Vento dall’est

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 1 – Vento dall’est

Giovedì 18 giugno 2009

La vita appartiene a coloro che vivono, e coloro che vivono devono essere preparati per i cambiamenti. Johann Wolfgang von Goethe

Ci mancava anche quella frase di merda sul muro di quella hall di merda di quell’azienda di merda. Non mi avevano nemmeno liquidato con il classico “le faremo sapere”; macché, sono andati giù diretti, “lei non soddisfa i requisiti di selezione inerenti al profilo professionale ricercato” o qualcosa del genere, stronzi di merda, affanculo. 

Fallito l’ennesimo tentativo di cambiare lavoro, fallito di conseguenza l’ennesimo tentativo di cambiare la mia piatta e monotona vita; piatta e monotona come i campi che mi circondavano. Le mie palle stavano tracciando per terra due lunghi solchi profondi e perfettamente paralleli simili a quelli del troso che porta alla casa nova. Trentadue gradi e l’umidità che sarà stata al 99%. Porco di un mondo, eravamo appena all’inizio dell’estate e quel cancaro de sofego, oltre alla rabbia, mi stava rendendo ancora più pesante l’obbligo istituzionale di recarmi da mia madre per la consueta visita infrasettimanale. 

La foschia contribuiva a rendere tutto incolore; sfido chiunque, non sia nato da queste parti, di riuscire a distinguere una casa nova da un’altra; sono tutte uguali, spesso costruite accanto alla casa vecia, ovvero la vecchia casa colonica che, nonostante sia pericolante, continua a essere usata come deposito. Le case nove sono casette di due piani, misurano massimo quindici metri per quindici metri e soprattutto non sono quasi mai dipinte ma lasciate in grigio intonaco, un vero esempio di globalizzazione edilizia.

Ogni giovedì, la pausa pranzo era dedicata a mia madre Giuseppina, detta Bepina ea vedova. Ottantatre anni portati malissimo, ea Bepina, da circa due anni non era più autosufficiente; artrosi, diabete, depressione e demenza senile l’avevano ridotta ormai a trascorrere i suoi giorni in carrozzina e a fare discorsi incomprensibili ad alta voce. In realtà, con la testa non è mai stata del tutto in bolla ovvero, come diciamo noi, “ghe mancava un boio”; mio padre, per primo l’ha sempre considerata ‘na insemenia; tra parentesi, mi chiedo perché l’abbia sposata.

Bepina, guadagnò il titolo di Bepina ea vedova l’11 novembre 1977, quando morì mio padre Giovanni alias Ioani Nosea. Inspiegabilmente mia madre, ancora prima di rimanere vedova, vestiva sempre di nero e, sempre inspiegabilmente, ogni sacrosanto giorno andava in cimitero per cui, non dovette cambiare abitudini e nemmeno outfit.

Le abitudini, purtroppo, le dovetti cambiare io. Ogni domenica pomeriggio, per non so quanti anni, invece di fare cose più consone a un ragazzino, fui costretto a trascorrere interi pomeriggi in cimitero, a braccetto della Bepina. Passavamo in rassegna i vari pori, ovvero i parenti e conoscenti defunti. Vi risparmio l’elenco completo ma, si partiva dalla pora Olga, mia nonna morta nel 1951, per finire sempre a un certo Rino morto nel 1966.

Quel giovedì non mangiai quasi niente; fiaccato dal sofego e, in preda a quella rabbiosa depressione, mi rinchiusi in quella che era stata la mia cameretta; tutto petaisso, mi distesi nel mio ex letto. Non era servito a nulla tenere la tapparella abbassata e la finestra aperta, l’afa, come un gas tossico, sembrava penetrarmi nei polmoni fino a soffocarmi. La sgradevole sensazione era accentuata dal pensiero che, fra mezz’ora sarei dovuto salire sulla rovente auto della ditta, rigorosamente senza climatizzatore, per tornare alla triste routine lavorativa. Non mi restava altro che consolarmi proiettandomi uno dei miei film mentali. Le sceneggiature, in genere, cambiavano di poco, usai una delle più collaudate. La scena si svolgeva in un piccolo albergo di charme in riva al mare, la serata era tersa e ventilata, stavo cenando nel porticato assieme a una bellissima ragazza, arrivata il mio stesso giorno. Mi raccontò di essere lì per ritrovar pace dopo una burrascosa vicenda sentimentale. Ascoltava incantata con il viso appoggiato sui pugni chiusi i miei discorsi filosofici sull’importanza della solitudine, i suoi occhi verdi non smettevano di fissarmi. Ad un tratto prese ad accarezzarmi dolcemente il viso. All’improvviso una voce fuori campo con accento dell’est mi fece ritornare bruscamente al qui e ora.

Era Irina, la badante moldava dea Bepina; che, con il suo tono di voce talmente penetrante che la si potrebbe usare come antifurto, mi disse di aver trovato qualcosa in camera di mia madre. Mi alzai intorpidito asciugandomi con la mano il rivolo di bava che nel frattempo si era riversato sul cuscino.

Avevo autorizzato ea slava, come la chiamava mia sorella, a sistemare i cassetti del vecchio comò di mia madre; era necessario mettere un po’ di ordine ma, soprattutto, buttare via la biancheria che, ormai, vecchia di decenni, puzzava di muffa.

Per mamma Bepina, quel comò è sempre stato sacro e, fino a quando era mentalmente in salute, inavvicinabile. Come tutte le donne di campagna possedeva pochissime cose di sua esclusiva proprietà, tutto quello a lei caro si trovava all’interno di quel metro cubo scarso. Ea Bepina quando si arrabbiava gridava come una forsennata e a questo si limitava; l’unica volta che, al contrario di mio padre, alzò le mani con me, fu quando all’età di sei anni, spinto dalla curiosità, aprii il famoso comò. Quell’evento eccezionale fece in modo che ne stetti alla larga per sempre; pazienza, in fin dei conti era bello pensare che in casa ci fosse un posto così misterioso. Mamma, tipico di molti anziani dotati di badante, era convinta che Irina, ne avesse trafugato il prezioso contenuto; purtroppo, non immaginava, che ormai, qualsiasi cosa avesse avuto un minimo valore commerciale, sia che fosse stata dentro il comò o, in qualsiasi altro posto della casa, era già, da tempo, finita nelle mani di mia sorella e di mio cognato; per cui, non avevo idea di cosa ea slava, avesse potuto trovare di tanto importante; ma, ormai, aveva interrotto la proiezione del mio film sulla scena madre, tanto valeva andare a vedere.  

La vidi intenta a maneggiare un vecchio libretto da messa spiegazzato e una specie di tovagliolo rosso; la faccia era quella di una che sta cercando di capire cos’è la sorpresa trovata nell’uovo di Pasqua. Avvicinandomi, constatai che il presunto libretto da messa, recava sulla copertina la scritta, “On the road” e, il tovagliolo era in realtà una bandana rossa con dei disegni bianchi; dovetti quasi strappargli a forza i due reperti archeologici dalle mani. Quella bandana aveva un’aria familiare, avevo la netta sensazione di averla già vista in un passato remoto. 

Non so se si trattò di una semplice coincidenza, in quel preciso istante, dalla finestra, entrò un fresco venticello de borin

Vento dall’est, qualcosa di strano fra poco accadrà … troppo difficile capire cos’è, ma penso che un ospite arrivi per me …”

Quella di Mary Poppins è una delle mie storie preferite; ho sempre desiderato che, un giorno, una persona speciale, facesse improvvisamente capolino nella mia vita, cambiandone radicalmente il corso. Quel vento dall’est attivò un’emozione tanto indescrivibile quanto forte; era come se, contemporaneamente, venisse esaudito un mio desiderio e, resa giustizia, per quella che finora, era stata una piatta vita di merda senza particolari emozioni. 

Con quello stato d’animo, passai a esaminare quel vecchio libro odorante di muffa. Ero fortemente convinto che l’interno dovesse per forza celare qualcosa. Sfogliai velocemente le pagine piene di macchioline giallognole; il mio intuito non sbagliò; alla fine, dietro la copertina trovai una frase scritta a penna.

Mi presero le palpitazioni e iniziai ad agitare le gambe; a Irina, dovevo essere sembrato sul punto di fare un colpo; me ne stavo, come un ebete, con gli occhi fissi su quelle poche righe scritte in inglese, senza proferir verbo. “Dimmi cosa c’è scritto”, continuava a ripetermi mentre contemporaneamente, tentava di tenermi fermo il braccio. 

Cercavo invano di capire il significato della frase; le parole si mescolavano, riuscivo solo a mettere a fuoco il mio nome e una data, alla cui vista, quasi svenni.

Irina mi fece sdraiare di nuovo sul mio ex letto e mi diede delle gocce di Valeriana che usava anche per la Bepina, era sempre stata contraria a psicofarmaci e porcherie varie.

Irina, o meglio, Ecaterina Cazacu, classe 1936; una laurea in tasca, per quasi trent’anni è stata addetta commerciale in un’industria manufatturiera dell’ex Unione Sovietica; lo scoprii quel giorno quando, dopo un quarto d’ora, tornò con un foglietto in mano, vi era scritta la frase tradotta.

21 agosto 1966

Caro Angelo,

Camminare per l’eternità, senza fermarmi, senza una meta; camminare, per sopravvivere, per dimenticare. 

Non riesco a fare altro; camminare, cantare e suonare la chitarra.

Mi piacerebbe portarti con me, ma devo dirti addio; le nostre anime, comunque, saranno per sempre unite.

Ti lascio questo libro, spero che un giorno leggendolo troverai il coraggio di lasciare tutto e metterti in cammino, magari per cercarmi. Chissà se il destino ci farà incontrare.

Vivi in pace e non avere paura di seguire la musica, ricordati che la musica non ha mai ucciso nessuno.

Buona fortuna mio piccolo

Kate

Io, Angelo Furlan detto fugasseta, il perché ve lo spiegherò in seguito, sono nato il 10 agosto 1966.

Continua …..

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un attimo di attenzione

Portraits of women – II

© 2024 – Photograph by Michele Camillo

Noi maschi sprechiamo tempo a rintronarle di battute memorabili quando l’unica cosa che ci chiedono è di prestare attenzione ai loro pensieri.
Massimo Gramellini

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Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive.
Quelle come me donano l’anima,
perché un’anima da sola è come una goccia d’acqua nel deserto.
Quelle come me tendono la mano ed aiutano a rialzarsi,
pur correndo il rischio di cadere a loro volta.
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro.
Quelle come me cercano un senso all’esistere e, quando lo trovano,
tentano d’insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo.
Quelle come me quando amano, amano per sempre.
e quando smettono d’amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono inermi nelle mani della vita.
Quelle come me inseguono un sogno
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero.
Quelle come me girano il mondo alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell’anima.
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo.
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime.
Quelle come me sono quelle cui tu riesci sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla.
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che, in cambio,
non riceveranno altro che briciole.
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza.
Quelle come me passano inosservate,
ma sono le uniche che ti ameranno davvero.
Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto…

Alda Merini

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Ascolta la donna quando ti guarda, non quando ti parla – Khalil Gibran

Ricordo esattamente l’istante in cui nel mezzo della folla annoiata mi sono accorto del tuo sguardo incantato. In quel momento ho capito cosa deve provare un’anima sperduta quando, tra tanti corpi, riconosce quello in cui sceglie di reincarnarsi. (Giuseppe Tornatore)

“La bellezza di una donna non dipende dai vestiti che indossa né dall’aspetto che possiede o dal modo di pettinarsi. La bellezza di una donna si deve percepire dai suoi occhi, perché quella è la porta del suo cuore, il posto nel quale risiede l’amore.” (Audrey Hepburn)

 

© 2016 – 2024 Michele Camillo Ph.

Fotocanzoni – Il mio canto libero

Le canzoni sono ricordi del passato e desideri del futuro.

© 2017 Michele Camillo Ph.

In un mondo che
Non ci vuole più
Il mio canto libero sei tu
E l’immensità
Si apre intorno a noi
Al di là del limite degli occhi tuoi

Nasce il sentimento
Nasce in mezzo al pianto
E s’innalza altissimo e va
E vola sulle accuse della gente
A tutti i suoi retaggi indifferente
Sorretto da un anelito d’amore
Di vero amore

In un mondo che
Prigioniero è
Respiriamo liberi io e te
E la verità
Si offre nuda a noi
E limpida è l’immagine
Ormai

Nuove sensazioni
Giovani emozioni
Si esprimono purissime in noi
La veste dei fantasmi del passato
Cadendo lascia il quadro immacolato
E s’alza un vento tiepido d’amore
Di vero amore
E riscopro te

Dolce compagna che
Non sai domandare, ma sai
Che ovunque andrai
Al fianco tuo mi avrai
Se tu lo vuoi

Pietre, un giorno case
Ricoperte dalle rose selvatiche
Rivivono, ci chiamano
Boschi abbandonati
E perciò sopravvissuti vergini
Si aprono, ci abbracciano

In un mondo che
Prigioniero è
Respiriamo liberi
Io e te
E la verità
Si offre nuda a noi
E limpida è l’immagine ormai

Nuove sensazioni
Giovani emozioni
Si esprimono purissime in noi
La veste dei fantasmi del passato
Cadendo lascia il quadro immacolato
E s’alza un vento tiepido d’amore
Di vero amore
E riscopro te

© 1972 Lucio Battisti / Mogol

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022 – 2023

Fotocanzoni – Donna sola

© 2017 Michele Camillo Ph.

Succede spesso, incrocio lo sguardo e parte istintivamente lo scatto.

Ne escono donne che sono canzoni di Mimì

© 2017 Michele Camillo Ph.

© 2019 Michele Camillo Ph.
© 2021 Michele Camillo Ph.
© 2016 Michele Camillo Ph.

Io
Non son più io, mi sento da sola
Qualche cosa dentro me è cambiato, ma cos’è?
Oh-oh, oh, oh 
Oh, non dir di no e lasciami sola
Non dipende più da te

Potresti regalarmi il mondo intero, che me ne farei?
Io cerco solo il vento e una scogliera
Dentro gli occhi miei
E sopra il mare volerei
Per non tornare, credimi 
Sola

Non pensare adesso che
Qualcun altro sia con me 
Oh-oh, oh no
Ti ho detto da sola
Io con la mia anima

Sarà che questo mondo ha rovinato
Tutti i sogni miei
Se non avessi te che sei innocente
Giuro me ne andrei
Ed oltre il mondo volerei
Per non tornare, credimi 
Sola

Per sentirmi libera, finalmente libera
Oh, Sola
Io con la mia anima

Ma chi piangerà, lo so sarò io
Io che resterò sola 
Sola
Resterò (sola) sola
Sola, (sola)
Sola, sola, sola
Sola
Resterò sola, sola, ah
Sola, sola

© 1972 Luigi Albertelli, Dario Baldan Bembo, Bruno Lauzi

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022 – 2023

The Christmas Blues

Questi giorni maledetti che sanno di malinconia e panettone

E’ davvero possibile dire a qualcun altro come ci si sente
Lev Tolstoj

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© 2021 – 2022 Michele Camillo Ph.

The jingle bells are jingling
The streets are white with snow
The happy crowds are mingling
But there’s no one that I know

I’m sure that you’ll forgive me
If I don’t enthuse
I guess I’ve got the Christmas blues

I’ve done my window shopping
There’s not a store I’ve missed
But what’s the use of stopping
When there’s no one on your list

You’ll know the way I’m feeling
When you love and you lose
I guess I’ve got the Christmas blues

When somebody wants you
Somebody needs you
Christmas is a joy of joys
But friends when you’re lonely
You’ll find that it’s only
A thing for little girls and little boys

May all your days be merry
Your seasons full of cheer
But ‘til it’s January
I’ll just go and disappear

Old Santa may have brought you
Some stars for your shoes
But Santa only brought me the blues
Those brightly packaged tinsel covered
Christmas blues

Old Santa may have brought you
Some stars for your shoes
But Santa only brought me the blues
Those brightly packaged tinsel covered
Christmas blues

Bob Dylan

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022

Le Fotocanzoni

Nulla apre gli occhi della memoria come una canzone.

Stephen King

© 2022 – Michele Camillo Ph.

© Michele Camillo Ph 2016 – 2024

Fotocanzoni – E’ nato si dice

È nato si dice poi fu crocifisso
Aveva diviso il mondo in due parti
E quelli che l’hanno trattato più male
Son quelli che hanno inventato il Natale

Allora è arrivato Natale, Natale la festa di tutti
Si scorda chi è stato cattivo, si baciano i belli ed i brutti
Si mandan gli auguri agli amici, scopriamo che c’è il panettone
Bottiglie di vino moscato e c’è il premio di produzione

È nato si dice poi fu crocifisso
Aveva diviso il mondo in due parti
E quelli che l’hanno trattato più male
Son quelli che hanno inventato il Natale

C’è l’angolo per il presepio e l’albero per i bambini
I magi, la stella cometa e tanti altri cosi divini
I preti tirati a parata, la legge racconta che è onesta
Le fabbriche vanno più piano, insomma è un giorno di festa

È nato si dice poi fu crocifisso
Aveva diviso il mondo in due parti
E quelli che l’hanno trattato più male
Son quelli che hanno inventato il Natale

È festa persino in galera e dentro alle case di cura
Soltanto che dopo la festa, la vita ritornerà dura
Ma oggi baciamo il nemico, o quelli che passano accanto
O l’asino dentro la greppia, Natale il giorno più santo.

Pierangelo Bertoli – 1976

© Michele Camillo Ph 2021 – 2022

L’istà da Nane

Tratto dal volume SOLARADIO

© 2022 Michele Camillo

Nel pignaton, dove prima galleggiava el musetto, ora ci sono i bovoeti o meglio, c’è una montagna de ajo sotto la quale devi metterti a cercare qualche bovoeto; è il segnale inequivocabile che è arrivata l’estate.

Ho riflettuto parecchio e, secondo me, il bar di Nane Sberéga, è uno degli ultimi posti dove sono rimasti alcuni pezzi della tipica estate italiana; quella, per intenderci, dove primeggiava l’anticiclone delle Azzore, meglio conosciuto come anticiclone del colonello Bernacca e no, quel cancaro bueo marso di anticiclone africano, portato, a detta di alcuni esperti di geopolitica, sempre presenti da Nane, da quelli che arrivano con i barconi, assieme alle zanzare tigre. 

Oltre ai bovoeti, ci sono le fette di anguria che, Silvano Visentin, general manager, nonché, per discutibili diritti di famiglia, proprietario del marchio Nane Sberéga, ha ancora il coraggio di vendere sfuse, nonostante le mille intimazioni dell’ufficio di igiene. Comunque, c’è l’innegabile vantaggio che, se uno ingurgita velocemente, prima ‘na sbrancada de bovoeti co’ tanto ajo e poi due fette di anguria, molla un possente rutto, in grado di copar tutti i mussati presenti in un raggio di trenta metri dal plateatico del bar, facendo risparmiare al Visentin un bel po’ de schei per il trattamento. Segnalo poi, che quando Denis Sgorlon, Ivan Stevanato e Toni Favaretto uniscono le loro forze per produrre un corale rutto, l’efficacia è ben superiore a quando, negli anni ’70, veniva spruzzato il DDT con l’elicottero; roba da matti; almeno, rispetto al DDT, ‘sta cosa è più ecosostenibile.

Oltre ai bovoeti e alle fette di anguria, ci sono i restai ovvero, quelli che, per una ragione o un’altra, non vanno a trascorrere l’estate in nessun posto, che non sia a stretto tiro di sigaretta dal bar. Quelli che, se sottoposti al domandone dell’estate ovvero, “dove ti va in ferie ‘sto ano?”, non possono far altro che ripetere mentalmente, come un mantra, un vecchio detto locale, “c’è chi va ai monti, chi va al mare, e chi, va ben, ben in cueo de so mare”.

Purtroppo, anch’io, Paperoga e Paolo “Paolino” Dante, meglio conosciuti da Nane come “quei dea radio”, facciamo parte del gruppo dei restai. Discendiamo da una stirpe di restai, figli dei figli di restai. I nostri avi, non si sono mai mossi dalle loro case, non hanno mai visto né monti né mari ma, solo la piatta e triste pianura padana. Noi restai, non abbiamo lo spirito del viaggiatore; viaggiare, allontanarci dalle nostre sicurezze, ci mette ansia, siamo quelli che, quando raramente partiamo, ci voltiamo indietro, centinaia di volte, per la preoccupazione di non aver chiuso il rubinetto del gas.

In passato, abbiamo messo in atto maldestri tentativi per non rimanere nella categoria. Ci abbiamo provato sin da bambini, facendoci spedire in colonia; puntualmente, ogni anno, tornavamo a casa, fiaccati nel corpo e nella mente, come se avessimo fatto vent’anni di naja. In seguito, ci rivolgemmo ai preti, con il risultato di trovarci per dieci giorni ammassati assieme a una ventina di coetanei maschi puzzolenti, dentro una baracca di legno, a duemila e passa metri a batar brocche con delle vesciche giganti ai piedi; nemmeno mio zio Mario, ha fatto una vita simile, quando era militare negli alpini. Nell’estate dell’ottantuno c’era la possibilità di iscriversi al campo scuola di Azione Cattolica, un’occasione ghiotta in quanto era misto, fioi e fie. Le nostre istanze vennero cassate, non fummo ritenuti sufficientemente motivati ovvero, motivati esclusivamente dalla fame di una certa cosa. Passarono invece la selezione, Stefano Trevisan e Riccardo Cazzador, due mandrilloni della prima ora che, però, erano tra i beniamini del prete. Così, da restai, ci siamo dovuti accontentare, sempre presso il bar da Nane, del dettagliato resoconto dei due pii fioi de cesa; a detta loro, era stata una bellissima esperienza, erano riusciti a trombarsi alcune pie fie de cesa di altre parrocchie. Io non ci avrei mai creduto, se non avessi visto con i miei occhi, pochi giorni dopo, nel campetto dietro il patronato, Riki Cassador darghe dentro de lengua a una tipa, presentatami poco prima dal don, come X della parrocchia Y.

L’istà da Nane, è trovarsi tutti assieme ad ascoltare i componimenti di Paolino Dante che, forse a causa del pesante cognome, è diventato il nostro sommo poeta.

“Istà, istà; ti pol ‘ndar in ferie sol posto più beo che ghe sia ma, se no’ ghe xè figa no’ ti vedi l’ora de vegnir via. E po’, se ti ga da ‘ndar in ferie par menarte l’oseo, basta che ti vaghi ‘pena fora del canceo”

Questo è uno dei suoi pezzi forti estivi; in realtà, più che una poesia mi sembra una specie di postulato da cui deriva un teorema. Continuo a chiedermi, chissà perché, non ha mai sfruttato l’occasione di divulgare le sue opere al mondo intero, recitandole in radio ma, preferisce esibirsi esclusivamente da Nane, di fronte a una ristretta cerchia di raffinati intellettuali.

L’istà da Nane, è tipicamente per soli uomini, non si tratta di una scelta discriminatoria ma bensì conseguenza della triste realtà per cui, a parte qualche rara eccezione, le donne non rientrano nella categoria dei restai. Già a inizio giugno, se hanno figli, vanno a riempire carobere impestae de sorsi, da mille euro a settimana di affitto a Jesolo e dintorni oppure un rosegoto de capana da tremila e passa euro a stagione al Lido; ci ficcano dentro figli, madre e suocera, queste ultime, in realtà, sono delle colf mascherate mentre, el beco, ovvero il marito, o compagno che sia, fa la spola nei fine settimana. Se invece non hanno figli e, speri che un giorno li facciano, possibilmente con te, le devi portare a Sharm, Fuerteventura, Ibiza, Santorini, Porto Cervo, Portofino, Londra, New York, Parigi, e via discorrendo. Che non ti venga in mente di proporre le tue mete preferite, dove ti puoi rilassare, tipo Cabaearin, Corteasso, Fiera o, peggio, rimanere a casa, dove hai tutte le tue comodità e il mutuo da finire di pagare; in questo caso, ti sputano su un occhio e gliela calano, senza obbligo di procreazione, a uno che le porta a Sharm, Fuerteventura, Ibiza, Santorini, Porto Cervo, Portofino, Londra, New York, Parigi, e via discorrendo.

L’istà da Nane, è sempre la stessa e, sempre lo stesso è il dress code; braghe curte, calseti longhi, savate ai pie, camisa sbotonada e pansa fora; è tollerata la canottiera ma, rigorosamente bianca e ingiallita dal sudore. A proposito di sudore, nelle ultime torride e afose estati furoreggia ea gara del petaisso; consiste nell’appiccicarsi al petto una carta da gioco, vince il più petaisso, ovvero intriso di sudore, quello che riesce a rimanere con la carta appiccicata più a lungo. Il record lo detiene Lele Bulegato; pensate, ha fatto addirittura il giro dei paeassoni di corsa, senza che la carta si staccasse dal petto; non c’è da stupirsi perché, al Lele, se gli passi una fetta di pane pugliese sotto le ascelle, ne ottieni un’ottima bruschetta al gusto ajo ojo e segoa.

L’istà da Nane, è sempre la stessa storia. Walter Radonic meglio conosciuto come el mulo de Parenzo o anche el Soeta, ripete, come un disco rotto che, “l’istà xe sempre stada foriera de gran disgrassie”, e giù a elencare puntigliosamente, guerre, siccità, incidenti stradali, governi che cadono, borse che cadono, montagne che cadono, prezzi che salgono, temperature che salgono, contagi che salgono, zanzare che quando pungono, ti fanno morire e, quando non pungono è perché hanno spruzzato nell’aria un veleno cancerogeno.

Dopo essersi rumegà par ben ea pata, gli fa eco Berto Busato; “’scolta ‘more, qua e uniche vere disgrassie xè e partie perse e ea figa che manca”. Essendo il campionato ormai alle spalle, agli astanti non rimane che fare l’elenco delle occasioni perse durante le innumerevoli estati spese alla perenne ricerca di quella cosa che fa girare il mondo. Sono sempre le solite storie di more italiane e bionde tedesche; di folte pinete e grandi dune, posti sconti dove c’è sempre mancato un peo par cassarse

Speta che sentimo i recioni dea radio cossa che i ga da dir”; alla fine, c’è sempre qualcuno che, sull’argomento cerca di tirarne in lengua, e qui, il nostro poeta sentenzia; “se no’ ti ea ga vantada quando ti geri fio no’ ea torna più indrio

L’istà da Nane, sembra non passare mai. Ogni anno sembra far sempre più caldo e sembrano esserci sempre più zanzare. I restai, hanno sempre più casini e preoccupazioni; prima fra tutte, quella de tendar i veci. Ormai è un continuo susseguirsi di telefonate e scambi verbali che, el manco sbocà, intercala con centinaia di ghesboro, usati al posto della punteggiatura. I parenti si eclissano, lasciando sol gropon del restàea vecia o el vecio o tutti e due; ogni giorno sono alle prese con badanti che spariscono improvvisamente, badanti che spariscono improvvisamente assieme ai soldi, badanti che spariscono improvvisamente assieme ai soldi e al cognato; medici che non si fanno trovare, medici che quando si fanno trovare, non vogliono farti la prescrizione, medici che quando si fanno trovare, sotto minaccia armata ti fanno la prescrizione ma, la sbagliano.

restai non vedono l’ora che ritorni l’inverno perché, almeno dal freddo, vestendoti, ti puoi difendere e perché, il freddo ammazza tutti quei cancari de mussati. I restai non vedono l’ora che ritorni l’inverno perché torna il campionato e el museto coe verze. Alla fine, i restai non vedono l’ora che ritorni l’inverno perché non si sentono più restai.

Anch’io, da buon restà, non ho più molta simpatia per l’istà che, mi riduce a essere più petaisso di Lele Bulegato. Mi chiedo che fine hanno fatto le notti d’estate italiane, quando arrivava un po’ di fresco e nella vietta, si usava portar fuori le sedie che avevamo in casa, per starcene tutti all’aperto a chiacchierare con i vicini, condividendo qualche fetta di anguria; ora, si sente solo il sordo rumore dei condizionatori. Per fortuna, ho ancora la mia fidata ATALA classe 1978, assieme a lei e a una tanica de Utan, alla sera, andiamo alla ricerca di rimasugli dell’estate italiana. Ci basta varcare il confine dei paeassoni e salire sull’argine del canale dove, di colpo, la vegetazione e i campi de panoce, rendono l’aria più fresca. Dopo qualche centinaio di metri, le luci e i rumori sfumano, si sente solo il canto dei grilli; mi distendo su un pontile a godermi lo spettacolo della notte stellata; solo, davanti all’infinito, posso finalmente canticchiare, “Gloria manchi tu nell’aria …”

Non l’ho mai raccontato ai fioi de Nane e mai lo racconterò ma, anch’io, ho avuto un’occasione estiva persa; Gloria, esattamente come uno dei più famosi tormentoni estivi. Vorrei tanto che piovesse e facesse fresco come quel mese di luglio, sento ancora il tepore e il profumo di legno di quella baita che si affacciava sulle Tofane dove, la pioggia incessante aveva fatto incrociare le nostre vite per una manciata di ore; ore passate a raccontarci i nostri sogni e la nostra voglia di fuggire via, condividendo le cibarie che avevamo negli zaini; e poi, dopo la pioggia, un tratto di cammino assieme, che mi è sembrato durare una vita, fino a quando ognuno ha proseguito per la sua meta. Io, a dire il vero, non ne avevo una di precisa, non so ancora perché, con una scusa qualsiasi, non ho continuato a camminare con lei; che mona. Inutile dire che, probabilmente, Gloria di Bassano, non si ricorderà mai di me; io si, per sempre. Le avevo lasciato l’adesivo della radio, al tempo si usava così, era il nostro biglietto da visita. Anche se la nostra radio non “tirava” così distante, nutrivo la speranza che potesse chiamare; non l’ho più sentita. Ormai, mi sono quasi abituato a vivere di rimpianti e ricordi, per cui, come Silvano de Nane, non appena sente aria di estate, mette su i bovoeti, io, a SolaRadio, metto su Gloria di Tozzi.

A proposito, de istà, da Nane, li puoi ascoltare SolaRadio, unico bar sulla faccia della terra che offre questo servizio di alto valore sociale, a cui tutta l’umanità dei paeassoni, sarà per sempre grata. Aiuta a combattere, “ea vera disgrassia dell’istà”, la solitudine; parché l’istà da Nane no sia nà istà passada da soeo come un Nane.

Se d’istà a casa te toca star, serà in apartamento, inpissa ea radio cussì ti sarà un fià più contento. 

Paolo “Paolino” Dante

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Dedico questo racconto a Luciano Minghetti; al bel ricordo delle mattinate estive, quando mi divertivo ad ascoltare le sue “lettere a Luciano” su Radio Capodistria. Ciao Luciano, ciao balubino!


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La pandemia del 1981 – parte V

Tratto dal volume La pandemia del 1981

© 2021 Michele Camillo


E rimane la paura …

La pandemia del 1981, ha cambiato il destino alla quasi totalità delle persone. Io, ad esempio, non ho mai visto il politecnico di Milano e, ovviamente, non so, se ha una scalinata tipo quella del Pacinotti. Non ho mai costruito aerei veri, mi sono limitato a quelli di plastica; non ho nemmeno finito quello in balsa che mi ha regalato Gigi, quando è stato assunto fisso in fabbrica a Porto Marghera; la scatola deve essere da qualche parte, ancora intonsa.

Ho costruito però tante radio; in molte parti del mondo; felice, di averne piazzate alcune nei posti più socialmente disagiati del nostro pianeta dove, possedere una radiolina ed alzare l’antenna per, ascoltare una voce consolatrice o semplicemente della buona musica, non è una cosa scontata.

Nella soffitta non ci ho mai abitato; era destinata a rimanere tutta per me, invece, alla fine, sono stati sfrattati anche i modellini di aerei. Ne è rimasto solo uno, un biplano Tiger Moth giallo scala 1/48, regalo di Francesca per i miei 18 anni; elemento di spicco della mia collezione di cimeli, assieme allo stereo Marantz color champagne e luci blu. Tre anni fa, sior Attilio, giaceva in un letto d’ospedale, più de là che de qua; riuscii a stento a capire le sue parole, “passa in magazen, ghe xè ‘na roba par ti”; vi trovai il Marantz con un post-it appiccicato, “per Bebo”. El moro, fortunatamente, è ancora qui tra noi ma, quel magnifico stereo, me lo sono tenuto; dopo più di quarant’anni, suona ancora che è una meraviglia; alla sua salute ovviamente. 

Ormai, questo ufficio che, in origine, doveva essere la mia camera da letto, è diventato praticamente una specie di museo; quarant’anni di radio e altre cose.

Ufficialmente, tutto è cominciato il primo aprile del 1981 ma, per me, l’avventura ebbe inizio quando, dieci giorni prima, la Fiat 131 Panorama del moro imboccò el troso dei Nosea stracarica di apparecchiature che servivano a “fare una radio”.

I giorni successivi, mentre Ivano e relativo babbo, si dedicavano a una serie infinita di prove tecniche di trasmissione; io, riaprii la mitica agendina del sindacato, questa volta mi feci coraggio e alzai la cornetta; ne uscì lo staff di Epiradio.

Per evitare i contagi, una sola persona per volta, poteva salire in soffitta a trasmettere; tutte le altre attività, comprese le riunioni di “redazione” le facevamo all’aperto, sotto el vecio morer, detto anche “l’albero delle idee”, da quante ne partorimmo alla sua ombra.

Le Compact Cassette furono i piccioni viaggiatori di quel periodo; su quei nastri arrivarono in radio le lezioni degli insegnanti, le messe con annesse le prediche fiume di don Fernando, nonché, svariati consigli di medici o, presunti tali. Tutto quel viavai di cassette ispirò “C60”, la trasmissione che divenne il cavallo di battaglia di Epiradio. Ogni ascoltatore poteva inviare qualcosa da mandare in onda; aveva a disposizione un’ora, ovvero la durata dei nastri C60. Fu un successo; si alternarono comici più o meno divertenti, barzellettieri, più o meno “puliti”, cantanti più o meno intonati ma, quello che prese maggiormente piede, fu la lettura recitata di libri. 

Visto il successo della cosa; anch’io, per non essere da meno, mi cimentai nel leggere racconti in radio, i miei; il programma si intitolava “tee conti che e par vere”. Era la frase che pronunciava la maestra quando mi riconsegnava il temino del lunedì; che, spesso consisteva nello stendere il resoconto del fine settimana. Ea siora Visentin, sapeva benissimo che, in casa mia, non succedeva mai niente di particolare; inoltre, come tutte le famiglie di contadini, bisognava tenere il culo attaccato ai campi, per cui, non si andava mai da nessuna parte; il che, mi costringeva, per buttar giù le due righe del lunedì, a darci dentro di brutto con la fantasia. E’ da quei tempi che riempio quaderni interi di storie dove, spesso, non c’è né un tempo né un luogo preciso ma, la trasposizione in una vita fantastica; quella che, in sostanza, mi sarebbe piaciuto vivere; storie che spesso celano, i miei pensieri e sentimenti più reconditi. D’altronde, come dice Italo Calvino, “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto”.

Così, più volte la settimana, a tarda sera, un mio piccolo racconto, allietava le notti insonni e stracolme d’ansia, di molti nostri ascoltatori, compreso chi era finito in ospedale. Condivo il tutto con tanta musica; senza parlarci sopra, perché, ho scoperto che fare radio è anche saper ascoltare. Avevo due pezzi fissi che usavo come sigle; “A mano a mano” di Cocciante e “Sailing” di Christopher Cross, delle autentiche poesie.

I racconti e le canzoni che mandavo in onda, innescarono parecchie storie d’amore; divenni sostanzialmente una sorta di Cupido radiofonico, con tanto di ringraziamenti dai “bersagliati”. “El scarper va via coe scarpe rote”, mai detto popolare fu più azzeccato; per me, invece, la miccia, non si accese. Nonostante, da dietro un microfono, detenessi una posizione privilegiata che, in teoria, mi avrebbe consentito di buttar sardoni a gogò; non successe niente o, per dirla in maniera assai volgare; no ea me xè mai cascada. Francesca continuava a stare con el Deny; e a me, per straviarme, non restava altro che sognare la misteriosa biondina dea ceseta; quella tipa, a dire il vero, ancora oggi, non me la sono tolta dalla testa.

A dispetto di quello che pensava el moro; i “baracchini” iniziarono a diffondersi nelle case. In pochissimo tempo, nel quartiere erano diventati quasi tutti dei provetti radioamatori, vecchi e bambini compresi. Di sera, si formavano numerosi QSO, gruppi di persone che si mettevano a chiacchierare via radio per tenersi compagnia; delle vere e proprie chat ante litteram. Non so se fu grazie alla mia idea, fatto sta che la cosa dilagò in tutta Italia.

El moro esaurì ben presto le scorte, impossibile ordinare gli apparati, anche le case produttrici li avevano finiti; per cui, iniziammo a costruirli noi di Epiradio; ricordo ore e ore passate a saldare circuiti, anche di notte. Specie tra noi fioi, ci si divertiva a “truccarli”, per aumentarne la potenza, proprio come si faceva con i motorini; c’era poi la gara per chi aveva quello che gli “tirava” di più, nel senso di raggio d’azione ovviamente.

Le frequenze radio iniziarono a intasarsi e, più di qualcuno, iniziò a tirar sacramenti in quanto, a causa delle interferenze provocate, non si riusciva a guardare la TV. Visto il contesto emergenziale, la Polizia Postale chiudeva tutti gli occhi che aveva, compresi quelli che avrebbero dovuto posarsi sul trasmettitore di Epiradio; a tale proposito, una leggenda narra che, i piloti di un aereo in atterraggio, in attesa di ricevere l’autorizzazione dalla torre, furono allietati dal nostro programma di dediche e richieste.

Dove non riuscivano ad arrivare le onde radio, ci pensavano le nostre biciclette; ricordo di copertoni consumati a son di portare generi di prima necessità e conforto, a chi, non poteva uscire di casa, a causa della quarantena o altre rogne. Otto, stufo di assistere alle numerose cadute del carico e relativo ciclista sopra il medesimo; durante una notte insonne, progettò un piccolo rimorchio da agganciare al tubo della sella. La produzione di quei geniali carrellini iniziò dopo pochi giorni, giusto il tempo per dare modo a Gigi di procurargli, in maniera non proprio legale, i pezzi. Oggi Otto sarebbe finito sui giornali per aver dato vita a una startup innovativa nel settore della mobilità sostenibile mentre Gigi, in galera; inchiodato dai più bravi penalisti al soldo delle fabbriche di Porto Marghera. Ormai sono passati quarant’anni e l’eventuale reato è caduto in prescrizione e poi, le fabbriche, che potrebbero reclamare il maltolto, sono chiuse da decenni.

Marconista ‘na volta, marconista par sempre”. Così analogamente è stato per me “fare radio”, è una di quelle cose che, una volta che inizi a farle, sono per sempre.

Non sono diventato un costruttore di macchine volanti ma, posso comunque asserire di aver fatto volare, almeno con la fantasia, tanta gente; a differenza della televisione, ascoltando la radio sei costretto a immaginare. La fantasia ti fa volare sopra i problemi e i giorni tristi; ti può portare in un attimo in un sacco di posti, basta chiudere gli occhi e, anche una canzonetta senza pretese, può renderti, almeno per un attimo, felice.

Attorno al “ranch” dei Nosea, si è sviluppata la mia azienda; facciamo radio, insegniamo a fare radio e, altre cose per comunicare.

Non ho avuto il coraggio di far demolire il traliccio sopra la soffitta. El Moro aveva chiesto un antenna bella alta e solida e Otto lo accontentò; lo progettò e, insieme a Gigi, lo costruì in tempo record. Per farlo, i due svaligiarono il locale ferovecio e fusero la saldatrice. 

In quel traliccio e nei campi retrostanti ea casa vecia, aleggia lo spirito di mio papà. Non vado mai al cimitero come facevano le mie zie; le persone che non ci sono più, preferisco ricordarle nei luoghi dove sono vissute. Con Otto, non ci siamo mai parlati tanto; mi piaceva però osservarlo mentre, malinconico, vagava tra i campi, per poi, soffermarsi immobile a guardare l’orizzonte, con quell’aria da eterno insoddisfatto; sembrava chiedere alla vita perché non gli avesse dato qualcosa in più.  Quel qualcosa in più, non ho mai capito, in realtà, cosa fosse; non credo aspirasse a un maggiore benessere economico; magari desiderava che il  mondo apprezzasse le sue doti di inventore, o, chissà, semplicemente sognava un grande amore; diverso da quello imposto “d’ufficio”, dalle usanze del tempo. D’altronde, è sempre stato criptico; i suoi ultimi giorni, chiamava ripetutamente una misteriosa Anna; poi, si abbracciava forte da solo, “dai vecio coragio che semo soeo mi e ti”.

Mamma è ancora viva, anche se abita in un mondo tutto suo; un po’ me lo aspettavo, in famiglia è sempre stata l’eterna assente. “Metime su quea cansoneta”, crede ancora che stia dietro un microfono pronto ad accettare dediche e richieste; ovviamente non si ricorda il titolo, per cui, me la canta. “Sta qua ancora un fià, che ‘desso te fasso pan buro e succaro”; è sempre difficile il momento in cui la devo salutare; lasciarle quella mano che stringe forte la mia. 

No sta mai farte meraveja de ‘staltri”; ogni tanto, continua a lanciarmi uno dei suoi classici moniti; tradotto, non pensare mai, “io non farò mai la fine di Tizio o Caio, non sarò mai come loro”; per poi, finire col dire; “no me saria mai immaginà”. Non sempre le cose vanno come te le eri immaginate; però, a una certa cosa, ci tenevo più di tutto. 

Alla fine è successo quello che più temevo; sono praticamente rimasto un mul; avrò costruito tante radio ma, nessuna vera famiglia. Ho cercato di dare la colpa al maledetto 1981 ma, in realtà, nemmeno io ho dato retta al consiglio dello zio Mario. Mi sono fatto frettolosamente incatenare dalle pressioni sociali e dalle mie paure, anziché lasciarmi guidare dal cuore.

Eh si, la paura, è il bubbone che la peste del 1981, ha inesorabilmente lasciato in molte persone. C’è gente che ancora oggi fa fatica ad uscire di casa, vede virus presenti ovunque e continua ad andar in giro coverta. Con la paura; psicoterapeuti più o meno regolari, fabbricanti di medicine o spacciate per tali, governi, sette religiose e, la stessa chiesa; ci sono andati a nozze; per loro, come si dice in dialetto, è ‘na bea teta da monsar.

Da quell’ultimo giorno di carnevale, la paura mi è entrata dentro e non se ne è più andata; ogni strano segnale del corpo, ogni linea di febbre in più, non mi fanno dormire. Si aggiunge poi, la paura di venir condannato alla dannazione eterna, per la colpa di essere uno di quei rotti in culo che è sopravvissuto, a scapito di altri che, non si sono potuti procurare le cure necessarie. 

Tutto questo, ogni tanto, mi fa correre in ceseta. Col passare del tempo ci sono sempre meno certezze e sempre più interrogativi; il silenzio continua a dominare la scena; il rumore del vento fuori, sembra sempre quello di sottofondo di una radio che, non riceve nessun segnale; forse, semplicemente, pur avendo costruito tante radio, non so più ascoltare.

Se non ci fosse la paura però; Francesca, la mia migliore amica, non correrebbe a cercarmi per abbracciarmi.

Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. 

Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. 

Ma su un punto non c’è dubbio. 

Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.

HARUKI MURAKAMI, Kafka sulla spiaggia

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La pandemia del 1981 – parte IV

Tratto dal volume La pandemia del 1981

© 2021 Michele Camillo


EPIRADIO

Non è la circostanza che conta, ma la lezione appresa. 

Non il simbolo, ma il suo significato. 

Non ciò che è al di fuori, ma ciò che accade dentro.

Richard Bach

Attilio Moro, era per tutti “el moro”; in quanto, moro de nome e de fatto. La carnagione scura e i capelli neri ricci, lo facevano sembrare veramente un africano; una sorta di mutazione genetica dovuta agli anni passati in mezzo al mare, imbarcato come marconista, nelle gigantesche navi porta container. Questo; fino a quando, l’improvvisa morte della siora Wanda, l’aveva costretto a scendere a terra anzitempo per badare al figlio Ivano, mio storico compagno di classe. 

Quella brutta disgrazia, segnò nel contempo, la nascita del mito “AM Elettronica” ovvero, quella che, per noi fioi,era la bottega di babbo natale, nel senso che, dentro quel negozio di balocchi elettronici, trovavi sicuramente qualcosa che avresti voluto farti regalare. Grande appassionato di musica; in un apposito angolo, trovavi le più sofisticate apparecchiature per riprodurla. Era uno spasso andare a fare i compiti da Ivano, nel laboratorio adiacente il negozio; terminate le incombenze scolastiche, sior Attilio ci dava da fare qualche lavoretto che, spesso consisteva nel collaudare gli impianti. Il nostro pezzo preferito per fare i test era nightflight to Venus dei Boney M; manopola del volume a manetta, bastavano i primi trenta secondi per far staccare l’intonaco dal muro. Quando uscivo, mi soffermavo incantato e, nel contempo, triste, ad ammirare il “bobinone” Revox, le mitiche casse Cerwin Vega e gli stereo Marantz color champagne con le loro belle luci blu; avevo la bava alla bocca dal desiderio di portarmene a casa uno ma, sapevo che era una battaglia persa in partenza. Quella volta che, io e Gigi, provammo a buttarla là a Ottorino; per tutta risposta, ci tirò dietro, uno a testa, i suoi pesantissimi zoccoli di legno, che furono di nonno Giovanni; l’uomo aveva una mira infallibile.

A proposito di Otto, mi faceva morire sentire el moro, da bon venesianasso, rivolgersi a lui chiamandolo “vecio”, “coco”, oppure “amore”; se l’avessi fatto io, mi sarebbero arrivati addosso altri zoccoli, più qualcos’altro. 

Mio padre gli perdonava ‘ste confidenze perché, alla fine, ne aveva una profonda stima. Tra “uomini di scienza”, si scambiavano pareri e favori; a volte poi, el moro, forniva a Otto i pezzi per le creazioni che, puntualmente ricambiava con i nostri migliori prodotti agricoli.

Era anche grazie al feeling tra i due che, quel giorno, avevo incassato l’autorizzazione a spendere; pronto ad approfittarne, infilandoci dentro anche qualcos’altro; come si dice, xe ben batar el fero finché el xè caldo.

Marconista ‘na volta, marconista par sempre”, diceva. In effetti, a son di stare per anni, in mezzo all’oceano, a parlare per radio con tutto il mondo; questa, finì per diventare inevitabilmente, l’inseparabile compagna della sua nuova vita “terrestre”.  In giardino, piantò, anziché alberi, una miriade di tralicci pieni zeppi di antenne, delle più svariate specie. Un giorno, gli chiesi cosa ci trovasse di interessante nel passare il tempo libero a trafficare con gli apparati ricetrasmittenti; si tolse gli occhiali e tirò un sospiro; “aea fine, te fa sentir manco soeo”.

Era praticamente il marconista di quartiere e, si può affermare che svolgeva un servizio pubblico; nel senso che, se volevi notizie dal mondo, fresche e non manipolate, ti conveniva passare da lui anziché dar retta ai mass media. Ovviamente, in quel periodo, era in stretto contatto con l’Argentina;

  • Aeora, sior Attilio, cossa xè dise?”
  • Coco, qua, xe va tutto ben; fra un fià… semo ciavai

Rimasi a lungo da solo dentro ea ceseta, in attesa di, non so cosa. Le parole di speranza della biondina si erano ormai dissolte, svanite con lei in sella al suo Ciao Bianco; nella mente erano state rimpiazzate dal “semo ciavai” del moro. Un silenzio imbarazzante, come tra due persone che non si parlano da una vita. Lui sapeva che, sotto, sotto, a spingermi li dentro era stata più la paura per la mia sorte che non quella degli altri. Non credo gli stiano molto simpatici i tipi  che vengono a parlargli solo nel momento del bisogno; quelli, come me, che entrano in chiesa con la scusa del “semo ciavai”, ma che, poi, fanno solo richieste al singolare passando velocemente, senza quasi accorgersene al, “so ciavà”. Chissà; forse prima avrei dovuto chiedergli scusa per non essermi mai prodigato a favore del prossimo, se non nel caso che, quest’ultimo, assumesse le sembianze di una fighetta. Fino a quel momento, avevo procrastinato qualsivoglia servizio a favore della società, al momento in cui mi sarei felicemente sistemato con una bella gnocca; questione di priorità. 

All’ingresso c’era un leggio con un quadernone dove ognuno poteva lasciare i suoi pensieri o, scrivere una preghiera; con la coda dell’occhio, avevo visto la biondina, prima di uscire, armeggiare con la penna; così andai a sbirciare.

La più grande disgrazia che ti possa capitare è di non essere utile a nessuno,

è che la tua vita non serva a nulla.
Raoul Follereau

Più che una preghiera, sembrava un messaggio rivolto a me, giusto per, darme ‘na descantada

Il silenzio continuava a dominare la scena; il rumore del vento fuori, sembrava quello di sottofondo di una radio che, non riceve nessun segnale.

 “Aea fine, te fa sentir manco soeo”; poteva essere Lui che parlava con la voce del moro? Probabile, perché fu in quel momento, che mi balenò in mente una strana idea.

Quel menasfiga della radio, tra le altre cose, aveva detto che i telefoni erano ormai inutilizzabili per sovraccarico delle linee e, la gente non sapeva più a che santo votarsi per comunicare; e qui, poteva entrare in scena el moro.

Non so se fosse stato Lui a chiamarlo in causa ma, l’idea di usare le ricetrasmittenti portatili, quelli che el morochiamava “baracchini”, per far parlare le famiglie tra loro, mi pareva, semplicemente geniale. Una maniera per combattere la solitudine che, si profilava essere pericolosa quanto la malattia, se non di più.  Ora, non sentivo più il vento di prima, faceva più caldo, ed era tornata l’aria primaverile. Ero impaziente di parlarne col moro, pedalai verso la bottega come un professionista; l’ultimo kilometro, tirai volata; a momenti, non mi schiantai contro la vetrina. 

Non avevo quasi più fiato, iniziai frettolosamente, a comunicargli i dettagli dell’appalto per la fornitura, al ranch Nosea, dell’agognata V^ banda e relativi optionals; in modo da passare velocemente all’argomento successivo; quello che mi stava più a cuore. 

Mi guardò in maniera strana, ma poi, rispose alla sua maniera; “sta calmo coco; se el vecio xe ga deciso, ormai el merlo xè in cheba; assime far a mi”.

A quel punto, facendo un gran casino e mangiandomi metà delle parole, gli esposi il progettone; al ché, mi guardò come se mi stesse prendendo per il culo. 

Vecio, ti te si fatto fora tutto el clinton de to pare, par ea soddisfassion de averghe fatto tor, forse, e digo forse, ea teevision a coeori? ‘Scolta, no so se ti ga visto cossa che xe drio sucedar in giro par el mondo; par carità, fame un piasser, va in xò”; due tonfi sordi sul pavimento; erano le mie palle.

Ero talmente frustrato da non accorgermi che Ivano si trovava, da un bel pezzo, alle mie spalle; in mano aveva una rivista di elettronica su la cui copertina campeggiava il titolo, “potente trasmettitore FM”.

  • Podaressimo, invesse, mettar in pie ‘na radio privata”; sparò di brutto il colpo che aveva in canna, sbattendo sul bancone la rivista.
  • Ma, … de quee … dove xè trasmette?”; controbattei ingenuamente.
  • Si, proprio come quee vere
  • Ma … el posto; dove ea cassemo?”
  • In soffitta da ti
  • Fioi bei, me sa che xè un tantin drio pissar fora del bocal”. Quella frase l’avevo già sentita; ma, detta dal sior Attilio Moro, aveva un valore diverso.

Il primo aprile 1981 iniziò l’avventura di Epiradio. Epidemia radio; che, letta in inglese, si trasformava in HappyRadio.

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