Fio dei Fiori – Parte I^
© 2009 – 2024 Michele Camillo
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Capitolo 2 – La riunione
Mezzo secondo dopo la “e” di Kate, mi precipitai in bagno; dall’agitazione, uscii con i pantaloni ancora mezzi abbassati e senza aver tirato lo sciacquone. Irina, testimone ufficiale dell’evento, se ne stava appoggiata al mobiletto del corridoio; da persona molto saggia e perspicace, come può esserlo una con una storia complicata alle spalle, dava l’aria di aver già capito tutto.
Mamma irruppe brutalmente tutta agitata, tanto da rischiare di ribaltarsi dalla carrozzina. Sospettosa fino allo stremo, non sopportava sentir parlare le persone tra loro senza che fosse coinvolta, aveva la fissazione che tutti stessero complottando contro di lei. Irina corse con le gocce di Valeriana che poco prima aveva dato a me; mentre io, con il malloppo in mano, optai per la ritirata, salutai frettolosamente e mi diedi a una sana fuga da quella gabbia di matti che, ormai da qualche anno, era diventata ea casa nova.
La prima cosa da fare era convocare subito una riunione urgente, alla quale, come è facile dedurre, ero l’unico partecipante.
E’dai primordi della mia esistenza che dimoro in una sconfinata solitudine, naturale effetto collaterale per un introverso costretto a vivere in mezzo ai campi con un padre autoritario, una madre assente e una sorella troppo grande. Era in quel contesto che, per trovare un modo di affrontare la vita e consolarmi dalle punizioni che ricevevo, iniziai a indire riunioni con me stesso. Questi incontri solitari erano il mio modo di sfuggire alla realtà opprimente e rifugiarmi in un mondo dove potevo parlare apertamente, senza paura di essere giudicato o punito. In quei momenti, discutevo con me stesso delle ingiustizie che subivo, delle emozioni che mi travolgevano, e delle strategie che avrei potuto adottare per affrontare le avversità e le decisioni che dovevo prendere.
Ancora oggi, dopo più di quaranta anni, la mia agenda continua a essere piena di riunioni che, richiedono la presenza obbligatoria di quell’unico partecipante. Molto spesso, si trattava di meeting lunghi, estenuanti e ripetitivi; in quei giorni, ad esempio, ne stavo facendo parecchi per decidermi sull’acquisto di una nuova automobile. La mia sala riunioni preferita è il bagno; seduto sul water ho preso le più importanti decisioni strategiche della mia vita. In quei giorni, il mobiletto a fianco del bidè era stracarico di preventivi, depliant e riviste specializzate per le quali, finora, avevo speso una tale cifra che avrei tranquillamente potuto, nel frattempo, comprarmi già le gomme e mezza carrozzeria.
Presi delicatamente i reperti e mi infiali nella scassatissima auto aziendale per frecciare a tutto gas in direzione della mia tana, ovvero il miniappartamento, ai margini della cittadina di provincia, dove abito ormai da sei anni. Acquistato con i sudati risparmi più l’inevitabile mutuo, per mia sorella Teresa e mio cognato Gino era invece frutto di soldi abilmente sottratti per anni ai miei genitori, nonché una mossa strategica, pianificata a tavolino, per sottrarmi ai doveri verso mia madre; mentre loro, rimasti ad abitare al piano superiore della casa nova, si sono dovuti accollare l’onere di farle assistenza nonché, tutte le altre faccende tipiche di una abitazione rurale.
Ogni volta che percorrevo la strada dalla casa nova al mio appartamento e viceversa, sentivo un continuo affiorare di sensi di colpa che mia sorella e mio cognato mi avevano instillato. Ma questa volta era diverso. L’eccitazione era alle stelle. Sul sedile accanto a me, c’era un mistero che prometteva di cambiare per sempre, e in meglio, la mia vita. Finora l’unica cosa eccitante, appoggiata su quel sedile di cui avevo ricordo, era la Micol, impiegata tuttofare, della Emme Zeta Profilati, uno dei miei clienti storici. Le avevo dato un passaggio dal meccanico per ritirare l’auto, la minigonna di jeans che indossava quel giorno, alimentò certe mie fantasie per alcuni mesi.
Una volta in casa predisposi tutto per garantire il massimo confort e favorire la concentrazione; misi il condizionatore a manetta, accesi l’impianto stereo per diffondere dell’ottima musica New Age e il PC per iniziare le ricerche sul Web. Telefonai al Franzin, ovvero el paron, per dirgli che, a causa di problemi con mia madre e, secondo i miei sospetti, forse lo erano davvero, ci saremo rivisti l’indomani. Il mio lavoro di tecnico installatore e riparatore di registratori di cassa, fotocopiatrici, distruggi documenti, calcolatrici, scaffali e tutto quello che commerciava il Franzin, poteva aspettare.
Terminai velocemente i preparativi in quanto, a causa dell’agitazione, dovetti di nuovo correre in bagno per cui, la riunione, iniziò anche questa volta, tanto per cambiare, seduto sul water.
Sistemai il materiale sul mobiletto, gettando brutalmente a terra decine di riviste di auto, cominciai a sfogliare nervosamente il libro in cerca di altri indizi, una annotazione una sottolineatura niente, solo quella frase scritta alla fine. Notai la calligrafia, molto bella e chiara, mi feci scorrere velocemente le pagine a mo’ di ventaglio sotto il naso per sentire ancora quel tipico odore vintage.
Il Web ormai è uno strumento indispensabile per risolvere i misteri più intricati; in televisione, l’avevo visto fare un sacco di volte dai più famosi investigatori, intendo quelli delle fiction poliziesche. L’unico elemento finora disponibile era il titolo del libro, con trepidazione digitai “Jack Kerouac on the road” nella casella di ricerca e poi, click. Chiusi gli occhi in attesa dei risultati; cominciai a sudare, conscio che da quel preciso momento, cominciava un’avventura; aspettavo i risultati come se si trattasse di un esame clinico di vitale importanza.
L’attesa era insopportabile, ogni secondo sembrava dilatarsi all’infinito. Quando finalmente decisi di aprire gli occhi, lo schermo si illuminava di innumerevoli link, articoli, recensioni e discussioni su forum. “On the Road” non era solo un libro, era un fenomeno culturale che aveva ispirato generazioni di lettori, artisti e sognatori.
I primi risultati erano schede informative che riassumevano la trama: un viaggio attraverso l’America degli anni ’50, un’odissea di scoperta personale, amicizia e libertà. Più scorrevo la pagina, più sentivo crescere una strana sensazione di connessione con quel mondo, fino a quel momento per me nuovo, descritto da Kerouac; la beat generation e gli hippies
Schizzavo nervosamente da una pagina web all’altra senza mai soffermarmi a leggerne con calma i contenuti, in mezz’ora sarò corso in bagno almeno tre volte, avevo i piedi freddi come a gennaio; continuavo inoltre, ad alzarmi dalla scrivania e andare avanti e indietro continuamente come un criceto in gabbia. Non mi ero reso conto che, nel frattempo, erano passate quasi due ore, stavo ancora in mutande, avevo inghiottito un intero pacco di frollini al cioccolato, un kilo di Giambonetti, nonché esaurite tutte le riserve di the freddo e chinotto.
Di sicuro, la misteriosa Kate aveva qualcosa a che fare con gli hippies ma, c’era una domanda, alla quale, nel Web non avrei mai trovato risposta; era questo che, in realtà, mi faceva agitare.
Dovevo cercare di calmarmi; mi distesi a letto, feci alcuni profondi respiri, dicono sempre di fare così; per cercare di ragionare con lucidità. C’era poco da girarci attorno; quel dubbio, il dubbio dei dubbi, mi aveva assalito sin dal primo istante successivo alla lettura della frase.
Ero suo figlio?
La mia mente era un turbine di pensieri, come un tornado che travolge tutto ciò che incontra. Quella possibilità mi scuoteva profondamente. Il dubbio si era insinuato in me come un serpente velenoso, paralizzandomi con il suo morso. Chi era davvero Kate? E come poteva essere collegata a me in modo così intimo e sconvolgente?
A dar man forte alla questione c’era la cortina fumogena che copriva i primi istanti della mia vita, a cominciare dal fatto che, a differenza della maggior parte dei miei coetanei, venuti al mondo in ospedale, io, sono nato in casa e, senza troppa gente attorno. La casa colonica di noi Furlan, detti nosea per il noceto secolare piantato dai miei avi dietro il casolare, si trovava, a quei tempi in una posizione parecchio isolata rispetto al paese. Siamo sempre stati isolati geograficamente ma, ancora di più socialmente, a causa soprattutto del carattere burbero di mio padre, pur avendo entrambi i miei genitori famiglie numerose, ricevevamo visite di rado. Tra l’altro mia sorella non era presente quando nacqui; stava trascorrendo un periodo di cura in colonia agli Alberoni, una testimone in meno. Altro tassello importante, l’età di mia madre, nel ’66 aveva quarantatré anni; a quei tempi, non era certo usuale partorire a quell’età.
Riaffiorò poi quel pensiero sopito, nascosto nei meandri più profondi della mia mente: la strana convinzione di non sentirmi veramente figlio di Ioani e Bepina e la vergogna che, da sempre, provavo nei loro confronti, considerandoli troppo vecchi.
Le parole di Kate risvegliarono in me molti ricordi, soprattutto riguardo alla misteriosa attrazione per la musica. La musica era la mia compagna di vita; mi accompagnava in ogni momento, diventando un sostegno prezioso nelle difficoltà e un conforto nei momenti di tristezza. Era il legame che mi univa a Kate.
Cercavo di immaginarla fisicamente. La raffiguravo come una giovane e bella ragazza dai lunghi capelli biondi, con una fascia rossa sulla fronte come una vera hippy. La immaginavo seduta, a gambe incrociate sul prato accanto a casa, all’ombra del Morer, in quel momento speciale dell’agosto del ’66 in cui la campagna assolata sembrava prendersi una pausa. Il vento, il canto delle cicale, il suono della chitarra e la sua dolce voce erano gli unici suoni che si percepivano quel pomeriggio. Le immagini si intrecciavano con i pensieri su Kate, rendendola sempre più viva nella mia mente; era lei la persona speciale che, da sempre, attendevo.
Le emozioni mi stavano travolgendo, forse era il momento di prendermi una pausa e uscire per raccogliere i pensieri, non prima di aver deliberato quanto segue:
- Massima riservatezza a cominciare da mia sorella e mio cognato, per finire con i fedelissimi Armando e Adriano;
- Necessità di un accurato interrogatorio all’unico testimone vivente, ovvero zia Teresina;
- Comprare l’edizione italiana del libro al fine di capirci qualcosa su ‘sta Beat Generation e gli hippies;
- Spararmi una dose di cappuccino con poca schiuma.
Continua …..
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