Fio dei Fiori – Parte I^
© 2009 – 2024 Michele Camillo
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Capitolo 6 – Notte silenziosa
Appena sceso dall’auto, una brezza fresca e inaspettata mitigò l’afa soffocante della sera estiva. Decisi di non salire subito in casa, lasciandomi attirare dalla tranquillità che avvolgeva la campagna. Iniziai a fare due passi, immergendomi nella notte che si stava dipingendo di stelle. L’aria era intrisa del profumo dolce e terroso dei vicini campi di granturco, un aroma che mi riportava indietro nel tempo, quando da bambino mi addentravo spesso tra quelle file di piante che ai miei occhi sembravano una foresta incantata, un luogo magico dove perdersi in avventure immaginarie.
Non avevo sonno, così mi incamminai lungo il troso che costeggiava i campi. Il frinire dei grilli e il richiamo d’amore dell’assiolo erano una melodia familiare, un’eco dei miei ricordi d’infanzia. Ogni passo risvegliava immagini di giochi spensierati, di corse sfrenate tra le spighe dorate e di risate che si perdevano nel vento.
Il cielo, ormai privo delle luci del crepuscolo, si apriva in un abbraccio stellato, un’immensità silenziosa che sembrava osservare con benevolenza il mio cammino. Mi fermai un momento, lasciando che la calma della notte mi avvolgesse completamente. Sentivo il cuore battere piano, in armonia con il ritmo della natura che mi circondava.
Continuai a camminare, con passo lento e misurato, assaporando ogni istante di quella solitudine serena. Ogni respiro era un dono, un frammento di pace che mi riconnetteva con la terra e con il mio passato. E in quel momento, sotto il manto stellato e il profumo avvolgente del granturco, mi sentii finalmente felice e sereno. Pensai a com’era iniziata quella giornata; all’insegna della rabbia e dello scoramento per una vita che non sarebbe mai cambiata e di come la situazione si era velocemente ribaltata in una manciata di ore. Volsi lo sguardo al cielo per ringraziare una certa mano divina.
Grazie alla provvidenziale brezza, decisi di dormire con la finestra aperta, è un lusso che, in certe sere d’estate, chi come me abita in un condominio confinante con campi, si può tranquillamente permettere. Disteso a letto con le mani dietro la nuca osservai le stelle, sebbene filtrate dalla zanzariera si vedevano benissimo, mi chiesi se erano le stesse che si vedono in America. Ho sempre odiato la monotonia, le innumerevoli giornate che trascorrono fiaccamente tutte uguali senza che non succeda mai niente di eccitante, oggi di sorprese ne avevo avute fin troppe, l’ultima me l’avevano riservata i due mul.
Quella notte mi resi conto di avere due amici pieni di talenti e che io, finora, avevo sempre cercato a malapena e maldestramente, di imitare. Rincorrevo i loro interessi, mi ero comprato una chitarra e una tastiera senza mai imparare a suonarle, possedevo un’enorme quantità di dischi e CD che, non ricordo nemmeno di avere, acquistati solo perché era musica di tendenza o per l’accattivante copertina.
Era una notte silenziosa, e nell’ombra soffusa della mia stanza mi resi conto di un amaro risveglio. Tutta la mia esistenza, come un torrente impetuoso, si era concentrata su un’unica direzione: la spasmodica ricerca di una donna, quella donna, che incarnasse un ideale di bellezza capace di colmare il mio cuore affamato. Eppure, questo scopo, che avevo eletto a faro della mia vita, mi appariva ora in tutta la sua desolante banalità.
Rivolsi lo sguardo alla libreria che troneggiava nella stanza, un emblema visibile del mio percorso. Era un monumento al tempo perso, un cimitero di passioni mai esplorate: volumi dalle pagine immacolate, custoditi come reliquie di un’intellettualità mai sbocciata, videocassette e DVD ancora avvolti nella loro plastica protettiva, promesse di storie mai vissute. Ogni oggetto lì presente era una testimonianza muta della mia superficialità, accumulati senza criterio, senza amore, come se il mero possesso potesse sopperire all’assenza di un reale interesse.
Ogni libro non letto era una voce soffocata, ogni film non guardato una finestra chiusa su mondi di emozioni che non avevo avuto il coraggio di esplorare. Mi accorsi che avevo investito tempo e denaro in inutili feticci, sperando che essi potessero, in qualche modo, colmare quel vuoto che mi divorava dentro. Ma ora, seduto in quella stanza silenziosa, quel vuoto risuonava come un eco implacabile.
Mi sentii come un naufrago su un’isola deserta, circondato da una marea di oggetti inutili che non avrebbero mai potuto salvarmi dalla mia solitudine. Il mio cuore, un tempo così affannato nella ricerca di un sogno di bellezza, ora batteva piano, sussurrando una verità ineluttabile: avevo vissuto un grande vuoto esistenziale. E in quel silenzio, tra quelle mura cariche di promesse non mantenute, compresi che il primo passo verso la redenzione sarebbe stato riscoprire me stesso, al di là di ogni superficiale desiderio.
Mi alzai, per prendere le gocce di valeriana. Nella penombra della stanza, l’ampolla scintillava come un faro di calma. Decisi di abbondare per concedermi un’overdose di pace, sperando che il fluido ambrato mi riconducesse nei meandri di un sogno lontano.
E così fu. Nel silenzio cullante del sonno, il mio spirito si tuffò indietro, a rifare quel sogno ricorrente. Una giovane donna bionda, avvolta in un’aura di serenità, con una fascia rossa che vibrava come un segno di vita tra i suoi capelli d’oro, si materializzò davanti ai miei occhi. Entrò nella camera, lieve come una brezza estiva, dove io, bambino, dormivo insieme ai miei genitori.
Si fermò per un istante, come a ponderare il mistero della mia presenza in quel luogo di pace. Poi, con la grazia di un soffio, si avvicinò al piccolo lettino. Il suo tocco sul mio volto era la carezza dell’eternità, una promessa di dolcezza che solo i sogni più puri possono custodire.
Quella carezza sfiorava non solo la mia pelle, ma ogni fibra della mia anima, risvegliando sensazioni sopite dal tempo e dall’oblio. In quel contatto effimero, trovai un conforto senza tempo, un legame che trascendeva le dimensioni della realtà, abbracciando l’essenza stessa del mio essere.
In quel momento capii che quella persona forse era esistita veramente e si chiamava Kate.
Diedi un’occhiata alla sveglia sul comodino, erano le cinque e un quarto, uno dei giorni più lunghi della mia vita era ormai alle spalle.
Continua …..
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