Ph.

Last flight, last day

Campare in aria – Aviatori nell’anima – Capitolo 2


Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.
Mark Twain

Sono rimasto sveglio fino a notte fonda, incollato al computer a guardarmi tutte le puntate del video di un tale che insegna a pilotare un B737; osservando Harry, mi viene il vago sospetto che abbia imparato il mestiere in questo modo. C’è, in effetti, una bella differenza, nel percorso che ci ha portato a sederci, fianco a fianco, nel cockpit di questo A320. La più significativa e che lui, o chi per lui, ha dovuto sborsare circa 120.000 Euro mentre io, non ho speso nemmeno una di quelle che erano le vecchie lire; anzi, sin dall’inizio, sono stato pagato. Poca roba, la paghetta, da najone che, l’Aeronautica mi elargiva nei primi periodi di Accademia, riuscivo a malapena a farmi venir fuori quattro pizze al mese, due per me e due da offrire, tanto per fare el sgandesson,  alle indigene del posto che, ci facevano compagnia nelle rare libere uscite. Ad Harry, la pizza gliela pago sempre io; ‘sto ciccionetto occhialuto, ne va ghiotto; andrà a finire che non riuscirà più a entrare in cabina e del suo EASA Class1 Medical, ne faranno pezzettini.

Quando l’ho visto per la prima volta, non ho creduto ai miei occhi, Harry Bernard Charles, il suo nome sforava lo spazio disponibile sul badge, quello che però mi fece cadere letteralmente le palle, era la data di nascita, 14/08/1996. Probabilmente si era appiccicato l’aquila sul taschino e la striscia sulla manica, direttamente sulla divisa che usava al college. Quello che, alla fine è diventato, el me fio de anema, come diciamo noi in volgo, sembrava essere uscito da un film di Harry Potter. Avevo sentito parlare del nuovo programma di addestramento della compagnia per formare giovani piloti ab initio o cadet pilot come li chiamano loro ma, che un giorno, mi sarei trovato di fronte un ragazzino con la pretesa di farmi da primo ufficiale, non l’avrei lontanamente immaginato.

Crew Resource Management, tradotto in parole povere significa, “te lo trovo io quello giusto per pilotare insieme a te”; avessero adottato ‘sto sistema in Aeronautica, non mi sarei trovato un imbecille, seduto sul seggiolino posteriore, a causa del quale, ci mancò poco che dovessimo eiettarci in pieno territorio bosniaco, con quelli di sotto pronti a farne ea succa; vagli a spiegare che dovevamo solo fare delle foto. Io e el bocia inglese, invece, ci intendemmo subito. Non posso negare che quel rosso dal faccione tondo mi fece tenerezza; vidi subito in lui quel genere di figlio che avevo sempre desiderato.

Il discreto “piccolo lord” che, ancora si rivolge a me, dandomi del “Sir”, è sempre stato incuriosito da mio trascorso aviatorio. Sbarrava gli occhi quando gli raccontavo del fortissimo “calcio in culo” che, L’F104, il mitico spillone, ti dava in fase di decollo. Non ho mancato, la meticolosa descrizione, di quella volta a Istrana quando, in atterraggio, ho rischiato di finire lungo e trovarmi in Postumia e, centrare in pieno con il tubo di Pitot, quella Panda azzurrina, della quale riuscii a distinguere perfettamente il vecchio con il cappello che la guidava. Anche se vedo il ragazzo divertito nell’ascoltarmi, la cosa mi rattrista, pensandoci bene, è come se a me un vecchio pilota della II^ guerra mondiale mi raccontasse delle sue avventure con lo SPITFIRE.

Un saggio, di cui non ricordo il nome, dice; “un uomo non è vecchio finché i rimpianti non sostituiscono i sogni”; la frase sembra si adatti alla perfezione a questa giornata. Oggi è il mio “Last flight”, ultimo volo e ultimo giorno di lavoro. “Non pensarci Gian, non puoi lasciar vagare la mente, devi stare concentrato fino al termine del volo“; una parola, mantener fede a questo proposito, ci sono riuscito in migliaia di ore di volo sia da militare che da civile, ma oggi no. Se ne deve essere accorto anche el bocia, la sua espressione è tra il preoccupato e l’imbarazzato; gli do una rassicurante gomitata sulla guancia che però, ha l’effetto di fargli quasi inghiottire il microfono.

Coraggio, la tratta Gatwick – Venezia potrei farla anche con un vecchio biplano Tiger Moth, a forza di guardar fuori dal finestrino, conosco a memoria tutti i punti di riferimento visivi; dopo il decollo dalla Runway 26L , virata a ridosso di Clarks Green, paralleli all’A24; la Leith Hill Tower alla mia destra mi ricorda i mitici pini marittimi dell’A4 che segnavano l’approssimarsi del casello di Padova Est. Posso chiudere gli occhi e, in base ai rumori attorno all’aereo, so esattamente quello che stanno facendo; ora chiudono il portellone bagagli C1, dentro ci sono due mie valigie.

Con ‘sta mascherina sulla bocca, le comunicazioni radio sono problematiche; non ho ricordo di avere avuto la stessa difficoltà ai bei tempi in Aeronautica, quando volavo tutto bardato, con addosso il casco e relativa maschera d’ossigeno.

Ready for pushback”, ci siamo, mi spingono fuori per l’ultima volta, guardo la faccia del Ramp Agent, sembra che goda a farlo, quasi sapesse che non tornerò più; grazie alla mascherina, gli faccio uno sberleffo, tanto non vede. Anche nel 2001 mi hanno spinto fuori, dopo i 18 anni di ferma obbligatoria, sembrava quasi un reality televisivo, “tenente colonello Morotto, per lei l’Aeronautica finisce qui”. In realtà, i colleghi piloti di caccia, me l’hanno sempre detto; siamo come i calciatori di serie A, passati i trentacinque, non vali più niente; si tengono quei pochi rotti in culo raccomandati e li mettono a comandare, gli altri, in ufficio a smazzare carte, oppure, saluti e baci e via.

Gli ultimi mesi erano tutto un susseguirsi di proposte più o meno indecenti, a cominciare da certi misteriosi personaggi che cominciarono a contattarmi per telefono o, al circolo ufficiali. Si rivolgevano a me, molto spesso, avanzandomi di grado e quindi dandomi del colonello, come quelli che ti danno del dottore a prescindere, giusto per ruffianarsi. Non appena ti stringevano la mano, avevi la sensazione di essere davanti a un viscido serpente, mi parevano tutti dei Sir Biss usciti dal film “la spada nella roccia”. Rifiutai cortesemente tutte quelle, a dir poco, strane proposte e, come la maggior parte dei miei colleghi fuoriusciti, transitai nell’aviazione civile. Le compagnie aeree nascevano come funghi e senza difficoltà ne trovai una che mi promise mari, monti nonché soldi, come se piovesse. Il grassone, non mi ricordo che carica avesse; anche lui, dandomi, in successione i titoli di colonello, dottore e comandante, mi disse che dovevo formare gli equipaggi con la stessa severità dei militari. Mi ricordo invece il suo sigaro acceso nonostante il divieto e che rideva facendo ballare la pancia;  di li a poco, comunque, per i noti fatti accaduti, avrebbe smesso di ridere, ma non di fumare.

Il 19 novembre 2001 me lo ricordo bene, il clima a Tolosa era alquanto deprimente, speravo che in aula entrasse qualcun altro; niente da fare ero l’unico mandolon, come diciamo noi, il più vecchio in assoluto nonché, l’unico europeo. Incontrai per la prima volta le nuove generazioni di piloti civili; ragazzi che, da una mia prima impressione, finora avevano visto gli aerei solo sulle figurine. Cinque di loro, in particolare, avevano delle facce poco raccomandabili, in compenso, parlavano francese in modo impeccabile; erano tre libici e due della Costa d’Avorio. Non arrivarono ad entrare nemmeno nel simulatore, vennero rispediti al mittente assieme ad un altro manipolo di presunti piloti; motivazione, imparare almeno i rudimenti del volo; “e che cavolo!”, dissi tra me e me, giustizia è fatta. Rimanemmo io, quattro cinesi, due indiani, tre russi e un canadese, proprio come nelle barzellette.

Eh già, il simulatore, altra bella botta, imparare a pilotare un aereo senza nemmeno staccare le ruote da terra. D’altronde, due mesi prima, un gruppetto di disgraziati, aveva mostrato a tutto il modo che ciò era possibile ma, quel che è peggio, avevano violentato il magico mondo dell’aviazione. Irrimediabilmente dissolto l’alone di romanticismo che avvolgeva noi aviatori, al quale, anch’io, fin da bambino credevo. Da quel giorno, grazie a loro, ce ne stiamo chiusi a chiave, barricati dentro la cabina di pilotaggio come degli appestati. Non possiamo più tenere aperta quella porticina, dalla quale, ogni tanto, si affacciava incantato, un bambino per chiedere come si fa a diventare pilota.

Monsieur, non sia triste, è solo un corso di pilotaggio”. Antoine sapeva essere anche un po’ psicologo, la persona giusta che mi ci voleva in quel momento. Si esprimeva perfettamente in italiano, a tradirlo solo la classica erre moscia; a sentirmi chiamare monsieur mi pareva di essere un nobile e non gretto ex militare come qualcuno mi stava già definendo. Alto e magro come uno stuzzicadenti, aveva in testa la classica chierica di chi ha portato il casco per migliaia di ore di volo; il suo nome evocava Antoine de Saint-Exupéry ed era, come lui, un aviatore con la A maiuscola. Quando mi disse che era un ex pilota di Mirage; scattò in me la molla e gli chiesi, “ma allora tu eri un Chevaliers du ciel”. Mi riferivo alla mitica serie televisiva degli anni ’70, quella che contribuì ad alimentare in me la passione per il volo; ogni sabato, all’ora di pranzo, me ne stavo incollato davanti alla TV a sognare di pilotare un Mirage. “Je ne conduis pas, je vole” (io non guido, io piloto), replicò con la famosa frase del tenente Tanguy; Antoine, amicone mio!

Tolosa, grazie alla sua sapiente guida, acquistò di colpo splendore; ricordo le piacevoli passeggiate lungo le rive della Garonne e le soste nei locali di Rue des Filatiers. Alla fine, fu pure una passeggiata ottenere l’abilitazione all’Airbus A320. Antoine, quell’ultima sera che soggiornai a Tolosa mi invitò a casa sua, una bellissima villetta, fatalità, in rue Leonard de Vinci a Fonsegrives, un piccolo quartiere residenziale, nei pressi del minuscolo aeroporto di Lasbordes, sede del locale aeroclub, altra fatalità. Il suo grande studio, era pieno zeppo di modellini e moltissimi altri cimeli aeronautici; tornai di colpo bambino. C’era praticamente tutto quello che avevo pilotato; SF-260, MB-339, T-38, Tornado e il mitico F-104 che, affettuosamente, presi subito in mano. Antoine quasi non ci credeva che fossi stato uno degli ultimi fortunati a portarlo in volo, prima che venisse dismesso dall’Aeronautica, solo un vecchio pilota di Mirage, poteva capire, mentre passavo tra le dita la fusoliera del mitico “spillone”, tutta la mia tristezza. Mi stava prendendo un gran magone, una parte della mia vita, la mia giovinezza se ne era andata; niente più looping, tonneau, virate strette al massimo dei G, legato al seggiolino Martin Baker; ora sarei dovuto stare, comodamente seduto, ben vestito, davanti a una miriade di schermi LED e, portare a spasso per il cielo poco più di un centinaio di chiassosi gitanti; “c’est la vie, mon commandant”, il vecchio aviatore mi abbracciò forte.

Eh si, c’est la vie; troppe promesse, tante illusioni; me l’avevano detto che sarebbe stato così nel mondo dei “civili”. Sul Web, abbandonato come un messaggio in bottiglia in mezzo al mare, è rimasto ancora il mio curriculum, fermo a quel momento della mia vita nel quale, illusioni e promesse erano all’apice. La crisi, la continua ricerca di un posto di lavoro; non avrei mai pensato investisse anche me, un pilota non certo di primo pelo; costretto a emigrare addirittura nei paesi arabi, per portare a casa la pagnotta. Poi, per fortuna, arrivò un posto nel “vicino” regno di sua maestà che, alla fine, mi ha permesso, in questi ultimi anni, di tornare a volare sul cielo di Venezia; atterrare e decollare da quell’aeroporto dove, da ragazzi, passavamo intere giornate ad ammirare gli aerei.

Tra i miei “non avrei mai pensato; non avrei mai immaginato”, al vertice della classifica, almeno finora,  è che un infinitesimamente piccolo virus, mettesse di colpo a terra quasi tutti gli aerei del mondo; costringendomi a rimanere per tutti quei mesi a casa, a fissare, stracolmo d’ansia, il cielo vuoto. Proprio io che ero stato addestrato a sopravvivere in tempo di guerra, mi son sentito di colpo perduto e fragile; la più grande paura, non era quella di ammalarmi ma, non sapere se avrei continuato a volare. Più il tempo passava, più il rischio di perdere le abilitazioni e la licenza di volo si faceva concreto; centinaia di telefonate e mail, non si muoveva nulla, non volava nulla.

Nei giorni del lockdown, contravvenendo alle regole, feci qualche kilometro in più in bici; il gioco valeva senz’altro la candela. Avevo più di una pendenza, diciamo, affettiva, nei confronti di un vecchio amico, in pratica, mi ero comportato da stronzo. “Fra quarant’anni esatti …”, mi ricordavo benissimo di quella promessa e dell’appuntamento. Ci sarei dovuto andare, se non altro, per rendere il giusto onore a Fabietto, visto che, non ero riuscito a sapere in tempo del suo ultimo volo. Quel giorno però, mi trovavo nel sud della Spagna coinvolto in un’appassionante fuga d’amore clandestina; questione di priorità.

Peso de quando gerimo fioi nei anni ’70, ne ‘rivarà soeo do o tre al giorno”; seduti sulla mitica panchina in riva al canale che porta alla darsena dell’aeroporto, io e Tiziano, scrutavamo sconsolati l’orizzonte. L’unica cosa positiva era che il tratto di laguna antistante la testata pista, si era ripopolato i uccelli migratori delle più svariate specie;

“Me vien da butarme dentro l’Osein”

“Va in cueo comandante; prima o poi, no so quando, ti riscomissierà a voar”

“Appunto, no so quando”

Camina mona, so sicuro che ti ritorni a pilotar, scometo ‘na cassa de bira

Ripresi, ma poco dopo venni convocato dall’austroungarico brizzolato, soprannominato dal nutrito gruppo di piloti italiani de Roma, “er merda”, nel senso che uno più stronzo di lui è difficile trovarlo. Pur sapendo benissimo chi ero, avrò contribuito a formare non so quanti piloti, non mi salutava e non mi cagava manco di striscio. Mi rivolse la parola solo per dirmi, “alla sua età comandante è giusto che si goda il meritato riposo”; gli risposi che quel, “alla sua età”, mi sembrava fosse arrivato troppo presto; senza salutarlo, girai i tacchi.

Cleared for takeoff”, la mezzeria della pista comincia a scorrere sempre più rapidamente; in tutti questi anni, specie in Aeronautica, ho imparato a pensare rapidamente e, a più cose contemporaneamente; un mio istruttore diceva, “non lasciate mai che l’aereo vi porti in un posto in cui il vostro cervello non sia arrivato almeno cinque minuti prima”. Mi concentro sul decollo, rispondo in sequenza ai check di Harry e, contemporaneamente, ripenso alle mie prime volte che affrontai da solo quella striscia di cemento.

Non so se quel figlio di buona donna di capitano istruttore del 70° di Latina, di cui ho stranamente dimenticato il nome; faceva lo stronzo solo con me o con tutti gli allievi, fatto sta che, quel giorno, dopo avermi per l’ennesima volta riempito di merda, per tutta la durata della missione di addestramento, mi rispinse a forza dentro l’abitacolo; “burba, togliti dai coglioni e vatti a fare un giro da solo”.

Pieno di rabbia, chiusi la cappottina, riaccesi il motore e puntai il muso del 260, diritto verso la pista. Volevo urlare per sfogarmi ma, avevo paura che mi sentissero per radio, per cui, strinsi con forza la cloche e diedi manetta, forse troppo violentemente, fatto sta, che decollai in quasi metà spazio. Una volta in volo, avrei voluto passargli rasente sulla sua testa pelata, ben visibile anche a 300 metri dal suolo. Solo quando, come da tradizione, mi buttarono dentro la piscina, realizzai che quello era stato il mio primo volo da solista; avevo conquistato l’agognato brevetto di pilota d’aeroplano; però, stranamente, questo non mi rese felice come mi sarei aspettato. Era successa la stessa cosa con Caterina; anni a sognare, con fiducia cieca e immutabile, quel giorno in cui avrei trovato il primo amore. Poi; quando finalmente arrivò il tanto atteso momento, ovvero la sera in cui ci mettemmo assieme; nessuna emozione, solo una eterna notte insonne, come dopo il mio primo volo da solista con il 260. Ore passate a rivoltarmi nel letto a chiedermi; “beh, tutto qua?”, non era come lo immaginavo; mistero, non riuscivo a capire, il perché non sprizzassi di felicità.

Diverso fu quell’agosto del 1988. Ci saranno stati cinquanta gradi nel piazzale della Sheppard Air Base eppure, un brivido di freddo mi percorse il corpo dalla testa ai piedi mentre Jeremy, il fido specialista, mi stava assicurando al sedile del mitico T-38 Talon. Erano passati appena sei mesi da quando, in Accademia, mi dissero che “avrei fatto l’americano”, ovvero che ero stato selezionato, assieme ad alcuni paricorso, per addestrarmi presso l’Euro-NATO Joint Jet Pilot Training di Sheppard, nel Texas. Stentavo a crederci; eppure, dopo pochi giorni, mi ritrovai seduto su un Jumbo che mi portava in America; ricordo pure di essermi messo a ridere mentre pensavo, che quella, era la prima volta che “prendevo” l’aereo, pur sapendone pilotare uno.

Tenente, ora è tutto suo. D’ora in poi, faccia di tutto affinché il numero dei suoi atterraggi sia uguale al numero dei suoi decolli; buona fortuna”; Jeremy mi diede il cinque con la sua manona poi, gentilmente accompagnò la discesa del tettuccio. Continuavo a non crederci; io, ai comandi di quel bellissimo aereo che sognavo di pilotare, da quando, assieme a Fabietto, ne costruimmo il modellino, trasformando un vecchio kit Airfix del monoposto F5 Tiger, da cui derivava. Solo nell’abitacolo; percepivo chiaramente il mio respiro attraverso la maschera dell’ossigeno, feci il cenno convenuto a Jeremy che era tutto a posto, sbloccai il freno e mi avviai verso la pista; non era come a Latina, quella era la vera, emozionante, prima volta.

Un calcio in culo; questo è quello che senti quando decolli con quel tipo di aerei; in poco più di un minuto ti trovi a 35.000 piedi; di colpo ti cambia la prospettiva del mondo, non lo vedi più piatto. Prima di partire per la Sheppard, avevo fatto la stessa cosa con la mia vita sentimentale; troncando con Caterina. Un bel calcio in culo, a quel rapporto piatto, reso soffocante dalla sua indole possessiva; in fin dei conti, pensavo, non avevamo nemmeno la nostra canzone; brutto segno per me, che ho sempre avuto una canzone, per tutti i momenti importanti della mia vita.

Quando scesi dalla scaletta del T-38, invece “noi ragazzi di oggi”, risuonava dentro di me; me l’ero sparata a manetta con il walkman per caricarmi prima del briefing.

Noi, ragazzi di oggi, noi
Con tutto il mondo davanti a noi
Viviamo nel sogno di poi
Noi, siamo diversi ma tutti uguali
Abbiam bisogno di un paio d’ali
E stimoli eccezionali…
Avevo finalmente il mio paio d’ali, tornai in Italia fiero della mia aquila turrita appuntata sulla divisa; mentre all’orizzonte, un’altra donna per trovare… stimoli eccezionali.

“Cleared for landing”, eccoci in finale. El ciccio o, el bocia, a seconda di come mi va di chiamarlo che, tranne ovviamente gli omissis, conosce ormai tutto della mia vita; aspetta sempre quella frazione di secondo nella quale giro il capo a destra in cerca del “bosco” e della “vietta”, per lanciarmi la classica occhiata da presa per il culo. E’ colpa mia, gli ho fatto una testa grande come una mongolfiera a son di parlargli di questi due posti cari alla mia giovinezza. Sono pressoché convinto che questi due luoghi, a me ameni, siano ormai sulla bocca di tutti gli abitanti di Dalston; quel minuscolo e umido villaggio del North West dove, el ciccio risiede quando, non viene a scaldarsi le ossa qui a Venezia. Ho le prove che, non sapendo cosa fare tutto il giorno, in quello sparuto gruppetto di casette in meso ai glebani, come si dice dalle mie parti; passava il tempo a sputtanarmi nei pub; perché, quell’unica volta che è riuscito a trascinarmi a casa sua, gli indigeni del posto mi guardavano in modo strano, mettendosi a ridere di nascosto.

Please contact ground at 121.7” siamo a terra, ormai è finita. Riesco a percepire quel coro di clack clack provocato dal liberatorio slacciarsi di cinture; pensare che devo ancora imboccare il raccordo per la taxiway. Li capisco, molti di loro staranno tirando un sospiro di sollievo, pronti a fuggire da quel cilindro metallico, costretti a stare seduti per ore, con la loro vita in mano a due tizi in cabina di pilotaggio; sperando inoltre che, nessuno dei due, si metta a far el mona. Io invece oggi, non mi muoverei più da questo sedile, settembre 1983, luglio 2019, trentasei anni con le ali addosso; è dura alzarsi da quel posto per l’ultima volta; io e el fio de anema evitiamo di incrociaci con lo sguardo, c’è il serio rischio che ci scappi la lacrima. Metto i documenti nel borsone, ho le mani sudate, non mi era mai capitato; esco frettolosamente dal cockpit senza voltarmi indietro. Scopro che a sorpresa le fie però hanno fatto l’annuncio ai passeggeri e, non appena metto la testa fuori, scoppia un applauso scrosciante. Fortunatamente, a causa della situazione non ci si può abbracciare; avrei pianto come un bambino. Un groppo in gola mi fa a malapena balbettare qualche parola in uno stentato inglese, quasi fossi regredito ai tempi delle scuole medie. Mi fanno tenerezza, povere ragazze, anche per loro i tempi sono cambiati; costrette, tra un volo e l’altro a pulire i sedili e sistemare le toilette per poi, frettolosamente, posarsi sulle ginocchia una vaschetta con il bollino, “meal deal 30% off”, che contraddistingue un insalata prossima alla scadenza.

Negli uffici operativi, al contrario, non c’è nessuna manifestazione di affetto; una ragazzina mai vista finora, probabilmente una neo assunta, senza nemmeno presentarsi, mi chiede il badge, nell’altra mano ha una busta pronta per la spedizione. Mi chiede inoltre che accordi ho riguardo la restituzione della divisa; ribatto che, se mi lascia le scarpe, posso uscire in mutande e canottiera, tanto fuori fa maledettamente caldo; arrossisce di colpo, mi sembra chiaro che sto scherzando.

Come un normale passeggero, mi avvio al nastro riconsegna bagagli, per la prima volta, mi prende l’ansia che non arrivino.  Mamma che bolgia; ci sono centinaia di colli allungati e occhi puntati sulle porte scorrevoli che aspettano l’uscita di qualcuno; almeno oggi mi piacerebbe che ci fosse una sorta di comitato d’accoglienza per festeggiarmi invece, sono solo e frastornato da ‘sto gran vociare; che casino. Appena fuori, una folata di caldo umido, un nodo alla gola e, la saliva che non va ne su ne giù; per un attimo resto immobile, inebetito, non so che direzione prendere, mi ci vuole un buon quarto d’ora per ricordarmi dove avevo parcheggiato l’auto.

Dentro è peggio di un forno, così aspetto prima di salirci; istintivamente volgo lo sguardo verso l’aerostazione, giusto nel momento in cui il mio aereo sbuca dal tetto  e punta nuovamente verso il cielo; osservo la manica della mia giacca distesa, come morta, sul sedile posteriore, quattro strisce e una stella, quanti sacrifici, e ora? “Intanto, torniamo a casa”, dissi tra me e me.

La casa; per i marinai, e anche per noi aviatori, rappresenta un qualcosa con cui abbiamo un rapporto particolare o, quantomeno diverso dalla gente di terra; così, mi trovai a ripassare mentalmente, l’ordine cronologico delle case dove sono vissuto e tutta quella serie di ex ad esse collegate; ex bambino, ex studente, ex moglie, ex famiglia e, via discorrendo; alla fine, mi è rimasta unicamente la ex casa dei nonni, quella del mitico “bosco”. Per accaparrarmela c’è voluto un notevole sforzo economico; sborsai un prezzo molto superiore al suo reale valore ma, era la condizione necessaria per liquidare mio padre e i relativi fratelli, mettendo la parola fine a anni di furibondi litigi sulla spartizione dei beni del vecchio nonno Rino.

La brusca sterzata a destra, per immettermi sulla stradina, lasciando la trafficata circonvallazione, è simile alla manovra di uscita dalla pista di Istrana. Questo però, non è il raccordo che mi porta all’hangar del 122° Gruppo ma, due polverose strisce di terra battuta frammezzate da una di erba bella alta. Non ho mai capito perché questo posto veniva chiamato “il bosco”, che mi ricordi, a parte il forte militare, non è che ci siano mai state grandi zone alberate, solo la tipica piattissima e infinita campagna veneta.

Non mi sarei mai aspettato di vederlo li, in mezzo all’orto, sotto quella cappa di piombo infernale, la cosa mi rese felice perché, Tiziano era proprio la persona che volevo incontrare;

“Direttor ..”

“Direttor de ‘sto casso. Comandante i miei ossequi ..”

“Ex comandante prego ..”

“Ma no! Spiega”

“Da ancuo in tera, finia!”

“Orpo! Pena ricomissià, cossa ti ga combinà?”

“’Sta situassion de merda”

“Mah, no xè che i ga vossuo trovar ‘na scusa par cassarte fora”

“Podaria essar”

“E ‘desso cossa ti fa?”

“No eo so ..”

“Intanto bevemoghe ‘na birretta sora”

Il mio amico era attrezzatissimo, dentro la vecchia baracca, teneva una borsetta frigo ben fornita; tanto da offrirmi la scelta del tipo di birra. La camicia della divisa, mi si era ormai appiccicata addosso ma, non appena feci cenno di andarmene verso casa per cambiarmi, mi strattonò per il braccio; “go ‘na idea”, disse tutto eccitato. In una manciata di secondi mi trovai a posare davanti le piante di pomodoro, con addosso la mitica giacca quattro strisce e una stella, ben in vista e, una vanga in mano. Titolo dell’inquadratura: “dal cielo alla terra; il ritorno”; stavo per mandarlo a cagare ma, la cosa iniziò a divertirmi tanto che gli sottoposi la mia idea. Improvvisammo uno spogliarello in mezzo ai campi per scambiarci gli abiti e farci delle foto.

Cenai abbastanza presto con le verdure che Tiziano mi aveva lasciato; avrei voluto invitarlo a farci una pizza assieme, mi avrebbe fatto un enorme piacere nonché risollevato il morale che giaceva sotto i tacchi ma lui, era già silenziosamente sparito in sella alla sua bicicletta. D’altronde, ultimamente, è sempre stato così, arrivava e spariva in punta di piedi e poi, non credo avrebbe mai accettato l’invito.

Per descriverlo, bastava il soprannome che gli aveva affibbiato mio nonno; “El tegoina rosso”. E’ sempre stato magro da far paura, pesavano più i suoi ricci capelli rossi che tutto il resto, le lentiggini gli davano solo in apparenza un aria furbetta, in realtà, era alquanto introverso. Non credo di aver mai conosciuto una persona più diffidente di lui; ricordo che, quando eravamo bambini, prima di rivolgermi la parola, andò avanti per parecchio tempo a osservarmi di nascosto attraverso le maglie della recinzione che divideva le nostre due case.

La passione per gli aerei, a me e Fabietto, c’è l’ha appiccicata lui; l’unico, ironia del destino, a non essere diventato pilota. Il destino, inoltre, volle che, oltre a essere vicini di casa, lo fossero pure le nostre “dependance” di campagna; ed è qui, che d’estate, in mezzo all’orto di suo papà, abbiamo letteralmente coltivato la nostra passione aviatoria. Ci portavamo da casa i modellini di aerei costruiti nei mesi invernali; le strisce di terra battuta tra le gombìne erano le nostre piste mentre, la baracca dove sior Gino, suo papà, teneva gli attrezzi, il nostro hangar. La mia flotta, credo anche per le mie possibilità economiche, era molto più numerosa e strategicamente più evoluta della sua; potevo contare sui più possenti e avanzati jet da combattimento mentre, quel povero sfigato di Tiziano, si ritrovava, per la maggior parte, con dei vecchi rosegoti a elica della II^ guerra mondiale.

A sior Gino, “l’omo de ‘egno”, come lo chiamava mio nonno, a causa della sua durezza d’animo, non andava affatto che ci divertissimo a giocare in mezzo al suo preziosissimo orto; mi fece capire chiaramente che, Tiziano, non era li per trastullarsi tutto il giorno come me, ma, per dare una mano all’economia familiare, per altro, ci tenne a sottolineare, ben più misera rispetto a quella della mia famiglia.

Un giorno per aver utilizzato inavvertitamente, come territorio di sorvolo ed esercitazione la gombìna con i bisi appena seminati si infuriò come una belva; prese a botte prima Tiziano e poi me. Oggi la cosa sarebbe finita sui giornali; a quel tempo, invece, sancì semplicemente la fine dei rapporti tra le nostre famiglie. Io e Tiziano, perdemmo il nostro fantastico aeroporto e, da quel giorno, continuammo a vederci quasi clandestinamente.

Il bello dell’estate è che dopo cena, puoi fare ancora un sacco di cose. Inforcai la vecchia Bianchi del nonno per farmi un giro giro rinfrescante, prima attorno al forte poi, in direzione del bosco Ottolenghi, per finire a godermi il tramonto, sulla panchina in riva al laghetto del bosco di Franca.

Sedermi su questa panchina è un rito che compio spesso, a fianco c’è un cartello che spiega la storia di Franca; fatta sparire a diciotto anni, durante la dittatura militare in Argentina. Il modo con cui la uccisero, ovvero gettandola in mare da un aereo, i cosiddetti “voli della morte”; lascia, in un pilota come me, una rabbia e una incredulità profonda. Come era possibile che, un mio collega, si fosse prestato come esecutore di una simile atrocità? Ho sempre volato per passione, anche quand’ero pilota militare. Ero perfettamente conscio del fatto che pilotavo sostanzialmente un arma che, avrebbe potuto uccidere altre persone. Quando sono seduto su questa panchina, mi chiedo che differenza c’è tra dare l’ordine di scaraventare giù in mare una decina di persone incatenate e premere un bottone per sganciare una bomba. A me, fortunatamente, esercitazioni a parte, di premere il bottone non è mai capitato, ad altri, si.

Si è fatto scuro e il canto dei grilli si è sostituito a quello delle cicale, l’aguasso dei campi coltivati, rinfresca l’aria. Mentre percorro i trosi di campagna in sella a questa vecchia bici, torno quel bambino che sognava di volare e, si chiedeva continuamente se sarebbe riuscito a farlo. Non so cosa farò da domani ma, so sicuramente quello che non voglio fare, ovvero, starmene con i piedi per terra e vivere di ricordi; è ancora troppo presto.

Penso a Tiziano, il suo sogno stroncato da una famiglia che, sin da piccolo, l’ha oppresso succhiandogli il sangue; non abbiamo mai parlato delle nostre famiglie ma, ho l’impressione che le cose ora, non vadano tanto diversamente. E’ malinconico, si vede che vive soprattutto di sogni; quel “beato ti” che spesso gli sento dire, fa capire che incarno la persona che avrebbe voluto essere; rispecchio, come, in realtà, avrebbe voluto vivere. Scommetto che, in alcuni particolari momenti, gli avrebbe fatto comodo star seduto su un seggiolino eiettabile, tirare la cordicella gialla e nera, e via, sparire.

Siamo in tre seduti sulla mitica panchina in riva al canale che porta alla darsena dell’aeroporto; io, el fio de anema e Tiziano più, un frighetto con le birre; scrutiamo l’orizzonte, ora, per fortuna, sbucano spesso aerei.

Cossa diria Fabietto ‘desso?”

Che mi so stà mona a no diventar pilota, e che ti ti saressi cojon a no partir

Lascio una copia di chiavi del “bosco” a entrambi; spero che Tiziano, oltre a occuparsi della casa e relativi terreni, dia al bocia delle buone verdure, al posto delle usuali schifezze che ingurgita e che, continui, come me, a insegnargli la nostra lingua natia; finora riesce a pronunciare decentemente solo ghesboro e mimorti. Ho fatto un bel discorsetto a Harry; gli ho detto di portare il massimo rispetto allo zio Tiziano perché, anche se non è diventato pilota, è comunque uno di noi; un aviatore nell’anima.

A Veléz la pista è piccola ma, come recitava la pubblicità di un piccolo jet, “una strada di un kilometro non porta da nessuna parte, una pista di un kilometro in tutto il mondo”. Vedrò la polvere rossastra mossa dalle eliche; godrò dei tantissimi giorni di sole, ottimi per volare, per insegnare, ai miei futuri fioi de anema, a volare rasenti la superficie del mare.

Solo l’idea di una nuova emozione, nessuna spinta, nemmeno quella dell’F104 in decollo, è più impetuosa di un pensiero che cresce di tono e che travolge ogni cosa che pensi. Sento che torneranno i giorni di Los Genoveses; sentirò nuovamente il suo profumo, la sola forma di fedeltà che si concede; porta aperta sul meraviglioso, un frammento d’anima.

La birra gelata scende, alla tua salute Fabietto … è ora di andare

“Il legame che unisce la tua vera famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite. Di rado gli appartenenti ad una famiglia crescono sotto lo stesso tetto. Qualunque cosa tu faccia non pensare mai a cosa diranno gli altri, segui solo te stesso, perché solo tu nel tuo piccolo sai cosa è bene e cosa è male, ognuno ha un proprio punto di vista, non dimenticarlo mai, impara a distinguerti, a uscire dalla massa, non permettere mai a nessuno di catalogarti come “clone di qualcun’altro”, sei speciale perché sei unico, non dimenticarlo mai. Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola.

Richard Bach

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La pandemia del 1981 – parte V

Solaradio – una radio da leggere – Capitolo 11

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E rimane la paura …

La pandemia del 1981, ha cambiato il destino alla quasi totalità delle persone. Io, ad esempio, non ho mai visto il politecnico di Milano e, ovviamente, non so, se ha una scalinata tipo quella del Pacinotti. Non ho mai costruito aerei veri, mi sono limitato a quelli di plastica; non ho nemmeno finito quello in balsa che mi ha regalato Gigi, quando è stato assunto fisso in fabbrica a Porto Marghera; la scatola deve essere da qualche parte, ancora intonsa.

Ho costruito però tante radio; in molte parti del mondo; felice, di averne piazzate alcune nei posti più socialmente disagiati del nostro pianeta dove, possedere una radiolina ed alzare l’antenna per, ascoltare una voce consolatrice o semplicemente della buona musica, non è una cosa scontata.

Nella soffitta non ci ho mai abitato; era destinata a rimanere tutta per me, invece, alla fine, sono stati sfrattati anche i modellini di aerei. Ne è rimasto solo uno, un biplano Tiger Moth giallo scala 1/48, regalo di Francesca per i miei 18 anni; elemento di spicco della mia collezione di cimeli, assieme allo stereo Marantz color champagne e luci blu. Tre anni fa, sior Attilio, giaceva in un letto d’ospedale, più de là che de qua; riuscii a stento a capire le sue parole, “passa in magazen, ghe xè ‘na roba par ti”; vi trovai il Marantz con un post-it appiccicato, “per Bebo”. El moro, fortunatamente, è ancora qui tra noi ma, quel magnifico stereo, me lo sono tenuto; dopo più di quarant’anni, suona ancora che è una meraviglia; alla sua salute ovviamente. 

Ormai, questo ufficio che, in origine, doveva essere la mia camera da letto, è diventato praticamente una specie di museo; quarant’anni di radio e altre cose.

Ufficialmente, tutto è cominciato il primo aprile del 1981 ma, per me, l’avventura ebbe inizio quando, dieci giorni prima, la Fiat 131 Panorama del moro imboccò el troso dei Nosea stracarica di apparecchiature che servivano a “fare una radio”.

I giorni successivi, mentre Ivano e relativo babbo, si dedicavano a una serie infinita di prove tecniche di trasmissione; io, riaprii la mitica agendina del sindacato, questa volta mi feci coraggio e alzai la cornetta; ne uscì lo staff di Epiradio.

Per evitare i contagi, una sola persona per volta, poteva salire in soffitta a trasmettere; tutte le altre attività, comprese le riunioni di “redazione” le facevamo all’aperto, sotto el vecio morer, detto anche “l’albero delle idee”, da quante ne partorimmo alla sua ombra.

Le Compact Cassette furono i piccioni viaggiatori di quel periodo; su quei nastri arrivarono in radio le lezioni degli insegnanti, le messe con annesse le prediche fiume di don Fernando, nonché, svariati consigli di medici o, presunti tali. Tutto quel viavai di cassette ispirò “C60”, la trasmissione che divenne il cavallo di battaglia di Epiradio. Ogni ascoltatore poteva inviare qualcosa da mandare in onda; aveva a disposizione un’ora, ovvero la durata dei nastri C60. Fu un successo; si alternarono comici più o meno divertenti, barzellettieri, più o meno “puliti”, cantanti più o meno intonati ma, quello che prese maggiormente piede, fu la lettura recitata di libri. 

Visto il successo della cosa; anch’io, per non essere da meno, mi cimentai nel leggere racconti in radio, i miei; il programma si intitolava “tee conti che e par vere”. Era la frase che pronunciava la maestra quando mi riconsegnava il temino del lunedì; che, spesso consisteva nello stendere il resoconto del fine settimana. Ea siora Visentin, sapeva benissimo che, in casa mia, non succedeva mai niente di particolare; inoltre, come tutte le famiglie di contadini, bisognava tenere il culo attaccato ai campi, per cui, non si andava mai da nessuna parte; il che, mi costringeva, per buttar giù le due righe del lunedì, a darci dentro di brutto con la fantasia. E’ da quei tempi che riempio quaderni interi di storie dove, spesso, non c’è né un tempo né un luogo preciso ma, la trasposizione in una vita fantastica; quella che, in sostanza, mi sarebbe piaciuto vivere; storie che spesso celano, i miei pensieri e sentimenti più reconditi. D’altronde, come dice Italo Calvino, “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto”.

Così, più volte la settimana, a tarda sera, un mio piccolo racconto, allietava le notti insonni e stracolme d’ansia, di molti nostri ascoltatori, compreso chi era finito in ospedale. Condivo il tutto con tanta musica; senza parlarci sopra, perché, ho scoperto che fare radio è anche saper ascoltare. Avevo due pezzi fissi che usavo come sigle; “A mano a mano” di Cocciante e “Sailing” di Christopher Cross, delle autentiche poesie.

I racconti e le canzoni che mandavo in onda, innescarono parecchie storie d’amore; divenni sostanzialmente una sorta di Cupido radiofonico, con tanto di ringraziamenti dai “bersagliati”. “El scarper va via coe scarpe rote”, mai detto popolare fu più azzeccato; per me, invece, la miccia, non si accese. Nonostante, da dietro un microfono, detenessi una posizione privilegiata che, in teoria, mi avrebbe consentito di buttar sardoni a gogò; non successe niente o, per dirla in maniera assai volgare; no ea me xè mai cascada. Francesca continuava a stare con el Deny; e a me, per straviarme, non restava altro che sognare la misteriosa biondina dea ceseta; quella tipa, a dire il vero, ancora oggi, non me la sono tolta dalla testa.

A dispetto di quello che pensava el moro; i “baracchini” iniziarono a diffondersi nelle case. In pochissimo tempo, nel quartiere erano diventati quasi tutti dei provetti radioamatori, vecchi e bambini compresi. Di sera, si formavano numerosi QSO, gruppi di persone che si mettevano a chiacchierare via radio per tenersi compagnia; delle vere e proprie chat ante litteram. Non so se fu grazie alla mia idea, fatto sta che la cosa dilagò in tutta Italia.

El moro esaurì ben presto le scorte, impossibile ordinare gli apparati, anche le case produttrici li avevano finiti; per cui, iniziammo a costruirli noi di Epiradio; ricordo ore e ore passate a saldare circuiti, anche di notte. Specie tra noi fioi, ci si divertiva a “truccarli”, per aumentarne la potenza, proprio come si faceva con i motorini; c’era poi la gara per chi aveva quello che gli “tirava” di più, nel senso di raggio d’azione ovviamente.

Le frequenze radio iniziarono a intasarsi e, più di qualcuno, iniziò a tirar sacramenti in quanto, a causa delle interferenze provocate, non si riusciva a guardare la TV. Visto il contesto emergenziale, la Polizia Postale chiudeva tutti gli occhi che aveva, compresi quelli che avrebbero dovuto posarsi sul trasmettitore di Epiradio; a tale proposito, una leggenda narra che, i piloti di un aereo in atterraggio, in attesa di ricevere l’autorizzazione dalla torre, furono allietati dal nostro programma di dediche e richieste.

Dove non riuscivano ad arrivare le onde radio, ci pensavano le nostre biciclette; ricordo di copertoni consumati a son di portare generi di prima necessità e conforto, a chi, non poteva uscire di casa, a causa della quarantena o altre rogne. Otto, stufo di assistere alle numerose cadute del carico e relativo ciclista sopra il medesimo; durante una notte insonne, progettò un piccolo rimorchio da agganciare al tubo della sella. La produzione di quei geniali carrellini iniziò dopo pochi giorni, giusto il tempo per dare modo a Gigi di procurargli, in maniera non proprio legale, i pezzi. Oggi Otto sarebbe finito sui giornali per aver dato vita a una startup innovativa nel settore della mobilità sostenibile mentre Gigi, in galera; inchiodato dai più bravi penalisti al soldo delle fabbriche di Porto Marghera. Ormai sono passati quarant’anni e l’eventuale reato è caduto in prescrizione e poi, le fabbriche, che potrebbero reclamare il maltolto, sono chiuse da decenni.

Marconista ‘na volta, marconista par sempre”. Così analogamente è stato per me “fare radio”, è una di quelle cose che, una volta che inizi a farle, sono per sempre.

Non sono diventato un costruttore di macchine volanti ma, posso comunque asserire di aver fatto volare, almeno con la fantasia, tanta gente; a differenza della televisione, ascoltando la radio sei costretto a immaginare. La fantasia ti fa volare sopra i problemi e i giorni tristi; ti può portare in un attimo in un sacco di posti, basta chiudere gli occhi e, anche una canzonetta senza pretese, può renderti, almeno per un attimo, felice.

Attorno al “ranch” dei Nosea, si è sviluppata la mia azienda; facciamo radio, insegniamo a fare radio e, altre cose per comunicare.

Non ho avuto il coraggio di far demolire il traliccio sopra la soffitta. El Moro aveva chiesto un antenna bella alta e solida e Otto lo accontentò; lo progettò e, insieme a Gigi, lo costruì in tempo record. Per farlo, i due svaligiarono il locale ferovecio e fusero la saldatrice. 

In quel traliccio e nei campi retrostanti ea casa vecia, aleggia lo spirito di mio papà. Non vado mai al cimitero come facevano le mie zie; le persone che non ci sono più, preferisco ricordarle nei luoghi dove sono vissute. Con Otto, non ci siamo mai parlati tanto; mi piaceva però osservarlo mentre, malinconico, vagava tra i campi, per poi, soffermarsi immobile a guardare l’orizzonte, con quell’aria da eterno insoddisfatto; sembrava chiedere alla vita perché non gli avesse dato qualcosa in più.  Quel qualcosa in più, non ho mai capito, in realtà, cosa fosse; non credo aspirasse a un maggiore benessere economico; magari desiderava che il  mondo apprezzasse le sue doti di inventore, o, chissà, semplicemente sognava un grande amore; diverso da quello imposto “d’ufficio”, dalle usanze del tempo. D’altronde, è sempre stato criptico; i suoi ultimi giorni, chiamava ripetutamente una misteriosa Anna; poi, si abbracciava forte da solo, “dai vecio coragio che semo soeo mi e ti”.

Mamma è ancora viva, anche se abita in un mondo tutto suo; un po’ me lo aspettavo, in famiglia è sempre stata l’eterna assente. “Metime su quea cansoneta”, crede ancora che stia dietro un microfono pronto ad accettare dediche e richieste; ovviamente non si ricorda il titolo, per cui, me la canta. “Sta qua ancora un fià, che ‘desso te fasso pan buro e succaro”; è sempre difficile il momento in cui la devo salutare; lasciarle quella mano che stringe forte la mia. 

No sta mai farte meraveja de ‘staltri”; ogni tanto, continua a lanciarmi uno dei suoi classici moniti; tradotto, non pensare mai, “io non farò mai la fine di Tizio o Caio, non sarò mai come loro”; per poi, finire col dire; “no me saria mai immaginà”. Non sempre le cose vanno come te le eri immaginate; però, a una certa cosa, ci tenevo più di tutto. 

Alla fine è successo quello che più temevo; sono praticamente rimasto un mul; avrò costruito tante radio ma, nessuna vera famiglia. Ho cercato di dare la colpa al maledetto 1981 ma, in realtà, nemmeno io ho dato retta al consiglio dello zio Mario. Mi sono fatto frettolosamente incatenare dalle pressioni sociali e dalle mie paure, anziché lasciarmi guidare dal cuore.

Eh si, la paura, è il bubbone che la peste del 1981, ha inesorabilmente lasciato in molte persone. C’è gente che ancora oggi fa fatica ad uscire di casa, vede virus presenti ovunque e continua ad andar in giro coverta. Con la paura; psicoterapeuti più o meno regolari, fabbricanti di medicine o spacciate per tali, governi, sette religiose e, la stessa chiesa; ci sono andati a nozze; per loro, come si dice in dialetto, è ‘na bea teta da monsar.

Da quell’ultimo giorno di carnevale, la paura mi è entrata dentro e non se ne è più andata; ogni strano segnale del corpo, ogni linea di febbre in più, non mi fanno dormire. Si aggiunge poi, la paura di venir condannato alla dannazione eterna, per la colpa di essere uno di quei rotti in culo che è sopravvissuto, a scapito di altri che, non si sono potuti procurare le cure necessarie. 

Tutto questo, ogni tanto, mi fa correre in ceseta. Col passare del tempo ci sono sempre meno certezze e sempre più interrogativi; il silenzio continua a dominare la scena; il rumore del vento fuori, sembra sempre quello di sottofondo di una radio che, non riceve nessun segnale; forse, semplicemente, pur avendo costruito tante radio, non so più ascoltare.

Se non ci fosse la paura però; Francesca, la mia migliore amica, non correrebbe a cercarmi per abbracciarmi.

Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. 

Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. 

Ma su un punto non c’è dubbio. 

Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.

HARUKI MURAKAMI, Kafka sulla spiaggia

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EPIRADIO

Non è la circostanza che conta, ma la lezione appresa. 

Non il simbolo, ma il suo significato. 

Non ciò che è al di fuori, ma ciò che accade dentro.

Richard Bach

Attilio Moro, era per tutti “el moro”; in quanto, moro de nome e de fatto. La carnagione scura e i capelli neri ricci, lo facevano sembrare veramente un africano; una sorta di mutazione genetica dovuta agli anni passati in mezzo al mare, imbarcato come marconista, nelle gigantesche navi porta container. Questo; fino a quando, l’improvvisa morte della siora Wanda, l’aveva costretto a scendere a terra anzitempo per badare al figlio Ivano, mio storico compagno di classe. 

Quella brutta disgrazia, segnò nel contempo, la nascita del mito “AM Elettronica” ovvero, quella che, per noi fioi,era la bottega di babbo natale, nel senso che, dentro quel negozio di balocchi elettronici, trovavi sicuramente qualcosa che avresti voluto farti regalare. Grande appassionato di musica; in un apposito angolo, trovavi le più sofisticate apparecchiature per riprodurla. Era uno spasso andare a fare i compiti da Ivano, nel laboratorio adiacente il negozio; terminate le incombenze scolastiche, sior Attilio ci dava da fare qualche lavoretto che, spesso consisteva nel collaudare gli impianti. Il nostro pezzo preferito per fare i test era nightflight to Venus dei Boney M; manopola del volume a manetta, bastavano i primi trenta secondi per far staccare l’intonaco dal muro. Quando uscivo, mi soffermavo incantato e, nel contempo, triste, ad ammirare il “bobinone” Revox, le mitiche casse Cerwin Vega e gli stereo Marantz color champagne con le loro belle luci blu; avevo la bava alla bocca dal desiderio di portarmene a casa uno ma, sapevo che era una battaglia persa in partenza. Quella volta che, io e Gigi, provammo a buttarla là a Ottorino; per tutta risposta, ci tirò dietro, uno a testa, i suoi pesantissimi zoccoli di legno, che furono di nonno Giovanni; l’uomo aveva una mira infallibile.

A proposito di Otto, mi faceva morire sentire el moro, da bon venesianasso, rivolgersi a lui chiamandolo “vecio”, “coco”, oppure “amore”; se l’avessi fatto io, mi sarebbero arrivati addosso altri zoccoli, più qualcos’altro. 

Mio padre gli perdonava ‘ste confidenze perché, alla fine, ne aveva una profonda stima. Tra “uomini di scienza”, si scambiavano pareri e favori; a volte poi, el moro, forniva a Otto i pezzi per le creazioni che, puntualmente ricambiava con i nostri migliori prodotti agricoli.

Era anche grazie al feeling tra i due che, quel giorno, avevo incassato l’autorizzazione a spendere; pronto ad approfittarne, infilandoci dentro anche qualcos’altro; come si dice, xe ben batar el fero finché el xè caldo.

Marconista ‘na volta, marconista par sempre”, diceva. In effetti, a son di stare per anni, in mezzo all’oceano, a parlare per radio con tutto il mondo; questa, finì per diventare inevitabilmente, l’inseparabile compagna della sua nuova vita “terrestre”.  In giardino, piantò, anziché alberi, una miriade di tralicci pieni zeppi di antenne, delle più svariate specie. Un giorno, gli chiesi cosa ci trovasse di interessante nel passare il tempo libero a trafficare con gli apparati ricetrasmittenti; si tolse gli occhiali e tirò un sospiro; “aea fine, te fa sentir manco soeo”.

Era praticamente il marconista di quartiere e, si può affermare che svolgeva un servizio pubblico; nel senso che, se volevi notizie dal mondo, fresche e non manipolate, ti conveniva passare da lui anziché dar retta ai mass media. Ovviamente, in quel periodo, era in stretto contatto con l’Argentina;

  • Aeora, sior Attilio, cossa xè dise?”
  • Coco, qua, xe va tutto ben; fra un fià… semo ciavai

Rimasi a lungo da solo dentro ea ceseta, in attesa di, non so cosa. Le parole di speranza della biondina si erano ormai dissolte, svanite con lei in sella al suo Ciao Bianco; nella mente erano state rimpiazzate dal “semo ciavai” del moro. Un silenzio imbarazzante, come tra due persone che non si parlano da una vita. Lui sapeva che, sotto, sotto, a spingermi li dentro era stata più la paura per la mia sorte che non quella degli altri. Non credo gli stiano molto simpatici i tipi  che vengono a parlargli solo nel momento del bisogno; quelli, come me, che entrano in chiesa con la scusa del “semo ciavai”, ma che, poi, fanno solo richieste al singolare passando velocemente, senza quasi accorgersene al, “so ciavà”. Chissà; forse prima avrei dovuto chiedergli scusa per non essermi mai prodigato a favore del prossimo, se non nel caso che, quest’ultimo, assumesse le sembianze di una fighetta. Fino a quel momento, avevo procrastinato qualsivoglia servizio a favore della società, al momento in cui mi sarei felicemente sistemato con una bella gnocca; questione di priorità. 

All’ingresso c’era un leggio con un quadernone dove ognuno poteva lasciare i suoi pensieri o, scrivere una preghiera; con la coda dell’occhio, avevo visto la biondina, prima di uscire, armeggiare con la penna; così andai a sbirciare.

La più grande disgrazia che ti possa capitare è di non essere utile a nessuno,

è che la tua vita non serva a nulla.
Raoul Follereau

Più che una preghiera, sembrava un messaggio rivolto a me, giusto per, darme ‘na descantada

Il silenzio continuava a dominare la scena; il rumore del vento fuori, sembrava quello di sottofondo di una radio che, non riceve nessun segnale.

 “Aea fine, te fa sentir manco soeo”; poteva essere Lui che parlava con la voce del moro? Probabile, perché fu in quel momento, che mi balenò in mente una strana idea.

Quel menasfiga della radio, tra le altre cose, aveva detto che i telefoni erano ormai inutilizzabili per sovraccarico delle linee e, la gente non sapeva più a che santo votarsi per comunicare; e qui, poteva entrare in scena el moro.

Non so se fosse stato Lui a chiamarlo in causa ma, l’idea di usare le ricetrasmittenti portatili, quelli che el morochiamava “baracchini”, per far parlare le famiglie tra loro, mi pareva, semplicemente geniale. Una maniera per combattere la solitudine che, si profilava essere pericolosa quanto la malattia, se non di più.  Ora, non sentivo più il vento di prima, faceva più caldo, ed era tornata l’aria primaverile. Ero impaziente di parlarne col moro, pedalai verso la bottega come un professionista; l’ultimo kilometro, tirai volata; a momenti, non mi schiantai contro la vetrina. 

Non avevo quasi più fiato, iniziai frettolosamente, a comunicargli i dettagli dell’appalto per la fornitura, al ranch Nosea, dell’agognata V^ banda e relativi optionals; in modo da passare velocemente all’argomento successivo; quello che mi stava più a cuore. 

Mi guardò in maniera strana, ma poi, rispose alla sua maniera; “sta calmo coco; se el vecio xe ga deciso, ormai el merlo xè in cheba; assime far a mi”.

A quel punto, facendo un gran casino e mangiandomi metà delle parole, gli esposi il progettone; al ché, mi guardò come se mi stesse prendendo per il culo. 

Vecio, ti te si fatto fora tutto el clinton de to pare, par ea soddisfassion de averghe fatto tor, forse, e digo forse, ea teevision a coeori? ‘Scolta, no so se ti ga visto cossa che xe drio sucedar in giro par el mondo; par carità, fame un piasser, va in xò”; due tonfi sordi sul pavimento; erano le mie palle.

Ero talmente frustrato da non accorgermi che Ivano si trovava, da un bel pezzo, alle mie spalle; in mano aveva una rivista di elettronica su la cui copertina campeggiava il titolo, “potente trasmettitore FM”.

  • Podaressimo, invesse, mettar in pie ‘na radio privata”; sparò di brutto il colpo che aveva in canna, sbattendo sul bancone la rivista.
  • Ma, … de quee … dove xè trasmette?”; controbattei ingenuamente.
  • Si, proprio come quee vere
  • Ma … el posto; dove ea cassemo?”
  • In soffitta da ti
  • Fioi bei, me sa che xè un tantin drio pissar fora del bocal”. Quella frase l’avevo già sentita; ma, detta dal sior Attilio Moro, aveva un valore diverso.

Il primo aprile 1981 iniziò l’avventura di Epiradio. Epidemia radio; che, letta in inglese, si trasformava in HappyRadio.

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Cossa Femo?

Zia Maria e zia Antonia, le due sorelle vedove di mio padre, ogni giorno, di prima mattina, con qualsiasi situazione meteo, si recavano a far visita ai loro pori mariti più, ad altri pori, di cui si occupavano su tacito mandato, di personaggi che, non avevano voglia di metter piedi in cimitero anzitempo. Quel giorno, senza nemmeno scendere dalle biciclette, stesero a squarciagola un dettagliato rapporto su ciò che stava avvenendo oltre i confini delle nostre terre; nel senso di campi.

Sior Ugo, el casoin, era senza merce; davanti il panificio dei Faggin c’era stata una rissa per entrare; ea Maria sartora non aveva nemmeno aperto il suo scalcinato negozio di mercerie. Era poi accaduto un fatto sconvolgente; don Fernando, el piovan, le aveva letteralmente buttate fuori dalla chiesa, neanche il tempo di sgranare la prima pallina del rosario; gli ordini impartiti dalla curia erano perentori, chiudere. Le messe erano sospese, forse, in serata, avrebbe parlato il papa; una tragedia mai accaduta prima, nemmeno in tempo di guerra. Da tempi immemori, quelle pie donne, vestite di nero, richiamavano la sfiga da ogni parte del pianeta, riversandola a secchiate sul microcosmo dei Nosea.  ‘Sto giro, stavano superando se stesse; a sentir loro, la gente stava già morendo per strada; se la negatività che emanavano fosse stata gas, saremmo sicuramente saltati in aria tutti.

Cossa femo ‘desso? 

Mi sentii fiero; per la prima volta nella mia vita, venni coinvolto da Ottorino in una importante riunione strategica riguardo il da farsi.

Fortunatamente, l’uomo era tornato in qua, senza dubbio, più positivo rispetto al giorno prima. Aveva realizzato che, “tanto ne toca morir tutti quanti”; mal comune mezzo gaudio. “Xe ea ga da tocarne a tutti; xe meio che ea ghe toca prima a ‘staltri”; il suo proverbiale cinismo, aveva soppiantato la paura; quindi, nell’ottica che, per non essere mangiato dal leone, non è importante correre più veloce di lui ma della persona che ti sta accanto; iniziammo a stendere un piano.

Sul tema degli approvvigionamenti, potevamo stare relativamente tranquilli; tra orto, porsei, gaine e conici, avevamo di che sopravvivere; inoltre, per i generi non autoprodotti, in caso di necessità, si sarebbe potuto ricorrere al baratto.

Sul fatto che, sarebbe stato necessario andar in giro coverti, mi aveva già preceduto. Mise sul tavolo un prototipo di mascherina assemblato usando una vecchia stoffa; all’interno aveva inserito un pezzo di telo che usava per proteggere le piante; non mi stupii che avesse già trovato una soluzione.

Eh si, per certi aspetti, mio padre era uno “avanti”, un creativo; sempre pronto a autocostruirsi, con quello che aveva a disposizione, ciò di cui aveva bisogno; se poi, qualcosa non esisteva, la inventava. Il suo curriculum vantava ad esempio, una macchina per fare la passata di pomodoro alimentata da un motore di lavatrice, un autopompa  per dare il solfato composta da una vecchia carriola e il motore di un tagliaerba; e, ultima trovata per carnevale, un impastatore per fritoe e gaeani, allacciato al trapano elettrico. 

Questo, da parte mia, gli valse il soprannome di Otto, in onore di Otto Lilienthal pioniere dell’aviazione ma anche, di Otto Kruntz lo sfigato inventore, mitico personaggio che spopolava nei fumetti del Corriere dei Ragazzi.

Le sorprese non erano finite, con una mossa degna da mago Silvan, sul tavolo, si materializzarono dal nulla dei fogli a quadretti alquanto sgualciti; “questi xe i conti”, la mano raggrinzita di Otto, me li mise sotto gli occhi. Fino a quel momento, l’argomento schei, ovvero la consistenza dei nostri risparmi, era tabù. Nel corso degli anni, a sentire parlare mio padre, sembrava sempre che, fossimo sull’orlo della povertà più estrema; dando una breve scorsa ai totali scritti su quei fogli, non mi pareva proprio.

L’essere messo al corrente, della situazione finanziaria famigliare, mi inorgoglì non poco; credo che vedesse in me delle doti manageriali nascoste. Dopo averlo, con un certa difficoltà, convinto che, non era necessario prelevare tutto per metterlo in buche sparse, qua e la per i campi; decisi di cogliere l’attimo per fargli allentare, almeno un pochino, i cordoni della borsa; era il momento propizio per giocare la carta della V^ banda.

Dovete sapere che, a proposito di arretratezza socio-culturale, sul tetto di casa nostra, a dispetto dell’esponenziale incremento dei canali televisivi su tutto il  territorio nazionale, c’erano solo due antenne atte a ricevere il I° e II° canale; nulla di più. Da anni eravamo fermi li; sono cresciuto senza poter ricevere Tele Capodistria, e questo, mi ha provocato un notevole danno educativo; senza poter guardare quel canale a tarda sera, per anni sono stato tenuto all’oscuro sui misteri del sesso.

Riguardo quest’ultimo argomento, negli ultimi anni, avevano iniziato a proliferare le TV private, le quali, a detta di amici e conoscenti, a notte inoltrata, proponevano materiale di ottima fattura. Trasmettevano però sulla famigerata V banda e, quell’antenna rettangolare rimaneva una chimera.

Un altro discorso va fatto su ciò che c’era a valle della nostra antenna; una tv a valvole in bianco e nero risalente ai primi anni ’60, con annesso un casseotto pesante 10 Kg, il mitico trasformator. Nemmeno i nostri ricevitori radio erano al top; una, ovviamente a valvole, era talmente grande che sembrava una credenza; in effetti, sopra, mia mamma ci aveva posizionato alcuni oggetti di dubbio gusto. Riceveva solo le onde medie e corte; i nomi delle stazioni, impressi sulla scala della sintonia, probabilmente risalivano al secondo conflitto mondiale. Ne avevamo anche una a transistor, che poteva ricevere l’FM ma, mentre tutti le altri esemplari del mondo arrivavano a 108 MHz; la nostra, non ho mai capito perché, si fermava a 104. Questi erano gli scarsi e rudimentali strumenti che i Nosea avevano a disposizione per mettersi in connessione con il mondo esterno ma, dato che, di come andavano le cose al di fuori del loro mondo, se ne erano sempre fregati; forse erano anche troppi.

Da perfetto avvoltoio, cavalcai la disgrazia che si stava abbattendo sul mondo intero, la giocai sporca; convinsi Otto che, in questa triste situazione, simile alla guerra che aveva vissuto; era meglio avere a disposizione più fonti di informazione possibili, per cui, bisognava dotarsi di nuovi strumenti tecnologici. “Va parlar col Moro”; quattro parole, alla seconda ero già in sella alla bicicletta.

L’euforia per aver ottenuto il nulla osta al nuovo corso della famiglia Nosea, durò veramente poco; giusto il tempo di uscire dal troso. In strada, musi duri ovunque; la sensazione che tutto stava volgendo al peggio era palpabile. Ciano “Segoa” Ballarin non si dilettava più a intonare le arie delle opere; dalla radio celata sotto le cassette di frutta e verdura, non usciva più musica; il conduttore, uno iettatore patentato, probabilmente ex dipendente di un’impresa di pompe funebri, faceva la conta dei morti e, annunciava imminenti disposizioni restrittive emanate dal governo. Serrande chiuse, così pure la gente; qualcuno, quando ti incrociava, faceva di tutto per scansarsi 

In quel periodo, il mio incubo peggiore, era quello di rimanere mul tutta la vita, come zio Mario; zitello non per scelta ma, per pura sfiga. Tanti miei coetanei, avevano già fatto la prima esperienza, alcuni anche la seconda, la terza e la quarta. Invece; per quanto mi riguardava, niente all’orizzonte. 

Non volevo però nemmeno finire come mio fratello, che si era portato in casa quella grima della Mara ovvero, la prima che gli era capitata a tiro. E si, che il vecchio zio Nino, l’aveva avvertito; “varda che ea fame fa brutti schersi”. Anche se cercavo, per quanto possibile, di far tesoro di queste sante parole, la fame, e anche la sete, era tanta. Questo, come accade nel deserto, mi faceva vedere dei miraggi; illusioni, come Francesca che, inesorabilmente erano destinate a svanire nel nulla.

Un silenzio inquietante mi circondava, l’aria tiepida che il giorno prima ci aveva dato la sensazione di un imminente arrivo della primavera, sembrava un ricordo lontano; un vento freddo mi tagliava la faccia, mentre avevo la sensazione di pedalare a vuoto; lo stesso senso di vuoto che all’improvviso mi prese dentro. Tutto, almeno da noi, era appena cominciato; per quanto sarebbe durato? La vista di un triste e spoglio albero solitario a bordo strada era l’emblema di quello che stava accadendo.

Avevo bisogno di vedere qualcuno con cui condividere l’angoscia; ero talmente disperato che mi sarebbero andati bene anche quel cagacazzi di Fabione Busato o, il menagramo del Poletti; tutte persone che, in tempi normali, avrei preferito non incontrare. In alternativa, per stemperare l’ansia e rilassarmi, mi avrebbe fatto piacere ascoltare uno degli improbabili racconti porno di Lele Agnolon detto “el Tinto”, in onore del “maestro”, Tinto Brass. 

Mi venne anche il dubbio di essere l’unico a preoccuparsi; fino a quel momento, non avevo ricevuto nessun segnale di vita dai fioi; solo il vecchio Otto si era degnato di chiedermi cossa femo ?

Pensavo, non sarebbe stato male chiedere, a qualcuno di estremamente competente, “cossa femo?” O meglio, “cossa fasso?”; non restava che chiederlo a Lui.

Se davo retta al mio spirito di adolescente edonista, non mi sarei mai abbassato a tanto; ovviamente, ero mosso più dalla scaga, che da un nobile bisogno interiore. Mi guardai circospetto in giro, non faceva certo figo, farsi vedere a fare una cosa simile. In fin dei conti possedevo una, seppur minima reputazione da mantenere; avevo sempre pubblicamente sostenuto che, andare in chiesa, era roba da vecchi.

In realtà, non avevo nessuna certezza; solo il dubbio che, credere in Dio, non fosse altro che un banalissimo e naturale desiderio di eternità insito in ogni uomo; nulla di più. L’esempio vivente erano le vecchie zie. Giunte a un particolare momento della vita, secondo me, era naturale che desiderassero assicurarsi un posticino sicuro per il poi; questo, si fondeva al bisogno di consolazione, per la vita grama, condotta finora. Io, francamente, fino a quel giorno, avevo altre priorità che pensare all’aldilà, dovevo ancora fare certe eccitanti esperienze nell’aldiquà; poi, semmai, quando sarebbe venuto il momento, avrei sanato i molteplici carichi pendenti, specie quelli riguardanti la morale sessuale, con un pentimento finale.

La paura fa novanta, e io sono sempre stato un vile;  in fin dei conti si trattava di fare solo una piccola deviazione, el troso che portava a San Martin, era vicinissimo. Sapevo che, con molta probabilità, a dispetto delle norme emanate, avrei comunque trovato aperta ea ceseta; inoltre, era mia convinzione che Lui, sarebbe stato più disposto ad ascoltarmi in una remota e piccola filiale di campagna, anziché in una cattedrale.

Neanche a farlo apposta, all’imbocco del piccolo viale alberato, trovai questa frase scritta sul muretto:

“Si può anche non credere a niente, ma ci sono dei momenti nella vita in cui si prega il Dio del primo tempio che ci sta dinanzi.” – Victor Hugo


Mi prese la stessa ansia simile a quelle due o tre volte che ero andato a confessarmi; come se prima di chiedere udienza, dovessi mettere in piazza i miei peccati, mi vergognavo di raccontare sempre le stesse cose. Detestavo chiedere favori a qualcuno, a prescindere dal suo grado nella scala sociale. 

A dire il vero, non era la prima volta che mi recavo a San Martin; da piccolo ci andavo spesso a chiedere che piovesse dal cielo qualche aereo da montar oppure, cosa alla quale tenevo particolarmente, la possibilità di cambiare genitori con due più giovani di età ma, soprattutto, di mentalità.

Era particolarmente difficile evitare di far scricchiolare la vecchia e pesante porta di ingresso, senza far irritare le solite vecie bigotte che, probabilmente, avrei trovato dentro. Restai folgorato quando, quell’unica presenza, una bella biondina con un vistoso Moncler rosso, si voltò di Scatto al mio ingresso; alla faccia delle vecie.

Non sapevo bene come cominciare, anche perché i pensieri erano stati tutti dirottati sulla piacevole sorpresa che la visita alla vecia ceseta de San Martin, mi aveva riservato; come se non bastasse, quella interessante ragazza, uscendo, mi mise la mano sul braccio; “coraggio, passerà anche questa”. Se esistono gli angeli, dedussi, allora esiste anche Dio; mi ricredetti subito, un angelo, per uscire di scena, dispiega e ali, non se ne va a bordo di un chiassoso Ciao bianco.

Rimasi in piedi e in silenzio per molto tempo; non si trattava di un religioso silenzio, semplicemente, l’incontro con la biondina, mi aveva per ben incocaio. Nessun segnale dal grande vecchio, forse non stava trasmettendo; questo, mi fece venire un’idea.

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Solaradio – una radio da leggere – Capitolo 11

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Quaresima

L’ultimo miglio, fu particolarmente duro; quei tre kilometri abbondanti dalla fermata fino al ranch; così, per tirarmela un po’, chiamavo casa mia, anche in onore di una famosa discoteca della zona; sembravano interminabili. Abitavamo ai margini della città o, come si usa dire da noi, in meso ai glebani. Ai margini, nel senso di isolamento fisico e mentale, lo era pure la mia famiglia. Contadini da molte generazioni, la stirpe, era soprannominata Nosea, dagli alberi di nocciole che il mio trisavolo Giovanni aveva piantato nei pressi della vecchia casa colonica. 

Mamma Bepina, si rifiutò di guardare “Domenica In”; Pippo Baudo aveva sostituito attori, cantanti e ospiti vari, con uno stuolo di camici bianchi che predicavano distanziamento e isolamento; nessun problema, noi Nosea,applicavamo rigorosamente questo protocollo, già dall’inizio del ‘900; ero su una botte di ferro. 

Nonostante ciò, più mi avvicinavo a casa e più la mia ansia montava. C’era chi, comunque, non se ne dava più di tanto pena; “a mi no me ne ciava ‘na sborada”; il capobranco di quel gruppetto di sbaeoni strafatti di birra e, anche di qualcos’altro, espresse in modo chiaro la sua opinione sulla faccenda, suggellandola con un sonoro rutto che fece tremare le vetrate circostanti. Se la ridevano alla grande, neanche si scomposero, quando videro sbucare dall’oscurità, un pulcinella in bicicletta illuminato come un albero di Natale, pronto a buttarli giù tutti come birilli.

Il troso che portava alla, si fa per dire, fattoria, dei Nosea; mi parve ancora più lungo e buio del solito; la sensazione era quella di entrare in un tunnel dove non si sarebbe vista la luce per un bel po’ di tempo.  Anzi, di luce se vedeva una; quella della finestra, rendeva molto nitida la sagoma di mio padre chino sul tavolo della cucina, con le mani sulla fronte.

Non era il caso di entrare; io gli avrei fatto la solita domanda

Cossa ghe xè?”

E lui, con tono tra il pianto e rimprovero, mi avrebbe risposto; 

Ti me domandi anca cossa che ghe xé. Erce!”

Un attimo di silenzio e poi giù la valanga di sensi di colpa.

D’altronde, l’inverno era il periodo del “me toca morir”; quando, bastavano solo due linee di febbre o un po’ di raffreddore per mandarlo via di testa. Diveniva intrattabile e aggressivo, urlava e piangeva nello stesso tempo. Da quando poi, sentì parlare di quel virus misterioso, il lunedì non comprò la Gazzetta dello Sport; del Milan e della Mestrina non gliene fregava più niente.

Era decisamente meglio se me ne stavo ancora un po’ fuori; me ne andai a passeggiare in mezzo ae vide; se non altro perché, non mi andava proprio di dismettere l’abito di Pulcinella. Dentro di me sentivo che quello strano ultimo giorno di carnevale avrebbe significato la fine di un epoca, più o meno gioiosa e spensierata e, l’inizio di un’altra, più o meno triste e incasinata.

Dalla terra saliva un leggero tepore, piccolo segno del risveglio primaverile. Nella tradizione contadina, era il periodo di “batar marso” ovvero, un rito propiziatorio che consisteva nell’andare in giro per i campi, battendo su vari oggetti per creare un forte baccano in grado di svegliare la primavera e richiamarla a ravvivare gli animi dopo il lungo torpore dei mesi invernali. 

“Vegnì fora gente, vegnì in strada a far casoto, a bàtare marso co’ racole, sbàtole, ranéle, bandòti, cerci, tece e pegnate….vegnì, gente…
…par svejar fora i spirìti de la tera e farghe corajo a la rinàssita de la natura, cantando e sonando, so ‘l finir de febraro che xe in ùltima l’inverno”; 
chissà che primavera sarebbe stata. 

Le batterie delle lucette colorate che tappezzavano il vestito, si stavano ormai scaricando, la luce della cucina invece, non accennava a spegnersi; il pericolo di affrontare Ottorino, non era cessato. Cominciava a fare freddo, fortunatamente, a diciassette anni, avevo già un pied à terre in cui potermi rifugiare.

Grazie all’eredità di nonna Regina, mi trovavo, adolescente, nella fortunata condizione di proprietario immobiliare. Il vecchio Ottorino faticò non poco, attraverso conflitti, più o meno civili, a tenere testa a parenti, più o meno conosciuti, che, dopo la morte della nonna, sbucarono all’improvviso da ogni parte del globo terrestre, vantando diritti, più o meno reali, sulla “casa vecia” ovvero, la vecchia casa colonica. Nessuno voleva ammettere che, la nostra famiglia, fu l’unica che si dedicò, anima e corpo a rancurar i veci, come si dice. Alla fine, grazie più al vile denaro che al buonsenso, mio padre vinse la guerra; così, io e mio fratello Gigi, occupammo i territori conquistati.

A Gigi, el grando, che si doveva sposare, toccò il pianterreno, mentre a me, el picoeo, rifilarono la soffitta. Non la presi a male; anzi, quella soffitta, sin da bambino, costituiva un mondo incantato e misterioso; l’averla tutta per me, mi rese immensamente felice.

Anche se malandata e, ancora in parte non abitabile, non ci misi molto a colonizzarla. Divenne lo spazio creativo, dove poter sviluppare ambiziosi progetti; uno fra tutti, quello di costruire aerei. 

Tra me e gli affascinanti oggetti volanti, scoccò la scintilla alla tenera età di sei anni quando, tentando di farlo volare, frantumai in mille pezzi, quel modellino bianco e rosso di mio cugino Giancarlo. Per dirla tutta; in quell’occasione, le prime scintille, scoccarono sul mio culo, provocate dalle possenti mani di Ottorino. Il buon Giancarlo, però, intervenne a mio favore; ormai il danno era fatto, il modellino era spaccato e, il mio culo pure; da vero signore, mi regalò il relitto e pure un tubetto di colla per ripararlo.

Pur se considerata da mio padre ‘na pora insemenia; mamma Bepina, aveva la capacità di leggere dentro i miei sogni. Vedendomi passare parecchio tempo con quell’aereo bianco e rosso che, nel frattempo, a forza di maneggiarlo, aveva perso i connotati tipici del mezzo volante; pensò, che al so’ bocia, quello strano oggetto doveva suscitare un certo interesse. Per cui, alcuni giorni dopo, di ritorno dal mercato, parcheggiò la mitica Atala nera modello 1954, davanti la cartoleria di sior Marton. Vi entrò decisa, chiedendo se, per caso, avesse un “aereo da montar”. Se ne uscì con un bimotore Douglas Boston scala 1/72 della mitica Airfix, dal proibitivo costo di 1.100 Lire. “Tien qua; varda cossa che te go tolto”; non disse altro, anche perché non ne ebbe il tempo; subì un processo da parte di mio padre, rea di avere scialacquato un capitale per acquistare una inutile troiada al figlio.

Quella scatola, oggetto di furibonda discussione, fu la prima di una lunga serie. E’ ancora li, in bella vista, sul mio banco da lavoro; il contenuto invece, fece una brutta fine, incendiato da Fabrizio Zanutto, per simulare un realistico abbattimento in battaglia.

La soffitta non era solo un laboratorio ma, soprattutto un rifugio dove starmene in santa pace da solo; un fortino inattaccabile da qualsivoglia autorità genitoriale e non. 

Dalla finestra, si potevano osservare gli atterraggi e i decolli del vicino aeroporto. Proprio in quel momento, ne avvistai uno in atterraggio; probabilmente, tra gli ultimi ai quali era concesso volare poi, colpevoli veicoli di contagio, sarebbero stati tutti messi a terra.  

Ironia della sorte, l’anno prima in TV era andato in onda il telefilm a puntate “i sopravvissuti”; nell’inquietante sigla del si vedeva viaggiare tranquillamente in aereo, lo scienziato cinese, al quale era sfuggito di mano un virus letale che, da li a poco avrebbe sterminato quasi del tutto l’intera popolazione mondiale.

La pampa argentina sembrava distante anni luce; francamente, non è che me ne ciavasse più di tanto se, alcuni sfigati allevatori di bovini si erano buscati una pericolosa e sconosciuta malattia, trasmessa dalle loro vacche. Come tanti, ero convinto che il tempo e lo spazio fossero  delle formidabili barriere invalicabili invece, era bastato uno dei miei beneamati aerei a portare nel vicino Friuli, in occasione delle vacanze di Natale, alcuni di quegli allevatori di origine italiana, emigrati in Argentina, per farci ripiombare ai tempi della peste del 1600; proprio ora che stavo facendo grandi progetti.

Solo pochi giorni fa, osservando dalla finestra il susseguirsi di atterraggi e decolli, presi una importante decisione riguardo il mio futuro. Nonostante la mia esperienza di costruttore aeronautico, si fosse finora limitata a montaraerei di plastica e uno scanchenico aliante in balsa; eterna opera incompiuta che, probabilmente non volerà mai e, per giunta, mio padre mi avesse pronosticato, alla stregua di mio fratello Gigi, un futuro da tornitore a porto Marghera; ero determinato, una volta finite le superiori, a frequentare ingegneria aerospaziale. Ero alquanto gasato, mi vedevo passare in un attimo dalla scalinata dell’ITIS Pacinotti a quella del Politecnico di Milano, ammesso che quest’ultimo ne avesse una. Mi prefiguravo addirittura il giorno della laurea, circondato da belle gnocche, pronte a saltarmi addosso per spogliarmi; il voto, ovviamente, 110 e lode. Ne parlai entusiasta al sior Ottorino; “fio mio; me par che ti xè drio pissar un fià fora dal bocal”, d’altronde che risposta potevo aspettarmi, da un plurilaureato, psicoterapeuta di fama internazionale come lui. 

Pazienza, oltre a questo, un altro progetto ben più importante era in cantiere, per il quale non servivano, almeno sulla carta, particolari abilità intellettuali né approvazione dei genitori; cuccare come un mandrillo. L’istinto predatorio, era esploso al Lido, tra le capanne della zona A. Quell’estate, visto che in parrocchia non c’era trippa per gatti, mi ero unito alla squadra juniores degli assatanati del bar “da Eros”; devo riconoscere, dei veri professionisti. L’agendina del sindacato metalmeccanici, regalo di Natale del fratellone, si era miracolosamente riempita di nomi femminili, tra i quali Francesca. Per dire la verità, non ne avevo ancora chiamata una, ma, ero più che mai determinato a passare all’azione. Pur non credendo, come dicevano i preti, che sarei diventato cieco, ero comunque stufo delle solite fantasie o, solito ménage, per dirla alla francese.

Ora però, avevo la sensazione che tutta questa faccenda non avrebbe fatto altro che mettermi i bastoni tra le ruote; peccato, proprio nel momento in cui stavo prendendo la rincorsa per fare un grande balzo; ovvero, per dirla in termini aeronautici, un decollo abortito.

Mi sentivo anche un gran pezzo di merda; finché la disgrazia era lontana, non me ne fregava niente. Avevo la soffitta, la mia confort zone, dove poter starmene lontano dalle disavventure della vita. Invece, grazie al balzo di un aereo, ‘sta cosa stava arrivando sotto casa e io, me la stavo facendo sotto. Il mio unico pensiero era quello di salvare me stesso, magari barricandomi nella mia favolosa soffitta.

La mezzanotte era passata, il carnevale finito ed eravamo ufficialmente in quaresima; i preti godevano, potevano ritornare finalmente al centro dell’attenzione, predicando tra nuvole di incenso, la rigorosa osservanza della morale cattolica; questa, ovviamente, era la mia personale sensazione.

Probabilmente, qualcuno di loro, asserirà che tutto ciò che sta accadendo è un castigo divino per i nostri peccati; chissà, magari è vero; probabilmente, accadrà come nel telefilm, moriremo quasi tutti e resteranno solo pochi eletti.

La natura, sembrava fregarsene di quell’imminente pericolo; el morer stava dando i primi segni di risveglio. Io e lui siamo cresciuti praticamente insieme, e forse, per come si stavano mettendo le cose, avrebbe avuto la soddisfazione di vivere più di me; la giusta rivincita della natura sull’uomo alla quale avevamo da sempre pestato i piedi. Forse questo è il peccato che dobbiamo scontare.

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La pandemia del 1981

Solaradio – una radio da leggere – Capitolo 11

3 marzo, ultimo giorno di carnevale

Erce! Dove ti va? Vien qua! Sta qua!”. Il vecchio Ottorino poteva sbraitare quanto voleva, ormai avevo quasi 17 anni; praticamente un omo fatto. In realtà, la rivendicazione anagrafica non c’entrava niente, c’era in ballo una grossa occasione; quella sera in piazza san Marco avevo deciso di giocarmi il tutto per tutto, ero carico. Il vestito da Pulcinella versione discodance pieno zeppo di lucette, mi era costato un capitale, fortuna che la manodopera della cugina Franca era gratis. Dopo un giovedì grasso che, in realtà, era stato assai magro; non avevo nessuna intenzione di perdere l’ultimo giorno di carnevale.

Omar Vianello si era impegnato ad arruolare una consistente truppa di fie foreste, ovvero extra parrocchia. Questo, secondo lui, era un grosso vantaggio in quanto, non essendo assoggettate alla morale sessuale cattolica, sarebbero state più disinibite e disponibili. A me la cosa, non interessava particolarmente; le mie aspettative erano altre però, non si poteva mai sapere; come dicono gli inglesi, just in case. Il fatto che l’indomani; a causa de ‘sto fantomatico virus, avrebbero, per sicurezza, chiuso le scuole, non mi preoccupava affatto, anzi. Ci sarebbe stato il compito di matematica e, a seguire, era probabilissimo che il Bonotto mi avrebbe fatto pelo e contropelo; insomma, due sicure incuatae a fogo evitate o, quantomeno rimandate. 

Avevo comunque una certa scaga; a sentire quello che dicevano alla televisione, non bisognava stare tranquilli ma bensì, tenere la guardia alta; questa frase mi martellava il cervello. Fortunatamente, Colombina, al secolo Francesca Zuriato, era presente alla fermata; bastò per allontanare le paranoie e far decollare le fantasie. 

L’84 era stipatissimo, il nostro gruppone l’aveva imbottito per bene tanto che, l’autista iniziò a tirar dritto, facendo cenno ai malcapitati delle altre fermate de tacarse al tram, anche se, a quei tempi, ancora non c’era. Colpa di Omar che aveva invitato mezzo mondo il che, sarebbe stato sopportabile se avesse mantenuto le promesse; invece, come in altre occasioni, le proporzioni erano invertite; si presentarono una decina de fioitravestiti da barbari e un canarino Titti che, in teoria, celava l’unica persona di genere femminile. Finii incastrato tra un barbaro puzzolente; il tipo che lo interpretava, presumo senza grandi sforzi, era riuscito a imitarne perfettamente l’odore, e il culetto di Titti. Dentro le narici e in bocca mi finirono un tot di piume gialle intrise di uno stucchevole Lou Lou; ebbi la conferma che, probabilmente Titti era una fia. Tirai il collo, Francesca era praticamente irraggiungibile; avevo cercato con tutte le mie forze di rimanerle vicino ma, il vortice dei barbari mi trascinò dalla parte opposta del bus; che sfiga, contavo su quella mezzoretta a stretto contatto con lei per cercare de butar el primo sardon.

Avevamo appena imboccato il ponte della libertà, dal finestrino appannato intravidi treni e autobus che tornavano indietro pieni; brutto presentimento. Infatti, l’84 si fermò poco prima di arrivare a Piazzale Roma, un vigile si mise a battere sulla porta facendo cenno all’autista di invertire la marcia. Cominciò a sentirsi una certa agitazione o meglio, la si annusava, nel senso che un miasma invase il bus; “Xe drio cagarve dosso?” dal fondo una voce baritonale fece scoppiare una risata generale. Qualcuno invece iniziò a tossire; “uè, mi sa che ‘sta merda l’è già arrivata cazzo!”; il Poletti, detto el condor, con quel suo accento milanese la chiamava decisamente nera; nella calca non riuscivo nemmeno a portare la mano sulle parti basse per fare il classico rito scaramantico. 

Mi sentivo la fronte calda e un po’ di mal di gola, mi mancava l’aria; per distrarmi e farmi passare la suggestione, iniziai a far fantasie erotiche con una tipa vestita da poliziotta sexy posizionata subito dopo Titti; la minigonna in pelle e le calze a rete contribuirono a far defluire i pensieri e il sangue da un’altra parte del corpo. 

L’autista urlò “fine corsa”; il vecchio 84 si fermò bruscamente giù dalla rampa del cavalcavia, nei pressi del deposito; l’apertura delle porte generò lo stesso effetto di una lattina sottovuoto, venimmo con forza scaraventati fuori, abbandonati a noi stessi. 

Come durante un naufragio, iniziammo a chiamarci e, in breve il gruppo si ricompattò; così mascherati era difficile riconoscerci; in più qualcuno, talmente immedesimato nel suo personaggio, aveva smarrito la propria identità; ovviamente, non ci restava altro da fare che tornarcene a casa a piedi. 

La festa era finita e la felicità cedette il posto alla preoccupazione; ma non per tutti. Il marinaio Denis Zuccarato e la Colombina Francesca Zuriato, si stavano tenendo teneramente per manina, lui poi, sfoderava un sorriso ebete da 42 pollici;  almeno per me, era già arrivata la fine del mondo. Pensare che, quell’estate gliel’avevo presentata io; bastardo rotto in cueo e mi però, gran mona. Mi chiedevo se fra quarant’anni, nel caso fossi stato ancora in vita, avrei ricordato quel martedì grasso del 1981 per il pericolo del virus o la gran sberla morale.

Con tempismo perfetto, mi si avvicinò un nobile veneziano, alias Fabio Busato; noto basabanchi nonché tajatabarri patentato. Mi trovai la punta del suo tricorno infilata dentro l’orecchio, sussurrò sputacchiandomi dentro il timpano che i due, insieme da appena una settimana,  secondo fonti sicure, lo avevano, già fatto. “Fatto cosa?”, lo provocai. “Quella roba la”, biascicò. “Saria che i ga ciavà!”, gli gridai quasi ad assordarlo.  

Eh si, i preti non si stancavano mai di ripetercelo; proibito fare “quelle cose la” prima del matrimonio, si sarebbe finiti tra i condannati alla dannazione eterna; eppure, è assodato che i  più, di questa regola, se ne ciavavano,continuando imperterriti a ciavar. Pure io, da quel momento, continuando a pensare a Francesca, in teoria, ero nel peccato in quanto, contravvenni al nono comandamento “non desiderare la donna d’altri”; come si dice, beco e bastonà.

 “Sempre savuo che el gruppo giovani de A.C. xè un gran troiaio; i unici che no va dee bone semo mi e ti”; quel basabanchi democristiano, mi aveva tolto le parole di bocca. L’amico, zitto, zitto, si avvolse nel mantello e batté in ritirata.  

Il carnevale, spesso, diventa occasione per travestirci, da ciò che vorremmo essere; quasi una temporanea reincarnazione. Fabione, dentro quel vestito ci stava a pennello, rappresentare il panciuto nobile opulento era il suo ruolo per antonomasia; perché, sotto, sotto, covava il desiderio di appartenente a una classe elevata. Avevo il vago sospetto che quell’occhialuto e grasso liceale secchione, considerasse un semplice e volgare studente di meccanica come me, un amico di ripiego.  Ricordo i suoi goffi e inutili tentativi di avvicinarsi a quelli che allora erano i leader del gruppo; a causa del suo bigottismo estremista, nessuno lo cagava; nonostante aspirasse ad amicizie altolocate dovette accontentarsi di me e altri onti di bassa levatura; almeno lo facevamo ridere. Se fosse vissuto nel ‘700, sarebbe stato sicuramente una spia della Serenissima; pronto a denunciare i trasgressori della morale, specie quella sessuale perché, come diceva el poro zio Mario; “a chi no’ ciava, no’ ghe resta altro de sercar de ciavar quei che ciava

Nel frattempo, i nostri barbari avevano attaccato bottone con un gruppo di pupazzi di neve; a sentir loro, il virus non c’entrava niente, dei brigatisti rossi, travestiti da pagliacci, avevano iniziato a buttare delle bombe a mano e a sparare all’impazzata sulla folla accalcata in piazza san Marco, al grido di “abbasso il carnevale imperialista e consumista!!” o, qualcosa del genere.

Dai foi, ‘vanti casa in letto; vee dago mi ‘e brigate rosse”; quel ghebo, non andava certo per il sottile; “ dai morosetti; stacheve, caminar uno davanti e uno da drio”; el Deni si beccò una palettata sul braccio e io godetti come non mai. Fabione, invece, si recò al cospetto dell’altro ghebo della coppia, al fine di presentare formale istanza di chiarimenti, con l’unico risultato di ricevere un bel, “ciccio, comprate el Gasetìn”; si riavvolse nuovamente nel tabarro, niente, quella non era serata per lui. 

Poco più avanti, appoggiato al palo della luce, uno strano personaggio ci osservava; indossava una tonaca nera, un brutto cappello a tesa larga e, una ancora più brutta maschera dal becco lungo; aveva in mano una bacchetta che stava puntando verso il nostro gruppo. Tamara Bonesso mi arrivò alle spalle, sussurrandomi, con tono saccente; “è il medico della peste”, mi corse un brivido lungo la schiena. Mi ricordai di lui, l’anno prima, avevo avuto il dispiacere di conoscerlo nel corso della visita a “Venezia e la peste”; mostra che, con grande entusiasmo, visitammo trascinati a forza da quella di lettere. Ebbi l’impressione che el dotor ce l’avesse con me; ci scambiammo brevemente un’occhiata però, ’sto giro, avevo le mani libere e riuscii a toccarmi per benino.

Disattendendo in pieno le indicazioni dei due ghebi, andammo in piazza Ferretto con la speranza di ritrovare un pochino di quel martedì grasso perduto. All’ingresso, sbarravano la strada un paio di volanti della Polizia più quattro ghebi che, se ne stavano con le braccia conserte quasi a dirci; “provate a venire avanti se avete il coraggio”. 

D’improvviso, alle nostre spalle, una musica lugubre; da due pullman stavano scendendo decine di sassofonisti con addosso una tuta bianca e una maschera nera liscia che rendeva il loro volto privo di lineamenti. Il vederli faceva venire in mente quelli che, vestiti allo stesso modo, portavano via i cadaveri dalle strade di Buenos Aires. “Mamma che brutti!”; Francesca mi abbracciò tutta terrorizzata; ringraziai la Biennale , il sindaco e pure l’intera giunta, per aver voluto, a tutti i costi, la partecipazione degli Urban Sax, al Carnevale di Venezia 1981.

Uno dei barbari si parò davanti agli inquietanti e tristi musicisti; con aria di sfida attaccò a squarciagola; “Eh meu amigo, Charlie, Eh meu amigo, Charlie Brown, Charlie Brown”; uno dopo l’altro, ci attaccammo al nostro prode guerriero. Durò poco, alle prime note di “Brasil, piantemo i bisi col fusil”, i fischi dei ghebi, fecero inesorabilmente deragliare quell’unico e brevissimo gioioso trenino dell’ultimo giorno di carnevale del 1981.

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Immagini scattate dal 23 febbraio 2020 al 1 giugno 2020, a stretto giro

… di cammino

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23 febbraio 2020

E la gente rimase a casa
e lesse libri e ascoltò
e si riposò e fece esercizi
e fece arte e giocò
e imparò nuovi modi di essere
e si fermò
e ascoltò più in profondità
qualcuno meditava
qualcuno pregava
qualcuno ballava
qualcuno incontrò la propria ombra
e la gente cominciò a pensare in modo differente
e la gente guarì.

Kathleen O’Meara


Tutto si è fermato ..

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Non siamo nati per lavorare incessantemente, carichi di rabbia, senza fermarci mai, con la sensazione che ci manchi qualcosa, come se avessimo buttato via la nostra vita, mentre ci affrettiamo verso la morte in preda a un senso di inadeguatezza.
Banana Yoshimoto

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Volenti o nolenti l’abbandono ci introduce, dal primo momento in cui lo subiamo, in una terra desolata che non conoscevamo, ci fa ascoltare un timbro inedito della disperazione e della fatica dell’esistere e del desiderare.”
Emanuele Trevi

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L’essere umano deve sempre affrontare due grandi problemi: il primo è sapere quando cominciare; il secondo è capire quando fermarsi.
Paulo Coelho

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La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità.
Papa Francesco;  meditazione dal sagrato della Basilica di San Pietro, Venerdì, 27 marzo 2020


Non bisogna allontanarsi da casa ma solo dagli altri ..

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Confinarsi nel proprio silenzio 
Soffocando 
i dubbi 
le idee 
le emozioni 
con la speranza che torni tutto alla normalità 
ascoltare frasi 
dettate al vento 
da labbra aride 
come note di musica 
destinata a dissolversi nel nulla 
percepirne 
le dure sensazioni 
che colpiscono l’anima 
come morsa devastatrice 
induttori di malessere 
di solitudine 
di malinconia 
evanescenti per chi vive al cospetto 
di un mondo così tecnologico 
devastanti per chi ricerca la purezza 
di un sorriso umano 
che può smettere di esistere 
confinandosi 
nel proprio silenzio 
Anonimo’88 

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 La solitudine è ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno
Jim Morrison


200 metri …c’è un campo dietro casa …

La nostra meta non è mai un luogo, ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose.
Henry Miller

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Se desideri vedere le valli, sali sulla cima della montagna. Se vuoi vedere la cima della montagna, sollevati fin sopra la nuvola. Ma se cerchi di capire la nuvola, chiudi gli occhi e pensa.
Khalil Gibran

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Uno sguardo dalla finestra ..

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Finché esisteranno finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà.
(Amélie Nothomb)

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COVID-19; Let it be – Il Racconto – LEGGI

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Le finestre spalancate, la leggerezza, l’equilibrio sottile. Non pensare a niente e allo stesso tempo avere tutto il cielo negli occhi.
Fabrizio Caramagna

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Le finestre a volte non hanno imposte, si aprono su orizzonti ben più larghi di quelli reali.
Antonio Tabucchi

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La mia casa è piccola ma le sue finestre si aprono su un mondo infinito.
(Confucio)

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Staremo accanto alla finestra
dritti nell’aria della sera
ritorneremo a respirare
ritroveremo la maniera.
(Ivano Fossati)

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Quei giorni che nascono morbidi, senza pretese. In cui hai voglia di sdraiarti vicino a una finestra e lasciar passare le ore di fianco.
Fabrizio Caramagna


Finalmente … incontrarsi di nuovo

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Ma quando penso a te, mio caro amico, ciò che era perduto è ritrovato, e ogni dolore ha fine.
William Shakespeare


… e uscire

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Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella “zona grigia” in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi. Rita Levi Montalcini


Ricominciare …

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Non serve strappare le pagine della vita, basta saper voltar pagina e ricominciare.
Jim Morrison

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Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.
José Saramago

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1 giugno 2020

E senti allora,
se pure ti ripetono che puoi
fermarti a mezza via o in alto mare,
che non c’è sosta per noi,
ma strada, ancora strada,
e che il cammino è sempre da ricominciare.
Eugenio Montale
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COVID-19 LET IT BE

Racconto

SolaRadio una radio da leggere

CAPITOLO 10


Ocio che qua ea nasse!”; nessuno, me compreso, dava peso al vecio Cesarino Spuaccin, nonostante, da giorni, brandendo il suo bastone, scagliasse l’anatema su chiunque incontrasse; d’altronde, non era accreditato presso l’OMS e, per giunta, si fumava una decina di ombre al giorno. “Ma sbirighe in sima … tamorti!”, el ‘Milietto, altra famosa eminenza scientifica del quartiere, ma di tutt’altra scuola, interpretando il pensiero dei più, contribuiva a smorzare i toni allarmistici di quel porta pegoa.

Ciò che, invece, mi convinse riguardo la gravità della faccenda, fu il non vedere più el biondo, scendere giù in garage per pulire l’auto. Era un rito sacro che durava circa tre ore; cominciava con il fracasso dell’idropulitrice che sparava, alla faccia della crisi idrica mondiale, ettolitri d’acqua sull’inerme carrozzeria; seguivano infinite passate di spugna con e senza shampoo; altra botta con l’idropulitrice, la stesura di un intero vasetto di cera con relativa lucidatura. Quando si sentiva un rumore simile a quello di un aereo in fase di decollo, significava che era giunto alla pulizia degli interni, il rumore del turbo bidone aspiratutto copriva di gran lunga quello dell’autoradio tenuta a manetta. Una densa nuvola di spray suggellava, come un amen, la fine de rituale. In condominio, alcuni maligni, spiegavano quel suo morboso attaccamento all’auto con il fatto che, ormai da tempo, la Nico, non gliela calava più.

La GTI bianca, è ormai da parecchi giorni ferma in parcheggio, continuamente sottoposta a un incessante bombardamento da parte di stormi di uccelli che la profanano con il loro schitti. Un tempo, per molto meno, lo avresti visto, bestemmiando in tutte le lingue, terrestri e non, precipitarsi giù per le scale in mutande. Ora se ne sta tappato dentro casa paralizzato; le notizie apprese dai vari social ai quali è iscritto, sono riuscite a convincerlo che, tracce di quel fio de troia di COVID-19, si trovino dappertutto, a cominciare dal sofisticato pannello touchscreen della sua GTI bianca, in quanto prodotto in Cina.

Pensare che, solo alcune settimane fa, ce ne stavamo pigiati come sardine, dentro il bar “da Nane”. La vecchia Cimbali, sparava fuori caffè con una potenza di fuoco incredibile; i cinesi erano ormai fuori gioco da giorni ed era rimasto l’unico bar attivo nel quartiere; anche se lo sentivi dire “poareti”, intravedevi nello sguardo di Silvano, un ghigno di cinica soddisfazione, per l’improvviso notevole incremento del business.

I “te sbiro” e “ta sboro”, a seconda se, donna o uomo, uscivano a raffica dalle bocche, come un mantra che, nell’immaginario collettivo, poteva esorcizzare quel male che, fino a poco tempo fa,  era distante migliaia di kilometri; “cassi dea Cina e dei cinesi”, come la maggior parte di noi pensava.

 “Maedetti cinesi de merda!”, sentenziò Ivan, un cricco supertatuato; sigillando l’imprecazione con un sonoro rutto aromatizzato Aperol.

Però te fa comodo che ‘e to’ amighe cinesi te fassa el lavoretto par 30 Euro”. El vecio Vittorio, rizzatosi improvvisamente sul suo deambulatore, lo impietrì. D’altronde, poco prima si era sentito bersaglio di numerose battute, più o meno velate, nei suoi confronti e, degli altri due suoi compari di legge 104; il gruppo di cricchi, li aveva additati come gli unici destinati a sugarsea a causa del virus.

Si vede che i giovinastri, non conoscono a fondo i tre del Deambulatore Club. Da una vita, seguono una dottrina che, ha origini ancora più antiche dello yoga; el ciavarsene. Giusto per capire di cosa si tratta; capita di vederli entrare da Nane, di ritorno dal laboratorio di analisi, sbandierando fogli con una costellazione di asterischi, e farsi ‘na ombra de rosso co’ do fette de musetto al grido di “samorti i dottori !”

Credo sia per questo che, la funesta predizione, al momento, non si è avverata; Vittorio, Berto e Gino sono gli unici che continuano, anche se chiuso, a sostare davanti al bar “da Nane”; superstiti della movida, in un quartiere dalle sembianze post atomiche. Rigorosamente mascherati, escono con la scusa ufficiale di andare dal Gianca a prendere il giornale; il che fa strano, in quanto, non ho ricordi di averli mai visti prima con un quotidiano in mano, a parte la Gazzetta dello Sport, per giunta, presa a prestito. Si sa che, el Gianca, tiene in edicola anche una minuscola macchinetta per il caffè; vista la situazione, i tre, come ai tempi del proibizionismo in America, non mancano di approfittarne.

Vorrei essere come loro ma, da quando c’è in giro ‘sta roba, mi sento ogni giorno, un sintomo di questo maledetto virus. Già prima, quando mi capitava di incappare in un programma televisivo di medicina, istantaneamente, mi autodiagnosticavo la malattia oggetto della trasmissione; ora, che ti propinano, come se piovesse, immagini di terapie intensive e obitori zeppi, sono praticamene paralizzato dal terrore. Le mie già esigue ore di sonno, si sono ulteriormente ridotte a son di consultare grafici che riportano casi, ricoveri e decessi più, una serie infinita di pareri, spesso in contraddizione tra loro, di virologi o, presunti tali.

Ora che non si può più andare da Nane per starsene li a cazzeggiare e parlare di calcio; trovo terapeutico, il mettermi in coda da sior Ugo, un rarissimo casoin, glorioso esempio di baluardo contro l’invasione degli ipermercati che, in questo periodo, è ritornato ai vecchi fasti di un tempo. La gente fuori in coda, è più o meno a stessa che trovavo al bar.

So drio cagarme ‘dosso”; ea vedo longa, ‘sta storia no finisse più, xè peso de ‘na guera”

“Se no morimo par el virus, moriremo de fame e, sensa funerae”

“’ndarà tutto ben, ‘sto per de cojoni; ghemo poco da cantar sui balconi”

“No i ne a conta giusta, i diseva che gera ‘na influensa e varda come semo ciapai; ea verità xè che ‘gnanca i sciensiati sa cossa casso far”

“No meo cava nessun daea testa, ‘sto virus i io ga fabricà i cinesi”

“No; xe stai i americani par tirar xo dae spese i cinesi”

“No xe stai i russi par tirar zo dae spese i cinesi e i americani”

“Sveieve! I neo ga portà quei che riva coi barconi”

“So stufo de star serà in casa a non far niente”

“Ma se no ti ga mai fatto un casso anca co ti disevi de ‘ndar a lavorar”

“Mettite ea ascherina”

“E ti stroppite el cueo che i ga dito che e scorese trasmette el virus”

“Vardè i americani, i ga più bombe atomiche de mascherine”

“Sento che ‘sto giro ea me toca, so ciavà! Se salvarà soeo i soiti rotti in cueo de politici e quei pieni de schei”

“Eh no vecio, ‘sto giro a ghe toca anca a iorillà”

Quando succede qualcosa di brutto a iorillà; gli animi si placano e tutti si rasserenano; eh si, bisogna ammetterlo, un po’ ci godiamo nel vedere che, questo democratico virus, se la prende anche con iorillà. Eh si, perché, ognuno di noi ha dei iorillà da odiare; ovvero quelle persone che, per svariati motivi, ci stanno sulle palle e, con le quali, a volte, abbiamo un conto da saldare per episodi che risalgono addirittura, alla prima infanzia. In genere identifichiamo in iorillà; politici, popoli, etnie, furbetti o, semplicemente, qualcuno che ha qualcosa in più di noi. Sono sempre più convinto che, in realtà, nel subconscio, invidiamo gli iorillà perché alla fine, ci piacerebbe essere al loro posto e, al loro posto, ci comporteremo nella stessa maniera.

Ci sono poi staltri, quelli ai quali ghe xé tocà, su cui purtroppo, si è abbattuta la sventura e qui, entra in gioco la distanza che, può essere fisica, di età o condizione sociale. Finché la distanza tra noi e staltri, rimane entro certi limiti, non ci preoccupiamo più di tanto; quando invece, iniziamo a percepire che si sta accorciando; allora, non va più bene. Non accettiamo che, la sventura, inizi a sfiorare pericolosamente la nostra vita; è ingiusto; iniziamo a cagarci addosso.

A me, è capitato, quando ho visto le erbacce che iniziavano a intrufolarsi tra i raggi dei costosissimi cerchi in lega della GTI bianca.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità.

Così, una sera piovosa, un uomo solo, vestito di bianco, parlò al mondo; probabilmente alludeva proprio al biondo; magari, mi avrebbe consolato e semplificato le cose; invece, oltre al terrore di ammalarmi, si sono aggiunti inevitabilmente altri pensieri; vabbè, ho capito che il tempo non mi sarebbe mancato.

Tutto improvvisamente si fermò, a partire dal lavoro, quello ufficiale per intenderci. Mi trovai, dalla sera alla mattina, a camminare per il vialone del quartiere in una atmosfera da eterno ferragosto; in giro, solo il buon Vincenzo, Censi l’infermier; uno che, insieme alla vecia Irma, conosce a memoria tutti i culi del circondario; preciso, a suon di bucarli con l’ago della siringa.

Le autorità ti concedevano di muoverti solo per comprovate necessità. Con la coscienza ero a posto; fare radio, per me, era una necessità nonché, una valida terapia per combattere la scaga.

Per quanto mi riguarda, il distanziamento sociale, la medicina del momento, non è per niente amara da parar giù, è una gran fortuna che ‘sta roba sia imposta; mi sottrae al pesante onere di fornire delle spiegazioni, quando ho voglia di starmene per i cazzi miei; ovvero, quasi sempre. Ho dalla mia parte anche il grande Fabrizio De André, che diceva; La solitudine può portare a forme straordinarie di libertà”, parole sante. Mi godo questo stato positivo che, gli inglesi, chiamano solitude, diverso, dall’isolamento e abbandono, per riferirsi al quale, usano il termine loneliness; si imparano tante cose dalle canzoni.

Devo essere sincero, quaranta e passa anni fa, pensavo, o meglio speravo, che il microfono dal quale parlavo, avrebbe attirato, come la carta moschicida, una quantità industriale di gnocca o, quantomeno, mi avrebbe aiutato a rivalermi nei confronti di qualche iorillà; mi accorgo invece che, forse a causa del magnete che ha all’interno, non ha fatto altro che calamitare loneliness la quale, in questo tempo sospeso, è cresciuta esponenzialmente come le curve del contagio.

E’ un microfono strano, sembra avere un’anima in grado di comprendere la solitudine; condivide la paura che la malattia arrivi e ti tolga il respiro. No, per carità, non adesso che, la solitudine ci ha fatto capire che finora abbiamo passato una vita in difesa,  preoccupandoci solo che la sventura non ci toccasse. La stessa paura che ci ha fatto prendere strade diverse da quelle che, invece, ci suggeriva il cuore.

Questi sono i miei ascoltatori, persone con pochi “like” nella vita, quelli delle occasioni mancate, con il desiderio sempre acceso che qualcuno si accorga di loro. A me non resta che “mettergli su” canzoni, proprio come si fa con la pasta.

Oggi è l’otto maggio; cinquant’anni fa esatti, usciva “let it be”, anche se vedo che è passata la voglia di cantare dai balconi, apro la finestra dello studio e la faccio uscire; lascio che le sue note, oltre che nell’etere, si propaghino nell’aria tersa:

let it be, lascia perdere, lascia stare … sbirighe in sima

 

“Con un microfono puoi farti ascoltare ma, soprattutto, ascoltarti”

Ellen DeGeneres

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Ea mossarea – storie di tutti i giorni

Racconto

SOLARADIO, una radio da leggere

CAPITOLO 9


“Condannato per omicidio con l’aggravante dei futili motivi”; probabilmente, se non mi fossi trattenuto, sarebbe quello che avreste letto sui giornali, ma,  vi assicuro che, la voglia di scaraventare fuori dal treno, non appena fossimo entrati nella galleria degli Appennini, quella tipa che mi sedeva davanti, colpevole solo di avere addosso lo stesso profumo di Maria Vittoria Benzoni Savelli; era tanta.

Prima ora del primo giorno di liceo; una folata di quel maledetto profumo riempì l’aula precedendo l’esordio in scena della nostra professoressa di lettere; tubino verde, scarpe bianco lucido con tacco dodici e, un fastidioso tintinnio provocato dalla ricca dotazione di gioielli. Alla bionda sembrava che gli occhi dovessero uscire, da un momento all’altro, dalle orbite; assomigliava, in tutto per tutto, a un personaggio politico in voga oggi.

Non ricordo bene la formula matematica ma, il rapporto figa / stronza attribuito dalla commissione di maschietti che, da lì a poco, si sarebbe insediata; era bassissimo, intorno allo zero virgola qualcosa.

Non mi serviva la sfera di cristallo, tanto immaginavo dove sarebbe andata a parare; dopo una rapida ma estremamente accurata, scansione di tutti i 23 elementi della classe iniziò con l’appello-interrogatorio, gli interessavano sostanzialmente tre dati; cognome, nome e classe sociale. Si capiva che, avrebbe voluto andare direttamente al sodo chiedendo subito, ad ognuno di noi, informazioni sul lavoro del padre ma, alla codarda mancò il coraggio per cui, indagò prima sul luogo di residenza, altamente indicativo dello stato sociale.

Quando, la numero uno, tale Andreatta Vania, toccandosi i bellissimi riccioli biondi, con voce sensuale, pronunciò “Rotonda Garibaldi” ovvero, i Parioli di Mestre, si innescò in me una incontrollabile reazione a catena chimico-ormonale; ma questa è un’altra storia.

Fino a quel giorno, ero abituato ad avere in classe gente che, bene o male, proveniva, dallo stesso quartiere, in più, non ero particolarmente ferrato nella geografia locale. Il numero due, Bibolin Mauro, un ricciolino con la faccia da Bassethound bastonato; a domanda, con un filo di voce e scarsissimo entusiasmo, rispose; “Cipressina”. Mi fu subito simpatico, provai nei suoi confronti, una grande tenerezza mista allo stupore derivato dal non sapere dove cavolo si trovasse quel luogo.

 Pasqualetto era al 17° posto per cui, visto come buttava, avevo tutto il tempo di prepararmi le risposte; da navigato speaker di Solaradio, ea lengua non mi mancava.

  • Campalto dove?”

il sarcasmo della Benz, sembrava uscire anche dalle tette, tenute ovviamente bene in vista.

  • C puntato, E puntato, P puntato; meglio conosciuto come Lido di Campalto; signora professoressa

Realizzai di essere praticamente già stato rimandato a settembre. L’illustre futuro avvocato Campesan, seduto a mio fianco, si mise istantaneamente la mano in tasca, non capivo se per toccarsi le palle o mettere al sicuro il portafoglio.

Non era finita qui; dopo averci minacciato di incularci se facevamo assenze non causate da gravi malattie invalidanti, ci propinò subito un tema dall’originale titolo “mi presento”; in sostanza aveva bisogno, al solo fine di schedarci, di quante più informazioni possibili. Istintivamente girai lo sguardo in direzione del Bibolin; stava con gli occhi rivolti al soffitto a mo’ di imprecazione.

Dopo due giorni, riecco la folata; tailleur nero, stivaloni sadomaso dello stesso colore; sbatté sulla cattedra il registro con sotto i nostri temi. Per un attimo mi squadrò, nella mia immaginazione mi vedevo steso per terra davanti la cattedra, mentre lei mi premeva la testa con il tacco dello stivale.

Iniziò a recensire i lavori mentre, alcuni esimi colleghi, diedero vita a concerti per solo violino e lingua. Il tempo passava e, ancora non arrivava il mio turno né, tantomeno quello del Bibolin; brutto presentimento. Quando giunse alla fine del pacco si mise a sbuffare; con quelle lunghissime unghie laccate in maniera ineccepibile, prese a tamburellare sopra i due fogli protocollo rimasti; stette un attimo in silenzio, cercai conforto nello sguardo del Bibolin che però, prontamente, da sotto il banco, con la mano chiusa a pugno, fece l’inequivocabile gesto, chiaro preludio alle intenzioni della prof.

– “Bibolin e Pasqualetto, .. non ci siamo”.

Il sospiro della Benz provocò un’altra tremenda zaffata di quel suo, chiamiamolo, profumo; gli occhi uscirono ancora più fuori dalle orbite; sembrava che un bottone della camicetta, quello posizionato sul davanzale, stesse per saltare da un momento all’altro; si tirò su le maniche per sistemare meglio quel mezzo kilo d’oro che aveva su ogni braccio, come se si preparasse per prenderci a sberle.

“Fuori tema”, fu il verdetto; la masnada degli sviolinatori si girò verso di noi guardandoci con ghigno diabolico, in attesa di ordini superiori ed eseguire la sentenza ovvero; metterci alla gogna.

– “A Pasqua, almeno l’ironia no’ te manca. Mò me devi spiegà ‘sta storia che parlicchi so ‘na fantomatica radio”

Fui il primo al quale si rivolse in romanesco; l’avrebbe fatto ogni qualvolta intendeva sminuire qualcuno. “Parlicchiare su una fantomatica radio”; come fanno presto due parole sbattute la, dall’alto di una cattedra, a mandare in frantumi l’entusiasmo di un adolescente. Menomale che l’Andreatta mi lanciò un’occhiata complice che, mi tirò su il morale e, anche qualcos’altro.

“Il Piave mormorò, non passa lo straniero!”; mi risuonò nella testa la famosa canzone; il nemico, ovvero la Benz, stava passando il limite; passai alla riscossa verbale. L’entusiasmo e la passione per Solaradio, furono la mia arma letale; alla fine della mia arringa, in classe non volò una mosca; la campanella salvò la signora da un certo imbarazzo.

  • “Ma che casso ti gà scritto?”

Bibolin mi affiancò in corridoio, non aveva più la faccia da Bassethound bastonato, era alquanto divertito dalla situazione; ci scambiammo i fogli protocollo.

In piazza Barche, i nostri autobus prendevano direzioni diametralmente opposte; era facile però intuire che, alla fine, ci avrebbero sbarcato sulla stessa identica realtà. Un posto ambito, era il sedile dove un tempo stava il bigliettaio, in pelle, comodo, disponeva di un tavolino che, noi studenti sfruttavamo come banco autotrasportato per sistemare gli appunti e altre incombenze scolastiche; quel giorno ci stesi sopra il tema del Bibolin.

Sono nato e abito alla Cipressina, detta anche Depressina, uno dei tanti quartieri dormitorio di Mestre ..”. Quartiere dormitorio, che strano termine; mi immaginavo palazzoni con camerate piene zeppe di letti a castello, un po’ come nella colonia dove d’estate, fin dalla tenera età di sei anni, mi spedivano i miei.

Campetto da calcio, due bar, dove le bestemmie erano usate a mo’ di punteggiatura; la chiesa, dove vengono favoriti sempre i soliti, usualmente seduti in primo banco. Per i giovani non c’era ‘sta grande offerta di attività; potevi giocare a basket sul campetto del patronato a patto che frequentassi l’incontro del venerdì; dove, un pretino sedeva a capotavola con a fianco, i suoi discepoli preferiti; l’insegnamento impartito era sempre quello; non trombare prima del matrimonio, nemmeno con la fantasia; non andare a far vasche in piazza; tenersi lontano dai bar e dalle discoteche.

Fortuna che eravamo distanti di banco altrimenti, la Benz avrebbe montato su un impianto accusatorio non facilmente demolibile; i nostri due temi erano praticamente una fotocopia, stessi luoghi stesse persone ma, soprattutto stessa vena malinconico-ironica usata per descrivere la banalità.

– “Tirate su da quel letto, che go da passar ea lucidatrice !!”

Ormai non riuscivo più a sopportare il tono di voce di mia madre; ogni qualvolta doveva impormi qualcosa, mi fracassava i timpani; altra cosa che non sopportavo era la brusca interruzione di una fantasia erotica; il faro della vecchia Sangiorgio, illuminò a giorno la mia cameretta, mentre stavo per avere il mio primo rapporto sessuale completo con la Andreatta. Chissà se anche Bibo, ormai lo avevo già soprannominato tale, aveva una mamma così disgraziata; nel suo tema non c’era menzione alcuna della famiglia.

Nel mio, l’argomento era stato volutamente relegato tra gli omissis; in primo luogo perché non c’era niente di particolare da dire o, di che vantarmi anzi, me ne vergognavo; la gente comune non fa colpo, tanto vale non parlarne. La mia tesi fu avvalorata il giorno della lettura dei temi; era tutto un susseguirsi di padri avvocati o ingegneri, madri affettuose alle quali i padri avvocati o ingegneri avevano appena regalato la macchina nuova in quanto, la pelliccia di visone era già stata regalata l’anno prima; i dolcissimi nonni facevano migliaia di kilometri per scendere giù dalle loro case al mare o in montagna e andare a trovare i nipoti ovviamente, portando con se una busta regalo, ben imbottita di bigliettoni da cinquantamila lire.

Cosa dovevo dire di mio padre, che all’età di 10 anni fu preso da mio nonno a pedate nel culo e mandato a lavorare in mezzo ai campi; colpevole solo di avergli chiesto una bicicletta. Oh, certo, potevo raccontare che era giunto all’apice della carriera, ora aveva un tornio tutto suo e un “bocia” a cui insegnare, a suon di bestemmie e “tangare” sulla testa, il mestiere. Non credo facesse molta poesia, se raccontavo che se ne stava giorni interi in quel maledetto orto ad annaffiare le colture con l’acqua del putrido fosso ma che, almeno quello, gli faceva dimenticare le ciminiere di Porto Marghera. Che dire poi di mia madre, sfatta nel fisico e assente con la mente, passava tutto il giorno, come un automa a ripetere le stesse faccende domestiche, cantando a squarciagola le solite canzoni; unica distrazione alcuni fotoromanzi sgualciti che gli passava la parrucchiera, le rare volte che ci andava. Lasciamo perdere mio fratello; il vero uomo, tenuto su un piedestallo dai miei in quanto, già da tempo lavorava; unico e valido supporto al magro bilancio familiare; non come me che, magnavo schei a tradimento. Devo dire però che c’era, qualcosa in cui credere, una solida la fede che reggeva la mia famiglia, per noi uomini il Milan, per mia madre la Carrà.

Non ho mai sopportato quelli che, come Maria Vittoria Benzoni Savelli, ancor prima di sapere come ti chiami, ti chiedono informazioni dettagliate riguardo la tua famiglia; e lei, probabilmente, non sopportava chi volontariamente o meno, ometteva di fornire queste informazioni per cui, qualsiasi altra cosa avessimo scritto era ovviamente, “fuori tema”.

“No go capio, to pare xè ingegner, professor o avvocato? In cossa el xé laureà?”;

El Bibo, non perse tempo per, come diciamo noi, tirarme in lengua;

– “El xé laureà in tornitura de fin”;

-“Ah, el mio invesse in saldatura col caneo”;

-“E dove, l’esercita ea profession?”;

-“El ga el studio a Marghera, al Breda”;

-“Orpo, el mio la vissin; Vetrocoke Azotati! E to mare?”;

-“Casa a batar strassa tutto el giorno”;

-“Idem con patate”;

-“Scolta, però, ea to’ radio ea fa un fià da cagar; a casa mia no ea ciapo”;

-“Par forsa, el posto dove che ti abiti fa da cagar”;

-“Senti chi parla, queo coi rubinetti de oro in casa

Consideravo un preciso impegno istituzionale, fare in modo che, in un quartiere sfigato come il nostro, si potesse ricevere Solaradio. Fracassai i maroni per settimane a sior Sergio, alla fine, il segnale, giunse chiaro e forte alla “Depressina”; al Bibo, comunque ‘sta cosa sembrava non fargli né caldo, né freddo. In quel periodo, alla sera io e Paperoga, ci alternavamo a condurre quello che era un classico delle prime radio libere; le dediche in diretta. Un nebbioso lunedì di fine ottobre, arrivò una telefonata indimenticabile:

– “Pronto xè ea radio?”

– “Si, chi parla?”

-“’Sera maestro, so Umberto Cassador detto Berto, un barbier qua de Mestre”

-“Bene, finalmente una telefonata dal centro città, vuole fare una dedica?”

-“No, un annuncio, se el me parmette”

-“Certo, dica pure”

-“Steme a sentir, insomma, voria dir a tutti che ea mujer de Gino Visentin; … lo fa beco!!”

-“Scusi ma ..”

-“No, no ghe xè ma e no ghe xè se; maestro, so sicuro de queo che digo”

“Come fa ad essere sicuro, ha le prove?”

La cosa iniziava a divertirmi

-“Ostia xè go e prove! Xo mi che me ea cia…”

La telefonata di quel fantomatico Berto Cassador, durò quasi mezz’ora; iniziò a descrivere nei minimi particolari, i focosi incontri con la sua amante; non appena eccedeva con le oscenità o, accennava a frasi volgari; mi divertivo a censurarlo mandando della musica. Da quella sera, Berto Cassador, non mancò di continuare a telefonarci e ad allietarci con le sue storie “de done nue”. Dalle sere successive, fatalmente, iniziammo a ricevere anche le tristi telefonate di Gianni “Nane Sfiga” Berton, il cui motto era “ea vita xè un cesso sporco”; poco dopo seguirono i comizi in diretta del compagno Piero “el Ce” Cecchinato; gli indimenticabili consigli per cuccare di Antonio “Tony Piassa Fero” Lovadina; durante le mie radiocronache dal campetto, iniziò a telefonarci Luigino “Ginetto in baeon” Passarin, opinionista ubriaco; c’era una cosa che, però, accumunava questi personaggi, un tono di voce stranamente simile. Credo che, ancora oggi, a parte noi di Solaradio, il grande pubblico ignorasse che, dietro a quei personaggi, ormai entrati nell’immaginario mitologico, si nascondeva el Bibo; un segreto che ci porteremo nella tomba.

A parte questa sorta di collaborazione radiofonica, io e lui condividevamo ea poca voia de far ben a scuola e, un obiettivo comune; la disperata ricerca di “quella cosa la”. A causa dei continui insuccessi nei due ambiti precedentemente menzionati, eravamo dediti al consumo, o meglio, abuso, di tramezzini e birrini, presso un popolare locale di via Mestrina; in più, dovevamo faticare non poco a racimolare i soldi necessari per permetterci quella sorta di dipendenza. I nostri genitori, a differenza di molti altri, non ci davano la paghetta settimanale in quanto, adottavano il metodo self-service ovvero, ci dicevano “co te serve i schei totei” il che, sembrerebbe semplice ma, in realtà, quella frase sottintendeva che, per ogni biglietto da mille era necessaria una formale domanda in carta bollata nella quale, sotto giuramento, si dovevano elencare i validi e giustificati motivi del prelievo. L’evasione e il godereccio non erano contemplati, per cui, era necessario ricorrere a una sorta di elusione fiscale, mascherando le uscite relative a, pizzette, tramezzini, mozzarelle, Giambonetti, birrini, colini, gelatini e altre sostanze classificate alla stregua della droga; come spese per materiale scolastico; non era facile ma, bastava far ricadere la colpa sul quel cagacazzi ed esigente professore di turno che, ci faceva spender un sacco de schei per niente.

Arrivò la vigilia di Natale ed avevo grandi aspettative; pur non credendo più a Babbo Natale, ne aspettavo uno in minigonne che, stranamente somigliava a Vania Andreatta; ero ormai deciso, dopo le vacanze, con una scusa, l’avrei invitata in radio e poi, chissà. Nessuno al mondo sapeva che, tale Nicola, il tipo che dedicava alla misteriosa “Shirley Temple”, bellissime canzoni d’amore; ero io e che, “Shirley Temple”, la ricciolina bionda era, ovviamente, Vania Andreatta. Ormai era partito il film; la vedevo seduta a fianco a me nella penombra del cinema Excelsior e poi, mentre salivamo, mano nella mano, sulle scale mobili di Coin. Quel giorno, quando il palco crollò, il tonfo fu veramente forte. L’immagine di quello stronzo e gran rotto in culo del Narozzo che, sfoderando un sorriso da quarantacinque pollici, avanzava verso me e Bibo, stringendo con il braccio la spalla della Andreatta, marchiò a fuoco, permanentemente, una parte della mia memoria. Che il fattaccio, avesse provocato pure al Bibo un violento shock depressivo di natura sentimentale, era innegabile; entrambi balbettavamo mentre con un falso sorriso di circostanza facevamo gli auguri alla coppia inoltre, seguì un buon quarto d’ora di silenzio durante il quale perdemmo l’orientamento dopodiché, emisi un sospiro;

– “Se magnemo ‘na mossarea?”

Ancora oggi, faccio fatica ad ammettere che, il vero motivo per cui, alla fine di quell’anno scolastico, abbandonai il liceo per finire all’Istituto Tecnico, in una classe di soli maschi; non fu il disastroso rendimento ma, quella forte delusione sentimentale. Forse perché eravamo ormai legati da una specie di filo invisibile, fatto sta, che mi seguì pure il Bibo; alla fine, i nostri genitori vinsero quella battaglia; dovevamo imparare a rassegnarci, i figli degli operai al massimo, se proprio gli va bene, possono aspirare a diventare caporeparto; inoltre, c’era il problema che, andando al liceo, sarebbe passato del tempo, prima che riuscissimo a portare a casa schei.

Nonostante continuassi la terapia a base di forti dosaggi di mozzarelle e spuma, ogni qualvolta si avvicinavano le feste di Natale cadevo in depressione. Non arrivava mai quel regalo tanto desiderato; un pacco dal quale esce una ricciolina bionda con addosso un giubbotto blu metallizzato, una minigonna scozzese e dei lunghi stivali bianchi; così era vestita Vania Andreatta, domenica 24 dicembre 1978.

Anche il 1982 era iniziato all’insegna del pessimo umore; fare lo speaker a SolaRadio, non aveva portato, in termini di caccia a “quella cosa la”, nessun risultato apprezzabile. Il giorno dopo il Festival di san Remo, Bibo chiamò in radio; quella volta non interpretò uno dei suoi personaggi ma, se medesimo; chiese con insistenza di mandare in onda “storie di tutti i giorni”, la canzone vincitrice. Doveva essere ammattito; lui che, come me d’altronde, snobbava il Festival e certi generi di musica. Il disco non ce l’avevo, inoltre il festival, visto com’ero preso, non l’avevo nemmeno guardato; però, spinto dalla inusuale richiesta del Bibo, il giorno dopo andai dal nostro spacciatore di dischi a procurarmelo.

Dalla mia piccola esperienza radiofonica, ho imparato che, le canzonette, cosiddette in senso dispregiativo, nascondono spesso un significato profondo; se poi, andiamo a vedere la definizione storica, scopriamo che, la canzonetta, nata alla fine del 1500, narrava le vicende quotidiane del popolo. “Storie di tutti i giorni”, si poteva tranquillamente definire la nostra autobiografia, una di quelle canzoni che avresti voluto scrivere tu ma che, purtroppo, qualcuno, un attimo prima ti ha preceduto.

Prosciutto o acciughe? Il dubbio amletico che affligge il Bibo è sempre lo stesso; la mia mozzarella in carrozza ormai galleggia in un mare di olio bollente, pronta a ustionarmi il palato e lui, è ancora indeciso sul gusto da scegliere.

Questa è la mozzarella della vigilia di Natale numero quarantuno, non ne abbiamo saltata nemmeno una, quando arriveremo alla cinquantesima, se ci arriveremo; sarà gran festa. Ovviamente, non è che ce ne mangiamo solo una all’anno; in quarantun anni, di mozzarelle sotto i denti, ce ne sono passate un’infinità, ad occhio qualche quintale, si vede dalla nostra corconferenza. Oggi, che sono ormai elevate a eccellenza dello street food, ci tocca mangiarla in strada, non prima di aver fatto la fila davanti a questa roulotte vintage; sparita, come tanti posti storici qui a Mestre, la mitica rosticceria di via Allegri; le vedevamo scendere giù dal montacarichi appena fritte, con le bave alla bocca sperando che fossero le nostre. Per noi due, la mozzarella in carrozza, ha sempre avuto un’intrinseca valenza psicologica è, giusto per usare ‘sti termini che vanno tanto di moda, il nostro comfort food per eccellenza.

Da un po’ di anni, inoltre, dopo la tradizionale mossarea dea vigilia, pranziamo assieme in un pub zona “depressina”; sentiamo il bisogno di un po’ più di tempo, per poterci scambiare in tranquillità, come quei primi giorni di liceo, il nostro tema. Il titolo però è cambiato in “storie di tutti i giorni”; è una passione che, guarda caso, continua ad accumunarci; da quel primo tema assegnatoci al liceo. Scrivere della quotidianità, che i più snobbano in quanto non fa scalpore né, tantomeno genera facile reddito, è una missione che va al di là di quella che è il nostro lavoro. Scriviamo per professione, con modalità diverse ma, complementari; io scrivo, alla faccia del computer, ancora con la penna su di un vecchio taccuino sgualcito; Bibo scrive con la luce ovvero, da cui il termine, fotografa; due anime nello stesso corpo.

Sul tavolo, decine di foto, che devono essere raccontate e decine di racconti che aspettano di essere fotografati; così siamo arrivati a quattro libri e una mostra. Raccontare le storie altrui, ci viene facile; non quanto parlare di noi che, abbiamo condiviso, riguardo certi aspetti della vita, lo stesso sfigato destino. Se uno vuole capire chi siamo veramente, deve imparare a leggere il messaggio nascosto tra le righe del nostro raccontare, spesso ironico, ma che, in realtà, cela malinconia ed eterna insoddisfazione. Noi, ad ogni ritrovo, continuiamo a scambiarci battute superficiali sullo stesso argomento ovvero, la scomparsa dei miei capelli e, la smisurata crescita dei suoi; silenzio invece, come quella vigilia di Natale di quarantun anni fa riguardo, “questo amore che non è grande come vorrei”; d’altronde, sono quarantun anni che … continuiamo ad andare fuori tema.

Storie di tutti i giorni
Vecchi discorsi sempre da fare
Storie ferme sulle panchine
In attesa di un lieto fine
Storie di noi brava gente
Che fa fatica, s’innamora con niente
Vita di sempre, ma in mente grandi idee
Un giorno in più che se ne va
Un orologio fermo da un’eternità
Per tutti quelli così come noi
Da sempre in corsa, sempre a metà
Un giorno in più che passa, ormai
Con questo amore che non è grande come vorrei

Storie come amici perduti
Che cambiano strada, se li saluti
Storie che non fanno rumore
Come una stanza chiusa a chiave
Storie che non hanno futuro
Come un piccolo punto su un grande muro
Dove scriverci un rigo
A una donna che non c’è più

Un giorno in più che se ne va
Un uomo stanco che nessuno ascolterà
Per tutti quelli così come noi
Senza trionfi, né grossi guai
Un giorno in più che passa, ormai
Con questo amore che non è bello come vorrei

Storie come anelli di fumo
In un posto lontano, senza nessuno
Solo una notte che non finisce mai
Un giorno in più che se ne va
Dimenticato tra i rumori di città
Per tutti quelli così come noi
Niente è cambiato niente cambierà
Un giorno in più che passa ormai
Con questo amore che non è forte come vorrei

Riccardo Fogli, Guido Morra, Maurizio Fabrizio © 1982

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Foto a Km0 – Primavera

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Favaro Veneto – Ca’ Solaro

Se la vista di cieli azzurri ti riempie di gioia, se un filo d’erba cresciuto in un prato ti commuove, se le cose semplici della natura hanno un messaggio che riesci a capire, rallegrati, perché la tua anima è viva.
Eleonora Duse

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Favaro Veneto – bosco Ottolenghi

Questo mi dice un campo luminoso di primavera: semina la gentilezza, cogli il rispetto, coltiva la serenità.
Fabrizio Caramagna

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Dese

Porta il vento di maggio l’odore
del fieno, il cielo immobile splende.
Gli occhi stanchi colpisce di lontano
il rosso papavero in mezzo al tenero grano.
Attilio Bertolucci

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Favaro Veneto – Bosco Ottolenghi

A ogni incontro con la primavera
non so star quieto; sorge il desiderio
antico, un’ansia mista ad un’attesa,
una promessa di bellezza
e una gara di tutto il mio essere
con qualcosa che in essa si nasconde.
Quando la primavera svanisce
v’è il rimorso di non averla guardata abbastanza.
Emily Dickinson

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Favaro Veneto – Bosco Ottolenghi

Primavera non bussa lei entra sicura come il fumo lei penetra in ogni fessura ha le labbra di carne i capelli di grano che paura, che voglia che ti prenda per mano. Che paura, che voglia che ti porti lontano.
Fabrizio De Andrè

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Campalto – parco Chiarin

Questo mi dice un campo luminoso di primavera: semina la gentilezza, cogli il rispetto, coltiva la serenità.
Fabrizio Caramagna

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