“Ma chi cazzo era quello?” si capiva che ad Alfredo De Vincenzi, comandante del volo AZ604 Roma – Venezia; le palle erano girate più forte dei turboreattori del suo MD80.
“Un coglione di quelli delle radio libere”, replicò Carmine Passalacqua, capoturno in torre, omettendo con cura di aggiungere che quel coglione lo conosceva eccome: nome, cognome, indirizzo e pure l’albero genealogico, in quanto segretario dell’assemblea condominiale dei Paeassoni, dove il tizio risiedeva.
“Dico io, ma non si riesce proprio a beccarli ‘sti idioti della minchia?”
In realtà, a far incazzare davvero il comandante De Vincenzi non era stata tanto l’irruzione in frequenza del coglione, alias Roberto Ballarin, alias Paperoga, quanto la canzone che aveva mandato in onda.
Teorema di Ferradini; probabilmente, a causa della maretta che da un po’ agitava le acque con la moglie, gli dava sui nervi più del solito. La trovava insopportabile. Straziante. Tossica.
“Sarebbe da segargli il palo dell’antenna e ficcarglielo dove so io”; sbottò, non era proprio una gran giornata per il De Vincenzi.
Carmine sudava freddo. Se solo il comandante avesse saputo che l’antenna in questione stava proprio sopra la sua testa, al civico 69 dei Paeassoni, sede della famigerata SolaRadio, l’avrebbe crocifisso a testa in giù sulla sommità della torre di controllo.
Per fortuna i due si conoscevano dai tempi gloriosi dell’Aeronautica Militare: uno ufficiale pilota, l’altro sottufficiale di torre. Carmine, uomo del sud e con la parlantina giusta, decise di giocarsi quella carta.
Con un mezzo sorriso e un tono da film di mafia, gli disse che, senza smuovere troppo le acque, bastava fare una chiacchierata con una certa persona, e il problema si sarebbe risolto da solo.
La questione si chiuse con un caffè offerto da Carmine al De Vincenzi. Poi i due, come da tradizione, ripresero a parlare di figa e di calcio. Come se niente fosse successo.
La routine settimanale del sior Sergio era precisa come un orologio svizzero. Il sabato mattina, alle nove in punto, apriva il suo “laboratorio”, che poi era il garage, ma lui lo chiamava così per darsi un tono, e si metteva a trapoear, come diciamo noi da queste parti.
Ci restava fino a quando siora Marisa, sua moglie, non si affacciava alla finestra per annunciare che il pranzo era pronto, con quel tono di voce che si sentiva ben oltre il piazzale della chiesa e che non ammetteva repliche.
Carmine conosceva bene quella liturgia. Così, alle nove e un secondo, cronometrati con la precisione di un cronista sportivo, si presentò davanti alla porta del garage. Puntuale come una tassa, e forse pure più sgradito.
“Ohi teron, ‘safemo par i tombini?”; sior Sergio gli ricordò dell’impegno che si era preso in assemblea.
«Ohi polentone, e invece cosa facciamo per l’antenna?» ribatté Carmine, serio come un verbale d’inchiesta, con il tono da ex maresciallo di prima classe dell’Aeronautica Militare che parla a un suo sottoposto un po’ svanito.
All’inizio sior Sergio non colse il senso della replica. Poi, quando Carmine nominò un certo comandante Alfredo De Vincenzi, lo sguardo gli si congelò in faccia. Sbiancò come una parete appena imbiancata.
Andò completamente in tilt.
Uscì di corsa sul vialone. Sembrava ipnotizzato, e mormorava parole misteriose come «spurie», «armoniche», «filtro passa-basso», come se stesse lanciando incantesimi da un manuale di elettronica.
«Questo mi sviene», pensò Carmine, colto da un mezzo rimorso. Forse aveva esagerato con la storia del comandante, le denunce, la Polizia Postale… ma in fondo, un po’ di pressione serviva. E poi durò un attimo.
Giusto il tempo di vederlo fissare, stralunato, il tetto e sentirlo inveire in ostrogoto contro certi “giovanotti” che conosceva fin troppo bene.
Poi si voltò, con aria più lucida, e fece cenno a Carmine di avvicinarsi. Indicò l’antenna.
Carmine si beccò una lezione di radiotecnica in versione popolare, metà dialetto, metà libro di testo della mitica Scuola Radio Elettra degli anni Sessanta; per capire che uno dei quattro dipoli, chiamato volgarmente “pettine”, era stato orientato alla cazzo, e proprio verso l’aeroporto. Oltretutto, questo mandava a puttane la delicata taratura di antenna e trasmettitore.
Stavolta toccò a sior Sergio pagare il caffè a Carmine e rassicurarlo dicendo, da bravo uomo del nord, che avrebbe provveduto a sigarghe soe rece a certe persone.
Il processo cominciò lo stesso pomeriggio, nello sgangherato studio di SolaRadio. Il giudice, alias sior Sergio, troneggiava dietro il bancone del mixer; noi, quattro imputati, allineati di fronte come scolari indisciplinati.
«Qua, ‘stavolta, ‘ndemo a finir sul Gasetin!». Con questa battuta, ci introdusse la storia dell’atterraggio del volo AZ604 e di quella strana vocina che, annunciava la canzone “Teorema” di Marco Ferradini. Un tale comandante Alfredo De Vincenzi, giurava di averla sentita chiaramente in cuffia, mentre era in fase di discesa.
“Almanco qualchedun che ne ‘scolta”. Paperoga non riuscì a trattenere la lingua, né tantomeno la risata. Ma quando sior Sergio ci raccontò che il Carmine gli aveva detto che si poteva ipotizzare il reato di minaccia alla sicurezza del trasporto aereo, a me, lo ammetto, cominciò a tremare il culo sul serio. Non avevo paura di finire in galera ma, piuttosto della reazione di mio padre; l’ergastolo sarebbe stato nulla a confronto.
Il colpevole si costituì subito: Tiziano Scarpa, detto Tito, figlio del medesimo sior Sergio. Una carriera da martire lo attendeva. Con lo sguardo basso e le mani in tasca, propose di patteggiare: si offrì di riparare immediatamente al danno causato.
«Lassa perdar… Ti ga ‘na testa che no ea magna gnanca i porsei», lo liquidò il padre.
Il vero movente non venne mai esplicitato. Ufficialmente il reo confesso si giustificò asserendo “pensavo che quei da ‘staltra parte i ciapasse mejo ea radio” ma, noi tutti sapevamo che “da ‘staltra parte” in quella direzione abitava una certa Anna Grandesso. Il Tito, era così introverso che nemmeno sotto tortura avrebbe fatto quel nome e dichiarato apertamente lo scopo della manomissione dell’antenna; piuttosto si sarebbe fatto frate.
La domenica sior Sergio si armò di scala e andò a sistemare. Carmine osservò la scena dal basso e fece pollice in su; sicuro che De Vincenzi non avrebbe più rotto i coglioni. Il comandante De Vincenzi no; ma, qualcun’altro si apprestava a farlo.
Quella stessa domenica, Tito e io, finita la messa delle undici, detta “la messa beat” per via del massiccio uso di chitarre elettriche, ce ne stavamo appoggiati a una delle colonne del porticato della chiesa, con gli occhi sgranati puntati in direzione di Sara Visentin.
La tipa si era presentata alla sacra funzione con la minigonna. Andai via di testa e, invece di ascoltar messa, diedi retta a quel diavoletto che, sul muro dietro l’altare, mi proiettò gratis il film dove io, in discoteca, ballavo con lei un lento “sbregamudande”. Grazie a quei pensieri, persi istantaneamente non so quanti punti in graduatoria per il paradiso convertendoli nei medesimi punti triplicati per l’inferno.
“Mi ghe go visto ‘e mudande” sibilai a Tito con un ghigno diabolico, più per provocarlo che per condividere una scoperta. Volevo strapparlo da quella sua mentalità da cattolico pre-conciliare. Ma lui, imperturbabile, faceva finta di niente.
Don Gianni quasi ci strattonò per chiamarci in disparte. Al momento pensavo mi avesse sentito; dentro di me, ero pronto a rispondergli parafrasando una celebre e storica frase: “La minigonna della Visentin val bene una messa”. Ma, da bravo fio de cesa, mascherai le mie pulsioni e seguii lui e il Tito in canonica, in religioso silenzio.
“Fioi, cossa voè far co’ sta radio?”
Stravaccati sulle due poltroncine sgualcite del suo studio; sottratte con l’inganno a una nobildonna veneziana, sua conoscente, tirammo un sospiro di sollievo. La Visentin e la sua mini non c’entravano nulla, ce l’aveva con qualcosa, secondo lui, di più diabolico.
Mi aspettavamo che prima o poi la chiesa cattolica, per tramite di qualche suo illustre rappresentante ci avrebbe chiesto di rendere conto della nostra attività radiofonica.
Pensavo che don Gianni, in qualche maniera, fosse venuto a conoscenza delle avance che il compagno Marino Gobbato segretario della locale sezione del PCI, ci aveva fatto. La sua intenzione era quella di mettergli a disposizione un po’ di orette per parlare “de robe sue”. Il volpone, come speaker, ci avrebbe mandato tali Lisa Franceschin e Antonella Battiston, tra le più cocche che la locale FIGC aveva in stalla.
Il bavoso Ensopenso stava già per siglare ad occhi chiusi l’accordo per quella specie di join venture con i comunisti quando mi venne in mente di chiedere un parere preventivo al vecchio compagno Bruno Manzato, frequentatore abituale del bar da Nane che sentenziò: “No’ e xé troie. ‘E xé feministe; ea prima volta che provè a palparle e veo taja. A mi e me sta sol casso; e vol saver sempre tutto eore. E po’, me sa che e ga xà tutte e do, el marco”
Non se ne fece più nulla ma, specie Paperoga, visto che il mondo cattolico, non offriva gnocca a sufficienza e quella poca era appannaggio dello stronzissimo Riccardo Beltrame, convenne che, comunque, era meglio buttare l’esca con qualche squinzia progressista mandando in onda roba forte di un certo tipo quale, ad esempio, “l’avvelenata” di Guccini.
Per cui, almeno io, ero pronto a beccarmi un anatema fulminante per il fatto che la nostra antenna sparava nell’etere cazzate comuniste.
In realtà, il prete non ce l’aveva con Paperoga per aver messo su Guccini ma con me, che mandavo in onda a nastro Alan Sorrenti; e mai, mi sarei aspettato che cominciasse il pistolotto parafrasando una sua canzone:
“Non siamo figli delle stelle ma figli del Signore”
Don Gianni, con voce aspra e occhi da inquisitore, cercava di strapparci via, come si strappa un’erbaccia in mezzo al grano, dalla nostra condotta, a suo dire, troppo leggera. Ci accusava di trasmettere canzoni senza peso, troppo sospese nell’aria come bolle di sapone, destinate a esplodere senza lasciare traccia. Agitava le mani, le sopracciglia aggrottate come se volesse inchiodarci a una colpa morale: quella di non avere un tema conduttore, un senso, una direzione. o meglio, mancava quel tema conduttore che lui avrebbe voluto imporre.
Uscimmo dalla canonica in silenzio, con la coda tra le gambe. “Bon xe vedemo” fu l’unica frase che ci venne da pronunciare, a mezza voce e all’unisono, come un saluto stanco e rassegnato. A pranzo non riuscii a mandar giù quasi nulla. Avevo il palato amaro che sapeva di vergogna e rabbia. Me ne andai a zonzo per le viette, cercando di scrollarmi di dosso la voce del prete che si era lasciata dietro un’eco di ammonimenti e silenzi severi. Ma come se non bastasse, mio padre ci mise il carico da novanta: “Se ti pensassi de più a studiar e no’ a quel sacramento de radio”. Lo disse senza nemmeno guardarmi, mentre ascoltava le radiocronache delle partite, le parole mi arrivarono dritte in petto, come uno schiaffo; per lui, tempo sprecato quello passato al microfono di quella sottospecie di radio.
Mi avevano praticamente fatto a pezzi. Don Gianni con la sua autorità morale, mio padre con il suo disprezzo pratico. E forse aveva ragione nonna Angela, quando mi diceva con quel tono a metà tra la tenerezza e la rassegnazione: “Ti xè fatto de tochi come to’ mare” Intendeva dire che ero fragile e volubile, che bastava poco per scompormi. Che vivevo a scatti, a strappi, a improvvise impennate d’anima.
E allora mi misi a pensare, davvero, al tema conduttore. Ce n’era mai stato uno, nella mia vita? No. Mi ero sempre mosso a zig-zag, lasciandomi trasportare dai venti delle emozioni. Non c’era coerenza, non c’era progetto. Solo frammenti.
Mi resi conto che a guidarmi non era la voce di un prete; ma roba come la minigonna di Sara Visentin. Altro che ideali cristiani, altro che programmi sociali. Era quella stoffa sottile, che “lasciava immaginare tutto” come diceva Claudio Baglioni, a veicolare i miei pensieri e i miei progetti, tipo quello di racimolare i soldi per un CIAO usato e caricarci dietro la Visentin.
Avevo in testa una gran confusione, alla fine ero come esattamente come miliardi di uomini che, come me, seguivano solo l’irresistibile chiamata del desiderio, la bellezza improvvisa e gratuita di un gesto femminile. Forse era questo il mio vero tema conduttore.
“Come le stelle noi, silenziosamente insieme ci sentiamo”
Non appena passai davanti alla casa dove abitava Vera, come per magia, nella mia mente risuonarono di nuovo le parole di “figli delle stelle” e, sempre per magia, sparì la Visentin e certi pensieri, per far spazio a un sentimento autentico, più intenso e più romantico.
In quel momento, l’unico sostegno che avevo era la leggerezza della musica leggera.
Ogni volta che tutto sembrava crollare: i pensieri pesavano come macigni, le parole degli altri erano spine, e le giornate scivolavano via senza lasciare traccia; bastava una nota, un ritornello conosciuto, e tutto si alleggeriva.
La voce di un cantante come Alan Sorrenti, un motivetto orecchiabile che ballava tra i ricordi dell’infanzia, erano sufficienti per aprire una finestra nell’anima. La musica leggera non cercava di insegnarmi nulla, non voleva spiegare il mondo. Voleva solo farmi respirare ed amare.
In quelle melodie leggere c’era il lusso dell’evasione, la carezza della semplicità, il conforto del superfluo che diventa essenziale. Non era fuga, era sopravvivenza. Perché quando tutto pesa, solo ciò che è lieve ti salva.
A guidarmi era la leggerezza, quella stessa leggerezza che infilavo nella programmazione della radio, canzone dopo canzone. Era quella l’aria in cui respiravo, il mio modo di esistere. E non me ne vergognavo. Perché, in fondo, quella musica effimera che tanto irritava Don Gianni portava con sé una verità semplice e luminosa: che c’è qualcosa di sacro anche nella leggerezza, se sai ascoltarla col cuore giusto.
E mentre la primavera, ormai piena, srotolava il suo tepore come un tappeto verso l’estate, mi venne da sorridere. Forse non ero fatto per le grandi cause. Forse il mio cammino era quello degli equilibristi e dei sognatori. E va bene così. Perché anche chi è fatto di fragili pezzi, a volte, riesce a tenere insieme una melodia. Purché sia leggera.
La pista 04 destra è sempre lì. Un po’ più lunga rispetto ai tempi del comandante De Vincenzi, ma sempre lì, un nastro di bitume in riva alla laguna. E anche l’antenna sul tetto del civico 69 dei Paeassoni non si è mai mossa, un puntino ostinato contro il cielo, come un vecchio testimone muto del tempo che passa.
Quando ti appresti al corto finale, se hai l’occhio allenato, riesci a vederle entrambe: la pista e l’antenna, allineate nel tuo campo visivo come due coordinate fisse in un mondo che cambia. Bastava una virata di undici gradi a sinistra, e il De Vincenzi l’avrebbe centrata in pieno, solo sfiorandola col carrello. In quel caso, “Teorema” di Ferradini non avrebbe più disturbato i suoi pensieri già troppo densi di ombre. Ma anche quello, ironia del destino, era un segno: un’interferenza che chiedeva ascolto, come spesso fanno le cose non dette.
Peccato che ora non ci siano più le interferenze di SolaRadio. Con gli slot di atterraggio sempre più stretti, sarebbe stato un successo assicurato: decine di equipaggi che, volenti o nolenti, se la sarebbero ritrovata in cuffia. Sarebbe arrivata dritta nei cockpit, senza chiedere permesso. Una presenza fantasma, come certe verità che nessuno invita, ma che arrivano lo stesso.
Eppure, almeno nel volo, anche ai tempi del vecchio De Vincenzi, c’è sempre stato un tema conduttore. Una logica. Un obbligo morale. Un tracciato, invisibile ma preciso, che ti guida a scendere, anche in modo del tutto automatico, su quella striscia d’asfalto. Al di là degli strumenti e della checklist, c’era e c’è sempre il dovere: quello di riportare a terra, sani e salvi, i culi di qualche centinaio di sconosciuti. Il volo ha le sue regole. La vita, a confronto, molto meno.
Fuori dalla cabina, è tutto più incerto. Non ci sono rigorose procedure da seguire, né traiettorie ottimali per farti risparmiare carburante. Le turbolenze arrivano senza preavviso, e l’unico indicatore di assetto, in gergo “orizzonte artificiale”, è quello che ti disegni nella testa; se ci riesci.
E ora che si avvicina il momento di scendere definitivamente a terra, per poi, dopo un certo tempo, più o meno lungo, ripartire per l’ultimo volo, quello senza ritorno, sento l’angoscia affacciarsi senza bussare.
Cerco appigli. Certezze. Qualcosa a cui ancorare questa rotta discontinua. Ma niente arriva. E guardando indietro, capisco che non è mai davvero cambiato nulla. Nessuna rotta incisa nella pietra, nessun credo solido, nessuna bandiera piantata con orgoglio in qualche terreno sicuro. Volo a vista, da sempre. Seguo i venti del cuore, anche quando sono instabili, anche quando spingono verso improbabili e ignote destinazioni.
Ma una cosa la so, con feroce chiarezza: non sopporto chi tenta di stringere la mia cloche tra le sue mani. Non tollero chi, con le sue interferenze, morali, emotive, spirituali; cerca di impormi una rotta, una destinazione, una quota obbligata. Questo è il mio cockpit. E anche se l’aereo traballa, anche se a volte il carburante scarseggia e la radio tace, qui dentro sono io il comandante. Nessuno può dirmi quale rotta seguire e quale cielo attraversare.
Fino all’ultimo atterraggio.
Figli delle stelle … ascolta il podcast
Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati!
Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo