I Mul

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 3 – I Mul

Ero un groviglio di emozioni contrastanti: eccitazione sfrenata e ansia paralizzante. D’altronde, ciò che mi era successo era talmente sconvolgente per uno come me che, fino a poche ore prima, conduceva una vita piatta come una pizza margherita senza mozzarella. E così, con il cuore che mi batteva come un tamburo in un concerto rock e le mani sudate come un gelato al sole, decisi di uscire. Dovevo adempiere all’ultimo punto della riunione, una fatica erculea – almeno per uno che fino a ieri sera si emozionava solo per un nuovo episodio della sua serie TV preferita.

Il rito del cappuccino con brioche è molto più di una semplice sosta in pasticceria. È una delle mie comfort zone. Oltre a mettermi di buon umore, questo rituale mi aiuta a compensare le frustrazioni. È una forma di autogratificazione e ricompensa che mi aiuta a gestire le emozioni negative; insomma, una vera e propria seduta di psicoterapia quasi low cost.

Dalla tensione, avevo le gambe così rigide che sembravo un ultranovantenne dimenticato in lungodegenza. Ogni passo era una sfida epica: il piede destro si muoveva a scatti, il sinistro sembrava incollato al pavimento. Ho iniziato a scendere le scale con la grazia di un elefante in un negozio di porcellane, aggrappandomi al corrimano come se fosse la mia unica speranza di salvezza. Ogni gradino era una piccola vittoria, anche se a un certo punto ho pensato seriamente di chiamare i pompieri per farmi calare con una corda. Quando finalmente sono arrivato in strada, sembrava che avessi completato una maratona – peccato che il pubblico fosse composto solo da un paio di piccioni per niente impressionati.

Le ragazze che gestiscono il locale di cui sono frequentatore abituale ormai mi conoscono bene, e io ho imparato a conoscere loro altrettanto bene. Chissà se si sono mai accorte degli innumerevoli sguardi lanciati dietro il bancone che qui in volgo chiamiamo scanociae; mi chiedo continuamente che impressione si siano fatte di me. Sono due ragazze veramente carine, dentro e fuori, e non vorrei che mi vedessero unicamente come un bavoso sfigato segaiolo che non riesce a rimediare uno straccio di donna.

Nella pasticceria che ormai chiamo “dae bee fie”, ho lasciato così tanti stipendi che potrei avere una targa commemorativa sulla parete. Ogni cappuccio & brioche era un investimento nella mia felicità – o almeno, così mi piaceva pensare mentre svuotavo il portafoglio con l’entusiasmo di un giocatore d’azzardo. Ecco perché quando parlo della mia psicoterapia come “quasi low cost” lo faccio con un sorriso sornione. Dopotutto, mi sa che un’ora di chiacchiere sul divano del terapista mi verrebbe a costare come una settimana di colazioni “dae bee fie”. Vuoi mettere la differenza? Specie se sotto il camice indossano la minigonna. D’altronde, che ci volete fare, come si dice da noi, “se no’ go el tocio, almanco che me gusto l’ocio”.

Alessia era piuttosto sorpresa nel vedermi arrivare lì alle sei del pomeriggio e, per di più, ordinare il solito: cappuccino con poca schiuma e brioche. “Allora, avete deciso dove andare in ferie?” La moretta mi fece scattare un campanello d’allarme. Accidenti, ero andato completamente nel pallone, dimenticandomi che alle 19:30 dovevo trovarmi con Armando “el Bitol” e Adriano “el Sega” per la nostra annuale riunione di programmazione delle ferie.

Tornai velocemente a casa, per fortuna avevo già pronti tutti gli incartamenti necessari, ovvero un pacco di stampate ricavate da ricerche sul Web che, ovviamente sarebbero come sempre state sprecate. Buttai l’occhio sul libro e la bandana e, presi anche quelli; a remengo le decisioni appena deliberate in riunione, l’affare era troppo grosso, era meglio vuotare il sacco e sfogarmi subito con gli altri due compari.

Erano anni che, già dopo Pasqua, noi tre Mul, così si chiamano da queste parti i single irreversibili, iniziavamo la nostra epica battaglia su dove trascorrere le mitiche ferie di agosto. Sul tavolo delle proposte c’era di tutto: il Bitol, amante delle note e delle arti, puntualmente suggeriva mete musical-culturali; il Sega, sognatore solitario, proponeva posti sperduti in capo al mondo; mentre io, il pragmatico del gruppo, cercavo di rimanere con i piedi per terra proponendo qualcosa di rilassante e, soprattutto, proficuo per la nostra condizione di scapoli incalliti, tipo un villaggio turistico pieno zeppo di “materiale” interessante.

Si discuteva, ci si accapigliava, ci si sfiniva, ma alla fine il risultato era sempre lo stesso: il costo delle vacanze risultava un salasso per le nostre povere tasche. E così, ogni anno, dopo tanto sognare, ci ritrovavamo a fare i conti con la dura realtà del nostro portafoglio.

In realtà, anche se ci seccava ammetterlo, eravamo ben consapevoli che lo scopo fondamentale del viaggio non era la conoscenza, ma la ricerca. E che cosa stavamo cercando con tanta disperazione? Ma sì, proprio quella cosa lì, quella che alla fine fa girare il mondo: il sacro graal delle vacanze da sfigati.

Perciò, se volevamo portare a casa un qualche risultato decente, dovevamo fare affidamento su quello che il mercato locale poteva offrire. E non eravamo certo dei gran viaggiatori: fondamentalmente eravamo paurosi ed eternamente insicuri. Pensare di fare un viaggio più lungo di duecento chilometri ci faceva venire l’ansia come se dovessimo attraversare l’Oceano Atlantico a nuoto. Per non parlare dei miei sensi di colpa causati dalla situazione familiare, che mi facevano sentire come se stessi abbandonando una nave che affondava.

Alla fine, dopo tanto parlare e discutere, la meta era sempre la stessa: appartamento in affitto, che noi chiamavamo con un po’ di orgoglio “base operativa”, alternativamente a Lignano o Bibione. Se ancora oggi ci troviamo nella stessa condizione di Mul, è facile concludere che i quindici anni di questo collaudato cliché non hanno portato a nessun significativo risultato. In pratica, abbiamo solo contribuito alla crescita demografica delle zanzare locali, meglio note come mussati.

Eravamo talmente introversi da non avere nemmeno il coraggio di usare, quando parlavamo di ragazze, quei volgari termini canonici, ormai da secoli coniati dal maschio cacciatore. El me paron, il ragionier Emilio Franzin, mi ha insegnato un sacco di cose fondamentali per l’esistenza tra cui, come farsi fare un perfetto cappuccino con poca schiuma e a chiamare un pezzo di gnocca, montareo. Il termine montareo, plurale montarei, divenne per noi la parola in codice per definire l’oggetto del nostro desiderio, calzava a pennello in quanto era un nome maschile e nessuno avrebbe mai immaginato a cosa ci riferissimo.

Parlare di vacanze era comunque piacevole. Un saggio ha detto che la felicità non sta nel raggiungere la meta, ma nel viaggio per arrivarci. Noi, però, non facevamo nemmeno il viaggio, eppure andava bene lo stesso. La vera gioia risiedeva nei momenti di condivisione, nei racconti e nei sogni che costruivamo insieme, immaginando luoghi esotici e avventure lontane. Era la possibilità di evadere dalla quotidianità attraverso le parole, di vivere esperienze fantastiche solo con la mente. Così, anche senza partire, trovavamo un modo per essere felici.

A proposito di viaggi, ora non resta che portarvi alla scoperta del piccolissimo mondo in cui vivo e dal quale, finora, non mi sono mai allontanato più di tanto.

Continua …..

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La riunione

Fio dei Fiori – Parte I^

© 2009 – 2024 Michele Camillo

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Capitolo 2 – La riunione

Mezzo secondo dopo la “e” di Kate, mi precipitai in bagno; dall’agitazione, uscii con i pantaloni ancora mezzi abbassati e senza aver tirato lo sciacquone. Irina, testimone ufficiale dell’evento, se ne stava appoggiata al mobiletto del corridoio; da persona molto saggia e perspicace, come può esserlo una con una storia complicata alle spalle, dava l’aria di aver già capito tutto.

Mamma irruppe brutalmente tutta agitata, tanto da rischiare di ribaltarsi dalla carrozzina. Sospettosa fino allo stremo, non sopportava sentir parlare le persone tra loro senza che fosse coinvolta, aveva la fissazione che tutti stessero complottando contro di lei. Irina corse con le gocce di Valeriana che poco prima aveva dato a me; mentre io, con il malloppo in mano, optai per la ritirata, salutai frettolosamente e mi diedi a una sana fuga da quella gabbia di matti che, ormai da qualche anno, era diventata ea casa nova

La prima cosa da fare era convocare subito una riunione urgente, alla quale, come è facile dedurre, ero l’unico partecipante.

E’dai primordi della mia esistenza che dimoro in una sconfinata solitudine, naturale effetto collaterale per un introverso costretto a vivere in mezzo ai campi con un padre autoritario, una madre assente e una sorella troppo grande. Era in quel contesto che, per trovare un modo di affrontare la vita e consolarmi dalle punizioni che ricevevo, iniziai a indire riunioni con me stesso. Questi incontri solitari erano il mio modo di sfuggire alla realtà opprimente e rifugiarmi in un mondo dove potevo parlare apertamente, senza paura di essere giudicato o punito. In quei momenti, discutevo con me stesso delle ingiustizie che subivo, delle emozioni che mi travolgevano, e delle strategie che avrei potuto adottare per affrontare le avversità e le decisioni che dovevo prendere.

Ancora oggi, dopo più di quaranta anni, la mia agenda continua a essere piena di riunioni che, richiedono la presenza obbligatoria di quell’unico partecipante. Molto spesso, si trattava di meeting lunghi, estenuanti e ripetitivi; in quei giorni, ad esempio, ne stavo facendo parecchi per decidermi sull’acquisto di una nuova automobile. La mia sala riunioni preferita è il bagno; seduto sul water ho preso le più importanti decisioni strategiche della mia vita. In quei giorni, il mobiletto a fianco del bidè era stracarico di preventivi, depliant e riviste specializzate per le quali, finora, avevo speso una tale cifra che avrei tranquillamente potuto, nel frattempo, comprarmi già le gomme e mezza carrozzeria.

Presi delicatamente i reperti e mi infiali nella scassatissima auto aziendale per frecciare a tutto gas in direzione della mia tana, ovvero il miniappartamento, ai margini della cittadina di provincia, dove abito ormai da sei anni.  Acquistato con i sudati risparmi più l’inevitabile mutuo, per mia sorella Teresa e mio cognato Gino era invece frutto di soldi abilmente sottratti per anni ai miei genitori, nonché una mossa strategica, pianificata a tavolino, per sottrarmi ai doveri verso mia madre; mentre loro, rimasti ad abitare al piano superiore della casa nova, si sono dovuti accollare l’onere di farle assistenza nonché, tutte le altre faccende tipiche di una abitazione rurale.

Ogni volta che percorrevo la strada dalla casa nova al mio appartamento e viceversa, sentivo un continuo affiorare di sensi di colpa che mia sorella e mio cognato mi avevano instillato. Ma questa volta era diverso. L’eccitazione era alle stelle. Sul sedile accanto a me, c’era un mistero che prometteva di cambiare per sempre, e in meglio, la mia vita. Finora l’unica cosa eccitante, appoggiata su quel sedile di cui avevo ricordo, era la Micol, impiegata tuttofare, della Emme Zeta Profilati, uno dei miei clienti storici. Le avevo dato un passaggio dal meccanico per ritirare l’auto, la minigonna di jeans che indossava quel giorno, alimentò certe mie fantasie per alcuni mesi.

Una volta in casa predisposi tutto per garantire il massimo confort e favorire la concentrazione; misi il condizionatore a manetta, accesi l’impianto stereo per diffondere dell’ottima musica New Age e il PC per iniziare le ricerche sul Web. Telefonai al Franzin, ovvero el paron, per dirgli che, a causa di problemi con mia madre e, secondo i miei sospetti, forse lo erano davvero, ci saremo rivisti l’indomani. Il mio lavoro di tecnico installatore e riparatore di registratori di cassa, fotocopiatrici, distruggi documenti, calcolatrici, scaffali e tutto quello che commerciava il Franzin, poteva aspettare.

Terminai velocemente i preparativi in quanto, a causa dell’agitazione, dovetti di nuovo correre in bagno per cui, la riunione, iniziò anche questa volta, tanto per cambiare, seduto sul water.

Sistemai il materiale sul mobiletto, gettando brutalmente a terra decine di riviste di auto, cominciai a sfogliare nervosamente il libro in cerca di altri indizi, una annotazione una sottolineatura niente, solo quella frase scritta alla fine. Notai la calligrafia, molto bella e chiara, mi feci scorrere velocemente le pagine a mo’ di ventaglio sotto il naso per sentire ancora quel tipico odore vintage.

Il Web ormai è uno strumento indispensabile per risolvere i misteri più intricati; in televisione, l’avevo visto fare un sacco di volte dai più famosi investigatori, intendo quelli delle fiction poliziesche. L’unico elemento finora disponibile era il titolo del libro, con trepidazione digitai “Jack Kerouac on the road” nella casella di ricerca e poi, click. Chiusi gli occhi in attesa dei risultati; cominciai a sudare, conscio che da quel preciso momento, cominciava un’avventura; aspettavo i risultati come se si trattasse di un esame clinico di vitale importanza.

L’attesa era insopportabile, ogni secondo sembrava dilatarsi all’infinito. Quando finalmente decisi di aprire gli occhi, lo schermo si illuminava di innumerevoli link, articoli, recensioni e discussioni su forum. “On the Road” non era solo un libro, era un fenomeno culturale che aveva ispirato generazioni di lettori, artisti e sognatori.

I primi risultati erano schede informative che riassumevano la trama: un viaggio attraverso l’America degli anni ’50, un’odissea di scoperta personale, amicizia e libertà. Più scorrevo la pagina, più sentivo crescere una strana sensazione di connessione con quel mondo, fino a quel momento per me nuovo, descritto da Kerouac; la beat generation e gli hippies 

Schizzavo nervosamente da una pagina web all’altra senza mai soffermarmi a leggerne con calma i contenuti, in mezz’ora sarò corso in bagno almeno tre volte, avevo i piedi freddi come a gennaio; continuavo inoltre, ad alzarmi dalla scrivania e andare avanti e indietro continuamente come un criceto in gabbia. Non mi ero reso conto che, nel frattempo, erano passate quasi due ore, stavo ancora in mutande, avevo inghiottito un intero pacco di frollini al cioccolato, un kilo di Giambonetti, nonché esaurite tutte le riserve di the freddo e chinotto.

Di sicuro, la misteriosa Kate aveva qualcosa a che fare con gli hippies ma, c’era una domanda, alla quale, nel Web non avrei mai trovato risposta; era questo che, in realtà, mi faceva agitare. 

Dovevo cercare di calmarmi; mi distesi a letto, feci alcuni profondi respiri, dicono sempre di fare così; per cercare di ragionare con lucidità. C’era poco da girarci attorno; quel dubbio, il dubbio dei dubbi, mi aveva assalito sin dal primo istante successivo alla lettura della frase. 

Ero suo figlio?

La mia mente era un turbine di pensieri, come un tornado che travolge tutto ciò che incontra. Quella possibilità mi scuoteva profondamente. Il dubbio si era insinuato in me come un serpente velenoso, paralizzandomi con il suo morso. Chi era davvero Kate? E come poteva essere collegata a me in modo così intimo e sconvolgente?

A dar man forte alla questione c’era la cortina fumogena che copriva i primi istanti della mia vita, a cominciare dal fatto che, a differenza della maggior parte dei miei coetanei, venuti al mondo in ospedale, io, sono nato in casa e, senza troppa gente attorno. La casa colonica di noi Furlan, detti nosea per il noceto secolare piantato dai miei avi dietro il casolare, si trovava, a quei tempi in una posizione parecchio isolata rispetto al paese. Siamo sempre stati isolati geograficamente ma, ancora di più socialmente, a causa soprattutto del carattere burbero di mio padre, pur avendo entrambi i miei genitori famiglie numerose, ricevevamo visite di rado. Tra l’altro mia sorella non era presente quando nacqui; stava trascorrendo un periodo di cura in colonia agli Alberoni, una testimone in meno. Altro tassello importante, l’età di mia madre, nel ’66 aveva quarantatré anni; a quei tempi, non era certo usuale partorire a quell’età.

Riaffiorò poi quel pensiero sopito, nascosto nei meandri più profondi della mia mente: la strana convinzione di non sentirmi veramente figlio di Ioani e Bepina e la vergogna che, da sempre, provavo nei loro confronti, considerandoli troppo vecchi.

Le parole di Kate risvegliarono in me molti ricordi, soprattutto riguardo alla misteriosa attrazione per la musica. La musica era la mia compagna di vita; mi accompagnava in ogni momento, diventando un sostegno prezioso nelle difficoltà e un conforto nei momenti di tristezza. Era il legame che mi univa a Kate.

Cercavo di immaginarla fisicamente. La raffiguravo come una giovane e bella ragazza dai lunghi capelli biondi, con una fascia rossa sulla fronte come una vera hippy. La immaginavo seduta, a gambe incrociate sul prato accanto a casa, all’ombra del Morer, in quel momento speciale dell’agosto del ’66 in cui la campagna assolata sembrava prendersi una pausa. Il vento, il canto delle cicale, il suono della chitarra e la sua dolce voce erano gli unici suoni che si percepivano quel pomeriggio. Le immagini si intrecciavano con i pensieri su Kate, rendendola sempre più viva nella mia mente; era lei la persona speciale che, da sempre, attendevo.

Le emozioni mi stavano travolgendo, forse era il momento di prendermi una pausa e uscire per raccogliere i pensieri, non prima di aver deliberato quanto segue: 

  1. Massima riservatezza a cominciare da mia sorella e mio cognato, per finire con i fedelissimi Armando e Adriano;
  2. Necessità di un accurato interrogatorio all’unico testimone vivente, ovvero zia Teresina; 
  3. Comprare l’edizione italiana del libro al fine di capirci qualcosa su ‘sta Beat Generation e gli hippies;
  4. Spararmi una dose di cappuccino con poca schiuma.

Continua …..

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Zumpappà contro Unz-Unz-Unz

Incredibile, siamo quasi a metà giugno e l’estate sembra non arrivare. Chissenefrega, tanto non sarà più una di quelle belle estati di una volta dove regnava sovrano il mitico anticiclone delle Azzorre, quello del colonnello Bernacca per intenderci.

Quelle estati quando bastava tenere in sfesa le finestre dello studio per fare corrente e rinfrescare. Quando con uno stick gusto Cola in bocca mandavo in onda a gogo Umberto Tozzi, Gianni Togni, Alan Sorrenti e compagnia cantante; e quando in sella al CIAO, CALIFFO o, per i poveri in canna come me, in bicicletta; si andava dal vecio Gino Marton a mangiare l’anguria.

Ho il terrore che arrivi quel cancaro de sofego che me fa deventar tutto petaisso e le zanzare tigre che ti pungono h24; maledette, contribuiscono a farmi dubitare dell’esistenza di Dio, non capisco come possa avere a cuore l’umanità e, allo stesso tempo, aver creato esseri simili.

Però, non sopporto nemmeno questa stupida pioggerella fine. Nell’aria aleggia un tanfo di brodaglia misto a qualcosa de marso che, qualcuno, sta bruciando per risparmiare so ea tassa dee scoasse. In queste particolari condizioni climatiche, il cervello mi va in pallone, offuscando tutti i miei orizzonti temporali, in poche parole, no’ vedo ciaro. Mi prende una tristezza tale da sfociare in depressione. Menomale che è venuta l’ora del ritrovo coi fioi giù al bar da Nane Sbérega.

Dal fondo del vialone centrale dei paeassoni, proviene un rombo di motore non identificato, qualcosa di diverso rispetto a quel rutto di Vespa 125 di Erminio Nalon, l’unico che, nonostante i centomila divieti e i blocchi di cemento simili a quelli usati per costruire il muro di Berlino, osi percorrere in moto il vialone pedonale. Qualcun altro lo sta imitando e, credo di sapere chi è. 

Quel gran mona di Paperoga, non ha saputo aspettare che fosse una bella giornata per collaudare la Lambretta dello zio Rino, dopo che, Berto Basato e il suo team di meccanici alcolisti, a suon di bestemmie, sono riusciti a sistemarla in modo che, a malapena, possa essere in grado di fare due chilometri. Eccolo, trionfante e soddisfatto sfrecciare lungo il vialone; el mongoeo, dalla premura si è perfino dimenticato di indossare il casco.

Comunque, veder arrivare quella Lambretta bianca mi ha cambiato la giornata, non posso dire lo stesso per il suo squinternato conducente che, cercando de far el figo, provando a impennarsi, a momenti non si ammazza e, cosa ben più peggiore, ha seriamente rischiato di rovinare il lavoro della Berto Basato & associati, costato alcune decine di spritz consumati da Nane Sbérega.

Non appena si avvicina, gli dico che così non va, deve fare esattamente come lui. “Ah, si, go capio”; il centauro allora si allontana di alcune centinaia di metri per puntare nuovamente in direzione del suo pubblico, ecco, come da protocollo, la sequenza esatta:

  • Brusca frenata in corrispondenza del plateatico di Nane
  • Ciao bei come xea?”
  • Alcuni secondi di pausa senza lasciare il tempo per eventuali risposte
  • “‘nde farveo metar in cueo tutti quaaantiii! 
  • Sgommata e ripartenza a tutto gas

Questo era il tipico saluto di Rino

Invidiavo Paperoga perché Rino era lo zio che avrei sempre voluto avere; che personaggio, c’era l’imbarazzo della scelta su come chiamarlo Rino el matto, Rino recia, Casadei; a me piaceva Linetti, soprannome che deriva dalla nota marca di brillantina che usava spalmare a tonnellate sui capelli o, parrucchino che sia, secondo i più maligni.

Rino Baldan era un uomo di spettacolo, fu tra i primi sostenitori di SolaRadio. Il venerdì pomeriggio dismetteva i panni di fido, o quasi, impiegato statale per trasformarsi nel fisarmonicista e vocalist della premiata orchestra Rosa Sole & i Romantici. I Romantici, oltre al già citato Rino erano Paolo “Paulon” Masiero alla batteria, Tony “Peo” Bassanello alla chitarra, Franco “Stecca” Chinellato al basso e Gino “Ginetto Scoresa” Zanella al sintetizzatore moog e altre troiate elettroniche. Poi c’era lei, la star; Rosa Sole, al secolo Rosanna Michieletto detta ea Vespucci, nel senso della famosa nave scuola della Marina Italiana. Per ovvi motivi di decenza letteraria tralascio la sua materia di insegnamento riservata ai soli uomini.

Scolta beo mettime Al ritmo dell’amore de Castellina Pasi se no ti eo ga va ben anca Simpatia de Casadei, e se no ti ga gnanca questa va ben ben in cueo de to mare“. Era impossibile soddisfare le richieste di Rino, il nostro budget limitato non ci permetteva di comprare chissà che dischi. Pensate che i primi tempi, la maggior parte del nostro archivio musicale era costituito da audiocassette su cui registravamo i dischi presi a noleggio. Capitava che quando qualcuno ci richiedeva una canzone che avevamo solo in cassetta, aspettava ore; in quando, dovevamo trovare il nastro, finito nel frattempo chissà dove, e cercare il punto esatto sul quale era incisa.

Un bel giorno Rino piombò in radio con una valigetta strapiena di 45 giri; “’scolta moro, me so rotto i cojoni, ancuo fasemo come che digo mi; mesi dei tui e mesi dei mii” e si sedette a fianco a me al microfono.

Iniziai io mandando in onda Born to be alive dedicato alla Genny per i suoi diciott’anni; lui ribattè con Ciao Mare dedicato alla Cesarina per i suoi ottanta.

Fu in quel preciso momento che partì la sfida tra Zumpappà e Unz-Unz-Unz e tutte le nostre accese discussioni sui due generi musicali.

Premetto che le donne mi hanno sempre aspettato; aspettato perché ero in ritardo, aspettato perché mi decidessi, aspettato perché cambiassi, aspettato che le degnassi semplicemente di uno sguardo. Purtroppo, tante volte, troppe volte, le ho lasciate aspettare per poi pentirmene amaramente per tutta la vita. Questo perché probabilmente, come diceva mia zia Laura “ti xe un greso”.

Una sera di quelle belle estati di una volta che, il compagno zio Bruno, buonanima, avrebbe definito “quelle estati quando c’era la festa dell’Unità”, Veronica, la più carina dei paeassoni, mi aspettò sul bordo della pista da ballo.

“Ciao, balli?”

Non so se avete mai visto Sliding Doors. Come nel film, è stato quello l’attimo decisionale, lo spartiacque tra due possibili esistenze. Se avessi deluso la sua attesa e risposto no, credo avrei vissuto una vita da infelice e insoddisfatto.

Avevo un complice sul palco, non appena Rino ci vide, fece un cenno a Rosa Sole e questa intonò Fortissimo. Rino me l’aveva già fatta sentire durante una delle nostre trasmissioni, per lui era un capolavoro di poesia. Come sempre non lo presi sul serio, come tante altre sue proposte, le consideravo roba da veci, roba da Rino; insomma, una Zumpappà. Come potrete facilmente immaginare; quel giorno cambiai idea.

Rino mi prese per un attimo in disparte, “Te go visto ti geri duro come un bacaeà. Mona, impara a baear parché, ricordite che baear xè ea vita”.

Quella volta lo presi sul serio e presi per mano Veronica; la riportai a casa sul ferro della bicicletta. Era una di quelle belle estati di una volta, intrisa di leggerezza; il suo profumo si mescolava a quello dell’erba appena tagliata e ne assaporavo la pienezza.

Sono ancora in bicicletta diretto alla residenza Anni d’argento che Rino chiama simpaticamente Anni de merda. Incredibile riesco a essere più veloce di Paperoga che sta pilotando la sua vecchia Lambretta; gli altri fioi sono andati avanti in macchina per portare i “ferri del mestiere”

Cinsia, versi ‘sto canceo che xe rivai i cuattoni dea radio!”. Rino non cambierà mai, oggi sono i suoi novant’anni.

Non appena Paperoga gliel’ha lasciata, si è messo a piangere e l’ha baciata. La sua Lambretta, la sua compagna di una vita. Una donna non l’ha mai avuta; ho scoperto solo dopo anni il suo, chiamiamolo, problema e, la sua sofferenza in anni in cui l’omosessualità era quasi un reato.

Oggi, noialtri fioi dea radio, a memoria dei vecchi tempi, ci siamo portati tutto il necessario per far casino insieme a lui. Abbiamo iniziato mettere i suoi Zumpappà a manetta, lui ci ha subito fermato, “roba da veci rincojonii” e noi allora via di Unz-Unz-Unz a sbregabaeon.

Grande Rino! Ti sarò per sempre grato di avermi fatto emozionare e ballare con le tue canzoni Zumpappà, avermele sapientemente mescolate con le Unz-Unz-Unz per poi trasformarmi radiofonicamente  in un perfetto ZumpaUnz; ma, soprattutto, per avermi insegnato a vivere.

Lasciateci leggere e danzare, due divertimenti che non potranno mai fare del male al mondo. Voltaire

Lodo la danza perché libera l’uomo dalla pesantezza delle cose e lega l’individuo alla comunità. Lodo la danza che richiede tutto, che favorisce salute e chiarezza di spirito, che eleva l’anima. Sant’Agostino

Pianissimo
Te lo dico pianissimo
Il mio piccolo ciao
Sottovoce
Così nessuno capirà
Niente
E tu, solamente tu capirai
Quanto sono innamorata di te

Pianissimo
Devo dirlo pianissimo
Questo piccolo ciao, mi dispiace
Doverti dire solo ciao
Mentre in mezzo alla gente
Vorrei gridare fortissimo
Che ti amo fortissimo
Che ti amo di più
Di ogni cosa
Al mondo, amore
Amo te

© 1966 Lina Wertmüller Bruno Canfora 

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Tratto dal volume SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

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I sessanta de EnsoPenso

Nella vita, si sa, è importante lasciare traccia di sé. Quella che finora ha lasciato il mio amico Enzo Penzo detto anche EnsoPenso, da un punto di vista olfattivo è senza dubbio ben tangibile.

Quando urla “bianca!”, anche se rispondi “tientea!”, la molla lo stesso; per cui, tanto vale dargli soddisfazione e gridare “vegna!”. Le sue performance vengono addirittura classificate con dei nomi, queste le più celebri:

  • Liquigas: emette scoppiettii a intermittenza dà l’impressione che se la stia facendo addosso
  • Marghera: la più puzzolente; prima o poi chiamo l’ufficio d’igiene e gli faccio sequestrare il culo
  • Marghera estate: versione estiva della precedente con aggiunta di tanfo di pesci morti e alghe imputridite
  • Contadina: dall’inconfondibile puzza di letame
  • Timer: la più subdola, quella a scoppio ritardato, senti il tanfo quando ormai se ne è andato

Recentemente si è aggiunta la Pandemica; ha la particolarità di essere contagiosa, se ne molla una, ti metti a scoreggiare pure tu. 

Nel minuscolo studio di SolaRadio, quando mollava qualcuna delle sue bianche si impregnavano anche i vestiti; per cui, spesso si era costretti a tenere aperte le finestre anche in pieno inverno.

Di tutto questo, Ensopenso dava la colpa alla cucina di sua madre, ea siora Marcea. La spiegazione sarebbe stata plausibile se, una volta sposato, avesse smesso con le performance ma, inesorabilmente ha continuato con più vigore e intensità.

C’è poi un’altra cosa, ancora più imbarazzante, per cui viene ricordato. È dal 1976, ovvero da quando uscì il singolo di Donna Summer “Could it be magic” che l’uomo continua a deliziarci con i racconti dei suoi sogni erotici, le cui sceneggiature sono degne dei più famosi maestri del porno. Ciò nonostante, si sia trovato una morosa e se la sia pure sposata.

Ho ragione di credere che si dedichi ancora ad una certa attività, tipico effetto collaterale del maldemona o, per usare termini più tecnici, sexual addiction. Mi chiederete come si fa a provarlo visto che certe cose non fanno né rumore, né tantomeno puzza.

Quando ho fatto la naja, ricordo che il mio istruttore, tale caporal maggiore Ilario Mezzella, aveva un metodo ben preciso. Alla mattina, durante l’inquadramento, oltre a metterci ben in riga, ci faceva tenere i palmi delle mani rivolti verso l’alto; poi, li passava in rassegna. “Pusineri Giandomenico, lei in branda si è fatto una sega, si vergogni!” Il Mez sembrava averla intivata in quanto, il soggetto incriminato, diventava rosso in viso e abbassava lo sguardo. 

A parte il metodo Mezzella, nel quale, francamente, non credo molto; non conosco sistemi efficaci per verificare se uno gioca cinque contro uno. Se non hai l’esplicita confessione dell’interessato, ti devi basare sulla presunzione di reato. Nel caso di Ensopenso, tutto il suo vissuto e i suoi racconti fanno pensare, oltre ogni ragionevole dubbio, che si dedichi ancora alla pratica della mano amica.

Uno degli elementi probatori, è il suo fischiettare Stasera Che Sera dei Matia Bazar, quando, per strada, incontriamo una in curto, così EnsoPenso, definisce la donna con la minigonna. Non ci sarebbe niente di male se il mio amico si riferisse alla versione originale del brano. Quella che invece ha nella testa è la famosa cover ideata da Deni Sgorlon; Stasera Che Sega.

Abbiamo iniziato a fare radio da quando eravamo ragazzini delle medie. Ufficialmente dichiaravamo ai nostri ascoltatori e soprattutto a noi stessi che stavamo dietro a un microfono per una non ben identificata nobile causa. Non avevamo il coraggio di ammettere che SolaRadio era fondamentalmente uno mezzo per soddisfare il nostro bisogno di approvazione e cuccare. EnsoPenso era uno di quelli che aveva le più alte aspettative riguardo quest’ultimo scopo non dichiarato; usava il microfono per butar sardoni a manego

Uno del genere, dopo quaranta e passa anni, te lo immagineresti procreatore seriale; al quale, il giorno del suo funerale, non basterebbe un’epigrafe formato poster per elencare le sue ex compagne e i figli più o meno riconosciuti, sparsi per il mondo. Quello che invece è riuscito a diventare è nulla di più che un tranquillo impiegato comunale, sposato da quasi trent’anni, ai quali ne vanno aggiunti dieci di fidanzamento, con tale Paola Zancanaro; zero figli e, apparentemente, zero ciavae de fora via. D’altronde è lui stesso che si confessa “mejo tegnirseo in man piuttosto che el vaga fora a far qualche malan”; il riferimento è alle molteplici donne lasciate incinta da Riccardo Cazzador.

Lo stronzissimo Riki Cassador, storico denigratore di SolaRadio, è il suo rivale da una vita; ma anche, quello che segretamente avrebbe voluto imitare. L’epigrafe del Cassador non è stata affissa, in quanto, fortunatamente per lui, nonostante sia sulla soglia della sessantina, è ancora vivo e sessualmente operativo. La certezza di quest’ultima informazione, si basa sulla costante e scrupolosa osservazione dei tratti comportamentali, da parte di un team di esperti, capitanati da Denis Sgorlon. In poche parole, è già da parecchi mesi che dal suo SUV a nafta di quarta mano, scende una bionda milfona slava, definizione NaneSbèreghiana per le donne dell’est Europa; questo è sufficiente per affermare con sicurezza che el Cassador continua a darci dentro. 

Il geometra Enzo Penzo, architetto mancato, (non sono mai riuscito a capire se gli mancano tre esami o, ha dato solo tre esami), passa le sue giornate principalmente a esaminare faldoni strapieni di condoni edilizi e collezionare vinili degli anni ’70 e ’80. Il tempo che gli rimane lo condivide tra Paola e me. Non ho idea di cosa parli con Paola; ma, con me, l’argomento principale riguarda ea mona; seguono, in ordine, la paura della malattia e i rimpianti dei bei tempi andati. 

Forse perché siamo dei radiofonici della prima ora, le nostre discussioni prendono quasi sempre spunto da una canzone, l’altro giorno è stata la volta di “mille giorni di te e di me” di Baglioni. Il povero cantautore è finito sotto processo in quanto, secondo lui, era troppo comodo mollare una con cui stai insieme da una vita, semplicemente componendo per lei una canzone. Mah, sai che novità, gli cito “se telefonando”, lui ribatte che si tratta di ben altra cosa, il testo parla chiaro “il nostro amore appena nato è già finito”, in quel caso il benservito è stato dato all’inizio del rapporto, non dopo un tot di anni. Quasi sicuramente, siamo stati i primi a discutere di giurisprudenza canora.

Comunque, per il povero Baglioni non era finita, EnsoPenso lo attacca sul fronte dei concerti, “alla fine spendi quasi cento euro per vedere un omino piccolo che strimpella circondato da una trentina di gnocche e osannato da migliaia di gnocche, per tornare a casa con i timpani fracassati e per giunta depresso per non essere riuscito a portarti a casa nemmeno una di quelle gnocche”; poi, in dialetto, spara la più classica delle sue.

Ogni volta che me volto indrio me par de non aver combinà un casso” e aggiunge “el tempo passa, fra un fià me vantarà ‘na maeattia”, conclude “me tocarà sugarmea senza aver avuo gnanca ‘na sodisfasion; ghesboro!”. Facile immaginare di cosa stia parlando.

Dovrebbe essere assunto nella mia azienda, sarebbe un perfetto coach di performance management. Se gli chiedi, riguardo il lavoro, qual è il suo obiettivo, ti risponde, “rivar al vintisette sensa rotture de cojoni”; praticamente un motivatore nato. 

Con uno così, non è facile ragionare sul futuro.

I saggi, ti dicono che nella vita è indispensabile avere sempre qualcosa in cui credere, se con EnsoPenso la metto sul piano religioso ti dice che è roba per vecchi e sfigati, tutta gente che ha bisogno di credere che, dopo una vita di merda, non sarà tutto finito.

Altri saggi ti dicono che, nella vita è indispensabile avere sempre un’alternativa, un piano B; EnsoPenso ti dice che lui non ha mai avuto nemmeno un piano A.

Altri saggi ancora ti dicono che, nella vita è indispensabile credere in sé stessi; EnsoPenso ti dice che non serve a niente se poi non c’è nessuno che crede in te.

Io che non sono un saggio, una volta gli ho detto che dovrebbe fare a meno di pensare costantemente a quella cosa lì; mi ha risposto di star zitto, visto che non ho mai patito la fame di quella cosa lì.

Non sapendo più a che santo votarmi per tirarlo in qua, anche perché diciamolo, lui ai santi non ci crede; ho pensato di rivolgermi allo spirito di Guglielmo Marconi.

Oggi è il suo sessantesimo compleanno, fortuna che è domenica, altrimenti sarebbe andato a lavorare come se fosse un giorno qualsiasi. Come una domenica qualsiasi tra le 8.00 e le 8.30, varca la soglia della Cesarina, sceglie quell’ora perché, usualmente la pasticceria è frequentata da un gruppetto di cocche che si ritrovano per andare a correre, gli serve per farsi l’occhio e tirarsi su il morale; dopo, rischia di trovare le vecchie che escono da messa e questo lo manda in depressione. Questa mattina, su suggerimento del Marconi, ho fatto in modo di “passare per caso” dalla Cesarina, ho anche fatto finta di dimenticarmi del suo compleanno. Niente cocche, era solo, soletto impegnato a rimuovere due patacche di crema dalla felpa; “prima che ea me copa” mi ha detto riferendosi a Paola. In effetti, conoscendola, per una cosa del genere, è capace di ammazzarlo anche nel giorno del suo compleanno.

In effetti non ha la faccia di uno che oggi compie sessant’anni ma, bensì ottantacinque; ha l’espressione di un vecchio smonato che aspetta di essere messo in casa di riposo.

La buonanima di Guglielmo mi ha suggerito di andare a prenderlo e portarlo, anzi a riportarlo a SolaRadio. L’uomo è ormai dalla fine del secolo scorso che non sta seduto davanti a un microfono e non traffica più con mixer, piatti (per dischi) e altri ammennicoli utili a “fare radio” e, secondo il Marconi, una buona dose di radioterapia lo avrebbe guarito, se non dal maldemona, almeno dal mal di vivere. Calma sul termine, intendeva, farlo tornare alle origini in modo che ritrovi quel radiofonico che è in lui, quello che si scatenava ogni volta che mandava in onda cose tipo Shake Your Booty dei KC & the Sunshine Band o The Final Countdown degli Europe; roba che lo mandava in trance e gli faceva dimenticare persino come si chiamava.

Per cui gli ho regalato un viaggio nel passato e, quando gli ho aperto la porta del minuscolo studio della nostra minuscola radio ed ha visto gli altri ebeti suoi ex compagni di ventura ovvero il Tito, Paperoga e il Nafta, gli è venuto un groppo in gola; i suoi occhi son diventati lucidi, non appena è scoppiato l’applauso e una bottiglia di prosecco, nel senso che quel mona del Paperoga l’ha fatta cadere per terra.

Non è mai stato un ragazzo di molte parole; come se gli anni non fossero passati si è diretto deciso verso quella che era la sua confort zone, ovvero lo stanzino dei dischi. Ne è uscito con un vecchio vinile di Cocciante che, probabilmente, giaceva nella stessa posizione da non so quanti anni. Ho notato la mano tremare dall’emozione quando l’ha messo sull’unico piatto ormai rimasto; poi, il dito sul cursore del mixer, e via, in onda …

Non dico che dividerei una montagna
ma andrei a piedi certamente a Bologna
per un amico in piu’, per un amico in piu’

perche’ mi sento molto ricco e molto meno infelice
e vedo anche quando c’e’ poca luce
con un amico in piu’, con il mio amico in piu’.


non farci caso tutto passa hanno tradito anche me
almeno adesso tu sai bene chi e’
piccolo grande aiuto, discreto amico muto
Il lavoro cosa vuoi che sia mai
un giorno bene un giorno male lo sai
dai retta un poco a me, giochiamo a briscola.
non posso certo diventare imbroglione
ma passerei qualche notte in prigione
per un amico in piu’, per un amico in piu’
perche’ mi tiene ancor piu’ caldo di un pullover di lana
a volte e’ meglio di una bella sottana
un caro amico in piu’, un caro amico in piu’.
e se ti sei innamorato di lei, io rinuncia anche subito sai
forse guadagno qualche cosa di piu’ un nuovo amico, tu….

Perche’ un amico se lo svegli di notte, e’ capitato gia’
esce in pigiama e prende anche lo botte e poi te le rida’….
Capelli grigi si qualcuno ne hai
é meglio avremo un po’ piu’ tempo vedrai
divertendoci come non mai ancora insieme, noi.
non dico che dividerei una montagna per un amico in piu’
ma andrei a piedi certamente a Bologna per un amico in piu’…………..
forse guadagno qualche cosa di piu’
un vero amico.

© 1982 Riccardo Cocciante – Mogol

Non abbiamo il dovere di lasciare traccia ovunque andiamo, però abbiamo il dovere di andare ovunque possiamo lasciare una traccia. Eugenio Chiappa

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Tratto dalla raccolta SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

Let me in

Tempo fa mi sono trovato a passare davanti alla “mia” vecchia discoteca, ormai ridotta a un rudere. Su un buco libero tra le sterpaglie che ricoprivano il muro di cinta campeggiava la frase, “un minuto di silenzio per i ragazzi dell’attuale generazione che non proveranno mai la straordinaria emozione di ballare i lenti”.

Se avessi avuto una bomboletta spray, sarei sceso dalla bici per scrivere “vero!”

Tutt’attorno non c’era anima viva, il che mi ha permesso di soffermarmi con tutta tranquillità, per ottemperare alla richiesta del misterioso writer.

È andata a finire, che, i minuti di silenzio, passati in mezzo a quella isolata stradina di campagna, furono ben oltre i dieci perché, ad un certo punto, da quei finestroni sprangati uscirono le note di Let me in di Mike Francis.

Era la fine del 1985, quando un mio paricorso della base aerea alla quale ero stato assegnato come prima destinazione operativa, mi invitò a passare un pomeriggio in una discoteca della sua cittadina; per convincermi disse che aveva un sacco di amiche carine da presentarmi. Sulle prime, la mia innata diffidenza verso gli altri umani e l’indottrinamento ricevuto in Azione Cattolica mi fecero tentennare dall’accettare; ero convinto che mi avesse invitato solo per rovinare un bravo “fio de cesa”, trascinandolo in un luogo peccaminoso a fare lo zimbello della compagnia. Poi, scattò qualcosa dentro di me, forse un istinto primordiale e una vocina, credo sia stato un diavoletto tipo quello dei fumetti di Jacovitti, mi disse “buttati!”

A proposito di diavoletti e indiavolati, in quelle prime ore di discoteca, il mio corpo si sconnesse dalla mente e fece cose che non avrei mai pensato potesse fare; si stava ribellando al rigore che, fino a quel momento, avevo nell’affrontare la vita; rispondeva solo ai comandi della musica.

Ad un certo punto, le luci si attenuarono e virarono nella tonalità del blu, le casse acustiche cessarono di vibrare all’impazzata e, dopo quasi tre ore di ininterrotto Unz Unz Unz, emisero delle dolci note di pianoforte; era il momento dei lenti. Fuggirono quasi tutti dalla pista, i ragazzi perché non trovavano nessuna ragazza che volesse ballare con loro, le ragazze perché non volevano ballare con il primo che gli capitava, specie se da sotto le ascelle usciva un acre puzzo da sudore; sembravano tutti in preda al panico. Decisi di restare, solo come un pampe in mezzo alla pista mentre quello che poi venni a sapere si chiamava Mike Francis, iniziò a cantare; sentivo che qualcosa sarebbe successo.

Se fu un diavoletto, tipo quello dei fumetti di Jacovitti, a ficcarmi in quella situazione, fu un angelo in carne e ossa, che poi venni a sapere si chiamava Valeria, a tirarmici fuori e avvolgermi tra le sue ali e, ballare con me Let me in.

Il resto non è storia ma un’emozione che tutt’ora porto dentro e che continuerà per sempre, nient’altro.

Per non far torto a nessuno, in ordine di emozione:

Sailing – Christopher Cross

Wind of Change – Scorpion

A Groovy kind of love – Phil Collins

Carrie – Europe

Trough the Barricade – Spandau Ballet

If you leave me now – Chicago

Careless Whisper – George Michael

Honesty – Billy Joel

… e tantissime altre

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Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2024 Michele Camillo

No’ me ‘scolta nissuni

Tratto dalla raccolta Piccole storie di piccole Radio

© 2023 Michele Camillo

Parlare è un bisogno. Ascoltare un’arte. Goethe

Mi presentai in prima media, unico fra tutti, con la cartella delle elementari; era praticamente nuova, appena cinque anni di vita. Mio padre, non ne voleva sapere di spendere soldi per inutili dotazioni scolastiche, tanto, altri tre anni e sarei finito in stabiimento a Porto Marghera; a quel tempo, gli ascensori sociali erano rari e, per giunta, malfunzionanti. 

A causa del mio outfit leggermente vintage, mi guardavano tutti come se fossi un marziano. Ero distinguibile soprattutto per i pantaloni acqua alta de gabarden, acquisiti da mio fratello al quale, a sua volta, glieli aveva passati il cugino Gaspare; roba antica, risalente agli inizi dei ‘60.

La cosa era reciproca, perché a me, invece, sembrava di essere atterrato su Marte. Quell’anno partiva il progetto interdisciplinarità; tutto il corpo insegnanti era preso da ‘sta roba, in primis il prof di disegno, tale Giovanni Memola. Parevano tutti matti; un giorno, nell’ora di matematica, trovai quello di applicazioni tecniche che recitava una poesia di Pascoli in francese; che casino, mi veniva da piangere, rivolevo la maestra delle elementari. 

El progetton aveva un lato positivo; consisteva nella creazione di gruppi interclasse dove ficcavano dentro quelli di prima, seconda e terza; un bel bordello che mi gustava parecchio. Per essere più precisi, mi gustava la Consuelo della III^ C, una in gran salute. Rispetto alle mie coetanee, aveva tutte le sue cose ben sviluppate e, sapeva metterle bene in mostra; unico difetto, non frequentava ea ceseta ma, si sa, gnocca e cattolicesimo non sono mai stati affini.

Un giorno venimmo convocati in aula magna, ovvero l’aula di disegno che, il sopracitato illustre cattedratico, aveva abusivamente adibito a tale scopo. Probabilmente la preside aveva notato la scritta con il gessetto, sul muretto a fianco del cancello di ingresso, “l’a Consuello e tetona”

Ritto sull’attenti, a fianco del Memola c’era quello spilungone di Giovanni “Nane” Lanza di 3^ C. Che imbecilli, avevano preso la persona sbagliata; quel secchione paraculo, non poteva essere l’autore della frase; era stato sicuramente uno che non andava molto bene in itagliano come, ad esempio puramente indicativo, il sottoscritto.

Fortunatamente si trattava di una simil conferenza stampa, atta ad esaltare lui e altri fidi discepoli del prof. La cosa sensazionale consisteva nel fatto che erano stati invitati a parlare del progetton, nientepopodimeno che in un programma radiofonico.

Scusa mister, fame capir mejo”. Era assai raro che il vecchio Ginetto Franchin, ripetente di lungo corso, ponesse delle domande, in genere dormiva per tutto il tempo di permanenza nell’edificio scolastico. In effetti, nel resoconto del saccente c’era qualcosa che non tornava. Dichiarò che la famigerata radio era situata in una specie di bottega al piano terra di un palazzone popolare, situato a sua volta in un quartiere di ben nota fama. Al Franchin, uomo di mondo, non risultava che la RAI avesse sede nel posto descritto dal Lanza. 

Quello di disegno, si affrettò a precisare che la radio dove avevano messo piede lo spilungone e soci era una radio libera.

Ah, aeora so bon anca mi de ‘ndar a parlar par radio”, sentenziò il Ginetto rimettendosi a dormire.

Fu in quel momento che, inspiegabilmente, mi si accese una spia sul cruscotto che avevo in testa; tornai da scuola con un pensiero fisso, riuscire a ricevere quella strana radio.

In casa, il nostro apparecchio principale era una gigantesca radio a valvole. Da quella specie di armadio, non avevo mai sentito partorire nulla di diverso dai programmi istituzionali della RAI; unico outsider, “musica per voi” di Radio Capodistria. Sulla scala luminosa, c’erano nomi strani tipo Monte Ceneri o, nomi di città situate dall’altra parte del globo; di Mestre e, tantomeno Marghera, nessuna traccia.

Erce! Moighea de tochignar!”; mio padre, si spazientì. Era sabato e, aveva il timore che, a causa del mio continuo smanettare, l’indomani non sarebbe riuscito ad ascoltare “tutto il calcio minuto per minuto”.

Mi rifugiai in cameretta; dove, tra i due letti, era posizionata una più moderna radio a transistor, fino a quel momento, relegata al ruolo di sorella minore, rispetto a quella installata in soggiorno. 

Notai le minuscole scritte; “UKW – 87,5 … 100 … 108 MHz”; mi accorsi che la piccola radio marron, aveva una marcia in più, rispetto alla sorellona.

Nell’attimo in cui lo premetti il tasto UKW, sentii un tale Olindo, parlare al telefono in dialetto, con un tizio che chiedeva se “te me pui metar su Ramaya par ea Rosana de Vigodarsere”. Stupefacente, mi si aprì un mondo, in quel momento passai il confine delle onde medie e non ci feci più ritorno.

Nei minuti successivi fu un incessante andirivieni tra gli 88 e i 108 Megahertz alla scoperta di quella nuova terra promessa. 

Oltre al fatto che ci voleva quasi un quarto d’ora prima che iniziasse a emettere un suono, il vecchio armaron a valvole e le sue, altrettanto vecchie onde medie, non offrivano una grande varietà di scelta in ambito musicale; li, a dettar legge, c’era Lelio Luttazzi e la sua hit parade. La piccola radio marron al contrario sembrava un jukebox; si rivelò presto uno scrigno contenente nuovi orizzonti musicali e, l’andare su è giù per la banda FM, diventò uno dei miei passatempi preferiti, nonché valvola di sfogo. 

La Michael Zager Band con Let’s all chant, rischiò di farmi diventare mezzo sordo; mentre, Jane Birkin con Je t’aime moi non plus, … mezzo cieco. 

Nessuno dei fioi dea vietta, credeva alla storia della radio sui paeassoni di Marghera. “Cori, cori, va in mona”; Giorgio Bortolozzo, il decano della compagnia, pensava stessi prendendo tutti per il culo. Gli unici interessati alla faccenda erano i miei fidi compagni di merende Tito Carniato e Bicio Busatto; frequentavano la sezione staccata, seppur all’oscuro riguardo l’interdisciplinarietà e cazzate varie, gli era arrivato all’orecchio che uno di terza della sede centrale era stato ospite in una fantomatica trasmissione radio. Dopo averli portati al cospetto dell’illustrissimo Lanza, decisero che era il caso di andare in missione esplorativa. 

Il giorno fissato, i due soci, visto il quartiere nel quale dovevamo recarci, “par no’ saver ne esar e ne scrivar”, come si dice da noi, si presentarono armati. Tito si era procurato un pesante caenasso, che ufficialmente serviva per legare le bici, mentre Bicio aveva con sé la sua fida Oklahoma ad aria compressa e, una scatola zeppa di pallini in gomma; in effetti, il solo pensare di metter piedi, anzi, le ruote delle biciclette, alla CITA, ci faceva tremare il culo non poco.

Grazie alle indicazioni del Lanza, trovammo quasi subito il posto; due vetrine oscurate da tende nere, sembrava una rivendita di casse da morto. Che era la sede della radio, lo capivi solo dall’etichetta appiccicata sul minuscolo campanello; probabilmente, considerato il luogo dove si trovava, era necessario mimetizzarla per bene.

Ragazzi, desiderate …”; improvvisamente si materializzò uno smilzo riccioluto. Fortunatamente, d’istinto mi uscirono le parole Memola e interdisciplinarità e, in una frazione di secondo, fummo fuori dalla situazione di imbarazzo in cui ci eravamo cacciati, guadagnando istantaneamente l’accredito per un tour guidato, nella bottega che nascondeva una radio libera.

Se, come ho detto, l’arrivo alle medie, poteva paragonarsi a un atterraggio su Marte, quella radio, era l’astronave che mi ci aveva trasportato. L’insieme di aggeggi che servivano a “fare radio”, pieni di luci e levette, faceva sembrare quella stanzetta semibuia, la plancia di un’astronave. Quello che la rendeva ancora più affascinante era che, ai comandi, c’era una persona sola; un solitario cosmonauta identico a Angelo Branduardi.

Una volta, in televisione, mostrarono lo studio dal quale andava in onda “alto gradimento”; la regia sembrava la sala di controllo di Cape Canaveral, si vedeva uno stuolo di camici bianchi intendi a spingere bottoni e menar leve. Renzo Arbore citava sempre “quelli dietro il vetro”, riferendosi ai tecnici in regia; sarà che era la radio dei paeassoni de Marghera ma li, dietro il vetro, non c’era nessuno; anzi, non c’era nemmeno il vetro. Era tutto racchiuso in un’unica, buffa stanza, ricoperta da quelli che sembravano cartoni per le uova. 

Il cugino di Branduardi ci invitò a dire qualcosa; noi, facce rosse e scena muta. Ci chiese se volevamo fare delle dediche; noi, facce rosse, scena muta e tre teste che, in perfetta sincronia, facevano no. Parlò lui per noi, ci presentò come tre giovani sognatori desiderosi di cimentarsi nella meravigliosa avventura di fare radio. Ci guardammo con l’espressione della serie, “se lo dice lui”.

Alla fine di quella che, ancora non sapevamo, essere la nostra prima esperienza radiofonica, tornammo a casa con le tasche piene di adesivi e, … di sogni; il tipo, in effetti, ci aveva azzeccato; da quel giorno, prese forma la passione di una vita.

Non appena arrivai a casa tirai fuori il pacco di adesivi; ne appiccicai subito uno a fianco della spilla gialla “nucleare no grazie”; l’insieme rendeva ancora più figa la tracolla verde militare che, grazie alla generosità del cugino Roberto, aveva sostituito la cartella delle elementari; poi, con mano tremolante, feci il numero della radio; 

  • volevo dedicare m’innamorai del Giardino dei Semplici”;
  • “a chi?”
  • “ah si, a Consuelo”
  • “da parte di chi?”
  • “ah giusto, … mmm … da parte … del sognatore mascherato

Visto che ci sono, ne approfitto per dire, alle varie Consuelo, Valeria, Paola, Eleonora, Roberta, Manuela, Silvia, ecc. che, se non l’avevano già capito, il “sognatore mascherato”, ero io.

Io e i miei coetanei, eravamo assai precoci e, già a quel tempo, coltivavamo interessi tipici degli adulti. Mentre la maggior parte, non faccio nomi, erano dediti alla lettura di “le ore”; alcuni, si erano abbonati a ben altre tipologie di riviste. Nel numero di dicembre 1977 di Elettronica Pratica, campeggiava la scritta “nuovo e potente trasmettitore FM”. Si accese la miccia, nei primi giorni del 1978, l’aggeggio era ben che costruito e inscatolato dentro un portasapone giallo.

Il giorno della “prima”, l’adrenalina era a mille; venni incaricato del “controllo di qualità” ovvero, capire se, l’aggeggio funzionava ma, soprattutto, che distanza riusciva a coprire. Per adempiere alla missione, fissai con del fil di ferro al manubrio della mia fida Atala color verde evidenziatore, la mitica radio marron, dotata per l’occasione di sei Superpila nuove di zecca.

Sa, sa, sa … prove tecniche di trasmissione”; indimenticabile quel momento, sembrò un miracolo sentire la voce tremolante di Bicio, uscire dalla mia piccola radio marron, quella stessa radio dalla quale, poche ore prima, era uscita la voce di Renzo Arbore. Tito uscì fuori tutto eccitato, si divertiva a scuotere l’antenna fissata su una canna di bambù. L’avevo visto far tiri del genere, due mesi prima, quando la Betty della 1^ F gli fece intendere che, ea ghe stava.

Meti su qualcossa che parto” gli gridai mentre salii in sella; iniziai a pedalare con le prime note di don’t go breaking my heart. Purtroppo, dopo poche centinaia di metri Elton John & Kiki Dee, si fecero flebili fino a svanire definitivamente. Non era importante; ora avevamo la nostra radio libera, la meravigliosa avventura era iniziata. 

Gasatissimo; spinsi a tutta forza la fida Atala in direzione di casa; i miei, dovevano assolutamente sapere che avevano il figlio minore mezzo Guglielmo Marconi e mezzo Renzo Arbore.

Ah si ciò, e chi vusto che te ‘scolta”; sentenziò quello col master in psicologia dell’età evolutiva, ovvero mio padre.

Quella sera non cenai; passai tre buone ore, disteso a letto con le mani dietro la nuca, prima di addormentarmi. Mio padre aveva ragione; non bastavano un trasmettitore, un’antenna e un microfono; dovevi avere anche qualcosa da dire; una qualche idea su come condurre un programma. Persino quel boarotto di Olindo che trasmetteva sui 94Mhz aveva un buon numero di ascoltatori seppure, si esprimesse, con un linguaggio, per usare un eufemismo, un po’ country.

Quel comunista mangia bambini di mio zio Bruno, diceva che a differenza della dittatura, dove non puoi parlare, in uno stato democratico come l’Italia, puoi parlare ma, non ti ascoltano. In effetti quello dell’ascolto in genere, è sempre stato, per me, specie in famiglia, un grosso problema. 

Non mi rassegnavo a credere che l’entusiasmo del pomeriggio precedente fosse solamente un fuoco di paglia; decisi di chiedere una consulenza, proprio allo zio Bruno. 

Rispetto a mio padre, il feedback fu completamente diverso; a parte il fatto che la cosa venne festeggiata con un bicchierino di alcol e tossicissimo E123, commercialmente noto come Rosso Antico. Il compagno zio Bruno mi riferì che i romagnoli della sezione “Karl Marx”, tra parentesi, i più cattivi e convinti compagni esistenti sul territorio italiano, avevano fondato già da tempo una radio libera. Era fiero di avere un nipote, che avrebbe osato contrastare il potere della radio di stato, assoggettata ai bigotti democristiani. 

A dire il vero, il mio scopo era di usare le onde radio, per assoggettare le mie coetanee e, contrastare il potere di Mauro Baldan & company, il gruppo dei “grandi”, che polarizzava l’attenzione delle squinzie; ma, non potevo tradire le aspettative di un autentico comunista; gli sarebbe caduto il palco e, anche qualcos’altro.

Zio Bruno per caricarmi di entusiasmo; citò nientepopodimeno che Ghandi; “pensare con la propria testa senza lasciarsi condizionare è indice di coraggio”. Intendeva dire che, invece di seguire come un pecorone la massa e, mandare in onda le canzonette di Alan Sorrenti & c., avrei dovuto darci dentro con Bandiera Rossa e Guccini.

Per non far torto a nessuno, quello stesso pomeriggio, chiesi udienza all’antagonista per eccellenza del compagno Bruno Semenzato ovvero, don Gianni “el falso”. In preda all’euforia galoppante, mi era balenata l’idea di chiedere all’influente prelato, un locale del patronato per la sede della radio. 

Quel giovane cappellano che nella mia parrocchia, era designato alla formazione morale dei giovani, mi sottopose ad un vero e proprio interrogatorio stile inquisizione; dovetti confessargli, in ordine e senza obbligo del sigillo sacramentale, come mai ci era venuta in mente ‘sta cosa, chi aveva costruito le correlate apparecchiature demoniache e che tipo di robe volevamo trasmettere.

Probabilmente, a causa dell’alito che ancora emanava Rosso Antico, il prete mi trattò da indemoniato, cacciandomi in malo modo dal suo studio e, asserendo che da certe robe, un bravo ragazzino cattolico come me, doveva starne alla larga. Inoltre, io e gli altri due posseduti dal demonio ci saremo dovuti presentare l’indomani pomeriggio, dopo scuola, per tinteggiare la ringhiera del campetto, assieme al gruppo dell’ACR; sana attività che ci avrebbe tenuto lontani da certe idee progressiste.

Capii solo in seguito, che, certi preti accentratori e maniaci di protagonismo come lui, erano soliti soffocare qualsivoglia iniziativa che non partisse da loro o dalla loro cerchia di fedelissimi. Lo dimostrò il fatto che, nemmeno tre mesi dopo, promosse l’iniziativa, di istituire una radio parrocchiale, puntualmente naufragata ancor prima di nascere.

Fu così che, con la famiglia e i preti contro ma, i comunisti a favore, smisi anzitempo di giocare con i soldatini Atlantic per dedicarmi alle mie passioni emergenti; la radio e le squinzie. Ancor oggi, se me lo chiedete, non so quale delle due sia predominante.

“Tanto no’ te ‘scolta nissuni”; mio padre non c’è più ma, continuo a sentire la sua incoraggiante voce. “Xe inutie che ti te daghi tanto da far, no’ ti rivarà mai a essar come jorillà”.

Sior Ottorino, ha sempre diviso l’umanità in due sole caste; gli jorillà, ovvero i rotti in culo e i noialtriqua, gli sfigati. Per lui, qualsiasi azione intraprendessi, finalizzata al salto del muro che separava le due caste, era solo energia sprecata.

Anche mio zio Bruno se ne è andato e con lui tutti i comunisti, anzi no, è rimasto il papa, ironia della sorte, unico comunista sulla faccia della terra. 

Don Gianni è sparito, ma non i sensi di colpa. Continuo a sentirlo ripetermi che devo smetterla di abusare del microfono; l’esibizionismo, tranne quello dei preti, è peccato. Ora di preti ce ne sono sempre meno e non trovo nessuno di fidato a cui confessare che non riesco proprio ad ottemperare a quei comandamenti che iniziano per “non desiderare”.

Quel comunista da bar dello zio Bruno, nel senso che frequentava più il bar che la sezione; invece, non si fa più sentire. Spero non sia vero quel che si dice, ovvero che per quei miscredenti di compagni, una volta passati di la, finisce a schifio; che peccato, era l’unico supporter che avevo. 

Su di un’altra cosa aveva ragione mio padre; la cartella delle elementari sarebbe durata in eterno; in effetti, ce l’ho ancora. Dentro sono custoditi alcuni cimeli, tra cui il famoso pacco di adesivi e una cassetta PHILIPS C-60 nella quale è registrata una delle mie prime trasmissioni; quando la ascolto, ho l’impressione che, la mia voce e le canzoni che mandavo in onda, sprigionino un odore di naftalina.

La vecchia cartella è piena zeppa anche di, “se fossi” e, “se avessi”; una miriade di rimpianti e sguardi all’indietro che, quando la apro, ne esce una pesante zaffata di insoddisfazione; a tutto questo, si aggiunge l’angoscia del boomer.

Bisogna ammetterlo, la mia generazione non ha vissuto grandi drammi come la guerra e la povertà diffusa; per la maggior parte di noi, la vita è stata un gigantesco luna park. Il problema è che adesso, per citare san Paolo, “il tempo si è fatto breve” e, qualcuno o qualcosa, ti fa intendere che, da un momento all’altro, potresti dover scendere dalla giostra, per far posto a chi è più giovane di te. Tu non ci stai, non vuoi accettarlo; la prima cosa che fai è far finta di niente; giochi a nascondino con i problemi che ti si presentano poi, come un bambino capriccioso, punti i piedi e inizi a frignare. Ti prende la rabbia, perché ci sono ancora un sacco di cose che non hai potuto fare o avere. 

Nonostante tutto, grazie a quello spilungone del Lanza e ai miei amici bisognosi di applausi, rimango qui, solo davanti ad un microfono con l’angoscia che non ci sia nessuno in ascolto ma convinto che, di tutto ciò che trasmetto nell’etere, forse, ne rimarrà traccia per l’eternità. Qui, a smanettare ancora con la manopola di sintonia della radio, fino a quando non trovo la canzone che, riesce a dare una svolta alla mia giornata. Qui, ad imparare ad ascoltare più che a parlare. Qui, a raccontare piccole storie di piccole radio.

Firmato

Il sognatore mascherato

Liberi .. Liberi

Ci fosse stato
Un motivo per stare qui
Ti giuro, sai
Sarei rimasto, sì
Son convinto che se
Fosse stato per me
Adesso, forse, sarei laureato
E magari se lei
Fosse stata con me
Adesso sarei sposato

Se fossi stato
Ma non sono mai stato così
Insomma, dai
Adesso sono qui
Vuoi che dica anche se
Soddisfatto di me
In fondo, in fondo non sono mai stato
Soddisfatto di che
Ma va bene anche se
Qualche volta mi sono sbagliato

Eh
Liberi, liberi siamo noi
Però liberi da che cosa
Chissà cos’è?
Chissà cos’è?
Finché eravamo giovani
Era tutta un’altra cosa
Chissà perché?
Chissà perché?
Forse eravamo stupidi
Però adesso siamo cosa
Che cosa che
Che cosa se
Quella voglia, la voglia di vivere
Quella voglia che c’era allora
Chissà dov’è?
Chissà dov’è?

Che cos’è stato?
Cos’è stato a cambiare così
Mi son svegliato ed era tutto qui
Vuoi sapere anche se
Soddisfatto di me
In fondo, in fondo non sono mai stato
Soddisfatto di che
Ma va bene, anche se
Se alla fine il passato è passato

Eh
Liberi, liberi siamo poi
Però liberi da che cosa
Chissà cos’è?
Chissà cos’è?
E la voglia, la voglia di ridere
Quella voglia che c’era allora
Chissà dov’è?
Chissà dov’è?

E cosa diventò, cosa diventò
Quella voglia che non c’è più

Cosa diventò, cosa diventò
Che cos’è che ora non c’è più

E cosa diventò, cosa diventò
Quella voglia che avevi in più

Eh
E cosa diventò, cosa diventò
E come mai non ricordi più, eh

©1989 – Vasco Rossi, Tullio Ferro

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Nato sotto il segno dei pesci

Ho camminato tanto, camminato per dimenticare, camminato per piangere senza farmi vedere, camminato perché ero talmente felice e eccitato da non riuscire a dormire; camminato semplicemente perché ero solo e non avevo altro da fare o, non potevo fare altro. Ho camminato più di notte che di giorno; la notte è passione, malinconia e romanticismo; fonte di ispirazione, l’ambiente ideale dove si muovono fantasmi, vampiri e solitari introversi come me.

All’ora in cui arrivo, se ne stanno ormai andando via tutti; rimango solo nello studio, spengo le luci principali e mi godo, con in bocca il gusto dell’ultimo caffè della giornata, la magica penombra creata da una costellazione di lucette colorate e monitor vari; sono pronto anche stanotte, solitario comandante di un’astronave che, alla velocità delle onde radio, attraversa l’universo dell’etere.

Il giorno ha occhi, la notte ha orecchie, recita un vecchio proverbio persiano; momento ideale per fare radio. Mi piace usare questo termine; fare, è molto più poetico di lavorare, anche perché, un lavoro non lo è mai stato, nel senso di quello che mi serve per portare a casa la pagnotta o, come lo definiscono i maghi dell’economia, il core business ma, piuttosto, giusto per storpiare le parole, un cuore business perché, la radio va fatta con il cuore.

Quand’ero bambino, odiavo la radio, o meglio, certi suoi ascoltatori, tipo mio fratello che, la teneva accesa tutta la notte, posizionata in modo precario nell’unico comodino che avevamo in comune; ma, molto di più odiavo quelli che, nelle grigie e tristi domeniche invernali, passeggiavano con la radio all’orecchio ascoltando “tutto il calcio minuto per minuto”. Ora, rimane solo l’antipatia verso certi tipi che ci lavoravano; quelli che urlano frasi in inglese maccheronico e straparlano sopra le canzoni; credo perché, a noi introversi, danno fastidio le persone che vogliono mettersi in mostra. La verità, difficile da ammettere è che, allo stesso tempo, vorremmo essere al loro posto; perché, intimamente la maggior parte di noi, cova il segreto desiderio di essere scoperto.

E’ per questo che, attratto come l’orso dal miele, sono finito dentro una radio, a fare radio. Il posto giusto per uno come me; nascosto dietro un microfono, nessuno mi avrebbe visto e quindi, potevo far credere di essere chissà chi, libero di fingere come non mai; un social network ante litteram che mi avrebbe dato la possibilità di, far el figo, per dirla in volgo locale. Mi sarei fatto conoscere da un sacco di persone senza espormi più di tanto; il massimo del risultato con il minimo sforzo eh si, perché, oltre a essere introverso sono anche un pigro patentato. E’ successo che, citando Ligabue, le canzoni sanno chi sei molto meglio di te e, a forza di metterle su, come diciamo noi; non ci hanno messo molto a sgamarmi per cui, e solo dentro questa specie di cubo fonoassorbente, dal quale parlo quasi ogni notte che, ironia della sorte, riesco a essere veramente me stesso.

Resta il fatto che nessuno mi vede, chi mi ascolta può solo immaginarmi, basandosi solo su ciò che racconto. Già, raccontare, oggi, prima di venire qui, ho acquistato dai cinesi per pochi euro un taccuino, imitazione del famoso Moleskine. Senza fatica, le pagine si riempiono velocemente; dalla penna esce la mia storia e quelle di tanti altri amici che hanno vissuto la magica esperienza di fare radio ma, soprattutto, risuonano le canzoni legate a quelle storie perché, come dice non so chi, ci sono canzoni che quando le ascolti diventano persone, luoghi, pioggia, sole, caldo, freddo, gioia e tristezza.

Sono nato sotto il segno dei pesci, sia nella vita che in radio. Marzo 1978, in quel mese, compivo gli anni, usciva “sotto il segno dei pesci” di Antonello Venditti e, in una giornata maledettamente piovosa, rintanato nella mansarda di un palazzone popolare, con la mano tremolante, feci scivolare, per la prima volta, il cursore del mixer, dove, a matita, stava scritto MIC, balbettando qualcosa che non ricordo più, mentre, in sottofondo, il buon Venditti, mi dava la forza per vincere la mia proverbiale timidezza. Risale a quel periodo anche il mio nome d’arte, con il quale, tutt’ora sono universalmente conosciuto; questo mi permette di fare la doppia vita, come un super eroe che, nel mio caso, assomiglia più a SuperPippo che a SuperMan.

Quasi una vita passata a metter su canzoni; sembra ieri quando, con un certo affanno, le mie dita scorrevano velocemente tra gli scaffali stracolmi di dischi per cercarle mentre ora, è sufficiente digitarne il titolo. Alla fine, però da quel marzo 1978, nulla è cambiato; sono sempre più convinto che la gente, me compreso … tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore.

Sotto il segno dei Pesci … ascolta il podcast

Racconto tratto dalla raccolta PICCOLE STORIE DI PICCOLE RADIO – © 2018 Michele Camillo