Una donna … per sempre

Tratto dalla raccolta PICCOLE STORIE DI PICCOLE RADIO

Ciao scemo!” è il suo dolce marchio. 

Ogni volta che arriva un suo messaggio, con quell’incipit così unico, il mondo si colora e la giornata prende un’altra piega. Sarà perché in effetti sono uno scemo e mi accontento di poco.  

Un’altra cosa che mi fa camminare a dieci metri da terra è che nel suo profilo c’è sempre quella foto che le ho scattato molti anni fa; uno dei più bei ritratti che abbia fatto ad una donna. 

La mia passione per la fotografia è nata dalla frustrazione che, già alle elementari, avevo per non essere in grado di disegnare; non mi riusciva di produrre nessun soggetto in maniera decente.  

All’inizio davo la colpa agli strumenti, la misera scatola di dodici colori Giotto che mi aveva procurato mia mamma, non poteva competere con quella da trentasei Faber-Castell della mia compagna di banco, la genialissima Caterina, una vera artista.  

Ogni suo disegno era un capolavoro e una poesia. Mi resi però quasi subito conto che ero solo un maldestro pasticcione e lo sarei stato per sempre anche in altri ambiti della vita, come quello sentimentale. 

Ero ormai rassegnato a non avere una indole artistica quando un giorno, Lauretta la nostra dolcissima e giovanissima maestra entrò in classe con una macchina fotografica.  

Ci spiegò com’era nato quell’aggeggio ma, soprattutto che non serviva solo a fare le foto della prima comunione ma, a fermare il tempo.  

Ci disse che ogni volta che premevamo quel pulsante che faceva click; quello che avremmo fotografato sarebbe rimasto per l’eternità.  

Già rimanevo incantato ad ogni sua parola ma, quella sua lezione mi prese più di tante altre, al punto tale che, mi offrii volontario per la ricerca “ciò che mi circonda”, in pratica un servizio fotografico sul posto dove abitavo. 

Chiedi a quel rotto in culo di tuo cugino Adriano”, fu la risposta di mio padre quando mi resi conto che mi mancava lo strumento principale, ovvero una macchina fotografica. In casa non ce l’avevamo semplicemente perché non era qualcosa di utile; con quell’affare non potevi farci da mangiare o zappare l’orto. 

Lo stronzissimo cugino Adriano, non mi prestò un bel nulla. Fu solo grazie all’intercessione di mio fratello che quel sant’uomo dell’ingegner Volpato, il suo titolare, mi affidò temporaneamente la sua preziosissima Voigtländer Vito comprensiva di rullino già montato.  

Dedicai anima e corpo a fotografare tutto il peggio di ciò che mi circondava per documentare il degrado. Fu un successone; oltre a un “molto bene”, mi presi anche un bacio sulla fronte dalla bellissima maestra Laura. Se fosse dipeso da me, non mi sarei mai più lavato il viso. 

Grazie a te, maestra Lauretta, mi sono appassionato a “scrivere con la luce”, a fotografare. È un’arte che mi ha catturato, trasformandomi col tempo in qualcosa di simile a un ladro di anime… o forse un cercatore di anime, dipende dai punti di vista. 

Come nelle credenze di alcuni popoli, anche io sono convinto che una fotografia possa catturare qualcosa di profondo, quasi invisibile: l’essenza, l’anima di chi sta davanti all’obiettivo. Non mi sono mai limitato a scattare immagini; ho sempre creduto nel potere del ritratto, nella sua capacità di immortalare non solo un volto, ma l’interiorità di una persona. Ogni scatto è un dialogo silenzioso, un frammento di verità rubato al tempo, una finestra aperta sull’invisibile. 

È con questo spirito che da anni percorro strade infinite, spinto da una fame silenziosa, a rubare frammenti di vita negli sguardi sconosciuti che il caso mi offre. Sono occhi che mi chiamano e che sussurrano emozioni.

Io e la mia macchina fotografica diventiamo un tutt’uno, pronti a catturare quella scintilla fugace che solo il cuore sa riconoscere. 

Sappiamo scovare quella luce nascosta, quel bagliore segreto che brilla solo per chi sa cercarlo; cogliamo l’interiorità e siamo attratti da quella bellezza interiore che ci fulmina.  

Abbiamo imparato a vedere oltre le apparenze. 

E, oltre quelle apparenze, il mio obiettivo e il mio sguardo catturarono Lucrezia. 

Accadde una splendida mattina di autunno. Il giallo dei tigli creava un arco dorato che faceva da tetto al viale.  

Mi piaceva starmene seduto su una panchina a cercare di catturare volti o meglio anime che, in qualche maniera, mi attraevano. 

Per non farmi notare, fingevo di fotografare altro, e solo all’ultimo momento puntavo l’obiettivo sul soggetto che mi interessava. Anni dopo avrei scoperto che quella si chiamava street photography

Scemo, ti ho visto che mi hai fotografato!” 


Nonostante tutta la mia discrezione, Lucrezia mi aveva beccato. In un istante passai da “grande fotografo” a “grande idiota”. 

“Scusa… sto cercando volti nuovi per la nostra radio” improvvisai, cercando di cavarmela. 
“Inventatene un’altra. I volti nuovi servono per la televisione, non per la radio.” 
Niente da fare: la tipa era più sveglia di quanto avessi immaginato. 

Mi accorsi di essere finito in un vicolo cieco. Il viso mi si colorò di rosso e iniziai a sudare. 
 

Sei uno di quelli che parlano nelle radio libere? Ma, ‘sta cosa, come funziona?” 
Tirai un sospiro di sollievo. Fortunatamente, era stata lei a cambiare argomento: salvo, per miracolo. 

Qualcosa di misterioso si era mosso dentro di me, un richiamo che non sapevo ancora decifrare. Non poteva finire tutto lì, in mezzo al viale, con il vento che si portava via quella domanda che sentivo essere l’inizio di qualcosa di bello.  

Sentivo che si stava tendendo un filo invisibile che insisteva a tenermi legato a lei. 

Mentre le parlavo della piccola radio che avevamo messo in piedi io e i miei amici, vidi qualcosa accendersi nei suoi occhi. Era come se le mie parole avessero sfiorato una parte segreta di lei, un luogo dove custodiva sogni che non aveva ancora osato nominare. In quel preciso istante capii di aver fatto breccia: avevo catturato la sua anima, e forse, solo forse, anche un angolo del suo cuore. 

Vieni a trovarci, potresti diventare la prima voce femminile della nostra radio” 
Buttai lì la proposta, a metà tra la verità e la scusa per rivederla. In effetti, in radio non avevamo ancora una ragazza. 

Per usare termini radiofonici, ero riuscito a trovare una frequenza libera su cui potevamo sintonizzarci entrambi. Sentivo di aver aperto un canale di comunicazione, per il momento c’era solo il leggero fruscio della portante ma, a breve, si sarebbe riempito di contenuti condivisi. 

La nostra intima trasmissione radio iniziò lì, in mezzo al vialone, con quel vento autunnale che, complice, sembrava volerci spingere l’uno addosso l’altro per farci abbracciare. 

Parlammo di tutto ma, soprattutto di sogni, di mondi che non avevamo ancora visto e del futuro che ci aspettava. La sua voce, così diversa da tutte le altre, aveva un modo di trascinarmi altrove, di farmi sentire a casa anche in mezzo a quel desolato vialone di periferia. Era come se, il resto del mondo si fermasse, lasciandoci in una bolla di silenzio perfetto, dove tutto aveva senso e nulla importava davvero, se non il suono delle nostre voci. 

Quell’incontro fu l’inizio di una storia fatta di conversazioni infinite, di pensieri intrecciati fino a confondersi. Non so quante migliaia di ore abbiamo passato a parlare da quel momento. So solo che anche ora, ogni parola con lei ha il potere di dilatare il tempo, di renderlo pieno e denso come un libro che non vuoi mai chiudere. 

Non vi sto nemmeno a descrivere le facce dei ragazzi quando, dopo qualche giorno, Lucrezia comparve sulla soglia di quell’ex fioreria, di proprietà della famiglia di Mauretto; un bugigattolo che avevamo la sfrontatezza di chiamare “studio radiofonico”. Una sinfonia muta di espressioni: dalla sorpresa all’imbarazzo, inciso a scalpello sui loro visi. 

Conoscendo la combriccola, potevo immaginare il perché: Lucrezia non rientrava per niente nell’immaginario profilo di conduttrice radiofonica che avevano in mente. 

Le aspettative di allora avevano un nome ben preciso: Simona Smacsmac.  

Sì, proprio lei. La star indiscussa della radio più ascoltata in città. Famosa per la sua voce calda e ammiccante: un sospiro qua, un’allusione là… roba da mandare in tilt l’intera gamma della FM. 

Su di lei circolavano leggende metropolitane a metà strada tra il fiabesco e il pornografico. Secondo i soliti maligni del bar, la ascoltavano persino i preti… altro che Radio Vaticana! E per pura decenza mi risparmio di riportare i commenti su cosa, secondo loro, combinasse il povero prete mentre, di nascosto, ascoltava Simona Smacsmac

Devo essere sincero: anch’io desideravo una come Simona in radio.  

Non l’avevo mai vista, ma l’idea di avere una tutta tette e culo e con dei bei labbroni carnosi che, condivideva il nostro microfono, mi solleticava non poco. Poi il destino mi mise davanti Lucrezia che, in un attimo, spazzò via certe fantasie per farne nascere altre, completamente diverse. 

Lucrezia si guardò attorno, incuriosita. Aveva quell’aria di chi osserva un acquario pieno di pesci un po’ confusi, e quei pesci eravamo noi. Fece un sorriso leggero, uno di quelli che non sai mai se sia timidezza o sicurezza mascherata, e appoggiò la borsa o meglio, quella sacca di stoffa a fiori, sull’unicotavolino libero, come se fosse la cosa più naturale del mondo. 

Non sembrava affatto a disagio in quella piccola stanza piena di cianfrusaglie elettroniche, di dischi e audiocassette buttati alla rinfusa dappertutto. Sorrise alla vista del poster di Donna Summer appeso sopra il mixer; probabilmente pensava di essere finita in un covo di segaioli pervertiti. 

È qui che fate la magia? È da questo che parlate? E che dite?” chiese avvicinandosi al microfono. 

Mi accorsi solo allora che doveva avvicinarsi alle cose per vederle bene. 

Fummo noi a rimanere a disagio. Sembrava che gli spessi occhiali che, nel frattempo, si era infilata servissero anche per leggerci dentro. 

Qui cascò il nostro palco ma, capimmo anche che ci stava porgendo la sua mano offrendoci la sua amicizia e alleanza 

E tu che diresti?” le chiesi, quasi senza rendermene conto, con l’unico scopo di tentare di salvare in corner la mia faccia e anche quella degli altri soci. 

Lei si voltò verso di me, inclinò leggermente la testa e rise: una risata breve, quasi timida, ma che mi arrivò dritta allo stomaco. 

Ancora non lo so di preciso ma è una gran figata; mi piace. Anche se ‘sto casino sembra possa far esplodere tutto da un momento all’altro.” 

“Non lo farà,” risposi. “O almeno… non mentre sei qui.” 

Colpita e affondata da un gran maestro della paraculaggine. 

E in quell’istante, senza che nessuno lo dichiarasse, Lucrezia entrò a far parte della radio. Una presenza che, senza far rumore, stava iniziando a cambiare tutto. 

Quella strana ragazza minuta, prese per mano noi e quella piccola radio e, con la sua presenza silenziosa ma decisa, fece capire a tutti che era ora di cambiare direzione. 
Di smettere di giocare ai DJ e cominciare a dire qualcosa che valesse davvero la pena ascoltare. 

Capì, prima di tutti noi, che la radio non era solo musica o dediche telefoniche. Aveva intravisto in quel caos una possibilità: usare la radio per unire la comunità, far parlare il quartiere, dare voce a chi non ne aveva. 

Cosa difficile da capire per noi che avevamo messo in piedi quel circo con l’unico scopo di cuccare quante più ragazze possibile. 

E, a proposito di ragazze andò a finire che, in blocco, ci innamorammo di quella tipa strana, unica presenza femminile; un amore silenzioso, che ci legava tutti e che, in fondo, ci vergognavamo persino di confessare. 

Ci innamorammo da subito delle sue gonne lunghe a fiori che lasciavano intravvedere solo mezzo centimetro di caviglia, delle sue unghie senza mai un filo di smalto, delle sue scarpe da tennis bianche perennemente ingrigite, dei suoi lunghi capelli che vedevano la parrucchiera ogni morte di papa e perché no, delle sue microtette come le chiamava ironicamente lei. Quello che però ci faceva andar via di testa erano i suoi occhioni tondi e il suo sorriso da quarantadue pollici. 

Io e la mia macchina fotografica, quel giorno di autunno nel viale, avevamo colto ciò che era evidente solo al cuore: in lei c’era qualcosa di straordinario, una profondità rara, una bellezza che andava oltre ogni apparenza. 

Con la scusa di insegnarle il “mestiere” cercavo di passare più tempo che potevo assieme a lei in radio. Fu in una di quelle occasioni che le scattai la mitica foto. 

E c’è un’immagine, questa però nella mia mente, che torna sempre, come un fotogramma ostinato: io e lei, uno di fronte all’altra, con un microfono in mezzo. Quel microfono che, per ognuno di noi, ha avuto significati diversi. 
Per me è stato un faro. Ma non di quelli che illuminano: di quelli che attirano. Una calamita per le attenzioni degli altri. Il mio strumento per sentirmi vivo, considerato, applaudito. Una stampella elegante per quel bisogno infantile di essere guardato, ascoltato, riconosciuto. 
 

Per Lucrezia, invece, quel microfono era l’esatto opposto. Non serviva a farsi vedere: serviva ad andare verso gli altri per poterli raggiungere e creare spazi condivisi. Era una porta aperta, un invito, un luogo di incontro; una mano tesa attraverso le frequenze. 
 

Io parlavo per farmi accogliere, lei parlava al mondo per accoglierlo. 

Purtroppo, l’avventura della nostra piccola radio fatta in casa durò poco. Anche noi entrammo a far parte di quella innumerevole schiera di ragazzi i cui sogni si infransero a causa della cronica mancanza di soldi e la paura di venir multati per “pirateria radiofonica”.  

Ma, a dirla tutta, la paura vera non era quella della legge. 
La paura vera aveva il volto severo dei nostri padri. Se per caso si fossero trovati la Polizia Postale in casa, altro che verbale: ci avrebbero fatto il culo a strisce e senza nemmeno la pubblicità in mezzo. 

Eppure, non fu solo questo a spegnere la nostra frequenza. 
Mancava qualcosa. Un filo conduttore autentico, una direzione comune. Tutti ne eravamo privi. Tutti, tranne lei. 

Ironia della sorte io che volevo fare il DJ, uno di quei mestieri dove ti notano tutti e ti dà popolarità in quantità industriale, sono finito a fare un mestiere molto più popolare, direi quasi leggendario; ma del quale, non posso parlare con nessuno. 

Sono però uno dei pochi privilegiati che hanno il dovere istituzionale di farsi i cazzi degli altri, entrare nelle loro vite, seguirle discretamente e, sempre con discrezione, fare il possibile per proteggerle.  

Un karma, a volte, difficile da sopportare. Perché osservare significa sapere. E sapere significa portare un peso che non puoi condividere. Significa anche non farsi una famiglia come tutti gli altri. 

Sognavo di trasmettere e invece sono diventato un esperto di ascolto. 

Questo mi ha permesso di seguire segretamente il suo filo conduttore; sapere tutto quello che faceva, è stato per me un modo discreto di starle accanto. Senza disturbare. Senza reclamare nulla. 

Ma seguirla a distanza non mi bastava più. 
Non mi bastavano le foto, le storie, i frammenti di vita filtrati da uno schermo. 
Desideravo incontrarla davvero. Guardarla negli occhi senza pixel di mezzo. Vedere se nel suo sguardo c’era ancora qualcosa di noi. 

Il miracolo, o il destino, se preferite, prese le sembianze di quel nostalgico cronico di Mauretto. 
A quel bravissimo ragazzo venne l’idea di creare un gruppo con tutti gli ex componenti della radio per organizzare una rimpatriata. 

Quando, nell’elenco dei membri, apparve il suo nome, il cuore mi fece un salto. Non un battito più forte: proprio un salto, come se avesse inciampato nella speranza. 

Rimasi a fissare il telefono per lunghi secondi, con quella sensazione strana che si prova quando il passato, all’improvviso, torna a bussare alla porta del presente. 

Mi affrettai a proporre il posto. Ci tenevo tanto che ci trovassimo in quella pizzeria in riva al fiume. Non era solo una pizzeria. Era un piccolo santuario di ricordi. 

Un posto romantico che, per me, aveva un significato che nessuno degli altri poteva capire davvero. 

Alla fine della serata restammo soli. 
Non so come accadde. Forse gli altri avevano davvero sonno. Forse era quello che, in fondo, entrambi desideravamo. 

Mentre passeggiavamo lungo l’alzaia del fiume sembrò che il trasmettitore della nostra piccola radio si fosse riacceso sulle nostre vite. 

Non fu facile mentire sulla mia vita. 
Non fu facile far finta di non sapere già tutto della sua e non chiederle perché nelle foto aveva sempre uno sguardo malinconico. 

Dovevo solo ascoltarla come se fosse la prima volta. 

Non avevamo il coraggio di guardarci negli occhi. 

Così, per non inciampare nell’imbarazzo, parlammo dei gloriosi tempi della radio. 
Dei pomeriggi passati a scegliere canzoni, delle dediche improbabili degli ascoltatori e del sogno ingenuo di raggiungere, con il nostro piccolo trasmettitore, il mondo intero. 

Che bel posto… e che bell’arietta. Si sente arrivare la bella stagione.” 

Appoggiata al parapetto del piccolo pontile Lucrezia osservava il fiume con aria malinconica 

Scorre veloce… come le nostre vite.” 

Fece un sospiro che sembrò durare un’eternità. 

Poi si sedette sul bordo e, agitando le gambe a penzoloni che quasi lambivano l’acqua, e iniziò a parlarmi di “cose serie”. 

Paure, fallimenti e insicurezze che non si postano sui social e non si raccontano agli amici. Parlava piano, come se quelle parole pesassero. 

Feci altrettanto e fu come scendere insieme i gradini invisibili dell’orgoglio. Togliersi le maschere, e mostrarsi per quello che si è, non per quello che si vorrebbe sembrare e restare lì, esposti ma incredibilmente leggeri. 

Mi disse che avrebbe voluto una vita diversa. 

Che a volte si sentiva incompiuta, come una frase lasciata a metà. 

Che desiderava realizzarsi di più come donna, trovare una sua autonomia. Un posto nel mondo che non sembrasse provvisorio. 

È come se fossi sempre in balia della corrente,” disse guardando il fiume. 
In quella lunga chiacchierata, ci mostrammo diversi da come ci eravamo immaginati. 

Dietro le nostre sicurezze apparenti, c’erano fragilità sottili, ferite mai del tutto rimarginate e una dolcezza disarmante che ci univa profondamente. 

E mentre parlavamo mi vedevo ancora lì seduto davanti a quel microfono di plastica con le cuffie un po’ rotte e il cuore che batteva forte ogni volta che lei sedeva davanti a me.  

Non era cambiato niente. Stavo ancora guardando la ragazza che avevo amato in silenzio per anni. 

E in quel momento capimmo una cosa semplice: che forse non avevamo mai smesso di trasmettere. 

Solo che, invece di mandare musica nell’aria, avevamo custodito la nostra frequenza segreta nel cuore. 
 

Un refolo leggero di arietta tiepida le mosse i capelli. 
Sospirò di nuovo. 

Poi si voltò verso di me con un mezzo sorriso. 

Ascolta, scemo… ma io e te… ci siamo mai messi assieme?” 

Sentii qualcosa sciogliersi dentro. 

Trovai il coraggio di stringerla al mio fianco e passarle una mano tra i capelli, piano, come se quel gesto fosse sempre stato lì ad aspettare il momento giusto. 

No,” le dissi. 

Ma non ci siamo nemmeno mai lasciati.” 

Sempre e per sempre tu 
ricordati 
dovunque sei, 
se mi cercherai 
Sempre e per sempre 
dalla stessa parte mi troverai 
E il vero amore può 
nascondersi, 
confondersi 
ma non può perdersi mai … 
Francesco De Gregor

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