La ragazza dell’ultimo banco

Da sempre ho un certo feeling con gli ultimi posti. 
Fin da piccolo, quando mia zia preparava pane, burro e zucchero per tutta la masnada dei cugini, io ero immancabilmente l’ultimo della fila e spesso rimanevo a bocca asciutta, un vero e proprio trauma infantile. Una costante nella mia vita. 

In chiesa, quando da ragazzo ci andavo, mi sedevo sempre all’estremo dell’ultima panca in una delle file laterali. 

Sceglievo quel posto, non perché mi sentissi un peccatore come il pubblicano della parabola, non avevo ancora quel tipo di consapevolezza spirituale, ma piuttosto per tenere le distanze da un certo mondo che, francamente, non mi piaceva. 

Dopo la Cresima, mentre la maggior parte dei miei coetanei evaporava come neve al sole, io invece continuai a frequentare la parrocchia. Non per slancio mistico, ma per una più umana, e disperata, necessità: trovare un luogo dove sentirmi visto, considerato, magari perfino valorizzato. In famiglia non venivo considerato, fuori venivo bullizzato. Speravo, ingenuamente, che lì dentro, almeno lì, avrei trovato amici veri. 

E invece no. Peggio che “fuori”, come i preti chiamavano con disprezzo tutto ciò che non ruotava attorno alla parrocchia. Sembrava un’azienda: se rientravi nelle grazie del parroco, magari perché eri figlio di o eri una bella gnocca di ragazza, valevi qualcosa. Altrimenti, specie se eri uno pieno di dubbi che faceva domande imbarazzanti, ti consideravano una presenza scomoda, una sorta di pezza da piedi liturgica. 

Eppure, nonostante questo, continuavo ad andare a messa. Non tanto per fede, quanto per puro e semplice terrore. Mia nonna paterna e i catechisti mi avevano instillato una paura viscerale dell’inferno: un girone eterno di fuoco e rimorsi riservato a chi sgarrava anche solo un po’. Così, per non sapere né leggere né scrivere, e per evitare eventuali eterni barbecue, pensavo che fosse meglio adempiere malvolentieri a certi obblighi al fine di evitare che finisse a schifio. 

In pratica, la messa e i suoi annessi e connessi, era la mia polizza assicurativa ultraterrena. Non sapevo bene cosa coprisse, ma non volevo correre rischi. 

Ero convinto che la pensasse allo stesso modo anche quella ragazzina che, come me, si sedeva sempre nei banchi in fondo. Aveva un’aria un po’ dimessa, appartata, e proprio quel suo modo discreto di esistere mi attirava. Non la conoscevo, la vedevo solo da poche settimane, o forse, c’era sempre stata, ma io non l’avevo mai davvero notata. 

Una cosa era certa: era timida quanto me. Quando arrivava il momento del segno della pace, ci sfioravamo appena la mano, come se avessimo paura di disturbare. Eppure, in uno di quegli istanti sfuggenti, riuscii a incrociare i suoi occhi. Verdi. Bellissimi. 

Notai che arrivava in chiesa con un certo anticipo. Così iniziai anch’io ad arrivare un po’ prima della messa, con la speranza, nemmeno tanto sottile, di avere qualche minuto in più per osservarla. Lei restava assorta, forse pregava. Iniziai a pregare anch’io… che capitasse finalmente un’occasione per parlarle. E il miracolo arrivò. 

Una domenica dimenticò il pullover sul banco. Avrei potuto correrle dietro e restituirglielo, ma preferii adottare una strategia più raffinata: usarlo come pretesto per saperne di più. 

Mi fiondai da suor Teresa, madre superiora e archivio vivente della parrocchia. Un’impicciona di alto livello, aggiornata in tempo reale su chi entrava, usciva e pure su chi avrebbe dovuto entrare ma poi aveva cambiato idea. 

Dopo un quarto d’ora, uscii dalla sagrestia con un dossier completo di profilo psicologico, più dettagliato di un rapporto dei servizi segreti. Si chiamava Carolina S., figlia di Giovanni S., il nuovo custode dell’impianto di depurazione. Ultima di quattro figli, gli altri tre maschi. 

Ma suor Teresa mi mise anche in guardia: “È una tipa strana,” disse. Gemma, figlia di siora Tersilla gli aveva riferito che a scuola Carolina si sedeva sempre all’ultimo banco, non parlava con nessuno e prendeva voti piuttosto bassi. 

A me, però, quel profilo da creatura silenziosa e incompresa non faceva paura. Anzi, mi sembrava familiare. Forse perché, sotto sotto, io ero esattamente come lei. 

Prima di congedarmi, suor Teresa mi posò una mano sulla spalla e mi disse, con un sorriso che sapeva di complicità: “Vedi un po’ di tirarla in qua, quella ragazza.” 
Fu come se per un attimo il mondo mi riconoscesse. Mi sentii felice, davvero felice, era una delle rare volte in cui qualcuno mi mostrava fiducia, come se potessi davvero fare qualcosa di bello. Come se valessi. 

Tra le tante informazioni che mi aveva passato, ce n’era una che mi colpì più delle altre: quella “strana” ragazza aveva l’altrettanto strana abitudine di salire sulla sommità della “collinetta”, un’anonima montagnola di terra di riporto, avanzata dagli scavi per il canale del depuratore, e starsene lì, ad ascoltare la radio a tutto volume. 

Io lo sapevo cosa voleva dire essere considerato “strano”. Lo ero anch’io, e sapevo che noi strani abbiamo i nostri piccoli riti, i nostri luoghi sacri, le nostre abitudini silenziose. Se Carolina, sì, ormai sapevo il suo nome, era davvero come me, allora l’avrei trovata lassù. 

Dopo pranzo presi il pullover, montai in sella alla bici e iniziai a pedalare verso la zona del canale scolmatore. Più mi avvicinavo, più il cuore accelerava, come se volesse anticipare l’incontro. 

E poi successe. Prima, lontano, un suono: una musica che si perdeva nell’aria, portata dal vento. Un buon segno. Un presagio. E subito dopo, eccola. 

Era lì, in cima a quella collina di niente, con lo sguardo perso verso l’orizzonte, come se cercasse qualcosa che non sapeva nemmeno lei. Il vento le agitava la coda di cavallo, e ogni tanto una ciocca le attraversava il viso. Vederla fu come ricevere un’impronta indelebile: qualcosa mi colpì dritto al cuore e si incise nell’anima, senza chiedere il permesso. 

In quel momento, prima ancora di dirle una parola, capii che non era solo curiosità quella che mi spingeva verso di lei. Era qualcosa di più profondo. Forse tenerezza. Forse qualcosa che assomigliava già a una forma primitiva d’amore. 

Stranamente non era sorpresa nel vedermi, sembrava mi stesse aspettando ed ebbi l’impressione che quel pullover se lo fosse dimenticato apposta. 

Te lo sei dimenticato”; dissi quasi balbettando. 

Grazie”; rispose con un filo di voce. 

Menomale che c’era la radio accesa perché non sapevo proprio come proseguire la conversazione; quell’imbarazzante silenzio tra noi due mi parve eterno. 

Ma tu, come facevi a sapere che ero qui?” 

E adesso che gli dico?”, pensai. Mi prese una sorta di panico. Non potevo di certo raccontargli della mia piccola indagine su di lei. 

Cosa stai ascoltando?” Nella vita, sono da sempre stato un esperto nello sviare discorsi e domande imbarazzanti. 

“Il rumore del treno; quello va verso il mare, vero?” Indicò con lo sguardo malinconico il treno che stava sfrecciando li vicino. 

Certo che era veramente strana. Vabbè, visto che voleva parlare di treni e di mare la accontentai. Gli raccontai della miriade di parenti che avevo nella direzione nella quale andava il treno. L’avevo preso tante di quelle volte che conoscevo tutte le fermate a memoria. Le spiegai che non portava direttamente al mare ma che bisognava scendere a una particolare stazione e poi proseguire in autobus. L’avrei fatto da li a qualche settimana. Finita la scuola sarei andato a passare l’estate al mare da zio Bruno e zia Stella.  

“Mi piacerebbe venire con te” 

Era lì, con il viso rivolto al cielo, come se la sua frase fosse una verità già detta al vento. 

Il tempo, lassù su quella montagnola di terra, si fermò di colpo. Il treno ormai era lontano, un rumore sempre più fioco fino al silenzio. E proprio in quell’istante, come orchestrato da un regista invisibile, dalla radiolina di Carolina partì Run to Me dei Bee Gees. Sembrava che lo speaker ci stesse leggendo dentro. 

Le sue parole mi colpirono al petto con la forza quieta delle cose semplici e vere. 
 

Non sapevo cosa dire. Ero turbato, spiazzato, felice e impacciato tutto insieme. 
Mi girai appena verso di lei, senza osare troppo. 
 

Ancora una volta cambiai discorso. Gli parlai del mio sogno di mettere in piedi una piccola radio libera, come quella che stava ascoltando. Andai avanti non so quanto con il mio monologo.  

Ci vediamo; ciao” Ad un certo punto prese radio e pullover e, senza nemmeno guardarmi in faccia sparì. 

Rimasi come un ebete per più di un’ora sopra la montagnola. Sapevo di aver fatto qualcosa di sbagliato ma, non riuscivo a capire cosa. 

Per tutta la notte mi rigirai nel letto senza riuscire a dormire. Era quasi l’alba quando pronunciai ad alta voce “andiamo!”. I miei si spaventarono a causa di quella specie di urlo che avevo cacciato. 

La giornata a scuola non passava mai. Quando suonò la campanella dell’ultima ora ero già praticamente in sella alla bici. A casa mangiai in fretta e furia, avevo la sensazione che dovevo fare presto. 

Il mio piano era perfetto. Domenica l’avrei fatta salire con me su quel treno che porta al mare e saremo andati a trovare i miei zii. Zia Stella e zio Bruno, due cuori semplici, caldi, pronti ad accoglierla come una di famiglia.  

Avevo studiato tutto nei minimi particolari; bisognava saltare messa ma, chi se ne fregava; il buon Dio, se esisteva, mi avrebbe perdonato; in fin dei conti era per un buon fine e, cosa da non poco, avevo l’approvazione di una religiosa. 

Pedalavo più forte che potevo. Ma poi il passaggio a livello… 
La sbarra era giù. Una fila di auto immobili, facce imprecanti e clacson impazienti. Il treno era lì, fermo, la gente si sporgeva dai finestrini cercando aria e novità. 

Imboccai la stradina sterrata che correva lungo la ferrovia, quella che portava su, alla montagnola. 
Quando alzai gli occhi, vidi in lontananza qualcosa che mi fece gelare il sangue: lampeggianti blu, un camion dei pompieri, un’ambulanza, volanti della polizia. Una piccola folla si era già formata, come accade sempre quando la tragedia diventa spettacolo. 

Il cuore mi cadde. 
Non volli avvicinarmi. 
Non volli sapere. 
Preferii salire sulla montagnola con le gambe tremanti. 

E lì, in mezzo al silenzio tagliente, trovai la sua piccola radio. Ancora accesa. 

Dall’altoparlante usciva solo il fruscio che si sente quando non c’è nessun segnale radio. Mi avvicinai. 
 

Con mani tremanti, abbassai il volume. Poi chiusi lentamente l’antenna, come si chiude la palpebra di qualcuno che dorme per sempre. 
Ogni gesto era una carezza, un addio. Era come se, nel sistemare quella radio, stessi ricomponendo il suo corpo che, lo sapevo, era lì poco distante, nascosto sotto un lenzuolo bianco. 

Me la misi sottobraccio. 
Poi, senza sapere dove andare, iniziai a pedalare. Forte. Fortissimo. Singhiozzando. Con il cuore in gola e le lacrime che mi annebbiavano la strada. 

Volevo prendere insieme a lei quel treno per il mare. 

Ma, ero arrivato tardi, troppo tardi, e lei, si era fatta prendere dal treno per il mare che, l’ha portata via per sempre. 

Il giorno del funerale non c’era molta gente in chiesa. A dire il vero, la maggior parte dei presenti non erano neppure parrocchiani. Sembravano più che altro curiosi, di quelli attratti non dal dolore, ma dal dramma. Il suicidio, si sa, attira sempre un certo tipo di attenzione storta, morbosa. 
I “veri” frequentatori della parrocchia forse si vergognavano di partecipare al funerale di una sfigata, come qualche mio “fratello” o “sorella” l’aveva definita.  
D’altronde Carolina non conosceva quasi nessuno. E quasi nessuno la conosceva. Tranne me. 

Il suo posto, all’ultimo banco della fila laterale, era vuoto. Mi sedetti lì, come fosse l’unico gesto sensato da fare. Una piccola fedeltà. Poi, a un certo punto, sentii un abbraccio stringermi forte. Era suor Teresa. 
 

Mio padre mi aveva sempre ripetuto che un uomo vero non deve piangere. Ma in quell’istante, con quell’abbraccio improvviso e materno, crollai. Le parole uscirono rotte, quasi senza voce: 
 

Non ho fatto in tempo…” 

Suor Teresa si sedette accanto a me, mi prese la mano con dolcezza. “Coraggio,” sussurrò. “Ora lei è dappertutto. Non cercarla al cimitero. Troverai Carolina in tutti i luoghi in cui sceglierai di ricordarla. Il tuo amore per lei è vivo, e lo sarà per sempre. E sai una cosa? Puoi ancora far qualcosa per lei. Puoi costruire qualcosa in suo nome.” 

È inutile dire che quello che è successo a Carolina ha segnato la mia vita. Ha scardinato tutte le poche certezze che avevo. Ha mandato in crisi la mia fede, o almeno quella che credevo fosse fede. 
Mi ha lasciato addosso la sua fragilità. Ma col tempo ho imparato che anche la fragilità può essere un dono: ti costringe a guardare più a fondo, con più umanità, con più verità. 
 

Mi ha trasmesso la paura di lasciare. Lasciare qualcuno che forse non ho mai amato veramente, per paura che possa fare lo stesso suo gesto estremo. È una paura ingombrante. Ma è reale. E, purtroppo, non è mai passata. 

Eppure, non mi ha lasciato solo con la paura. Mi ha lasciato anche una missione. Una possibilità. 
Suor Teresa mi aveva detto: “Puoi costruire qualcosa in suo nome.” E io l’ho presa in parola. 

Anzi, ho fatto di più. 
Ho costruito qualcosa che porta il suo nome. 

Non ho mai dimenticato quel breve momento in cima alla montagnola di terra, quel frammento di eternità che ci è stato concesso. 

In uno dei tanti pomeriggi silenziosi che passavo lassù, seduto accanto alla radiolina che era stata sua, girando le manopole per sentirla ancora un po’ vicina, inciampai in una trasmissione curiosa. Un tizio stava raccontando la storia di una fantomatica Radio Caroline

Quel nome mi colpì al petto come un sussurro. 
Ascoltai. 

La voce narrava di una radio pirata che, negli anni Sessanta, trasmetteva da una nave ancorata in acque internazionali, al largo delle coste inglesi. 
Quel racconto mi affascinò, aveva un’aura romantica.  Che figata quella radio pirata, mandava in onda la musica che le emittenti ufficiali censuravano, abbattendo muri, ignorando confini, accendendo sogni. Aveva dato voce a chi non ne aveva, aveva fatto volare in alto i Beatles, i Rolling Stones e tanti altri. 

Mi vennero i brividi. Era come se quel racconto parlasse direttamente a me. A noi. 
 

Fu in quel momento che capii una cosa semplice e immensa: 
su quella collina di terra apparentemente inutile erano nate due forme d’amore indistruttibili. 
Una per Carolina
E una per la radio

E così, con il tempo, nonostante le paure, nonostante le ferite, nonostante il non credere più in molte cose che prima mi sembravano certezze, ho realizzato un sogno. 
Un sogno che ha il suono della sua voce, l’eco delle sue mani timide, il profumo del vento tra i suoi capelli. 

Ho realizzato il mio grande sogno di “fare radio”. Ho creato una piccola emittente. Una radio semplice, senza pretese. Ma vera. 

L’ho chiamata Radio Carolina
 

If ever you got rain in your heart, 
Someone has hurt you, and torn you apart, 
Run to me whenever you’re lonely 
Run to me if you need a shoulder 
Now and then, you need someone older, 
So darling, you run to me. 

And when you’re out in the cold, 
No one beside you, and no one to hold 

And when you’re out in the cold, 
No one beside you, and no one to hold 

So darling, you run to me. 

Se mai avessi la pioggia nel cuore, 

Qualcuno ti ha ferito e fatto a pezzi, 

Corri da me ogni volta che ti senti sola 

Corri da me se hai bisogno di una spalla 

Ogni tanto, hai bisogno di qualcuno più grande, 

Tesoro, corri da me. 

E quando sei fuori al freddo, 

Nessuno accanto a te, e nessuno da abbracciare, 

Tesoro, corri da me. 

Da “Run to me” – Bee Gees 

Anima sbiadita … ascolta il podcast

Racconto tratto dalla raccolta PICCOLE STORIE DI PICCOLE RADIO – © 2025 Michele Camillo

El Bibo dea Cipressina

Condannato per omicidio con l’aggravante dei futili motivi”; probabilmente, se non mi fossi trattenuto, sarebbe quello che avreste letto sui giornali, ma, vi assicuro che, la voglia di scaraventare fuori dal treno, non appena fossimo entrati nella galleria degli Appennini, quella tipa che mi sedeva davanti, colpevole solo di avere addosso lo stesso profumo di Maria Vittoria Benzoni Savelli; era tanta. 

Prima ora del primo giorno di liceo; una folata di quel maledetto profumo riempì l’aula precedendo l’esordio in scena della nostra professoressa di lettere; tubino verde, scarpe bianco lucido con tacco dodici e, un fastidioso tintinnio provocato dalla ricca dotazione di gioielli. Alla bionda sembrava che gli occhi dovessero uscire, da un momento all’altro, dalle orbite; assomigliava, in tutto per tutto, a un personaggio politico in voga oggi. 

Non ricordo bene la formula matematica ma, il rapporto figa / stronza attribuito dalla commissione di maschietti che, da lì a poco, si sarebbe insediata; era bassissimo, intorno allo zero virgola qualcosa. 

Non mi serviva la sfera di cristallo, tanto immaginavo dove sarebbe andata a parare; dopo una rapida ma estremamente accurata, scansione di tutti i venticinque elementi della classe iniziò con l’appello-interrogatorio, gli interessavano sostanzialmente tre dati; cognome, nome e classe sociale. Si capiva che, avrebbe voluto andare direttamente al sodo chiedendo subito, ad ognuno di noi, informazioni sul lavoro del padre ma, alla codarda mancò il coraggio per cui, indagò prima sul luogo di residenza, altamente indicativo dello stato sociale. 

Quando, la numero uno, tale Andreatta Vania, toccandosi i bellissimi riccioli biondi, con voce sensuale, pronunciò “Rotonda Garibaldi” ovvero, i Parioli di Mestre, si innescò in me una incontrollabile reazione a catena chimico-ormonale; ma questa è un’altra storia. 

Fino a quel giorno, ero abituato ad avere in classe gente che proveniva, dal mio quartiere, in più, non ero particolarmente ferrato nella geografia locale. Il numero due, tale Bibolin Mauro, un ricciolino con la faccia da Bassethound bastonato; a domanda, con un filo di voce e scarsissimo entusiasmo, rispose; “Cipressina”. Mi fu subito simpatico, provai nei suoi confronti, una grande tenerezza mista allo stupore derivato dal non sapere dove cavolo si trovasse quel luogo. 

Io ero al diciassettesimo posto; per cui, visto come buttava, avevo tutto il tempo di prepararmi le risposte; da navigato speaker di una radio libera, ea sbatoea non mi mancava. 

Campalto dove?” 

il sarcasmo della Benz sembrava uscire anche dalle tette, tenute ovviamente bene in vista. 

C puntato, E puntato, P puntato; meglio conosciuto come Lido di Campalto; signora professoressa” 

Realizzai di essere praticamente già stato rimandato a settembre. L’illustre futuro avvocato Campesan, seduto a mio fianco, si mise istantaneamente la mano in tasca, non capivo se per toccarsi le palle o mettere al sicuro il portafoglio. 

Non era finita qui; dopo averci minacciato di incularci se facevamo assenze non causate da gravi malattie invalidanti, ci propinò subito un tema dall’originale titolo “mi presento”; in sostanza aveva bisogno, al solo fine di schedarci, di quante più informazioni possibili. Istintivamente girai lo sguardo in direzione del Bibolin; stava con gli occhi rivolti al soffitto a mo’ di imprecazione. 

Dopo due giorni, riecco la folata; tailleur nero, stivaloni sadomaso dello stesso colore; sbatté sulla cattedra il registro con sotto i nostri temi. Per un attimo mi squadrò, nella mia immaginazione mi vedevo steso per terra davanti la cattedra, mentre lei mi premeva la testa con il tacco dello stivale. 

Iniziò a recensire i lavori mentre, alcuni esimi colleghi, diedero vita a concerti per solo violino e lingua. Il tempo passava e, ancora non arrivava il mio turno né, tantomeno quello del Bibolin; brutto presentimento. Quando giunse alla fine del pacco si mise a sbuffare; con quelle lunghissime unghie laccate in maniera ineccepibile, prese a tamburellare sopra i due fogli protocollo rimasti; stette un attimo in silenzio, cercai conforto nello sguardo del Bibolin che però, prontamente, da sotto il banco, con la mano chiusa a pugno, fece l’inequivocabile gesto, chiaro preludio alle intenzioni della prof. 

– “Bibolin e … come cavolo si chiama questo. non ci siamo”. 

Il sospiro della Benz provocò un’altra tremenda zaffata di quel suo, chiamiamolo, profumo; gli occhi uscirono ancora più fuori dalle orbite; sembrava che un bottone della camicetta, quello posizionato sul davanzale, stesse per saltare da un momento all’altro; si tirò su le maniche per sistemare meglio quel mezzo kilo d’oro che aveva su ogni braccio, come se si preparasse per prenderci a sberle. 

“Fuori tema”, fu il verdetto; la masnada degli sviolinatori si girò verso di noi guardandoci con ghigno diabolico, in attesa di ordini superiori ed eseguire la sentenza ovvero; metterci alla gogna. 

– “A ciccio almeno l’ironia no’ te manca. Mò me devi spiegà ‘sta storia che parlicchi so ‘na fantomatica radio” 

Fui il primo al quale si rivolse in romanesco; l’avrebbe fatto ogni qualvolta intendeva sminuire qualcuno. “Parlicchiare su una fantomatica radio”; come fanno presto due parole sbattute la, dall’alto di una cattedra, a mandare in frantumi l’entusiasmo di un adolescente. Menomale che l’Andreatta mi lanciò un’occhiata complice che, mi tirò su il morale e, anche qualcos’altro. 

“Il Piave mormorò, non passa lo straniero!”; mi risuonò nella testa la famosa canzone; il nemico, ovvero la Benz, stava passando il limite; passai alla riscossa verbale. L’entusiasmo e la passione per la radio furono la mia arma letale; alla fine della mia arringa, in classe non volò una mosca; la campanella salvò la signora da un certo imbarazzo. 

“Ma che casso ti gà scritto?” 

Bibolin mi affiancò in corridoio, non aveva più la faccia da Bassethound bastonato, era alquanto divertito dalla situazione; ci scambiammo i fogli protocollo. 

In piazza Barche, i nostri autobus prendevano direzioni diametralmente opposte; era facile però intuire che, alla fine, ci avrebbero sbarcato sulla stessa identica realtà. Un posto ambito era il sedile dove un tempo stava il bigliettaio, in pelle, comodo, disponeva di un tavolino che, noi studenti sfruttavamo come banco autotrasportato per sistemare gli appunti e altre incombenze scolastiche; quel giorno ci stesi sopra il tema del Bibolin. 

Sono nato e abito alla Cipressina, detta anche Depressina, uno dei tanti quartieri dormitorio di Mestre ..”. Quartiere dormitorio, che strano termine; mi immaginavo palazzoni con camerate piene zeppe di letti a castello, un po’ come nella colonia dove d’estate, fin dalla tenera età di sei anni, mi spedivano i miei. 

Campetto da calcio, due bar, dove le bestemmie erano usate a mo’ di punteggiatura; la chiesa, dove vengono favoriti sempre i soliti seduti in primo banco. Per i giovani non c’era ‘sta grande offerta di attività; potevi giocare a basket sul campetto del patronato a patto che frequentassi l’incontro del venerdì; dove, un pretino sedeva a capotavola con a fianco, i suoi discepoli preferiti; l’insegnamento impartito era sempre quello; non trombare prima del matrimonio, nemmeno con la fantasia; non andare a far vasche in piazza o peggio, in discoteca. 

Fortuna che eravamo distanti di banco altrimenti, la Benz avrebbe montato su un impianto accusatorio non facilmente demolibile; i nostri due temi erano praticamente una fotocopia, stessi luoghi stesse persone ma, soprattutto stessa vena malinconico-ironica usata per descrivere la banalità. 

Tirate su da quel letto, che go da passar ea lucidatrice !!” 

Ormai non riuscivo più a sopportare il tono di voce di mia madre; ogni qualvolta doveva impormi qualcosa, mi fracassava i timpani; altra cosa che non sopportavo era la brusca interruzione di una fantasia erotica; il faro della vecchia Sangiorgio, illuminò a giorno la mia cameretta, mentre stavo per avere il mio primo rapporto sessuale completo con la Andreatta. Chissà se anche Bibo, ormai lo avevo già soprannominato tale, aveva una mamma così disgraziata; nel suo tema non c’era menzione alcuna della famiglia. 

Nel mio, l’argomento era stato volutamente relegato tra gli omissis; in primo luogo, perché non c’era niente di particolare da dire o, di che vantarmi anzi, me ne vergognavo; la gente comune non fa colpo, tanto vale non parlarne. La mia tesi fu avvalorata il giorno della lettura dei temi; era tutto un susseguirsi di padri avvocati o ingegneri. Mi immaginavo madri affettuose alle quali i padri avvocati o ingegneri avevano appena regalato la macchina nuova in quanto, la pelliccia di visone era già stata regalata l’anno prima e, dolcissimi nonni che facevano migliaia di chilometri per scendere giù dalle loro case al mare o in montagna e andare a trovare i nipoti ovviamente, portando con se una busta regalo, ben imbottita di bigliettoni da cinquantamila lire. 

Cosa dovevo dire di mio padre, che all’età di dieci anni fu preso da mio nonno a pedate nel culo e mandato a lavorare in mezzo ai campi; colpevole solo di avergli chiesto una bicicletta. Oh, certo, potevo raccontare che era giunto all’apice della carriera, ora aveva un tornio tutto suo e un “bocia” a cui insegnare, a suon di bestemmie e tangare sulla testa, il mestiere.  

Non credo facesse molta poesia, se raccontavo che se ne stava giorni interi in quel maledetto orto ad annaffiare le colture con l’acqua del putrido fosso ma che, almeno quello, gli faceva dimenticare le ciminiere di Porto Marghera. Che dire poi di mia madre, sfatta nel fisico e assente con la mente, passava tutto il giorno, come un automa a ripetere le stesse faccende domestiche, cantando a squarciagola le solite canzoni; unica distrazione alcuni fotoromanzi sgualciti che gli passava la parrucchiera, le rare volte che ci andava. Lasciamo perdere mio fratello; il vero uomo, tenuto su un piedestallo dai miei in quanto, già da tempo lavorava; unico e valido supporto al magro bilancio familiare; non come me che, magnavo schei a tradimento. Devo dire però che c’era, qualcosa in cui credere, una solida la fede che reggeva la mia famiglia, per noi uomini il Milan, per mia madre la Carrà. 

Non ho mai sopportato quelli che, come Maria Vittoria Benzoni Savelli, ancor prima di sapere come ti chiami, ti chiedono informazioni dettagliate riguardo la tua famiglia; e lei, probabilmente, non sopportava chi volontariamente o meno, ometteva di fornire queste informazioni per cui, qualsiasi altra cosa avessimo scritto era ovviamente, “fuori tema”. 

“No go capio, to pare xè ingegner, professor o avvocato? In cossa el xé laureà?”;  

El Bibo, non perse tempo per, come diciamo noi, tirarme in lengua

– “El xé laureà in tornitura de fin”; 

-“Ah, el mio invesse in saldatura col caneo”; 

-“E dove, l’esercita ea profession?”; 

-“El ga el studio a Marghera, al Breda”; 

-“Orpo, el mio la vissin; Vetrocoke Azotati! E to mare?”; 

-“Casa a batar strassa tutto el giorno”; 

-“Idem con patate”; 

-“Scolta, però, ea to’ radio ea fa un fià da cagar; a casa mia no ea ciapo”; 

-“Par forsa, el posto dove che ti abiti fa da cagar”; 

-“Senti chi parla, queo coi rubinetti de oro in casa” 

Consideravo un preciso impegno istituzionale, fare in modo che, in un quartiere sfigato come il nostro, si potesse ricevere Solaradio. Fracassai i maroni per settimane a sior Sergio, alla fine, il segnale, giunse chiaro e forte alla “Depressina”; al Bibo, comunque ‘sta cosa sembrava non fargli né caldo, né freddo.  

In quel periodo, alla sera io e Paperoga, ci alternavamo a condurre quello che era un classico delle prime radio libere; le dediche in diretta. Un nebbioso lunedì di fine ottobre, arrivò una telefonata indimenticabile: 

– “Pronto xè ea radio?” 

– “Si, chi parla?” 

-“’Sera maestro, so Umberto Cassador detto Berto, un barbier qua de Mestre” 

-“Bene, finalmente una telefonata dal centro città, vuole fare una dedica?” 

-“No, un annuncio, se el me parmette” 

-“Certo, dica pure” 

-“Steme a sentir, insomma, voria dir a tutti che ea mujer de Gino Visentin; … lo fa beco!!” 

-“Scusi ma ..” 

-“No, no ghe xè ma e no ghe xè se; maestro, so sicuro de queo che digo” 

“Come fa ad essere sicuro, ha le prove?” 

La cosa iniziava a divertirmi 

-“Ostia xè go e prove! Xo mi che me ea cia…” 

La telefonata di quel fantomatico Berto Cassador, durò quasi mezz’ora; iniziò a descrivere nei minimi particolari, i focosi incontri con la sua amante; non appena eccedeva con le oscenità o, accennava a frasi volgari; mi divertivo a censurarlo mandando della musica. Da quella sera, Berto Cassador, non mancò di continuare a telefonarci e ad allietarci con le sue storie “de done nue”. Dalle sere successive, fatalmente, iniziammo a ricevere anche le tristi telefonate di Gianni “Nane Sfiga” Berton, il cui motto era “ea vita xè un cesso sporco”, i comizi in diretta del compagno Piero “el Ce” Cecchinato, gli indimenticabili consigli per cuccare di Antonio “Tony Piassa Fero” Lovadina e, i commenti calcistici di Luigino “Ginetto in baeon” Passarin, opinionista ubriaco.  

C’era una cosa che accumunava questi personaggi, un tono di voce stranamente simile. Credo che, ancora oggi, a parte noi della radio, il grande pubblico ignorasse che, dietro a quei personaggi, ormai entrati nell’immaginario mitologico, si nascondeva el Bibo; un segreto che ci porteremo nella tomba. 

A parte questa sorta di collaborazione radiofonica, io e lui condividevamo ea poca voia de far ben a scuola e, ‘ndar in batua.  

A causa dei continui insuccessi nei due ambiti precedentemente menzionati, eravamo dediti al consumo, o meglio, abuso, di tramezzini e birrini, presso un popolare locale di via Mestrina. Non era cosa semplice, dovevamo faticare non poco a racimolare i soldi necessari per permetterci quella sorta di dipendenza. I nostri genitori, a differenza di molti altri, non ci davano la paghetta settimanale in quanto, adottavano il metodo self-service ovvero, ci dicevano “co te serve i schei totei” il che, sembrerebbe semplice ma, in realtà, quella frase sottintendeva che, per ogni biglietto da mille era necessaria una formale domanda in carta bollata nella quale, sotto giuramento, si dovevano elencare i validi e giustificati motivi del prelievo.  

L’evasione e il godereccio non erano contemplati, per cui, era necessario ricorrere a una sorta di elusione fiscale, mascherando le uscite relative a, pizzette, tramezzini, mozzarelle, Giambonetti, birrini, colini, gelatini e altre sostanze classificate alla stregua della droga; come spese per materiale scolastico; non era facile ma, bastava far ricadere la colpa sul quel cagacazzi ed esigente professore di turno che, ci faceva spender un sacco de schei per niente. 

C’era anche un’altra cosa che condividevo col Bibo la sbindolata megagalattica per quella ricciolina bionda che avevamo in classe. 

A differenza degli altri tre soci che avevo in radio, Bibo non faceva mistero delle sue passioni amorose. Con lui, tutto era trasparente: dai dischi che adorava alle emozioni che lo agitavano. Eppure, quando confessò di essersi invaghito della stessa ragazza che abitava i miei pensieri, rimasi spiazzato. Lui, il mio confidente, il mio alleato di battaglie quotidiane, si era infilato nella stessa guerra del cuore. 

Entrambi ci eravamo fatti dei film sulla tipa ma, a differenza dei miei, che erano roba da sale di dubbia moralità, i suoi erano dei lungometraggi romantici, capolavori da serata di gala. Insomma, il ragazzo puntava alto. 

Guardai il suo viso illuminato da una speranza che non avevo mai visto prima. Non potevo competere con tanta nobiltà d’animo. Io, il regista di film mentali al limite del legale, non avevo diritto di stare in quella corsa; per cui, decisi di ritirarmi dalla competizione. 

Ad un certo punto, in radio cominciammo a ricevere telefonate da un altro misterioso personaggio.  Un tale “innamorato fradicio” che usava dedicare ad una altrettanto misteriosa “Shirley Temple”, bellissime canzoni d’amore. Avrete sicuramente già capito chi erano i due. 

Diceva di vederla ormai dappertutto, seduta al suo fianco nella penombra del cinema Excelsior e poi, mentre salivano, mano nella mano, sulle scale mobili di Coin.  

Ho ancora bene impressa l’immagine di quello stronzo e gran rotto in culo del Narozzo che, sfoderando un sorriso da quarantacinque pollici, avanzava verso me e Bibo, stringendo con il braccio la spalla della Andreatta. Quel giorno, quando al Bibo il palco crollò, il tonfo fu veramente forte. Balbettava mentre con un falso sorriso di circostanza salutava la coppia. Seguì un buon quarto d’ora di silenzio durante il quale perdemmo l’orientamento dopodiché, emise un sospiro; 

“Se magnemo ‘na mossarea?” 

Ancora oggi faccio fatica a credere che il vero motivo per cui El Bibo, alla fine di quell’anno scolastico, abbandonò il liceo per approdare all’Istituto Tecnico; per giunta, in una classe popolata esclusivamente da maschi, non fosse il suo rendimento disastroso. No, quella fu solo la scusa ufficiale. La verità, nascosta tra i corridoi di quella scuola, era un’altra: quella fortissima delusione amorosa. 

Forse perché ormai eravamo legati da quel filo invisibile che solo certi amici possono tessere, decisi di seguirlo anch’io. Così, lasciai il liceo e mi unii a lui nel regno del Tecnico. Alla fine, i nostri genitori vinsero la loro battaglia. In fondo, per loro, era scritto nel destino: i figli degli operai, se proprio va bene, possono aspirare al massimo a diventare capi squadra. Inoltre, c’era la questione dei soldi. Il liceo richiedeva tempo, troppo tempo, prima che potessimo iniziare a portare a casa i tanto agognati schei

E così è stato, i schei ora li abbiamo. Il problema è che, ad entrambi, sembra ancora mancare qualcosa di più importante. 

Tralasciamo per il momento i miei vuoti da colmare, riguardo i quali, scriverò un libro a parte e, torniamo al Bibo. In tutti questi anni non si è mai tolto dalla testa, o meglio, dal cuore, Vania Andreatta. 

Nonostante ci tenga ad apparire come un uomo sentimentalmente appagato, a me l’ha detto chiaramente. Credo anche di non essere il solo a saperlo o, perlomeno a sospettare qualcosa. Sicuramente tra questi c’è l’Agenzia delle Entrate che, si starà chiedendo perché un tipo come il Bibo, che non soffre di particolari e documentate patologie, porta in detrazione centinaia di scontrini di una particolare farmacia; quella dove lavora Vania Andreatta. 

È vero, è sempre stato un ipocondriaco cronico, ma io so che gran parte delle medicine, degli integratori e di altre cianfrusaglie acquistate nella farmacia di Vania sono solo un pretesto. Una scusa per incrociare ancora il suo sguardo. 

Mi è facile capire quando riceve un suo messaggio, è per lui un piccolo terremoto emotivo. Sussulta, sorride, e in quegli istanti si trasforma nel ragazzo di quarant’anni fa, ancora innamorato perso di quella ricciolina bionda. Giuro che non ho mai visto uno che sprizza di felicità alla vista di un messaggio che gli notifica la disponibilità dell’unguento per le emorroidi. 

Ancora oggi, dopo decenni, “l’innamorato fradicio”, con la sua voce che arriva come una carezza malinconica, velata di speranza, quella speranza tenace che solo i cuori romantici sanno coltivare. Dedica canzoni d’amore struggenti alla misteriosa “Shirley Temple”. Per El Bibo, quel sentimento nascosto rimarrà sempre lì, sospeso, come un vecchio disco che, ogni volta che lo rimetti su, suona sempre le stesse note: dolci, immutabili, perfette. 

Ho chiesto al Bibo un sacco di volte, di venir a parlare in radio, ma lui ha sempre declinato l’offerta dicendo che preferiva rimanere un semplice ascoltatore. 

Definirlo un semplice ascoltatore è un eufemismo. Non è mai stato un ascoltatore qualunque ma, il più fedele, il più vero, il più umano. L’amico che non ha mai smesso di sintonizzarsi, che mi ha aperto il cuore con la disarmante sincerità di chi non teme più il giudizio. 

È lui che mi parla senza vergogna delle sue paure, delle fragilità che porta con sé come fossero foglietti spiegazzati in tasca, pieni di appunti sparsi di una vita vissuta a metà. Una vita che, mi confessa, non è quella che avrebbe voluto, incanalata da scelte fatte solo per paura. 

È lui che, per mettermi in guardia, mi cita spesso una frase di Pirandello “nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”. Con me non ha bisogno di maschere, e io lo ascolto come si ascolta una vecchia canzone che conosci a memoria ma che, ogni volta, riesce a emozionarti. 

È lui che mi ha insegnato che per essere un bravo uomo di radio, non basta saper parlare. Bisogna saper ascoltare. Saper interpretare quelle parole fra le righe che ti fanno decifrare quel messaggio che il tuo ascoltatore vuole lanciarti. Ascoltare le sue canzoni scelte con timidezza, i silenzi che raccontano più delle parole, le vite che si intrecciano sulle onde radio. 

Mi ha insegnato che puoi lasciare un segno nella vita degli altri anche come semplice ascoltatore. Perché finché c’è una voce che chiama e un cuore che risponde, anche tra mille interferenze, resta aperto un canale. E finché c’è un canale aperto, c’è speranza per qualcuno che cerca risposte, cerca compagnia. Una voce che gli dica: “ti ho sentito”, e io sono lì per questo.  

È per questo che, ogni notte, da anni, sto con il microfono acceso e il cuore attento ad ascoltare, come una vecchia canzone che non smette mai di commuovere, la storia di qualcuno che, in fin dei conti, è anche la mia.  

Altrove e qui … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Interferenze

Ma chi cazzo era quello?” si capiva che ad Alfredo De Vincenzi, comandante del volo AZ604 Roma – Venezia; le palle erano girate più forte dei turboreattori del suo MD80. 

Un coglione di quelli delle radio libere”, replicò Carmine Passalacqua, capoturno in torre, omettendo con cura di aggiungere che quel coglione lo conosceva eccome: nome, cognome, indirizzo e pure l’albero genealogico, in quanto segretario dell’assemblea condominiale dei Paeassoni, dove il tizio risiedeva. 

“Dico io, ma non si riesce proprio a beccarli ‘sti idioti della minchia?”  

In realtà, a far incazzare davvero il comandante De Vincenzi non era stata tanto l’irruzione in frequenza del coglione, alias Roberto Ballarin, alias Paperoga, quanto la canzone che aveva mandato in onda. 

Teorema di Ferradini; probabilmente, a causa della maretta che da un po’ agitava le acque con la moglie, gli dava sui nervi più del solito. La trovava insopportabile. Straziante. Tossica. 

Sarebbe da segargli il palo dell’antenna e ficcarglielo dove so io”; sbottò, non era proprio una gran giornata per il De Vincenzi. 

Carmine sudava freddo. Se solo il comandante avesse saputo che l’antenna in questione stava proprio sopra la sua testa, al civico 69 dei Paeassoni, sede della famigerata SolaRadio, l’avrebbe crocifisso a testa in giù sulla sommità della torre di controllo. 

Per fortuna i due si conoscevano dai tempi gloriosi dell’Aeronautica Militare: uno ufficiale pilota, l’altro sottufficiale di torre. Carmine, uomo del sud e con la parlantina giusta, decise di giocarsi quella carta. 

Con un mezzo sorriso e un tono da film di mafia, gli disse che, senza smuovere troppo le acque, bastava fare una chiacchierata con una certa persona, e il problema si sarebbe risolto da solo. 

La questione si chiuse con un caffè offerto da Carmine al De Vincenzi. Poi i due, come da tradizione, ripresero a parlare di figa e di calcio. Come se niente fosse successo. 

La routine settimanale del sior Sergio era precisa come un orologio svizzero. Il sabato mattina, alle nove in punto, apriva il suo “laboratorio”, che poi era il garage, ma lui lo chiamava così per darsi un tono, e si metteva a trapoear, come diciamo noi da queste parti. 

Ci restava fino a quando siora Marisa, sua moglie, non si affacciava alla finestra per annunciare che il pranzo era pronto, con quel tono di voce che si sentiva ben oltre il piazzale della chiesa e che non ammetteva repliche. 

Carmine conosceva bene quella liturgia. Così, alle nove e un secondo, cronometrati con la precisione di un cronista sportivo, si presentò davanti alla porta del garage. Puntuale come una tassa, e forse pure più sgradito. 

Ohi teron, ‘safemo par i tombini?”; sior Sergio gli ricordò dell’impegno che si era preso in assemblea. 

«Ohi polentone, e invece cosa facciamo per l’antenna?» ribatté Carmine, serio come un verbale d’inchiesta, con il tono da ex maresciallo di prima classe dell’Aeronautica Militare che parla a un suo sottoposto un po’ svanito. 

All’inizio sior Sergio non colse il senso della replica. Poi, quando Carmine nominò un certo comandante Alfredo De Vincenzi, lo sguardo gli si congelò in faccia. Sbiancò come una parete appena imbiancata. 

Andò completamente in tilt. 

Uscì di corsa sul vialone. Sembrava ipnotizzato, e mormorava parole misteriose come «spurie», «armoniche», «filtro passa-basso», come se stesse lanciando incantesimi da un manuale di elettronica. 

«Questo mi sviene», pensò Carmine, colto da un mezzo rimorso. Forse aveva esagerato con la storia del comandante, le denunce, la Polizia Postale… ma in fondo, un po’ di pressione serviva. E poi durò un attimo. 

Giusto il tempo di vederlo fissare, stralunato, il tetto e sentirlo inveire in ostrogoto contro certi “giovanotti” che conosceva fin troppo bene. 

Poi si voltò, con aria più lucida, e fece cenno a Carmine di avvicinarsi. Indicò l’antenna. 

Carmine si beccò una lezione di radiotecnica in versione popolare, metà dialetto, metà libro di testo della mitica Scuola Radio Elettra degli anni Sessanta; per capire che uno dei quattro dipoli, chiamato volgarmente “pettine”, era stato orientato alla cazzo, e proprio verso l’aeroporto. Oltretutto, questo mandava a puttane la delicata taratura di antenna e trasmettitore. 

Stavolta toccò a sior Sergio pagare il caffè a Carmine e rassicurarlo dicendo, da bravo uomo del nord, che avrebbe provveduto a sigarghe soe rece a certe persone. 

Il processo cominciò lo stesso pomeriggio, nello sgangherato studio di SolaRadio. Il giudice, alias sior Sergio, troneggiava dietro il bancone del mixer; noi, quattro imputati, allineati di fronte come scolari indisciplinati. 

«Qua, ‘stavolta, ‘ndemo a finir sul Gasetin!». Con questa battuta, ci introdusse la storia dell’atterraggio del volo AZ604 e di quella strana vocina che, annunciava la canzone “Teorema” di Marco Ferradini. Un tale comandante Alfredo De Vincenzi, giurava di averla sentita chiaramente in cuffia, mentre era in fase di discesa. 

“Almanco qualchedun che ne ‘scolta”. Paperoga non riuscì a trattenere la lingua, né tantomeno la risata. Ma quando sior Sergio ci raccontò che il Carmine gli aveva detto che si poteva ipotizzare il reato di minaccia alla sicurezza del trasporto aereo, a me, lo ammetto, cominciò a tremare il culo sul serio. Non avevo paura di finire in galera ma, piuttosto della reazione di mio padre; l’ergastolo sarebbe stato nulla a confronto. 

Il colpevole si costituì subito: Tiziano Scarpa, detto Tito, figlio del medesimo sior Sergio. Una carriera da martire lo attendeva. Con lo sguardo basso e le mani in tasca, propose di patteggiare: si offrì di riparare immediatamente al danno causato. 

«Lassa perdar… Ti ga ‘na testa che no ea magna gnanca i porsei», lo liquidò il padre. 

Il vero movente non venne mai esplicitato. Ufficialmente il reo confesso si giustificò asserendo “pensavo che quei da ‘staltra parte i ciapasse mejo ea radio” ma, noi tutti sapevamo che “da ‘staltra parte” in quella direzione abitava una certa Anna Grandesso. Il Tito, era così introverso che nemmeno sotto tortura avrebbe fatto quel nome e dichiarato apertamente lo scopo della manomissione dell’antenna; piuttosto si sarebbe fatto frate. 

La domenica sior Sergio si armò di scala e andò a sistemare. Carmine osservò la scena dal basso e fece pollice in su; sicuro che De Vincenzi non avrebbe più rotto i coglioni. Il comandante De Vincenzi no; ma, qualcun’altro si apprestava a farlo. 

Quella stessa domenica, Tito e io, finita la messa delle undici, detta “la messa beat” per via del massiccio uso di chitarre elettriche, ce ne stavamo appoggiati a una delle colonne del porticato della chiesa, con gli occhi sgranati puntati in direzione di Sara Visentin.  

La tipa si era presentata alla sacra funzione con la minigonna. Andai via di testa e, invece di ascoltar messa, diedi retta a quel diavoletto che, sul muro dietro l’altare, mi proiettò gratis il film dove io, in discoteca, ballavo con lei un lento “sbregamudande”. Grazie a quei pensieri, persi istantaneamente non so quanti punti in graduatoria per il paradiso convertendoli nei medesimi punti triplicati per l’inferno. 

Mi ghe go visto ‘e mudande” sibilai a Tito con un ghigno diabolico, più per provocarlo che per condividere una scoperta. Volevo strapparlo da quella sua mentalità da cattolico pre-conciliare. Ma lui, imperturbabile, faceva finta di niente.  

Don Gianni quasi ci strattonò per chiamarci in disparte. Al momento pensavo mi avesse sentito; dentro di me, ero pronto a rispondergli parafrasando una celebre e storica frase: “La minigonna della Visentin val bene una messa”. Ma, da bravo fio de cesa, mascherai le mie pulsioni e seguii lui e il Tito in canonica, in religioso silenzio. 

“Fioi, cossa voè far co’ sta radio?” 

Stravaccati sulle due poltroncine sgualcite del suo studio; sottratte con l’inganno a una nobildonna veneziana, sua conoscente, tirammo un sospiro di sollievo. La Visentin e la sua mini non c’entravano nulla, ce l’aveva con qualcosa, secondo lui, di più diabolico. 

Mi aspettavamo che prima o poi la chiesa cattolica, per tramite di qualche suo illustre rappresentante ci avrebbe chiesto di rendere conto della nostra attività radiofonica. 

Pensavo che don Gianni, in qualche maniera, fosse venuto a conoscenza delle avance che il compagno Marino Gobbato segretario della locale sezione del PCI, ci aveva fatto. La sua intenzione era quella di mettergli a disposizione un po’ di orette per parlare “de robe sue”. Il volpone, come speaker, ci avrebbe mandato tali Lisa Franceschin e Antonella Battiston, tra le più cocche che la locale FIGC aveva in stalla. 

Il bavoso Ensopenso stava già per siglare ad occhi chiusi l’accordo per quella specie di join venture con i comunisti quando mi venne in mente di chiedere un parere preventivo al vecchio compagno Bruno Manzato, frequentatore abituale del bar da Nane che sentenziò: “No’ e xé troie. ‘E xé feministe; ea prima volta che provè a palparle e veo taja. A mi e me sta sol casso; e vol saver sempre tutto eore. E po’, me sa che e ga xà tutte e do, el marco” 

Non se ne fece più nulla ma, specie Paperoga, visto che il mondo cattolico, non offriva gnocca a sufficienza e quella poca era appannaggio dello stronzissimo Riccardo Beltrame, convenne che, comunque, era meglio buttare l’esca con qualche squinzia progressista mandando in onda roba forte di un certo tipo quale, ad esempio, “l’avvelenata” di Guccini. 

Per cui, almeno io, ero pronto a beccarmi un anatema fulminante per il fatto che la nostra antenna sparava nell’etere cazzate comuniste.  

In realtà, il prete non ce l’aveva con Paperoga per aver messo su Guccini ma con me, che mandavo in onda a nastro Alan Sorrenti; e mai, mi sarei aspettato che cominciasse il pistolotto parafrasando una sua canzone: 

“Non siamo figli delle stelle ma figli del Signore” 

Don Gianni, con voce aspra e occhi da inquisitore, cercava di strapparci via, come si strappa un’erbaccia in mezzo al grano, dalla nostra condotta, a suo dire, troppo leggera. Ci accusava di trasmettere canzoni senza peso, troppo sospese nell’aria come bolle di sapone, destinate a esplodere senza lasciare traccia. Agitava le mani, le sopracciglia aggrottate come se volesse inchiodarci a una colpa morale: quella di non avere un tema conduttore, un senso, una direzione. o meglio, mancava quel tema conduttore che lui avrebbe voluto imporre. 

Uscimmo dalla canonica in silenzio, con la coda tra le gambe. “Bon xe vedemo” fu l’unica frase che ci venne da pronunciare, a mezza voce e all’unisono, come un saluto stanco e rassegnato. A pranzo non riuscii a mandar giù quasi nulla. Avevo il palato amaro che sapeva di vergogna e rabbia. Me ne andai a zonzo per le viette, cercando di scrollarmi di dosso la voce del prete che si era lasciata dietro un’eco di ammonimenti e silenzi severi. Ma come se non bastasse, mio padre ci mise il carico da novanta: “Se ti pensassi de più a studiar e no’ a quel sacramento de radio”. Lo disse senza nemmeno guardarmi, mentre ascoltava le radiocronache delle partite, le parole mi arrivarono dritte in petto, come uno schiaffo; per lui, tempo sprecato quello passato al microfono di quella sottospecie di radio. 

Mi avevano praticamente fatto a pezzi. Don Gianni con la sua autorità morale, mio padre con il suo disprezzo pratico. E forse aveva ragione nonna Angela, quando mi diceva con quel tono a metà tra la tenerezza e la rassegnazione: “Ti xè fatto de tochi come to’ mare” Intendeva dire che ero fragile e volubile, che bastava poco per scompormi. Che vivevo a scatti, a strappi, a improvvise impennate d’anima. 

E allora mi misi a pensare, davvero, al tema conduttore. Ce n’era mai stato uno, nella mia vita? No. Mi ero sempre mosso a zig-zag, lasciandomi trasportare dai venti delle emozioni. Non c’era coerenza, non c’era progetto. Solo frammenti. 

Mi resi conto che a guidarmi non era la voce di un prete; ma roba come la minigonna di Sara Visentin. Altro che ideali cristiani, altro che programmi sociali. Era quella stoffa sottile, che “lasciava immaginare tutto” come diceva Claudio Baglioni, a veicolare i miei pensieri e i miei progetti, tipo quello di racimolare i soldi per un CIAO usato e caricarci dietro la Visentin. 

Avevo in testa una gran confusione, alla fine ero come esattamente come miliardi di uomini che, come me, seguivano solo l’irresistibile chiamata del desiderio, la bellezza improvvisa e gratuita di un gesto femminile. Forse era questo il mio vero tema conduttore. 

Come le stelle noi, silenziosamente insieme ci sentiamo” 

Non appena passai davanti alla casa dove abitava Vera, come per magia, nella mia mente risuonarono di nuovo le parole di “figli delle stelle” e, sempre per magia, sparì la Visentin e certi pensieri, per far spazio a un sentimento autentico, più intenso e più romantico.  

In quel momento, l’unico sostegno che avevo era la leggerezza della musica leggera. 
Ogni volta che tutto sembrava crollare: i pensieri pesavano come macigni, le parole degli altri erano spine, e le giornate scivolavano via senza lasciare traccia; bastava una nota, un ritornello conosciuto, e tutto si alleggeriva. 

La voce di un cantante come Alan Sorrenti, un motivetto orecchiabile che ballava tra i ricordi dell’infanzia, erano sufficienti per aprire una finestra nell’anima. La musica leggera non cercava di insegnarmi nulla, non voleva spiegare il mondo. Voleva solo farmi respirare ed amare. 

In quelle melodie leggere c’era il lusso dell’evasione, la carezza della semplicità, il conforto del superfluo che diventa essenziale. Non era fuga, era sopravvivenza. Perché quando tutto pesa, solo ciò che è lieve ti salva. 

A guidarmi era la leggerezza, quella stessa leggerezza che infilavo nella programmazione della radio, canzone dopo canzone. Era quella l’aria in cui respiravo, il mio modo di esistere. E non me ne vergognavo. Perché, in fondo, quella musica effimera che tanto irritava Don Gianni portava con sé una verità semplice e luminosa: che c’è qualcosa di sacro anche nella leggerezza, se sai ascoltarla col cuore giusto. 

E mentre la primavera, ormai piena, srotolava il suo tepore come un tappeto verso l’estate, mi venne da sorridere. Forse non ero fatto per le grandi cause. Forse il mio cammino era quello degli equilibristi e dei sognatori. E va bene così. Perché anche chi è fatto di fragili pezzi, a volte, riesce a tenere insieme una melodia. Purché sia leggera. 

La pista 04 destra è sempre lì. Un po’ più lunga rispetto ai tempi del comandante De Vincenzi, ma sempre lì, un nastro di bitume in riva alla laguna. E anche l’antenna sul tetto del civico 69 dei Paeassoni non si è mai mossa, un puntino ostinato contro il cielo, come un vecchio testimone muto del tempo che passa. 

Quando ti appresti al corto finale, se hai l’occhio allenato, riesci a vederle entrambe: la pista e l’antenna, allineate nel tuo campo visivo come due coordinate fisse in un mondo che cambia. Bastava una virata di undici gradi a sinistra, e il De Vincenzi l’avrebbe centrata in pieno, solo sfiorandola col carrello. In quel caso, “Teorema” di Ferradini non avrebbe più disturbato i suoi pensieri già troppo densi di ombre. Ma anche quello, ironia del destino, era un segno: un’interferenza che chiedeva ascolto, come spesso fanno le cose non dette. 

Peccato che ora non ci siano più le interferenze di SolaRadio. Con gli slot di atterraggio sempre più stretti, sarebbe stato un successo assicurato: decine di equipaggi che, volenti o nolenti, se la sarebbero ritrovata in cuffia. Sarebbe arrivata dritta nei cockpit, senza chiedere permesso. Una presenza fantasma, come certe verità che nessuno invita, ma che arrivano lo stesso. 

Eppure, almeno nel volo, anche ai tempi del vecchio De Vincenzi, c’è sempre stato un tema conduttore. Una logica. Un obbligo morale. Un tracciato, invisibile ma preciso, che ti guida a scendere, anche in modo del tutto automatico, su quella striscia d’asfalto. Al di là degli strumenti e della checklist, c’era e c’è sempre il dovere: quello di riportare a terra, sani e salvi, i culi di qualche centinaio di sconosciuti. Il volo ha le sue regole. La vita, a confronto, molto meno. 

Fuori dalla cabina, è tutto più incerto. Non ci sono rigorose procedure da seguire, né traiettorie ottimali per farti risparmiare carburante. Le turbolenze arrivano senza preavviso, e l’unico indicatore di assetto, in gergo “orizzonte artificiale”, è quello che ti disegni nella testa; se ci riesci.  

E ora che si avvicina il momento di scendere definitivamente a terra, per poi, dopo un certo tempo, più o meno lungo, ripartire per l’ultimo volo, quello senza ritorno, sento l’angoscia affacciarsi senza bussare. 

Cerco appigli. Certezze. Qualcosa a cui ancorare questa rotta discontinua. Ma niente arriva. E guardando indietro, capisco che non è mai davvero cambiato nulla. Nessuna rotta incisa nella pietra, nessun credo solido, nessuna bandiera piantata con orgoglio in qualche terreno sicuro. Volo a vista, da sempre. Seguo i venti del cuore, anche quando sono instabili, anche quando spingono verso improbabili e ignote destinazioni. 

Ma una cosa la so, con feroce chiarezza: non sopporto chi tenta di stringere la mia cloche tra le sue mani. Non tollero chi, con le sue interferenze, morali, emotive, spirituali; cerca di impormi una rotta, una destinazione, una quota obbligata. Questo è il mio cockpit. E anche se l’aereo traballa, anche se a volte il carburante scarseggia e la radio tace, qui dentro sono io il comandante. Nessuno può dirmi quale rotta seguire e quale cielo attraversare.  

Fino all’ultimo atterraggio.  

Figli delle stelle … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Vicina e lontanissima

Toh, xe qua i morti de figa dea radio!” 
 Senza neanche alzare lo sguardo dal Gasetin sgualcito; da dietro la coltre di fumo della sua sigaretta, Memo Bottacin ci accoglieva pressappoco così, ogni santa volta che varcavamo la soglia del Bar da Nane.  

Sembrava una presa per il culo, e in effetti lo era. Ma sotto sotto, nel suo modo ruvido e un po’ alcolico, gli stavamo a cuore. O almeno, ci tollerava più volentieri di altri esseri umani. 

Memo era il nostro oracolo da bancone. Un vecchio saggio bevitore che, tra un’ombra e un’altra, non perdeva occasione per erudirci, a modo suo, sul vero vivere. 

Voialtri, coi vostri microfoni de plastica e le cassettine piene de musica che no’ ghe piase a nissuni; pensé davero de tirarve in qua ‘e cocche?” 

 Scuoteva la testa come uno che aveva già visto naufragare decenni di illusioni analoghe. 

 “Credè che ve basta parlar in radio o ‘ndar in parrocchia a far i bravi parché ‘e fighe ve salta ‘dosso. Scolteme mi quaità de imatonii che no’ si altro; moè prete e microfono, metteve i gin stretti e ,nde in discoteca!” 

In effetti, era passato un bel po’ di tempo da quando avevamo issato l’antenna sul tetto del civico 69 dei paeassoni ma, il nostro principale obiettivo, nemmeno tra noi ufficialmente dichiarato, ovvero cuccare via etere, rimaneva lontanissimo. 

L’intero comitato di redazione, formato da noi quattro sfigati mandoeoni, si arrovellava quotidianamente per trovare la formula magica: un format, un jingle, un tormentone, Qualsiasi cosa che potesse convincere anche solo una ragazza, dico una, a interessarsi non tanto alla radio, quanto a noi. 

Bisognava dar retta a Memo ma, la discoteca, per dei radiofonici fioi de cesa come noi, era tipo il girone dei lussuriosi, versione remixata. Gli emissari della santa romana chiesa, sapevano abilmente infonderci dei terribili sensi di colpa. Secondo loro, il solo desiderio di andarci e sognare di far certe cose ci avrebbe condotti dritti all’inferno. 
E poi, non avevamo una lira. Con quel che avevamo in tasca, a mala pena ci usciva un craf alla crema da Ciano l’Onto. Ah, preciso: so benissimo che si chiama krapfen, ma, da noi, quel nome è impronunciabile. Mia mamma l’ha sempre chiamato craf e tale rimarrà per sempre. 

Ciano l’Onto, lo conoscevano tutti, specie il dottor Scarpa che si occupava di curare i disastrosi effetti causati dallo smodato consumo dei suoi prodotti “artigianali”. Un giorno mi mise in guardia dicendomi che, se continuavo a riempirmi delle sue, chiamiamole, prelibatezze, mi sarebbero venuti i brufoli anche in quel posto.  

La sua fama ebbe un’impennata storica quando il suo laboratorio esplose. Sì, proprio esplose. 

Fece un botto che si sentì fino quasi a porto Marghera; anzi, qualcuno pensò che fosse proprio porto Marghera che saltava in aria. Il tipo finì sol Gasetin, con un bel titolone. 

Le cause non vennero mai accertate ma, secondo la leggenda metropolitana che si tramanda nei bar ancora oggi, era perché usava il gas metano per gonfiare i bignè. 

Da quel giorno, la sua clientela raddoppiò. Perché si sa: in città, appena uno rischia di morire per mangiare qualcosa, tutti vogliono provarla. 

Entrare da Ciano era un’esperienza mistico-sensoriale. Il pavimento era una pista da pattinaggio creata con olio per motore riciclato aromatizzato alla frittella, e se non stavi attento ti ritrovavi a sbrissar fino al bancone. 

Lui stava sempre di spalle, intento in misteriosi affari sottocinturali. Anche se cercava di non farsi vedere, si capiva chiaramente cosa si stesse grattando. 

Un craf!” gridavamo; ci piaceva coglierlo di sorpresa durante quel suo inquietante rituale. Ma lui, imperterrito, si voltava con calma, prendeva il craf con la pinzetta per poi passarlo nella mano che pocanzi teneva dentro i pantaloni e te lo sporgeva. 

Ma noi non badavamo a certe sottigliezze; ci bastava avere tra le mani quella gigantesca roba untuosa, ricoperta di zucchero a velo che, puntualmente, soffiando con vigore sopra, spruzzavamo in faccia alla persona che ci stava di fronte. Era, e forse lo è ancora, il nostro modo di sublimare certi desideri proibiti.  

Tornando a noi poveri e meschini conduttori radiofonici, visto che la discoteca per i sopracitati motivi era off-limits, il sabato pomeriggio, per ‘ndar in batua, ci rimaneva solo un’unica via: far le vasche in piassa Fero. Così, lasciavamo il povero Tito, il più cattolico del gruppo e dunque, almeno formalmente, meno sensibile a certi richiami della natura, a vegliare sulla gloriosa SolaRadio. Nel frattempo, io, Paperoga e Ensopenso, freschi di un’abbondante dose di unto dal mitico Ciano, puntavamo la prua verso piassa Fero con lo spirito di pirati affamati, pronti a saccheggiare ogni cocca a vista. Sui risultati, per il momento sorvolo. 

Ancora oggi, mi chiedo come mai la prima persona in cui puntualmente incappavamo era quel borioso dandy di Alvise Barozzi detto “fuarin” a causa di quei pacchianissimi foulard che portava al collo. 

Aveva sempre da ridire sul nostro abbigliamento e sul fatto che entravamo quasi sempre in scena con quell’untuosissimo craf in bocca. Con quel suo sorriso ebete, ci faceva notare che nessunissima squinzia avrebbe dato una slinguacciata a dei tipi che avevano addosso dei vestiti di seconda mano ed emanavano un tanfo di olio da macchina esausto 

A lui, invece, boiaissamorti, in fatto di cuccaggio andava alla grande, grazie soprattutto a quel paraculo di Milù. Quel fox terrier bianco, copia esatta per nome e razza, del cane di Tintin, riusciva ad attirare le squinzie come mosche. 

Ensopenso definiva Milù il classico “can da figa”; secondo lui oltre alla fattezza, aveva anche la capacità, con il suo fiuto, di scovare le migliori gnocche presenti nei dintorni e segnalarle al padrone.  

Paperoga è sempre stato un credulone. Per cui, convinto dalle strampalate teorie di Ensopenso, una volta si fece prestare da suo zio Emilio il cane con cui andava a caccia. L’irrequieto Max era un maldestro tentativo di manipolazione genetica tra un setter e una pantegana. Fu un disastro totale; non appena entrammo in piazza con uno strattone degno di un toro da rodeo, si liberò dalla presa del suo affidatario per rincorrere i colombi creando il panico generale. Ma, quel che è peggio fu che andò a cagare vicino a un gruppo di squinzie che, inviperite, minacciarono di linciarci. 

Non fu certo per Max che quel sabato pomeriggio di quaranta e passa anni fà, rimarrà per sempre nei miei ricordi. 

Ad un certo punto, in mezzo al trambusto generale che aveva causato quel sacco di pulci; apparve Valeria. 

Chiamarlo incontro sarebbe stato troppo. Ci eravamo appena sfiorati, un attimo, un istante sospeso. Ma c’era stato qualcosa. Qualcosa di elettrico, di denso. Lei aveva abbassato lo sguardo e, con un filo di voce, aveva detto: “Ciao” seguito dal mio nome. 

Ho sempre considerato un “ciao” di una donna, seguito dal mio nome un saluto speciale, qualcosa di più intimo, più vicino. Un soffio di possibilità, una promessa inespressa. 

Valeria era stata la mia compagna di autobus durante il primo anno di superiori; nel quale, contrariamente alla volontà di mio padre, mi iscrissi al liceo. Prendeva come me il quindici barrato, corsa bis delle sette e venti, saliva all’ultima fermata dello stradone dei paeassoni.  

Valeria non era il tipo di ragazza che campeggiava nei calendari appesi nell’officina di Stelvio Vanin. Eppure, già dal primo giorno in cui salì sull’autobus, il suo sguardo mi colpì come un lampo silenzioso. 

Un fascino che non si misurava con i parametri del bar da Nane, ma che si insinuava sottopelle, sottile e inesorabile.  

Non potevo fare a meno di osservarla, di cercarla tra i volti anonimi del quindici barrato. Ogni mattina, quando saliva, era come se il tempo si fermasse per un istante, giusto il necessario perché il mio sguardo si posasse su di lei.  

Bastò la scusa dell’affollamento, un lieve urto tra i corpi costretti nella ressa del mattino, e da quel momento iniziammo a parlare. Dapprima con timidi accenni, poi con la naturalezza di chi si riconosce simile, scoprimmo di avere mille cose in comune. Le nostre conversazioni riempivano il tragitto e lo trasformavano in un momento sospeso, un rifugio segreto nel caos della città. Un momento di letizia prima di tuffarci nei giorni di scuola che, non sempre erano belli. 

Sentivo che provava qualcosa per me. Lo avvertivo nei silenzi sospesi tra di noi, nei gesti appena accennati, in certi sguardi che sembravano indugiare un secondo di troppo. Eppure, non feci nulla. La mia solita, incrollabile timidezza mi tratteneva, avvolgendomi in una rete di esitazioni e paure. Ogni volta che avrei potuto dirle qualcosa, anche solo un invito a prenderci un gelato insieme, mi bloccavo. Mi convincevo che sarebbe stato fuori luogo, che forse lei avrebbe frainteso, che sarebbe stato più sicuro rimanere nell’ombra. Così, per paura di mostrare troppo, finii per nascondermi del tutto. Arrivai persino a fingere di ignorarla, sperando che il distacco soffocasse quel sentimento che, invece, cresceva silenziosamente dentro di me. 

Eppure, ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano per caso, capivo che non sarebbe mai bastato. 

Come si dice; “passato il santo passato il miracolo” 

Il miracolo in quel caso era Valeria; una così non l’avrei più incontrata. Il santo era il primo anno di liceo. L’anno successivo cambiai scuola e anche autobus, non rividi Valeria fino a quel sabato pomeriggio in piassa Fero

Quella specie di incontro mi turbò talmente che non mi resi conto che il Max era passato sotto la mia custodia e che stava tirando a più non posso. 

Sarà perché, come ho avuto già occasione di raccontarvi, a causa della mia passione per la fotografia, per quell’ossessione di catturare attimi e custodirli per sempre, sono diventato un ladro di anime che, riesce a vedere la vera bellezza, quella che ti frega sul serio. 

Senza volerlo, senza saperlo, la vista di Valeria mi regalava frammenti della sua anima, e io, ladro silenzioso di attimi e sguardi, li raccoglievo con la devozione di chi sa di custodire qualcosa di prezioso. 

C’era ancora qualcosa in quegli occhi che mi rapiva. Un’intensità segreta, un mistero che sembrava svelarsi solo per un istante prima di richiudersi, lasciandomi con il desiderio di scoprirne di più. Non era solo bellezza la sua, era un magnetismo sottile, una luce discreta che si faceva strada tra le ombre della mia vita.  

Era bastato quell’attimo. 

Ormai non vado quasi mai in piazza. Non è più tempo di far le vasche, con il nobile scopo di incrociare lo scopo della vita. Ormai per me la piazza oggi è un teatro vuoto, un palcoscenico su cui non recito più. 
Ci vado solo per l’edicola, quella più fornita di troiate che si possono trovare in città. Mi attirano i primi numeri delle collezioni: soldatini, modellini d’auto, di aerei, di camion, … di tutto. Li prendo, uno dopo l’altro, come se potessero riempire certi vuoti. Un po’ come fa ancora un craf onto, anche se non c’è più il vecchio Ciano. Se n’è andato qualche anno fa. Non so se esista davvero il paradiso, ma se c’è, sono sicuro che Ciano è lì, a rendere quel posto meno asettico, più unto, più vero. E chissà, forse lì la gente non bada all’igiene, tanto sono già morti. 

Quel giorno, però, fu diverso. Lanciai uno sguardo distratto a una colonnina vicino all’edicola. Di solito la ignoro, è lì da sempre, invisibile come certi arredi urbani che smetti di vedere. 
Ma quella scritta — “onde corte” — non poteva non catturare l’attenzione di un radiofonico della domenica come me. 

Prima di continuare, devo dirvi due parole sulle onde corte. 

Si tratta una gamma di frequenze radio per così dire, molto più “antica” rispetto a quella che usano, per esempio, i telefonini. Hanno la particolarità di riflettersi sulla ionosfera e viaggiare oltre l’orizzonte. Per cui, in particolari condizioni atmosferiche e di attività solare, le onde corte possono coprire migliaia di chilometri. 

Per farvi un esempio pratico, se SolaRadio trasmettesse in onde corte, in certi giorni e, con qualche botta di culo, potrebbero sentirla gli americani, i cinesi, gli australiani e gli indiani anziché, i soliti quattro ruttatori seriali del bar da Nane. 

Onde corte 

Vicini e lontanissimi 

Presentazione del libro di Valeria … 

Ebbi un leggero mancamento e mi trovai praticamente abbracciato a quella colonnina degli eventi in biblioteca. Allo stesso tempo iniziarono a suonare le campane del duomo, percepii qualcosa di divino in quello che stava accadendo. 

Un quarto d’ora dopo, uscii dalla libreria della piazza con “onde corte” in mano. 

Iniziai a leggerlo subito, rannicchiato sotto il piumone, con quella intimità silenziosa che solo i libri e certi ricordi sanno evocare. 

Erano passati più di trent’anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Fu su un autobus, come fosse una scena destinata a ripetersi ciclicamente, come nei sogni. 
Parlò soprattutto lei, allora. Della facoltà che aveva scelto, dei progetti, delle battaglie che voleva combattere. 
Dove vai? Resta qua! Stai qua!” Mentre mi parlava, risuonavano ancora le parole di mio padre. In quel momento avevo voglia di andarmene da una casa troppo stretta, da una famiglia che mi tratteneva come radici troppo profonde. 

Chissà perché mi confidai con lei. Le raccontai proprio di quelle parole, quelle a cui cercavo, inutilmente, di disobbedire. 

Le parlai anche della radio, del mio sogno di far arrivare la mia voce oltre i muri di casa, oltre gli ostacoli, oltre la notte. Di raccontare il mondo senza doverci stare dentro per forza. 
Ma le confessai anche l’altra verità, quella che custodivo più in fondo: il desiderio di fuggire da un certo mondo e da imposizioni soffocanti. 

Le dissi che sognavo di partire. Di imbarcarmi su una nave mercantile e sparire tra le onde, restare in mezzo al mare, senza mai scendere in porto, senza radici, senza ormeggi. 
Solo cielo e sale, e il suono costante dell’acqua a ricordarmi che, forse, è solo nel movimento che avrei potuto trovare pace. 

Lo so che parli in radio… ti ascolto, ogni tanto.” 

“… ti ascolto” Sorprendentemente parlò di me, in modo strano, sottile. Ma non capii. 
Allora ero troppo acerbo per leggere tra le sue parole. 
Non vedevo che mi stava scrivendo messaggi segreti, piccoli biglietti per esprimere un sentimento nascosto nella sua anima mentre io, come spesso ho fatto, ho lasciato che mi scivolassero via. 
 

Non vidi l’invito, non riconobbi il segnale. 

Scesi dall’autobus poco dopo, con quel senso vago di occasione mancata che si insinua lento. 

E ancora oggi mi chiedo: perché non rimasi un po’ di più? Perché non le chiesi di continuare la conversazione davanti a un caffè? 
Forse perché scappare mi sembrava più semplice che restare. 
Forse perché, a volte, c’è qualcosa che fa più paura della solitudine. 

Ero così immerso nella lettura che non mi accorsi del temporale che imperversava fuori. La pioggia scendeva fitta, decisa, battendo contro i vetri puliti solo il giorno prima. 
 

Ma quel temporale… ce l’avevo dentro anch’io. 
Un’agitazione silenziosa, fatta di ricordi che tornavano come raffiche di vento contro il cuore. 

Poi, tra le righe di quel libro, accadde qualcosa. 
 

Come in camera oscura, piano piano, lo sviluppo iniziò; davanti a me si delineò l’immagine in bianco e nero di due ragazzi su un autobus. Due volti familiari, il mio e il suo. 

Ma no, non poteva essere. 
Non potevo essere io quel tale Andrew, salito su una nave mercantile per sfuggire alla sua stessa voce, per smarrirsi lontano dal cuore. Eppure… la somiglianza era disarmante. 
 

E non poteva essere lei, quella tale Kate che, con una piccola ricetrasmittente a onde corte, lanciava ogni sera messaggi nell’etere, sperando che attraversassero oceani e cieli e interferenze, arrivassero, deboli ma integri, fino a lui. 

Non poteva. 

 
Eppure quel libro sembrava raccontare esattamente i nostri incroci, i nostri sguardi mancati, le emozioni sospese, le paure taciute. 
Come se Valeria avesse registrato i battiti di quei momenti e li avesse messi nero su bianco, per farli arrivare, finalmente, dove avrebbero dovuto arrivare molti anni prima. 

Mancavano circa venti minuti e la sala conferenze della biblioteca era ancora mezza vuota. Non avevo il coraggio di sedermi nelle prime file. Valeria era già lì, circondata da un folto gruppo di persone. Cercai di capire chi potessero essere; amici, letterati, politici, compagno, figli o, semplicemente gente che la ammirava e voleva conoscerla. 

Poi, successe quello che, con il cuore che batteva a mille, mi aspettavo.  

Mi vide, sorrise, e di nuovo, con lo sguardo abbassato, quel suo flebile “ciao” seguito dal mio nome. Fu come una lama dolce che affondava nei ricordi. 

Come stai?” Ebbi l’impressione che, in qualche modo, volesse qualcosa di più di una semplice risposta di circostanza; un messaggio eterno e definitivo. 

Ma che potevo dirle?  Che potevo mai raccontarle? 
Che non ho viaggiato davvero, che la paura mi ha fermato più delle catene? 
Che i sogni, continuando a parlare in quella piccolissima radio, li ho raccontati più di quanto li abbia vissuti? 

Che una voce come quella di mio padre continuava a dirmi: “dopo tutti questi anni, ma dove vuoi andare? dove vuoi arrivare? Resta qua, stai qua!” 

Forse è questo il mio vero fallimento: 
non averle mai detto che, pur se lontanissima, l’ho sempre sentita vicina; che tramite la mia piccola radio le ho sempre lanciato dei messaggi e che ogni sua parola era un porto e io, invece, ho sempre scelto il mare.  

Ti ho voluto bene veramente … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Gocce di memoria

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

Ci sono ricordi che sfiorano l’anima come gocce di pioggia su una finestra, lasciando scie impalpabili che il tempo non può cancellare. Sono sussurri di un passato che vive ancora nel cuore, segrete emozioni che spesso non abbiamo mai osato confessare nemmeno a noi stessi. Istanti preziosi che il destino ha voluto relegare al passato ma che, nel segreto dell’anima, non hanno mai smesso di esistere. 

Sono frammenti di felicità intensa, di attimi rubati alla quotidianità, che non chiedono di essere raccontati, ma solo ricordati nel silenzio, dei quali rimane, a volte, solo l’immagine svanita di uno sguardo o di una carezza sfiorata. E anche se il destino ha cambiato le strade e il tempo ha scritto nuovi capitoli, restano intatti quei battiti del cuore, quelle emozioni che nessuno potrà mai portarci via. 

E poi, ci sono certe gelide sere d’inverno quando la malinconia, scende come una nebbia densa e ci avvolge completamente; in cui il freddo non è solo nell’aria, ma si insinua nell’anima. 

Ed è proprio allora che, per spezzare l’angoscia, mando in onda canzoni come questa e lascio che la melodia si diffonda nell’aria gelida, danzando tra i pensieri. 

La dedico a noi che non abbiamo il coraggio di oltrepassare il confine del non detto, di trasformare il desiderio in azione ma, restiamo immobili, lasciando che sia il destino, a riempire gli spazi vuoti. 

A noi che aspettiamo, con occhi che scrutano l’orizzonte del possibile, con mani che fremono per un’emozione che ancora non arriva. Aspettiamo con il cuore in tumulto, un abbraccio, una parola, o un incontro che spezzi il silenzio. 

A noi, a ciò che eravamo e a ciò che resteremo: un legame intessuto di ricordi e sogni, un filo invisibile che attraversa il tempo e le stagioni perché certe storie non finiranno mai, si trasformano in versi, si fanno poesia eterna. un canto immortale che vivrà per sempre, come gocce di memoria che non si asciugheranno mai. 

Sono gocce di memoria 
Queste lacrime nuove 
Siamo anime in una storia 
Incancellabile 

Le infinite volte che 
Mi verrai a cercare 
Nelle mie stanze vuote 
Inestimabile 
È inafferrabile 
La tua assenza che mi appartiene 

Siamo indivisibili 
Siamo uguali e fragili 
E siamo già così lontani 

Con il gelo nella mente 
Sto correndo verso te 
Siamo nella stessa sorte 
Che tagliente ci cambierà 
Aspettiamo solo un segno 
Un destino, un’eternità 
E dimmi come posso fare 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungere te 

Siamo gocce di un passato 
Che non può più tornare 
Questo tempo ci ha tradito 
È inafferrabile  

Racconterò di te 
Inventerò per te 
Quello che non abbiamo 

Le promesse sono infrante 
Come pioggia su di noi 
Le parole sono stanche 
So che tu mi ascolterai 
Aspettiamo un altro viaggio 
Un destino, una verità 
E dimmi come posso fare 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungere te 

© 2003 Giorgia Todrani – Andrea Guerra 

Gocce di memoria … ascolta il podcast

© 2025 Michele Camillo

San Valentino

Sembrerà strano ma, il giorno di San Valentino, mi viene in mente EnsoPenso e quella stramaledetta “buona domenica” di Antonello Venditti. 

Era l’unica canzone di Venditti che odiavo; ritraeva perfettamente le mie pallose domeniche invernali, tutte uguali, praticamente un copia e incolla. Sempre la stessa scena; mia mamma ipnotizzata dalla tv, si faceva massicce dosi di domenica in; mio padre e mio fratello attaccati alla radio ad ascoltare tutto il calcio minuto per minuto, tiravano giù i santi dal paradiso man mano che si allontanava la possibilità di fare tredici, mentre, mia nonna, se ne stava a letto lamentandosi per i dolori. Nell’aria, una gran puzza di fumo generato dallo smodato consumo di Nazionali senza filtro; un po’ dappertutto c’erano bucce di bagigi; un quadretto del genere, avrebbe mandato in depressione chiunque.  

… Ciao, ciao domenica, passata a piangere sui libri … 
 

Parole tristemente famose e maledettamente reali. Quella domenica 14 febbraio del 1982, diciottesimo San Valentino della mia vita, ancora senza una donna, la stavo passando lottando disperatamente con il testo di matematica. All’indomani, stando al calcolo delle probabilità, c’era il serio pericolo che la Biasiotto mi convocasse per darmi ‘na beapetenada, per dirla in dialetto. Se fosse andata male, avrei dovuto presentarmi al cospetto di sior Mario con l’ennesimo quattro registrato nella mia fedina penal-scolastica; il che, voleva dire perdere almeno quattro denti e, per giunta, quelli non cariati, senza possibilità di reimpianto.  

Ciò nonostante, decisi di farmi due passi fino al civico 69 dei paeassoni per far due chiacchere con EnsoPenso; gli avrò detto mille volte che non volevo sentire quella canzone ma lui, imperterrito, continuava a mandarla in onda ogni santa domenica pomeriggio. Lo trovai più depresso e demotivato di me. 

Ma parché no’ ti ghe ga ancora da un titoeo a ‘sta trasmission?”  

“Parchè, ea dovaria averghene uno?” 

Era inutile far certe domande a uno nelle sue condizioni; la sua anima era stinta come gli abiti che portava. Decisi che la cosa migliore da fare per tutti e due era una seduta di psicoterapia in bar da Nane. 

Credo che la depressione del single a San Valentino avesse preso in pieno anche lui perché, mentre facevamo la strada, attaccò subito. 

– “Ma ti, ti gà ea morosa? “ 

– “No “ 

– “Mai avua una? “ 

– “No, e ti? “ 

– “‘Gnanca mi” 

Entrammo da Nane Sbérega dove, i soliti, alla loro maniera, stavano festeggiando San Valentino. “Par un’ora d’amor no’ so cossa faria; par poderde ciav…”, il testo integrale è meglio non trascriverlo. Denis Sgorlon era, nel quartiere dei paeassoni, l’indiscusso mago delle cover. Quella domenica pomeriggio, con un pieno di bionda doppio malto Ruttolongo nello stomaco, si stava cimentando con il greatest hits dei Matia Bazar. Milio Vianeo riferì che ci eravamo appena persi una magistrale reinterpretazione di “Stasera che sera” dal titolo “Stasera che sega”. C’era poco da fare; il Denis era un genio, un grande poeta; mi diede un’idea per lo stantio programma radiofonico di EnsoPenso.  

Giorni dopo mi inerpicai su per i grigi scalini del civico 69 con alcuni “ferri”; la valigetta dei 45 giri della cuginona Franca, due walkie talkie INNO-HIT, regalo di zio Sergio per la cresima e, l’ancora intonsa antologia di letteratura.  

Altra cosa importante, io non ero più io, bensì un tale Nicola, trentenne scapoeon che, di mestiere faceva il bancario, quindi, professionalmente ben piazzato; con la passione per la barca a vela; nonché, colto e amante della poesia.  

Quella domenica, ‘sto tale Nicola, pensò bene di telefonare in radio e, EnsoPenso, pensò altrettanto bene di mandare la telefonata in diretta, cosa che non aveva mai fatto fino a quel momento; primo perché, fino a quel momento, non c’era mai stata neanche l’ombra di una telefonata da mandare in diretta; secondo, perché senza i mitici INNO-HIT; il trucco non sarebbe riuscito.  

Ancora ridiamo pensando a quel giorno; incredibile, quaranta e passa anni fa avevo creato la mia prima identità fake uso social, che ‘vanti che gero!  

“Cinzia, non so se sei in ascolto. Sono un pessimo romantico, lo ammetto. È per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine. Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. Almeno, lascia che ti dedichi questa bellissima canzone” 

Ero sicuro che nella valigetta della cugina Franca c’era “Per un’ora d’amore” dei Matia Bazar, diedi poi istruzioni a EnsoPenso di mandarla in onda al mio segnale.  

Era la prima volta che usavo el maton, così chiamavo la pesantissima antologia di italiano, per scopi non propriamente scolastici. Fu una magistrale interpretazione la lettura di quel brano di Italo Calvino, nei panni di quel fantomatico Nicola.  

Il socio sollevò delicatamente la puntina, un attimo prima che, a fine corsa, deragliasse per finire sopra l’etichetta; poi, con una voce calda “da letto” disse: “carissimi amiche e amici; ma voi, cosa fareste per un’ora d’amore? Sotto con le telefonate”. La mia geniale idea di dare un po’ di verve a quella trasmissione prese forma.  

EnsoPenso frugò nella valigetta come se avesse trovato un tesoro; tirò fuori ”comprami” di Viola Valentino; a quel punto temevo seriamente che chiamasse Denis Sgorlon o qualche suo amico di bevute, per spiegarci nei minimi dettagli, cosa avrebbe fatto per un’ora d’amore o meglio, durante l’ora d’amore.  

Con “Su di noi” di Pupo, arrivò la prima telefonata, una certa Vania, che non volle essere messa in diretta. “Ghe xè ‘na cocca che vol saver de tì, de Nicola intendo …” EnsoPenso, preso dall’emozione, ne mollò una di potentissima; il tanfo era una via di mezzo tra i miasmi di porto Marghera e il puzzo della brodaglia domenicale, della mia vicina di casa, siora Antonia Masiero. Meno male che aveva avuto la prontezza di stringere forte la cornetta del telefono con due mani; io invece, viola in volto, finii disteso sotto il bancone del mixer con i crampi allo stomaco dal ridere; “mona, cossa ghe digo ‘desso?”. 

Mi resi conto di aver creato un mostro, praticamente, un antesignano di un troll sul web; imperativo, mantenere l’alone di mistero, per cui, diedi al socio istruzioni di rimanere sul vago. Dovette darsi parecchio da fare in merito in quanto, fu uno stillicidio di telefonate de fie che, chiedevano informazioni su quel tale Nicola e, per dedicargli canzoni; devo riconoscere che a raccontar balle era un maestro. 

Purtroppo, la valigetta di cugina Franca non riusciva a soddisfare le richieste. Dopo quasi due ore volate in un attimo, sfiniti, mandammo in onda l’evergreen, “if you live me now” dei Chicago, che, fece da sigillo alla puntata numero zero di quella trasmissione; battezzata ufficialmente con il titolo di “per un’ora d’amore”; un vero e proprio new deal, per quella radio sfigata e per quello sfigato di EnsoPenso.  

Quando uscimmo, el caigo aveva ormai avvolto l’intero quartiere; secondo EnsoPenso, quella fitta nebbia, che ti faceva perdere i contorni della realtà, era causata da tutte le balle che avevamo appena raccontato. Il chiassoso vociare, che proveniva dal bar di Nane Sberega, come un faro, ci indicò la rotta verso un buon tramezzino con birrino.  

Un tonno e cipolline, un tonno e olive e un prosciutto e funghi, erano gli unici superstiti che giacevano, chissà da quanti giorni, sotto quel bisunto canovaccio. Non aveva importanza, bastavano per festeggiare quella nuova geniale trovata. 

Nonostante fossero passati dei giorni, non doveva aver ancora superato il trauma del San Valentino senza una donna. Ad un certo punto, con una cipollina tra i denti, tornò a fissarmi:  

“Ghe xè qualcuna che te piase?”  

Sin dai tempi della scuola elementare, era la domanda più imbarazzante che mi si poteva fare; tentai inutilmente di rigirarla al mittente; niente, il socio insisteva. Era chiaro che, con la scusa di quella domanda, intendeva, gratarme ea pansa, ovvero farmi parlare di “quella cosa lì”, magari con dovizia di particolari.  

Sviai il discorso dicendo che faceva tanto ridere che i due autori, nonché conduttori, della trasmissione radio dal titolo “per un’ora d’amore”, avessero come uniche fonti sull’argomento, un testo scolastico, una valigetta con alcuni 45 giri di canzonette e i discorsi captati, de fora via, agli “esperti” che frequentavano il bar “da Nane Sberega”. 

Non me la sentivo di sbottonarmi con il socio e dirgli che invece, una che mi piaceva c’era eccome. 

Non condivido il pensiero di Macchiavelli ma, per certi fondamentali scopi della vita, il fine giustifica i mezzi. Così un giorno, decisi di farmi amico quel cagaalto di Nicola Berardo, un fio de papà che organizzava festini danzanti nel mega palazzo di famiglia a Venezia. Avevo assoluto bisogno di entrare nel suo giro, volevo approfondire la conoscenza di quella biondina dai lunghi capelli ricci che frequentava la sua compagnia.  

L’avevo notata per la prima volta, mentre se ne stava sdraiata sui gradini dei Tolentini; era bastato un attimo perché i nostri sguardi si incrociassero e, dalle nostre bocche uscisse simultaneamente un “ciao” a bassissima voce, quasi soffocato; poi lei, voltandosi verso una sua amica, si mise a ridere.  

Non ebbi però il coraggio di tornare indietro per attaccar bottone; in preda all’euforia cominciai quasi a correre; in autobus poi, mi prese un morsegon de stomego.  

Quel pomeriggio, dovetti accompagnare nonna Angela dal dottor Scarpa, el dotor dea mutua, da tempo dedito a curare anima e corpo degli abitanti dei paeassoni e dintorni. Approfittai per riferirgli dello strano mal di stomaco. “Cossa gà me nevodo; me par de aver capio, farfae dentro el stomego? Xé ea prima che sento”; nonna Angela era parecchio sorda, per cui, el dotor, dovette quasi gridare; “Angea, to nevodo xè gà vantà na bea incocaìa par ‘na cocca!”  

Con la diagnosi del luminare in tasca; vista la mia inguaribile timidezza, non mi restava che pensare a come fare per incontrarla “casualmente”, nel senso che non doveva sembrare fatto apposta; per questo mi venne in mente cercare in qualche maniera di imbucarmi ai festini buei di quel rotto in cueo di Berardo.  

Non fu necessario perché, alla fine, il destino o fortuna che fossero, mi diedero una mano. Galeotti furono “I giardini segreti di Venezia”.  

Misteriosamente, sentivo che dovevo assistere a quella conferenza; non era solo la mia innata passione per i giardini ad attirarmi; rimasi un bel po’ a fissare quella vecchia panchina di legno sotto un maestoso albero secolare, ritratta nella foto della locandina; volevo assolutamente scoprire dove si trovava; in qualche maniera, intuivo, che in quel posto sarebbe successo qualcosa.  

La sala era stracolma; stavo per rinunciare, possibile che a così tante persone interessassero i giardini segreti di Venezia?  

Riesci a capire se c’è posto?”; stetti immobile trattenendo il respiro, non avevo il coraggio di voltarmi; anche se non ci avevo mai parlato assieme, avevo memorizzato per bene il tono della sua voce. Dal cuore partì una raffica di mitra; la biondina dai lunghi capelli ricci, caramella in bocca, stava parlando proprio a me.  

Ne vuoi una?”; l’offerta di quella Galatina, per giunta la mia caramella preferita, scatenò una tempesta di una potenza inaudita, altro che farfalle, nel mio stomaco iniziarono a volare missili intercontinentali. A quel punto sarei entrato anche a costo di aggrapparmi a uno dei lampadari; come un falco mi fiondai su due posti liberi affiancati, non prima di aver pestato non so quanti piedi e mollato gomitate a destra e a manca.  

Piacere Agnese”; che vergogna, avevo la mano sudatissima; nonostante lì dentro facesse un caldo insopportabile, ero ancora con il piumino addosso, irrigidito come un baccalà, grondavo di sudore da tutti i pori. Lei invece si era già messa a suo agio; dalla borsa tirò fuori una bustina di velluto rosso piena di matite colorate.  

Però, i Faber; sei ricca! Io uso ancora i Giotto delle elementari”. 

 “Che mona!”; rispose, dandomi un leggero pugnetto sulla spalla. “Porca miseria, qua sta ingranando alla grande”, pensai.  

Agnese pareva ascoltare con attenzione; io pure cercavo di dare l’impressione di fare lo stesso, in realtà i miei pensieri erano altrove; la scanociavo con discrezione, non volevo far la figura del maniaco sessuale; poi, mi venne spontaneo chiederle dove, secondo lei, si trovasse il posto raffigurato nella locandina.  

Cosa fai domenica? Potremo andare a cercarlo”; di fronte a quella proposta, non sapevo se filare dritto in ambulatorio da Scarpa per farmi prescrivere qualche decina di scatole di calmanti oppure, al ponte de le maravegie da Fenz e, ordinare la più cara bottiglia di prosecco.  

Cosa faccio domenica? Da quasi vent’anni, ogni domenica, aspetto una come te”, volevo rispondere.  

Subito dopo pranzo; ebbe inizio quella che, rimarrà nei miei ricordi, come la domenica perfetta. Per primo, mi sciroppai un tot di gocce di Valium sottratto alla dotazione ansiolitica di mia madre; poi, doccia fuori ordinanza con abbondante uso di HugoBoss; infine, passai a concentrarmi attentamente sull’outfit da indossare. Decisi per i pantaloni grigi, lupetto nero e il cappotto nero lungo, quest’ultimo, era un po’ consunto a causa dell’intenso uso in discoteca, ma, l’insieme mi dava decisamente un’aria da intellettuale creativo; per completare l’opera, in tasca ci infilai pure un taccuino della Moleskine, comprato per l’occasione il giorno prima.  

L’appuntamento era alle 15.00 ai giardini Papadopoli. Vi giunsi con mezz’ora di anticipo; dovetti andare a prendere un caffè; il Valium mi aveva rincoglionito per bene.  

Avrei voluto la vedesse EnsoPenso; era vestita secondo il suo standard; cappotto beige a trequarti, minigonne e stivali con il tacco; uno schianto. La prima cosa che fece dopo avermi salutato mi lasciò inebetito; con la mano, mi sistemò dolcemente il bavero del cappotto; lo colsi come un gesto intimo, molto più forte di un bacio.  

Fu lei a condurre la ricerca del giardino segreto; e menomale, perché io, perso nel suo sguardo e nel suono della sua voce, ero talmente assorto da non rendermi conto di dove stessimo andando. Il mondo attorno a noi si dissolveva, le calli si intrecciavano come sogni, e la gente, i loro sguardi, i loro passi, erano solo un’eco lontana. Come accadde alla conferenza qualche giorno prima, continuavo a mollare gomitate e a pestare piedi, tanto che mi presi più di qualche “maedia de morti“. 

Decine di ponti, chilometri di calli, e giardini che non erano quelli che cercavamo, fecero da scenografia al racconto delle nostre giovani storie. Freneticamente, senza mai fermarci, ci descrivevamo a vicenda i luoghi ideali dove avremmo voluto vivere, dipingendo con le parole un futuro che forse, in fondo, ci apparteneva già. Credo che nessuno dei due avesse mai parlato così tanto in vita sua: eravamo come due fiumi in piena, incontenibili, travolgenti. 

Agnese, di tanto in tanto, si fermava a sistemarmi il cappotto con quella dolcezza che mi faceva vibrare il cuore. Era un gesto piccolo, quasi impercettibile, ma carico di un’intimità silenziosa che mi faceva desiderare di abbracciarla, di stringerla forte a me. Ma il tempo, il momento, sembravano ancora sospesi tra il sogno e la realtà. Troppo presto, o forse, me ne mancava semplicemente il coraggio. 

A son di parlare attraversammo per lungo tutta Venezia, fino ad arrivare ai giardini napoleonici di Castello. Il viso di Agnese, di colpo si illuminò. Pensai avesse finalmente trovato la panchina sotto l’albero secolare; invece, si ricordò che, nella calle a fianco dell’istituto nautico, c’era un bacarèto che faceva degli straordinari panzerotti; mi prese per mano e mi trascinò dentro. Si sedette sfinita, credo si fosse pentita di essersi messa stivaloni e minigonne: in effetti, non era l’abbigliamento adatto per quella scameada a Venezia.  

Approfittai di quel momento per attuare una mossa strategica; con la scusa di andare in bagno, feci sintonizzare la radio del bar su un emittente “seria” e poi telefonai in studio. Sapevo di trovare Riccardino, lo pregai di mandare in onda Let me in di Mike Francis, con una mia dedica ad Agnese; tornai a sedermi e aspettai con ansia il momento; “che mona!”, si fece una risata e non disse altro.  

Sul finire di quella “domenica perfetta”, ci sedemmo ad ammirare il tramonto su una panchina vicina all’imbarcadero di S. Elena. Il cielo si tingeva di sfumature dorate e rosate, riflettendosi sulla laguna come un quadro dipinto con pennellate d’emozione e il vento, portava con sé l’odore salmastro. 

Agnese fissava l’isola di San Servolo, i suoi occhi persi oltre l’orizzonte, come se lì, in quel punto esatto dove la laguna si fondeva col cielo, si celasse un pensiero segreto, un’ombra che le turbava il cuore. 

La osservavo ansioso, con il cuore che batteva come un tamburo impazzito, sentivo crescere dentro di me l’attesa di qualcosa di indefinito, ma potente. 

Poi, improvvisamente, come in un gesto naturale e inevitabile, la sua testa si posò sulla mia spalla. Mi irrigidii, quasi trattenendo il respiro, ma il calore del suo corpo e il profumo dei suoi capelli mi avvolsero come una dolce melodia. Feci scivolare la mano tra quei soffici boccoli dorati, lasciandomi cullare da quella vicinanza così intensa eppure fragile. 

Lei sospirò profondamente. Poi, con voce quasi tremante, mi chiese: 

Ma tu, riusciresti ad essere solo il mio migliore amico?” 

Il cuore mi si strinse. Ogni fibra del mio essere gridava la risposta che avrei voluto darle, ma alla fine le parole uscirono da sole, sincere e nude: 

Farei fatica, ma ci posso provare; non garantisco nulla.” 

Lei rise, quella risata dolce e leggera che amavo più di qualsiasi melodia. Fu in quel momento che, mentre affettuosamente, giocavo a stiracchiare i suoi ricci, condivise una cosa che, era a metà via tra un peso e un segreto. Con gran fatica, mi parlò delle sue inclinazioni sessuali; di un amore che non poteva essere quello che io speravo. 

Sulle prime sentii il mondo sgretolarsi sotto i miei piedi. Fu come un tradimento, un abbandono ancor prima di iniziare. Pensai; proprio a me doveva capitare. 

Ma poi, con occhi limpidi e sinceri, mi disse: 

Sei una persona speciale. Lo sento dentro e a te posso dire certe cose.” 

Fu allora che compresi. In un attimo passai dall’adolescenza alla maturità, come se quelle parole avessero spalancato una porta su una nuova consapevolezza. Mi resi conto che la mia responsabilità non era quella di conquistarla, ma di esserci per lei, di proteggerla, di custodire la sua fiducia come il tesoro più prezioso. E giurai a me stesso che sarei stato il suo migliore amico, per sempre. Che l’avrei difesa da tutto e da tutti. 

Ovviamente, non ci mettemmo insieme quel giorno, né mai. Eppure, io resterò per sempre innamorato di Agnese. Come ha detto qualcuno: “Ci sono amori che ci piombano addosso come una stella cadente; durano tutta la vita e la cambiano per sempre”. È per questo che ancora oggi il battito del mio cuore accelera ogni volta che arriva un suo messaggio, spesso è un invito a continuare a cercare insieme un certo posto. 

Camminiamo ancora per ore attraversando tutta Venezia, alla ricerca di quella vecchia panchina in legno sotto un maestoso albero secolare, ritratta nella foto della locandina di “I giardini segreti di Venezia”. Per quanto la cerchiamo, non l’abbiamo ancora trovata ma, in compenso, abbiamo scoperto, in fondamenta della Misericordia, una incantevole tea room con annessa libreria. Ed è lì che ci rifugiamo a parlare d’amore. Con lei posso sciogliere i nodi che mi affliggono, senza il timore di essere giudicato.  

Posso abbracciarla senza paura, passare la mano tra i suoi boccoli dorati e dirle che è bellissima, che è una gran figa, senza che pensi che ci sia un secondo fine. E mentre lei, con affetto, continua a sistemarmi i colletti delle camicie e dei cappotti, io mi sento libero. Libero di essere me stesso. Libero di piangere, senza vergogna, mentre lei sorride e, con quella dolcezza tutta sua, mi sussurra ancora: “che mona!” 

A ripensarci bene, il giorno di San Valentino, mi vengono in mente EnsoPenso, Agnese e … ancora Venditti 

Tutti gli amori che vivrò 
Avranno dentro un po’ di te 
Perché lo so dovunque andrai 
In ogni istante resterai … indimenticabileAntonello Venditti 

Indimenticabile … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Ea Compagnia

C’era poco da fare, a noi quattro sfigati mancava il più importante degli ingredienti necessario per vivere appieno gli anni Ottanta: far parte di una compagnia. Ce ne stavamo lì, in una scassatissima radio, con un microfono ancora più scassato, a comunicare la nostra voglia di emergere… ma a chi, poi? Insomma, mentre gli altri vivevano la magia di quegli anni tra abbracci, risate e canzoni urlate a squarciagola, noi eravamo fuori onda. 

Quello degli anni ’80, era un vento di spensieratezza che soffiava leggero e coinvolgeva tutti. Erano un’epoca unica, quasi magica, che ha lasciato un’impronta indelebile nei ricordi di chi li ha vissuti. Per chi ha avuto la fortuna di esserci, erano anche gli anni delle “compagnie”: quei gruppi veri, tangibili, fatti di amici in carne e ossa, altro che i gruppi sui social. Erano tutte persone reali, palpabili… calma, non fraintendetemi. 

Nella nostra città, le più gettonate erano quelle de piassa Fero, veri e propri miti in cui molti sognavano di entrare, per il semplice motivo che erano ben fornite di “materia prima” di prima scelta. Riuscire a farne parte era come far tredici al Totocalcio. 

Per quelli di bocca buona, poi c’erano le più sboldre, come quea dea Cita di Marghera; roba per amanti del rutto libero per intenderci.  

Nel nostro quartiere imperava quella capitanata da Riccardo Beltrame; uno stronzo megagalattico, nelle grazie del nostro parroco don Gianni che, durante gli incontri del venerdì sera in patronato, si riempiva la bocca parlando di eguaglianza, fraternità e inclusione; mentre, entrare a far parte della sua compagnia era ben altra cosa. 

Il tipo era molto selettivo tanto che, per noi quattro e, per le ragazze che lui giudicava troppo “cattoliche” e timorate di Dio, sarebbe stato più facile ottenere la cittadinanza americana senza sapere una parola d’inglese. Ovviamente, per la gnocca, la porta era sempre aperta, comprese alcune compagne militanti in Lotta Continua che però erano munite di certe curve pericolose. 

Per noi, far parte di una compagnia era più che mai necessario, un bisogno primario come mangiare e dormire. Sì, perché negli anni Ottanta, senza una compagnia, eri praticamente un satellite alla deriva nello spazio dell’adolescenza. Ma, purtroppo, sembrava che, da quando avevamo acceso il trasmettitore, su noi di SolaRadio fosse scesa una sorta di maledizione sociale, quella del “voi no!” 

Eravamo “quelli fuori”, facevamo parte della casta degli esclusi: esclusi dalle compagnie, esclusi dalle feste, esclusi dalla camerata di quelli che contavano al campo scuola e persino dal banco dei tramezzini più buoni alla festa dei giovani in parrocchia.  

Allo scopo di trovare una spiegazione logica a tutto questo, continuavamo ad aggirarci come anime in pena nello sgangherato studio di SolaRadio, uno stanzino minuscolo foderato con i cartoni delle uova, nel quale ristagnava un odore di muffa che nemmeno un vento di bora a duecento chilometri all’ora riusciva a scacciare. 

Per trovare una risposta, comunque, bastava semplicemente guardarci. Sembravamo fatti con lo stampo: pantaloni “acqua alta” di un colore che non lo vedevi nemmeno addosso agli anziani in casa di riposo, idem per quei maglioni larghi che indossavamo. Capelli sui quali sembrava avesse nevicato da quanta forfora c’era, viso stravolto dall’acne che se avessimo fatto scoppiare tutti i brufoli ci avresti potuto condire una pasta. Non serviva aver letto i trattati di Freud e Jung per capire che eravamo, e ancora siamo, degli introversi senza alcuna speranza di reversibilità; era sufficiente osservare la nostra postura. La verità era che non sarebbe bastato neanche un abbonamento per dieci pellegrinaggi a Lourdes per renderci cool.  

Ohi fioi, versimo ‘na compagnia?” Paperoga buttò lì la proposta. Forse, nella nostra solitudine sociale, c’era un filo di speranza. 

Pochi giorni dopo, sotto mentite spoglie di un certo Rudy, decise di lanciare un annuncio epocale: 

Ciao gente! Se siete interessati a formare una nuova compagnia, ci troviamo domani pomeriggio alle sette davanti alla pasticceria della Cesarina!” 

Come a tutti noi, non gli interessava tanto fondare una compagnia per la gloria, la fratellanza o lo spirito di gruppo. No, il vero obiettivo era attirare qualche bella squinzia che potesse portare un po’ di “primavera” nel suo gelido deserto sentimentale. 

Al giorno e ora prefissata, munito di occhiali da sole anche se c’era un cielo grigio, il volpone fece finta di passare di lì per caso allo scopo di verificare se all’annuncio avesse risposto qualche bella squinzia. Noi tre, suoi compari di sventura, eravamo appostati a distanza, nascosti dietro un cespuglio come agenti segreti, ma senza la minima dignità. 

Faceva ridere osservare il nostro socio mentre si guardava intorno con aria speranzosa, scrutando ogni angolo della strada. Forse, pensava, sarebbe arrivata qualche Venere in jeans e maglietta, una musa che avrebbe trasformato la sua vita in una commedia romantica. Invece, come da copione, comparvero solo Berto Perdon detto “ipnotisaeo” per via dei suoi occhiali a fondo di bottiglia e Nicola Martin detto “manovea”, il perché ve lo lascio intuire. Due solitari moltoni in perenne batua.  

A quel punto, Paperoga fece quello che ogni grande leader farebbe: un cenno di pollice verso rivolto verso di noi, un gesto chiaro e inequivocabile. Noi, dal nostro nascondiglio, scoppiammo a ridere così forte che si sentiva su tutto il piazzale della chiesa. Era il suo modo per dire: Missione fallita, qui c’è da scappare. E mentre si dileguava con la nonchalance di un ladro beccato con le mani nella marmellata, capimmo una cosa: l’amico non sarebbe mai stato il leader di una compagnia, ma cavolo, sapeva come farci morire dal ridere. 

Per consolarci dal tentativo naufragato, ci rifugiammo in bar da Nane; alla fine comunque, una sorta di compagnia ce l’avevamo. Certo, i fioi del bar, non erano proprio coetanei ma, maestri di vita. A loro modo, dispensatori di perle di saggezza e aneddoti indelebili. Ce n’erano certi che, ogni volta che aprivano bocca, era un po’ come ascoltare un oracolo. 

“’Ste ‘tenti che ea fame fa brutti schersi”. A proposito di compagnie, Gianni Passarella, meglio conosciuto come Nane Passarea, con il tono solenne di chi stava rivelando un segreto universale, più di una volta ci aveva messo in guardia.  

All’inizio pensammo si riferisse alla necessità di mangiare, ma presto capimmo che parlava di un’altra fame. Quella che ti spinge a buttarti sulla prima donna che incontri solo per non restare solo. Se gli chiedevi di spiegarsi meglio, si limitava a indicare sé stesso con un gesto teatrale e un mezzo sospiro.  

Il tutto per confessare che era il classico morto de figa; un uomo che, aveva agito in preda a questa “fame” e ora ne pagava il prezzo, intrappolato in una vita di coppia non appagante. Di questa cosa, avrebbe dovuto farne tesoro EnsoPenso. 

Chi invece ascoltava certi “insegnanti” fin troppo era Paperoga. 

Un pomeriggio, entrammo proprio nel mentre Massimo Zoccarato stava deliziando i presenti con l’ultima delle sue avventure erotiche. I popcorn, come al cinema, non c’erano ma, andava bene lo stesso un bel tonno e cipolline accompagnato da una spuma. 

Ma ti, … ti fumi?” Il Maci stava facendo uno strano gesto con le dita della mano portata a fianco del suo naso. 

Memo Bottacin ci spiegò che l’illustre docente, stava erudendo i presenti su come chiedere a una donna se fosse disposta a fare un certo “lavoretto”. 

Notai che Paperoga seguiva attento come se stesse prendendo mentalmente degli appunti. 

Purtroppo, il giorno seguente avvenne quello che temevo. Durante l’ora di matematica, il troglodita, facendo lo stesso gesto con la mano, si rivolse all’avvenente Veroni; “Professoressa, … lei fuma?” 

Probabilmente quel gesto convenzionale e quella domanda erano di dominio pubblico; in classe scoppiò una risata fragorosa e il deficiente si beccò una nota sul registro. 

Alla fine, anche incidenti di percorso come questi, facevano parte del fascino di essere dei “follower” di certi personaggi. I “vecchi” del bar ci avevano adottati a modo loro, e noi li guardavamo con ammirazione (e un pizzico di paura). Era una compagnia strampalata, ma l’unica che ci aveva accolto. Cominciavamo a capire che il bar da Nane Sbérega era molto più di un locale: era un teatro, una scuola, e forse anche un piccolo circo. 

Inoltre, noi con la nostra piccolissima radio, avevamo qualcosa di unico, qualcosa che nessuna compagnia, nessun grande gruppo organizzato avrebbe mai potuto offrirci: la libertà di esprimerci liberamente nell’universo meraviglioso dell’etere. Esclusi, imperfetti, forse anche sfigati agli occhi del mondo, ma incredibilmente orgogliosi di ciò che eravamo. Quella radio era il nostro rifugio e il nostro megafono, un luogo dove potevamo sparare tutte le cazzate che volevamo e, non era cosa da poco. 

E poi, col tempo, quella compagnia che tanto ci mancava, proprio come voleva fare Paperoga, l’abbiamo costruita con le nostre mani. Sì, perché quella scassatissima emittente che avevamo fondato è diventata molto più di un semplice esperimento: si è trasformata in un rifugio, un punto di incontro per altri esclusi come noi. Anime erranti in cerca di un posto nel mondo, desiderose di far sentire la propria voce, di esistere agli occhi degli altri, proprio come lo eravamo noi. La nostra radio non era soltanto un progetto: era un simbolo di riscatto, una casa per chi si sentiva fuori posto, costruita con le onde dell’etere e il battito dei cuori.  

Non ci importa tanto di non arrivare da nessuna parte quanto di non avere compagnia durante il tragitto. Anna Frank 

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Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

El dotor Scarpa

Chi xè l’ultimo?” Nonostante la tecnologia avesse subito un’esponenziale evoluzione, prima del COVID, il collaudato sistema di accesso dei pazienti all’ambulatorio, dell’ormai vecchio dottor Scarpa, era rimasto invariato, sin dai tempi quando, novello dottoretto, aveva aperto bottega. Questo nonostante esistano applicazioni che permettono di prenotarti per anticipo visita medica e anche il tuo funerale, nell’eventualità che, quest’ultima, avesse un esito funesto.  

Memorabili le volte quando “l’ultimo”, ti faceva motto con lo sguardo, che sottintendeva, “cassi tui”, indicando dei personaggi ben vestiti dotati di valigetta. I tipi in questione erano gli odiatissimi, rappresentanti de medesine, almeno così li definiva il popolo.  

Quella volta che venne affisso il cartello “I signori informatori scientifici, si ricevono ogni tre pazienti”, tutti si chiesero chi cavolo fossero; si pensò a degli studiosi. Qualcuno ventilò l’ipotesi che si sarebbe girato un documentario in ambulatorio.  

I rappresentanti de medesine, una volta solo uomini ma che, ora, annoverano tra le loro file anche delle gran gnoccolone, se pur con fare gentile, come diciamo noi, i teo cassava a bottega, nel senso che la tua attesa si sarebbe prolungata inevitabilmente di un tot; questo per permettergli di infinocchiare per benino il doc. Sull’argomento, la fantasia dei frequentatori dell’ambulatorio galoppava; se el rappresentante era uomo, questi avrebbe sicuramente promesso allo Scarpa un giro di troie, se invece era donna, avrebbe provveduto direttamente lei a elargire la prestazione; era uno dei tanti argomenti per ingannare l’attesa.  

Non c’era comunque verso di ottimizzare i tempi. Una volta ebbi la malsana idea di chiedere, in veste di penultimo, all’ultima di tenermi il posto; avevo fatto un rapido calcolo e, sarei riuscito a passare da Vittorio per farmi lo scalpo. “Giovane! Cossa ti credi che sia ea to serva! Anca mi go da ‘ndar al marcà, ti speti qua come tutti ‘staltri!” La vecchia grima, assidua frequentatrice del posto, mi apostrofò in modo pesante innanzi ai presenti.  

Spesso, il problema non era il tempo di attesa, ma con chi condividevi quei pochi metri quadri dell’anticamera. La sopracitata grima generalmente non era mai da sola ma, usava accompagnarsi con altrettanti esemplari della sua specie.  

Faceva parte della categoria che, mio cugino Bobo, definiva “vedove allegre”; donne che avevano provveduto a sotterrare il marito qualche mese dopo che il tapino era riuscito ad arrivare alla tanto agognata pensione. La causa del decesso era sempre la stessa ovvero, “el ga avuo un croeo”; sulla cosa sarebbe stato interessante indagare. Le “vedove allegre”, con il cadavere del marito ancora caldo, non perdevano tempo per darsi alla pazza gioia scialacquando la pensione di reversibilità in cene sociali e gite parrocchiali.  

Quando te le trovavi in ambulatorio, aspettavano che ci fosse un attimo di silenzio e poi una di loro sparava; “savè chi che xè morto?” mentre una delle comari, una volta conosciuto il nome del novello “poro”, prontamente ribatteva “ma no! l’altro giorno el gera sentà proprio la”; il “proprio la”, era fatalità il posto dove stavo seduto. In un millisecondo, “vedove allegre” a parte, tutti gli altri, procedevano con il rito di toccarsi i genitali, donne comprese.  

Ovviamente non mancai di riferire al doc circa il disagio psichico nel quale ero sprofondato a causa delle vecchie; lo Scarpa se ne uscì con la storica frase “quee ‘e va al funeral de tutti tranne che al suo. Issamorti, no’ e xé proprio bone de farse i funerai sui”.  

Anche le lunghe attese riservavano i loro vantaggi; trovavi sempre tra gli astanti un tajatabarri professionista patentato che ti forniva notizie fresche in fatto di gossip locale. Non serviva leggere quelle quattro rivistine sgualcite, che giacevano da anni sopra il tavolino, era molto più divertente ascoltare, quello che la tipa o il tipo avevano da dire, specie se riguardavano gente che conoscevi bene.  

Se ti andava, potevi condividere sulla pubblica piazza, i tuoi problemi di salute; molto spesso, in sala d’attesa trovavi dei veri luminari della medicina e, in men che non si dica, ancor prima di varcare la soglia dell’ambulatorio, saltavano fuori diagnosi e cura. 

Mitico quel giorno che andai a farmi vedere un rusioeo, scientificamente detto orzaiolo, che mi era venuto nell’occhio destro.  

Fame vedar ‘sta roba”, non ebbi nemmeno il tempo di avvicinarmi alla scrivania. “Mostrime e man”, non capivo cosa c’entrasse ma obbedii. “Miseria! Quante ti te ne ga fatte?”, stavo già facendo mentalmente il conto quando mi interruppe “mona, so drio schersar”; tirai un sospiro di sollievo. 

A cossa xé dovuo?”, gli chiesi mentre compilava la ricetta. “A ‘na mancansa”, rispose sorridendomi. “De qualche vitamina?”, ribadii. “Ciamemoea cussì”, replicò con un ghigno ironico. Questo era il doc, sapeva vedere in profondità senza bisogno di avanzatissimi nonché costosissimi strumenti diagnostici. 

A proposito, ve go ‘scoltà”. Avevamo da poco messo su antenna, ma mai mi sarei aspettato che l’esimio e impegnatissimo medico di quartiere, trovasse del tempo per ascoltare un manipolo di deficienti che sparavano nell’etere cazzate a gogo. 

Ti me par un fià massa ebete ma, ti xé drio far ‘na bea roba”. Poi fu un fiume in piena nel lodare quello che stavo facendo e a parlare di musica, non gliene fregava niente che fuori in sala di attesa, le vecchie stavano scalpitando facendo il diavolo a quattro; a quei tempi, non c’erano le rigide imposizioni dell’Azienda Sanitaria sulla durata della visita. 

In quel momento, mi tornarono in mente le parole di mia mamma, che dello Scarpa aveva la fidelity card, quando diceva “guarisse più ‘na paroea che ‘na medesina” 

Samorti, cossa te gao trovà, el coera?” Ciano Manente mi fece notare che ero stato dentro più di mezz’ora. “Asseo star fantoin, varda che ocio, cossa te gao da?” mi chiese premurosa siora Onorina Cecchinato. 

’na pomata”, tagliai corto perché dovevo cercare di non dimenticare i nomi di certi farmaci salvavita che mi aveva prescritto a voce e che nessun rappresentante de medesine aveva in catalogo. Molti li conoscevo già ma altri come Franco Battiato, Sergio Endrigo, e Joan Baez me li dovevo assolutamente procurare. 

Era la settimana prima di Pasqua e, per non rischiare scomuniche lampo, avevo deciso di mettermi in regola con i dettami della Santa Romana Chiesa. Così, il giorno precedente, mi ero confessato. Del resto, viste le condizioni del mio occhio – secondo le convinzioni di mia nonna avevo guardato qualcosa che non dovevo guardare – non si poteva mai sapere, era meglio arrivare preparati al giudizio divino. D’altronde, le scritture parlavano chiaro: “se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue”. 

Eppure, devo ammetterlo: se tra confessionale e ambulatorio ci fosse stato un campionato del benessere interiore, il dottor Scarpa avrebbe vinto a mani basse. Quando uscii dal suo studio, una leggerezza nuova mi pervase, più intensa persino di quella provata dopo l’assoluzione di don Gianni. 

Fuori, il venticello primaverile mi sfiorava il viso con una carezza lieve, e il tepore della stagione mi invitava a sperare in qualcosa, quel qualcosa che mi mancava da sempre. Ero profondamente felice di avere il dottor Scarpa tra gli amici di SolaRadio. Lui ci capiva, ci sosteneva, mentre il nostro prete ci guardava con sospetto, semplicemente perché la nostra piccola radio non era nata in seno alla parrocchia, una cosa demoniaca che ci avrebbe portato alla perdizione. 

Ma el dotor, inoltre, cosa molto importante, mi aveva fatto intravedere quello che mi sarebbe piaciuto, almeno in teoria, fare nella vita. 

Ho sempre sospettato che il suo stetoscopio fosse tarato non solo per sentire i battiti del cuore, ma anche i sospiri dell’anima. È stato il primo che mi ha diagnosticato quella che, alla fine, era la mia più grave malattia. Senza troppi giri di parole, mi ha messo davanti alla realtà: sono pieno di paure, ne ho una collezione più vasta di un mercatino dell’usato, e queste hanno condizionato ogni scelta o peggio, non scelta, della mia vita. Ma mi ha anche insegnato ad accettarle, a conviverci, e soprattutto ad accettare me stesso per lo scemo che sono. 

Anche se mi è simpatico e mi fa un sacco di tenerezza quel ragazzo di origine indiana che ha preso il suo posto, ultimamente, riduco allo stretto necessario le capatine dal medico della mutua. La mia ipocondria è aumentata esponenzialmente, il solo passare davanti all’ambulatorio, mi induce i sintomi delle più svariate malattie. Inoltre, da quando ho passato una certa età, sono bersaglio di non so quante campagne di prevenzione, ricevo periodicamente lettere dal tono minaccioso. Per uno come me, la lettura di certi opuscoli genera un attacco di panico, c’è poco da fare, il messaggio subliminale che comunicano è chiaro, “ti xé vecio ti ga da morir!”  

Quando passo davanti all’ambulatorio, un’ondata di ricordi mi avvolge, riportandomi a quella visita di tanti anni fa. Ricordo l’energia che il dottor Scarpa seppe infondermi, quell’entusiasmo che mi aveva caricato a molla, facendomi sentire, per un istante, capace di qualsiasi cosa. 

Eppure, il tempo ha seguito il suo corso, e le cose non sono andate come forse avevo sognato. SolaRadio non è mai cresciuta ed è sempre rimasta una piccola emittente di quartiere; e io, non sono diventato chissà chi, né fatto un granché ma, più di tutto, non sono mai riuscito a trovare davvero quella cosa che, secondo lui, mi mancava. 

Eppure, se chiudo gli occhi, posso ancora sentire la sua voce mentre mi parlava di musica e di Martin Luther King. 

Nel nostro quartiere, nessuno si sarebbe sognato di tradire il dottor Scarpa per un presunto luminare dalla parcella esorbitante. Lui non era solo un “Medico Generico”, come recitava la targa. No, avrebbe meritato un titolo più onesto e prestigioso: “Medico Specialista dell’Ascolto di anime e … SolaRadio” 

Se non puoi essere un pino sul monte, 

sii una saggina nella valle, 

ma sii la migliore piccola saggina 

sulla sponda del ruscello. 

Se non puoi essere un albero, 

sii un cespuglio. 

Se non puoi essere un’autostrada 

sii un sentiero. 

Se non puoi essere il sole, 

sii una stella. 

Sii sempre il meglio 

di ciò che sei. 

Cerca di scoprire il disegno 

che sei chiamato ad essere, 

poi mettiti a realizzarlo nella vita.

Douglas Malloch 

Poesia citata da Martin Luther King nel discorso “The other America” del 1967  

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Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Dediche & Richieste

E ‘desso cossa femo? fu la frase che inaugurò, in modo decisamente non ufficiale, la nostra avventura radiofonica. Era passata solo una manciata di secondi da quando sior Sergio, con un’aria solenne degna di un lancio spaziale, aveva acceso il trasmettitore ma, quando realizzammo che Solaradio dai 107,8 FM, viaggiava liberamente nell’etere, ci colse il panico. 

L’entusiasmo che fino a quel momento ci aveva fatti sentire come i nuovi protagonisti dei paeassoni si era improvvisamente dissolto. In un attimo, quel microfono, che fino a cinque minuti prima ci sembrava un entusiasmante trampolino di lancio per farse vedar, come diciamo in dialetto, si era trasformato in una creatura aliena. Ci fissava – sì, ci fissava – con un’aria minacciosa, come se sapesse già che eravamo lì senza uno straccio di idea su cosa dire. 

In fondo, eravamo solo dei fioi, con più ambizioni che competenze e, una fifa folle di sputtanarci a vita.  Avevamo la convinzione che sarebbe bastato prendere il microfono e sparare quattro troiate, per dire addio agli sfigati anonimi. Invece, eccoci lì, bloccati, impantanati in un silenzio imbarazzante. 

Ci guardammo l’un l’altro, cercando disperatamente una soluzione. Tanto per cambiare dall’agitazione EnsoPenso ne mollò una delle sue. 

Va ‘vanti ti, scomissia ti”, alla fine toccò a me aprire le danze e, questo ve l’ho già raccontato. Quello che non vi ho detto è che ci rendemmo subito conto che ‘sta roba della radio non era un giocattolo ma, una cosa seria. Mentre noi, eravamo solo dei ragazzini con il sogno di fare i fighi ma senza un piano concreto. Nemmeno un foglio di appunti. Manco una scaletta; solo tanto entusiasmo.  

Non ci restava che adeguarci. Come tutte le altre radio, decidemmo di iniziare con un programma di “dediche e richieste”, il grande classico dei palinsesti delle prime radio libere. Avevamo visto che era una cosa che, almeno nelle altre radio, funzionava alla grande, chi eravamo noi per metterla in discussione?  

A questo punto, è doveroso rendere omaggio al nostro mentore involontario: il leggendario programma “Musica per voi” di Radio Capodistria, il progenitore delle dediche radiofoniche di mezzo mondo. 

Ancora oggi mi viene da ridere quando ripenso a quegli annunci, scolpiti nella memoria come le poesie di scuola: “Un trenino carico di auguri per la cara zia, nonna e mamma, Elvira Scattolin di Scorzé Venezia”. Il tono era solenne, quasi liturgico, come se un trenino carico di auguri fosse una cosa reale, che bisognava annunciare con la stessa gravità di un bollettino di guerra. E poi c’era la pronuncia: gli accenti non esistevano. In questo caso Scorzé diventava “Scorze”, come le bucce di mela. Le doppie non esistevano, ogni parola veniva storpiata con una sicurezza che lasciava senza fiato. 

Ma il meglio era il procedimento per fare una dedica. Bisognava organizzarsi mesi prima. La procedura era un misto tra una pratica burocratica e un rituale sacro. Si scriveva il messaggio con una cura maniacale, cercando di evitare errori, lo si infilava in una busta con un’offerta che sembrava più un’oblazione – mancava solo il cero votivo – e si spediva il tutto per posta. La pazienza era obbligatoria: se fosse andato tutto bene, la dedica sarebbe stata letta tre settimane dopo altrimenti, c’era il rischio che a nonna Elvira gli auguri arrivassero quando, già da tempo, si trovava in compagnia di san Pietro. Lo speaker di allora, il mitico Branko, mandò in onda la dedica per gli ultimi cento giorni di naja del contingente di mio fratello, dopo circa sei mesi che si era congedato. 

E poi c’erano le canzoni, sembrava che i compagni Jugoslavi avessero solo due dischi. Per anni – decenni forse – sembrava che l’unica musica dedicabile fosse composta da due titoli: “Mamma” di Beniamino Gigli e “Bandiera rossa”. Qualcuno ogni tanto azzardava un “Romagna mia” per variare, ma il rischio era alto. Il risultato era che il palinsesto di “Musica per voi” assomigliava al repertorio musicale di una festa dell’Unità. 

A dire il vero anche noi abbiamo iniziato con le dediche scritte su bigliettini di carta visto che non avevamo il telefono. A dire ancora più il vero le prime ce le inventavamo di sana pianta.  

Parlando poi di dischi, c’era poco da prendere in giro gli amici che stavano dall’altra parte dell’Adriatico. All’inizio potevamo contare solo sulla donazione di mia cugina Franca, ovvero un pacco di quarantacinque giri ammuffiti degli anni Sessanta. Mi ricordo che avevamo “Prendi questa mano zingara” di Iva Zanicchi e “Senza fine” di Gino Paoli e Ornella Vanoni che, EnsoPenso storpiava in “Prendi questo in mano Zingara” e “Senza fighe”. 

Al fine di implementare il nostro parco canzoni e riuscire a far fronte alle richieste dei nostri quattro ascoltatori adottammo un metodo rigoroso ovvero, richiedere le canzoni più in voga alle radio concorrenti e, tramite il fido radioregistratore Grundig di Tito, riversarle su audiocassetta. Il tutto, con la speranza che quel becanoto di speaker non ci parlasse sopra; altrimenti, toccava rifare tutto daccapo.  

Approfitto di queste righe per scusarmi con gli illustri colleghi di un tempo, inconsapevoli fornitori di Solaradio. 

Alla fine, avevamo accumulato parecchie decine di audiocassette. Il problema era che per mandare in onda il brano che ci avevano richiesto, bisognava aprire una ex rubrica telefonica dove c’erano le canzoni in ordine alfabetico e, già questo era un dramma. Ancora oggi ho il dubbio se erano Le Freak che cantavano Le Chic o Le Chic che cantavano Le Freak; mi ricordo che nella rubrica, per non sbagliare, questa canzone la trovavi sia sotto la lettera C che, sotto la lettera F. A fianco del titolo era annotato il numero della cassetta e la relativa posizione nel nastro. La ricerca della cassetta era un altro dramma in quanto spesso era finita chissà dove o peggio, se l’era portata a casa qualcuno. Morale, se tutto filava liscio, ci volevano quasi due ore tra la richiesta e la messa in onda del brano, sempre ammesso che quest’ultimo si trovasse in una di quelle mitiche cassette altrimenti, bisognava aspettare un po’ di giorni affinché uno di noi richiedesse il brano a un emittente concorrente, pregando il DJ di non parlarci sopra perché, la fantomatica Giulia alla quale era dedicata voleva ascoltarla senza interruzioni.  

Il nostro più grande handicap però, rimaneva la mancanza del telefono. Un giorno, preso dalla frustrazione per l’assenza del prezioso strumento, quel gran mona di Paperoga, decise di sparare dai 107,8 FM il numero di casa sua che, era due piani più sotto della mansarda; fu una tragedia. Quella che segue è la trascrizione integrale della prima storica telefonata a SolaRadio, effettuata da Memo Bottacin, schiacciato insieme a Gino Furlan e Tony Sabbadin nella cabina adiacente il bar da Nane. 

Memo; “Pronto xe ea radio?” 

Sior Ottorino Ballarin, papà di Paperoga; “No, questa xe fameja Baearin” 

Memo; “Ma no xe quei dea radio? Xeo sicuro?” 

Sior Ottorino; “Sicurissimo ghe digo 

Memo; “El me scusa maestro, ma questo no xe el ******?” 

Sior Ottorino; “Si che el xe el ******. Ma no xè ea radio ghe digo” 

Memo; “Mah, no’ capisso, Paperoga, uno de quei dea radio ga da ‘sto numero” 

Sior Ottorino; “Issamorti, ‘desso go capio xe quell’insemenio de me fio e ‘staltri fioi de sora in mansarda” 

Memo; “Aeora sior el xé toga nota se el pol” 

Sior Ottorino; “come che el vol paron” 

Memo; “aeora el scriva se i pol gentilmente ‘ndar tutti quanti ben, ben in cueo de so mare” 

Sior Ottorino; “Co piasser paron” 

Sior Ottorino salì a portarci il foglietto con la “dedica” di Memo e compari. Poi, ci tenne a precisare che quella era casa Ballarin e non Solaradio e che se avesse ricevuto altre telefonate avrebbe lui stesso provveduto a spezzare con le sue mani il palo dell’antenna e ficcarcelo in un certo posto. Il tipo era un omone alto un metro e novanta che di professione faceva il battilamiere al Breda, per cui, dovevamo veramente preoccuparci del fatto che potesse mettere in atto le sue minacce. Per non so quanto tempo, continuammo con i bigliettini. 

E, per non so quanto tempo, continuammo senza dare un titolo a quel mitico programma che finì per diventare il cuore pulsante della nostra emittente, quasi l’anima stessa della radio. 

Dopo alcuni mesi, constatai con piacere che condurre “dediche e richieste”, mi stava dando la meravigliosa opportunità di conoscere molte persone. Mi resi conto che, non era un semplice programma radiofonico ma, un momento di connessione, un ponte tra me che stavo dietro un microfono e chi mi ascoltava. Ogni brano che trasmettevo era più di una melodia: era un abbraccio, una mano tesa nel buio, una promessa di non essere soli. Fu così che mi balenò l’idea di battezzarlo “non più soli con SolaRadio”.  

“Non più soli con SolaRadio”, divenne anche un palco tutto nostro; uno spazio etereo in cui sfogare la nostra creatività, le nostre illusioni romantiche e, soprattutto, la nostra abilità nello sparare puttanate. 

Ci inventavamo dei personaggi che intervenivano con false telefonate in diretta. Io facevo la parte di un certo Gino Bulighin, el sindaco de Badojon. Divenne un mito, merito soprattutto delle mie origini contadine dalle quali ho ereditato una cadenza vocale diciamo … tipicamente country. 

Ognuno di noi quattro poi, usando uno pseudonimo, si trasformava in un “dedicatore”;  

Paperoga, da sempre maestro negli scherzi, si divertiva con i falsi appuntamenti. Tra le dediche che leggeva, c’era sempre una fantomatica donna in cerca di un uomo. Seguivano luogo, giorno e ora dell’incontro. L’unica cosa reale? Il luogo e il malcapitato destinatario, che di solito era qualcuno che ci stava cordialmente sulle palle. Se non avevamo impegni, ci appostavamo nei paraggi per osservare la scena, per vedere, come diceva Enzo Jannacci, “di nascosto l’effetto che fa” 

EnsoPenso, da assatanato di sesso come è sempre stato, leggeva dediche di improbabili ninfomani. Le sue “vittime” erano spesso gli habitué del bar da Nane, affetti come lui dal maldemona. I messaggi erano inenarrabili, ma immancabilmente accompagnati da Could It Be Magic di Donna Summer. Per chi se la ricorda era la classica colonna sonora di certi film mentali che noi maschietti ci proiettavamo mentre ce ne stavamo chiusi in bagno con il catalogo Postal Market. 

A proposito di canzoni piccanti, quasi ogni sera un tale “filosofo pazzo” dedicava Je t’aime moi non plus a Francesca S. pregandola di lasciare quello stronzo con cui stava insieme, visto che il già menzionato, se la faceva con tale Cristina S. Dettaglio non trascurabile, quel tale “filosofo pazzo” era il Tito mentre lo stronzo di turno era lo stronzissimo Riccardo Beltrame.  

Quanto a me, nei panni di Enea, dedicavo infinite canzoni d’amore alla mia Didone, che altri non era che Vera. Attraverso quelle melodie, speravo potesse riaffiorare il nostro amore. 

Conducendo questo programma, ho imparato lezioni che nessun libro e nessun intellettuale con la puzza sotto il naso potrebbe mai insegnare. È vero, molti nobili saccenti, culturalmente elevati, lo snobbano. Ma a me ha svelato un segreto semplice e prezioso: una radio, anche piccola e modesta come la nostra, non è soltanto un mezzo per trasmettere canzoni. È molto di più. 

La radio è una cura. Non per il corpo, ma per l’anima. Attraverso la musica, sa trovare un varco nelle crepe lasciate dal tempo e dalla vita. Ogni nota è un balsamo, ogni melodia una carezza, capace di lenire quelle ferite invisibili che ognuno di noi si porta dentro. È un abbraccio sonoro che non giudica, non chiede nulla in cambio, ma offre conforto e speranza. 

Ogni dedica è una finestra che si apre sull’anima di chi ascolta, un segreto sussurrato che trova la sua voce nella musica. È come se, per un istante, la distanza tra due persone – che sia fisica o emotiva – si annullasse, lasciando spazio a un’armonia condivisa. C’è qualcosa di profondamente magico in questi messaggi, li vedo come una sorta di preghiera laica, un filo invisibile che collega vite e cuori attraverso le note. 

Penso alle migliaia di canzoni che ho mandato in onda per i miei ascoltatori; non sono solo brani ma, pezzi di vita, frammenti di memoria che hanno lasciato segni profondi. Raccontavano una storia, un momento in cui la vita ha preso una svolta inaspettata. Brani che trasportavano sogni, altri che portavano il sapore di un addio, altri ancora che, nel loro ritornello semplice, hanno saputo custodire una felicità irripetibile. 

Ogni canzone non è solo un regalo per chi ascolta, ma un viaggio anche per me. In ogni melodia, ritrovo emozioni che credevo dimenticate, tracciando una mappa invisibile che attraversa il tempo e il cuore. 

Dediche e Richieste è stato il programma con cui ho mosso i primi passi nel mondo della radio e da allora non ho più smesso. È stato il mio battito iniziale, la scintilla che ha acceso una passione destinata a durare per sempre. 

Radiofonicamente parlando, ho provato a fare altro, a intraprendere strade diverse, ma non possiedo le qualità artistiche per lasciare un’impronta altrove. E poi, ogni volta che penso di abbandonare quel programma, mi sento come se stessi voltando le spalle a un vecchio amico. Un amico che mi ha accompagnato nei momenti più belli e mi ha sostenuto nei più difficili, che ha dato voce ai miei sogni e reso indimenticabili tanti piccoli frammenti di vita. Rinunciare a lui sarebbe come rinunciare a una parte di me, a quella magia che solo la radio riesce a creare. 

Anche io, lo confesso, ho lasciato scivolare, tra le pieghe della notte, un messaggio subliminale diretto a qualcuno che ha un posto speciale nel mio cuore. È strano come una semplice canzone possa dire tutto quello che non abbiamo il coraggio di pronunciare a voce. E quando quella canzone risuona, è come se l’universo intero sapesse, anche senza parole, cosa intendo dire. 

Se sarai vento, canterai 
Se sarai acqua, brillerai 
Se sarai ciò che sarò 
E se sarai tempo, ti aspetterò 
Per sempre 

Se sarai luce, scalderai 
Se sarai luna, ti vedrò 
E se sarai qui non lo saprò 
Ma se sei tu, lo sentirò 

Ovunque sarai, ovunque sarò 
In ogni gesto io ti cercherò 
Se non ci sarai, io lo capirò 
E nel silenzio io ti ascolterò 

Se sarò in terra, mi alzerai 
Se farà freddo, brucerai 
E lo so che mi puoi sentire 

Dove ogni anima ha un colore 
Ogni lacrima ha il tuo nome 
Se tornerai qui, se mai, lo sai 
Che io ti aspetterò 

Ovunque sarai, ovunque sarò 
In ogni gesto io ti cercherò 
Se non ci sarai, io lo capirò 
E nel silenzio io ti ascolterò 
Io ti ascolterò … 

© 2022 – F.M. Fanti “Irama” / G. Colonnelli / P.M. Lombroni Capalbo “Shalbo” / V.L. Faraone 

Ovunque sarai … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo