Giuseppina

Fio dei Fiori – Parte II^ Storie di due donne

Capitolo 20 – Giuseppina

Mercoledì 8 dicembre 2009 

“Giuseppina Milanese, nata a Oderzo il 27 settembre 1926” 

Quando sento qualcuno dire queste parole significa che, probabilmente, sono finita ancora una volta in ospedale o in un posto simile. Ho una grande confusione in testa, mi sembrava ci fosse Angelo qui, o era forse ieri. È brutto essere qui da sola ma, è ciò che mi merito per come mi sono comportata.  

Chissà che giorno è oggi. Fuori piove, e la pioggia mi ha sempre fatto compagnia. C’è qualcosa di magico nel suono delle gocce che danzano sul tetto, un ritmo dolce e familiare. Quando ero distesa a letto, sentire la pioggia battere mi regalava un po’ di tempo in più per sognare. In quei momenti sospesi, la pioggia diventava un manto che mi avvolgeva, proteggendomi dalla realtà e permettendomi di perdermi in mondi lontani. 

I sogni erano l’unico rifugio che avevo nelle lunghe giornate scandite da fatiche senza fine: cesti colmi di panni da lavare, letti da rifare, vacche da mungere, galline da accudire. E poi, i campi, che con le loro zolle dure mi piegavano la schiena. Erano giornate pesanti, sì, ma i sogni, quei sogni, erano la mia salvezza. Mi hanno tenuta in vita, come una flebile fiammella che resiste al vento. Anche se, ora, iniziano a sbiadire un po’, come quei romansetti, vecchi fotoromanzi in bianco e nero che ci passavamo di nascosto dai mariti, sfogliati mille volte, sgualciti dal tempo e dall’amore che non osavamo vivere apertamente. 

E tu, da quanti anni ormai sei l’unico protagonista dei miei sogni? Probabilmente da quella domenica mattina quando, trascinato dalla musica, avevi trovato il coraggio di scappare e, dietro la canonica, mi baciasti furtivamente, con la promessa che saresti tornato per portarmi via. 

Quella promessa è rimasta sospesa, aggrappata al filo dei miei sogni, un filo che non ho mai lasciato andare. 

Per anni, ogni notte, non vedevo l’ora che arrivasse il momento di stendermi sul mio ruvido materasso di crine. Era lì, in quell’attimo prima di dormire, che potevo finalmente riabbracciarti nei miei pensieri. Chiudevo gli occhi e ti cercavo, sperando di sognarti, di sentire ancora le tue mani, il tuo respiro vicino. Solo in quei sogni potevo vivere l’amore che mi era stato negato, e ancora adesso, anche se il tempo è passato, continui a essere l’unico rifugio a cui il mio cuore vuole tornare. 

Purtroppo, la realtà era diversa, la puzza e il russare di Ioani, coricato accanto a me, servivano a ricordarmelo. 

La stessa puzza che ho sentito per la prima volta quel giorno in stalla quando, dopo essersi assicurato che la porta fosse chiusa, mi disse, “speta che te mostro ‘na roba”. Provai un dolore lancinante quando, poco dopo, quella “roba” me la sentii in mezzo alle gambe mentre lui ansimava e il suo alito emanava puzza di vino. 

Noi donne dobbiamo passarne tante”. Una frase che sentivo ripetutamente pronunciare dalle anziane; per questo, in quel momento, non ebbi nessuna reazione. Nella mia ingenuità e ignoranza pensavo a quell’atto violento e doloroso fosse la prima tappa da affrontare per diventare una donna matura. A conferma di questo poi, Ioani, tutto sudato e soddisfatto mentre si ricacciava dentro i pantaloni “la roba” tutta bagnata e sporca disse: “dai bea che ancuo te go fatto diventar dona”. 

Se non fosse stato per le forti perdite di sangue che “la roba” di Joani mi aveva provocato, di quell’episodio non ne avrei mai fatto parola con nessuno. Purtroppo, invece dovetti subire un ulteriore umiliazione dal tribunale familiare. Io e Joani, non importava se contro la mia volontà, avevamo fatto “robe sporche”, le perdite di sangue si sarebbero fermate ma io, dopo morta, invece, ero destinata a finire all’inferno per l’eternità. L’unica soluzione per redimermi era sposarlo. 

Anche se ci tenevano volutamente nell’ignoranza, noi donne di campagna, prima o poi, le cose le capiamo. Io l’ho capito quella sera. Una delle tante in cui tornava a casa ubriaco, stanco e rabbioso, e mi rinfacciò, con un ghigno amaro, che mi aveva usato violenza solo perché spinto da mio padre. Se non l’avesse fatto, mi disse, avrei rischiato di restare zitella, e in qualche modo, il sacrificato, alla fine, era stato lui.  

E noi donne, con le nostre vite intrappolate nel fango della sottomissione, continuiamo a ingoiare il boccone amaro. A chinare la testa, schiacciate dal senso di colpa, perché alla fine siamo sempre noi le peccatrici, siamo sempre noi a dover espiare le colpe che ci vengono addossate. Non importa quanto grande sia l’ingiustizia, siamo noi a portarla, silenziose e invisibili. 

Dov’è finito Angelo? Era qui, ne sono sicura, continuava a tempestarmi di domande, un’abitudine che aveva fin da piccolo. Aveva sempre quel desiderio ardente di sapere, di capire, di scavare nelle cose con la sua curiosità insaziabile. Io, povera contadina ignorante, non ho mai avuto le risposte giuste per lui. Lui voleva sapere, e io non sapevo cosa dirgli. 

E ora, in questo momento raro di lucidità, quando finalmente avrei qualcosa di importante da dirgli, qualcosa che forse potrebbe cambiare tutto, è sparito. Come fa spesso. Scompare, si dissolve tra le ombre, lasciandomi sola con le mie parole inespresse, con i miei pensieri che si affollano senza un destinatario. 

Continua …

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© 2009 – 2024 Michele Camillo

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