Ph.

Fotocanzoni – Gennaio 2023

Winter Melody interpretata da Donna Summer uscì in Italia il 9 gennaio 1977, prima traccia dell’album Four season of love.

Donna Summer oltre a essere la regina della disco music, per la sua sensualità, aveva la reputazione di una che faceva canzoni “da letto”; per cui, in radio, questa e altre sue canzoni, venivano trasmesse prevalentemente in orario notturno e, questa in particolare, data la “stagionalità” del titolo, durante le fredde serate invernali.

In realtà, a dispetto delle precedenti love to love you baby e could it be magic, questa canzone non ha nessun contenuto erotico ma bensì, racconta del vuoto e della conseguente solitudine causata da un amore finito, la felicità di colpo stroncata, dall’abbandono della persona amata, quasi venisse congelata da una brezza invernale; insomma, tristezza e malinconia pura. Come per la maggior parte delle canzoni straniere, credo quasi nessuno abbia fatto caso al significato delle parole ma, piuttosto all’emozione che la melodia evoca. Qualsiasi siano le situazioni o le fantasie che vengono in mente, è una classica comfort song, come dicono gli inglesi; ovvero una canzone che funge da coperta calda, profuma di the speziato e ti fa viaggiare fino al tuo ideale posto sicuro. Da ascoltare rintanato al calduccio quando c’è tanto freddo fuori e … dentro di te.

Emptiness and just a memory
Love is gone with nothing left for me
All those wasted feeling for something i no longer have
I never knew that love could hurt so bad

Winter melody, winter melody, winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

I can’t bear to see the sun go down
Casting stormy shadows all around
Nothing seems to matter, i just get by from day to day
I never thought that you would leave this way

Winter melody, winter melody, winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

Winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

Loneliness, that’s all that’s left for me
Happiness is chilled by winter’s breeze
I keep on remembering the day that you came along
And since you left, well i just sing the song

Winter melody, winter melody, winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

Compositori: Donna A. Summer / Donna Summer / Giorgio Moroder / Pete Bellotte

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022 – 2023

The Christmas Blues

Questi giorni maledetti che sanno di malinconia e panettone

E’ davvero possibile dire a qualcun altro come ci si sente
Lev Tolstoj

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© 2021 – 2022 Michele Camillo Ph.

The jingle bells are jingling
The streets are white with snow
The happy crowds are mingling
But there’s no one that I know

I’m sure that you’ll forgive me
If I don’t enthuse
I guess I’ve got the Christmas blues

I’ve done my window shopping
There’s not a store I’ve missed
But what’s the use of stopping
When there’s no one on your list

You’ll know the way I’m feeling
When you love and you lose
I guess I’ve got the Christmas blues

When somebody wants you
Somebody needs you
Christmas is a joy of joys
But friends when you’re lonely
You’ll find that it’s only
A thing for little girls and little boys

May all your days be merry
Your seasons full of cheer
But ‘til it’s January
I’ll just go and disappear

Old Santa may have brought you
Some stars for your shoes
But Santa only brought me the blues
Those brightly packaged tinsel covered
Christmas blues

Old Santa may have brought you
Some stars for your shoes
But Santa only brought me the blues
Those brightly packaged tinsel covered
Christmas blues

Bob Dylan

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022

Le Fotocanzoni

Nulla apre gli occhi della memoria come una canzone.

Stephen King

© 2022 – Michele Camillo Ph.

Ci sono canzoni che quando le ascolti diventano persone, luoghi, pioggia, sole, caldo, freddo, gioia e tristezza

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022

Fotocanzoni – Dicembre 2022

È nato si dice poi fu crocifisso
Aveva diviso il mondo in due parti
E quelli che l’hanno trattato più male
Son quelli che hanno inventato il Natale

Allora è arrivato Natale, Natale la festa di tutti
Si scorda chi è stato cattivo, si baciano i belli ed i brutti
Si mandan gli auguri agli amici, scopriamo che c’è il panettone
Bottiglie di vino moscato e c’è il premio di produzione

È nato si dice poi fu crocifisso
Aveva diviso il mondo in due parti
E quelli che l’hanno trattato più male
Son quelli che hanno inventato il Natale

C’è l’angolo per il presepio e l’albero per i bambini
I magi, la stella cometa e tanti altri cosi divini
I preti tirati a parata, la legge racconta che è onesta
Le fabbriche vanno più piano, insomma è un giorno di festa

È nato si dice poi fu crocifisso
Aveva diviso il mondo in due parti
E quelli che l’hanno trattato più male
Son quelli che hanno inventato il Natale

È festa persino in galera e dentro alle case di cura
Soltanto che dopo la festa, la vita ritornerà dura
Ma oggi baciamo il nemico, o quelli che passano accanto
O l’asino dentro la greppia, Natale il giorno più santo.

Pierangelo Bertoli – 1976

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022

Sensa ‘na cocca

© Michele Camillo – Novembre 2022

Goals for job success

L’oggetto della mail, arrivò a provocarmi un prolasso fulminante dei testicoli, i quali, tracciarono due profondi solchi per terra, da casa mia, fino all’ingresso del bar da Nane. Ogni inizio di ottobre, da un po’ di tempo, in azienda, c’è l’usanza di rompere i maroni, convocando una riunione plenaria di tutti i sudditi di sua maestà el CEO, per dirla alla trevigiana. Lo scopo è sempre quello, farti lavorare di più per meno soldi; i vertici, per essere convincenti, minacciano di far decollare giganteschi cetrioli volanti, pronti a colpirti alle spalle o, per essere più precisi, un po’ più giù.

Fortunatamente, da quando c’è ‘sto cavolo di pandemia, queste riunioni non si fanno più in presenza e io, non sono più costretto a prendere l’aereo e, un litro di benzodiazepine per non cagarmi addosso; anzi, con questo sistema della videoconferenza o webinar che sia, mi diverto a mandare i sopracitati vertici in determinati posti o, a farmi fare certi particolari lavoretti, facendo fior, fior di gesti con le mani a mutande abbassate, ovviamente il tutto con la telecamera rigorosamente spenta; la scusa per non attivarla, era sempre la stessa, ovvero mi succhiava banda e quindi avevo difficoltà a connettermi. Tutte le strategie e i sotterfugi da usarsi durante le videoconferenze le avevo imparate da mio nipote Filippo, così pure la mimica da usarsi a telecamera spenta che, lui adottava nei confronti dei prof; quasi due anni di didattica a distanza, almeno gli erano serviti per diventare un esperto in materia.

Decisi di collegarmi dalla radio, quale posto migliore per una diretta; ma, soprattutto quale occasione migliore per sistemare la scaletta notturna, sostituendo i tormentoni estivi con qualcosa di più adatto alla stagione; tanto, le stronzate che dovevo sentire erano le stesse da anni.

Il giorno convenuto, passai prima da Nane Sbérega, avevo estremo bisogno di farmi una dose massiccia. L’idea era di fumarmi un caffè quadruplo ristretto e un krapfen, beo onto, alla crema; la voglia di drogarmi era tanta che avrei corso il rischio di trangugiare quello che giaceva sulla vetrinetta del bancone, ormai da una decina di giorni.

Ohi, vecio; xe ‘pena passada ea cocca del comune”; avevo riconosciuto Gino Bottacin dalla voce roca e dai pantaloni rosso stinto che porta ormai da più di dieci anni; in genere, quando è seduto fuori dal bar, il viso è sempre avvolto da una cortina fumogena generata dalla robaccia che fuma.

Il suo compito istituzionale, da quando è in pensione, è quello di stendere un dettagliato report sul passaggio di cocche. Dovete sapere che da Nane, le cocche passano ma, non si fermano mai; nemmeno se gli dovesse servire urgentemente il bagno, preferiscono tenersela o farla dietro un albero.

Non ho mai visto entrare una cocca da Nane; a parte ea Mary, la milfona banconiera, morosa del Silvano, patron di Nane Sberega, le uniche presenze femminili abituali sono un gruppo di femministe sessantottine capitanate da Irma Marangon detta sottuttomi. Pure il loro outfit risale al 1968, i larghi cotoeoni a fiori che indossano, antitesi della favolosa invenzione di Mary Quant, sono contro ogni possibile arrapamento; nemmeno a Denis Sgorlon, in assoluto il più affamato de mona, nel raggio di dieci kilometri, verrebbe voglia de cassarse, con una di loro. Hanno anche il grave difetto di essere delle naturiste; mentre la maggior parte degli avventori de Nane, sublima la mancanza di quella cosa che fa girare il mondo, con poenta e sopressa, loro, presumo, sempre per sopperire a una certa mancanza, si riempiono di roba come tofu e seitan. Più di una volta, qualcuno gli ha chiesto se ‘ste sostanze, è meglio arrotolarle su una cartina e fumarle oppure, è consigliabile sniffarle direttamente.

Dal piccolo studio che usiamo per montare i programmi, si gode di una bella vista sul viale centrale dei paeassoni. In questo periodo, le foglie degli alberi cominciano a cambiare colore, el sofego estivo ormai è solo un ricordo, per me, è il più bel momento dell’anno; mi sento rinascere. Non mi ricordo da dove salta fuori, ma, c’è una teoria secondo la quale, ognuno di noi ha il suo inizio di anno che, non coincide per forza con il primo gennaio. Verissimo, per me l’inizio dell’anno è sempre stato il primo ottobre, giorno in cui, una volta, iniziava l’anno scolastico. Pensare che, ancora oggi, per celebrare questo bel giorno, vado da sior Romeo a compare un quaderno o una matita. In quella cartoleria, il tempo sembra essersi fermato, oltre ai vecchi arredi, è rimasto il tipico profumo di carta, ricordo degli anni di scuola elementare. I primi giorni di ottobre, qui in radio, sono sempre stati dedicati alla programmazione delle attività; un eccitante fervore di idee che nascevano attorno a un tavolo stracolmo di bagigi, vino, cioccolata calda e dolcetti venexiani; purtroppo, la mia azienda, ha pensato ben bene di rovinarmi questo magico periodo dell’anno.

Dopo i saluti iniziali, praticamente un concerto per violini e lingue, partì la mattonata, “Goals for job success”, sullo schermo apparve un tizio dotato di arco, intento a scagliare una freccia. Le slide scorrevano lente, il tempo sembrava non passare mai, e io continuavo a sbadigliare. Lo studio funge anche da deposito dei vecchi LP in vinile, approfittai per dare una riordinata e, sospirare quando mi capitavano sottomano le compilation dance degli anni ’80; che tempi ragazzi! Non mi potevo però distrarre più di tanto, c’era quel maledetto questionario finale da compilare.

Obiettivo, obiettivo, obiettivo; tutta la presentazione era un continuo martellare su questo termine. Obiettivi presenti, passati e futuri, obiettivi raggiunti e obiettivi da raggiungere; che due coglioni!

La riunione finalmente finì; mi comportai da bravo soldatino, risposi esattamente al questionario, mettendo le crocette su una serie di cazzate, distanti anni luce dal mio modo di pensare. Alla fine però, questo maledetto obiettivo continuava a farmi innervosire, credo per il fatto di non averne, finora, mai centrato uno; parlo della vita ovviamente; anzi, la vera questione era capire se, ne avevo mai avuto uno.

Ho la convinzione che, in certi momenti, una qualche misteriosa entità sovrannaturale, mi invii dei messaggi. Proprio nell’istante in cui stavo pensando a ‘sta faccenda dell’obiettivo, la workstation nella quale stavo inserendo la scaletta notturna si mise a riprodurre “a fifth of Beethoven”; uno dei brani che hanno segnato la mia vita, il leitmotiv della mia passione. Spopolava in quel lontano febbraio del 1977 quando, a soli tredici anni, iniziai a trasmettere in radio e, il mio obiettivo era quello di diventare un famoso DJ attorniato da una moltitudine di cocche; inutile dire, che il target, per usare un termine anglosassone, non è stato raggiunto.

A quasi sessant’anni, mi chiedo se, alla fine, mi interessava di più fare il DJ o, essere circondato da una moltitudine di cocche. Giù da Nane, c’era uno che, più di altri, poteva darmi una mano riguardo a questo dilemma; inoltre, considerato il fatto che, l’azienda, ci aveva affidato il compito di riflettere sui nostri obiettivi, non potevo fare niente di meglio che scendere a fare due chiacchere con il vecchio Bottacin.

Sono anni che ormai è in pensione, invece di fare come tanti, che vanno a guardare i cantieri, lui passa la giornata da Nane per guardare le cocche che transitano davanti. Non è un tipo molto loquace, lo si sente ogni tanto sospirare e poi dire, “se ognun gavesse ea so cocca, nissuna bufera lo tocca”. Per tirar in lengua Gino sull’argomento cocca, è sufficiente chiedergli perché è così triste; all’inizio, la risposta è sempre la stessa, “me toca morir sensa essar ‘nda mai in quel posto, peso ancora, sensa averlo mai visto”. Mi feci offrire una sigaretta e introdussi la questione dell’obiettivo, Gino fu categorico; “cossa ti vol che te diga; da quando che esistemo, el scopo dell’omo, gira e gira, xe sempre queo. Chi che, come mi, no’ ghe xe riussio, bisogna che xe sforsa de pensar ad altro, altrimenti el riscia de ‘ndar via de meona; come xe dise, se uno no’ va in cocca xe fasie che prima de ‘staltri da ‘sta tera sea mocca”. Nel frattempo, sopraggiunse Paperoga, il socio fingeva che l’argomento non lo riguardasse ma, in realtà, ascoltava attentamente.

Vien qua beo, ti che te ga studià, spieghighe a quei dea radio, parchè noialtri semo sensa ‘na cocca

Il beo era rivolto a Ciano Menin, storico personaggio di spicco del team sensa cocca. El Ciano non aspettava altro, si fece offrire pure lui una sigaretta da Gino e attaccò con la conferenza.

Per primo, bisogna sapere che, per i sensa cocca, esiste una definizione internazionale ovvero INCEL, acronimo di Involuntary Celibate, tradotto, celibi involontari. Inoltre, nella categoria, sono implicitamente inclusi tipi come me e il Paperoga che, una cocca, bene o male, l’avevano avuta ma, almeno da più di sei mesi, si trovano nell’impossibilità di praticare l’attività più salubre e importante della vita.

Secondo, gli INCEL, non sono INCEL per caso ma, perché, scartati da donne che, scelgono il partner unicamente in base al criterio LMS, acronimo di Look, Money and Status; ovvero, una cocca ti sceglie solo se sei bello, oppure se hai soldi o, in alternativa, se sei qualcuno che conta.

A questo punto intervenne Gino; “el sciensiato qua, ga scoperto l’acqua calda; da sempre se dise che ea dona tea caea, se ti xe beo, o col scheo o sora el scagneo e, mi ghe sonto, … o sempre pronto co’ l’oseo”.  “Speta che ‘desso vien el mejo; dighe cossa che ne ga combinà e femministe”; Gino tornò a incalzare il Menin.

Praticamente, gli INCEL, sostengono che la liberazione sessuale e il conseguente sviluppo del movimento femminista, hanno segnato la loro definitiva rovina. Il professor Menin prese un sasso per terra e, sul muro esterno de Nane, a mo’ di lavagna, disegnò la situazione prima del ’68 dove, ad ogni cocca, corrispondeva solo un cocco, il classico rapporto uno a uno. Nello schema successivo, post ’68, si poteva notare che, solo alcuni cocchi, erano oggetto di attenzione di più cocche contemporaneamente, un fenomeno chiamato ipergamia. Questo perché prima del ‘68, le cocche, al fine di garantire la naturale conservazione della specie, si adattavano ad accoppiarsi con qualsiasi uomo; successivamente, con la rivoluzione sessuale, hanno iniziato a montarsi la testa, calandogliela solo a quelli che soddisfano il criterio LMS. Gli INCEL definiscono CHAD, tipi come Riccardo Cazzador, giusto per fare un nome; sono quelli con un alto punteggio LMS che, trombandosene più di una, gli sottraggono quella cocca che, prima del ’68, sarebbe sicuramente spettata a loro; analogamente, avviene nel mondo animale, dove più femmine si concedono solo ai maschi alfa. Notai però, nel nostro insegnante, una malcelata invidia nei confronti del sopracitato Riky Cassador che, comunque, si è prodigato per la conservazione della specie, seminando figli in giro; ovviamente, avuti con cocche diverse.

Ah no! A si ciò! Aeora, radiofonici, cossa ve par de ‘ste robe?” Paperoga si era organizzato appuntando tutto sullo smartphone; ci disse che, sull’argomento, si sarebbe potuto buttar su un programmone; avremo fatto un’audience degno dei migliori talk show. “ Tasi, tasi, che almanco ghe si voialtri dea radio”; el Gino scosse la testa e, cicca in bocca, inforcò la bici sparendo dall’orizzonte.

Tutto frastornato, tornai su, era ora di andare in onda; dalla finestra si potevano vedere molte cocche passare, nessuna però si sarebbe fermata da Nane, nemmeno se gli serviva di andare urgentemente in bagno. Non potevo fare a meno di pensare all’elucubrazione dell’esimio Ciano Menin; era stata senz’altro più interessante di “goals for job success”, comprese le originali e incisive, nel vero senso della parola, “slide”, lasciate sul muro de Nane; alla fine, si era parlato di un obiettivo che, tanti definiscono “il fine ultimo”. Arrivai alla conclusione che probabilmente il criterio di selezione LMS, esiste davvero con la sottile differenza che, siamo più noi uomini ad applicarlo; dividiamo l’universo femminile in cocche e non cocche, dove, queste ultime, vengono relegate ad appartenere a una casta inferiore. Quando poi, le cocche, non sono più cocche, non ci interessano più e le abbandoniamo in mezzo a una strada; ancora peggio, reagiamo violentemente, se si rifiutano di essere cocche di nostra esclusiva proprietà.

Tasi, tasi, che almanco ghe si voialtri dea radio”. Grazie Gino, noi della radio, di questa piccola radio; possiamo, di fronte alla mancanza di un qualcosa di grande e misterioso, vera forza e motore del mondo, solo “mettere su” qualcosa …

E per la barca che è volata in cielo
Che i bimbi ancora stavano a giocare
Che gli avrei regalato il mare intero
Pur di vedermeli arrivare

Per il poeta che non può cantare
Per l’operaio che ha perso il suo lavoro
Per chi ha vent’anni e se ne sta a morire
In un deserto come in un porcile

E per tutti i ragazzi e le ragazze
Che difendono un libro, un libro vero
Così belli a gridare nelle piazze
Perché stanno uccidendo il pensiero

Per il bastardo che sta sempre al sole
Per il vigliacco che nasconde il cuore
Per la nostra memoria gettata al vento
Da questi signori del dolore

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
Dovrà pur finire
Perché la riempiremo noi da qui
Di musica e parole

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
Tra il silenzio e il tuono
Difendi questa umanità
Anche restasse un solo uomo

Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore

Perché le idee sono come farfalle
Che non puoi togliergli le ali
Perché le idee sono come le stelle
Che non le spengono i temporali
Perché le idee sono voci di madre
Che credevano di avere perso
E sono come il sorriso di dio
In questo sputo di universo

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
Dovrà ben finire
Perché la riempiremo noi da qui
Di musica e parole

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Continua a scrivere la vita
Tra il silenzio e il tuono
Difendi questa umanità
Che è così vera in ogni uomo

Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte
Dovrà pur finire
Perché la riempiremo noi da qui
Di musica e parole

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
Tra il silenzio e il tuono
Difendi questa umanità
Anche restasse un solo uomo

Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Perché noi siamo amore

© 2011 Claudio Guidetti – Roberto Vecchioni

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Dal libro “Solaradio – Una radio da leggere” – © 2022 Michele Camillo


Indice del libro

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L’istà da Nane

© Michele Camillo – Agosto 2022 – Lido di Campalto (VE)

Nel pignaton, dove prima galleggiava el musetto, ora ci sono i bovoeti o meglio, c’è una montagna de ajo sotto la quale devi metterti a cercare qualche bovoeto; è il segnale inequivocabile che è arrivata l’estate.

Ho riflettuto parecchio e, secondo me, il bar di Nane Sberéga, è uno degli ultimi posti dove sono rimasti alcuni pezzi della tipica estate italiana; quella, per intenderci, dove primeggiava l’anticiclone delle Azzore, meglio conosciuto come anticiclone del colonello Bernacca e non, quel cancaro bueo marso di anticiclone africano, portato, a detta di alcuni esperti di geopolitica, sempre presenti da Nane, da quelli che arrivano con i barconi, assieme alle zanzare tigre. 

Oltre ai bovoeti, ci sono le fette di anguria che, Silvano Visentin, general manager, nonché, per discutibili diritti di famiglia, proprietario del marchio Nane Sberéga, ha ancora il coraggio di vendere sfuse, nonostante le mille intimazioni dell’ufficio di igiene. Comunque, c’è l’innegabile vantaggio che, se uno ingurgita velocemente, prima ‘na sbrancada de bovoeti co’ tanto ajo e poi due fette di anguria, molla un possente rutto, in grado di copar tutti i mussati presenti in un raggio di trenta metri dal plateatico del bar, facendo risparmiare al Visentin un bel po’ de schei per il trattamento. Segnalo poi, che quando Denis Sgorlon, Ivan Stevanato e Toni Favaretto uniscono le loro forze per produrre un corale rutto, l’efficacia è ben superiore a quando, negli anni ’70, veniva spruzzato il DDT con l’elicottero; roba da matti; almeno, rispetto al DDT, ‘sta cosa è più ecosostenibile.

Oltre ai bovoeti e alle fette di anguria, ci sono i restai ovvero, quelli che, per una ragione o un’altra, non vanno a trascorrere l’estate in nessun posto, che non sia a stretto tiro di sigaretta dal bar. Quelli che, se sottoposti al domandone dell’estate ovvero, “dove ti va in ferie ‘sto ano?”, non possono far altro che ripetere mentalmente, come un mantra, un vecchio detto locale, “c’è chi va ai monti, chi va al mare, e chi, va ben, ben in cueo de so mare”.

Purtroppo, anch’io, Paperoga e Paolo “Paolino” Dante, meglio conosciuti da Nane come “quei dea radio”, facciamo parte del gruppo dei restai. Discendiamo da una stirpe di restai, figli dei figli di restai. I nostri avi, non si sono mai mossi dalle loro case, non hanno mai visto né monti né mari ma, solo la piatta e triste pianura padana. Noi restai, non abbiamo lo spirito del viaggiatore; viaggiare, allontanarci dalle nostre sicurezze, ci mette ansia, siamo quelli che, quando raramente partiamo, ci voltiamo indietro, centinaia di volte, per la preoccupazione di non aver chiuso il rubinetto del gas.

In passato, abbiamo messo in atto maldestri tentativi per non rimanere nella categoria. Ci abbiamo provato sin da bambini, facendoci spedire in colonia; puntualmente, ogni anno, tornavamo a casa, fiaccati nel corpo e nella mente, come se avessimo fatto vent’anni di naja. In seguito, ci rivolgemmo ai preti, con il risultato di trovarci per dieci giorni ammassati assieme a una ventina di coetanei maschi puzzolenti, dentro una baracca di legno, a duemila e passa metri a batar brocche con delle vesciche giganti ai piedi; nemmeno mio zio Mario, ha fatto una vita simile, quando era militare negli alpini. Nell’estate dell’ottantuno c’era la possibilità di iscriversi al campo scuola di Azione Cattolica, un’occasione ghiotta in quanto era misto, fioi e fie. Le nostre istanze vennero cassate, non fummo ritenuti sufficientemente motivati ovvero, motivati esclusivamente dalla fame di una certa cosa. Passarono invece la selezione, Stefano Trevisan e Riccardo Cazzador, due mandrilloni della prima ora che, però, erano tra i beniamini del prete. Così, da restai, ci siamo dovuti accontentare, sempre presso il bar da Nane, del dettagliato resoconto dei due pii fioi de cesa; a detta loro, era stata una bellissima esperienza, erano riusciti a trombarsi alcune pie fie de cesa di altre parrocchie. Io non ci avrei mai creduto, se non avessi visto con i miei occhi, pochi giorni dopo, nel campetto dietro il patronato, Riki Cassador darghe dentro de lengua a una tipa, presentatami poco prima dal don, come X della parrocchia Y.

L’istà da Nane, è trovarsi tutti assieme ad ascoltare i componimenti di Paolino Dante che, forse a causa del pesante cognome, è diventato il nostro sommo poeta.

“Istà, istà; ti pol ‘ndar in ferie sol posto più beo che ghe sia ma, se no’ ghe xè figa no’ ti vedi l’ora de vegnir via. E po’, se ti ga da ‘ndar in ferie par menarte l’oseo, basta che ti vaghi ‘pena fora del canceo”

Questo è uno dei suoi pezzi forti estivi; in realtà, più che una poesia mi sembra una specie di postulato da cui deriva un teorema. Continuo a chiedermi, chissà perché, non ha mai sfruttato l’occasione di divulgare le sue opere al mondo intero, recitandole in radio ma, preferisce esibirsi esclusivamente da Nane, di fronte a una ristretta cerchia di raffinati intellettuali.

L’istà da Nane, è tipicamente per soli uomini, non si tratta di una scelta discriminatoria ma bensì conseguenza della triste realtà per cui, a parte qualche rara eccezione, le donne non rientrano nella categoria dei restai. Già a inizio giugno, se hanno figli, vanno a riempire carobere impestae de sorsi, da mille euro a settimana di affitto a Jesolo e dintorni oppure un rosegoto de capana da tremila e passa euro a stagione al Lido; ci ficcano dentro figli, madre e suocera, queste ultime, in realtà, sono delle colf mascherate mentre, el beco, ovvero il marito, o compagno che sia, fa la spola nei fine settimana. Se invece non hanno figli e, speri che un giorno li facciano, possibilmente con te, le devi portare a Sharm, Fuerteventura, Ibiza, Santorini, Porto Cervo, Portofino, Londra, New York, Parigi, e via discorrendo. Che non ti venga in mente di proporre le tue mete preferite, dove ti puoi rilassare, tipo Cabaearin, Corteasso, Fiera o, peggio, rimanere a casa, dove hai tutte le tue comodità e il mutuo da finire di pagare; in questo caso, ti sputano su un occhio e gliela calano, senza obbligo di procreazione, a uno che le porta a Sharm, Fuerteventura, Ibiza, Santorini, Porto Cervo, Portofino, Londra, New York, Parigi, e via discorrendo.

L’istà da Nane, è sempre la stessa e, sempre lo stesso è il dress code; braghe curte, calseti longhi, savate ai pie, camisa sbotonada e pansa fora; è tollerata la canottiera ma, rigorosamente bianca e ingiallita dal sudore. A proposito di sudore, nelle ultime torride e afose estati furoreggia ea gara del petaisso; consiste nell’appiccicarsi al petto una carta da gioco, vince il più petaisso, ovvero intriso di sudore, quello che riesce a rimanere con la carta appiccicata più a lungo. Il record lo detiene Lele Bulegato; pensate, ha fatto addirittura il giro dei paeassoni di corsa, senza che la carta si staccasse dal petto; non c’è da stupirsi perché, al Lele, se gli passi una fetta di pane pugliese sotto le ascelle, ne ottieni un’ottima bruschetta al gusto ajo ojo e segoa.

L’istà da Nane, è sempre la stessa storia. Walter Radonic meglio conosciuto come el mulo de Parenzo o anche el Soeta, ripete, come un disco rotto che, “l’istà xe sempre stada foriera de gran disgrassie”, e giù a elencare puntigliosamente, guerre, siccità, incidenti stradali, governi che cadono, borse che cadono, montagne che cadono, prezzi che salgono, temperature che salgono, contagi che salgono, zanzare che quando pungono, ti fanno morire e, quando non pungono è perché hanno spruzzato nell’aria un veleno cancerogeno.

Dopo essersi rumegà par ben ea pata, gli fa eco Berto Busato; “’scolta ‘more, qua e uniche vere disgrassie xè e partie perse e ea figa che manca”. Essendo il campionato ormai alle spalle, agli astanti non rimane che fare l’elenco delle occasioni perse durante le innumerevoli estati spese alla perenne ricerca di quella cosa che fa girare il mondo. Sono sempre le solite storie di more italiane e bionde tedesche; di folte pinete e grandi dune, posti sconti dove c’è sempre mancato un peo par cassarse

Speta che sentimo i recioni dea radio cossa che i ga da dir”; alla fine, c’è sempre qualcuno che, sull’argomento cerca di tirarne in lengua, e qui, il nostro poeta sentenzia; “se no’ ti ea ga vantada quando ti geri fio no’ ea torna più indrio

L’istà da Nane, sembra non passare mai. Ogni anno sembra far sempre più caldo e sembrano esserci sempre più zanzare. I restai, hanno sempre più casini e preoccupazioni; prima fra tutte, quella de tendar i veci. Ormai è un continuo susseguirsi di telefonate e scambi verbali che, el manco sbocà, intercala con centinaia di ghesboro, usati al posto della punteggiatura. I parenti si eclissano, lasciando sol gropon del restàea vecia o el vecio o tutti e due; ogni giorno sono alle prese con badanti che spariscono improvvisamente, badanti che spariscono improvvisamente assieme ai soldi, badanti che spariscono improvvisamente assieme ai soldi e al cognato; medici che non si fanno trovare, medici che quando si fanno trovare, non vogliono farti la prescrizione, medici che quando si fanno trovare, sotto minaccia armata ti fanno la prescrizione ma, la sbagliano.

restai non vedono l’ora che ritorni l’inverno perché, almeno dal freddo, vestendoti, ti puoi difendere e perché, il freddo ammazza tutti quei cancari de mussati. I restai non vedono l’ora che ritorni l’inverno perché torna il campionato e el museto coe verze. Alla fine, i restai non vedono l’ora che ritorni l’inverno perché non si sentono più restai.

Anch’io, da buon restà, non ho più molta simpatia per l’istà che, mi riduce a essere più petaisso di Lele Bulegato. Mi chiedo che fine hanno fatto le notti d’estate italiane, quando arrivava un po’ di fresco e nella vietta, si usava portar fuori le sedie che avevamo in casa, per starcene tutti all’aperto a chiacchierare con i vicini, condividendo qualche fetta di anguria; ora, si sente solo il sordo rumore dei condizionatori. Per fortuna, ho ancora la mia fidata ATALA classe 1978, assieme a lei e a una tanica de Utan, alla sera, andiamo alla ricerca di rimasugli dell’estate italiana. Ci basta varcare il confine dei paeassoni e salire sull’argine del canale dove, di colpo, la vegetazione e i campi de panoce, rendono l’aria più fresca. Dopo qualche centinaio di metri, le luci e i rumori sfumano, si sente solo il canto dei grilli; mi distendo su un pontile a godermi lo spettacolo della notte stellata; solo, davanti all’infinito, posso finalmente canticchiare, “Gloria manchi tu nell’aria …”

Non l’ho mai raccontato ai fioi de Nane e mai lo racconterò ma, anch’io, ho avuto un’occasione estiva persa; Gloria, esattamente come uno dei più famosi tormentoni estivi. Vorrei tanto che piovesse e facesse fresco come quel mese di luglio, sento ancora il tepore e il profumo di legno di quella baita che si affacciava sulle Tofane dove, la pioggia incessante aveva fatto incrociare le nostre vite per una manciata di ore; ore passate a raccontarci i nostri sogni e la nostra voglia di fuggire via, condividendo le cibarie che avevamo negli zaini; e poi, dopo la pioggia, un tratto di cammino assieme, che mi è sembrato durare una vita, fino a quando ognuno ha proseguito per la sua meta. Io, a dire il vero, non ne avevo una di precisa, non so ancora perché, con una scusa qualsiasi, non ho continuato a camminare con lei; che mona. Inutile dire che, probabilmente, Gloria di Bassano, non si ricorderà mai di me; io si, per sempre. Le avevo lasciato l’adesivo della radio, al tempo si usava così, era il nostro biglietto da visita. Anche se la nostra radio non “tirava” così distante, nutrivo la speranza che potesse chiamare; non l’ho più sentita. Ormai, mi sono quasi abituato a vivere di rimpianti e ricordi, per cui, come Silvano de Nane, non appena sente aria di estate, mette su i bovoeti, io, a SolaRadio, metto su Gloria di Tozzi.

A proposito, de istà, da Nane, puoi ascoltare SolaRadio, unico bar sulla faccia della terra che offre questo servizio di alto valore sociale, a cui tutta l’umanità dei paeassoni, sarà per sempre grata. Aiuta a combattere, che che ne dica el soetaea vera disgrassia dell’istà, la solitudine; parché l’istà da Nane no sia nà istà passada da soeo come un Nane.

Se d’istà a casa te toca star, serà in apartamento, inpissa ea radio cussì ti sarà un fià più contento. Paolo “Paolino” Dante

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Dedico questo racconto a Luciano Minghetti; al bel ricordo delle mattinate estive, quando mi divertivo ad ascoltare le sue “lettere a Luciano” su Radio Capodistria. Ciao Luciano, ciao balubino!

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Dal libro “Solaradio – Una radio da leggere” – © 2022 Michele Camillo

© Michele Camillo – Agosto 2022 – Lido di Campalto (VE)

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Volaresognare

© Michele Camillo – Giugno 2022 – Cortellazzo (VE)

M.M. 55018 e I-BIKI, il primo e l’ultimo, strano modo di iniziare una storia. Pochissime persone sanno cosa significano queste due sigle, al resto della gente, non dicono assolutamente niente, non significano nulla; a volte nemmeno a me e, mi chiedo se non siano solo frutto della mia fantasia.

Mi viene spontaneo, alzando gli occhi al cielo, fare un confronto con le scie che osservavo da ragazzo, la fitta ragnatela di strisce bianche, mi dice che ora, si vola più di una volta.  Con lo smartphone, mi diverto a identificare ogni singola scia, per sapere tutto di lei; modello di aereo, origine del volo, destinazione, passeggeri imbarcati, altitudine, velocità e altro; questa applicazione è miracolosa. Se ce l’avessi avuta quella volta, sarebbe stato fantastico ma, mi avrebbe impedito di affinare l’arte di fantasticare e raccontare un sacco di balle.

La Vale, si beveva tutto quello che le raccontavo; citavo modelli di aerei inesistenti e imprese aviatorie mai avvenute ma, soprattutto, baravo sulla mia vita. Mi ero inventato gran parte del mio passato a cominciare dalla mia famiglia, mio padre ufficiale di marina e non contadino; mia madre professoressa di lettere e non casalinga; mio fratello all’ultimo anno di medicina e non carrozziere. Infine, mia sorella indossatrice, a quel tempo non si diceva modella; la sorella, invece, non ce l’avevo proprio. Per la Vale e, solo per la Vale, frequentavo un esclusivo collegio militare anziché un banalissimo liceo scientifico. 

Non avevo fatto una gran fatica per attaccar bottone, mi aveva accalappiato lei con la scusa di fare due tiri a tamburello, credo solamente perché era stufa di giocare con la sorellina.

Per la Vale, la moretta con i capelli a caschetto, avevo preso, come diceva zio Bruno, ‘na bruta scopola. Metteva solo costumi rossi; di vario tipo, interi, due pezzi, in due occasioni, me lo ricordo come se fosse ieri, solo uno, ma, tassativamente rossi.

Erano già tre anni che passavo le vacanze al mare a scrocco da zio Bruno e zia Stella, non avevano figli, ed io, mi facevo volentieri adottare, con contratto a tempo determinato, per il solo periodo estivo. Con i miei, non si andava in vacanza, la frase di mio padre era sempre la stessa, “ti occupi tu, della casa, dei campi e dell’orto?”. Anche zio Bruno aveva casa, campi e orto, con la differenza che la loro posizione era esattamente a quattro kilometri e trecentocinquanta metri dal mare, misura verificata con precisione dallo zio. Una distanza, tutto sommato accettabile, anche a farla in sella alla Graziella, con la quale, ti ci volevano dieci pedalate per fare un metro.

Quell’anno, detto “l’anno della Vale”, godevo di massima libertà; mi ero offerto di fare l’aiutante alla Silvana con il noleggio dei mosconi, giusto per racimolare qualche biglietto da mille ed evitare di dare una mano allo zio nei campi, dove, al massimo, rimediavo qualche decina di punture dalle zanzare. Facevo la vita del gatto ovvero, tornavo a casa dagli zii praticamente solo per mangiare e dormire.

Avrei dovuto pensare alle due materie che mi aspettavano a settembre invece, l’unico libro che aprivo era “il pilota moderno”. Facevo il figo con la Vale sciacquandomi la bocca con nozioni sui principali strumenti per la navigazione aerea, lei faceva la faccia stupita, le pareva impossibile che un ragazzo di sedici anni sapesse quasi pilotare un aereo, almeno era quello che mi piaceva pensasse. Mentre parlavo con lei, facevo delle profonde buche sulla sabbia con i piedi; ero nervoso perché, in realtà, invece di parlare solo di aerei, avrei voluto dirle qualcosa di diverso ma, non ne avevo il coraggio.

Al tramonto, dopo che avevo tirato su l’ultimo moscone e messo i lucchetti mi sedevo sopra lo scivolo ad osservare la linea dell’orizzonte che, via, via sparisce, fondendo cielo e mare in un unico fondale rosato, avevo l’illusione che il mondo finisse qualche centinaio di metri dalla battigia. Anche credere che sarei diventato pilota probabilmente era solo un’illusione, me ne rendevo conto ma, impennarmi con la Graziella, fingendo di pilotare un F104 e raccontare alla Vale un sacco di cose, più o meno vere, sul volo, in quel momento, mi rendeva felice.

Alle illusioni, quando stavo seduto sul seggiolino eiettabile del M.M. 289546 dovevo starci attento, specie quando volavo a bassa quota sul mare, mai guardare fuori, occhio solo agli strumenti per mantenere l’assetto livellato. Se guardi l’orizzonte, anche se hai il sole alle spalle, rischi di precipitare in un’illusione che, ti fa precipitare, senza darti il tempo di tirare il cordino nero e giallo che sta in mezzo alle gambe.

Forse anche quello che sto raccontando è semplicemente un’illusione, nulla è esistito ma, come diceva il buon Mark Twain, “non separarti dalle illusioni. Quando se ne saranno andate, può darsi che tu ci sia ancora, ma avrai cessato di vivere”.
Non mi ha mai convinto ‘sta pagliacciata, ma lui, maniaco degli anniversari, aveva deciso così; trovarci al mare, di fronte allo stesso mare, dopo quarantacinque anni esatti. In casa, come capitava con certe missioni particolari, non ho detto dove sarei andato. Decido di non fare l’autostrada ma, la vecchia provinciale alberata; nel tratto finale, non ci sono scorciatoie per arrivare al mare, ti becchi sempre e comunque la coda. Poco male, occasione per soffermarmi a guardare la casa degli zii. Circondata da un intero quartiere di villette a schiera, ormai non si vede quasi più; dovevo comprarla, potevo comprarla, una tra le tante cose che avrei dovuto e potuto fare.

Anche se l’avrò fatto migliaia di volte, ogni volta che arrivo di fronte al mare provo grande stupore e immensa felicità. E’ dentro quell’infinito orizzonte che ho potuto immagazzinare i miei sogni mentre, le onde che si infrangono sulla battigia, mi restituiscono, pian, piano, le illusioni; è guardando le bianche scie nel cielo che mi ricordo chi sono stato o chi dovevo essere. C’è stato un preciso momento, proprio in riva al mare, in cui due vite o meglio, due anime, si sono divise; una ha inseguito un sogno, un progetto mentre l’altra, si è fermata ad aspettare una persona per l’eternità.

Eccolo che arriva, la camicia a fiori rossi di suo fratello due taglie in più e, il costume ereditato dal cugino, una taglia in meno. 

Uno così, inetto alla vita militare, ammesso che avesse passato il concorso, non avrebbe resistito nemmeno un’ora in Accademia Aeronautica, i vecchi lo avrebbero massacrato e preso di mira, sarebbe schiattato al primo giro di corsa; alla fine, come tanti, piangendo, sarebbe tornato a casa da mamma e papà. 

Uno così, che si illude di essere un allievo pilota, solo perché ha letto qualche pagina, o meglio, guardato le figure di quel noioso manuale di volo, se solo avessi potuto, maledizione, me lo sarei portato al campo e caricato sul Texan; sarebbe bastata un’oretta scarsa per fargli capire cosa significa volare sul serio. Probabilmente sarebbe tornato a terra bianco cadavere e, gli unici aerei che avrebbe avuto il coraggio di toccare, sarebbero stati quelli in scatola di montaggio. Avrei voluto sentire cosa avrebbe raccontato alla Vale il giorno dopo.

Uno così, vale la pena lasciarlo illudersi, fargli cadere il palco su cui recita, sarebbe devastante.

Non capisco come una ragazza carina e brillante, potesse dar credito a uno così; c’è un’unica spiegazione, era veramente innamorata di quell’esemplare da circo.

Lui mi guarda strano, lo vedo diventare triste, mi sembra ansioso. Deve essere rimasto deluso dal mio aspetto; credo non si aspettasse di vedermi malvestito, quasi senza capelli e, con la panza.

“Allora sei diventato pilota?”

“Non te lo dico ma, ti do un consiglio”

“Sarebbe?”

Va dal moro, comprale un braccialetto, offrigli un gelato e chiedile indirizzo e numero di telefono. Prima di imparare a volare devi saper vivere sulla terra, imbecille!!

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“Pensavo che diventare pilota, volare alto e lontano, sopra gli altri, sarebbe servito a riscattarmi. Ho scoperto invece, che il vero riscatto non è diventare qualcuno ma, sapersi liberare dalle proprie paure, dai condizionamenti, dai giudizi, dagli inutili pesi e dai falsi vincoli, per, alla fine, volare liberi.”

Anonimo

Ho trovato questa scritta su un vecchio hangar dismesso presso la Værløse Air Base in Danimarca.

A tutte le Vale che, guardando le bianche scie in cielo, aspettano pazientemente noi, che scendiamo di nuovo con i piedi per terra.

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Dal libro “Campare in aria – aviatori nell’anima” – © 2022 Michele Camillo


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My way … a modo mio

Sembra che fare diecimila passi al giorno, ti permetta di rimanere un po’ di più in questo mondo; il problema è che non capisco se bisogna farli, piano, velocemente, tutti in una volta o, spezzati nell’arco della giornata. Bel casino. 

Ogni volta che scendo in strada, per compiere questo scaramantico, più che salutare rito, se non sto attento, il gruppo delle vecchie mi travolge. Incredibile, me le ritrovo a qualsiasi ora; le sento discutere animatamente su quale dei loro sistemi per contare i passi è più preciso; almeno con la mascherina, i loro sputacchi non mi colpiscono. Le solite sei vecchie, più larghe che alte che, come tante altre, obbediscono pedissequamente al consiglio del nostro medico della mutua; “no serve che corè, ’nde a farve ‘na bea camminada … e non steme più a vegnir rompar i cojoni in ambuatorio”; la seconda parte ovviamente, l’ho aggiunta io ma, non credo di essere molto lontano dal pensiero del vecchio dottor Scarpa. Non si vedono mai i loro uomini, almeno quelli rimasti su questa terra; di uno, si sa per certo, che è scappato con una tettona cubana conosciuta in sala bingo; da fonti affidabili si sa inoltre che gli ha già prosciugato il libretto e tutti i buoni postali. Gli altri suppongo, approfittino della temporanea assenza della consorte per spipparsi davanti a YouPorn o similari.

Mi chiedo, se valga la pena mettermi gli auricolari, ormai i brani della playlist, come succede in uno schermo consumato del Bancomat, hanno inciso tracce indelebili nel mio cervello. Volgarissime e stupide canzonette che conosco a memoria; non sono come il Lorenz, lui ascolta solo roba fine. Si spara John Scofield, Bill Frisel, Charlie Haden e soci; ascoltare Jazz fa figo o meglio, fa figo parlarne a voce alta davanti il bancone di Nane Sberega; lui non dice, mai “gez” ma, riempendosi ben bene la bocca, fa uscire un sensuale “giaaasss”; con la speranza che qualche assatanata avventrice, gliela faccia annusare. 

La camminata è roba per gente di una certa età; i fighetti, si sa, corrono; è più cool. L’unica degna di interesse che cammina come me, è una tipa dell’est che lavora nella locale pizzeria da asporto; non appena mi vede, guarda caso, passa dall’altro lato della strada. Secondo me, sa leggere il pensiero, intuisce che, nelle mie fantasie, ho una voglia matta di smutandarla.

Nemmeno ‘sta domenica de caigo, le vecchie se stanno in casa; non so come facciano ma mi stanno dando la birra; in testa al gruppo, braccia che si muovono velocemente a pendolo, a fare l’andatura, come sempre, Antonia. La chiamo “ea vecia dee verze”, in quanto, le poche volte che non metto gli auricolari, la sento sempre citare il profumatissimo ortaggio; a giudicare dall’olezzo che esce da casa sua, ho il sospetto che non cucini altro. Comunque questo è nulla in confronto a quello che mi aspetta, una volta imboccata la vietta in fianco alla chiesa.

Da tempi immemorabili, ogni santa domenica, Elvira Scattolin, lancia la produzione di una sorta di brodaglia i cui ingredienti generano un tanfo mai sentito nemmeno quando, prima della caduta del muro, mi son trovato a bazzicare nelle periferie di alcune grandi città dell’est. Ora che poi, l’ultra novantenne, siora Elvira, ha ceduto il brevetto e relativa produzione, alla sua fida badante moldava, il puzzo ha raggiunto livelli di tossicità incredibili. In giornate di pressione bassa come questa, il tanfo invade tutto il piazzale della chiesa e ristagna quasi fino a sera arrivando a coprire persino i refoli di Porto Marghera; il problema è che per me, non è solo un cattivo odore ma il triste ricordo del mio breve trascorso di fio dea cesa.

Era inizio autunno del 1980 quando iniziai a frequentare assiduamente la parrocchia; non certo per aver ricevuto la classica “chiamata”, di cui tanti parlano, nessuna folgorazione sulla via di Damasco ma, solo un più terreno e naturale istinto predatorio. Nel quartierino di periferia non c’erano altri posti dove andare a caccia de cocche; l’unica alternativa valida era la discoteca, ma, per praticarla era richiesto un certo impegno economico. La mia era una famiglia allargata dentro spazi ristretti; c’erano ben altre priorità che elargirmi schei per il divertimento. 

Antonio, Gianni e io; praticamente Toni, Nane e el Ciccioamighi dea stradea, fummo accalappiati da don Lino, un caldo pomeriggio di metà settembre ’80 mentre, annoiati, stavamo assistendo, senza tanto entusiasmo, alla classica partitella di calcio scapoli contro ammogliati nel campetto dietro la chiesa. Ci disse che l’indomani eravamo convocati in sala cinema; aveva grosse novità per noi. Toni, almeno sulla carta, era l’unico di noi ispirato da sacri valori; la sua era una famiglia, da molte generazioni, assidua frequentatrice di chiese e relative canoniche; irriducibili basabanchi leccapiedi di numerosi prelati.

Capitai seduto a fianco di Zeneca Filippon, la fighetta mi salutò a malapena squadrandomi con aria schifata. Arrossii di brutto, pensai che avesse in qualche maniera intuito che, poco prima, chiuso in bagno, me l’ero virtualmente fatta; mah, forse semplicemente puzzavo.

Il don, da sopra il palco, iniziò il suo personale show. Attaccò con un pistolotto, nel quale sventolava i sacri principi della morale cattolica ovvero che noi maschietti non si doveva venire in parrocchia per cercar di trombarsi anzitempo le femminucce mentre, quest’ultime dovevano tenerla ben stretta e respingere con la forza qualsiasi tentazione. Io e Gianni ci scambiammo un’occhiata; avevo la sensazione che il don mi avesse sgamato, ero quasi convinto che i preti avessero il dono divino di leggere il pensiero. Zeneca annuiva e sembrava approvare, mentre io continuavo a fissargli le bellissime gambe, messe ben in evidenza grazie ai suoi cortissimi shorts.

Intanto il prete, dopo essersi alzato in piedi, come fosse sull’altare; iniziò a distribuire incarichi di prestigio. Pareva la nomina degli assessori al primo consiglio comunale; il don spiattellò i nomi, saltarono fuori, responsabili dei canti alla messa, quelli delle gite, delle feste, quelli del recital che, puntualmente non si sarebbe mai fatto, e via discorrendo fino a quando non ebbe esaurito la lista dei soliti noti e figli di. Della partita, ovviamente, faceva parte anche Zeneca che, sorrise compiaciuta in direzione del suo uomo del momento; quel gran stronzo che rispondeva all’altisonante nome di Antongiulio Marcellini Zorzi detto Tonistronso. Nella platea, tra i pochi sfigati che rimasero a bocca asciutta, manco a dirlo, c’eravamo noi tre. 

Toni non riusciva a darsi pace, non c’era nessun tipo di logica “cattolica” in quelle nomine. A scandalizzarlo maggiormente, c’era proprio quella di Zeneca; figlia del peccato.  Tutti in parrocchia sapevano che era stata concepita e successivamente venuta al mondo in India, al tempo in cui i suoi, coppia non regolarmente consacrata, vivevano in quel remoto angolo del mondo per dedicarsi a fare gli hippy. A me, in realtà, quei giovani genitori piacevano un sacco, forse più di Zeneca; che dire, erano dei tipi a dir poco stravaganti però, nel contempo simpaticissimi e avanti con i tempi, dei veri fighi; l’antitesi dei miei, vecchi, antiquati, rigidi e capaci solo di pensare ai schei. Giuro che, in certi momenti, mi sarei fatto adottare molto volentieri da loro. Toni continuava a sputare bile, Gianni tentava inutilmente di fargli capire che non centravano niente i dettami delle sacre scritture; anche in parrocchia valeva l’antico detto popolare “tira più un peo de mona che un carro de bo”. Per me invece, l’unica cosa senza una logica, era come, da quei due stralunati alternativi di genitori, fosse nata una così tanto figa, quanto stronza, arrivista e snob; una perfetta cagaalto.

Dopo aver ingoiato il rospo, il Toni convinse me Gianni a “mettere la firma” in fin dei conti, ci fece capire, che si avrebbe potuto “fare carriera” ed affrancarsi da quel momentaneo insuccesso. Fu così che mi ritrovai in mano la tessera dell’Azione Cattolica Giovani; dovetti sborsare cinquemila di iscrizione più, altre duemila lire per festeggiare i compleanni di due tizie mai conosciute prima. Il Gianni, dopo averle radiografate per bene, avrebbe volentieri sborsato un biglietto da diecimila pur di combinarci insieme qualcosa, non proprio attinente ai fondamenti della morale predicata pocanzi dal don. Il tapino non sapeva che, neanche se avesse versato un pezzo da centomila, sarebbe stato invitato al compleanno. Eh si, perché si trattava di un festin isi, dove vien soeo chi che te gheo disi; ovvero, ti chiedevano i soldi ma poi, fatalità, si dimenticavano di invitarti. Ci volle poco a capire che, anche in parrocchia, i principi cristiani venivano asfaltati dalle ferree leggi di mercato; rispetto alla crescente domanda, l’offerta di figa era poca, per cui, il Clan, un ristretto numero di “fratelli”, cercava in tutte le maniere di ostacolare la potenziale concorrenza.

Gli inviti a raduni e riunioni istituzionali invece, non mancavano mai; ai soliti noti, serviva quanto più pubblico possibile per acquistare visibilità e credito. Pareva dovessero salvare il mondo; fiumi di parole intrise di testi conciliari, con cui bandivano colossali iniziative, mai messe in pratica. Alla fine, a noi soldati semplici, toccavano i lavori di manovalanza che i nobili quadri parrocchiali non volevano fare. 

Quella domenica pomeriggio, causa un non ben precisato impegno, Tonistronso e Dario Vazzoler mi lasciarono da solo in trincea a gestire un branco di selvadeghi ragazzini dei paeassoni; dico solo che il più tranquillo di loro, tirando un bel porco, minacciò di farmi spaccare il culo da suo fratello più grande se, non gli avessi ceduto, ovviamente gratis, una manciata di spighette di liquirizia e tre Chupa Chups gusto cola.  Quello che più mi preoccupava in quel momento non era la loro redenzione ma, l’aver visto i due “fratelli” precedentemente nominati e alcune selezionate “sorelle” fighette, tra le quali Zeneca, stazionare davanti gli scalini della chiesa; urgeva capire cosa c’era sotto. Continuavo a guardare in continuazione l’orologio, forse riuscivo a beccarli, il tempo però non passava mai. Quando alla fine, dopo aver fatto un’operazione di ricostruzione post cataclisma e bonifica, facendo uscire quella puzzolente aria viziata, riuscii, stremato, ad uscire dalla sala, se ne erano già andati tutti a casa di Dario Vazzoler a fare un festin isi, questo ovviamente venni a saperlo dopo.

Mi ritrovai solo nel piazzale della chiesa, l’aria completamente saturata dal tanfo della brodaglia di siora Elvira; tanto che avrei preferito un sano aerosol di Petrolchimico. Iniziò a calare una fitta nebbia, non si vedeva niente e non vedevo chiaro nemmeno dentro di me, presi a camminare nervosamente verso casa. Mi chiusi in camera e ficcai la tessera di A.C. dentro la ribalta della libreria; e li ci rimase per sempre. 

Non era nella mia indole redimere la società dall’edonismo dilagante ma, anzi, desideravo fortemente tuffarmici a capofitto; così, il sabato successivo, diedi al don, le dimissioni, senza preavviso, da redentore di teppaglia; lasciavo volentieri a quella troietta di Zeneca quel lavoro.

Poi, feci la cosa che diede inizio alla mia nuova vita; suonai il campanello del civico 69 dei paeassoni; all’ultimo piano, in soffitta, c’era SolaRadio

Non sapevo che, nel misero quartierino di periferia, ci fosse una radio; della sua esistenza ne venni a conoscenza un venerdì sera quando, un certo Fabio Ballarin, detto Paperoga, venne invitato dal don al gruppo, appunto, del venerdì sera. Ogni tanto, ai raduni dei fioi de cesa, apparivano degli outsider. Se, per caso, si trattava di una coccao di un cocco, c’era sempre una grande dedizione per la sua conversione e redenzione; nel caso di Paperoga, un tipo trasandato come il personaggio dei fumetti, nessuno si prese cura di lui, a parte me. Si capiva che sarebbe stato candidato all’esclusione dal clan e, per questo mi stava già simpatico. Pensare che già il sabato pomeriggio, ero a casa sua ad ascoltare decine di dischi dei più svariati generi musicali; era la prima volta che incontravo un fio così easy e fuori dalle righe. Decisamente un tipo strano, come tutta la sua famiglia, pazzescamente disordinato, come tutta la casa; dove, almeno c’era la libera circolazione senza l’obbligo di pattine. “Ti podaressi vegnir anca ti a far radio”; fare radio, che strano termine; una cosa mai presa in considerazione.

Finora la radio l’avevo solo ascoltata; parlare in radio la ritenevo una cosa irraggiungibile, solo per pochi privilegiati. Il suo entusiasmo era contagioso e la cosa iniziò a stuzzicarmi; se non altro, sarebbe stato un bel modo per farse vedar, uscire dall’anonimato e, ‘ndar dee bone co’ e cocche.

Mi spaventava però il fatto di non avere gran cultura musicale, o meglio, ero solo agli inizi. Da poco in casa, grazie a mille sacrifici, era arrivato il mitico Philips 970; un apparecchio che comprendeva giradischi, mangiacassette e radio; ce l’aveva ceduto quel rotto in cueo di mio cugino Giorgio. Non era granché, un surrogato dell’impianto stereo insomma, il classico voria ma no posso; però, permetteva a noi fratelli di poter ascoltare i primi dischi. Me ne tornai a casa, felice più che mai, con Amigos di Carlos Santana sotto il braccio; “roba bona”, disse il mio amico. Paperoga, nel giro di due ore, mi aveva fatto spaziare dal rock, al blues, passando per la musica country americana; su questo lo invidiavo, perché le mie conoscenze musicali si limitavano alle volgarissime canzonette. 

Quando aprii la porta che portava nel misterioso mondo di Solaradio, mi arrivò una zaffata di salame con l’aglio; erano tutti nel pieno di un garangheo che, scoprii essere una tradizione del sabato pomeriggio. In tre minuti ero già amico di tutti e pesavo un kilo in più; ancora con la bocca piena di sopressa de casada mi ritrovai assieme a Paperoga, davanti a un microfono; tre secondi e, quel gran mona, mi diede la linea per presentarmi agli ascoltatori. Credo sia stato quel bicchiere di ramandolo che fece uscire dal mio corpo la voce di WWanda dabliu-dabliu-anda; un personaggio che, ancora oggi, non mi sono più scrollato di dosso; liberamente ispirato dalla siora Gisella, una vecchia e navigata “professionista”, che viveva in una casetta in fondo aea stradea. Quando, a tavola, la imitavo, riuscivo a far ridere persino quel molton selvadego di mio padre. Ea Gisea, era una buona donna di animo generoso; ricordo che, a noi ragazzi, regalava sempre dei fumetti per il nostro banchetto dei giornaletti. Ci siamo fatti una cultura approfondita su certe cose, leggendo “cappuccetto rosso”, “il camionista” e “Lando”; d’altronde, in quegli anni, i nostri genitori non ci spiegavano niente.

Non so nemmeno io come mi venivano tutte quelle battute, ne sparai talmente tante da lasciare allibiti tutti quelli che mi stavano attorno. “Ma da dove ea gavé tirada fora?”; arrivarono a decine le telefonate degli ascoltatori.

A WWanda, bastò quell’estemporaneo show per trovare casa a SolaRadio e, far divertire un sacco di gente. L’argomento preferito, erano i suoi clienti; ad ogni puntata, ne presentava uno; c’era quello che pagava a rate, quello che pagavano gli amici come regalo di compleanno, quello che pagava la moglie al posto suo, quello mandato dal papà perché facesse esperienza, quello mandato dalla morosa perché si sfogasse e non facesse strane richieste a lei, quello mandato dal prete e, pure il prete. WWanda era ‘na sbocada, non capiva niente di musica, spesso storpiava i titoli e i nomi dei cantanti, specie se stranieri; però, non si sa come ma, riusciva a mandare in onda sempre della gran bella musica e, soprattutto roba tirada fora dal soito; ebbe il merito di far conoscere il blues, o meglio el brus, come diceva lei, a quei trogloditi ascoltatori di periferia; i dischi non li comprava, se li faceva prestare, con la promessa di renderli subito, da un certo Fabio Ballarin, detto Paperoga; ancora oggi, parecchi di questi, giacciono nella mia libreria. 

Faceva divertire tutti, tranne quei de cesa; a loro, dava fastidio che parlasse sempre dea mona, e, soprattutto che affermasse con fermezza che, era quella che faceva girare il mondo. E poi, esibirsi, farse vedar, era peccato; tranne quando lo facevano loro; ma WWanda aveva ‘e spae a coppo e gli lanciava un sacco de WWandaffancueo.

Il tanfo della brodaglia di Elvira, continua a persistere fino al tardo pomeriggio nel piazzale deserto della chiesa; secondo Paperoga, statisticamente, nel quartiere, sono più le persone che riescono a sentire quell’olezzo che non quelle che ascoltano la radio. A me non importa nulla, starmene qui davanti a un microfono mi fa sentire meglio che non gli istituzionali diecimila passi giornalieri. E’ vero, non c’è più quel vivace viavai di persone che si fermavano a chiacchierare per ore in studio; le postazioni sono ordinatissime, una manciata di monitor ha sostituito mixer, piatti, registratori a bobine, pile di dischi e matasse di cavi impossibili da dipanare, il bel casino di una volta. Sempre secondo Paperoga c’è il rischio di ammalarsi, che ti prenda la depressione del DJ solitario. Per quello che mi riguarda, non c’è pericolo, posso ancora contare su WWanda e tanti altri personaggi che vivono dentro di me. Sono persone del mondo reale che ho incontrato o, semplicemente incrociato per pochi istanti con lo sguardo, rispetto agli “originali”, per loro il tempo non passa mai. Credo che se lo sapessero, intendo gli “originali”, mi sarebbero infinitamente grati per averli resi eterni e noti al pubblico nei miei spettacoli teatrali e io, ovviamente, sono infinitamente grato a loro per avermi ispirato.

Senza i miei personaggi, il teatro e la radio, non so come farei ad affrontare questo mondo, i diecimila passi quotidiani non mi sarebbero bastati. Non mi sarebbe bastato andare a messa ogni santa domenica, confessarmi due volte all’anno, sposarmi senza poter più desiderare la donna d’altri e nemmeno la roba d’altri, nel mio caso specifico, la moto d’altri.

Se non avessi saggiamente attraversato la strada per suonare al civico 69 dei paeassoni, mi starei ancora rodendo fegato e anima pensando alle riunioni in parrocchia dove, se non eri tra i preferiti del don, nessuno ti cagava ma, soprattutto a quella troia di Zeneca che, la dava a tutti tranne che a me.

Se non avessi saggiamente attraversato la strada per suonare al civico 69 dei paeassoni, avrei, sicuramente continuato a fingere recitando, per l’eternità, la parte del bravo fio de cesa, che mette nella busta delle offerte i quattro spiccioli che gli avanzano, mentre, si sputtana grosse cifre comprando inutili troiate.

Suonare al civico 69 dei paeassoni, mi ha dato la possibilità di fingere per scelta e puro divertimento; quella consapevolezza di fingere, che mi ha portato a farlo per professione.

Paperoga continua a strisciare la punta del naso sul vetro della finestra, lasciando vistosi segni con il grasso della pelle, compie questo schifoso rito quando è malinconico. Dalla finestra si può scorgere il piazzale deserto della chiesa; el fio continua inesorabilmente a sparare statistiche, dice che, in tutti questi anni, il prete, ha perso più ascoltatori della radio.

In effetti, la chiesa, almeno quella davanti la nostra radio, sembra essersi svuotata, la pandemia ha dato la mazzata finale. E’ popolata perlopiù da anziani vestiti quasi tutti allo stesso modo, in crisi perché si trovano addirittura due papi. Le loro sicurezze venute a meno quando, uno dei due, quello comunista, gli ha detto sostanzialmente che non è sufficiente starsene tutto il giorno a sgranare il rosario per avere diritto alla corsia prioritaria, quando si passerà “dall’altra parte”.

Spariti anche certi personaggi di un tempo; non hanno più interesse a frequentarla, si sono trasferiti sui social per pontificare e darsi battaglia tra chi vuole le donne prete e chi, il ritorno della messa in latino. Credo sia per questo che, da un po’ di tempo, ho ripreso a metter piedi in chiesa, ora che si è disintossicata da certa gente, sembra più silenziosa; anche troppo silenziosa. A dire il vero, ho addirittura l’impressione che pure Lui, abbia tagliato la corda. Come mezzo mondo, mi chiedo dove è finito, perché rimane in silenzio di fronte a quello che sta accadendo. Mi pare però, vagamente di sentirlo; continua a chiedermi dove sono finito in tutti questi anni, perché mi faccio vivo solo ora e, perché ho deciso di attraversare la strada e suonare al civico 69 dei paeassoni. Non lo so nemmeno io con esattezza; credo puro istinto, l’aver fiutato per tempo quel divario tra religione e Dio che lacera e divide l’umanità; forma e sostanza, giusto per tirare in ballo Aristotele.

Lo stesso istinto che nei momenti cruciali della vita mi ha fatto cambiare strada, anche fisicamente. Come quella volta che vidi da distante venirmi incontro Vera. Era un po’ che mi tallonava, il mio fiuto mi suggerì di svoltare repentinamente per una stradina laterale, se ci fossimo incontrati, probabilmente, mi sarei trovato a vivere una vita che non avrei voluto.

Paperoga se n’è andato, ora tocca a me starmene a osservare il piazzale deserto della chiesa, non oso aprire la finestra, c’è il serio rischio che entri il tanfo della brodaglia di Elvira, e con quello, i brutti ricordi. Mi volto verso le postazioni microfoniche, dove sono seduti WWanda e gli altri; è questa la vita che volevo. Mi piace anche far due chiacchere con Lui sui misteri e le assurdità di questo mondo; gli chiedo se bastano diecimila passi al giorno, per far in modo che il giorno del “passaggio” arrivi il più tardi possibile. 

Da parte mia per Lui”, credo che nessuno dei miei ascoltatori sia in grado di comprendere il significato di questa frase quando mando in onda My Way del vecchio Frank; spero solo che Lui, possa capirmi e perdonarmi.


Indice del libro

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Sguardi sconosciuti

Portfolio ritratto – I

Se fotografi uno sconosciuto, nell’istante stesso in cui fai scattare l’otturatore, quella persona smette di esserti estranea, perché la porterai sempre con te.
Giuseppe Tornatore

Lo sguardo spoglia
lo sguardo ricama dolcezza
lo sguardo parla
ammalia, penetra 
urla silenziosamente.
Lo sguardo 
nemico del pudore
nemico della verità
tutto può
tutto colora
tutto nasconde.
Lo sguardo allontana
lo sguardo sogna
desidera, sfiora sorrisi
sfiora i sensi
osa e ragiona.
Lo sguardo
onesto e sincero
brutale e disonesto
tutto può
tutto colora.
Lo sguardo ingenuo
realista e sognatore
si poggia sempre
su fiori profumati
dolce oasi per cuori ammaliati
dolce miele per gli amanti
giovani innamorati
lotta contro gli inganni
si estranea dalla vita
reclama falsi applausi
si nutre di sorrisi
dirige ombre con inchini
notte e giorno
sono il suo contorno.

Giacomo Scimonelli
Quale autore al mondo potrà insegnarvi la bellezza come uno sguardo di donna?
William Shakespeare

Si può capire facilmente che al mondo ci sia sempre qualcuno che aspetta qualcun altro, sia che ci si trovi in un deserto o in una metropoli. E quando arriva il momenti di incontrarsi e gli sguardi si incontrano, passato e futuro non hanno più alcuna importanza. 
Paulo Coelho
Ti faccio spazio dentro di me,
in questo incrocio di sguardi
che riassume milioni di attimi e di parole.

Pablo Neruda
Non importa quello che stai guardando, ma quello che riesci a vedere.
Henry David Thoreau

Una fotografia non è né catturata né presa con la forza. Essa si offre. È la foto che ti cattura.
Henri Cartier-Bresson

I colori, i suoni, gli sguardi raccontano il nostro tragitto. Un colore mi può incantare,
uno sguardo mi può far innamorare, un sorriso mi fa sperare.
Monica Vitti
Quando si fotografano persone a colori, si fotografano i loro vestiti. Ma quando si fotografano persone in bianco e nero, si fotografano le loro anime!
Ted Grant

© Michele Camillo Ph 2017 – 2022

Per un’ora d’amore

… Ciao, ciao domenica
Passata a piangere sui libri
Tanto lo sai che non t’interroga
E poi è domani che ti frega …

… Buona domenica
Quando misuri la tua stanza
Finestra, letto e la tua radio che
Continua a dirti che è domenica…

Era l’unica canzone di Venditti che odiavo; ritraeva perfettamente certe pallose domeniche invernali, tutte uguali, praticamente un copia e incolla. Sempre la stessa scena; Mia mamma e mia sorella ipnotizzate dalla tv, si facevano massicce dosi di domenica in; mio padre con mio cognato attaccati alla radio ad ascoltare tutto il calcio minuto per minuto, tiravano giù i santi dal paradiso man mano che si allontanava la possibilità di fare tredici, mentre, mia nonna, se ne stava a letto lamentandosi per i dolori. Nell’aria, una gran puzza di fumo generato dallo smodato consumo di Nazionali senza filtro; un po’ dappertutto c’erano bucce di bagigi; un quadretto del genere, avrebbe mandato in depressione chiunque.

Senza una donna; la mia sola e migliore amica era la radio; non mi restava altro che accendere il vecchio GRUNDIG e muovermi compulsivamente sulla scala FM, 88-108 andata e ritorno, infierendo su quella povera manopola di sintonia che, a memoria, negli anni, si sarà rotta una ventina di volte.

Novembre 1980; nel clou di una quelle domeniche pomeriggio, proprio a causa di una repentina fuga da una stazione che, stava mandando in onda Buona domenica di Venditti, il vecchio GRUNDIG, si incastrò sui 107,8, quasi a fine corsa e, non voleva saperne di schiodarsi di li; poco male, dall’altoparlante uscivano le note di Video kill the radio star. “E’ vero ragazzi, mi sa che non dureremo tanto”; diceva il tipo al microfono; a me, era sufficiente che durassero fino alla fine del brano. La manopola continuava a non rispondere ai comandi; niente, dovetti rassegnarmi a soffermarmi su quella fantomatica SolaRadio; si poteva definire, una radio locale, nel vero senso della parola; in quanto, trasmetteva dai paeassoni a due passi da casa mia.

Dovevano essere degli sfigati, per aver piazzato il “paletto” della frequenza al margine della scala, probabilmente, non avevano trovato altro posto. Non avevo tempo di mettermi ad aprire la mia fida radio e aggiustare la manopola; dovetti quindi adattarmi a una sorta di convivenza forzata con gli sfigati dei 107,8 e, accontentarmi della musica che passava il convento; come sottofondo per studiare non era male.

Il libro di elettronica, era li che mi aspettava; all’indomani, stando al calcolo delle probabilità, c’era il serio pericolo che il Biasiotto mi convocasse per darmi ‘na bea petenada. Se fosse andata male, avrei dovuto presentarmi al cospetto di sior Agostino con l’ennesimo quattro registrato nella mia fedina penal-scolastica; il che, voleva dire perdere almeno quattro denti e, per giunta, quelli non cariati, senza possibilità di reimpianto. D’altronde, era anche un po’ colpa sua; mi aveva convinto a cambiare scuola, lasciare geometri per l’I.T.I.S. perché, secondo i suoi calcoli strategici, se studiavo elettronica, c’era più possibilità di trovare lavoro e far schei; la cosa che più contava nella vita. Così, abbandonai l’antico sogno infantile di progettare villette e relativi giardini per dedicarmi, a malincuore, a transistor e circuiti integrati.

Lo speaker, se così si poteva definirlo, mi faceva tenerezza; era uno sfigato tappabuchi solitario, in quella radio sfigata ai margini della banda FM; malgrado i disperati appelli, neanche un cane che gli telefonasse per richiedere una canzone.

La mia scarsa concentrazione, venne subito interrotta; il tipo, mandò in onda una canzone che diede una bella scossa ai miei ormoni, sepolti sotto i pesantissimi teoremi di quei due pallosi di Thévenin e Norton. Non era certo una canzone de cesa; anche se me la vedevo Donna Summer intonare Love to love you baby o peggio, could it be magic, durante la messa delle undici; in fin dei conti, era pur sempre una cantante gospel. Chiusi gli occhi, mi sembrava che la voce sensuale di Donna Summer, uscisse dal libro di elettronica; immaginare, un altro miracolo che riesce a fare la radio.

Ad un certo punto, mi ridestai; lo sfigato della radio sfigata, aumentò di colpo il ritmo, tanto che anche il vecchio GRUNDIG ebbe un sussulto; lo vidi distintamente, spostarsi sulla mensola, almeno di un paio di centimetri. Chissà cosa mi prese; mi alzai e, istintivamente, iniziai a ballare al ritmo di, don’t stop me now dei Queen. La mia cameretta si trasformò in discoteca; anche se, a quel tempo, non avevo la più pallida idea di come fosse fatta una discoteca. Mi scatenai con tale energia che volò di tutto; a cominciare dal già citato libro di elettronica, fino all’inferno di Dante.

Sbassa, che ghe xé ea partia. Saria cussì che ti studi; erce, va remengo ti e chel sacramento de radio, ‘na marteada ghe tiro uno de ‘sti giorni!”; nella foga, non mi ero reso conto della minacciosa presenza di Agostino; non avevo nemmeno sentito il secco SBRANGT della porta che, alla faccia della privacy, contraddistingueva il suo tatto nell’entrare in camera mia.

A parte la figura di merda, non mi sentivo assolutamente in colpa per aver fatto finire sotto il letto, pagine all’aria, l’inferno di Dante e il palloso libro di elettronica; anzi, provai un piacevole benessere psicofisico; mi sentivo talmente bene e, pieno di euforia, tanto da decidermi di telefonare in radio allo sfigato. Meritava di essere ringraziato per averme tirà in qua, da quel momento di depressione pre-lunedì di interrogazione; avevo inoltre il desiderio di conoscere un altro sfigato come me, che stava trascorrendo in solitudine, una nebbiosa domenica pomeriggio di merda .

Andai a telefonare dalla cabina giù in strada; in quel momento, stavano bastonando la Juve e, non volevo urtare ulteriormente sior Agostino. Sulle prime, volevo fare la voce da donna ed esordire con un “so piena de voja”; ma, ovviamente, non ne avevo il coraggio; in fin dei conti, era la prima volta che telefonavo a una radio; anche se non era di certo la RAI, un po’ di soggezione, ce l’avevo.

“Sipppronto”; fu l’inizio di quarantun anni di infinite telefonate con Enzo Penzo; EnsoPenso per gli amici. Ancora oggi, mi chiedo se ho fatto bene a fare quella telefonata; penso che Penso, invece, come si dice da noi, el gabbia trovà ‘na baea de oro.

Nemmeno dopo cinque minuti che mi ero presentato e avergli detto “che fighi i Queen, i me ga tirà su ‘na costa”, mi invitò in radio; al che, mi venne il dubbio di esser stato l’unico ascoltatore che aveva. Accettai, se non altro perché mi incuriosiva vedere come era fatta una radio. Così, la domenica successiva, mi inerpicai fino alla soffitta del paeasson al civico 69; ero ansioso di conoscere il famoso Enzo Penzo.

Non è che mi aspettassi chissà cosa ma, quando il tipo mi aprì la porta, tutte le mie più ottimistiche aspettative si frantumarono all’istante. Mi sembrò di entrare in casa di un vecchio solo e abbandonato; sentendo inoltre, il tanfo che c’era, ebbi il sospetto, che il mio amico, fuori onda, mollasse di quelle bianche megagalattiche. L’aspetto di Enzo era perfettamente intonato con l’ambiente e la situazione; capelli ricci unticci, magro, lungo e alquanto trasandato; quello che aveva addosso, probabilmente risaliva all’epoca di certi brani che mandava in onda.

La visita agli “studi” durò circa tre minuti; non c’era molto da vedere in quei pochi metri quadri; mi colpì il cigolio di una ultra consunta BASF C-90. Su quella cassetta, mi disse, era incisa la scaletta musicale della sua trasmissione; nessun disco da mixare. Mi spiegò che erano agli inizi, i mezzi erano pochi e, i dischi pure, tanto che, ognuno se li doveva portare. Da studente squattrinato, senza sponsorizzazione di genitori & affini; poteva permettersi solo di noleggiare qualche disco o, farselo prestare per poi, riversarlo su cassetta. Lasciò che il nastro andasse e mi invitò a prendere una cioccolata calda giù dalla Cesarina; disse che lo aiutava a tirarsi su di morale.

Da un po’ di tempo, non c’è cioccolata calda che tenga. L’euforia del caffè extralungo che, la domenica mattina, usualmente, ci spariamo in pasticceria dalla Cesarina, dura appena un quarto d’ora scarso; poi, comincia con i soliti discorsi sul tempo che passa e tutta una sfilza di rimpianti; sembra proprio che, nella sua zucca, continui a girare, come quarant’anni fa, una consunta cassetta BASF C-90, con la solita musica.

Cercare di capire EnsoPenso ma, soprattutto, tirare fuori qualcosa dal cilindro per dargli una mano, è sempre stata un’impresa titanica. Quella lontanissima domenica, gli chiesi se, quel cavolo di trasmissione, aveva un titolo; “parchè, ea dovaria averghene uno?”; già il racconto, su come era nata la radio, me le aveva gonfiate a dismisura; la sua risposta, le fece cadere a terra, con due colpi secchi. Mi chiedevo cosa ci stesse a fare in quel buco di stanzino, davanti a un microfono, senza, apparentemente, qualcuno che lo ascoltasse; mi accorsi che, la sua anima era stinta come gli abiti che portava.

Par un’ora d’amore no’ so cossa faria; par poderde ciavar no’ so cossa daria, parararaah ..”; Deni Sgorlon era, nel quartiere dei paeassoni, l’indiscusso mago delle cover. Quel sabato pomeriggio da Nane, pieno di ottima bionda doppio malto Ruttolongo, si stava cimentando con il greatest hits dei Matia Bazar; la sua performance era rivolta a Mary ea tettona che, com’era ampiamente prevedibile, non lo cagò. Al menestrello non restò che finire il concerto con il lato B di quel fortunato 45 giri; tra le risate dei presenti, se ne uscì fischiettando; “stasera; tata … che sega, tararara raraaah”. La repressione sessuale, espressa in forma canora dal Deni, mi diede un idea per dare una spinta allo stantio programma radiofonico di EnsoPenso.

Altra domenica pomeriggio e altra inerpicata per i grigi scalini del paeasson al civico 69; stavolta però con alcuni “ferri”; la valigetta dei 45 giri della cuginona Silvia, due walkie talkie INNO-HIT, regalo di zio Sergio per la cresima e, l’ancora intonsa antologia di letteratura del biennio. Altra cosa importante, io non ero più io, bensì un tale Nicola, trentenne scapoeon che, di mestiere faceva il bancario, quindi, professionalmente ben piazzato; con la passione per la barca a vela; nonché, colto e amante della poesia. Quella domenica, ‘sto tale Nicola, pensò bene di telefonare in radio e, EnsoPenso, pensò altrettanto bene di mandare la telefonata in diretta, cosa che non aveva mai fatto fino a quel momento; primo perché nessuno l’aveva mai cagato; secondo, perché senza i mitici INNO-HIT; il trucco non sarebbe riuscito. Ancora ridiamo pensando a quel giorno; incredibile, quarant’anni fa avevo creato la mia prima identità fake uso social, che ‘vanti che gero!

Cinzia, non so se sei in ascolto. Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E’ per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine. Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. Almeno, lascia che ti dedichi “per un’ora d’amore”; ero sicuro che cugina Silvia aveva quel disco; lo infilai per primo nella valigetta, diedi poi istruzioni a EnsoPenso di mandarlo in onda al mio segnale.

Era la prima volta che usavo el maton, così chiamavo la pesantissima antologia di italiano, per scopi non propriamente scolastici; quel brano di Italo Calvino gera ea morte sua; a fronte della mia magistrale interpretazione, però, quel mona di DJ che avevo di fronte, pareva non riuscire proprio a farmi da spalla; il disco stava per finire e lui se ne stava incocaìo, con lo sguardo fisso in alto.

Sollevò delicatamente la puntina, un attimo prima che, a fine corsa, deragliasse per finire sopra l’etichetta; “carissimi amiche e amici; ma voi, cosa fareste per un’ora d’amore? Sotto con le telefonate”; che Genio! Il socio, si era finalmente dato ‘na descantada.

Enzo frugava nella valigetta come se avesse trovato un tesoro; tirò fuori comprami di Viola Valentino; a quel punto temevo seriamente che chiamasse Deni Sgorlon o qualche suo amico di bevute, per spiegarci cosa avrebbe fatto per un’ora d’amore o meglio, durante l’ora d’amore. Con Su di noi di Pupo, arrivò la prima telefonata, una certa Vania, che non volle essere messa in diretta. “Ghe xè ‘na cocca che vol saver de tì, de Nicola intendo …”; EnsoPenso, preso dall’emozione, ne mollò una di potentissima, una via di mezzo tra porto Marghera e la brodaglia domenicale, della mia vicina di casa, siora Elvira Scattolin; meno male che aveva avuto la prontezza di stringere forte la cornetta del telefono con due mani; io invece, viola in volto, finii disteso sotto il bancone del mixer con i crampi allo stomaco dal ridere; “mona, cossa ghe digo ‘desso?”; EnsoPenso, tentava disperatamente di fare in modo che tornassi serio, nel mio ruolo.

Mi resi conto di aver creato un mostro, praticamente, un antesignano di un troll sul web; imperativo, mantenere l’alone di mistero, per cui, diedi al socio istruzioni di rimanere sul vago. Devo riconoscere che a contar bae era un maestro; dovette darsi parecchio da fare in merito in quanto, fu uno stillicidio di telefonate de fie che, chiedevano informazioni su quel tale Nicola e, per dedicargli canzoni; purtroppo, la valigetta di cugina Silva, non riusciva a soddisfare le richieste. Dopo quasi due ore volate in un attimo, sfiniti, mandammo in onda l’evergreen, if you live me now dei Chicago, che, fece da sigillo alla puntata numero zero, di quella trasmissione; battezzata ufficialmente con il titolo di “per un’ora d’amore”; un vero e proprio new deal, per quella radio sfigata e per quello sfigato di EnsoPenso.

Quando uscimmo, el caigo aveva ormai avvolto l’intero quartiere; secondo EnsoPenso, quella fitta nebbia, che ti faceva perdere i contorni della realtà, era causata da tutte le balle che avevamo raccontato. Il chiassoso vociare, che proveniva dal bar di Nane Sberega, come un faro, ci indicò la rotta verso un buon tramezzino con birrino.

Un tonno e cipolline, un tonno e olive e un prosciutto e funghi, erano gli unici superstiti che giacevano, chissà da quanti giorni, sotto quel bisunto canovaccio. Non aveva importanza, bastavano per rallegrare la nostra prima “riunione di redazione”; eh si, era appena finita la puntata numero zero ma, bisognava pensare per tempo, a come sviluppare il tema in futuro.

Convenimmo che, avrebbe nuovamente telefonato Nicola ma, stavolta, rassegnato a non rimettersi più con la fantomatica Cinzia; si sarebbe cimentato nella ricerca di un nuovo amore. Ci dividemmo i compiti; io avrei dovuto cercare, magari nella solita antologia, una poesia o qualcosa di simile, che mandasse in brodo di giuggiole qualche vogliosa ascoltatrice; il socio, le canzoni adatte a condire la situazione; poi, l’amico, ancora con mezzo funghetto tra i denti, mi fissò:

– Ma ti, ti gà ea morosa?

– No

– Mai avua una?

– No, e ti?

– ‘Gnanca mi, xè dissette anni che vago in serca

Il problema è che oggi, pur sposato da una vita, EnsoPenso, va praticamente ancora in serca; questo perché; il tizio, soffre di quello che, in gergo, viene definito, maldemona o, più genericamente, el mae.

Il termine non l’ho coniato io; storicamente è stato introdotto per la prima volta dall’esimio Silvio Minio, detto Spasemo, docente di cazzialtruistica, presso la libera università “Nane Sberega”, con sede nell’omonimo bar, al centro dei paeassoni. Secondo il noto ricercatore, ne è affetto, chi ha bassi livelli, se non addirittura assoluta mancanza di pratica, con quella cosa li.

Anche se i sintomi, rispecchiavano pienamente quanto evidenziato nel trattato del prof. Minio; ovvero, forte depressione, che il paziente, in genere, tende a curare autonomamente con forti dosi di mangiate e bevute; nonché, acquisti compulsivi di troiae inutili; non è stato facile arrivare alla diagnosi di maldemona; mi ci sono voluti anni di intensi colloqui, più qualche migliaio tra cicchetti da Nane Sberega e pizze da ea Gina.

Una volta che gli si è fatta la diagnosi, per il paziente, non è per niente facile ammettere di soffrire di maldemona. Una fase importantissima è l’esercizio di consapevolezza; lo devi portare a gridare al mondo la frase liberatoria in rima, suggerita dal maestro Spasemo; “de come va el mondo no’ me intriga, mi penso soeo che aea figa”; verità sacrosanta, anche se la maggior parte degli uomini, non ha il coraggio di dichiararlo.

EnsoPenso, usava SolaRadio per ‘ndar in serca; sbavava dal desiderio di conoscere personalmente quelle donne, a suo giudizio, mature ed esperte, che telefonavano. Un giorno, gli venne la brillante idea di far materializzare il mitico Nicola; convocando le assatanate ninfomani per un appuntamento nell’affollatissima piassa Fero a Mestre; dove, il nostro fantomatico personaggio, avrebbe offerto un caffè o uno spritz o una spuma; insomma, qualcosa. Ovviamente, il copione prevedeva che il nostro amico non si sarebbe presentato, mentre noi, come diceva il buon Jannacci, staremo stati a guardare di nascosto l’effetto che faceva; tanto, nessuna di loro avrebbe immaginato che dietro questa machiavellica messinscena, c’erano dei ragazzini di diciassette anni; perché, come dice lo stesso Machiavelli; “tutti ti valutano per quello che appari; pochi comprendono quel che tu sei”.

Sabo sera; piassa Fero affollata come previsto; a dire il vero anche troppo; noi due, eccitatissimi, travestiti da normali passanti anzi, da passanti con bici a mano, per dare meno nell’occhio All’ora convenuta ci fermammo “per caso”, a sostare davanti al bar convenuto e qui, ci rendemmo subito conto del grossolano errore che avevamo commesso; come distinguere tra la miriade di cocche presenti, quelle che erano li per il nostro uomo? “Varda, varda”; EnsoPenso, sembrava in trance; i suoi occhi puntavano diritto ‘na cavaona bionda, in minigonne e stivaloni, secondo lui, era sicuramente la Stefania, quella dalla la voce più calda, da letto; insomma, quella più troia. Sul fatto che fosse troia, dopo qualche istante, fu fugato ogni dubbio; le si avvicinò un tipo pelato che se la slinguacciò alla grande; se quella aspettava Nicola; io aspettavo Cicciolina.

Notai, invece, tre donne che avevano, rispetto alla massa, qualcosa in comune; erano sole, di una certa età, pacchianamente truccate e, cosa più importante, l’aspetto infelice; con molta probabilità, erano quelle cadute nella nostra rete. Nel vederle però, mi resi conto di essere stato un gran pezzo di merda, per avergli infuso delle inutili aspettative e aver giocato con i loro sentimenti. Se ne convinse pure il socio; non ci restò che battere in ritirata alla chetichella; avevamo paura di venir scoperti.

Il tramezzino e birrino, dovevano probabilmente richiamargli in mente certi argomenti; perché, questa volta con una cipollina tra i denti, tornò a fissarmi:

– Ghe xè qualcuna che te piase?

Sin dai tempi della scuola elementare, era la domanda più imbarazzante che mi si poteva fare; tentai inutilmente di rigirarla al mittente; niente, il socio insisteva. Era chiaro che, con la scusa di quella domanda, intendeva, alla fin fine, gratarme ea pansa, farmi parlare di “quella cosa li”, magari con dovizia di particolari. Che potevo rispondere a EnsoPenso, a riguardo? Che me ne piacevano tante ma, che finora non avevo combinato niente; anche lui avrebbe detto la stessa cosa ma, prima voleva sentirlo dire da me.

Difficile, per entrambi, ammettere che, finora nessuna ci aveva cagato; probabilmente quelle che ci piacevano, oltre a essere fighe erano parecchio stronze; o, molto più probabilmente, eravamo noi a non essere fighi.

Eravamo nella stessa condizione di eterna carestia; fame tanta ma niente da mettere sotto i denti; dovevamo accontentarci far lavorare l’immaginazione e sognare; una realtà virtuale che, secondo santa romana chiesa, ci avrebbe fatto diventare ciechi.

Eh si; entrambi eravamo cresciuti all’ombra del campanile; fioi de cesa; indottrinati, sin da bambini, a vedere il sesso solo come peccato che ti avrebbe fatto bruciare all’inferno, la dove sarà pianto e stridore di denti; volutamente tenuti all’oscuro e lontani da quell’attraente e misterioso universo.

Faceva tanto ridere che i due autori, nonché conduttori, della trasmissione radio dal titolo. “per un’ora d’amore”, avessero come uniche fonti sull’argomento, l’antologia del biennio, una valigetta con alcuni 45 giri di canzonette e i discorsi captati, de fora via, agli “esperti” che frequentavano il bar di Nane Sberega.

Sviai il discorso, parlando del problema che c’eravamo bruciati il Nicola; dopo quella meschina figura, quel cancaro, non avrebbe più dovuto “telefonare” in radio.

Comunque, il mio socio, alla fine, si sbottonò; in realtà, non c’era una in particolare che gli piacesse ma, aveva un’idea ben chiara e precisa del suo tipo di ragazza ideale. In particolar modo era ossessionato dal modo di vestire; la vera donna, secondo lui, esprimeva il massimo della sua femminilità, se amava portare la gonna, specie molto corta, quelle sempre in pantaloni erano da scartare a priori; seguiva certamente la linea di pensiero di Silvio Spasemo, un cui famoso detto, recitava; “done sempre in braghe, in letto no’ e xè gran maghe”. Per lui il non plus ultra erano le “stivaone”; ovvero, quelle che indossavano lunghi stivali e gonne corte, pure d’estate.

Svanito il Nicola, tirammo a malapena avanti ancora per qualche puntata; la cosa ci creò non pochi problemi con tutta quella serie di donne affrante e deluse. Arrabbiate era dir poco, quasi fosse colpa nostra se quello stronzo di merda non si era presentato all’appuntamento; ma guarda te, che tipo! Inoltre, il tema era alquanto impegnativo e noi non eravamo certo navigati sull’argomento. Ce ne rendemmo conto quando, grattando il fondo della valigetta dei 45, mandammo in onda se mi lasci non vale e pensami, di Julio Iglesias; mentre io, ripescai dalla mitica antologia una frase del mitico Khalil Gibran; “ogni uomo ama due donne: una è creata dalla sua immaginazione, l’altra non è ancora nata”.
Fortunatamente, sempre grazie alle mie geniali pensate, ci buttammo sulla disco music; il titolo della trasmissione si trasformò in, “la febbre della domenica pomeriggio”; abbandonammo antologia del biennio e valigetta della cugina Silvia a favore di Gloria Gaynor, i KC & the sunshine band, i Bee Gees e compagnia cantante.

Sulle note di un estate al mare, arrivarono in un attimo i 18 anni e, con loro la patente; purtroppo per la macchina avrei dovuto aspettare. Per fortuna potevamo contare sulla superacessoriata FIAT 127 CL seconda serie, classe 1978, del papà di EnsoPenso. Fu grazie a quell’auto gialla, detta el vovo,  che iniziò l’epoca delle discoteche; cominciammo a vivere dal vero la febbre della domenica pomeriggio. Dovevamo solo avere l’accortezza di parcheggiarla il più lontano possibile dall’ingresso, per non essere derisi da tipi come Moreno Pinton dotato di ALFETTA 2000 TURBODIESEL, blu pervinca metallizzato; roba del genere, attirava le ragazze come una carta moschicida; mentre noi, con el vovo, non avevamo speranze.

Il primo ingresso in discoteca me lo ricordo benissimo; cinquemila lire compresa consumazione; appena sborsata la folle cifra, passai per due gigantesche porte a ventola, confine di quel peccaminoso mondo; fu un mezzo shock; fui contemporaneamente, investito da una folata contenente un misto di acre sudore e profumo dozzinale da supermercato; abbagliato dalle luci strobo, nonché assordato da Der Kommisar, sparato a mille decibel. EnsoPenso si eccitò subito alla vista di un gruppo di stivaone che ballavano in cerchio con le loro borsette, appoggiate per terra al centro; continuava a ripetere “varda che roba, el xè drio ‘ndarme in pression”. Io, spontaneamente, quasi per istinto, mi buttai nella mischia e iniziai a scatenarmi; esattamente come quella domenica pomeriggio del novembre 1980 quando accidentalmente il mio GRUNDIG si fermò sui 107,8.

Chi invece se ne stava fermo a bordo pista era Moreno Pinton; lui e quelli della sua compagnia, li chiamavamo i condor in quanto, stavano perennemente appoggiati alla colonna senza mai ballare per poi, al momento opportuno, tuffarsi sulla preda e successivamente caricarla a bordo dell’ALFETTA 2000 TURBODIESEL; il resto, potevi sentirlo raccontare, con dovizia di particolari, il giorno dopo, al bar di Nane Sberega, dallo stesso Pinton. Sarà stata anche colpa della 127 CL ma, a me e EnsoPenso, quelle scorribande in discoteca non fruttarono nulla, solo qualche timido approccio durante il quale cercavamo di tirarcela raccontando che “lavoravamo” in una radio. Unica nota di colore; riuscii a strappare un lento a ben due ragazze contemporaneamente; stava andando Trough the barricades dei mitici Spandau Ballet, quando qualcosa, effettivamente, attraversò le barricate … delle mutande.

La svolta arrivò alla fine del 1983; in quel periodo successero tante cose. Per primo, buttai via, una volta per tutte, il libro di elettronica e, varcai la soglia di architettura; potevo finalmente tornare ad usare le mie amate matite colorate; per farlo, dovetti venire a patti con Agostino; che, mi impose di pagarmi almeno una parte degli studi. Anche in questo caso la sorte girò a mio favore perché mi presero a lavorare in una radio vera; facevo praticamente di tutto, dal tappabuchi in studio, al tecnico, fino al procacciatore di spazi pubblicitari. La mia indipendenza, crebbe esponenzialmente; quando, nel febbraio del 1984, con i primi soldi racimolati, mi dotai di una favolosa ALFASUD SPRINT, rosso alfa, strausata; il contakilometri aveva fatto tre giri della terra abbondanti; Diego el lurido, il carrozziere che me l’aveva venduta, si guardò attorno circospetto per non farsi sentire e mi sussurrò “se i sedii potesse parlar, faria deventar rosso Tinto Brass; va in farmacia e comprite tre scatoe che ‘desso toca a ti”; poi, mi mise le chiavi in mano come se fosse una bustina di eroina purissima.

Grazie alla rossa, iniziai a spaziare verso nuovi orizzonti. Mi convinsi innanzitutto che dovevo cercare una alternativa alla parrocchia; i fioi de cesa, mi stavano troppo stretti. A dire il vero, il problema era che,  tra le fie de cesa non c’era molta trippa per gatti e, quella poca che c’era, era estremamente contesa da una massa di affamati pronti ad accoltellarsi tra loro; alla faccia dello spirito fraterno di condivisione che avrebbe dovuto regnare tra gli adepti di santa romana chiesa.

Così, un giorno, all’università, decisi di farmi amico Nicola Berardo, un fio de papà che organizzava festini danzanti nel mega palazzo di famiglia a Venezia. Avevo assoluto bisogno di entrare nel suo giro, volevo approfondire la conoscenza di quella biondina dai lunghi capelli ricci che frequentava la sua compagnia. La notai la prima volta, mentre se ne stava quasi sdraiata sui gradini dei Tolentini; era bastato un attimo perchè i nostri sguardi si incrociassero e, dalle nostre bocche uscisse simultaneamente un “ciao” a bassissima voce, quasi soffocato; poi lei, voltandosi verso una sua amica, si mise a ridere.

Non ebbi però il coraggio di tornare indietro per attaccar bottone; in preda all’euforia cominciai quasi a correre; in autobus poi, mi prese un morsegon de stomego.

Quel pomeriggio, dovetti accompagnare nonna Elvira dal dottor Scarpa, el dotor dea mutua, da tempo dedito a curare anima e corpo degli abitanti dei paeassoni e dintorni; approfittai per riferirgli dello strano mal di stomaco. “Cossa gà me nevodo; e farfae dentro el stomego?”; nonna Elvira era parecchio sorda, per cui, el dotor, dovette quasi gridare; “Elvira, to nevodo xè gà ciapà na bea incocaìa par ‘na cocca!”

Con la diagnosi del noto luminare in tasca; vista la mia inguaribile timidezza, non mi restava che pensare a come fare per incontrarla “casualmente”, nel senso che non doveva sembrare fatto apposta; per questo mi venne in mente di farmi invitare ai festini buei di quel rotto in cueo di Berardo.

Il tipo però, era un fighetto stronzetto e molto selettivo; per entrare nelle sue grazie, pensai di mettere in campo tutte le strategie di marketing, apprese in radio, per vendere gli spazi pubblicitari. Lo avrei intortato spacciandomi per un DJ navigato che avrebbe reso i suoi festini magici; in fin dei conti, era una mezza verità, l’esperienza con EnsoPenso, comunque contava qualcosa; non servì, galeotti furono “i giardini storici veneziani”.

Misteriosamente, sentivo che dovevo assistere a quella conferenza; non era solo la mia innata passione per i giardini ad attirarmi; rimasi un bel po’ a fissare quella vecchia panchina di legno sotto un maestoso albero secolare, ritratta nella foto della locandina; volevo assolutamente scoprire dove si trovava; in qualche maniera, intuivo, che in quel posto sarebbe successo qualcosa.

L’aula magna era stracolma; stavo per rinunciare, possibile che a così tante persone interessassero i giardini storici veneziani? “Riesci a capire se c’è posto?”; stetti immobile trattenendo il respiro, non avevo il coraggio di voltarmi; anche se non ci avevo mai parlato assieme, avevo memorizzato per bene il tono della sua voce. Dal cuore partì una raffica di mitra; la biondina dai lunghi capelli ricci, caramella in bocca, stava parlando proprio a me. “Ne vuoi una?”; l’offerta di quella Galatina, per giunta la mia caramella preferita, scatenò una tempesta di una potenza inaudita, altro che farfalle, nel mio stomaco volavano missili intercontinentali. A quel punto sarei entrato anche a costo di aggrapparmi a uno dei lampadari; come un falco mi fiondai su due posti liberi affiancati, non prima di aver pestato non so quanti piedi e mollato spallate a destra e a manca.

Piacere Eleonora”; che vergogna, avevo la mano sudatissima; nonostante li dentro facesse un  caldo insopportabile, ero ancora con il piumino addosso, irrigidito come un baccalà e, grondavo di sudore da tutti i pori. Lei invece si era già messa a suo agio; dalla borsa tirò fuori una bustina di velluto rosso piena di matite colorate. “Però, i Faber; sei ricca! Io uso ancora i Giotto delle elementari”; “che mona!”; e giù un buffetto sulla guancia; stava ingranando alla grande.

Eleonora pareva ascoltare con attenzione; io pure cercavo di dare l’impressione di fare lo stesso, in realtà i miei pensieri erano altrove; la scanociavo con discrezione, non volevo far la figura del maniaco sessuale; poi, mi venne spontaneo chiederle dove, secondo lei, si trovasse il posto raffigurato nella locandina.

Cosa fai domenica? Potremo andare a cercarlo”; di fronte a quella proposta, non sapevo se filare dritto in ambulatorio da Scarpa per farmi prescrivere qualche decina di scatole di calmanti oppure, al ponte de le maravegie da Fenz e, annegare nel prosecco. “Cosa fai domenica?”; “sono quasi vent’anni, che ogni domenica, aspetto una come te”, volevo rispondere.

Subito dopo pranzo; ebbe inizio quella che, rimarrà nei miei ricordi, come la domenica perfetta. Per primo, mi sciroppai un tot di gocce di Valium sottratto alla dotazione ansiolitica di mia madre; poi, doccia fuori ordinanza con abbondante uso di HugoBoss; infine, passai a concentrarmi attentamente sull’outfit da indossare per l’occasione; decisi per i pantaloni grigi, lupetto nero e il cappotto nero lungo, quest’ultimo, era un po’ consunto a causa dell’intenso uso in discoteca, ma, l’insieme mi dava decisamente un’aria da intellettuale creativo; per completare l’opera, in tasca ci infilai pure il taccuino Moleskine.

L’appuntamento era alle 15.00 ai giardini Papadopoli. Vi giunsi con mezz’ora di anticipo; dovetti andare a prendere un caffè; il Valium mi aveva rincoglionito per bene.

Avrei voluto la vedesse EnsoPenso; era vestita secondo il suo standard; cappotto beige a trequarti, minigonne e i famigerati stivaloni; uno schianto. La prima cosa che fece dopo avermi salutato, mi lasciò inebetito; con la mano, mi sistemò dolcemente il bavero del cappotto; lo colsi come un gesto intimo, molto più forte di un bacio.

Fu lei a condurre la ricerca del giardino misterioso; menomale, perché ero talmente incoaio, da perdere l’orientamento; vedevo e sentivo solo lei, non mi rendevo proprio conto di dove stavamo andando né tantomeno, della gente che mi stava attorno; infatti, come in aula magna qualche giorno prima, continuavo a mollare spallate e a pestare piedi, tanto che mi presi più di qualche titamorti.

Decine di ponti, kilometri di calli, e giardini che non erano quelli che cercavamo, fecero da scenografia al racconto delle nostre giovani storie; freneticamente, senza mai fermarci, ci descrivevamo a vicenda i luoghi ideali dove avremo voluto vivere; credo che nessuno dei due avesse mai parlato così tanto in vita sua, eravamo come due fiumi in piena. Eleonora continuava, di tanto in tanto a dare delle sistematine al mio cappotto; che strano modo di fare, a me piaceva; in quei momenti avrei voluto abbracciarla e stringerla forte a me; mi sembrava troppo presto; o forse, non ne avevo il coraggio.

A son di parlare attraversammo per lungo tutta Venezia, fino ad arrivare ai giardini napoleonici di Castello. Il viso di Eleonora, di colpo si illuminò; visto che era nata li vicino, pensai avesse finalmente trovato la panchina sotto l’albero secolare; invece, si ricordò che, nella calle a fianco dell’istituto nautico, c’era un bacarèto che faceva degli straordinari panzerotti; mi prese per mano e mi trascinò dentro. Si sedette sfinita e credo si fosse pentita di essersi messa stivaloni e minigonne, non era l’abbigliamento adatto per quella scameada per Venezia. Approfittai di quel momento per attuare una mossa strategica; con la scusa di andare in bagno, feci sintonizzare la radio del bar sull’emittente dove lavoravo e poi telefonai in studio a Riccardino pregandolo di mandare in onda Let me in di Mike Francis, con una mia dedica a Eleonora; tornai a sedermi e aspettai con ansia il momento; “che mona!”, si fece una risata e non disse altro.

Non ci mettemmo insieme quel giorno, ne mai; Let me in, comunque, rimarrà la nostra canzone; anche una profonda e indissolubile amicizia, merita la sua canzone.

Romina ea calda, era completamente differente da Eleonora. Fisicamente, era molto più in carne e, le uniche matite colorate che usava erano quelle per dare abbondante trucco agli occhi. I suoi interessi poi, erano ben diversi; pensare che, in quanto a tematiche inerenti “quella cosa li”, era in grado di competere tranquillamente con gli espertissimi colleghi maschi che potevi incontrare da Nane Sbèrega; il suo parterre preferito però, era il portico della chiesa alla fine della messa. Noi fioi de cesa, ascoltavamo volentieri le sue lezioni di catechismo; a me, francamente, rimanevano più impresse rispetto ai predicozzi del vecchio don.

L’argomento di quella domenica erano le calze autoreggenti; ea Romi asseriva che portava solo quelle. Al mio “ga da essar”, rispose immediatamente “co’ saremo soi te e fasso vedar”.

Colpa di quel scravasso improvviso, e, ovviamente, della mia ALFASUD SPRINT; quel “co’ saremo soi”, si realizzò poco dopo. Quando salì a bordo, per farsi accompagnare a casa, fui immediatamente stordito dal suo Samsara e dalla vista delle mitiche autoreggenti; con destrezza aveva fatto in modo che, la gonna, già corta di suo, nel sedersi, si accorciasse ulteriormente. Complice l’eterno semaforo rosso e la pioggia scrosciante; la sua mano finì per accarezzare i miei capelli e, la mia, le sue velatissime autoreggenti.

Ti ga mai fatto cik-ciak co’ ‘na fia?”; capii che più che una domanda era un invito; prontamene infilai nell’autoradio la cassetta con Diamond Life di Sade; altra musica, altro scopo. Fu appena ci fermammo lungo el curvon che, mi ricordai di quell’augurio un po’, per così dire, insolito, del lurido. La mia prima volta, la realtà superò la fantasia, nel senso di quella usata nelle storie di Deni Sgorlon. La travolgente e calda passione che ci risucchiò mentre fuori veniva giù il diluvio universale, mi fece dimenticare che lei era ea fia del ciccio Max, el gondolier. Andammo avanti per un sacco di tempo ad incontrarci, solo per  fare cik-ciak; saperci clandestini e condurre quella doppia vita, ci eccitava ancora di più.

Ed è la clandestinità che, da quel momento, a parte l’amicizia con Eleonora, caratterizzò i miei rapporti con le donne; una vita fatta di “storie”; molto spesso, con le donne di qualcun altro; un moderno cicisbeo sempre alla ricerca di nuove avventure.

Anche per EnsoPenso il 1984 fu l’anno della svolta decisiva; fu accalappiato da Paola; dieci e passa anni di fidanzamento più, quasi trenta di matrimonio; diversamente da me, almeno in apparenza, bastano queste due righe per descrivere la sua storia sentimentale; facendo un paragone radiofonico, è rimasto sempre sulla stessa frequenza, mentre io, mi sono divertito a cambiarla in continuazione. Se una storia d’amore, o presunta tale, è così complicata da poter essere spiegata in due righe, allora vale la pena di saperla; l’amore non è complicato, le persone lo sono.

Sono anni che, con la scusa di un buon caffè, va avanti a tormentarmi con discorsi, confusi e poco espliciti, sulle difficoltà tra loro due. Quello che mi manda in bestia è che, continua a riavvolgere quella maledetta cassetta BASF-C90, che ha in testa, ricominciando, da capo, a farmi l’analisi storica del loro rapporto, con annesso elenco dei migliaia di dubbi e sensi di colpa che gli vengono. Come in certi dossier misteriosi, nei suoi discorsi ci sono una miriade di evidenti omissis che, mi impediscono di farmi un quadro veritiero della situazione; francamente, ancora non capisco, perché si è messo insieme a Paola ma, soprattutto, perché non l’ha lasciata.

Leggendo tra le righe dei suoi racconti, l’unica quasi certezza che ho, è che manchi la cosa fondamentale; sono pressoché convinto che abbiano fatto, ben poco, cik-ciak o, forse quasi mai o, forse, proprio mai. Inoltre, a riprova di questo, vi sono una serie di malcelate e maldestre modalità di agire, tipiche di uno che xè in serca.  Non potendo, da sposino modello, percorrere la peccaminosa strada della discoteca; anzi, alla sua età, sarebbe meglio parlare di balera; per ‘ndar in serca, si butta periodicamente su strane iniziative; ovviamente, coinvolgendo anche me.

Iniziammo con il corso di meditazione; eravamo io, lui, un forever young over sessanta col codino, la “giovane” hippy che lo teneva, nel senso che aveva vent’anni, quando partecipò al famoso raduno di Woodstock del ’69 e, quattro sedie vuote che, secondo la nostra insegnante, avrebbero dovuto essere occupate da altrettante figure femminili, sulla cui partecipazione, sperava fortemente EnsoPenso; materialmente non si sono mai viste, forse c’era la loro anima.

Ne uscimmo più stressati di prima; per rifarsi, il socio, pensò bene di iscrivere entrambi a un corso di balli popolari; eravamo io, lui, un giovane ultrasessantenne capellone che, assomigliava a quello col codino del corso di meditazione, una coppia di ottantenni con problemi di artrosi, l’amica vedova di questi ultimi; l’insegnante, un ex Teddy Boy con i capelli unti di brillantina Linetti; quella originale dei suoi tempi. Inoltre, sarebbero dovute venire sei ragazze, amiche dell’insegnante, sulla cui partecipazione, sperava fortemente EnsoPenso; mai viste.

Ci ritirammo, alla seconda lezione, non prima di esserci quasi fratturate le dita dei piedi per, buttarci nel teatro. Eravamo io, lui e, finalmente una nutrita presenza femminile ma, rovescio della medaglia, anche una folta schiera di giovani fighetti ben in salute. La concorrenza era tanta e agguerrita, per il povero EnsoPenso non ci fu trippa per gatti; parlo per lui, perché io, in quell’occasione, ebbi un’altra delle mie storie e conobbi la mia attuale compagna.

Ora, purtroppo, a causa de ‘sta maledetta pandemia, EnsoPenso ha dovuto sospendere tutte le sue iniziative social; questo ha peggiorato la situazione in modo irreversibile; el maldemona lo ha ormai logorato. Purtroppo, sempre secondo gli studi clinici del nostro luminare, Minio “Spasemo”, dal mae non si guarisce, ce lo ricorda una delle sue più famose poesie;

El maldemona

Che mai no’ te abandona

Che mai no’ te lassa

E col xè massa

Fate ‘na sega, chel te passa

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie”; così diceva il grande Battiato; vorrei proprio poter essere in grado di farlo con EnsoPenso. Non è facile farlo ragionare, cercare di liberarlo da tutti quei vincoli e inutili sensi di colpa che, alcuni fioi de cesa, come lui, si portano dentro, da tempi immemorabili. Ha una paura folle di ammalarsi e di morire; va in panico non appena sente un dolore strano ma, ha paura di andare dal dottore; si sfoga, invece, con me; mi parla con la rabbia di chi, ingiustamente e anzitempo, deve lasciare questo mondo; ogni giorno sempre più angosciato per il tempo che passa e per un certo treno che si allontana sempre più. Lo capisco, quale cosa peggiore, almeno per me, il morire senza aver mai fatto cik-ciak; inoltre, dopo morto, in qualità di fio de cesa, venir comunque condannato alla dannazione eterna, per aver fatto uso anche solo di un surrogato del cik-ciak; in poche parole, becco e bastonà; che destino, che sfiga. In attesa della sua imminente dipartita da questo mondo; l’unica soluzione che, finora, ho trovato per lui è farlo tornare in radio con me, a metter su spensierate canzonette d’amore.

A proposito, Paola e Enzo, cosa grave, non hanno mai avuto una loro canzone; per me, al contrario, ce n’è stata una per ogni storia, anche per i cosiddetti attimi fuggenti; insomma, una per tutte quelle volte.

Per un’ora d’amore, invece è rimasta unicamente legata alla storia mia e di EnsoPenso; radiofonicamente parlando, si intende. Da quelle domeniche pomeriggio del 1980, non abbiamo più avuto coraggio di parlare in pubblico di amore; un argomento troppo impegnativo e immensamente misterioso; anche perché, non avevamo nessuna esperienza; in primis noi, avremmo dato chissà cosa per un’ora d’amore.

Ci diverte, ancora oggi, passare quasi tutte le domeniche pomeriggio, a “giocare a fare radio”, come diciamo noi. La nostra trasmissione “canzoni in naftalina”, ha un discreto successo; facciamo a gara, anche con l’aiuto dei nostri ascoltatori, a tirare fuori dal cassetto della memoria, canzoni dimenticate, ascoltando le quali, ognuno può riavvolgere il nastro della sua vita ed è libero di sognare come gli piacerebbe fosse andata; specie dal punto di vista sentimentale.

Il primo amore dura quanto una stella candente; non dura tutta la vita, ma la cambia per sempre”. Non mi ricordo in quale canzone ho sentito queste parole, forse in più di una. Non mi ricordo nemmeno, di aver mai più provato un’emozione così forte, come quella “domenica perfetta”, passata con Eleonora. E’ faticoso, ammettere che è l’unica donna, di cui mi sono veramente innamorato e, soprattutto, di esserlo tuttora; se non lo fossi, non mi sognerei mai, certe domeniche come questa, di alzarmi all’alba, attraversare a piedi tutta Venezia, fino ai giardini di sant’Elena, per prendere un caffè insieme. Ho bisogno anch’io di qualcuno con cui riuscire a parlare apertamente di amore e, a cui esternare i dubbi che mi affliggono a proposito; non posso, quasi tutte le sante domeniche, sorbirmi EnsoPenso.

Sul finire di quella “domenica perfetta”, ci sedemmo ad ammirare il tramonto su una panchina in riva a sant’Elena; ansioso, con il cuore in gola, sentivo di dovermi aspettare qualcosa da lei. Il suo sguardo era serio, guardava fissa l’isola di san Servolo, come se, all’orizzonte, ci fosse stato qualcosa che la turbava; pensai, qua non c’è trippa per gatti; ma poi, la sua testa si appoggiò sulle mie spalle. Mi irrigidii come un baccalà senza nemmeno respirare; mi feci coraggio, passai la mano in mezzo a quei soffici biondi boccoli. Fece un grosso sospiro;

– “ma tu, riusciresti ad essere solo il mio migliore amico?”

-“farei fatica, ma ci posso provare; non garantisco nulla”

-“che mona!”

Fu così che, mentre affettuosamente, giocavo a stiracchiare i suoi ricci, condivise quella cosa che, era a metà via tra un peso e un segreto; con gran fatica, mi parlò delle sue tendenze sessuali. Sulle prime ci rimasi malissimo, provai gran delusione; lo vissi come un tradimento; un abbandono, ancor prima di cominciare; proprio a me doveva capitare.

Ma quando, mi sentii dire; “sei una persona speciale, lo sento dentro”, ebbi la sensazione di passare improvvisamente dall’adolescenza alla maturità; capii che, da quel momento, avevo una grande responsabilità nei suoi confronti e giurai con me stesso, che sarei stato il suo migliore amico, e che l’avrei sempre difesa, da tutto e da tutti.

Ormai ho fatto pace con Venditti e la sua Buona Domenica; certe domeniche di merda che mi trovavo a passare, sono solo un ricordo lontano. Ora c’è la radio; ma si, c’è EnsoPenso e, c’è Eleonora; con lei mi sento felice perché posso abbracciarla, passare la mia mano tra i suoi biondi ricci, e dirle che è bellissima, una gran figa; senza che pensi che, ci sia un secondo fine; mentre lei, continua affettuosamente a sistemarmi i colletti delle camicie e dei cappotti. Con lei, mi sento libero di piangere ininterrottamente; mentre, continua a ripetermi, “che mona!”.

Camminiamo ancora per ore attraversando tutta Venezia, in serca di quella vecchia panchina di legno sotto un maestoso albero secolare, ritratta nella foto della locandina di “i giardini storici veneziani”; non trovandola, ci accontentiamo di una qualsiasi, come questa di sant’Elena.

Quando se ne va, mi stendo per un po’, faccia al sole; alla fine, mi alzo sempre un po’ più felice, pensando che, nella vita, ho avuto la fortuna di vivere più di un’ora d’amore e che, per un’ora d’amore val la pena dare tanto e, darsi molto.


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