Fio dei Fiori – Parte I^
© 2009 – 2024 Michele Camillo
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Capitolo 7 – Fugassetta
Alle sette e venti, con notevole anticipo sulla consueta tabella di marcia giornaliera, ero già fuori di casa. Nonostante la notte insonne, non avvertivo alcuna traccia di stanchezza. Minacciava temporale: il vento forte e i nuvoloni scuri si agitavano nel cielo, in un balletto inquieto di ombre e luci. Quel tempaccio mi riempiva di gioia, non solo per il fresco che offriva una tregua dal soffocante calore, ma anche perché associavo quel cambiamento metereologico alla novità che stavo vivendo.
L’inaspettata ondata di felicità si aggiungeva ai consueti dieci minuti di ordinaria gioia che provavo recandomi dalle “bee fie” per il “solito”. Quel piccolo rituale quotidiano, oltre ai benefici psicofisici già menzionati, rappresentava un momento di tregua dalle fastidiose problematiche nei rapporti con mia sorella e mio cognato, definitivamente compromessi da quando mia madre non era più stata in grado di badare a se stessa.
Mi chiamano Fugassetta dalle elementari. I miei, allora, non mi davano mai la merendina da portare in classe, così chiedevo con insistenza ai miei compagni un pezzo di fugassetta. Persino la dolce maestra Lauretta era stufa di vedermi tallonarli gridando: “Dame un toco, dai dame un toco!”. Mi rimproverava per quel mio modo di fare, credo di essergli sembrato il figlio di due morti di fame, e forse lo ero. Per mio padre, la merendina era un lusso da ricchi, e ogni mia richiesta di avere, come gli altri, la fugassetta da portare a scuola, riceveva sempre la stessa risposta: “Non rompere i coglioni, te la comprerai quando andrai a lavorare.” Il tutto, ovviamente, seguito dal solito trattamento di arrossamento alle chiappe.
Al lavoro, non c’era molto da fare. Purtroppo, giornate così erano sempre più frequenti. In questi casi, anche per non far preoccupare il paron Franzin, e dargli l’illusione che ci fosse attività lavorativa, mi rifugiavo in laboratorio a mettere in ordine. In realtà, non c’era molto da riordinare, visto che la maggior parte delle cose erano vecchie e avrebbero dovuto essere già da tempo destinate alla discarica. Ma ero affezionato a tutto quel vecchiume: dentro quel laboratorio c’era un pezzo significativo della mia vita. Ogni oggetto aveva una storia da raccontare. Conservavo ancora i pezzi dei primi PC che vendevamo vent’anni fa, ai tempi gloriosi in cui in ditta, oltre al giovane paron Franzin, c’erano altre sei persone. Il lavoro non mancava mai, mentre ora è peagra, come si dice da queste parti; lo testimoniano i numerosi capannoni abbandonati nei paraggi.
Mi dedicai a sistemare le vecchie bolle di accompagnamento e, come iniziai, vidi scorrere i primi anni di lavoro. Scossi la testa e sorrisi ironicamente, pensando al giorno in cui fui assunto dal Franzin. Era il primo aprile 1987, avevo appena finito il militare e mi ritenevo fortunato ad aver trovato subito un lavoro attinente al mio titolo di studio. La paga, settecentocinquantamila lire, mi rese euforico: era finalmente arrivata la tanto agognata indipendenza economica. Non mi pareva vero di andare in giro con l’auto aziendale, sulla quale, da bravo sgrandesson, il capo aveva appiccicato la mega scritta “EF Office s.r.l. – Hardware & Software”. Me la tiravo alla grande, girando in lungo e in largo per il paese; la domenica, poi, ci andavo persino a messa.
Bastarono un paio d’anni perché cominciassi a sentirmi insoddisfatto. Vedevo i miei compagni di scuola trovare impieghi più appaganti e remunerativi del mio. Non era raro che qualcuno di questi stronzetti mi sfottesse, chiedendomi con falsa cortesia notizie sulla mia situazione lavorativa, per poi, senza lasciarmi finire di parlare, scaricarmi addosso quanti più dettagli possibili riguardo ai loro lauti stipendi farciti da benefit aziendali e, cosa che mi faceva più male, l’elenco delle donne che si trombavano “de fora via”. Iniziai quindi a spedire domande di lavoro a destra e a manca e a comprare ogni venerdì i quotidiani con gli annunci per la ricerca di personale qualificato. Dopo ventitré anni, nulla è cambiato: rimasi l’unico dipendente, quello che ha visto transitare due generazioni di colleghi passati a miglior vita, chiaramente lavorativa. Vedevo in continuazione gente che, negli anni, faceva un sacco di cose, un sacco di soldi, un sacco di figli mentre io, solo un sacco di sogni.
Mi caddero per l’ennesima volta le palle e iniziai a far pensieri strani sul canale di fronte. Per fortuna, squillò il cellulare, “Una notizia buona e una mezza cattiva”, disse secco il Sega.
La notizia buona anzi due, riguardavano il viaggio, grazie a una sua collega, esperta viaggiatrice, aveva trovato una buona occasione inoltre, el teron Ciro, sentite alcune sue conoscenze, lo aveva rassicurato circa la rapida emissione dei passaporti. Quella mezza cattiva consisteva nel fatto che poteva finalmente disporre di quante ferie voleva, dal primo settembre la fabbrica avrebbe chiuso definitivamente e lui, assieme agli ultimi colleghi rimasti sarebbero stati messi in mobilità.
Che strano, il suo tono di voce non era per niente preoccupato, certo prima o poi sarebbe successo, la gloriosa SICE era ormai agonizzante, gli addetti alla produzione erano in cassa integrazione dalla primavera, erano rimasti solo i manutentori e gli impiegati, Sega trovava pure la voglia di scherzarci sopra. Non riuscivo a capacitarmene, stava per perdere il lavoro e si preoccupava solo di organizzarci il viaggio.
La mattinata se ne era andata abbastanza velocemente; ormai era ora di chiudere per la pausa pranzo. Mi diressi verso il centro commerciale con il solito scopo di fare un pasto decente usufruendo al meglio del misero buono da dieci Euro passato dalla premiata ditta. All’interno trovai la solita calca, non avevo assolutamente voglia di pranzare in mezzo a tutta quella confusione per cui, entrai nel supermercato e puntai dritto al bancone della gastronomia, due tramezzini, una vaschetta di insalata di riso e una bottiglietta di the freddo servirono allo scopo. A remengo la calura, un quarto d’ora di macchina e sarei stato li, ovvero un minuscolo gruppo di alberi immersi nella placida campagna vicino all’argine di un canale, da anni ormai eletto mio luogo di meditazione.
All’ombra dei miei alberi prediletti, si viveva un’esperienza quasi fiabesca. Recentemente, un’anima benevola aveva costruito due panchine e un tavolino, trasformando quel luogo in un’oasi serena nel mezzo del soffocante caldo estivo. Nonostante la mattina avesse promesso pioggia, il calore si era ripresentato con rinnovata intensità. Il paesaggio era deserto, campi sconfinati si estendevano tutt’attorno, offrendo l’occasione perfetta per una liberatoria pisciatina. La sensazione di farlo all’aria aperta, contribuendo a innaffiare la terra assetata, mi regalava una soddisfazione immensa.
Con gesti lenti e deliberati, disposi le vettovaglie sul tavolino. Aprii la vaschetta dell’insalata di riso e iniziai a gustarla, mentre contemplavo il paesaggio rurale estivo di fronte a me. Ogni volta che mi trovavo sotto quegli alberi, osservavo il lento mutare delle stagioni, un richiamo ancestrale al legame con la terra trasmesso dai miei antenati contadini. Questo rituale mi infondeva un profondo senso di pace e serenità.
Il suono incessante delle cicale era il sottofondo di quei momenti, ma riuscivo comunque a percepire il ronzio di un motore d’aereo sopra la mia testa. Alzai lo sguardo e seguii con gli occhi la scia bianca lasciata nel cielo. Quanti anni avevo passato a osservare quelle tracce evanescenti! Un brivido mi attraversò il corpo pensando che, forse, fra un mese o poco più, sarei salito per la prima volta su uno di quegli aerei, e magari avrei sorvolato proprio questo luogo.
Ripensai a tutto il tempo trascorso con il naso all’insù, immaginando da dove venissero e dove stessero andando quei voli. Con la mano tesa verso il cielo, fingevo di catturare quegli aerei come fossero farfalle, sognando viaggi lontani e avventure ancora da vivere.
Attesi con ansia i due mul, convocati per cena. Avevo preparato delle specialità estive: fusilli con pesto, mozzarella a cubetti e pomodorini, e l’insalatona di tacchino. A seguire, il solito miscuglio di gelato, anguria e liquori ghiacciati, un autentico attentato al già nostro precario aspetto esteriore.
Il Bitol arrivò per primo, con una confezione di sei birre sotto braccio, come se fosse il biglietto d’ingresso per entrare in casa mia. Appena entrato, senza nemmeno salutare, mi rifilò un DVD, insistendo che dovevamo guardarlo immediatamente. Poi si fiondò sul pacchetto di patatine come un falco su una preda.
Dopo pochi minuti, ecco il Sega con un pacco di fogli arrotolati in mano. “’ndemo, ‘ndemo!” esclamò, usandoli come un manganello sulla mia testa. L’eccitazione era talmente contagiosa che in tre riuscimmo a creare una confusione tale da far sembrare il nostro ritrovo una rissa condominiale.
Il Bitol insisteva per vedere subito “Woodstock: Three Days of Peace and Music”, mentre il Sega voleva discutere la proposta dell’agenzia di viaggi. Io, invece, cercavo disperatamente di salvare la pasta dal trasformarsi in una pappa molliccia. Alla fine, richiamai l’assemblea all’ordine: avremmo ascoltato il Sega mentre mangiavamo poi, ci saremmo accomodati sul divano per visionare il film e dar fondo alle riserve di birra.
Sega ci illustrò l’affare del secolo: partenza da Venezia, scalo a Londra, ripartenza per New York il giorno successivo, con un pernottamento a Londra e due a New York. Il tutto per soli novecentocinquanta euro. Per il resto del viaggio ci saremmo affidati al destino, perché altrimenti che avventura sarebbe stata? Sega aveva calcolato che ci sarebbero voluti circa altri settecento euro per pasti, alloggi e spese varie; del meticoloso Sega ci si poteva fidare, quel budget era sicuramente il massimo che il mercato potesse offrire. Approvammo all’unanimità la proposta.
Il Bitol iniziò a fantasticare, immaginandoci mentre, a Londra, attraversavamo le famose strisce pedonali di Abbey Road, emulando i Beatles nel 1969. Quando saremmo stati a New York, non potevamo mancare di fare una capatina a Strawberry Fields in Central Park, il memorial di John Lennon. Il viaggio assumeva sempre più i contorni di un pellegrinaggio rock.
Il Bitol, ancora con il boccone in bocca, aveva già predisposto tutto per la visione. Non potevamo esimerci dal partecipare al cineforum, pena la radiazione dall’album degli amici. Le immagini del luogo dell’evento catturarono subito la mia attenzione: non mi aspettavo di vedere delle verdissime colline, un posto incantevole che mi fece venire voglia di essere già lì.
Mentre il Bitol sottotitolava le scene con esclamazioni come “varda quea” o “varda ‘staltra che montareo”, io mi concentravo sulle ragazze con la fascia nei capelli; erano tantissime e spesso nude intente a fare il bagno nel mitico Filippini Pond. Tra risate, birre e sonori rutti, la serata si trasformò in un’allegra baraonda, con il Bitol che continuava a fare il commentatore e il Sega che pianificava ogni dettaglio del nostro viaggio. Ero ancora più convinto che era li che bisognava andare, era li che bisognava cercare le radici del Fugasseta.
Continua …..
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