anche per questo che adoro ficcarmi a letto con il piumino, che mi avvolge come il budello di un salame. 

Altro che agosto, preferisco novembre con i suoi colori caldi e avvolgenti, che dipingono il paesaggio come una tavolozza d’artista. Adoro persino la nebbia, che avvolge tutto in un abbraccio soffice e sfumato, rendendo ogni cosa più dolce e misteriosa. 

Questa mattina la nebbia è una figata pazzesca; il cupo suono delle sirene delle navi, che arriva da porto Marghera, rende l’atmosfera perfetta. Da un momento all’altro mi aspetto di veder sbucare dal portico di uno dei caseggiati, Diabolik e Kriminal assieme. Da appassionato di fumetti, non ho idea di quante storie, ambientate nel quartiere, mi sono inventato finora.  

Una sagoma in lontananza; dalla stazza sembra proprio Patsy, il fido assistente di Nick Carter, invece è lui, Icio el Ciccio. Eccolo, puntuale come un orologio svizzero, solo ed esclusivamente la domenica mattina, dalle otto alle nove, fa la sua sana passeggiata, fumandosi un intero pacchetto di sigarette. Il fumo della sigaretta sommato alla nebbia rende la sua sagoma ancora più fosca, lo riconosco solo dal lercio impermeabile grigio topo e dalla voce roca da nicotin-dipendente.  

“Ohi maestro, titamorti, ti el to’ amigo Bajoni gavè rotto i cojoni … e fa anca rima”.  

Dovevo aspettarmelo. In effetti, ultimamente con il “mio amico”, sto esagerando. Sarà che sto attraversando un periodo particolare, in cui i ricordi legati alle sue canzoni sembrano riemergere con prepotenza, come se ogni strofa aprisse un vecchio cassetto della memoria. Mi rendo conto che questa mania di rimanere ancorato al passato, di rifugiarmi nelle sue melodie, sta lentamente risucchiando il mio presente, rischiando di rovinarmi anche il futuro. 

Dovrei smetterla di cercare risposte in pezzi di vita già vissuti e lasciare andare quei versi che mi trattengono. Sento che, per andare avanti, dovrò trovare una nuova colonna sonora, una che mi accompagni verso il domani senza farmi guardare troppo indietro. Sento anche che è più facile far smettere di fumare Icio el Ciccio

Nei mitici ’80, dire che ti piacevano le canzoni di Baglioni, era quasi una bestemmia. Per non giocarmi la reputazione, in radio, non mettevo mai i suoi dischi. Quando mi chiedevano se lo conoscevo, lo rinnegavo come fece Pietro nel cortile del sommo sacerdote. A quei tempi, specie qui in quartiere, eri qualcuno se ti riempivi la bocca con De André o Guccini, a malapena ti tolleravano se parlavi di Venditti. Quando però uscì Strada facendo, inno autobiografico ufficiale di noi moltoni dagli occhi scuri, non resistetti dal mandarlo in onda a ciclo continuo; in conseguenza di ciò, cadde brutalmente la mia facciata di DJ impegnato e, il Baglioni divenne, “el me amigo”. 

La nebbia la domenica mattina è una figata pazzesca se poi, come colonna sonora, ci metti la malinconica e poetica Poster del mio amico Claudio, è la morte sua. Mentre la fischietto, mi prende una felice nostalgia, accelero per arrivare in radio quanto prima, secondo me è ancora lì, ne sono sicuro, “del porseo no xé butta via mai ‘gnente”, come dicono i nostri contadini. 

Qualcuno si è divertito a mescolarli ma, dovrebbero essere all’incirca in ordine per autore; lettera B, mi prendono le palpitazioni, eccolo! Lo annuso, odore di muffa, le macchioline gialle sì, è proprio lui, quello di casa mia, l’originale del 1972. 

Nel 1972, avevo otto anni ed ero in terza elementare, mi ricordo benissimo la sua posizione nella libreria, era tra Close to the Edge degli Yes e Tick as a Brick dei Jethro Tull. Fino all’arrivo de, Il mio canto libero di Battisti, era l’unico disco in lingua italiana posseduto da mio fratello e, ovviamente, l’unico del quale riuscivo a comprenderne le parole. L’interno era scritto tutto in corsivo e aveva un sacco di figure, cosa che, è universalmente noto, lo rendeva particolarmente attraente per un bambino.  

Mio fratello, dieci anni più vecchio di me, aveva il monopolio nell’uso del giradischi. Lo sfigato però, cacciato a suo tempo a calci in culo dalle medie, era al lavoro tutto il santo giorno, per cui, durante il pomeriggio, l’aggeggio infernale era completamente a mia disposizione. Anche se potevo ascoltare tutti i suoi dischi, nell’autunno del 1972, le uniche note che facevo uscire dal mitico WILSON ALLEGRO erano quelle di, Questo piccolo grande amore

Su ricordi ed emozioni che questo disco evoca, si sono spesi fiumi di parole. Credo però, che nessuno finora, lo abbia mai associato alle scatole di montaggio degli aerei AIRFIX. Lo so che molti sentimentaloni mi condannerebbero al rogo sulla pubblica piazza ma, non ci posso fare nulla. Quando ancora oggi sento Porta Portese o Piazza del Popolo, mi rivedo nella mia cameretta, curvo sulla scrivania, con le mani impiastricciate di colla BRITFIX e macchiate di colori HUMBROL, intento nella maldestra costruzione di un caccia VIGGEN o di un bombardiere BOSTON. Non me ne vogliano i soprannominati sentimentaloni ma, confesso, che ho usato la copertina come base per non rovinare la scrivania; sacrilegio! 

“La favola più bella che ti hanno raccontato”, all’incirca, era questo il titolo del temino da svolgere che Lauretta ci appioppò un piovoso lunedì. Piero Longato, il mio compagno di banco, iniziò a sbuffare e a scaccolarsi il naso. Io invece ero talmente incocaio, come diciamo noi, da quella giovanissima maestra che, qualsiasi cosa ci ordinava di fare, mi rendeva felice. 

La dolcissima Laura, una ragazza dai lunghi capelli biondi; da qualche mese sostituiva la signora Visentin, rimasta a casa perché, “doveva comprar un puteo”, così si diceva quando una era incinta. Credo non avesse nemmeno vent’anni. Non aveva nemmeno il moroso; questo era un dato certo visto che Lucia Manente, glielo chiese esattamente dopo circa trenta secondi dalla sua apparizione in classe. Questa notizia, per me, era, in qualche maniera, confortante. 

Quando mi ripresi dallo stato di trance, in cui cadevo ogni volta che la sua voce dettava qualcosa; realizzai che la faccenda era impegnativa. Finora, nessuno mi aveva raccontato una favola. I miei genitori lo avrebbero fatto solo qualche anno più tardi, titolo: “co’ ti gavarà finio ‘e medie te compremo el motorin”. 

Non potevo assolutamente deludere la bella Laura, dovevo lavorare di fantasia, cosa che, fin dai primordi della mia esistenza, mi è sempre riuscita bene. La osservavo mentre, con aria malinconica, seduta alla cattedra con le mani tra i capelli, era intenta a leggere un libro. La ragazza raffigurata nella copertina del disco le assomigliava tremendamente, stessi capelli, stesso sguardo dolce, forse era proprio lei; mi venne l’ispirazione del secolo. 

Con la mano sudata e, come sempre, sporca di inchiostro, iniziai a riversare sulle paginette del PIGNA a righe, quella che finora era la favola più bella che avevo sentito: “la maglietta fina”. 

Scrissi velocemente tanto quanto correva quel Claudio inseguito dalla Polizia che, per fortuna, riuscì a rifugiarsi in un bar fuori mano dove incontrò quella ragazza, bella come la maestra. Che lui si chiamasse Claudio era ovvio, perché aveva scritto il disco, mentre lei, boh, forse Maria, quella signora che aveva passato la trentina, (vallo a dire adesso), con cui passava la notte; così recitava una delle canzoni. 

Oltre alle pozzanghere di inchiostro, non ricordo con precisione quello che uscì dalla mia stilografica. Di certo affrontai un argomento un tantino spinto o, quantomeno inconsueto, per un bambino della mia età. A otto anni non avevo assolutamente idea di cosa significasse “andare a letto insieme” però, non mi sembrava una cosa brutta da scrivere; ricordo pure di aver scritto che erano nudi. Questo era vero; riguardando i disegni del mitico 33 giri, si vedono loro due nudi ai piedi del letto. Ora, non oso immaginare se, al posto della maestra Laura, ci fosse stata quella pia donna della signora Visentin, detta da mio padre “ea democristiana”, la mia faccia, come fosse la Walk of Fame di Hollywood, avrebbe ancora l’impronta della sua mano con, a fianco, quelle dei miei genitori. 

Man mano che la mitica PELIKAN riportava senza sosta e continuando a macchiare all’impazzata, quella storia incisa nel disco; iniziai a sognare che, un giorno anch’io, avrei fatto l’amore giù al faro, anche se, non sapevo ancora cosa volesse dire. 

E con lei, con lei ..”, la canzone mi risuonava nella testa; nei miei pensieri, la maestra Laura, in quel momento, prese il posto dell’aereo da montare di turno. Mi sarebbe piaciuto camminare con lei, mano nella mano, lungo il Tevere che scorreva lento, lento. 

Il martedì, leggemmo il tema di Enrichetto, quello di Francesca, di Marco, di Stefania, di Cristina; addirittura, quello di quel troglodita di Piero Longato. Suonò la campanella, il mio PIGNA era ancora lì, solo soletto sulla cattedra, quei vigliacchi dei miei compagni si erano già dileguati in un battibaleno. Avevo la netta sensazione di averla combinata grossa. Mi ero profondamente pentito di aver scritto quelle robe, confidavo nella mia calligrafia da gallina e speravo che Lauretta con avesse capito una mazza di quello che avevo scritto. Prevedendo la reazione di mio padre, sentivo già il culo bruciare. 

E’ una bella storia sai; tieni, mettilo via”; i suoi occhi divennero lucidi; mi abbracciò forte e mi diede un bacio sulla fronte poi, tenendomi ancora stretto a lei, mi accompagnò fuori dalla scuola. Non dissi una parola, ricordo solo un buon profumo come di talco. Anche lei, quel giorno, indossava una maglietta fina. Immaginavo tutto, soprattutto immaginavo, e speravo, che potesse essere quella mamma che non era mai presente. 

Cara maestra Laura, ti scrivo per dirti che il ricordo di quel tuo abbraccio ancora mi conforta nei momenti in cui le mie tante paure e fragilità prendono il sopravvento. Se mi permetti, come cinquant’anni fa, prendo ancora spunto da Baglioni e uso le sue parole. 

Cara maestra Laura, tu come vivi ? 

Tu cosa pensi, dove cammini ? 
Come ti trovi ? 
Chi viene a prenderti ? 
Chi segue ogni tuo passo ? 
Chi ti telefona, e ti domanda adesso; tu come stai? 

Io, sai, sto così, così; solo che adesso … 

Adesso che; non saprei ancora cosa dire; 

Adesso che; non saprei ancora cosa fare. 

E tu come stai … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta PICCOLE STORIE – © 2024 Michele Camillo

Quei dea radio

Dopo più di quarant’anni il culo ancora mi trema, ormai è un riflesso condizionato che si attiva quando attraverso lo stradone. Dovete capire che, una volta, passare il confine, ovvero lo stradone che delimita il quartiere dei palazzoni popolari, comportava un certo rischio, specie per chi, come me, abitava nelle viette; che, per ea banda dei paeassoni, era considerato un territorio nemico. 

Necessitavo di vista da falco al fine di individuare con anticipo la presenza minacciosa del terribile Maci Sabbadin e della sua gang. Dal punto di vista puramente statistico il 97% delle volte filava tutto liscio, riguardo il rimanente 3% preferisco sorvolare.  Purtroppo per me, anche se ero dotato di un fratello maggiore un po’ sbandato, questi non aveva una ammirevole fedina penale, tale da incutere timore e, nemmeno l’hobby di spaccare culi a gogo per difendere il fratellino. Che fare, non avevo alternative, visto che, all’ultimo piano del civico 69, c’era la mansarda di Paperoga, sede di SolaRadio. 

Amo ricordare; ad una certa età, diventa un gesto quasi naturale, un rito segreto che si compie con il cuore.  

Oggi, seduto su una panchina del vialone centrale, tra i colori e i profumi che mi avvolgono, celebro, in silenzio e con un sorriso tra me e me, i quarantacinque anni della prima trasmissione. È come se il tempo fosse qui accanto, un vecchio amico, e mi sussurrasse ricordi di un passato che, a pensarci bene, sembra ancora così vicino. 

I mesi che precedettero quel mitico giorno, li passammo a fare le cosiddette prove tecniche di trasmissione.  

L’unico posto rimasto disponibile sulla banda FM era in fondo alla scala, ai margini; per cui, sior Sergio tarò il trasmettitore sui 107,8 MHz.  Ormai ad essere ai margini ci eravamo da tempo abituati, se anche la frequenza di SolaRadio, rispecchiava questo status, non c’era da stupirsi. Il problema era che poco più in là iniziava la banda aeronautica. Ancora oggi quando sono in finale vista pista e in cuffia ho i 118,255 MHz, ovvero la frequenza di avvicinamento di Tessera, mi par di sentire voci familiari provenienti dal passato. 

Frequenza a parte, quello che a noi quattro interessava maggiormente era il “tiraggio” ovvero, la portata del trasmettitore. Anche se mai dichiarato, ognuno di noi aveva uno specifico obiettivo. Badate bene, non si trattava di raggiungere una certa fetta di popolazione ma, una determinata potenziale singola ascoltatrice. Così, ognuno, all’insaputa degli altri, fracassava i maroni a sior Sergio affinché orientasse l’antenna in una direzione piuttosto che in un’altra. Al sant’uomo stava per venire l’esaurimento nervoso. 

Pochi giorni prima dell’esordio mettemmo in atto un’intensa campagna pubblicitaria. Iniziammo con una conferenza stampa in bar da Nane; ottenemmo una serie di osservazioni del tipo: 

  • Voialtri se fora come un balcon 
  • Ma cossa casso faressi? 
  • Tanto no’ ve ‘scolta nissuni 
  • Gavè ea gente? Gavè i schei? 
  • Pensè a studiar e ‘ndar a eavorar che xe mejo 
  • Eo sa el prete che fe ‘ste robe? Eo sa vostro pare? Eo sa vostra mare? 
  • Se eo fè par ciavar, fe prima ‘ndar a puttane, ve costa anca manco 
  • Ste ‘tenti che i ve incuea  

Quest’ultima osservazione, fu senz’altro la più azzeccata. Con i soldi delle multe che ci hanno, nel tempo, appioppato avremo potuto costruire un palazzo tale e quale la sede RAI di viale Mazzini. 

Nonostante gli “incoraggiamenti” dei fioi del bar, ci mettemmo in sella alle nostre bici per un ecosostenibile volantinaggio. Spargemmo in giro un’infinita serie di minuscoli bigliettini con su scritto “Ascolta SolaRadio FM 107,8”. Guarda caso, alcune migliaia di queste striscioline di carta, finì nel giardino dei Bonesso; la loro secondogenita Silvia era la squinzia per cui si era preso ‘na incocaia el Paperoga. 

Di quel giorno, ricordo persino l’odore. Quel sabato pomeriggio alle quattro, in quartiere ristagnava un olezzo di fritto persistente; qualcuno, probabilmente, stava friggendo sardee usando l’olio esausto dell’auto. Non parlo delle bianche che, per l’emozione, EnsoPenso, mollò nel nostro minuscolo studio. La quantità di gas emesso dal retrobottega del socio era tale che se ci fosse stato un cortocircuito saremo saltati in aria, dando addio ai nostri sogni di gloria ancora prima di cominciare. 

Ricordo nitidamente le nostre facce rosse paonazze mentre eravamo pronti ad andare in onda. Il momento era solenne, i tre soci guardarono me; ero il predestinato per cominciare. 

Batte forte il cuore ogni volta che ci ripenso. Un respiro profondo, l’indice che sfiora il cursore del mixer, quello con l’etichetta “MIC”; in quell’istante, la mia voce ha iniziato magicamente a viaggiare nell’aria, leggera e vibrante, come sospinta da un’energia sconosciuta. 

Siamo sempre noi di Solaradio” Furono le prime parole che mi vennero in mente. Strano, quel “sempre”, come se trasmettessi da una vita. Forse, in fondo, era proprio così: come se una parte di me fosse sempre stata destinata a quella frequenza, a quel microfono, a quel momento. 

Poi, l’altra magia; appoggiai con la mano tremolante la testina sopra il disco, prima un leggero gracchio e poi … 

Music was my first love 
And it will be my last 
Music of the future 
And music of the past 
To live without my music 
Would be impossible to do 
In this world of troubles 
My music pulls me through (*) 
 

La musica è stata il mio primo amore 
e sarà l’ultimo. 
Musica del futuro 
musica del passato. 
Vivere senza la mia musica 
sarebbe impossibile. 
In questo mondo di guai, 
la mia musica mi tirò fuori. (*) 

L’emozione di quel giorno è anche legata indissolubilmente a Music di John Miles, il brano che scegliemmo per la prima volta, sapendo che avrebbe segnato un momento speciale. Quelle note scivolarono nelle nostre anime come raggi di sole attraverso finestre chiuse, e lì sono rimaste, ancorate nel profondo, pronte a risuonare nei momenti di silenzio e a farci sollevare lo sguardo oltre i muri delle difficoltà. 

Music è diventata il nostro talismano, una presenza sottile ma costante, una melodia che ci accompagna, ci sostiene, e non ci ha mai abbandonato. Da allora, è come se portassimo con noi un rifugio segreto, un’armonia che ci ricorda che la bellezza può trovare il suo spazio anche nei giorni più complessi, pronta a trasportarci altrove ogni volta che ne abbiamo bisogno. 

l giorno dopo fu ancora più memorabile. La gente ci fermava per strada, gli occhi brillanti di entusiasmo, e diceva: “Ve go scoltà!”. Erano i nostri “like” ante litteram, l’approvazione sincera e spontanea che solo le persone reali sanno dare. 

Da quel momento, ogni richiesta di collaborazione iniziava con quella stessa frase. Era come una password segreta, un segnale di appartenenza, un filo invisibile che ci univa a chi ci ascoltava. Non era più solo una radio: era una piccola comunità che cresceva, che credeva in noi e che ci spronava a fare sempre di più. 

Da quella prima trasmissione, “te go scoltà; ti ho ascoltato”, sono parole magiche che, per noi fioi dea radio, hanno il potere di trasformare una giornata, se non addirittura cambiare la vita intera. Parole che spesso hanno segnato l’inizio di una speranza, un incontro o un ritrovarsi. Parole che hanno fatto germogliare un’amicizia o addirittura qualcosa di più profondo. 

Sior Sergio, quel giorno, non si limitò ad accendere il trasmettitore. No, accese una scintilla molto più grande: la possibilità di uscire dall’ombra dell’isolamento e della noia, che qui nel nostro quartiere, più che in altri luoghi, pesavano come zavorre. Non era solo un tecnico con in tasca un diploma della mitica Scuola Radio Elettra, ma un sociologo a tutti gli effetti, sebbene senza laurea ufficiale. Aveva intuito che quella radio, per noi ragazzi, non era un capriccio, ma un bisogno vitale. La voce che potevamo far sentire attraverso le onde, ci permetteva di esistere davvero, di raccontare al mondo che eravamo qui. In fondo, non è solo una radio. È stata ed è ancora, la nostra via d’uscita, la nostra casa, il nostro sogno collettivo. 

E di questo gliene sarò grato per sempre, insieme anche a quella moltitudine di personaggi stravaganti che si sono succeduti ai nostri microfoni, ognuno portando la propria storia, il proprio sogno. Alcuni, dopo aver condiviso questa meravigliosa avventura hanno trovato la loro strada. Altri sono rimasti, ancora qui, a combattere in una giungla di frequenze, dove i segnali più forti cercano sempre di sovrastare i più deboli. Eppure, nonostante tutto, siamo felici. Felici di parlare ai microfoni di una minuscola radio e di appartenere a questo piccolo universo fatto di parole e suoni, felici di essere, per tutti, “quei dea radio”. 

 (*) © 1976 – John Miles 

Music … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2024 Michele Camillo

Io ed i miei occhi scuri

Per capire chi fossimo noi quattro fondatori di SolaRadio, vi basta immaginare che quando c’era da formare due squadre per una partitella, noi eravamo quelli che usualmente venivano scelti per ultimi, o spesso non venivamo scelti affatto. 

Eravamo anche quelli che quando veniva organizzato un festino, a noi non veniva detto niente. E se al festino per miracolo qualcuno accidentalmente ci invitava, eravamo quelli appoggiati al muro con il bicchiere di Coca Cola in mano, che guardavano il pavimento con la speranza che qualcuna venisse a parlare con loro. E quella qualcuna, ovviamente, non arrivava mai. 

Eravamo anche quelli perennemente squattrinati. El progetton non avrebbe mai preso forma se sior Sergio, il papà di Tito, e i suoi amici radioamatori, non avessero creduto, con cuore e portafoglio, nel nostro sogno. 

A vederli lavorare sembravano dei ragazzini come noi. Costruirono trasmettitore e antenna come se stessero allestendo una stazione spaziale. 

Il nostro sogno non si sarebbe potuto realizzare nemmeno senza quella mansarda al civico 69 dei paeassoni. Era il magazzino dei ricordi della famiglia di Paperoga e noi, l’abbiamo occupata abusivamente pian piano facendo sparire un po’ alla volta i cimeli di famiglia. Ancora oggi i suoi, si chiedono dove sia finito quel divano anni ’50 appartenuto alla nonna Elvira. Pensare che assomiglia tanto a quello che abbiamo adesso ma, di un colore diverso. 

Il trasmettitore, l’antenna e il microfono sono indispensabili per fare una radio, ma senza qualcosa di autentico da comunicare, restano oggetti vuoti. Fortunatamente per noi, grazie a certi personaggi, clienti fissi del bar da Nane Sbérega, l’ispirazione non è mai mancata. 

Devo ammettere che senza il bar dei paeassoni, non avremo mai saputo cosa dire a quel microfono. È sempre stato il vero centro nevralgico della nostra esistenza, la nostra cattedrale laica nonché il crocevia di personalità incredibili con le loro storie esagerate. Lì, tra un birin e un tramesin onto, sono nate tutte le nostre idee strampalate. 

Il bar è la nostra vera redazione e la nostra scuola di vita (educazione sessuale compresa). Un’università a cielo aperto dove ogni giorno passano esami di sopravvivenza sociale, e i professori sono i personaggi più improbabili che possiate immaginare. Gente che non si è mai spostata di più di qualche centinaio di metri dai paeassoni, eppure sa come va il mondo meglio di tanti altri che si vantano di avere “girato”. I nostri amici non hanno bisogno di viaggiare, perché il mondo l’hanno già visto passare davanti agli occhi, seduti al tavolino co ‘na ombra de vin in mano. È una saggezza antica e concreta, quella di questi personaggi, fatta di aneddoti raccontati mille volte e di opinioni spicce, ma che in qualche modo centrano sempre il bersaglio. 

I tipi che vi farò conoscere su queste pagine sono quelli che, all’apparenza, sembrano vivere in una dimensione parallela, scollegati dal mondo moderno. Eppure, a sentirli parlare, scopri che hanno un’opinione su tutto, sport e sesso in primis e che potrebbero tenere testa a chiunque nel dibattito sull’andamento globale. 

Si narra che tra gli avventori ci sia stato il maestro Tinto Brass. La leggenda vuole che frequentasse il bar in incognito al fine di trarre ispirazione per i suoi capolavori. I cinefili che sono andati a vedere tutti i suoi film (io no, mai visto uno, giuro) dicono che le trame sono del tutto simili ai racconti di Denis Sgorlon, Gianni Bottacin, Toni Lovadina ed Elio Prendin. 

Si dice che anche i grandi manager del calcio frequentino questo luogo, anche loro in incognito, per captare le opinioni dei presenti e ottenere preziosi suggerimenti sugli acquisti dei giocatori, oltre ad apprendere nuove tattiche di gioco. 

Senza il popolo del bar, probabilmente, non avremmo mai trovato la nostra voce. Per loro eravamo, siamo e, per sempre, saremo “quei dea radio”. Sempre pronti a sparare cazzate nell’etere, anche grazie a tutti quegli stronzi che, non paghi di ignorarci ai festini, hanno sempre cercato di metterci i bastoni tra le ruote… il che, a onore del vero, ci ha motivato di più. 

Alla fine, penso che non ci sarebbe mai balenata l’idea di fare una radio se non fossimo stati un concentrato di sfiga e insicurezze, specialmente con le ragazze. Sì, perché tutto nasce da lì, da quel nostro disperato bisogno di essere notati, di sentirci importanti, de farse vedar, come si dice in dialetto.  

Un bisogno di approvazione che personalmente mi ha sempre ronzato forte in testa come una certa canzone che sparo a manetta nei momenti di tristezza. 

È una canzone che racconta chi sono davvero. Racconta che io e i miei occhi scuri siamo cresciuti insieme, compagni di un eterno viaggio alla ricerca incessante di un altrove ideale che continuo a inseguire. L’anima, smaniosa, si nutre del desiderio di una terra lontana fatta di sogni e promesse non ancora mantenute. Sento ancora quella fame profonda, quella sete insaziabile di sorrisi sinceri, di braccia che si aprono intorno a me, pronte a darmi rifugio.  

Racconta delle mie passeggiate malinconiche e solitarie, dove ogni passo sembra portare con sé un senso di inutilità e un’ombra di paura per il futuro incerto. 

Quando però la mando in onda, una forza invisibile mi spinge a stare di fronte al microfono, anche quando sembra che dall’altra parte non ci sia nessuno in ascolto ma, solo il silenzio. Eppure, in quel silenzio, io continuo a sperare, a immaginare che almeno una persona, quella persona, stia ascoltando. 

Io ed i miei occhi scuri siamo diventati grandi insieme 
Con l’anima smaniosa a chiedere di un posto che non c’è 
Tra mille mattini freschi di biciclette 
Mille più tramonti dietro i fili del tram 
Ed una fame di sorrisi e braccia intorno a me 

Io e i miei cassetti di ricordi e di indirizzi che ho perduto 
Ho visto visi e voci di chi ho amato prima o poi andar via 
E ho respirato un mare sconosciuto nelle ore 
Larghe e vuote di un’estate di città 
Accanto alla mia ombra nuda di malinconia 

Io e le mie tante sere chiuse come chiudere un ombrello 
Col viso sopra il petto a leggermi i dolori ed i miei guai 
Ho camminato quelle vie che curvano seguendo il vento 
E dentro a un senso di inutilità 
E fragile e violento mi son detto tu vedrai, vedrai, vedrai 

Strada facendo, vedrai 
Che non sei più da solo 
Strada facendo troverai 
Un gancio in mezzo al cielo 
E sentirai la strada far battere il tuo cuore 
Vedrai più amore, vedrai 

Io troppo piccolo fra tutta questa gente che c’è al mondo 
Io che ho sognato sopra un treno che non è partito mai 
E ho corso in mezzo a prati bianchi di luna 
Per strappare ancora un giorno alla mia ingenuità 
E giovane e invecchiato mi son detto tu vedrai vedrai, vedrai 

Strada facendo vedrai 
Che non sei più da solo 
Strada facendo troverai 
Anche tu un gancio in mezzo al cielo 
E sentirai la strada far battere il tuo cuore 
Vedrai più amore, vedrai 

E una canzone neanche questa potrà mai cambiar la vita 
Ma che cos’è che ci fa andare avanti e dire che non è finita 
Cos’è che mi spezza il cuore tra canzoni e amore 
Che mi fa cantare e amare sempre più 
Perché domani sia migliore, perché domani tu 

Strada facendo vedrai … 

© 1981 – Claudio Baglioni

Strada facendo … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2024 Michele Camillo

Epilogo

Fio dei Fiori – Romanzo

Sabato 21 settembre 2024, primo giorno d’autunno 

Alla fine sul nostro pontile sono rimasto da solo. Non c’è nemmeno Michele, ovvero il comandante Calzavara.  

Fu lui, quando, dopo il nostro viaggio, ci ritrovammo sul pontile, ad attaccar bottone. Me lo ricordo bene quel sabato di fine agosto 2009; passammo gran parte della giornata al chiosco Marinella. Per tre giri di birre e uno spritz che gli offrimmo, il malcapitato si dovette sorbire i nostri racconti; storia del libro e bandana inclusi, ovviamente.  

Oltre a occuparsi di aerei e osservarne in silenzio le relative scie, gli piaceva scrivere racconti. L’unica cosa che disse in merito alla faccenda è che sarebbe valsa la pena di farne un romanzo. 

Ci salutò che era un misto tra il divertito, l’incuriosito e, … l’ubriaco. Sperammo solo che non dovesse cimentarsi nel pilotare un aereo da lì a breve. 

Poi, a ottobre del 2009, fu Sega a lasciarci. Con la sua solita aria sbarazzina, si imbarcò in una missione particolare: installare piccole stazioni radio locali nei più remoti angoli del pianeta. “Tranquilli”, ci disse, con un sorriso disarmante mentre lo accompagnavamo all’aeroporto per la sua prima “missione”, “la musica non ha mai ucciso nessuno.” Io lo spero davvero, perché il mondo è stato troppo spesso crudele con chi cercava solo di portare un po’ di luce attraverso le note. 

Poche settimane dopo, anche el Bitol mi salutò. Lui, il sognatore, partì alla ricerca della sua musica, portandosi dietro la chitarra e il cuore pieno di nostalgiche canzoni degli anni ’70. Se mai vi capitasse di passare per Londra, Berlino, New York o qualche altra città, e di sentire un chitarrista che canta con un accento country veneto, fermatevi. Che compriate il suo CD o meno, a lui farà piacere sapere che qualcuno si è fermato ad ascoltarlo. 

E così, uno ad uno, se ne sono andati tutti, cambiando il loro mondo mentre il mio è rimasto lo stesso. Ogni mattina, alle otto e dieci precise, mi trovate a far colazione dalle “belle ragazze”, che nel frattempo sono diventate mamme di due bambini ciascuna, con padri diversi, ovviamente. La vita scorre, loro cambiano, mentre io rimango qui, immobile, a guardare il mondo che passa, avvolto da sogni che non si sono mai realizzati e da rimpianti che pesano sul cuore. 

L’estate è ufficialmente terminata, e sto qui, sul pontile, osservando le scie degli aerei che tagliano il cielo. Aerei che non ho più avuto il coraggio di prendere, rimanendo fermo e radicato a questo piccolo angolo di mondo, intrappolato tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è. 

Ah, dimenticavo, c’è una piccola novità nella mia vita: non prendo più il cappuccino, solo il caffè. Ho scoperto che il latte non lo tollero più. Un cambiamento banale, forse, ma sufficiente a ricordarmi che, in fondo, anche io sto cambiando, un sorso alla volta. 

Goodbye Mulls! 

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© 2009 – 2024 Michele Camillo

Il nostro concerto

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 23 – Il nostro concerto

Novembre 1965 

Il nostro amico è molto malato”, esordì così, el piovan, quella domenica, quando, terminata la messa, mi chiamò in disparte. Ci guardammo entrambi a lungo negli occhi, non servivano grandi spiegazioni. “Dovresti andare a Venezia, chiamami Joani che gli parlo io”. Non so che argomentazioni tirò fuori il buon prete, mio marito non fece nessuna obiezione alla mia partenza. 

Attraverso i finestrini della solita vecchia littorina scorreva un paesaggio assai diverso da quello estivo, el caigo ti permetteva solo di intravvedere vagamente i contorni delle cose. 

In preda a strani brividi, me ne stavo tutta raggomitolata sul sedile. Erano ormai tre notti che non dormivo senza darmi pace; ora che finalmente l’avevo ritrovato no, non volevo pensarci. 

Non era possibile che il buon Dio mi facesse questo torto, proprio lui che, tramite don Guerino, il suo emissario al paesello, gli aveva permesso di rifarsi una nuova vita.  

Venezia, la sua unica e vera casa, lo accolse a braccia aperte, gli diede un lavoro e, se pur con grossi sacrifici, la possibilità di continuare a studiare musica. Incredibile come fosse riuscito a far coesistere il lavoro di capo cameriere in uno dei più noti ristoranti di Venezia, con la sua attività concertistica. 

Per la sua famiglia non esisteva più. Don Guerino era rimasto il suo unico amico e riferimento in paese, al quale, timidamente, qualche volta, chiedeva mie notizie.  

Cercai di scaldarmi ripensando alla bellissima estate appena trascorsa; non ci riuscii, in quella grigia giornata, era difficile rievocare la luce intensa del sole che si specchiava nel mare.  

Dal finestrino, si vedevano le ciminiere di Porto Marghera, sembrava che tutto il caigo circostante uscisse da lì; più le osservavo e più mi trasmettevano un brutto presagio. Mesi fa, chissà perché, non le avevo proprio notate, nemmeno quando, con una pesantissima tristezza addosso, feci l’ultimo viaggio di ritorno per portare a casa Teresa. 

Fintanto che, durante i quasi quattro mesi della sua permanenza in colonia, tornavo periodicamente al mare per andare a trovarla, riuscivo a sopportare il rientro a casa e tutto quello che ne conseguiva. Quell’ultimo viaggio di ritorno dal mare sembrava una condanna. Non fu per niente facile riprendere definitivamente la misera e faticosa vita di sempre, comprese le continue violenze di Joani, fu terribile. 

Volli conservare segretamente, nel mio intimo, i nostri momenti passati insieme, nessuno doveva sapere quanto era stato bello. A tutti raccontavo esclusivamente di Teresa e della colonia; spiegavo loro che il soggiorno le aveva giovato però, non bastava. Questo, allo scopo di mettere nella testa di quanta più gente possibile, Joani in primis, che l’anno venturo avrebbe dovuto tornare al mare. 

Lì mi ero trasformata in un’altra persona e, tutto quello che riguardava quell’altra me, doveva rimanere là. Perciò, lasciai alle suore quello che Rino, amorevolmente, mi aveva regalato e ogni cosa che riguardava l’incanto di quei giorni. Due bellissimi vestiti di seta, uno dei quali irrimediabilmente macchiato quella sera a cena nel suo ristorante. Il costume con il quale feci il mio primo bagno. Gli occhiali da sole con i quali guardai i tramonti sulla laguna. Le mie prime e uniche scarpette con il tacco che, mi si ruppe inevitabilmente quando salii in gondola, finendo tra le sue braccia. 

Jole, una vicina di casa che gli faceva da governante, mi venne a prendere alla stazione. Camminava anche lei con passo veloce come suor Speranza, dovetti stare attenta a non cadere a causa dell’umidità che rendeva scivolosi i gradini dei ponti. Era molto silenziosa, non scambiammo che poche parole di circostanza. 

Venezia, non era la stessa che avevo lasciato, ora tutto aveva un’aria tetra, la gente cupa in viso, camminava velocemente e il rumore dei miei passi echeggiava sinistro nel vuoto delle calli. 

Non ero mai stata a casa di Rino. Durante l’estate veniva sempre lui a prendermi al Lido, pensavo lo facesse perché si vergognava di mostrarmi dove abitava. Invece, appena varcai la soglia, rimasi estasiata, la casa era molto spaziosa e lussuosa, una vera reggia, tutto lì dentro trasudava signorilità come lui. 

Rino mi accolse in maniera abbastanza formale, capii subito che ciò era dovuto alla presenza della signora Jole. I primi momenti furono davvero imbarazzanti, seguiva ogni nostro passo mentre lui mi mostrava la casa. Non gli fu facile togliersela di torno, non gli bastarono le insistenti rassicurazioni, alla fine dovette quasi arrabbiarsi perché questa capisse che doveva lasciarci soli. Rino, quasi piangendo, mi spiegò che, siora Jole, era stata incaricata dai suoi fratelli di marcarlo stretto, non tanto per le sue condizioni di salute, ma, al solo fine di evitare che eventuali persone estranee sottraessero roba dalla sua casa. 

Via, no’ stemo qua a pensar ae disgrassie”, prese ad abbracciarmi forte come quel giorno in ospedale, capii subito che non voleva toccare l’argomento malattia. Mi allontanò un pochino da lui per guardarmi bene negli occhi, “Ti xè bea come el sol che ti me ga apena portà”, in effetti, dalle finestre entrarono dei raggi di sole mentre, il colorito della sua faccia si fece più acceso. A parte qualche frequente colpo di tosse, era tornato il Rino in versione estiva. 

Pareva un bambino al luna park, mi portò nel soggiorno e iniziò a tirar fuori di tutto, bottiglie, pacchi di biscotti e scatole di cioccolatini, lo calmai dicendogli che mi sarebbe bastato un semplice caffè. Mentre trafficava in cucina, iniziai a guardarmi attorno, era tutto così diverso dalla mia rozza casa colonica sperduta in mezzo ai campi. Ero particolarmente attratta dalla bellissima libreria in noce; libri e dischi dappertutto, un tipo di mobile, fino a quel momento, a me sconosciuto; dove vivevo, non si sentiva certo il bisogno di cultura. Scorsi qualcosa che mi fece alzare repentinamente dal divano, su un ripiano c’era una cornice d’argento con la foto di noi due, insieme al Lido; la ricordavo benissimo, ce l’aveva scattata il suo amico barista del Gran Viale. “Me so permesso, ti xè l’unica persona cara che me xè rimasta”, non mi ero accorda che era sopraggiunto alle mie spalle con il vassoio del caffè. 

Camina paiasso”, gli rispondevo sempre così, quando mi spiazzava con i suoi complimenti; impossibile contare quanti me ne aveva fatti durante l’estate. Si era però sempre fermato lì, andare oltre non era cosa per un signore come lui. Il suo modo di volermi bene consisteva semplicemente nell’ascoltarmi.  

Durante quell’estate recuperammo tutti i trent’anni di lontananza. Parlammo tanto distesi sui murazzi o, seduti in quel bellissimo caffè sul Gran Viale. Al massimo era arrivato ad abbracciarmi oppure a toccarmi delicatamente la mano. Quei giorni, man mano che parlavo con lui, un po’ alla volta, tutta l’infelicità degli anni passati si dissolse sotto quel bellissimo sole. 

Quel miracoloso strumento, il giradischi, dal quale uscivano le note delle canzoni in voga la scorsa estate, fece in modo di riscaldare l’atmosfera. Mentre ballavamo in salotto, quei giorni passati al Lido, non sembravano poi così lontani. 

In un battibaleno arrivò l’ora del pranzo. Ce lo portò Marietto, il cuoco del ristorante dove lavorava, “preparà con amor”, ci disse il simpatico personaggio. “Torna presto, te spetemo”, salutò e abbraccio Rino quasi piangendo. 

Dopo pranzo, mi chiese gentilmente la cortesia di ritirarsi un po’ in camera per fare un pisolino, era molto stanco, a suo dire, per colpa delle troppe medicine. Ne approfittai per lavare i piatti e riassettare la cucina. Calò uno strano silenzio in quella casa, d’un tratto mi presero nuovamente i brividi di freddo che avevo avuto in treno. Istintivamente mi recai in camera sua, era sveglio e mi chiamò; con tutta naturalezza mi coricai accanto a lui per scaldarmi. 

Pareva di essere tornati distesi sui murazzi, gli proposi il gioco del “me piasaria”. Ce lo eravamo inventati proprio lì, mentre stavamo con lo sguardo al cielo, consisteva nell’esprimere i nostri desideri, quelle cose che, almeno una volta nella vita, andrebbero fatte. Almeno per me, in quella interminabile estate, se ne avverarono tanti. Grazie a lui, feci un sacco di cose per la prima volta; come mangiare una gigantesca coppa di gelato, la pizza, un giro in gondola, fino a superare le mie paure ed entrare in acqua quasi fino alla testa. 

In vita mia non go mai fatto l’amor”, mi accorsi che lo stava dicendo singhiozzando. “L’amor”, Joani, “quella roba”, l’aveva sempre chiamata in un altro modo, non credo che lui e i suoi amici, avessero mai usato quel termine, nemmeno quando andavano a divertirsi con altre donne. Finora, per me, “quella roba”, non aveva mai avuto niente a che fare con l’amore. 

Rino teneva sempre fuori dai nostri discorsi i problemi di salute, non voleva farmi pesare la sua sofferenza. Ormai, però, gli ero talmente vicina che intuivo tutto, i brividi di freddo che sentivo, lo dimostravano. Cercavo in tutte le maniere di scacciare certi brutti pensieri ma, quel desiderio che aveva espresso, quell’unico rimpianto della sua esistenza, non lasciava dubbi. 

Alcuni mesi dopo, il pomeriggio del 24 gennaio 1966, Rino mi lasciò per sempre. Angelo, tu non ci crederai, ma in quel preciso momento sentii una dolorosa fitta al petto, il giorno dopo, quando don Guerino, venne a darmi la notizia, si stupì nel vedermi piangente, distesa a letto.  

Angelo, mi dispiace, ma è da quel pomeriggio di gennaio che, anche la mia mente ha iniziato pian piano ad andarsene insieme a lui. Da quel giorno è stata una fatica pensare, ricordare e, vivere. Di lui mi rimane solo il ricordo di quella canzone, l’ultima che abbiamo ascoltato assieme, … e tu. 

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Mercoledì 8 dicembre 2009, ore 14.30, fuori piove, no, questo ovviamente non va scritto. Giuseppina Milanese, nata a Oderzo il 27 settembre 1926, anni 83. Sandra, mi dia il numero di quel tale Angelo, il figlio, lo avviso io” 

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Ovunque sei, se ascolterai  
Accanto a te mi troverai 
Vedrai lo sguardo 
Che per me parlò 
E la mia mano 
Che la tua cercò 

Ovunque sei, se ascolterai 
Accanto a te mi rivedrai 
E troverai un po’ di me 
In un concerto dedicato a te 

Ovunque sei, ovunque sei 
Dove sarai mi troverai 
Vicino a te 

© 1960 Umberto Bindi – Antonio Calabrese

Fine

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© 2009 – 2024 Michele Camillo

Rino el matto

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 22 – Rino el matto

Grazie alla sua incantevole posizione, l’Ospedale al Mare, visto dall’esterno, non sembrava affatto un luogo triste; il magnifico corridoio vetrato, affacciato sul giardino interno, lo faceva assomigliare ad un albergo. 

Il sudore delle mie mani stava ormai cancellando reparto e numero di stanza dal bigliettino che, poco prima, mi aveva dato suor Speranza. Era un pezzo di carta sottile, quasi impalpabile, ma il suo significato pesava come un macigno sul mio cuore. 

Una persona che è ricoverata in ospedale qui al Lido ha chiesto di te,” mi aveva detto la suora con un sorriso appena accennato. “Gli farebbe molto piacere se andassi a trovarla.” 

Appena quelle parole si sparsero nell’aria, sentii un brivido lungo la schiena. Le gambe mi tremarono, come se sapessero già ciò che il cuore non osava sperare. “Chi è?” le chiesi con la voce rotta da un misto di curiosità e paura. 

Mi ha telefonato don Guerino,” rispose suor Speranza, allargando le braccia come a indicare che non sapeva altro. 

Le indicazioni sul bigliettino mi portarono al reparto maschile. Ad ogni passo che facevo lungo il corridoio, il battito del mio cuore aumentava. I numeri sulle porte delle stanze scorrevano veloci sotto i miei occhi, ma uno in particolare si avvicinava sempre più. Ogni fibra del mio corpo si tendeva verso quel momento, eppure, quando ormai mancavano pochi metri, rallentai il passo. Non ero sicura di essere pronta. Non avrei potuto sopportare un’altra delusione. Pregai in silenzio, implorai Dio che quella persona fossi tu. 

Quando finalmente raggiunsi la porta, il tempo sembrò rallentare. I rumori intorno a me svanirono, come se il mondo si fosse dissolto, lasciando solo il suono del mio respiro spezzato dall’emozione. Negli interminabili minuti che seguirono, quella stanza di ospedale con tutti i suoi pazienti sembrò magicamente sparire, sparirono anche gli odori nauseabondi, restò solo il buonissimo profumo del tuo dopobarba. Un odore che mi riportò indietro di anni, come se il filo della memoria si fosse all’improvviso riannodato.  

Era come se un ponte avesse d’improvviso unito il baratro che si era formato da quella domenica mattina del 1954. Sparirono tutti i rumori della corsia, nel silenzio, come quella mattina, restammo solo io e te, abbracciati a piangere come due bambini. 

Eravamo bambini quando ci siamo conosciuti. Ti divertivi a fare lo scemo per attirare la mia attenzione, me ne ero accorta ma per pudore e timidezza, o forse solo per vedere quanto a lungo avresti resistito prima di dichiararti, continuavo a fingere di ignorarti. 

Mai una parola tra noi; solo quegli sguardi fugaci che ci scambiavamo durante la messa domenicale. Erano tutto ciò che ci permettevamo: ombre che si sfioravano, mai abbastanza coraggiose da incrociarsi veramente. 

Mi piacevi da morire perché eri diverso da tutti gli altri ragazzi. Ti osservavo in silenzio, ammirando quello che gli altri non riuscivano a vedere. In un’epoca in cui l’ideale di uomo era ancora quello tramandato dal fascismo — virile, autoritario, gran lavoratore nei campi — tu, Rino el matto, eri tutto l’opposto. Il tuo fisico gracile non era fatto per la vita dura della campagna, e tuo padre, così come il mio, non mancava di ricordartelo ogni volta. Spesso ti chiamavano “femenea”, una derisione amara per chi non si conformava agli stereotipi di mascolinità. Ma tu, con la tua fisarmonica, non suonavi solo note: facevi danzare il cuore di chiunque avesse la fortuna di ascoltarti. Ogni melodia che usciva dalle tue dita leggere sembrava una carezza, una promessa segreta. Quando eri lì, al centro, con il tuo strumento tra le braccia, tutto si trasformava. Non c’erano più solo musica e parole, ma un’energia che accendeva l’aria, un filo invisibile che legava ogni sorriso, ogni battito di mani. E tu, in quei momenti, diventavi re delle feste, il faro che attirava tutti verso di te, verso quella gioia effimera ma perfetta. 

Fu proprio in uno di quei momenti magici, una sera di inizio autunno durante la sagra del paese, che la nostra storia prese una svolta. La piazza era gremita, ma io vedevo solo te. E tu, mentre suonavi, cercavi il mio sguardo, come se ogni nota fosse dedicata solo a me. Fu in quell’istante che capii che non avremmo più potuto fingere. 

Quando finisti di suonare, senza dire una parola, ti avvicinasti. Il mondo attorno si fece sfocato, i rumori si affievolirono, e restammo solo noi, immersi in quella strana dolcezza. E tu, con quel coraggio che mai avevi mostrato prima, mi chiedesti di provare a suonare. Mi tremavano le mani quando mi hai guidato, stando in piedi dietro di me, le tue mani calde sulle mie, come a proteggermi da quell’emozione improvvisa. Arrossimmo insieme, e per poco la fisarmonica non mi scivolò dalle dita tremanti, tanto era forte il battito del cuore. 

Finimmo a camminare mano nella mano tra i filari di viti, cariche di grappoli che profumavano d’autunno e di promesse, la campagna ci avvolgeva in un silenzio intimo. Il tempo sembrò fermarsi per concederci interminabili momenti in cui parlare di musica e sogni. 

La domenica successiva, nascosto dietro la canonica, con voce flebile mi chiamasti, ti vergognavi, cercavi a fatica di coprire i lividi che avevi in volto. Alla mia richiesta di spiegazioni iniziasti a piangere. Marceo, tuo padre o meglio, il tuo padrone, ti aveva preso a bastonate per essere tornato a casa tardi dimenticandoti di rigovernare la stalla. Urlava che non eri simile ai tuoi fratelli, lo stavi portando alla disperazione, solo un matto poteva comportarsi così. 

Poi, il bacio e la promessa: “co torno te porto via co’ mi e te sposo” un attimo, il tempo di riprendermi, ed eri già voltato di spalle. Ti vidi mentre ti allontanavi velocemente con il tuo bagaglio, un sacco di patate con dentro le poche cose che possedevi, oltre l’immancabile fisarmonica in spalla. 

Da quella domenica, un pezzetto di te rimase dentro di me. Era come se la tua anima mi avesse raggiunta, tenendomi compagnia anche quando eri lontano, senza mai abbandonarmi davvero.  

Caro il mio Rino, il mondo intero poteva chiamarti matto, ma io ti vedevo per quello che eri: libero. Libero dai ruoli imposti, dalle aspettative ingombranti, dalle catene invisibili che stringevano tutti gli altri. E forse è proprio per questo che mi ero innamorata di te. E ora, lì, in quella stanza d’ospedale, dopo una vita intera, quell’amore non era mai svanito. 

Restammo così, io e te, abbracciati in silenzio, come due anime che, dopo tanto vagare, si erano finalmente ritrovate. In quell’abbraccio c’erano tutte le parole non dette, tutti i giorni persi, e tutto l’amore che, nonostante il tempo e la distanza, era rimasto immutato. 

Rimasi incredula quando, due giorni dopo, ti dimisero improvvisamente. Dicevi che era stato solo un controllo di routine, ma nei tuoi occhi leggevo altro. Eppure, quando arrivasti sotto al cancello dell’asilo, non ebbi il tempo di indagare. 

Eri lì, in sella a una Vespa, vestito di tutto punto, come un gentiluomo d’altri tempi. Strombazzavi allegro, il sorriso sfrontato di chi sa come far colpo, e nonostante fossi conosciuto anche al Lido come Rino el matto, riuscisti persino a tranquillizzare suor Speranza. Con la tua solita parlantina, la convincesti a lasciarmi andare con te. Da quel giorno, mi accompagnavi sempre agli Alberoni, da Teresa. Su quella Vespa, seduta di lato, aggrappata a te come si usava allora, ho vissuto i momenti più belli della mia vita. Ogni corsa con te era un viaggio verso la felicità, un ricordo che custodirò per sempre. 

Continua …

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© 2009 – 2024 Michele Camillo

Giuseppina e il mare

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 21 – Giuseppina e il mare

Giugno 1965 

La vecchia littorina marron procedeva spedita attraverso i campi, i finestrini erano aperti e mi godetti tutta l’aria calda che impattava contro il viso, i campi cessarono, le case sempre più fitte e alte, i palazzoni, la civiltà. Non appena iniziammo a percorrere il ponte che collega la terraferma a Venezia nella carrozza entrò aria salmastra, respirai a pieni polmoni inebriata dalla felicità mentre il cuore iniziò a battere quasi al ritmo del treno, era il mio primo vero viaggio. 

La vecchia littorina sembrava ancor più fuori luogo accanto ai treni imponenti che sostavano solenni sulle banchine della stazione. Io e Teresa, con le nostre valigie consumate dal tempo, sembravamo due migranti che sfuggivano alla morsa della miseria e della fame, sbiadite figure in un paesaggio che non ci apparteneva.  

In mezzo a quel trambusto, la presenza rassicurante di Suor Speranza riuscì a togliermi tutta l’ansia che avevo addosso; se non fosse stata lì ad attenderci, dubito che saremmo mai arrivate da sole agli Alberoni dove c’era la colonia elio terapeutica. Quel piccolo e quieto angolo di mare sarebbe stata la casa di Teresa per l’estate, il luogo dove prendersi cura della sua asma.  

Joani si era opposto con tutte le forze alla soluzione che il medico aveva prospettato per nostra figlia. Nella sua mente, la nostra partenza per il mare non era una necessità, ma un capriccio frivolo, un lusso che non potevamo permetterci. Ogni spesa per Teresa, anche solo per acquistare il suo primo costume da bagno, lo aveva reso furioso. Povera bambina, fino a quel momento non ne aveva mai posseduto uno. Quanto a me, ovviamente, questo acquisto non era consentito visto che dovevo limitarmi a rimanere, ospite delle suore, solo qualche giorno affinché Teresa si ambientasse. 

Alla stazione, Joani era nervoso. Forse perché perdeva la sua serva per qualche giorno. Aveva dovuto lasciarmi qualche soldo per le spese impreviste, e questo lo infastidiva ulteriormente. Il suo disappunto era palpabile, ma io cercavo di non lasciarmi condizionare, concentrandomi invece su Teresa e su quello che ci aspettava. 

Mentre seguivamo Suor Speranza, la cui andatura decisa metteva in difficoltà la piccola Teresa, non potei fare a meno di rimanere incantata dal primo assaggio di Venezia. Non avevo mai viaggiato, mai fatto il viaggio di nozze, mai visto nulla al di là del mio piccolo paese. Venezia sembrava una città costruita per la bellezza, per i sogni. Non c’erano campi aridi e monotoni da lavorare, nessun lavoro pesante che curvava la schiena. Ogni cosa, ogni angolo, sembrava partecipare a una festa senza fine: la gente passeggiava sorridente, elegantemente vestita, come se non esistesse altro che l’allegria. 

Io e Teresa, invece, con i nostri abiti poveri e semplici, sembravamo spuntate da un altro mondo. Le donne che incrociavamo indossavano vestiti leggeri e svolazzanti, colori vivaci che danzavano al vento, e le loro mani, perfette e curate, risplendevano con unghie smaltate e senza traccia di fatica. Guardai le mie mani, rovinate dal lavoro nei campi, con la terra perennemente incastrata sotto le unghie. Un senso di vergogna mi assalì. 

Quando salimmo sul vaporetto, il terrore mi colse. Fino a quel momento, i miei piedi avevano sempre calcato la terraferma, e ora mi trovavo su una barca che si staccava dal pontile e cominciava a dondolare dolcemente sulle onde. Per un istante fui presa dal panico, aggrappata disperatamente a una sbarra metallica, rigida come una statua. Teresa e Suor Speranza, divertite, risero di cuore vedendo la mia goffa reazione, e presto anch’io mi lasciai andare, sorridendo di quella mia paura irrazionale. 

Fu in quel preciso momento, tra le risate e l’ondeggiare dolce del vaporetto, che mi resi conto di una cosa importante: quella doveva essere la mia prima vacanza. L’aria salmastra e la luce di Venezia stavano lentamente dissolvendo le preoccupazioni della mia vita quotidiana, e per la prima volta, mi permisi di sognare. 

Come prevedevo, l’ingresso in colonia di Teresa non fu traumatico. In fin dei conti anche lei era una ruspante piccola donna di campagna avvezza ai sacrifici e alle scomodità per cui, non le fu difficile abituarsi. Per noi due, tutto quello che ci circondava era bello e nuovo, a cominciare dal mare. 

Scoprii il mare la sera stessa del nostro arrivo. Alloggiavo al Lido di Venezia, ospite delle suore. Don Guerino, quel sant’uomo, aveva pensato fosse meglio che restassi accanto a Teresa nei primi giorni di colonia, affinché si ambientasse. Telefonò a suor Speranza, la superiora della scuola materna del Lido nonché sua cugina, chiedendole con gentilezza se potesse ospitarmi. l buon parroco conosceva il mio vissuto, intuii che l’aveva fatto anche per darmi la possibilità di starmene per qualche giorno da sola, in santa pace. 

Era la prima volta che uscivo da sola per una passeggiata, e la sensazione di libertà mi eccitava. Camminavo lungo quel meraviglioso viale alberato con una leggerezza nuova nel cuore. La vista delle persone sedute ai tavolini dei bar, sorridenti e spensierate, mi riempiva di gioia. Mi ripromisi che, prima di tornare a casa, io e Teresa ci saremmo concesse un gelato, sedute come due signore a quei tavolini, alla faccia di Joani. 

Il lungomare, con la sua grande terrazza affacciata sulla spiaggia, era a pochi minuti dall’asilo. All’improvviso, una folata di vento mi accarezzò il volto, e il mare mi si parò davanti con il suo infinito orizzonte, come una rivelazione. Rimasi senza fiato. Il suono delle onde che si infrangevano sulla battigia, in un continuo andirivieni dolce e misterioso, copriva ogni altro rumore. 

Con un misto di timidezza e meraviglia, iniziai a scendere i gradini della terrazza. Mi tolsi istintivamente le scarpe: la sabbia sotto i piedi era soffice, come un materasso accogliente. Attorno a me, non c’era nessuno. Mi sentii un’esploratrice solitaria, scopritrice di una terra nuova e sconosciuta. Con passo lento, quasi reverente, mi avvicinai alla riva. Fu il mare, con un’onda gentile ma più lunga del solito a venirmi incontro per primo, bagnandomi i piedi. Per un attimo, il riflusso mi fece perdere l’equilibrio, la testa mi girò, ma non era una sensazione spiacevole. Era una vertigine di felicità, come se il mare mi avesse accolto nel suo abbraccio. Continuai a camminare, immergendo i piedi nell’acqua, lasciandomi cullare dal ritmo delle onde. 

Mi fermai, godendomi la brezza marina che scivolava tra le gambe mentre l’acqua defluiva e poi tornava, più forte, a sommergermi i piedi. Inspirai profondamente, chiudendo gli occhi, cercando di catturare tutta l’aria salmastra possibile. Era diversa dalla brezza che sentivo a casa, nei campi. L’aria del mare era più densa, si insinuava persino sul palato, lasciandomi un sapore salato, intenso. 

Rimasi a lungo con lo sguardo fisso sull’orizzonte. Quella linea perfetta, dove il cielo e il mare si incontravano, sembrava chiamarmi verso l’ignoto, verso un infinito che mi affascinava e mi faceva paura allo stesso tempo. Mi sentivo piccola, ma stranamente completa. 

Mi accorsi solo allora che il mio vestito a fiori, quello buono della festa, era completamente bagnato. E non ero più sola. Poco distante, due ragazzi si abbracciavano, ridendo e scambiandosi baci. Ci scambiammo un’occhiata imbarazzata e, con discrezione, ci allontanammo l’uno dall’altro. Li osservavo di nascosto, da lontano. Nei loro sorrisi, nei loro gesti complici, vedevo tutto ciò che mi era stato negato, tutto quello che avevo irrimediabilmente perso. 

Un’ondata di tristezza e rabbia, mi travolse all’improvviso. La mia giovinezza, il tempo in cui tutto avrebbe dovuto essere possibile, era ormai svanita. L’amore, quello vero, quello che avevo sognato per anni, sembrava ormai destinato a rimanere solo un desiderio inappagato, confinato per sempre nei miei sogni più intimi. 

I due ragazzi, nel frattempo, si stavano allontanando mano nella mano, non li persi di vista. Vidi che lui stava infilando un foglio di carta in una bottiglia che, subito dopo lanciò in mare. Purtroppo, questa non fece molta strada, destino volle che le onde, da lì a poco, la sospinsero nuovamente a terra proprio ai miei piedi. 

Ormai i due erano spariti e io, presa dalla curiosità, raccolsi la bottiglia. Con non poca difficoltà, aiutandomi con un bastoncino, tirai fuori il biglietto. 

Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento  

o tende a svanire quando l’altro s’allontana.  

Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai.  

Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.  

Se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato. 

Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge, ama quel cuore che per te si strugge.  

Non t’ama chi di amor ti dice, ma t’ama chi guarda e tace.  

William Shakespeare 

 8 giugno 1965 Maria e Massimo .. per sempre 

I miei studi si erano interrotti alla terza elementare, nonostante questo, mi piaceva molto leggere ma, soprattutto, capivo quello che leggevo. 

Battei con forza i piedi sulla sabbia, mi arrabbiai con Dio, lui che fondava tutto l’universo sull’amore, mi aveva negato la possibilità di innamorarmi veramente di un uomo. Perché, solo per un istante mi aveva fatto assaporare un vero bacio e aveva permesso che il mio cuore battesse forte poi, più nulla per l’eternità. Perché vivere perennemente con lo struggente desiderio di un altro uomo e, per questo, sentirmi una peccatrice destinata a perire all’inferno. 

Rimisi il foglio nella bottiglia e, con tutte le mie forze, la tirai piangendo in mare. 

Ormai quello era l’uomo che avevo accanto, quella era la mia vita, che potevo fare? Inutile era ripetermi che mi sarei meritata una vita diversa. L’amore sarebbe per sempre rimasto dentro le pagine sgualcite dei miei fotoromanzi, sogni, solo e, per sempre, sogni. 

Continua …

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Giuseppina

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 20 – Giuseppina

Mercoledì 8 dicembre 2009 

“Giuseppina Milanese, nata a Oderzo il 27 settembre 1926” 

Quando sento qualcuno dire queste parole significa che, probabilmente, sono finita ancora una volta in ospedale o in un posto simile. Ho una grande confusione in testa, mi sembrava ci fosse Angelo qui, o era forse ieri. È brutto essere qui da sola ma, è ciò che mi merito per come mi sono comportata.  

Chissà che giorno è oggi. Fuori piove, e la pioggia mi ha sempre fatto compagnia. C’è qualcosa di magico nel suono delle gocce che danzano sul tetto, un ritmo dolce e familiare. Quando ero distesa a letto, sentire la pioggia battere mi regalava un po’ di tempo in più per sognare. In quei momenti sospesi, la pioggia diventava un manto che mi avvolgeva, proteggendomi dalla realtà e permettendomi di perdermi in mondi lontani. 

I sogni erano l’unico rifugio che avevo nelle lunghe giornate scandite da fatiche senza fine: cesti colmi di panni da lavare, letti da rifare, vacche da mungere, galline da accudire. E poi, i campi, che con le loro zolle dure mi piegavano la schiena. Erano giornate pesanti, sì, ma i sogni, quei sogni, erano la mia salvezza. Mi hanno tenuta in vita, come una flebile fiammella che resiste al vento. Anche se, ora, iniziano a sbiadire un po’, come quei romansetti, vecchi fotoromanzi in bianco e nero che ci passavamo di nascosto dai mariti, sfogliati mille volte, sgualciti dal tempo e dall’amore che non osavamo vivere apertamente. 

E tu, da quanti anni ormai sei l’unico protagonista dei miei sogni? Probabilmente da quella domenica mattina quando, trascinato dalla musica, avevi trovato il coraggio di scappare e, dietro la canonica, mi baciasti furtivamente, con la promessa che saresti tornato per portarmi via. 

Quella promessa è rimasta sospesa, aggrappata al filo dei miei sogni, un filo che non ho mai lasciato andare. 

Per anni, ogni notte, non vedevo l’ora che arrivasse il momento di stendermi sul mio ruvido materasso di crine. Era lì, in quell’attimo prima di dormire, che potevo finalmente riabbracciarti nei miei pensieri. Chiudevo gli occhi e ti cercavo, sperando di sognarti, di sentire ancora le tue mani, il tuo respiro vicino. Solo in quei sogni potevo vivere l’amore che mi era stato negato, e ancora adesso, anche se il tempo è passato, continui a essere l’unico rifugio a cui il mio cuore vuole tornare. 

Purtroppo, la realtà era diversa, la puzza e il russare di Ioani, coricato accanto a me, servivano a ricordarmelo. 

La stessa puzza che ho sentito per la prima volta quel giorno in stalla quando, dopo essersi assicurato che la porta fosse chiusa, mi disse, “speta che te mostro ‘na roba”. Provai un dolore lancinante quando, poco dopo, quella “roba” me la sentii in mezzo alle gambe mentre lui ansimava e il suo alito emanava puzza di vino. 

Noi donne dobbiamo passarne tante”. Una frase che sentivo ripetutamente pronunciare dalle anziane; per questo, in quel momento, non ebbi nessuna reazione. Nella mia ingenuità e ignoranza pensavo a quell’atto violento e doloroso fosse la prima tappa da affrontare per diventare una donna matura. A conferma di questo poi, Ioani, tutto sudato e soddisfatto mentre si ricacciava dentro i pantaloni “la roba” tutta bagnata e sporca disse: “dai bea che ancuo te go fatto diventar dona”. 

Se non fosse stato per le forti perdite di sangue che “la roba” di Joani mi aveva provocato, di quell’episodio non ne avrei mai fatto parola con nessuno. Purtroppo, invece dovetti subire un ulteriore umiliazione dal tribunale familiare. Io e Joani, non importava se contro la mia volontà, avevamo fatto “robe sporche”, le perdite di sangue si sarebbero fermate ma io, dopo morta, invece, ero destinata a finire all’inferno per l’eternità. L’unica soluzione per redimermi era sposarlo. 

Anche se ci tenevano volutamente nell’ignoranza, noi donne di campagna, prima o poi, le cose le capiamo. Io l’ho capito quella sera. Una delle tante in cui tornava a casa ubriaco, stanco e rabbioso, e mi rinfacciò, con un ghigno amaro, che mi aveva usato violenza solo perché spinto da mio padre. Se non l’avesse fatto, mi disse, avrei rischiato di restare zitella, e in qualche modo, il sacrificato, alla fine, era stato lui.  

E noi donne, con le nostre vite intrappolate nel fango della sottomissione, continuiamo a ingoiare il boccone amaro. A chinare la testa, schiacciate dal senso di colpa, perché alla fine siamo sempre noi le peccatrici, siamo sempre noi a dover espiare le colpe che ci vengono addossate. Non importa quanto grande sia l’ingiustizia, siamo noi a portarla, silenziose e invisibili. 

Dov’è finito Angelo? Era qui, ne sono sicura, continuava a tempestarmi di domande, un’abitudine che aveva fin da piccolo. Aveva sempre quel desiderio ardente di sapere, di capire, di scavare nelle cose con la sua curiosità insaziabile. Io, povera contadina ignorante, non ho mai avuto le risposte giuste per lui. Lui voleva sapere, e io non sapevo cosa dirgli. 

E ora, in questo momento raro di lucidità, quando finalmente avrei qualcosa di importante da dirgli, qualcosa che forse potrebbe cambiare tutto, è sparito. Come fa spesso. Scompare, si dissolve tra le ombre, lasciandomi sola con le mie parole inespresse, con i miei pensieri che si affollano senza un destinatario. 

Continua …

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