Interferenze

Ma chi cazzo era quello?” si capiva che ad Alfredo De Vincenzi, comandante del volo AZ604 Roma – Venezia; le palle erano girate più forte dei turboreattori del suo MD80. 

Un coglione di quelli delle radio libere”, replicò Carmine Passalacqua, capoturno in torre, omettendo con cura di aggiungere che quel coglione lo conosceva eccome: nome, cognome, indirizzo e pure l’albero genealogico, in quanto segretario dell’assemblea condominiale dei Paeassoni, dove il tizio risiedeva. 

“Dico io, ma non si riesce proprio a beccarli ‘sti idioti della minchia?”  

In realtà, a far incazzare davvero il comandante De Vincenzi non era stata tanto l’irruzione in frequenza del coglione, alias Roberto Ballarin, alias Paperoga, quanto la canzone che aveva mandato in onda. 

Teorema di Ferradini; probabilmente, a causa della maretta che da un po’ agitava le acque con la moglie, gli dava sui nervi più del solito. La trovava insopportabile. Straziante. Tossica. 

Sarebbe da segargli il palo dell’antenna e ficcarglielo dove so io”; sbottò, non era proprio una gran giornata per il De Vincenzi. 

Carmine sudava freddo. Se solo il comandante avesse saputo che l’antenna in questione stava proprio sopra la sua testa, al civico 69 dei Paeassoni, sede della famigerata SolaRadio, l’avrebbe crocifisso a testa in giù sulla sommità della torre di controllo. 

Per fortuna i due si conoscevano dai tempi gloriosi dell’Aeronautica Militare: uno ufficiale pilota, l’altro sottufficiale di torre. Carmine, uomo del sud e con la parlantina giusta, decise di giocarsi quella carta. 

Con un mezzo sorriso e un tono da film di mafia, gli disse che, senza smuovere troppo le acque, bastava fare una chiacchierata con una certa persona, e il problema si sarebbe risolto da solo. 

La questione si chiuse con un caffè offerto da Carmine al De Vincenzi. Poi i due, come da tradizione, ripresero a parlare di figa e di calcio. Come se niente fosse successo. 

La routine settimanale del sior Sergio era precisa come un orologio svizzero. Il sabato mattina, alle nove in punto, apriva il suo “laboratorio”, che poi era il garage, ma lui lo chiamava così per darsi un tono, e si metteva a trapoear, come diciamo noi da queste parti. 

Ci restava fino a quando siora Marisa, sua moglie, non si affacciava alla finestra per annunciare che il pranzo era pronto, con quel tono di voce che si sentiva ben oltre il piazzale della chiesa e che non ammetteva repliche. 

Carmine conosceva bene quella liturgia. Così, alle nove e un secondo, cronometrati con la precisione di un cronista sportivo, si presentò davanti alla porta del garage. Puntuale come una tassa, e forse pure più sgradito. 

Ohi teron, ‘safemo par i tombini?”; sior Sergio gli ricordò dell’impegno che si era preso in assemblea. 

«Ohi polentone, e invece cosa facciamo per l’antenna?» ribatté Carmine, serio come un verbale d’inchiesta, con il tono da ex maresciallo di prima classe dell’Aeronautica Militare che parla a un suo sottoposto un po’ svanito. 

All’inizio sior Sergio non colse il senso della replica. Poi, quando Carmine nominò un certo comandante Alfredo De Vincenzi, lo sguardo gli si congelò in faccia. Sbiancò come una parete appena imbiancata. 

Andò completamente in tilt. 

Uscì di corsa sul vialone. Sembrava ipnotizzato, e mormorava parole misteriose come «spurie», «armoniche», «filtro passa-basso», come se stesse lanciando incantesimi da un manuale di elettronica. 

«Questo mi sviene», pensò Carmine, colto da un mezzo rimorso. Forse aveva esagerato con la storia del comandante, le denunce, la Polizia Postale… ma in fondo, un po’ di pressione serviva. E poi durò un attimo. 

Giusto il tempo di vederlo fissare, stralunato, il tetto e sentirlo inveire in ostrogoto contro certi “giovanotti” che conosceva fin troppo bene. 

Poi si voltò, con aria più lucida, e fece cenno a Carmine di avvicinarsi. Indicò l’antenna. 

Carmine si beccò una lezione di radiotecnica in versione popolare, metà dialetto, metà libro di testo della mitica Scuola Radio Elettra degli anni Sessanta; per capire che uno dei quattro dipoli, chiamato volgarmente “pettine”, era stato orientato alla cazzo, e proprio verso l’aeroporto. Oltretutto, questo mandava a puttane la delicata taratura di antenna e trasmettitore. 

Stavolta toccò a sior Sergio pagare il caffè a Carmine e rassicurarlo dicendo, da bravo uomo del nord, che avrebbe provveduto a sigarghe soe rece a certe persone. 

Il processo cominciò lo stesso pomeriggio, nello sgangherato studio di SolaRadio. Il giudice, alias sior Sergio, troneggiava dietro il bancone del mixer; noi, quattro imputati, allineati di fronte come scolari indisciplinati. 

«Qua, ‘stavolta, ‘ndemo a finir sul Gasetin!». Con questa battuta, ci introdusse la storia dell’atterraggio del volo AZ604 e di quella strana vocina che, annunciava la canzone “Teorema” di Marco Ferradini. Un tale comandante Alfredo De Vincenzi, giurava di averla sentita chiaramente in cuffia, mentre era in fase di discesa. 

“Almanco qualchedun che ne ‘scolta”. Paperoga non riuscì a trattenere la lingua, né tantomeno la risata. Ma quando sior Sergio ci raccontò che il Carmine gli aveva detto che si poteva ipotizzare il reato di minaccia alla sicurezza del trasporto aereo, a me, lo ammetto, cominciò a tremare il culo sul serio. Non avevo paura di finire in galera ma, piuttosto della reazione di mio padre; l’ergastolo sarebbe stato nulla a confronto. 

Il colpevole si costituì subito: Tiziano Scarpa, detto Tito, figlio del medesimo sior Sergio. Una carriera da martire lo attendeva. Con lo sguardo basso e le mani in tasca, propose di patteggiare: si offrì di riparare immediatamente al danno causato. 

«Lassa perdar… Ti ga ‘na testa che no ea magna gnanca i porsei», lo liquidò il padre. 

Il vero movente non venne mai esplicitato. Ufficialmente il reo confesso si giustificò asserendo “pensavo che quei da ‘staltra parte i ciapasse mejo ea radio” ma, noi tutti sapevamo che “da ‘staltra parte” in quella direzione abitava una certa Anna Grandesso. Il Tito, era così introverso che nemmeno sotto tortura avrebbe fatto quel nome e dichiarato apertamente lo scopo della manomissione dell’antenna; piuttosto si sarebbe fatto frate. 

La domenica sior Sergio si armò di scala e andò a sistemare. Carmine osservò la scena dal basso e fece pollice in su; sicuro che De Vincenzi non avrebbe più rotto i coglioni. Il comandante De Vincenzi no; ma, qualcun’altro si apprestava a farlo. 

Quella stessa domenica, Tito e io, finita la messa delle undici, detta “la messa beat” per via del massiccio uso di chitarre elettriche, ce ne stavamo appoggiati a una delle colonne del porticato della chiesa, con gli occhi sgranati puntati in direzione di Sara Visentin.  

La tipa si era presentata alla sacra funzione con la minigonna. Andai via di testa e, invece di ascoltar messa, diedi retta a quel diavoletto che, sul muro dietro l’altare, mi proiettò gratis il film dove io, in discoteca, ballavo con lei un lento “sbregamudande”. Grazie a quei pensieri, persi istantaneamente non so quanti punti in graduatoria per il paradiso convertendoli nei medesimi punti triplicati per l’inferno. 

Mi ghe go visto ‘e mudande” sibilai a Tito con un ghigno diabolico, più per provocarlo che per condividere una scoperta. Volevo strapparlo da quella sua mentalità da cattolico pre-conciliare. Ma lui, imperturbabile, faceva finta di niente.  

Don Gianni quasi ci strattonò per chiamarci in disparte. Al momento pensavo mi avesse sentito; dentro di me, ero pronto a rispondergli parafrasando una celebre e storica frase: “La minigonna della Visentin val bene una messa”. Ma, da bravo fio de cesa, mascherai le mie pulsioni e seguii lui e il Tito in canonica, in religioso silenzio. 

“Fioi, cossa voè far co’ sta radio?” 

Stravaccati sulle due poltroncine sgualcite del suo studio; sottratte con l’inganno a una nobildonna veneziana, sua conoscente, tirammo un sospiro di sollievo. La Visentin e la sua mini non c’entravano nulla, ce l’aveva con qualcosa, secondo lui, di più diabolico. 

Mi aspettavamo che prima o poi la chiesa cattolica, per tramite di qualche suo illustre rappresentante ci avrebbe chiesto di rendere conto della nostra attività radiofonica. 

Pensavo che don Gianni, in qualche maniera, fosse venuto a conoscenza delle avance che il compagno Marino Gobbato segretario della locale sezione del PCI, ci aveva fatto. La sua intenzione era quella di mettergli a disposizione un po’ di orette per parlare “de robe sue”. Il volpone, come speaker, ci avrebbe mandato tali Lisa Franceschin e Antonella Battiston, tra le più cocche che la locale FIGC aveva in stalla. 

Il bavoso Ensopenso stava già per siglare ad occhi chiusi l’accordo per quella specie di join venture con i comunisti quando mi venne in mente di chiedere un parere preventivo al vecchio compagno Bruno Manzato, frequentatore abituale del bar da Nane che sentenziò: “No’ e xé troie. ‘E xé feministe; ea prima volta che provè a palparle e veo taja. A mi e me sta sol casso; e vol saver sempre tutto eore. E po’, me sa che e ga xà tutte e do, el marco” 

Non se ne fece più nulla ma, specie Paperoga, visto che il mondo cattolico, non offriva gnocca a sufficienza e quella poca era appannaggio dello stronzissimo Riccardo Beltrame, convenne che, comunque, era meglio buttare l’esca con qualche squinzia progressista mandando in onda roba forte di un certo tipo quale, ad esempio, “l’avvelenata” di Guccini. 

Per cui, almeno io, ero pronto a beccarmi un anatema fulminante per il fatto che la nostra antenna sparava nell’etere cazzate comuniste.  

In realtà, il prete non ce l’aveva con Paperoga per aver messo su Guccini ma con me, che mandavo in onda a nastro Alan Sorrenti; e mai, mi sarei aspettato che cominciasse il pistolotto parafrasando una sua canzone: 

“Non siamo figli delle stelle ma figli del Signore” 

Don Gianni, con voce aspra e occhi da inquisitore, cercava di strapparci via, come si strappa un’erbaccia in mezzo al grano, dalla nostra condotta, a suo dire, troppo leggera. Ci accusava di trasmettere canzoni senza peso, troppo sospese nell’aria come bolle di sapone, destinate a esplodere senza lasciare traccia. Agitava le mani, le sopracciglia aggrottate come se volesse inchiodarci a una colpa morale: quella di non avere un tema conduttore, un senso, una direzione. o meglio, mancava quel tema conduttore che lui avrebbe voluto imporre. 

Uscimmo dalla canonica in silenzio, con la coda tra le gambe. “Bon xe vedemo” fu l’unica frase che ci venne da pronunciare, a mezza voce e all’unisono, come un saluto stanco e rassegnato. A pranzo non riuscii a mandar giù quasi nulla. Avevo il palato amaro che sapeva di vergogna e rabbia. Me ne andai a zonzo per le viette, cercando di scrollarmi di dosso la voce del prete che si era lasciata dietro un’eco di ammonimenti e silenzi severi. Ma come se non bastasse, mio padre ci mise il carico da novanta: “Se ti pensassi de più a studiar e no’ a quel sacramento de radio”. Lo disse senza nemmeno guardarmi, mentre ascoltava le radiocronache delle partite, le parole mi arrivarono dritte in petto, come uno schiaffo; per lui, tempo sprecato quello passato al microfono di quella sottospecie di radio. 

Mi avevano praticamente fatto a pezzi. Don Gianni con la sua autorità morale, mio padre con il suo disprezzo pratico. E forse aveva ragione nonna Angela, quando mi diceva con quel tono a metà tra la tenerezza e la rassegnazione: “Ti xè fatto de tochi come to’ mare” Intendeva dire che ero fragile e volubile, che bastava poco per scompormi. Che vivevo a scatti, a strappi, a improvvise impennate d’anima. 

E allora mi misi a pensare, davvero, al tema conduttore. Ce n’era mai stato uno, nella mia vita? No. Mi ero sempre mosso a zig-zag, lasciandomi trasportare dai venti delle emozioni. Non c’era coerenza, non c’era progetto. Solo frammenti. 

Mi resi conto che a guidarmi non era la voce di un prete; ma roba come la minigonna di Sara Visentin. Altro che ideali cristiani, altro che programmi sociali. Era quella stoffa sottile, che “lasciava immaginare tutto” come diceva Claudio Baglioni, a veicolare i miei pensieri e i miei progetti, tipo quello di racimolare i soldi per un CIAO usato e caricarci dietro la Visentin. 

Avevo in testa una gran confusione, alla fine ero come esattamente come miliardi di uomini che, come me, seguivano solo l’irresistibile chiamata del desiderio, la bellezza improvvisa e gratuita di un gesto femminile. Forse era questo il mio vero tema conduttore. 

Come le stelle noi, silenziosamente insieme ci sentiamo” 

Non appena passai davanti alla casa dove abitava Vera, come per magia, nella mia mente risuonarono di nuovo le parole di “figli delle stelle” e, sempre per magia, sparì la Visentin e certi pensieri, per far spazio a un sentimento autentico, più intenso e più romantico.  

In quel momento, l’unico sostegno che avevo era la leggerezza della musica leggera. 
Ogni volta che tutto sembrava crollare: i pensieri pesavano come macigni, le parole degli altri erano spine, e le giornate scivolavano via senza lasciare traccia; bastava una nota, un ritornello conosciuto, e tutto si alleggeriva. 

La voce di un cantante come Alan Sorrenti, un motivetto orecchiabile che ballava tra i ricordi dell’infanzia, erano sufficienti per aprire una finestra nell’anima. La musica leggera non cercava di insegnarmi nulla, non voleva spiegare il mondo. Voleva solo farmi respirare ed amare. 

In quelle melodie leggere c’era il lusso dell’evasione, la carezza della semplicità, il conforto del superfluo che diventa essenziale. Non era fuga, era sopravvivenza. Perché quando tutto pesa, solo ciò che è lieve ti salva. 

A guidarmi era la leggerezza, quella stessa leggerezza che infilavo nella programmazione della radio, canzone dopo canzone. Era quella l’aria in cui respiravo, il mio modo di esistere. E non me ne vergognavo. Perché, in fondo, quella musica effimera che tanto irritava Don Gianni portava con sé una verità semplice e luminosa: che c’è qualcosa di sacro anche nella leggerezza, se sai ascoltarla col cuore giusto. 

E mentre la primavera, ormai piena, srotolava il suo tepore come un tappeto verso l’estate, mi venne da sorridere. Forse non ero fatto per le grandi cause. Forse il mio cammino era quello degli equilibristi e dei sognatori. E va bene così. Perché anche chi è fatto di fragili pezzi, a volte, riesce a tenere insieme una melodia. Purché sia leggera. 

La pista 04 destra è sempre lì. Un po’ più lunga rispetto ai tempi del comandante De Vincenzi, ma sempre lì, un nastro di bitume in riva alla laguna. E anche l’antenna sul tetto del civico 69 dei Paeassoni non si è mai mossa, un puntino ostinato contro il cielo, come un vecchio testimone muto del tempo che passa. 

Quando ti appresti al corto finale, se hai l’occhio allenato, riesci a vederle entrambe: la pista e l’antenna, allineate nel tuo campo visivo come due coordinate fisse in un mondo che cambia. Bastava una virata di undici gradi a sinistra, e il De Vincenzi l’avrebbe centrata in pieno, solo sfiorandola col carrello. In quel caso, “Teorema” di Ferradini non avrebbe più disturbato i suoi pensieri già troppo densi di ombre. Ma anche quello, ironia del destino, era un segno: un’interferenza che chiedeva ascolto, come spesso fanno le cose non dette. 

Peccato che ora non ci siano più le interferenze di SolaRadio. Con gli slot di atterraggio sempre più stretti, sarebbe stato un successo assicurato: decine di equipaggi che, volenti o nolenti, se la sarebbero ritrovata in cuffia. Sarebbe arrivata dritta nei cockpit, senza chiedere permesso. Una presenza fantasma, come certe verità che nessuno invita, ma che arrivano lo stesso. 

Eppure, almeno nel volo, anche ai tempi del vecchio De Vincenzi, c’è sempre stato un tema conduttore. Una logica. Un obbligo morale. Un tracciato, invisibile ma preciso, che ti guida a scendere, anche in modo del tutto automatico, su quella striscia d’asfalto. Al di là degli strumenti e della checklist, c’era e c’è sempre il dovere: quello di riportare a terra, sani e salvi, i culi di qualche centinaio di sconosciuti. Il volo ha le sue regole. La vita, a confronto, molto meno. 

Fuori dalla cabina, è tutto più incerto. Non ci sono rigorose procedure da seguire, né traiettorie ottimali per farti risparmiare carburante. Le turbolenze arrivano senza preavviso, e l’unico indicatore di assetto, in gergo “orizzonte artificiale”, è quello che ti disegni nella testa; se ci riesci.  

E ora che si avvicina il momento di scendere definitivamente a terra, per poi, dopo un certo tempo, più o meno lungo, ripartire per l’ultimo volo, quello senza ritorno, sento l’angoscia affacciarsi senza bussare. 

Cerco appigli. Certezze. Qualcosa a cui ancorare questa rotta discontinua. Ma niente arriva. E guardando indietro, capisco che non è mai davvero cambiato nulla. Nessuna rotta incisa nella pietra, nessun credo solido, nessuna bandiera piantata con orgoglio in qualche terreno sicuro. Volo a vista, da sempre. Seguo i venti del cuore, anche quando sono instabili, anche quando spingono verso improbabili e ignote destinazioni. 

Ma una cosa la so, con feroce chiarezza: non sopporto chi tenta di stringere la mia cloche tra le sue mani. Non tollero chi, con le sue interferenze, morali, emotive, spirituali; cerca di impormi una rotta, una destinazione, una quota obbligata. Questo è il mio cockpit. E anche se l’aereo traballa, anche se a volte il carburante scarseggia e la radio tace, qui dentro sono io il comandante. Nessuno può dirmi quale rotta seguire e quale cielo attraversare.  

Fino all’ultimo atterraggio.  

Figli delle stelle … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Vicina e lontanissima

Toh, xe qua i morti de figa dea radio!” 
 Senza neanche alzare lo sguardo dal Gasetin sgualcito; da dietro la coltre di fumo della sua sigaretta, Memo Bottacin ci accoglieva pressappoco così, ogni santa volta che varcavamo la soglia del Bar da Nane.  

Sembrava una presa per il culo, e in effetti lo era. Ma sotto sotto, nel suo modo ruvido e un po’ alcolico, gli stavamo a cuore. O almeno, ci tollerava più volentieri di altri esseri umani. 

Memo era il nostro oracolo da bancone. Un vecchio saggio bevitore che, tra un’ombra e un’altra, non perdeva occasione per erudirci, a modo suo, sul vero vivere. 

Voialtri, coi vostri microfoni de plastica e le cassettine piene de musica che no’ ghe piase a nissuni; pensé davero de tirarve in qua ‘e cocche?” 

 Scuoteva la testa come uno che aveva già visto naufragare decenni di illusioni analoghe. 

 “Credè che ve basta parlar in radio o ‘ndar in parrocchia a far i bravi parché ‘e fighe ve salta ‘dosso. Scolteme mi quaità de imatonii che no’ si altro; moè prete e microfono, metteve i gin stretti e ,nde in discoteca!” 

In effetti, era passato un bel po’ di tempo da quando avevamo issato l’antenna sul tetto del civico 69 dei paeassoni ma, il nostro principale obiettivo, nemmeno tra noi ufficialmente dichiarato, ovvero cuccare via etere, rimaneva lontanissimo. 

L’intero comitato di redazione, formato da noi quattro sfigati mandoeoni, si arrovellava quotidianamente per trovare la formula magica: un format, un jingle, un tormentone, Qualsiasi cosa che potesse convincere anche solo una ragazza, dico una, a interessarsi non tanto alla radio, quanto a noi. 

Bisognava dar retta a Memo ma, la discoteca, per dei radiofonici fioi de cesa come noi, era tipo il girone dei lussuriosi, versione remixata. Gli emissari della santa romana chiesa, sapevano abilmente infonderci dei terribili sensi di colpa. Secondo loro, il solo desiderio di andarci e sognare di far certe cose ci avrebbe condotti dritti all’inferno. 
E poi, non avevamo una lira. Con quel che avevamo in tasca, a mala pena ci usciva un craf alla crema da Ciano l’Onto. Ah, preciso: so benissimo che si chiama krapfen, ma, da noi, quel nome è impronunciabile. Mia mamma l’ha sempre chiamato craf e tale rimarrà per sempre. 

Ciano l’Onto, lo conoscevano tutti, specie il dottor Scarpa che si occupava di curare i disastrosi effetti causati dallo smodato consumo dei suoi prodotti “artigianali”. Un giorno mi mise in guardia dicendomi che, se continuavo a riempirmi delle sue, chiamiamole, prelibatezze, mi sarebbero venuti i brufoli anche in quel posto.  

La sua fama ebbe un’impennata storica quando il suo laboratorio esplose. Sì, proprio esplose. 

Fece un botto che si sentì fino quasi a porto Marghera; anzi, qualcuno pensò che fosse proprio porto Marghera che saltava in aria. Il tipo finì sol Gasetin, con un bel titolone. 

Le cause non vennero mai accertate ma, secondo la leggenda metropolitana che si tramanda nei bar ancora oggi, era perché usava il gas metano per gonfiare i bignè. 

Da quel giorno, la sua clientela raddoppiò. Perché si sa: in città, appena uno rischia di morire per mangiare qualcosa, tutti vogliono provarla. 

Entrare da Ciano era un’esperienza mistico-sensoriale. Il pavimento era una pista da pattinaggio creata con olio per motore riciclato aromatizzato alla frittella, e se non stavi attento ti ritrovavi a sbrissar fino al bancone. 

Lui stava sempre di spalle, intento in misteriosi affari sottocinturali. Anche se cercava di non farsi vedere, si capiva chiaramente cosa si stesse grattando. 

Un craf!” gridavamo; ci piaceva coglierlo di sorpresa durante quel suo inquietante rituale. Ma lui, imperterrito, si voltava con calma, prendeva il craf con la pinzetta per poi passarlo nella mano che pocanzi teneva dentro i pantaloni e te lo sporgeva. 

Ma noi non badavamo a certe sottigliezze; ci bastava avere tra le mani quella gigantesca roba untuosa, ricoperta di zucchero a velo che, puntualmente, soffiando con vigore sopra, spruzzavamo in faccia alla persona che ci stava di fronte. Era, e forse lo è ancora, il nostro modo di sublimare certi desideri proibiti.  

Tornando a noi poveri e meschini conduttori radiofonici, visto che la discoteca per i sopracitati motivi era off-limits, il sabato pomeriggio, per ‘ndar in batua, ci rimaneva solo un’unica via: far le vasche in piassa Fero. Così, lasciavamo il povero Tito, il più cattolico del gruppo e dunque, almeno formalmente, meno sensibile a certi richiami della natura, a vegliare sulla gloriosa SolaRadio. Nel frattempo, io, Paperoga e Ensopenso, freschi di un’abbondante dose di unto dal mitico Ciano, puntavamo la prua verso piassa Fero con lo spirito di pirati affamati, pronti a saccheggiare ogni cocca a vista. Sui risultati, per il momento sorvolo. 

Ancora oggi, mi chiedo come mai la prima persona in cui puntualmente incappavamo era quel borioso dandy di Alvise Barozzi detto “fuarin” a causa di quei pacchianissimi foulard che portava al collo. 

Aveva sempre da ridire sul nostro abbigliamento e sul fatto che entravamo quasi sempre in scena con quell’untuosissimo craf in bocca. Con quel suo sorriso ebete, ci faceva notare che nessunissima squinzia avrebbe dato una slinguacciata a dei tipi che avevano addosso dei vestiti di seconda mano ed emanavano un tanfo di olio da macchina esausto 

A lui, invece, boiaissamorti, in fatto di cuccaggio andava alla grande, grazie soprattutto a quel paraculo di Milù. Quel fox terrier bianco, copia esatta per nome e razza, del cane di Tintin, riusciva ad attirare le squinzie come mosche. 

Ensopenso definiva Milù il classico “can da figa”; secondo lui oltre alla fattezza, aveva anche la capacità, con il suo fiuto, di scovare le migliori gnocche presenti nei dintorni e segnalarle al padrone.  

Paperoga è sempre stato un credulone. Per cui, convinto dalle strampalate teorie di Ensopenso, una volta si fece prestare da suo zio Emilio il cane con cui andava a caccia. L’irrequieto Max era un maldestro tentativo di manipolazione genetica tra un setter e una pantegana. Fu un disastro totale; non appena entrammo in piazza con uno strattone degno di un toro da rodeo, si liberò dalla presa del suo affidatario per rincorrere i colombi creando il panico generale. Ma, quel che è peggio fu che andò a cagare vicino a un gruppo di squinzie che, inviperite, minacciarono di linciarci. 

Non fu certo per Max che quel sabato pomeriggio di quaranta e passa anni fà, rimarrà per sempre nei miei ricordi. 

Ad un certo punto, in mezzo al trambusto generale che aveva causato quel sacco di pulci; apparve Valeria. 

Chiamarlo incontro sarebbe stato troppo. Ci eravamo appena sfiorati, un attimo, un istante sospeso. Ma c’era stato qualcosa. Qualcosa di elettrico, di denso. Lei aveva abbassato lo sguardo e, con un filo di voce, aveva detto: “Ciao” seguito dal mio nome. 

Ho sempre considerato un “ciao” di una donna, seguito dal mio nome un saluto speciale, qualcosa di più intimo, più vicino. Un soffio di possibilità, una promessa inespressa. 

Valeria era stata la mia compagna di autobus durante il primo anno di superiori; nel quale, contrariamente alla volontà di mio padre, mi iscrissi al liceo. Prendeva come me il quindici barrato, corsa bis delle sette e venti, saliva all’ultima fermata dello stradone dei paeassoni.  

Valeria non era il tipo di ragazza che campeggiava nei calendari appesi nell’officina di Stelvio Vanin. Eppure, già dal primo giorno in cui salì sull’autobus, il suo sguardo mi colpì come un lampo silenzioso. 

Un fascino che non si misurava con i parametri del bar da Nane, ma che si insinuava sottopelle, sottile e inesorabile.  

Non potevo fare a meno di osservarla, di cercarla tra i volti anonimi del quindici barrato. Ogni mattina, quando saliva, era come se il tempo si fermasse per un istante, giusto il necessario perché il mio sguardo si posasse su di lei.  

Bastò la scusa dell’affollamento, un lieve urto tra i corpi costretti nella ressa del mattino, e da quel momento iniziammo a parlare. Dapprima con timidi accenni, poi con la naturalezza di chi si riconosce simile, scoprimmo di avere mille cose in comune. Le nostre conversazioni riempivano il tragitto e lo trasformavano in un momento sospeso, un rifugio segreto nel caos della città. Un momento di letizia prima di tuffarci nei giorni di scuola che, non sempre erano belli. 

Sentivo che provava qualcosa per me. Lo avvertivo nei silenzi sospesi tra di noi, nei gesti appena accennati, in certi sguardi che sembravano indugiare un secondo di troppo. Eppure, non feci nulla. La mia solita, incrollabile timidezza mi tratteneva, avvolgendomi in una rete di esitazioni e paure. Ogni volta che avrei potuto dirle qualcosa, anche solo un invito a prenderci un gelato insieme, mi bloccavo. Mi convincevo che sarebbe stato fuori luogo, che forse lei avrebbe frainteso, che sarebbe stato più sicuro rimanere nell’ombra. Così, per paura di mostrare troppo, finii per nascondermi del tutto. Arrivai persino a fingere di ignorarla, sperando che il distacco soffocasse quel sentimento che, invece, cresceva silenziosamente dentro di me. 

Eppure, ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano per caso, capivo che non sarebbe mai bastato. 

Come si dice; “passato il santo passato il miracolo” 

Il miracolo in quel caso era Valeria; una così non l’avrei più incontrata. Il santo era il primo anno di liceo. L’anno successivo cambiai scuola e anche autobus, non rividi Valeria fino a quel sabato pomeriggio in piassa Fero

Quella specie di incontro mi turbò talmente che non mi resi conto che il Max era passato sotto la mia custodia e che stava tirando a più non posso. 

Sarà perché, come ho avuto già occasione di raccontarvi, a causa della mia passione per la fotografia, per quell’ossessione di catturare attimi e custodirli per sempre, sono diventato un ladro di anime che, riesce a vedere la vera bellezza, quella che ti frega sul serio. 

Senza volerlo, senza saperlo, la vista di Valeria mi regalava frammenti della sua anima, e io, ladro silenzioso di attimi e sguardi, li raccoglievo con la devozione di chi sa di custodire qualcosa di prezioso. 

C’era ancora qualcosa in quegli occhi che mi rapiva. Un’intensità segreta, un mistero che sembrava svelarsi solo per un istante prima di richiudersi, lasciandomi con il desiderio di scoprirne di più. Non era solo bellezza la sua, era un magnetismo sottile, una luce discreta che si faceva strada tra le ombre della mia vita.  

Era bastato quell’attimo. 

Ormai non vado quasi mai in piazza. Non è più tempo di far le vasche, con il nobile scopo di incrociare lo scopo della vita. Ormai per me la piazza oggi è un teatro vuoto, un palcoscenico su cui non recito più. 
Ci vado solo per l’edicola, quella più fornita di troiate che si possono trovare in città. Mi attirano i primi numeri delle collezioni: soldatini, modellini d’auto, di aerei, di camion, … di tutto. Li prendo, uno dopo l’altro, come se potessero riempire certi vuoti. Un po’ come fa ancora un craf onto, anche se non c’è più il vecchio Ciano. Se n’è andato qualche anno fa. Non so se esista davvero il paradiso, ma se c’è, sono sicuro che Ciano è lì, a rendere quel posto meno asettico, più unto, più vero. E chissà, forse lì la gente non bada all’igiene, tanto sono già morti. 

Quel giorno, però, fu diverso. Lanciai uno sguardo distratto a una colonnina vicino all’edicola. Di solito la ignoro, è lì da sempre, invisibile come certi arredi urbani che smetti di vedere. 
Ma quella scritta — “onde corte” — non poteva non catturare l’attenzione di un radiofonico della domenica come me. 

Prima di continuare, devo dirvi due parole sulle onde corte. 

Si tratta una gamma di frequenze radio per così dire, molto più “antica” rispetto a quella che usano, per esempio, i telefonini. Hanno la particolarità di riflettersi sulla ionosfera e viaggiare oltre l’orizzonte. Per cui, in particolari condizioni atmosferiche e di attività solare, le onde corte possono coprire migliaia di chilometri. 

Per farvi un esempio pratico, se SolaRadio trasmettesse in onde corte, in certi giorni e, con qualche botta di culo, potrebbero sentirla gli americani, i cinesi, gli australiani e gli indiani anziché, i soliti quattro ruttatori seriali del bar da Nane. 

Onde corte 

Vicini e lontanissimi 

Presentazione del libro di Valeria … 

Ebbi un leggero mancamento e mi trovai praticamente abbracciato a quella colonnina degli eventi in biblioteca. Allo stesso tempo iniziarono a suonare le campane del duomo, percepii qualcosa di divino in quello che stava accadendo. 

Un quarto d’ora dopo, uscii dalla libreria della piazza con “onde corte” in mano. 

Iniziai a leggerlo subito, rannicchiato sotto il piumone, con quella intimità silenziosa che solo i libri e certi ricordi sanno evocare. 

Erano passati più di trent’anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Fu su un autobus, come fosse una scena destinata a ripetersi ciclicamente, come nei sogni. 
Parlò soprattutto lei, allora. Della facoltà che aveva scelto, dei progetti, delle battaglie che voleva combattere. 
Dove vai? Resta qua! Stai qua!” Mentre mi parlava, risuonavano ancora le parole di mio padre. In quel momento avevo voglia di andarmene da una casa troppo stretta, da una famiglia che mi tratteneva come radici troppo profonde. 

Chissà perché mi confidai con lei. Le raccontai proprio di quelle parole, quelle a cui cercavo, inutilmente, di disobbedire. 

Le parlai anche della radio, del mio sogno di far arrivare la mia voce oltre i muri di casa, oltre gli ostacoli, oltre la notte. Di raccontare il mondo senza doverci stare dentro per forza. 
Ma le confessai anche l’altra verità, quella che custodivo più in fondo: il desiderio di fuggire da un certo mondo e da imposizioni soffocanti. 

Le dissi che sognavo di partire. Di imbarcarmi su una nave mercantile e sparire tra le onde, restare in mezzo al mare, senza mai scendere in porto, senza radici, senza ormeggi. 
Solo cielo e sale, e il suono costante dell’acqua a ricordarmi che, forse, è solo nel movimento che avrei potuto trovare pace. 

Lo so che parli in radio… ti ascolto, ogni tanto.” 

“… ti ascolto” Sorprendentemente parlò di me, in modo strano, sottile. Ma non capii. 
Allora ero troppo acerbo per leggere tra le sue parole. 
Non vedevo che mi stava scrivendo messaggi segreti, piccoli biglietti per esprimere un sentimento nascosto nella sua anima mentre io, come spesso ho fatto, ho lasciato che mi scivolassero via. 
 

Non vidi l’invito, non riconobbi il segnale. 

Scesi dall’autobus poco dopo, con quel senso vago di occasione mancata che si insinua lento. 

E ancora oggi mi chiedo: perché non rimasi un po’ di più? Perché non le chiesi di continuare la conversazione davanti a un caffè? 
Forse perché scappare mi sembrava più semplice che restare. 
Forse perché, a volte, c’è qualcosa che fa più paura della solitudine. 

Ero così immerso nella lettura che non mi accorsi del temporale che imperversava fuori. La pioggia scendeva fitta, decisa, battendo contro i vetri puliti solo il giorno prima. 
 

Ma quel temporale… ce l’avevo dentro anch’io. 
Un’agitazione silenziosa, fatta di ricordi che tornavano come raffiche di vento contro il cuore. 

Poi, tra le righe di quel libro, accadde qualcosa. 
 

Come in camera oscura, piano piano, lo sviluppo iniziò; davanti a me si delineò l’immagine in bianco e nero di due ragazzi su un autobus. Due volti familiari, il mio e il suo. 

Ma no, non poteva essere. 
Non potevo essere io quel tale Andrew, salito su una nave mercantile per sfuggire alla sua stessa voce, per smarrirsi lontano dal cuore. Eppure… la somiglianza era disarmante. 
 

E non poteva essere lei, quella tale Kate che, con una piccola ricetrasmittente a onde corte, lanciava ogni sera messaggi nell’etere, sperando che attraversassero oceani e cieli e interferenze, arrivassero, deboli ma integri, fino a lui. 

Non poteva. 

 
Eppure quel libro sembrava raccontare esattamente i nostri incroci, i nostri sguardi mancati, le emozioni sospese, le paure taciute. 
Come se Valeria avesse registrato i battiti di quei momenti e li avesse messi nero su bianco, per farli arrivare, finalmente, dove avrebbero dovuto arrivare molti anni prima. 

Mancavano circa venti minuti e la sala conferenze della biblioteca era ancora mezza vuota. Non avevo il coraggio di sedermi nelle prime file. Valeria era già lì, circondata da un folto gruppo di persone. Cercai di capire chi potessero essere; amici, letterati, politici, compagno, figli o, semplicemente gente che la ammirava e voleva conoscerla. 

Poi, successe quello che, con il cuore che batteva a mille, mi aspettavo.  

Mi vide, sorrise, e di nuovo, con lo sguardo abbassato, quel suo flebile “ciao” seguito dal mio nome. Fu come una lama dolce che affondava nei ricordi. 

Come stai?” Ebbi l’impressione che, in qualche modo, volesse qualcosa di più di una semplice risposta di circostanza; un messaggio eterno e definitivo. 

Ma che potevo dirle?  Che potevo mai raccontarle? 
Che non ho viaggiato davvero, che la paura mi ha fermato più delle catene? 
Che i sogni, continuando a parlare in quella piccolissima radio, li ho raccontati più di quanto li abbia vissuti? 

Che una voce come quella di mio padre continuava a dirmi: “dopo tutti questi anni, ma dove vuoi andare? dove vuoi arrivare? Resta qua, stai qua!” 

Forse è questo il mio vero fallimento: 
non averle mai detto che, pur se lontanissima, l’ho sempre sentita vicina; che tramite la mia piccola radio le ho sempre lanciato dei messaggi e che ogni sua parola era un porto e io, invece, ho sempre scelto il mare.  

Ti ho voluto bene veramente … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

San Valentino

Sembrerà strano ma, il giorno di San Valentino, mi viene in mente EnsoPenso e quella stramaledetta “buona domenica” di Antonello Venditti. 

Era l’unica canzone di Venditti che odiavo; ritraeva perfettamente le mie pallose domeniche invernali, tutte uguali, praticamente un copia e incolla. Sempre la stessa scena; mia mamma ipnotizzata dalla tv, si faceva massicce dosi di domenica in; mio padre e mio fratello attaccati alla radio ad ascoltare tutto il calcio minuto per minuto, tiravano giù i santi dal paradiso man mano che si allontanava la possibilità di fare tredici, mentre, mia nonna, se ne stava a letto lamentandosi per i dolori. Nell’aria, una gran puzza di fumo generato dallo smodato consumo di Nazionali senza filtro; un po’ dappertutto c’erano bucce di bagigi; un quadretto del genere, avrebbe mandato in depressione chiunque.  

… Ciao, ciao domenica, passata a piangere sui libri … 
 

Parole tristemente famose e maledettamente reali. Quella domenica 14 febbraio del 1982, diciottesimo San Valentino della mia vita, ancora senza una donna, la stavo passando lottando disperatamente con il testo di matematica. All’indomani, stando al calcolo delle probabilità, c’era il serio pericolo che la Biasiotto mi convocasse per darmi ‘na beapetenada, per dirla in dialetto. Se fosse andata male, avrei dovuto presentarmi al cospetto di sior Mario con l’ennesimo quattro registrato nella mia fedina penal-scolastica; il che, voleva dire perdere almeno quattro denti e, per giunta, quelli non cariati, senza possibilità di reimpianto.  

Ciò nonostante, decisi di farmi due passi fino al civico 69 dei paeassoni per far due chiacchere con EnsoPenso; gli avrò detto mille volte che non volevo sentire quella canzone ma lui, imperterrito, continuava a mandarla in onda ogni santa domenica pomeriggio. Lo trovai più depresso e demotivato di me. 

Ma parché no’ ti ghe ga ancora da un titoeo a ‘sta trasmission?”  

“Parchè, ea dovaria averghene uno?” 

Era inutile far certe domande a uno nelle sue condizioni; la sua anima era stinta come gli abiti che portava. Decisi che la cosa migliore da fare per tutti e due era una seduta di psicoterapia in bar da Nane. 

Credo che la depressione del single a San Valentino avesse preso in pieno anche lui perché, mentre facevamo la strada, attaccò subito. 

– “Ma ti, ti gà ea morosa? “ 

– “No “ 

– “Mai avua una? “ 

– “No, e ti? “ 

– “‘Gnanca mi” 

Entrammo da Nane Sbérega dove, i soliti, alla loro maniera, stavano festeggiando San Valentino. “Par un’ora d’amor no’ so cossa faria; par poderde ciav…”, il testo integrale è meglio non trascriverlo. Denis Sgorlon era, nel quartiere dei paeassoni, l’indiscusso mago delle cover. Quella domenica pomeriggio, con un pieno di bionda doppio malto Ruttolongo nello stomaco, si stava cimentando con il greatest hits dei Matia Bazar. Milio Vianeo riferì che ci eravamo appena persi una magistrale reinterpretazione di “Stasera che sera” dal titolo “Stasera che sega”. C’era poco da fare; il Denis era un genio, un grande poeta; mi diede un’idea per lo stantio programma radiofonico di EnsoPenso.  

Giorni dopo mi inerpicai su per i grigi scalini del civico 69 con alcuni “ferri”; la valigetta dei 45 giri della cuginona Franca, due walkie talkie INNO-HIT, regalo di zio Sergio per la cresima e, l’ancora intonsa antologia di letteratura.  

Altra cosa importante, io non ero più io, bensì un tale Nicola, trentenne scapoeon che, di mestiere faceva il bancario, quindi, professionalmente ben piazzato; con la passione per la barca a vela; nonché, colto e amante della poesia.  

Quella domenica, ‘sto tale Nicola, pensò bene di telefonare in radio e, EnsoPenso, pensò altrettanto bene di mandare la telefonata in diretta, cosa che non aveva mai fatto fino a quel momento; primo perché, fino a quel momento, non c’era mai stata neanche l’ombra di una telefonata da mandare in diretta; secondo, perché senza i mitici INNO-HIT; il trucco non sarebbe riuscito.  

Ancora ridiamo pensando a quel giorno; incredibile, quaranta e passa anni fa avevo creato la mia prima identità fake uso social, che ‘vanti che gero!  

“Cinzia, non so se sei in ascolto. Sono un pessimo romantico, lo ammetto. È per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine. Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. Almeno, lascia che ti dedichi questa bellissima canzone” 

Ero sicuro che nella valigetta della cugina Franca c’era “Per un’ora d’amore” dei Matia Bazar, diedi poi istruzioni a EnsoPenso di mandarla in onda al mio segnale.  

Era la prima volta che usavo el maton, così chiamavo la pesantissima antologia di italiano, per scopi non propriamente scolastici. Fu una magistrale interpretazione la lettura di quel brano di Italo Calvino, nei panni di quel fantomatico Nicola.  

Il socio sollevò delicatamente la puntina, un attimo prima che, a fine corsa, deragliasse per finire sopra l’etichetta; poi, con una voce calda “da letto” disse: “carissimi amiche e amici; ma voi, cosa fareste per un’ora d’amore? Sotto con le telefonate”. La mia geniale idea di dare un po’ di verve a quella trasmissione prese forma.  

EnsoPenso frugò nella valigetta come se avesse trovato un tesoro; tirò fuori ”comprami” di Viola Valentino; a quel punto temevo seriamente che chiamasse Denis Sgorlon o qualche suo amico di bevute, per spiegarci nei minimi dettagli, cosa avrebbe fatto per un’ora d’amore o meglio, durante l’ora d’amore.  

Con “Su di noi” di Pupo, arrivò la prima telefonata, una certa Vania, che non volle essere messa in diretta. “Ghe xè ‘na cocca che vol saver de tì, de Nicola intendo …” EnsoPenso, preso dall’emozione, ne mollò una di potentissima; il tanfo era una via di mezzo tra i miasmi di porto Marghera e il puzzo della brodaglia domenicale, della mia vicina di casa, siora Antonia Masiero. Meno male che aveva avuto la prontezza di stringere forte la cornetta del telefono con due mani; io invece, viola in volto, finii disteso sotto il bancone del mixer con i crampi allo stomaco dal ridere; “mona, cossa ghe digo ‘desso?”. 

Mi resi conto di aver creato un mostro, praticamente, un antesignano di un troll sul web; imperativo, mantenere l’alone di mistero, per cui, diedi al socio istruzioni di rimanere sul vago. Dovette darsi parecchio da fare in merito in quanto, fu uno stillicidio di telefonate de fie che, chiedevano informazioni su quel tale Nicola e, per dedicargli canzoni; devo riconoscere che a raccontar balle era un maestro. 

Purtroppo, la valigetta di cugina Franca non riusciva a soddisfare le richieste. Dopo quasi due ore volate in un attimo, sfiniti, mandammo in onda l’evergreen, “if you live me now” dei Chicago, che, fece da sigillo alla puntata numero zero di quella trasmissione; battezzata ufficialmente con il titolo di “per un’ora d’amore”; un vero e proprio new deal, per quella radio sfigata e per quello sfigato di EnsoPenso.  

Quando uscimmo, el caigo aveva ormai avvolto l’intero quartiere; secondo EnsoPenso, quella fitta nebbia, che ti faceva perdere i contorni della realtà, era causata da tutte le balle che avevamo appena raccontato. Il chiassoso vociare, che proveniva dal bar di Nane Sberega, come un faro, ci indicò la rotta verso un buon tramezzino con birrino.  

Un tonno e cipolline, un tonno e olive e un prosciutto e funghi, erano gli unici superstiti che giacevano, chissà da quanti giorni, sotto quel bisunto canovaccio. Non aveva importanza, bastavano per festeggiare quella nuova geniale trovata. 

Nonostante fossero passati dei giorni, non doveva aver ancora superato il trauma del San Valentino senza una donna. Ad un certo punto, con una cipollina tra i denti, tornò a fissarmi:  

“Ghe xè qualcuna che te piase?”  

Sin dai tempi della scuola elementare, era la domanda più imbarazzante che mi si poteva fare; tentai inutilmente di rigirarla al mittente; niente, il socio insisteva. Era chiaro che, con la scusa di quella domanda, intendeva, gratarme ea pansa, ovvero farmi parlare di “quella cosa lì”, magari con dovizia di particolari.  

Sviai il discorso dicendo che faceva tanto ridere che i due autori, nonché conduttori, della trasmissione radio dal titolo “per un’ora d’amore”, avessero come uniche fonti sull’argomento, un testo scolastico, una valigetta con alcuni 45 giri di canzonette e i discorsi captati, de fora via, agli “esperti” che frequentavano il bar “da Nane Sberega”. 

Non me la sentivo di sbottonarmi con il socio e dirgli che invece, una che mi piaceva c’era eccome. 

Non condivido il pensiero di Macchiavelli ma, per certi fondamentali scopi della vita, il fine giustifica i mezzi. Così un giorno, decisi di farmi amico quel cagaalto di Nicola Berardo, un fio de papà che organizzava festini danzanti nel mega palazzo di famiglia a Venezia. Avevo assoluto bisogno di entrare nel suo giro, volevo approfondire la conoscenza di quella biondina dai lunghi capelli ricci che frequentava la sua compagnia.  

L’avevo notata per la prima volta, mentre se ne stava sdraiata sui gradini dei Tolentini; era bastato un attimo perché i nostri sguardi si incrociassero e, dalle nostre bocche uscisse simultaneamente un “ciao” a bassissima voce, quasi soffocato; poi lei, voltandosi verso una sua amica, si mise a ridere.  

Non ebbi però il coraggio di tornare indietro per attaccar bottone; in preda all’euforia cominciai quasi a correre; in autobus poi, mi prese un morsegon de stomego.  

Quel pomeriggio, dovetti accompagnare nonna Angela dal dottor Scarpa, el dotor dea mutua, da tempo dedito a curare anima e corpo degli abitanti dei paeassoni e dintorni. Approfittai per riferirgli dello strano mal di stomaco. “Cossa gà me nevodo; me par de aver capio, farfae dentro el stomego? Xé ea prima che sento”; nonna Angela era parecchio sorda, per cui, el dotor, dovette quasi gridare; “Angea, to nevodo xè gà vantà na bea incocaìa par ‘na cocca!”  

Con la diagnosi del luminare in tasca; vista la mia inguaribile timidezza, non mi restava che pensare a come fare per incontrarla “casualmente”, nel senso che non doveva sembrare fatto apposta; per questo mi venne in mente cercare in qualche maniera di imbucarmi ai festini buei di quel rotto in cueo di Berardo.  

Non fu necessario perché, alla fine, il destino o fortuna che fossero, mi diedero una mano. Galeotti furono “I giardini segreti di Venezia”.  

Misteriosamente, sentivo che dovevo assistere a quella conferenza; non era solo la mia innata passione per i giardini ad attirarmi; rimasi un bel po’ a fissare quella vecchia panchina di legno sotto un maestoso albero secolare, ritratta nella foto della locandina; volevo assolutamente scoprire dove si trovava; in qualche maniera, intuivo, che in quel posto sarebbe successo qualcosa.  

La sala era stracolma; stavo per rinunciare, possibile che a così tante persone interessassero i giardini segreti di Venezia?  

Riesci a capire se c’è posto?”; stetti immobile trattenendo il respiro, non avevo il coraggio di voltarmi; anche se non ci avevo mai parlato assieme, avevo memorizzato per bene il tono della sua voce. Dal cuore partì una raffica di mitra; la biondina dai lunghi capelli ricci, caramella in bocca, stava parlando proprio a me.  

Ne vuoi una?”; l’offerta di quella Galatina, per giunta la mia caramella preferita, scatenò una tempesta di una potenza inaudita, altro che farfalle, nel mio stomaco iniziarono a volare missili intercontinentali. A quel punto sarei entrato anche a costo di aggrapparmi a uno dei lampadari; come un falco mi fiondai su due posti liberi affiancati, non prima di aver pestato non so quanti piedi e mollato gomitate a destra e a manca.  

Piacere Agnese”; che vergogna, avevo la mano sudatissima; nonostante lì dentro facesse un caldo insopportabile, ero ancora con il piumino addosso, irrigidito come un baccalà, grondavo di sudore da tutti i pori. Lei invece si era già messa a suo agio; dalla borsa tirò fuori una bustina di velluto rosso piena di matite colorate.  

Però, i Faber; sei ricca! Io uso ancora i Giotto delle elementari”. 

 “Che mona!”; rispose, dandomi un leggero pugnetto sulla spalla. “Porca miseria, qua sta ingranando alla grande”, pensai.  

Agnese pareva ascoltare con attenzione; io pure cercavo di dare l’impressione di fare lo stesso, in realtà i miei pensieri erano altrove; la scanociavo con discrezione, non volevo far la figura del maniaco sessuale; poi, mi venne spontaneo chiederle dove, secondo lei, si trovasse il posto raffigurato nella locandina.  

Cosa fai domenica? Potremo andare a cercarlo”; di fronte a quella proposta, non sapevo se filare dritto in ambulatorio da Scarpa per farmi prescrivere qualche decina di scatole di calmanti oppure, al ponte de le maravegie da Fenz e, ordinare la più cara bottiglia di prosecco.  

Cosa faccio domenica? Da quasi vent’anni, ogni domenica, aspetto una come te”, volevo rispondere.  

Subito dopo pranzo; ebbe inizio quella che, rimarrà nei miei ricordi, come la domenica perfetta. Per primo, mi sciroppai un tot di gocce di Valium sottratto alla dotazione ansiolitica di mia madre; poi, doccia fuori ordinanza con abbondante uso di HugoBoss; infine, passai a concentrarmi attentamente sull’outfit da indossare. Decisi per i pantaloni grigi, lupetto nero e il cappotto nero lungo, quest’ultimo, era un po’ consunto a causa dell’intenso uso in discoteca, ma, l’insieme mi dava decisamente un’aria da intellettuale creativo; per completare l’opera, in tasca ci infilai pure un taccuino della Moleskine, comprato per l’occasione il giorno prima.  

L’appuntamento era alle 15.00 ai giardini Papadopoli. Vi giunsi con mezz’ora di anticipo; dovetti andare a prendere un caffè; il Valium mi aveva rincoglionito per bene.  

Avrei voluto la vedesse EnsoPenso; era vestita secondo il suo standard; cappotto beige a trequarti, minigonne e stivali con il tacco; uno schianto. La prima cosa che fece dopo avermi salutato mi lasciò inebetito; con la mano, mi sistemò dolcemente il bavero del cappotto; lo colsi come un gesto intimo, molto più forte di un bacio.  

Fu lei a condurre la ricerca del giardino segreto; e menomale, perché io, perso nel suo sguardo e nel suono della sua voce, ero talmente assorto da non rendermi conto di dove stessimo andando. Il mondo attorno a noi si dissolveva, le calli si intrecciavano come sogni, e la gente, i loro sguardi, i loro passi, erano solo un’eco lontana. Come accadde alla conferenza qualche giorno prima, continuavo a mollare gomitate e a pestare piedi, tanto che mi presi più di qualche “maedia de morti“. 

Decine di ponti, chilometri di calli, e giardini che non erano quelli che cercavamo, fecero da scenografia al racconto delle nostre giovani storie. Freneticamente, senza mai fermarci, ci descrivevamo a vicenda i luoghi ideali dove avremmo voluto vivere, dipingendo con le parole un futuro che forse, in fondo, ci apparteneva già. Credo che nessuno dei due avesse mai parlato così tanto in vita sua: eravamo come due fiumi in piena, incontenibili, travolgenti. 

Agnese, di tanto in tanto, si fermava a sistemarmi il cappotto con quella dolcezza che mi faceva vibrare il cuore. Era un gesto piccolo, quasi impercettibile, ma carico di un’intimità silenziosa che mi faceva desiderare di abbracciarla, di stringerla forte a me. Ma il tempo, il momento, sembravano ancora sospesi tra il sogno e la realtà. Troppo presto, o forse, me ne mancava semplicemente il coraggio. 

A son di parlare attraversammo per lungo tutta Venezia, fino ad arrivare ai giardini napoleonici di Castello. Il viso di Agnese, di colpo si illuminò. Pensai avesse finalmente trovato la panchina sotto l’albero secolare; invece, si ricordò che, nella calle a fianco dell’istituto nautico, c’era un bacarèto che faceva degli straordinari panzerotti; mi prese per mano e mi trascinò dentro. Si sedette sfinita, credo si fosse pentita di essersi messa stivaloni e minigonne: in effetti, non era l’abbigliamento adatto per quella scameada a Venezia.  

Approfittai di quel momento per attuare una mossa strategica; con la scusa di andare in bagno, feci sintonizzare la radio del bar su un emittente “seria” e poi telefonai in studio. Sapevo di trovare Riccardino, lo pregai di mandare in onda Let me in di Mike Francis, con una mia dedica ad Agnese; tornai a sedermi e aspettai con ansia il momento; “che mona!”, si fece una risata e non disse altro.  

Sul finire di quella “domenica perfetta”, ci sedemmo ad ammirare il tramonto su una panchina vicina all’imbarcadero di S. Elena. Il cielo si tingeva di sfumature dorate e rosate, riflettendosi sulla laguna come un quadro dipinto con pennellate d’emozione e il vento, portava con sé l’odore salmastro. 

Agnese fissava l’isola di San Servolo, i suoi occhi persi oltre l’orizzonte, come se lì, in quel punto esatto dove la laguna si fondeva col cielo, si celasse un pensiero segreto, un’ombra che le turbava il cuore. 

La osservavo ansioso, con il cuore che batteva come un tamburo impazzito, sentivo crescere dentro di me l’attesa di qualcosa di indefinito, ma potente. 

Poi, improvvisamente, come in un gesto naturale e inevitabile, la sua testa si posò sulla mia spalla. Mi irrigidii, quasi trattenendo il respiro, ma il calore del suo corpo e il profumo dei suoi capelli mi avvolsero come una dolce melodia. Feci scivolare la mano tra quei soffici boccoli dorati, lasciandomi cullare da quella vicinanza così intensa eppure fragile. 

Lei sospirò profondamente. Poi, con voce quasi tremante, mi chiese: 

Ma tu, riusciresti ad essere solo il mio migliore amico?” 

Il cuore mi si strinse. Ogni fibra del mio essere gridava la risposta che avrei voluto darle, ma alla fine le parole uscirono da sole, sincere e nude: 

Farei fatica, ma ci posso provare; non garantisco nulla.” 

Lei rise, quella risata dolce e leggera che amavo più di qualsiasi melodia. Fu in quel momento che, mentre affettuosamente, giocavo a stiracchiare i suoi ricci, condivise una cosa che, era a metà via tra un peso e un segreto. Con gran fatica, mi parlò delle sue inclinazioni sessuali; di un amore che non poteva essere quello che io speravo. 

Sulle prime sentii il mondo sgretolarsi sotto i miei piedi. Fu come un tradimento, un abbandono ancor prima di iniziare. Pensai; proprio a me doveva capitare. 

Ma poi, con occhi limpidi e sinceri, mi disse: 

Sei una persona speciale. Lo sento dentro e a te posso dire certe cose.” 

Fu allora che compresi. In un attimo passai dall’adolescenza alla maturità, come se quelle parole avessero spalancato una porta su una nuova consapevolezza. Mi resi conto che la mia responsabilità non era quella di conquistarla, ma di esserci per lei, di proteggerla, di custodire la sua fiducia come il tesoro più prezioso. E giurai a me stesso che sarei stato il suo migliore amico, per sempre. Che l’avrei difesa da tutto e da tutti. 

Ovviamente, non ci mettemmo insieme quel giorno, né mai. Eppure, io resterò per sempre innamorato di Agnese. Come ha detto qualcuno: “Ci sono amori che ci piombano addosso come una stella cadente; durano tutta la vita e la cambiano per sempre”. È per questo che ancora oggi il battito del mio cuore accelera ogni volta che arriva un suo messaggio, spesso è un invito a continuare a cercare insieme un certo posto. 

Camminiamo ancora per ore attraversando tutta Venezia, alla ricerca di quella vecchia panchina in legno sotto un maestoso albero secolare, ritratta nella foto della locandina di “I giardini segreti di Venezia”. Per quanto la cerchiamo, non l’abbiamo ancora trovata ma, in compenso, abbiamo scoperto, in fondamenta della Misericordia, una incantevole tea room con annessa libreria. Ed è lì che ci rifugiamo a parlare d’amore. Con lei posso sciogliere i nodi che mi affliggono, senza il timore di essere giudicato.  

Posso abbracciarla senza paura, passare la mano tra i suoi boccoli dorati e dirle che è bellissima, che è una gran figa, senza che pensi che ci sia un secondo fine. E mentre lei, con affetto, continua a sistemarmi i colletti delle camicie e dei cappotti, io mi sento libero. Libero di essere me stesso. Libero di piangere, senza vergogna, mentre lei sorride e, con quella dolcezza tutta sua, mi sussurra ancora: “che mona!” 

A ripensarci bene, il giorno di San Valentino, mi vengono in mente EnsoPenso, Agnese e … ancora Venditti 

Tutti gli amori che vivrò 
Avranno dentro un po’ di te 
Perché lo so dovunque andrai 
In ogni istante resterai … indimenticabileAntonello Venditti 

Indimenticabile … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Ea Compagnia

C’era poco da fare, a noi quattro sfigati mancava il più importante degli ingredienti necessario per vivere appieno gli anni Ottanta: far parte di una compagnia. Ce ne stavamo lì, in una scassatissima radio, con un microfono ancora più scassato, a comunicare la nostra voglia di emergere… ma a chi, poi? Insomma, mentre gli altri vivevano la magia di quegli anni tra abbracci, risate e canzoni urlate a squarciagola, noi eravamo fuori onda. 

Quello degli anni ’80, era un vento di spensieratezza che soffiava leggero e coinvolgeva tutti. Erano un’epoca unica, quasi magica, che ha lasciato un’impronta indelebile nei ricordi di chi li ha vissuti. Per chi ha avuto la fortuna di esserci, erano anche gli anni delle “compagnie”: quei gruppi veri, tangibili, fatti di amici in carne e ossa, altro che i gruppi sui social. Erano tutte persone reali, palpabili… calma, non fraintendetemi. 

Nella nostra città, le più gettonate erano quelle de piassa Fero, veri e propri miti in cui molti sognavano di entrare, per il semplice motivo che erano ben fornite di “materia prima” di prima scelta. Riuscire a farne parte era come far tredici al Totocalcio. 

Per quelli di bocca buona, poi c’erano le più sboldre, come quea dea Cita di Marghera; roba per amanti del rutto libero per intenderci.  

Nel nostro quartiere imperava quella capitanata da Riccardo Beltrame; uno stronzo megagalattico, nelle grazie del nostro parroco don Gianni che, durante gli incontri del venerdì sera in patronato, si riempiva la bocca parlando di eguaglianza, fraternità e inclusione; mentre, entrare a far parte della sua compagnia era ben altra cosa. 

Il tipo era molto selettivo tanto che, per noi quattro e, per le ragazze che lui giudicava troppo “cattoliche” e timorate di Dio, sarebbe stato più facile ottenere la cittadinanza americana senza sapere una parola d’inglese. Ovviamente, per la gnocca, la porta era sempre aperta, comprese alcune compagne militanti in Lotta Continua che però erano munite di certe curve pericolose. 

Per noi, far parte di una compagnia era più che mai necessario, un bisogno primario come mangiare e dormire. Sì, perché negli anni Ottanta, senza una compagnia, eri praticamente un satellite alla deriva nello spazio dell’adolescenza. Ma, purtroppo, sembrava che, da quando avevamo acceso il trasmettitore, su noi di SolaRadio fosse scesa una sorta di maledizione sociale, quella del “voi no!” 

Eravamo “quelli fuori”, facevamo parte della casta degli esclusi: esclusi dalle compagnie, esclusi dalle feste, esclusi dalla camerata di quelli che contavano al campo scuola e persino dal banco dei tramezzini più buoni alla festa dei giovani in parrocchia.  

Allo scopo di trovare una spiegazione logica a tutto questo, continuavamo ad aggirarci come anime in pena nello sgangherato studio di SolaRadio, uno stanzino minuscolo foderato con i cartoni delle uova, nel quale ristagnava un odore di muffa che nemmeno un vento di bora a duecento chilometri all’ora riusciva a scacciare. 

Per trovare una risposta, comunque, bastava semplicemente guardarci. Sembravamo fatti con lo stampo: pantaloni “acqua alta” di un colore che non lo vedevi nemmeno addosso agli anziani in casa di riposo, idem per quei maglioni larghi che indossavamo. Capelli sui quali sembrava avesse nevicato da quanta forfora c’era, viso stravolto dall’acne che se avessimo fatto scoppiare tutti i brufoli ci avresti potuto condire una pasta. Non serviva aver letto i trattati di Freud e Jung per capire che eravamo, e ancora siamo, degli introversi senza alcuna speranza di reversibilità; era sufficiente osservare la nostra postura. La verità era che non sarebbe bastato neanche un abbonamento per dieci pellegrinaggi a Lourdes per renderci cool.  

Ohi fioi, versimo ‘na compagnia?” Paperoga buttò lì la proposta. Forse, nella nostra solitudine sociale, c’era un filo di speranza. 

Pochi giorni dopo, sotto mentite spoglie di un certo Rudy, decise di lanciare un annuncio epocale: 

Ciao gente! Se siete interessati a formare una nuova compagnia, ci troviamo domani pomeriggio alle sette davanti alla pasticceria della Cesarina!” 

Come a tutti noi, non gli interessava tanto fondare una compagnia per la gloria, la fratellanza o lo spirito di gruppo. No, il vero obiettivo era attirare qualche bella squinzia che potesse portare un po’ di “primavera” nel suo gelido deserto sentimentale. 

Al giorno e ora prefissata, munito di occhiali da sole anche se c’era un cielo grigio, il volpone fece finta di passare di lì per caso allo scopo di verificare se all’annuncio avesse risposto qualche bella squinzia. Noi tre, suoi compari di sventura, eravamo appostati a distanza, nascosti dietro un cespuglio come agenti segreti, ma senza la minima dignità. 

Faceva ridere osservare il nostro socio mentre si guardava intorno con aria speranzosa, scrutando ogni angolo della strada. Forse, pensava, sarebbe arrivata qualche Venere in jeans e maglietta, una musa che avrebbe trasformato la sua vita in una commedia romantica. Invece, come da copione, comparvero solo Berto Perdon detto “ipnotisaeo” per via dei suoi occhiali a fondo di bottiglia e Nicola Martin detto “manovea”, il perché ve lo lascio intuire. Due solitari moltoni in perenne batua.  

A quel punto, Paperoga fece quello che ogni grande leader farebbe: un cenno di pollice verso rivolto verso di noi, un gesto chiaro e inequivocabile. Noi, dal nostro nascondiglio, scoppiammo a ridere così forte che si sentiva su tutto il piazzale della chiesa. Era il suo modo per dire: Missione fallita, qui c’è da scappare. E mentre si dileguava con la nonchalance di un ladro beccato con le mani nella marmellata, capimmo una cosa: l’amico non sarebbe mai stato il leader di una compagnia, ma cavolo, sapeva come farci morire dal ridere. 

Per consolarci dal tentativo naufragato, ci rifugiammo in bar da Nane; alla fine comunque, una sorta di compagnia ce l’avevamo. Certo, i fioi del bar, non erano proprio coetanei ma, maestri di vita. A loro modo, dispensatori di perle di saggezza e aneddoti indelebili. Ce n’erano certi che, ogni volta che aprivano bocca, era un po’ come ascoltare un oracolo. 

“’Ste ‘tenti che ea fame fa brutti schersi”. A proposito di compagnie, Gianni Passarella, meglio conosciuto come Nane Passarea, con il tono solenne di chi stava rivelando un segreto universale, più di una volta ci aveva messo in guardia.  

All’inizio pensammo si riferisse alla necessità di mangiare, ma presto capimmo che parlava di un’altra fame. Quella che ti spinge a buttarti sulla prima donna che incontri solo per non restare solo. Se gli chiedevi di spiegarsi meglio, si limitava a indicare sé stesso con un gesto teatrale e un mezzo sospiro.  

Il tutto per confessare che era il classico morto de figa; un uomo che, aveva agito in preda a questa “fame” e ora ne pagava il prezzo, intrappolato in una vita di coppia non appagante. Di questa cosa, avrebbe dovuto farne tesoro EnsoPenso. 

Chi invece ascoltava certi “insegnanti” fin troppo era Paperoga. 

Un pomeriggio, entrammo proprio nel mentre Massimo Zoccarato stava deliziando i presenti con l’ultima delle sue avventure erotiche. I popcorn, come al cinema, non c’erano ma, andava bene lo stesso un bel tonno e cipolline accompagnato da una spuma. 

Ma ti, … ti fumi?” Il Maci stava facendo uno strano gesto con le dita della mano portata a fianco del suo naso. 

Memo Bottacin ci spiegò che l’illustre docente, stava erudendo i presenti su come chiedere a una donna se fosse disposta a fare un certo “lavoretto”. 

Notai che Paperoga seguiva attento come se stesse prendendo mentalmente degli appunti. 

Purtroppo, il giorno seguente avvenne quello che temevo. Durante l’ora di matematica, il troglodita, facendo lo stesso gesto con la mano, si rivolse all’avvenente Veroni; “Professoressa, … lei fuma?” 

Probabilmente quel gesto convenzionale e quella domanda erano di dominio pubblico; in classe scoppiò una risata fragorosa e il deficiente si beccò una nota sul registro. 

Alla fine, anche incidenti di percorso come questi, facevano parte del fascino di essere dei “follower” di certi personaggi. I “vecchi” del bar ci avevano adottati a modo loro, e noi li guardavamo con ammirazione (e un pizzico di paura). Era una compagnia strampalata, ma l’unica che ci aveva accolto. Cominciavamo a capire che il bar da Nane Sbérega era molto più di un locale: era un teatro, una scuola, e forse anche un piccolo circo. 

Inoltre, noi con la nostra piccolissima radio, avevamo qualcosa di unico, qualcosa che nessuna compagnia, nessun grande gruppo organizzato avrebbe mai potuto offrirci: la libertà di esprimerci liberamente nell’universo meraviglioso dell’etere. Esclusi, imperfetti, forse anche sfigati agli occhi del mondo, ma incredibilmente orgogliosi di ciò che eravamo. Quella radio era il nostro rifugio e il nostro megafono, un luogo dove potevamo sparare tutte le cazzate che volevamo e, non era cosa da poco. 

E poi, col tempo, quella compagnia che tanto ci mancava, proprio come voleva fare Paperoga, l’abbiamo costruita con le nostre mani. Sì, perché quella scassatissima emittente che avevamo fondato è diventata molto più di un semplice esperimento: si è trasformata in un rifugio, un punto di incontro per altri esclusi come noi. Anime erranti in cerca di un posto nel mondo, desiderose di far sentire la propria voce, di esistere agli occhi degli altri, proprio come lo eravamo noi. La nostra radio non era soltanto un progetto: era un simbolo di riscatto, una casa per chi si sentiva fuori posto, costruita con le onde dell’etere e il battito dei cuori.  

Non ci importa tanto di non arrivare da nessuna parte quanto di non avere compagnia durante il tragitto. Anna Frank 

Gli anni più belli … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo