‘na vita de nerd

Tratto dalla raccolta SOLARADIO

Sembra che fare diecimila passi al giorno, ti permetta di rimanere un po’ di più in questo mondo; il problema è che, né io né Paperoga, non capiamo se bisogna farli, piano, velocemente, tutti in una volta o, spezzati nell’arco della giornata. Bel casino. 

Ogni volta che compiamo questo scaramantico, più che salutare rito, se non stiamo attenti, il gruppo delle vecchie ci travolge.  

Incredibile, ce le ritroviamo sempre tra i piedi; una masnada di vecchie, più larghe che alte. 

Obbediscono pedissequamente al consiglio del nostro medico della mutua; “no serve che corè, ’nde a farve ‘na bea camminada … e non steme più a vegnir rompar i cojoni in ambuatorio”; la seconda parte ovviamente, l’ho aggiunta io ma, non credo di essere molto lontano dal pensiero del vecchio dottor Scarpa. 

Le loro braccia si muovono velocemente a pendolo, così come la loro lingua. In testa al gruppo, a fare l’andatura, tale Antonia, che io chiamo “ea vecia dee verze”, in quanto, la sento sempre citare il profumatissimo ortaggio; a giudicare dall’olezzo che esce da casa sua, ho il sospetto che non cucini altro. 

Hanno un tono di voce tale che fa sì che i loro discorsi abbiano un ampio raggio di ricezione; altro che il piccolo trasmettitore della nostra povera radio.  

Se spegni gli auricolari e tendi bene l’orecchio, riesci a capire chi è morto ancor prima che arrivino le pompe funebri e chi si sta trombando la tizia ancor prima che lo sappia il marito. 

Se disponi di abbastanza fiato per stargli dietro, verrai ripagato da numerosi consigli per la tua salute tipo il miglior sistema naturale per andare di corpo o un favoloso unguento per le emorroidi. 

Sono delle vere esperte di politica; hanno la soluzione per porre fine ai problemi dell’Italia: far sparire tutti quegli inutili migranti che tanto puzzano, ti passano davanti al pronto soccorso e non pagano il biglietto dell’autobus. Le senti dire a gran voce che se ci fosse ancora lui, le cose andrebbero meglio; non stanno parlando ovviamente di Gesù Cristo. 

Non si vedono mai i loro uomini, almeno quelli rimasti su questa terra; di uno, si sa per certo, che è scappato con una tettona moldava conosciuta in sala bingo; fonti affidabili provenienti dal bar da Nane riferiscono che gli ha già prosciugato il libretto e tutti i buoni postali.  

Un altro, io e Paperoga lo conosciamo bene perché spende metà delle sue giornate e anche metà della sua pensione, in pasticceria dalla Cesarina a sbavare dietro a Dana la rossa e a farle, nemmeno tanto velatamente, proposte oscene. 

No so ti, ma a mi no me xé restà altro” 

Un tempo, Paperoga non avrebbe risposto così alla mia osservazione sul fatto che due brioches alla crema sono troppe e che vanificano i risultati della nostra camminata. 

Un tempo, c’era ancora SolaRadio. Un tempo, c’erano molte aspettative. Un tempo, c’era ancora tempo. 

Ghe sbicio! No va più nissuni a messa, xoeo i veci” 

Malinconico, con il naso pieno di zucchero a velo, attraverso la vetrina appannata della Cesarina, osserva il piazzale della chiesa quasi deserto, solo sparuti anziani intabarrati. 

Ghe sbicio!” 

Sono state le prime, memorabili parole che, nel lontano 1973, ho sentito pronunciare da tale Fabio Ballarin, quello che in seguito sarebbe stato ai più conosciuto come Paperoga, al nostro primo incontro. 

Le stava rivolgendo con sincera ostilità alla moltitudine di bottoni della veste da chierichetto, un capo di abbigliamento progettato con l’evidente intento di mettere alla prova la fede anche dei più devoti; spesso, quando te la abbottonavi, la tentazione di mollare una bestemmia in chiesa era tanta.  

Dopo una lotta corpo a corpo con l’ultimo bottone, Fabio perse l’equilibrio, inciampò e cadde rovinosamente, trascinando con sé un candelabro di quelli che si mettono vicino alla cassa da morto nei funerali. 

Era così agitato, impacciato e sinceramente disperato che mi risultò immediatamente simpatico. Ci guardammo un secondo, poi scoppiammo a ridere. E non la smettevamo più. Fu un’amicizia sigillata dal ridicolo, come tutte le migliori. 

Non so lui, ma io mi “arruolai” nel “corpo” dei chierichetti, non certo per una vocazione mistica, nessuna “chiamata” dall’alto: era piuttosto il mio innato desiderio, fin troppo umano, di mettermi in mostra e di collezionare sguardi di approvazione. Non cercavo chissà cosa, cercavo platea. 

Io e Fabio facevamo coppia fissa nel ruolo di assistenti: quelli che stanno a fianco del prete sull’altare. Tra mille alzatacce per servire messa si consolidò la nostra amicizia, cementata dal sonno arretrato e da una gran dose di cazzate con conseguenti risate, perpetrate durante le messe, specie quelle solenni dalla durata infinita. 

Dall’alto dell’altare godevamo di un punto di osservazione privilegiato. In quegli anni, a messa veniva davvero un sacco di gente. Un sacco di ragazze; Vera compresa. Il mio primo, grande amore. 
L’altare era un palcoscenico perfetto: con la veste bianca e nera, simil-prete, mi sentivo un gran figo. E quando Vera, terza fila a sinistra, sembrava sorridermi, mi pareva quasi di toccare il paradiso. Non quello promesso dal catechismo, ma quello molto più concreto fatto di batticuori e acre sudorazione improvvisa. 

Fare il chierichetto, oltre a permettermi di esibirmi senza troppi rischi e magari racimolare qualche punto in graduatoria per… il dopo, aveva anche un altro enorme vantaggio: le mance. All’epoca, la mia unica e solidissima fonte di reddito. 

Mitiche le volte che, dopo un funerale, non appena il feretro se ne andava seguito dallo stuolo dei parenti doloranti, noi ci dileguavamo con la mancia in tasca e andavamo “alla Pergola” a mangiare un bel cono di gelato. 
Dei veri sciacalli. Ma con la coscienza pulita. E il cono doppio. 

Intanto il rito immutabile della colazione dalla Cesarina si era felicemente compiuto. 
Caffè lungo e brioche; una sensazione di pace e appagamento che solo le abitudini inutili sanno dare. 
A pensarci bene, dovevo ammetterlo: Paperoga aveva ragione. Era rimasta l’unica cosa piacevole di alcune giornate. Tutto il resto poteva considerarsi depressione allo stato puro. 

Appena fuori, l’aria era ferma come un pensiero mal riuscito. 
Nessuna brezza, nessuna speranza. Il tanfo della brodaglia preparata dalla badante della siora Antonia Masiero, un miscuglio tra cavolo lesso, dado da brodo e rassegnazione, ristagnava nel quartiere senza la minima intenzione di disperdersi. 

Secondo Paperoga, che in queste cose vantava una competenza quasi scientifica, statisticamente erano di più le persone che percepivano quell’olezzo rispetto a quelle che ascoltavano la radio o la predica del prete. 
Ea spussa riva dapartutto”, sentenziò inesorabile. 

E mentre riprendevamo a camminare immersi in quell’aroma di minestra esistenziale, mi resi conto che forse aveva ragione anche su questo. 

Ormai la gente non va più in chiesa, e la radio la accende solo per sbaglio, quando ha bisogno di coprire il rumore dei propri pensieri. 

Nemmeno io vado più in chiesa; però ascolto la radio. 

Guardavo il mio socio mentre, svogliatamente mi precedeva con la classica andatura da smonà

Incredibile, anche nel modo di camminare siamo simili; siamo terribilmente simili in tutto. 

Odiamo lo sport. 
La competizione ci mette ansia: se qualcuno dice “vincere” noi cerchiamo l’uscita di sicurezza. 
Abbiamo paura anche della nostra ombra, soprattutto se si muove all’improvviso. 

Siamo introversi fino all’inverosimile. 
Specie al lavoro, ci piace stare da soli a farci i cazzi nostri, possibilmente in silenzio, con le dita nel naso, i capelli spettinati e quell’aria da “non disturbarmi che sto pensando a niente”
La socialità ci sfibra. La gente pure. 

Ci stanno sul cazzo i bulli, i prepotenti e soprattutto quelli che sanno tutto loro. 
Quelli che parlano anche quando non serve, che spiegano le cose che nessuno ha chiesto, che hanno sempre ragione pure quando è matematicamente impossibile. 
Con loro avremmo voluto reagire. Ma non lo facevamo. Per coerenza con la nostra codardia. 

E non parliamo di donne, … il discorso sarebbe troppo lungo e maledettamente triste. 

La musica invece no. 
La musica è sempre stata dalla nostra parte. 
Non ci giudica, non ci sfotte, non ci chiede di essere vincenti. 
La musica ci prende per mano e ci porta via, lontano da tutto, e ci fa sognare vite migliori… o almeno più silenziose. 

Ironia del destino, anche le nostre famiglie erano simili. 

Padri autoritari che non ci valorizzavano un cazzo e che agli ascensori sociali non ci hanno mai creduto. 
Operai erano loro. Operai saremmo diventati noi. Operai di Porto Marghera, punto. 
Come nostro fratello maggiore. 
Fine del sogno. Titoli di coda. 

Madri che ci urlavano tutto il giorno. Un sottofondo costante, tipo sirena antiaerea, che ti entra nel cervello e non se ne va più. Una colonna sonora di rimproveri che oggi potremmo campionare e rendere virale sui social. 

In sostanza, io e Fabio Ballarin eravamo, siamo e saremo per sempre dei veri anti-fighi. 
Zero carisma, zero leadership, come si usa dire oggi. A rincarare la dose: goffaggine cronica e paura endemica. In compenso una discreta dose di autoironia e un’inspiegabile capacità di sopravvivere, tirando avanti l’esistenza alla meno peggio. Non brilliamo, ma resistiamo. 

Me ne resi conto la prima volta che misi piede in quella specie di magazzino ricavato nel sottotetto del suo condominio, quello che più tardi sarebbe diventato il leggendario “studio radiofonico” di SolaRadio. 
Pochi metri quadri, il soffitto che anche un nano ci sbatteva la testa, odore persistente di muffa: un luogo che sembrava respingere il mondo, ma che in realtà conteneva tutto il suo. 

In quella mansarda era concentrato l’universo di Fabio, fatto quasi esclusivamente di roba di seconda mano. Di prima mano possedeva ben poco, a cominciare dai vestiti, rigorosamente passati dal fratello maggiore. 
Sior Ottorino, suo padre, aveva, come il mio, i gransi in scarsea: tutto era superfluo, tutto uno spreco. Dalle spese per la parrucchiera di siora Mirella ai fumetti che Fabio amava più di ogni altra cosa, soprattutto quelli di Topolino. 

Per questo li raccattava ovunque; persino nella raccolta carta della parrocchia. Vi lascio immaginare in che stato erano appena “raccolti”. In quella mansarda, poi, si impregnavano ulteriormente di umidità, assumendo un odore che potremmo definire “identitario”. Quando me li prestava, riuscivano a infestare l’intera mia cameretta, come un gas nervino a lenta diffusione. 

Il pezzo a cui era più affezionato era il “Manuale delle Giovani Marmotte”. Diceva di averlo trovato abbandonato su un muretto dei Paeassoni
A quella storia non ho mai creduto. Nessuno abbandona un testo sacro come il “Manuale delle Giovani Marmotte”. Più probabile che l’avesse ciullato a qualche altro bambino meno attento. 

Quel nerd ante litteram, trasandato, eternamente sbadato, con la testa immersa nei fumetti di Topolino, non poteva che essere accostato al mitico Paperoga, il cugino strambo di Paperino. 
Non ricordo chi fu il primo a chiamarlo così, forse proprio io, ma da allora il nome Fabio è stato lentamente cancellato. Oggi credo lo usi solo l’Agenzia delle Entrate; forse. 

In mansarda, oltre ai topolini, sia in versione fumetto che in versione animale, data una certa frequentazione di roditori, c’erano altri due oggetti iconici, recuperati chissà dove: un Monopoli malconcio, di cui Paperoga aveva autocostruito i pezzi mancanti, e una vecchia radio a transistor, scassata ma ancora viva, grazie anche alle amorevoli cure di sior Sergio, papà del Tito. 
Con quel Monopoli ci abbiamo giocato un numero imprecisato di partite (dopo, immancabilmente, lavata di mani). 
Sulla radio, invece, aleggia una leggenda: si dice che Paperoga usasse le stridule note che ne uscivano per ballare da solo, chiuso in quel bugigattolo, come un rituale segreto contro il mondo. 

In quella mansarda c’è stato un prima di SolaRadio, un durante SolaRadio e un dopo SolaRadio, che poi sarebbe il qui e ora. 
Tre ere geologiche compresse in pochi metri quadri, tra un lucernario che perde e una presa multipla sempre sul punto di prendere fuoco. 

Ora che la SolaRadio se n’è andata, la mansarda si è nuovamente riempita del mondo di Paperoga: cose raccattate, certo, ma anche cose nuove.  

Forse per affrancarsi da quel tempo in cui suo padre gli negava i soldi perfino per un ghiacciolo gusto cola, oggi compra qualunque troiata gli capiti a tiro. 

Accanto ai fumetti ci sono centinaia di vinili, oggetti vintage, reliquie di epoche che non vuole lasciare andare. 
È una mania dell’accumulo e della conservazione, un tentativo maldestro di trattenere il tempo, di costruirsi una sua personale forma di eternità. 

Ogni tanto ci troviamo ancora lì, seduti sul pavimento, a giocare con quel vecchio Monopoli dalle banconote lise. 
E, puntualmente, finiamo a rinvangare il passato. 

Finiamo per parlare di quello a cui non crediamo più; in primis, che mettere su quel circo chiamato SolaRadio non sia servito a saltar fuori dall’immenso mare dell’anonimato e a ottenere quella considerazione che aspettavamo dagli altri perché non ce la davano i nostri genitori. 
E, soprattutto, diciamolo: non è servito nemmeno allo scopo principale: cuccare in quantità industriale. 

Abbiamo passato anni a fare i bravi ragazzi, convinti che prima o poi qualcuno ci avrebbe premiati. Un applauso o meglio, una ragazza che dicesse: “Sei diverso dagli altri.” 

Niente. 

Nemmeno i preti ci hanno dato quell’approvazione che cercavamo. Ci hanno insegnato una fede fatta solo di regole, di doveri, di sottomissione. 
 

Il risultato lo vediamo mentre addentiamo una brioche con la crema di pistacchio dalla Cesarina: in chiesa entrano quasi solo vecchi.  

Noi due ex chierichetti ce ne stiamo lì fuori ad osservare, pensando che forse abbiamo creduto in un Dio sbagliato.  

Quello giusto forse esiste. Ma se c’è, non trasmette sulle nostre frequenze. 

Non sappiamo dove sia finito perché, alla fine, in questo mondo, hanno vinto gli Jorillà, gli altri, come li chiamavano i nostri padri; ovvero, i fighi, i prepotenti potenti. Tipo quelli che con i loro network radiofonici, si sono impossessati di tutte le frequenze e hanno soffocato le piccole radio come la nostra; o peggio, quelli fighi che hanno cuccato quelle che volevamo cuccare. 

Osservando quei pochi metri quadri che mi circondano, a volte, ho l’impressione che SolaRadio, in realtà, non sia mai esistita; solo un sogno partorito dalla mia mente fantasiosa, dall’insoddisfazione per ciò che non è, per ciò che non è mai stato. 

Mi sento prigioniero dell’immobilità che diventa rifugio, dei ricordi che inchiodano. 

Ho rabbia per non aver mai trovato il coraggio di osare davvero, di schiodarmi dal passato e cambiare strada. 

È vero. Io e Paperoga stiamo conducendo una vita da nerd. 
Anzi, ‘na vita de nerd. Che è ancora peggio e ancora più autentica. 

Ma forse anche questo, in fondo, è molto anti-figo … è tremendamente umano. 

La verità 
È che ti fa paura l’idea di scomparire 
L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi 
Prima o poi dovrà finire 

La verità 
È che non vuoi cambiare 
Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose 
A cui non credi neanche più 

Dario Brunori (Brunori Sas) 

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