© 2024 Michele Camillo
“Il mio piccolo mondo – Fotografie”
I – La bella stagione
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© 2024 Michele Camillo
“Il mio piccolo mondo – Fotografie”
I – La bella stagione
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© 2024 Michele Camillo
“Un attimo di attenzione”
Ritratti di donna – II
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Tratto da Dediche e Richieste
© 2024 Michele Camillo
È da più di quarant’anni, ovvero da quando “faccio radio” che, a notte fonda, metto su dischi per il mondo intero; mi faccio in quattro per riuscire a soddisfare le richieste, persino le più assurde. Eppure, ho una sfiga cosmica: nessuno mette su dischi per me. Sì, avete capito bene, nessuno si prende la briga di dedicarmi una canzone. Così, e vi sembrerò strano, la chiedo al mare; almeno lui non si fa pregare. Non ci crederete, ma accade sempre che la sua brezza mi porta nuove idee e vecchie canzoni, spesso legate al preciso momento che sto vivendo.
Sarà forse perché Amedeo Minghi è uno che nei suoi testi sparge mare ed estate come fosse prezzemolo; la settimana scorsa, una calda folata di Libeccio ha trasportato fino a me le note di “Decenni”. Ma, più probabilmente, credo perché di decenni su questa terra ne ho accumulati ben sei e, quel testo, risalente al primo agosto 1998, ormai è diventato autobiografico e mi ha tirato dentro di brutto.
Io al mare uso parlarci; salgo sulla duna più alta per salutarlo e confidarmi con lui. Il mare ascolta pazientemente, con l’infinita saggezza delle sue onde. Penso a quelle persone che, oltre il suo orizzonte, hanno sempre riposto speranze, come me. Un’umanità bisognosa, disperata, impaurita e rifiutata che cerca oltre quell’orizzonte l’avverarsi di un sogno.
Io e il mare ci capiamo; la mia vita, in fin dei conti, è piatta come la sua superficie calma. Sotto la sabbia di questo pezzo di litorale Adriatico, ho sepolto tutti i miei innumerevoli, maldestri tentativi di diventare un altro. Il mare è l’unico che non si stufa di sentirmi ripetere sempre le stesse storie. Come me, anche lui, in tutti questi decenni, non è mai cambiato: l’orizzonte è sempre lo stesso e, a volte, anche il paesaggio retrostante, come la vecchia colonia che mi ha ospitato dall’età di cinque anni facendomelo conoscere per la prima volta.
Il mare mi conosce e sa che vorrei rimanere per sempre quell’eterno bambino degli anni ’70, la cui unica preoccupazione era che le sue onde non bagnassero i sandaletti di plastica colorati della splendida bambina di cui mi ero innamorato.
Anche se continuiamo a far finta di niente, i decenni inesorabilmente passano. Però, nonostante le nostre vite si siano perse per infinite strade diverse, io e quella bambina siamo rimasti legati a questo antico e selvaggio pezzo di spiaggia. Saltuariamente capita di incrociarci lungo la battigia; allora, abbassiamo entrambi lo sguardo, fingendo che nulla sia mai stato, ma i nostri occhi, ancora si cercano, rivelando l’insoddisfazione per una vita in cui abbiamo recitato una parte che non era la nostra.
In quell’eterno attimo in cui ci passiamo accanto, sento che le nostre anime riescono a condividere le paure e le insicurezze. Il mare è stato per noi anche quel limite che non abbiamo mai osato varcare, temendo di affrontare qualcosa di immensamente più grande di noi. Abbiamo preferito non osare, soffocando sentimenti e passioni, restando con i piedi sul bagnasciuga e ritirandoci non appena li sentivamo sprofondare leggermente nella sabbia.
La nostra vita, come le onde, va e viene, e noi, spettatori silenziosi, continuiamo a cercare qualcosa che non abbiamo mai avuto il coraggio di afferrare. E in quel breve incontro sulla spiaggia, anche solo per un istante, le nostre anime si riconoscono, condividendo un amore che, pur nascosto, non è mai svanito.
I decenni passano ma, il mare resta testimone silenzioso delle nostre vite, delle nostre speranze infrante e dei nostri desideri segreti. È il custode delle nostre confidenze, l’amico fedele che non tradisce mai. E così, ogni volta che mi ritrovo sulla duna più alta, sento che, nonostante tutto, non sono solo. Il mare è lì, con la sua immutabile presenza, a ricordarmi che, anche nelle onde più calme, c’è sempre una profondità in attesa di essere scoperta.
“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi” CESARE PAVESE
Tradiscono i decenni
Saranno gli anni fa
Il tempo li fa belli
Questi anni non li avrai
Se non li perderai
Tradiscono i decenni
Vedrai che ti vedrai
Nel taglio dei capelli
Ahi quanti ne tagliai
Nel mare ti vedrai
Nel mentre la canzone
L’estate è bella assai
Nel mentre la canzone
E tu scontenta stai
Prestata agli anni tuoi
Poi dopo penserai
Quel certo sole dov’è mai?
Negli anni, gli anni tuoi
Che vivi dopo in penombra
Sfogliando foto, riguardando un film
Questi anni ormai finiti
Che non c’è vita più
Ma strampalati miti
E quanti ne vedrai
Passare e andare via
La storia è lì che sta
In un disegno che guardai
L’estate è bella assai
E la canzone
I minuti della mia vita
Tenera con me
Tradiscono i decenni
Puoi farci quel che vuoi
Ma non ci fai l’amore
Perché quegli anni mai
Ti amarono così
Guardandomi da qui
Non è sicuro, c’ero anch’io
Guardandolo da qui
Fu un bel decennio
Troppo allegro
Ma non mi pare
Io non lo notai
Tradiscono i decenni
Decennio che volò
Nell’auto e sulla moto
Su quei modelli andò
Stilistico volò
Fatico a ritornare
Ed erano anni miei
Decennio che è passato
Sfrecciato, andato via
Questi anni non li avrai
Tradiscono i decenni
Saranno gli anni fa
Il tempo li fa belli
Questi anni non li avrai
Se non li perderai
© 1998 Pasquale Panella – Amedeo Minghi
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Tratto da DEDICHE & RICHIESTE
© 2024 Michele Camillo
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Ci fu un’epoca in cui mandare in onda “Reality” richiedeva un coraggio fuori dal comune. Potevo aspettarmi una folla tumultuosa radunarsi giù fuori dalla radio, lì a protestare con un fervore paragonabile a un vero sommovimento popolare, che urlava “Buu! Basta!” con la passione ardente di chi crede in ciò che difende. Addirittura, il mio medico, nonché assiduo ascoltatore, mi metteva scherzosamente in guardia, considerava Reality “una canzone ad alto tasso glicemico” Un’espressione scientifica, certo, per dire che era più sdolcinata di una torta al miele ricoperta di zucchero filato, immersa nel cioccolato, e con una generosa spolverata di zucchero a velo. Usando termini nostrani, era decisamente slimegosa! Ma io, da vero eroe radiofonico, non mi curavo delle critiche. Stavo vivendo il mio personale “tempo delle mele”.
Come nel testo della canzone, fu un incontro improvviso e inaspettato. Quel giorno percepii qualcosa di speciale nell’aria; la trovai lì, ad aspettarmi, e la mia vita cambiò. Per la prima volta scoprii di essermi innamorato.
“Il tempo delle mele” non è solo un film, ma un’epoca, un frammento di vita che mi ha segnato profondamente. Era il tempo del primo amore adolescenziale, un’epoca sospesa tra sogno e realtà. Un tempo in cui il cuore batteva al ritmo delle scoperte, quando ogni sguardo e ogni sorriso sembravano eterni. Era il tempo in cui le emozioni, come onde impetuose, travolgevano l’anima, lasciando segni indelebili e insegnamenti preziosi. L’incanto dell’innamoramento mi ha guidato verso una nuova consapevolezza di me stesso e del mondo intorno. Mi ha insegnato a crescere attraverso le ferite; ma soprattutto, ad accettare come cosa naturale l’abbandono; trasformando l’addio in un nuovo inizio.
Ancor oggi, durante le mie nottate solitarie in radio, la faccio ascoltare. La dedico a quelli che, per un’infinita serie di motivi, non l’hanno vissuto, a quelli che c’è mancato un pelo o, hanno inspiegabilmente buttato al vento l’occasione per vivere quel tempo magico.
Inutile il rimpianto. Il tempo delle mele è stato un tempo ben definito; ora è passato, ma l’anima non conosce il tempo. L’anima non conosce età e non muore mai; è il terreno fertile in cui è coltivato l’amore eterno, quello che non sfiorisce mai, il ricordo perenne di un affetto puro e senza malizia.
Sto ancora amando quella ragazza e continuerò per sempre ad amarla con quel sentimento ingenuo e sincero di cui non mi vergognerò mai. Perché, in fondo, rappresenta quell’innocenza perduta che mi ha insegnato cosa significhi veramente amare.
I sogni sono la mia realtà, un diverso tipo di realtà. Sogno di amare … anche se è solo fantasia. Da “Reality”
Met you by surprise
I didn’t realize
That my life would change for ever
Saw you standing there
I didn’t know I’d care
There was something special in the air
Dreams are my reality
The only kind of real fantasy
Illusions are a common thing
I try to live in dreams
It seems as if it’s meant to be
Dreams are my reality
A different kind of reality
I dream of loving in the night
And loving seems all right
Although it’s only fantasy
If you do exist
Honey, don’t resist
Show me your new way of loving
Tell me that it’s true
Show me what to do
I feel something special about you
Dreams are my reality
The only kind of reality
Maybe my foolishness is past
And maybe now at last
I’ll see how the real thing can be
Dreams are my reality
A wondrous world where I like to be
I dream of holding you all night
And holding you seems right
Perhaps that’s my reality
Met you by surprise
I didn’t realize
That my life would change for ever
Tell me that it’s true
Feelings that are new
I feel something special about you
Dreams are my reality
A wondrous world where I like to be
Illusions are a common thing
© 1980 Vladimir Cosma
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Tratto da DEDICHE & RICHIESTE
© 2024 Michele Camillo
Ho camminato tanto, camminato per dimenticare, camminato per piangere senza farmi vedere, camminato perché ero talmente felice e eccitato da non riuscire a dormire; camminato semplicemente perché ero solo e non avevo altro da fare o, non potevo fare altro. Ho camminato più di notte che di giorno; la notte è passione, malinconia e romanticismo; fonte di ispirazione, l’ambiente ideale dove si muovono fantasmi, vampiri e solitari introversi come me.
All’ora in cui arrivo, se ne stanno ormai andando via tutti; rimango solo nello studio, spengo le luci principali e mi godo, con in bocca il gusto dell’ultimo caffè della giornata, la magica penombra creata da una costellazione di lucette colorate e monitor vari; sono pronto anche stanotte, solitario comandante di un’astronave che, alla velocità delle onde radio, attraversa l’universo dell’etere.
Il giorno ha occhi, la notte ha orecchie, recita un vecchio proverbio persiano; momento ideale per fare radio. Mi piace usare questo termine; fare, è molto più poetico di lavorare, anche perché, un lavoro non lo è mai stato, nel senso di quello che mi serve per portare a casa la pagnotta o, come lo definiscono i maghi dell’economia, il core business ma, piuttosto, giusto per storpiare le parole, un cuore business perché, la radio va fatta con il cuore.
Quand’ero bambino, odiavo la radio, o meglio, certi suoi ascoltatori, tipo mio fratello che, la teneva accesa tutta la notte, posizionata in modo precario nell’unico comodino che avevamo in comune; ma, molto di più odiavo quelli che, nelle grigie e tristi domeniche invernali, passeggiavano con la radio all’orecchio ascoltando “tutto il calcio minuto per minuto”. Ora, rimane solo l’antipatia verso certi tipi che ci lavoravano; quelli che urlano frasi in inglese maccheronico e straparlano sopra le canzoni; credo perché, a noi introversi, danno fastidio le persone che vogliono mettersi in mostra. La verità, difficile da ammettere è che, allo stesso tempo, vorremmo essere al loro posto; perché, intimamente la maggior parte di noi, cova il segreto desiderio di essere scoperto.
E’ per questo che, attratto come l’orso dal miele, sono finito dentro una radio, a fare radio. Il posto giusto per uno come me; nascosto dietro un microfono, nessuno mi avrebbe visto e quindi, potevo far credere di essere chissà chi, libero di fingere come non mai; un social network ante litteram che mi avrebbe dato la possibilità di, far el figo, per dirla in volgo locale. Mi sarei fatto conoscere da un sacco di persone senza espormi più di tanto; il massimo del risultato con il minimo sforzo eh si, perché, oltre a essere introverso sono anche un pigro patentato. E’ successo che, citando Ligabue, le canzoni sanno chi sei molto meglio di te e, a forza di metterle su, come diciamo noi; non ci hanno messo molto a sgamarmi per cui, e solo dentro questa specie di cubo fonoassorbente, dal quale parlo quasi ogni notte che, ironia della sorte, riesco a essere veramente me stesso.
Resta il fatto che nessuno mi vede, chi mi ascolta può solo immaginarmi, basandosi solo su ciò che racconto. Già, raccontare, oggi, prima di venire qui, ho acquistato dai cinesi per pochi euro un taccuino, imitazione del famoso Moleskine. Senza fatica, le pagine si riempiono velocemente; dalla penna esce la mia storia e quelle di tanti altri amici che hanno vissuto la magica esperienza di fare radio ma, soprattutto, risuonano le canzoni legate a quelle storie perché, come dice non so chi, ci sono canzoni che quando le ascolti diventano persone, luoghi, pioggia, sole, caldo, freddo, gioia e tristezza.
Sono nato sotto il segno dei pesci, sia nella vita che in radio. Marzo 1978, in quel mese, compivo gli anni, usciva “sotto il segno dei pesci” di Antonello Venditti e, in una giornata maledettamente piovosa, rintanato nella mansarda di un palazzone popolare, con la mano tremolante, feci scivolare, per la prima volta, il cursore del mixer, dove, a matita, stava scritto MIC, balbettando qualcosa che non ricordo più, mentre, in sottofondo, il buon Venditti, mi dava la forza per vincere la mia proverbiale timidezza. Risale a quel periodo anche il mio nome d’arte, con il quale, tutt’ora sono universalmente conosciuto; questo mi permette di fare la doppia vita, come un super eroe che, nel mio caso, assomiglia più a SuperPippo che a SuperMan.
Quasi una vita passata a metter su canzoni; sembra ieri quando, con un certo affanno, le mie dita scorrevano velocemente tra gli scaffali stracolmi di dischi per cercarle mentre ora, è sufficiente digitarne il titolo. Alla fine, però da quel marzo 1978, nulla è cambiato; sono sempre più convinto che la gente, me compreso … tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore.
Sotto il segno dei Pesci … ascolta il podcast
Racconto tratto dalla raccolta PICCOLE STORIE DI PICCOLE RADIO – © 2018 Michele Camillo