E ti vengo a cercare

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

Nel piccolo campo dietro casa, c’era l’erba alta e un’aria che sapeva di estate infinita. Un luogo che agli adulti sembrava solo un pezzo d’erba incolta, ma che per noi ragazzini era una giungla, un rifugio segreto e, per me, teatro di emozioni ancora indimenticabili. 

Io e Paolina, ce ne stavamo nascosti tra i rovi delle more, cercando di non farci trovare dal malcapitato cercatore che, da un pezzo ormai, aveva finito di contare. Troppo vicini per ignorarci e troppo bambini per stare zitti. Così iniziammo a bisticciare. 

Io le dissi che aveva gli occhi strabici. 
 

Lei mi rispose, con precisione chirurgica, che avrei fatto meglio a guardarmi allo specchio, visto che con quelle orecchie a sventola avrei potuto decollare come Dumbo. 

Quel tale Dumbo non sapevo nemmeno chi fosse ma, gli risposi che sarei decollato per lo spazio perché da grande avrei fatto l’astronauta e che lei era talmente piccola che con un soffio l’avrei buttata a terra. Anche mia mamma diceva che era un scheo de putea ovvero una bambina piccola come una monetina da cinque lire. 

Per tutta risposta mi diede una spinta, facendomi cadere in mezzo alle ortiche. 

Non era la prima volta che finivo a terra per uno spintone, eppure quella volta accadde qualcosa di diverso: inspiegabilmente, la rabbia per essere stato sopraffatto non arrivò. Rimasi senza parole, ma dentro mi sentivo leggero, quasi felice. 

Saranno stati anche un po’ strabici, ma quei grandi occhi tondi puntati su di me misero un disordine nel cuore.  

Il suo sguardo sorrideva prima ancora delle labbra e quel sorriso silenzioso riuscì a rendere poetica persino quella spinta ben assestata. 

Da quel giorno, mosso da una forza ancora misteriosa, non vedevo l’ora di fiondarmi nel campetto per giocare a nascondino insieme con gli altri ragazzi. 

In realtà, speravo solo che ci fosse lei. Su certe cose, avevo e, tra parentesi, ho tutt’ora, la grande capacità di mentire a me stesso. 

Ti vengo a cercare” 

Diceva con quella sua voce squillante, quando capitava, raramente, ma abbastanza da renderlo memorabile, che restassimo soli io e lei a giocare a nascondino e, fosse il suo turno di stare sotto alla conta. 

Sentivo che mi cercava, non solo per gioco. Lo leggevo nei suoi occhi. 

Ma io, bambino introverso, sempre curvo e imbronciato, con più pensieri che parole, non mi feci trovare. 

Scelsi la fuga invece della presenza. Voltai le spalle, a qualcosa di intenso che mi spaventava perché era più grande di me. Rinunciai a qualcosa che non avrei più ritrovato nello stesso modo … come il campetto. 

Arrivarono le ruspe, pesanti e indifferenti, e lo spazzarono via senza pietà. Al suo posto sorsero condomini grigi e anonimi, uguali a mille altri, incapaci di custodire ricordi. Con quel piccolo prato incolto, sparì anche la possibilità di incontrarci ancora, di lasciare che il destino riprovasse a bussare. 

In quel campo piccolissimo, tra l’erba alta e i sogni troppo grandi per la mia età, imparai comunque due cose fondamentali: che, quella cosa di cui faccio ancora fatica a pronunciare il nome, arriva senza preavviso né consenso e che spesso inizia … con una frecciatina ben piazzata. 

Non sono diventato un astronauta. 
Ma la sera, quando resto solo nello studio radiofonico, le lucine delle apparecchiature mi fanno sentire come il famoso Eternauta, il mito dei fumetti. 

Nel mio peregrinare solitario nello spazio e nel tempo spero ancora di ritrovare quel campetto. Dopo tutti questi anni ancora non so spiegarmi il perché di quel pensiero ricorrente; o forse sì.  

Nell’universo fatto di suoni che, quasi ogni notte, qui in radio, attraverso; continuo a percepire una strana forza attrattiva.  

Quel cercarsi che non ha mai avuto un seguito di cui rimane una specie di gravità emotiva che continua ad agire anche quando i corpi si sono persi, anche quando le vite hanno preso strade che non si sono più incrociate. Un filo invisibile, sottile ma indistruttibile. Un cordone ombelicale sentimentale che non è mai stato reciso davvero. 

Nelle infinite le notti che ho trascorso in questo studio radiofonico a dedicare canzoni, ho imparato che i desideri più intimi e nascosti si possono esprimere solo fondendo la poesia con la musica. 

E ti vengo a cercare 
Anche solo per vederti o parlare 
Perché ho bisogno della tua presenza 
Per capire meglio la mia essenza … 

E ti vengo a cercare 
Perché sto bene con te … 
 Franco Battiato 

E ti vengo a cercare … ascolta il podcast

© 2026 Michele Camillo

Gocce di memoria

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

Ci sono ricordi che sfiorano l’anima come gocce di pioggia su una finestra, lasciando scie impalpabili che il tempo non può cancellare. Sono sussurri di un passato che vive ancora nel cuore, segrete emozioni che spesso non abbiamo mai osato confessare nemmeno a noi stessi. Istanti preziosi che il destino ha voluto relegare al passato ma che, nel segreto dell’anima, non hanno mai smesso di esistere. 

Sono frammenti di felicità intensa, di attimi rubati alla quotidianità, che non chiedono di essere raccontati, ma solo ricordati nel silenzio, dei quali rimane, a volte, solo l’immagine svanita di uno sguardo o di una carezza sfiorata. E anche se il destino ha cambiato le strade e il tempo ha scritto nuovi capitoli, restano intatti quei battiti del cuore, quelle emozioni che nessuno potrà mai portarci via. 

E poi, ci sono certe gelide sere d’inverno quando la malinconia, scende come una nebbia densa e ci avvolge completamente; in cui il freddo non è solo nell’aria, ma si insinua nell’anima. 

Ed è proprio allora che, per spezzare l’angoscia, mando in onda canzoni come questa e lascio che la melodia si diffonda nell’aria gelida, danzando tra i pensieri. 

La dedico a noi che non abbiamo il coraggio di oltrepassare il confine del non detto, di trasformare il desiderio in azione ma, restiamo immobili, lasciando che sia il destino, a riempire gli spazi vuoti. 

A noi che aspettiamo, con occhi che scrutano l’orizzonte del possibile, con mani che fremono per un’emozione che ancora non arriva. Aspettiamo con il cuore in tumulto, un abbraccio, una parola, o un incontro che spezzi il silenzio. 

A noi, a ciò che eravamo e a ciò che resteremo: un legame intessuto di ricordi e sogni, un filo invisibile che attraversa il tempo e le stagioni perché certe storie non finiranno mai, si trasformano in versi, si fanno poesia eterna. un canto immortale che vivrà per sempre, come gocce di memoria che non si asciugheranno mai. 

Sono gocce di memoria 
Queste lacrime nuove 
Siamo anime in una storia 
Incancellabile 

Le infinite volte che 
Mi verrai a cercare 
Nelle mie stanze vuote 
Inestimabile 
È inafferrabile 
La tua assenza che mi appartiene 

Siamo indivisibili 
Siamo uguali e fragili 
E siamo già così lontani 

Con il gelo nella mente 
Sto correndo verso te 
Siamo nella stessa sorte 
Che tagliente ci cambierà 
Aspettiamo solo un segno 
Un destino, un’eternità 
E dimmi come posso fare 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungere te 

Siamo gocce di un passato 
Che non può più tornare 
Questo tempo ci ha tradito 
È inafferrabile  

Racconterò di te 
Inventerò per te 
Quello che non abbiamo 

Le promesse sono infrante 
Come pioggia su di noi 
Le parole sono stanche 
So che tu mi ascolterai 
Aspettiamo un altro viaggio 
Un destino, una verità 
E dimmi come posso fare 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungere te 

© 2003 Giorgia Todrani – Andrea Guerra 

Gocce di memoria … ascolta il podcast

© 2025 Michele Camillo