Da sempre ho un certo feeling con gli ultimi posti.
Fin da piccolo, quando mia zia preparava pane, burro e zucchero per tutta la masnada dei cugini, io ero immancabilmente l’ultimo della fila e spesso rimanevo a bocca asciutta, un vero e proprio trauma infantile. Una costante nella mia vita.
In chiesa, quando da ragazzo ci andavo, mi sedevo sempre all’estremo dell’ultima panca in una delle file laterali.
Sceglievo quel posto, non perché mi sentissi un peccatore come il pubblicano della parabola, non avevo ancora quel tipo di consapevolezza spirituale, ma piuttosto per tenere le distanze da un certo mondo che, francamente, non mi piaceva.
Dopo la Cresima, mentre la maggior parte dei miei coetanei evaporava come neve al sole, io invece continuai a frequentare la parrocchia. Non per slancio mistico, ma per una più umana, e disperata, necessità: trovare un luogo dove sentirmi visto, considerato, magari perfino valorizzato. In famiglia non venivo considerato, fuori venivo bullizzato. Speravo, ingenuamente, che lì dentro, almeno lì, avrei trovato amici veri.
E invece no. Peggio che “fuori”, come i preti chiamavano con disprezzo tutto ciò che non ruotava attorno alla parrocchia. Sembrava un’azienda: se rientravi nelle grazie del parroco, magari perché eri figlio di o eri una bella gnocca di ragazza, valevi qualcosa. Altrimenti, specie se eri uno pieno di dubbi che faceva domande imbarazzanti, ti consideravano una presenza scomoda, una sorta di pezza da piedi liturgica.
Eppure, nonostante questo, continuavo ad andare a messa. Non tanto per fede, quanto per puro e semplice terrore. Mia nonna paterna e i catechisti mi avevano instillato una paura viscerale dell’inferno: un girone eterno di fuoco e rimorsi riservato a chi sgarrava anche solo un po’. Così, per non sapere né leggere né scrivere, e per evitare eventuali eterni barbecue, pensavo che fosse meglio adempiere malvolentieri a certi obblighi al fine di evitare che finisse a schifio.
In pratica, la messa e i suoi annessi e connessi, era la mia polizza assicurativa ultraterrena. Non sapevo bene cosa coprisse, ma non volevo correre rischi.
Ero convinto che la pensasse allo stesso modo anche quella ragazzina che, come me, si sedeva sempre nei banchi in fondo. Aveva un’aria un po’ dimessa, appartata, e proprio quel suo modo discreto di esistere mi attirava. Non la conoscevo, la vedevo solo da poche settimane, o forse, c’era sempre stata, ma io non l’avevo mai davvero notata.
Una cosa era certa: era timida quanto me. Quando arrivava il momento del segno della pace, ci sfioravamo appena la mano, come se avessimo paura di disturbare. Eppure, in uno di quegli istanti sfuggenti, riuscii a incrociare i suoi occhi. Verdi. Bellissimi.
Notai che arrivava in chiesa con un certo anticipo. Così iniziai anch’io ad arrivare un po’ prima della messa, con la speranza, nemmeno tanto sottile, di avere qualche minuto in più per osservarla. Lei restava assorta, forse pregava. Iniziai a pregare anch’io… che capitasse finalmente un’occasione per parlarle. E il miracolo arrivò.
Una domenica dimenticò il pullover sul banco. Avrei potuto correrle dietro e restituirglielo, ma preferii adottare una strategia più raffinata: usarlo come pretesto per saperne di più.
Mi fiondai da suor Teresa, madre superiora e archivio vivente della parrocchia. Un’impicciona di alto livello, aggiornata in tempo reale su chi entrava, usciva e pure su chi avrebbe dovuto entrare ma poi aveva cambiato idea.
Dopo un quarto d’ora, uscii dalla sagrestia con un dossier completo di profilo psicologico, più dettagliato di un rapporto dei servizi segreti. Si chiamava Carolina S., figlia di Giovanni S., il nuovo custode dell’impianto di depurazione. Ultima di quattro figli, gli altri tre maschi.
Ma suor Teresa mi mise anche in guardia: “È una tipa strana,” disse. Gemma, figlia di siora Tersilla gli aveva riferito che a scuola Carolina si sedeva sempre all’ultimo banco, non parlava con nessuno e prendeva voti piuttosto bassi.
A me, però, quel profilo da creatura silenziosa e incompresa non faceva paura. Anzi, mi sembrava familiare. Forse perché, sotto sotto, io ero esattamente come lei.
Prima di congedarmi, suor Teresa mi posò una mano sulla spalla e mi disse, con un sorriso che sapeva di complicità: “Vedi un po’ di tirarla in qua, quella ragazza.”
Fu come se per un attimo il mondo mi riconoscesse. Mi sentii felice, davvero felice, era una delle rare volte in cui qualcuno mi mostrava fiducia, come se potessi davvero fare qualcosa di bello. Come se valessi.
Tra le tante informazioni che mi aveva passato, ce n’era una che mi colpì più delle altre: quella “strana” ragazza aveva l’altrettanto strana abitudine di salire sulla sommità della “collinetta”, un’anonima montagnola di terra di riporto, avanzata dagli scavi per il canale del depuratore, e starsene lì, ad ascoltare la radio a tutto volume.
Io lo sapevo cosa voleva dire essere considerato “strano”. Lo ero anch’io, e sapevo che noi strani abbiamo i nostri piccoli riti, i nostri luoghi sacri, le nostre abitudini silenziose. Se Carolina, sì, ormai sapevo il suo nome, era davvero come me, allora l’avrei trovata lassù.
Dopo pranzo presi il pullover, montai in sella alla bici e iniziai a pedalare verso la zona del canale scolmatore. Più mi avvicinavo, più il cuore accelerava, come se volesse anticipare l’incontro.
E poi successe. Prima, lontano, un suono: una musica che si perdeva nell’aria, portata dal vento. Un buon segno. Un presagio. E subito dopo, eccola.
Era lì, in cima a quella collina di niente, con lo sguardo perso verso l’orizzonte, come se cercasse qualcosa che non sapeva nemmeno lei. Il vento le agitava la coda di cavallo, e ogni tanto una ciocca le attraversava il viso. Vederla fu come ricevere un’impronta indelebile: qualcosa mi colpì dritto al cuore e si incise nell’anima, senza chiedere il permesso.
In quel momento, prima ancora di dirle una parola, capii che non era solo curiosità quella che mi spingeva verso di lei. Era qualcosa di più profondo. Forse tenerezza. Forse qualcosa che assomigliava già a una forma primitiva d’amore.
Stranamente non era sorpresa nel vedermi, sembrava mi stesse aspettando ed ebbi l’impressione che quel pullover se lo fosse dimenticato apposta.
“Te lo sei dimenticato”; dissi quasi balbettando.
“Grazie”; rispose con un filo di voce.
Menomale che c’era la radio accesa perché non sapevo proprio come proseguire la conversazione; quell’imbarazzante silenzio tra noi due mi parve eterno.
“Ma tu, come facevi a sapere che ero qui?”
“E adesso che gli dico?”, pensai. Mi prese una sorta di panico. Non potevo di certo raccontargli della mia piccola indagine su di lei.
“Cosa stai ascoltando?” Nella vita, sono da sempre stato un esperto nello sviare discorsi e domande imbarazzanti.
“Il rumore del treno; quello va verso il mare, vero?” Indicò con lo sguardo malinconico il treno che stava sfrecciando li vicino.
Certo che era veramente strana. Vabbè, visto che voleva parlare di treni e di mare la accontentai. Gli raccontai della miriade di parenti che avevo nella direzione nella quale andava il treno. L’avevo preso tante di quelle volte che conoscevo tutte le fermate a memoria. Le spiegai che non portava direttamente al mare ma che bisognava scendere a una particolare stazione e poi proseguire in autobus. L’avrei fatto da li a qualche settimana. Finita la scuola sarei andato a passare l’estate al mare da zio Bruno e zia Stella.
“Mi piacerebbe venire con te”
Era lì, con il viso rivolto al cielo, come se la sua frase fosse una verità già detta al vento.
Il tempo, lassù su quella montagnola di terra, si fermò di colpo. Il treno ormai era lontano, un rumore sempre più fioco fino al silenzio. E proprio in quell’istante, come orchestrato da un regista invisibile, dalla radiolina di Carolina partì Run to Me dei Bee Gees. Sembrava che lo speaker ci stesse leggendo dentro.
Le sue parole mi colpirono al petto con la forza quieta delle cose semplici e vere.
Non sapevo cosa dire. Ero turbato, spiazzato, felice e impacciato tutto insieme.
Mi girai appena verso di lei, senza osare troppo.
Ancora una volta cambiai discorso. Gli parlai del mio sogno di mettere in piedi una piccola radio libera, come quella che stava ascoltando. Andai avanti non so quanto con il mio monologo.
“Ci vediamo; ciao” Ad un certo punto prese radio e pullover e, senza nemmeno guardarmi in faccia sparì.
Rimasi come un ebete per più di un’ora sopra la montagnola. Sapevo di aver fatto qualcosa di sbagliato ma, non riuscivo a capire cosa.
Per tutta la notte mi rigirai nel letto senza riuscire a dormire. Era quasi l’alba quando pronunciai ad alta voce “andiamo!”. I miei si spaventarono a causa di quella specie di urlo che avevo cacciato.
La giornata a scuola non passava mai. Quando suonò la campanella dell’ultima ora ero già praticamente in sella alla bici. A casa mangiai in fretta e furia, avevo la sensazione che dovevo fare presto.
Il mio piano era perfetto. Domenica l’avrei fatta salire con me su quel treno che porta al mare e saremo andati a trovare i miei zii. Zia Stella e zio Bruno, due cuori semplici, caldi, pronti ad accoglierla come una di famiglia.
Avevo studiato tutto nei minimi particolari; bisognava saltare messa ma, chi se ne fregava; il buon Dio, se esisteva, mi avrebbe perdonato; in fin dei conti era per un buon fine e, cosa da non poco, avevo l’approvazione di una religiosa.
Pedalavo più forte che potevo. Ma poi il passaggio a livello…
La sbarra era giù. Una fila di auto immobili, facce imprecanti e clacson impazienti. Il treno era lì, fermo, la gente si sporgeva dai finestrini cercando aria e novità.
Imboccai la stradina sterrata che correva lungo la ferrovia, quella che portava su, alla montagnola.
Quando alzai gli occhi, vidi in lontananza qualcosa che mi fece gelare il sangue: lampeggianti blu, un camion dei pompieri, un’ambulanza, volanti della polizia. Una piccola folla si era già formata, come accade sempre quando la tragedia diventa spettacolo.
Il cuore mi cadde.
Non volli avvicinarmi.
Non volli sapere.
Preferii salire sulla montagnola con le gambe tremanti.
E lì, in mezzo al silenzio tagliente, trovai la sua piccola radio. Ancora accesa.
Dall’altoparlante usciva solo il fruscio che si sente quando non c’è nessun segnale radio. Mi avvicinai.
Con mani tremanti, abbassai il volume. Poi chiusi lentamente l’antenna, come si chiude la palpebra di qualcuno che dorme per sempre.
Ogni gesto era una carezza, un addio. Era come se, nel sistemare quella radio, stessi ricomponendo il suo corpo che, lo sapevo, era lì poco distante, nascosto sotto un lenzuolo bianco.
Me la misi sottobraccio.
Poi, senza sapere dove andare, iniziai a pedalare. Forte. Fortissimo. Singhiozzando. Con il cuore in gola e le lacrime che mi annebbiavano la strada.
Volevo prendere insieme a lei quel treno per il mare.
Ma, ero arrivato tardi, troppo tardi, e lei, si era fatta prendere dal treno per il mare che, l’ha portata via per sempre.
Il giorno del funerale non c’era molta gente in chiesa. A dire il vero, la maggior parte dei presenti non erano neppure parrocchiani. Sembravano più che altro curiosi, di quelli attratti non dal dolore, ma dal dramma. Il suicidio, si sa, attira sempre un certo tipo di attenzione storta, morbosa.
I “veri” frequentatori della parrocchia forse si vergognavano di partecipare al funerale di una sfigata, come qualche mio “fratello” o “sorella” l’aveva definita.
D’altronde Carolina non conosceva quasi nessuno. E quasi nessuno la conosceva. Tranne me.
Il suo posto, all’ultimo banco della fila laterale, era vuoto. Mi sedetti lì, come fosse l’unico gesto sensato da fare. Una piccola fedeltà. Poi, a un certo punto, sentii un abbraccio stringermi forte. Era suor Teresa.
Mio padre mi aveva sempre ripetuto che un uomo vero non deve piangere. Ma in quell’istante, con quell’abbraccio improvviso e materno, crollai. Le parole uscirono rotte, quasi senza voce:
“Non ho fatto in tempo…”
Suor Teresa si sedette accanto a me, mi prese la mano con dolcezza. “Coraggio,” sussurrò. “Ora lei è dappertutto. Non cercarla al cimitero. Troverai Carolina in tutti i luoghi in cui sceglierai di ricordarla. Il tuo amore per lei è vivo, e lo sarà per sempre. E sai una cosa? Puoi ancora far qualcosa per lei. Puoi costruire qualcosa in suo nome.”
È inutile dire che quello che è successo a Carolina ha segnato la mia vita. Ha scardinato tutte le poche certezze che avevo. Ha mandato in crisi la mia fede, o almeno quella che credevo fosse fede.
Mi ha lasciato addosso la sua fragilità. Ma col tempo ho imparato che anche la fragilità può essere un dono: ti costringe a guardare più a fondo, con più umanità, con più verità.
Mi ha trasmesso la paura di lasciare. Lasciare qualcuno che forse non ho mai amato veramente, per paura che possa fare lo stesso suo gesto estremo. È una paura ingombrante. Ma è reale. E, purtroppo, non è mai passata.
Eppure, non mi ha lasciato solo con la paura. Mi ha lasciato anche una missione. Una possibilità.
Suor Teresa mi aveva detto: “Puoi costruire qualcosa in suo nome.” E io l’ho presa in parola.
Anzi, ho fatto di più.
Ho costruito qualcosa che porta il suo nome.
Non ho mai dimenticato quel breve momento in cima alla montagnola di terra, quel frammento di eternità che ci è stato concesso.
In uno dei tanti pomeriggi silenziosi che passavo lassù, seduto accanto alla radiolina che era stata sua, girando le manopole per sentirla ancora un po’ vicina, inciampai in una trasmissione curiosa. Un tizio stava raccontando la storia di una fantomatica Radio Caroline.
Quel nome mi colpì al petto come un sussurro.
Ascoltai.
La voce narrava di una radio pirata che, negli anni Sessanta, trasmetteva da una nave ancorata in acque internazionali, al largo delle coste inglesi.
Quel racconto mi affascinò, aveva un’aura romantica. Che figata quella radio pirata, mandava in onda la musica che le emittenti ufficiali censuravano, abbattendo muri, ignorando confini, accendendo sogni. Aveva dato voce a chi non ne aveva, aveva fatto volare in alto i Beatles, i Rolling Stones e tanti altri.
Mi vennero i brividi. Era come se quel racconto parlasse direttamente a me. A noi.
Fu in quel momento che capii una cosa semplice e immensa:
su quella collina di terra apparentemente inutile erano nate due forme d’amore indistruttibili.
Una per Carolina.
E una per la radio.
E così, con il tempo, nonostante le paure, nonostante le ferite, nonostante il non credere più in molte cose che prima mi sembravano certezze, ho realizzato un sogno.
Un sogno che ha il suono della sua voce, l’eco delle sue mani timide, il profumo del vento tra i suoi capelli.
Ho realizzato il mio grande sogno di “fare radio”. Ho creato una piccola emittente. Una radio semplice, senza pretese. Ma vera.
L’ho chiamata Radio Carolina.
If ever you got rain in your heart,
Someone has hurt you, and torn you apart,
Run to me whenever you’re lonely
Run to me if you need a shoulder
Now and then, you need someone older,
So darling, you run to me.
And when you’re out in the cold,
No one beside you, and no one to hold
And when you’re out in the cold,
No one beside you, and no one to hold
So darling, you run to me.
Se mai avessi la pioggia nel cuore,
Qualcuno ti ha ferito e fatto a pezzi,
Corri da me ogni volta che ti senti sola
Corri da me se hai bisogno di una spalla
Ogni tanto, hai bisogno di qualcuno più grande,
Tesoro, corri da me.
E quando sei fuori al freddo,
Nessuno accanto a te, e nessuno da abbracciare,
Tesoro, corri da me.
Da “Run to me” – Bee Gees
Anima sbiadita … ascolta il podcast
Racconto tratto dalla raccolta PICCOLE STORIE DI PICCOLE RADIO – © 2025 Michele Camillo