El Bibo dea Cipressina

Condannato per omicidio con l’aggravante dei futili motivi”; probabilmente, se non mi fossi trattenuto, sarebbe quello che avreste letto sui giornali, ma, vi assicuro che, la voglia di scaraventare fuori dal treno, non appena fossimo entrati nella galleria degli Appennini, quella tipa che mi sedeva davanti, colpevole solo di avere addosso lo stesso profumo di Maria Vittoria Benzoni Savelli; era tanta. 

Prima ora del primo giorno di liceo; una folata di quel maledetto profumo riempì l’aula precedendo l’esordio in scena della nostra professoressa di lettere; tubino verde, scarpe bianco lucido con tacco dodici e, un fastidioso tintinnio provocato dalla ricca dotazione di gioielli. Alla bionda sembrava che gli occhi dovessero uscire, da un momento all’altro, dalle orbite; assomigliava, in tutto per tutto, a un personaggio politico in voga oggi. 

Non ricordo bene la formula matematica ma, il rapporto figa / stronza attribuito dalla commissione di maschietti che, da lì a poco, si sarebbe insediata; era bassissimo, intorno allo zero virgola qualcosa. 

Non mi serviva la sfera di cristallo, tanto immaginavo dove sarebbe andata a parare; dopo una rapida ma estremamente accurata, scansione di tutti i venticinque elementi della classe iniziò con l’appello-interrogatorio, gli interessavano sostanzialmente tre dati; cognome, nome e classe sociale. Si capiva che, avrebbe voluto andare direttamente al sodo chiedendo subito, ad ognuno di noi, informazioni sul lavoro del padre ma, alla codarda mancò il coraggio per cui, indagò prima sul luogo di residenza, altamente indicativo dello stato sociale. 

Quando, la numero uno, tale Andreatta Vania, toccandosi i bellissimi riccioli biondi, con voce sensuale, pronunciò “Rotonda Garibaldi” ovvero, i Parioli di Mestre, si innescò in me una incontrollabile reazione a catena chimico-ormonale; ma questa è un’altra storia. 

Fino a quel giorno, ero abituato ad avere in classe gente che proveniva, dal mio quartiere, in più, non ero particolarmente ferrato nella geografia locale. Il numero due, tale Bibolin Mauro, un ricciolino con la faccia da Bassethound bastonato; a domanda, con un filo di voce e scarsissimo entusiasmo, rispose; “Cipressina”. Mi fu subito simpatico, provai nei suoi confronti, una grande tenerezza mista allo stupore derivato dal non sapere dove cavolo si trovasse quel luogo. 

Io ero al diciassettesimo posto; per cui, visto come buttava, avevo tutto il tempo di prepararmi le risposte; da navigato speaker di una radio libera, ea sbatoea non mi mancava. 

Campalto dove?” 

il sarcasmo della Benz sembrava uscire anche dalle tette, tenute ovviamente bene in vista. 

C puntato, E puntato, P puntato; meglio conosciuto come Lido di Campalto; signora professoressa” 

Realizzai di essere praticamente già stato rimandato a settembre. L’illustre futuro avvocato Campesan, seduto a mio fianco, si mise istantaneamente la mano in tasca, non capivo se per toccarsi le palle o mettere al sicuro il portafoglio. 

Non era finita qui; dopo averci minacciato di incularci se facevamo assenze non causate da gravi malattie invalidanti, ci propinò subito un tema dall’originale titolo “mi presento”; in sostanza aveva bisogno, al solo fine di schedarci, di quante più informazioni possibili. Istintivamente girai lo sguardo in direzione del Bibolin; stava con gli occhi rivolti al soffitto a mo’ di imprecazione. 

Dopo due giorni, riecco la folata; tailleur nero, stivaloni sadomaso dello stesso colore; sbatté sulla cattedra il registro con sotto i nostri temi. Per un attimo mi squadrò, nella mia immaginazione mi vedevo steso per terra davanti la cattedra, mentre lei mi premeva la testa con il tacco dello stivale. 

Iniziò a recensire i lavori mentre, alcuni esimi colleghi, diedero vita a concerti per solo violino e lingua. Il tempo passava e, ancora non arrivava il mio turno né, tantomeno quello del Bibolin; brutto presentimento. Quando giunse alla fine del pacco si mise a sbuffare; con quelle lunghissime unghie laccate in maniera ineccepibile, prese a tamburellare sopra i due fogli protocollo rimasti; stette un attimo in silenzio, cercai conforto nello sguardo del Bibolin che però, prontamente, da sotto il banco, con la mano chiusa a pugno, fece l’inequivocabile gesto, chiaro preludio alle intenzioni della prof. 

– “Bibolin e … come cavolo si chiama questo. non ci siamo”. 

Il sospiro della Benz provocò un’altra tremenda zaffata di quel suo, chiamiamolo, profumo; gli occhi uscirono ancora più fuori dalle orbite; sembrava che un bottone della camicetta, quello posizionato sul davanzale, stesse per saltare da un momento all’altro; si tirò su le maniche per sistemare meglio quel mezzo kilo d’oro che aveva su ogni braccio, come se si preparasse per prenderci a sberle. 

“Fuori tema”, fu il verdetto; la masnada degli sviolinatori si girò verso di noi guardandoci con ghigno diabolico, in attesa di ordini superiori ed eseguire la sentenza ovvero; metterci alla gogna. 

– “A ciccio almeno l’ironia no’ te manca. Mò me devi spiegà ‘sta storia che parlicchi so ‘na fantomatica radio” 

Fui il primo al quale si rivolse in romanesco; l’avrebbe fatto ogni qualvolta intendeva sminuire qualcuno. “Parlicchiare su una fantomatica radio”; come fanno presto due parole sbattute la, dall’alto di una cattedra, a mandare in frantumi l’entusiasmo di un adolescente. Menomale che l’Andreatta mi lanciò un’occhiata complice che, mi tirò su il morale e, anche qualcos’altro. 

“Il Piave mormorò, non passa lo straniero!”; mi risuonò nella testa la famosa canzone; il nemico, ovvero la Benz, stava passando il limite; passai alla riscossa verbale. L’entusiasmo e la passione per la radio furono la mia arma letale; alla fine della mia arringa, in classe non volò una mosca; la campanella salvò la signora da un certo imbarazzo. 

“Ma che casso ti gà scritto?” 

Bibolin mi affiancò in corridoio, non aveva più la faccia da Bassethound bastonato, era alquanto divertito dalla situazione; ci scambiammo i fogli protocollo. 

In piazza Barche, i nostri autobus prendevano direzioni diametralmente opposte; era facile però intuire che, alla fine, ci avrebbero sbarcato sulla stessa identica realtà. Un posto ambito era il sedile dove un tempo stava il bigliettaio, in pelle, comodo, disponeva di un tavolino che, noi studenti sfruttavamo come banco autotrasportato per sistemare gli appunti e altre incombenze scolastiche; quel giorno ci stesi sopra il tema del Bibolin. 

Sono nato e abito alla Cipressina, detta anche Depressina, uno dei tanti quartieri dormitorio di Mestre ..”. Quartiere dormitorio, che strano termine; mi immaginavo palazzoni con camerate piene zeppe di letti a castello, un po’ come nella colonia dove d’estate, fin dalla tenera età di sei anni, mi spedivano i miei. 

Campetto da calcio, due bar, dove le bestemmie erano usate a mo’ di punteggiatura; la chiesa, dove vengono favoriti sempre i soliti seduti in primo banco. Per i giovani non c’era ‘sta grande offerta di attività; potevi giocare a basket sul campetto del patronato a patto che frequentassi l’incontro del venerdì; dove, un pretino sedeva a capotavola con a fianco, i suoi discepoli preferiti; l’insegnamento impartito era sempre quello; non trombare prima del matrimonio, nemmeno con la fantasia; non andare a far vasche in piazza o peggio, in discoteca. 

Fortuna che eravamo distanti di banco altrimenti, la Benz avrebbe montato su un impianto accusatorio non facilmente demolibile; i nostri due temi erano praticamente una fotocopia, stessi luoghi stesse persone ma, soprattutto stessa vena malinconico-ironica usata per descrivere la banalità. 

Tirate su da quel letto, che go da passar ea lucidatrice !!” 

Ormai non riuscivo più a sopportare il tono di voce di mia madre; ogni qualvolta doveva impormi qualcosa, mi fracassava i timpani; altra cosa che non sopportavo era la brusca interruzione di una fantasia erotica; il faro della vecchia Sangiorgio, illuminò a giorno la mia cameretta, mentre stavo per avere il mio primo rapporto sessuale completo con la Andreatta. Chissà se anche Bibo, ormai lo avevo già soprannominato tale, aveva una mamma così disgraziata; nel suo tema non c’era menzione alcuna della famiglia. 

Nel mio, l’argomento era stato volutamente relegato tra gli omissis; in primo luogo, perché non c’era niente di particolare da dire o, di che vantarmi anzi, me ne vergognavo; la gente comune non fa colpo, tanto vale non parlarne. La mia tesi fu avvalorata il giorno della lettura dei temi; era tutto un susseguirsi di padri avvocati o ingegneri. Mi immaginavo madri affettuose alle quali i padri avvocati o ingegneri avevano appena regalato la macchina nuova in quanto, la pelliccia di visone era già stata regalata l’anno prima e, dolcissimi nonni che facevano migliaia di chilometri per scendere giù dalle loro case al mare o in montagna e andare a trovare i nipoti ovviamente, portando con se una busta regalo, ben imbottita di bigliettoni da cinquantamila lire. 

Cosa dovevo dire di mio padre, che all’età di dieci anni fu preso da mio nonno a pedate nel culo e mandato a lavorare in mezzo ai campi; colpevole solo di avergli chiesto una bicicletta. Oh, certo, potevo raccontare che era giunto all’apice della carriera, ora aveva un tornio tutto suo e un “bocia” a cui insegnare, a suon di bestemmie e tangare sulla testa, il mestiere.  

Non credo facesse molta poesia, se raccontavo che se ne stava giorni interi in quel maledetto orto ad annaffiare le colture con l’acqua del putrido fosso ma che, almeno quello, gli faceva dimenticare le ciminiere di Porto Marghera. Che dire poi di mia madre, sfatta nel fisico e assente con la mente, passava tutto il giorno, come un automa a ripetere le stesse faccende domestiche, cantando a squarciagola le solite canzoni; unica distrazione alcuni fotoromanzi sgualciti che gli passava la parrucchiera, le rare volte che ci andava. Lasciamo perdere mio fratello; il vero uomo, tenuto su un piedestallo dai miei in quanto, già da tempo lavorava; unico e valido supporto al magro bilancio familiare; non come me che, magnavo schei a tradimento. Devo dire però che c’era, qualcosa in cui credere, una solida la fede che reggeva la mia famiglia, per noi uomini il Milan, per mia madre la Carrà. 

Non ho mai sopportato quelli che, come Maria Vittoria Benzoni Savelli, ancor prima di sapere come ti chiami, ti chiedono informazioni dettagliate riguardo la tua famiglia; e lei, probabilmente, non sopportava chi volontariamente o meno, ometteva di fornire queste informazioni per cui, qualsiasi altra cosa avessimo scritto era ovviamente, “fuori tema”. 

“No go capio, to pare xè ingegner, professor o avvocato? In cossa el xé laureà?”;  

El Bibo, non perse tempo per, come diciamo noi, tirarme in lengua

– “El xé laureà in tornitura de fin”; 

-“Ah, el mio invesse in saldatura col caneo”; 

-“E dove, l’esercita ea profession?”; 

-“El ga el studio a Marghera, al Breda”; 

-“Orpo, el mio la vissin; Vetrocoke Azotati! E to mare?”; 

-“Casa a batar strassa tutto el giorno”; 

-“Idem con patate”; 

-“Scolta, però, ea to’ radio ea fa un fià da cagar; a casa mia no ea ciapo”; 

-“Par forsa, el posto dove che ti abiti fa da cagar”; 

-“Senti chi parla, queo coi rubinetti de oro in casa” 

Consideravo un preciso impegno istituzionale, fare in modo che, in un quartiere sfigato come il nostro, si potesse ricevere Solaradio. Fracassai i maroni per settimane a sior Sergio, alla fine, il segnale, giunse chiaro e forte alla “Depressina”; al Bibo, comunque ‘sta cosa sembrava non fargli né caldo, né freddo.  

In quel periodo, alla sera io e Paperoga, ci alternavamo a condurre quello che era un classico delle prime radio libere; le dediche in diretta. Un nebbioso lunedì di fine ottobre, arrivò una telefonata indimenticabile: 

– “Pronto xè ea radio?” 

– “Si, chi parla?” 

-“’Sera maestro, so Umberto Cassador detto Berto, un barbier qua de Mestre” 

-“Bene, finalmente una telefonata dal centro città, vuole fare una dedica?” 

-“No, un annuncio, se el me parmette” 

-“Certo, dica pure” 

-“Steme a sentir, insomma, voria dir a tutti che ea mujer de Gino Visentin; … lo fa beco!!” 

-“Scusi ma ..” 

-“No, no ghe xè ma e no ghe xè se; maestro, so sicuro de queo che digo” 

“Come fa ad essere sicuro, ha le prove?” 

La cosa iniziava a divertirmi 

-“Ostia xè go e prove! Xo mi che me ea cia…” 

La telefonata di quel fantomatico Berto Cassador, durò quasi mezz’ora; iniziò a descrivere nei minimi particolari, i focosi incontri con la sua amante; non appena eccedeva con le oscenità o, accennava a frasi volgari; mi divertivo a censurarlo mandando della musica. Da quella sera, Berto Cassador, non mancò di continuare a telefonarci e ad allietarci con le sue storie “de done nue”. Dalle sere successive, fatalmente, iniziammo a ricevere anche le tristi telefonate di Gianni “Nane Sfiga” Berton, il cui motto era “ea vita xè un cesso sporco”, i comizi in diretta del compagno Piero “el Ce” Cecchinato, gli indimenticabili consigli per cuccare di Antonio “Tony Piassa Fero” Lovadina e, i commenti calcistici di Luigino “Ginetto in baeon” Passarin, opinionista ubriaco.  

C’era una cosa che accumunava questi personaggi, un tono di voce stranamente simile. Credo che, ancora oggi, a parte noi della radio, il grande pubblico ignorasse che, dietro a quei personaggi, ormai entrati nell’immaginario mitologico, si nascondeva el Bibo; un segreto che ci porteremo nella tomba. 

A parte questa sorta di collaborazione radiofonica, io e lui condividevamo ea poca voia de far ben a scuola e, ‘ndar in batua.  

A causa dei continui insuccessi nei due ambiti precedentemente menzionati, eravamo dediti al consumo, o meglio, abuso, di tramezzini e birrini, presso un popolare locale di via Mestrina. Non era cosa semplice, dovevamo faticare non poco a racimolare i soldi necessari per permetterci quella sorta di dipendenza. I nostri genitori, a differenza di molti altri, non ci davano la paghetta settimanale in quanto, adottavano il metodo self-service ovvero, ci dicevano “co te serve i schei totei” il che, sembrerebbe semplice ma, in realtà, quella frase sottintendeva che, per ogni biglietto da mille era necessaria una formale domanda in carta bollata nella quale, sotto giuramento, si dovevano elencare i validi e giustificati motivi del prelievo.  

L’evasione e il godereccio non erano contemplati, per cui, era necessario ricorrere a una sorta di elusione fiscale, mascherando le uscite relative a, pizzette, tramezzini, mozzarelle, Giambonetti, birrini, colini, gelatini e altre sostanze classificate alla stregua della droga; come spese per materiale scolastico; non era facile ma, bastava far ricadere la colpa sul quel cagacazzi ed esigente professore di turno che, ci faceva spender un sacco de schei per niente. 

C’era anche un’altra cosa che condividevo col Bibo la sbindolata megagalattica per quella ricciolina bionda che avevamo in classe. 

A differenza degli altri tre soci che avevo in radio, Bibo non faceva mistero delle sue passioni amorose. Con lui, tutto era trasparente: dai dischi che adorava alle emozioni che lo agitavano. Eppure, quando confessò di essersi invaghito della stessa ragazza che abitava i miei pensieri, rimasi spiazzato. Lui, il mio confidente, il mio alleato di battaglie quotidiane, si era infilato nella stessa guerra del cuore. 

Entrambi ci eravamo fatti dei film sulla tipa ma, a differenza dei miei, che erano roba da sale di dubbia moralità, i suoi erano dei lungometraggi romantici, capolavori da serata di gala. Insomma, il ragazzo puntava alto. 

Guardai il suo viso illuminato da una speranza che non avevo mai visto prima. Non potevo competere con tanta nobiltà d’animo. Io, il regista di film mentali al limite del legale, non avevo diritto di stare in quella corsa; per cui, decisi di ritirarmi dalla competizione. 

Ad un certo punto, in radio cominciammo a ricevere telefonate da un altro misterioso personaggio.  Un tale “innamorato fradicio” che usava dedicare ad una altrettanto misteriosa “Shirley Temple”, bellissime canzoni d’amore. Avrete sicuramente già capito chi erano i due. 

Diceva di vederla ormai dappertutto, seduta al suo fianco nella penombra del cinema Excelsior e poi, mentre salivano, mano nella mano, sulle scale mobili di Coin.  

Ho ancora bene impressa l’immagine di quello stronzo e gran rotto in culo del Narozzo che, sfoderando un sorriso da quarantacinque pollici, avanzava verso me e Bibo, stringendo con il braccio la spalla della Andreatta. Quel giorno, quando al Bibo il palco crollò, il tonfo fu veramente forte. Balbettava mentre con un falso sorriso di circostanza salutava la coppia. Seguì un buon quarto d’ora di silenzio durante il quale perdemmo l’orientamento dopodiché, emise un sospiro; 

“Se magnemo ‘na mossarea?” 

Ancora oggi faccio fatica a credere che il vero motivo per cui El Bibo, alla fine di quell’anno scolastico, abbandonò il liceo per approdare all’Istituto Tecnico; per giunta, in una classe popolata esclusivamente da maschi, non fosse il suo rendimento disastroso. No, quella fu solo la scusa ufficiale. La verità, nascosta tra i corridoi di quella scuola, era un’altra: quella fortissima delusione amorosa. 

Forse perché ormai eravamo legati da quel filo invisibile che solo certi amici possono tessere, decisi di seguirlo anch’io. Così, lasciai il liceo e mi unii a lui nel regno del Tecnico. Alla fine, i nostri genitori vinsero la loro battaglia. In fondo, per loro, era scritto nel destino: i figli degli operai, se proprio va bene, possono aspirare al massimo a diventare capi squadra. Inoltre, c’era la questione dei soldi. Il liceo richiedeva tempo, troppo tempo, prima che potessimo iniziare a portare a casa i tanto agognati schei

E così è stato, i schei ora li abbiamo. Il problema è che, ad entrambi, sembra ancora mancare qualcosa di più importante. 

Tralasciamo per il momento i miei vuoti da colmare, riguardo i quali, scriverò un libro a parte e, torniamo al Bibo. In tutti questi anni non si è mai tolto dalla testa, o meglio, dal cuore, Vania Andreatta. 

Nonostante ci tenga ad apparire come un uomo sentimentalmente appagato, a me l’ha detto chiaramente. Credo anche di non essere il solo a saperlo o, perlomeno a sospettare qualcosa. Sicuramente tra questi c’è l’Agenzia delle Entrate che, si starà chiedendo perché un tipo come il Bibo, che non soffre di particolari e documentate patologie, porta in detrazione centinaia di scontrini di una particolare farmacia; quella dove lavora Vania Andreatta. 

È vero, è sempre stato un ipocondriaco cronico, ma io so che gran parte delle medicine, degli integratori e di altre cianfrusaglie acquistate nella farmacia di Vania sono solo un pretesto. Una scusa per incrociare ancora il suo sguardo. 

Mi è facile capire quando riceve un suo messaggio, è per lui un piccolo terremoto emotivo. Sussulta, sorride, e in quegli istanti si trasforma nel ragazzo di quarant’anni fa, ancora innamorato perso di quella ricciolina bionda. Giuro che non ho mai visto uno che sprizza di felicità alla vista di un messaggio che gli notifica la disponibilità dell’unguento per le emorroidi. 

Ancora oggi, dopo decenni, “l’innamorato fradicio”, con la sua voce che arriva come una carezza malinconica, velata di speranza, quella speranza tenace che solo i cuori romantici sanno coltivare. Dedica canzoni d’amore struggenti alla misteriosa “Shirley Temple”. Per El Bibo, quel sentimento nascosto rimarrà sempre lì, sospeso, come un vecchio disco che, ogni volta che lo rimetti su, suona sempre le stesse note: dolci, immutabili, perfette. 

Ho chiesto al Bibo un sacco di volte, di venir a parlare in radio, ma lui ha sempre declinato l’offerta dicendo che preferiva rimanere un semplice ascoltatore. 

Definirlo un semplice ascoltatore è un eufemismo. Non è mai stato un ascoltatore qualunque ma, il più fedele, il più vero, il più umano. L’amico che non ha mai smesso di sintonizzarsi, che mi ha aperto il cuore con la disarmante sincerità di chi non teme più il giudizio. 

È lui che mi parla senza vergogna delle sue paure, delle fragilità che porta con sé come fossero foglietti spiegazzati in tasca, pieni di appunti sparsi di una vita vissuta a metà. Una vita che, mi confessa, non è quella che avrebbe voluto, incanalata da scelte fatte solo per paura. 

È lui che, per mettermi in guardia, mi cita spesso una frase di Pirandello “nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”. Con me non ha bisogno di maschere, e io lo ascolto come si ascolta una vecchia canzone che conosci a memoria ma che, ogni volta, riesce a emozionarti. 

È lui che mi ha insegnato che per essere un bravo uomo di radio, non basta saper parlare. Bisogna saper ascoltare. Saper interpretare quelle parole fra le righe che ti fanno decifrare quel messaggio che il tuo ascoltatore vuole lanciarti. Ascoltare le sue canzoni scelte con timidezza, i silenzi che raccontano più delle parole, le vite che si intrecciano sulle onde radio. 

Mi ha insegnato che puoi lasciare un segno nella vita degli altri anche come semplice ascoltatore. Perché finché c’è una voce che chiama e un cuore che risponde, anche tra mille interferenze, resta aperto un canale. E finché c’è un canale aperto, c’è speranza per qualcuno che cerca risposte, cerca compagnia. Una voce che gli dica: “ti ho sentito”, e io sono lì per questo.  

È per questo che, ogni notte, da anni, sto con il microfono acceso e il cuore attento ad ascoltare, come una vecchia canzone che non smette mai di commuovere, la storia di qualcuno che, in fin dei conti, è anche la mia.  

Altrove e qui … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Interferenze

Ma chi cazzo era quello?” si capiva che ad Alfredo De Vincenzi, comandante del volo AZ604 Roma – Venezia; le palle erano girate più forte dei turboreattori del suo MD80. 

Un coglione di quelli delle radio libere”, replicò Carmine Passalacqua, capoturno in torre, omettendo con cura di aggiungere che quel coglione lo conosceva eccome: nome, cognome, indirizzo e pure l’albero genealogico, in quanto segretario dell’assemblea condominiale dei Paeassoni, dove il tizio risiedeva. 

“Dico io, ma non si riesce proprio a beccarli ‘sti idioti della minchia?”  

In realtà, a far incazzare davvero il comandante De Vincenzi non era stata tanto l’irruzione in frequenza del coglione, alias Roberto Ballarin, alias Paperoga, quanto la canzone che aveva mandato in onda. 

Teorema di Ferradini; probabilmente, a causa della maretta che da un po’ agitava le acque con la moglie, gli dava sui nervi più del solito. La trovava insopportabile. Straziante. Tossica. 

Sarebbe da segargli il palo dell’antenna e ficcarglielo dove so io”; sbottò, non era proprio una gran giornata per il De Vincenzi. 

Carmine sudava freddo. Se solo il comandante avesse saputo che l’antenna in questione stava proprio sopra la sua testa, al civico 69 dei Paeassoni, sede della famigerata SolaRadio, l’avrebbe crocifisso a testa in giù sulla sommità della torre di controllo. 

Per fortuna i due si conoscevano dai tempi gloriosi dell’Aeronautica Militare: uno ufficiale pilota, l’altro sottufficiale di torre. Carmine, uomo del sud e con la parlantina giusta, decise di giocarsi quella carta. 

Con un mezzo sorriso e un tono da film di mafia, gli disse che, senza smuovere troppo le acque, bastava fare una chiacchierata con una certa persona, e il problema si sarebbe risolto da solo. 

La questione si chiuse con un caffè offerto da Carmine al De Vincenzi. Poi i due, come da tradizione, ripresero a parlare di figa e di calcio. Come se niente fosse successo. 

La routine settimanale del sior Sergio era precisa come un orologio svizzero. Il sabato mattina, alle nove in punto, apriva il suo “laboratorio”, che poi era il garage, ma lui lo chiamava così per darsi un tono, e si metteva a trapoear, come diciamo noi da queste parti. 

Ci restava fino a quando siora Marisa, sua moglie, non si affacciava alla finestra per annunciare che il pranzo era pronto, con quel tono di voce che si sentiva ben oltre il piazzale della chiesa e che non ammetteva repliche. 

Carmine conosceva bene quella liturgia. Così, alle nove e un secondo, cronometrati con la precisione di un cronista sportivo, si presentò davanti alla porta del garage. Puntuale come una tassa, e forse pure più sgradito. 

Ohi teron, ‘safemo par i tombini?”; sior Sergio gli ricordò dell’impegno che si era preso in assemblea. 

«Ohi polentone, e invece cosa facciamo per l’antenna?» ribatté Carmine, serio come un verbale d’inchiesta, con il tono da ex maresciallo di prima classe dell’Aeronautica Militare che parla a un suo sottoposto un po’ svanito. 

All’inizio sior Sergio non colse il senso della replica. Poi, quando Carmine nominò un certo comandante Alfredo De Vincenzi, lo sguardo gli si congelò in faccia. Sbiancò come una parete appena imbiancata. 

Andò completamente in tilt. 

Uscì di corsa sul vialone. Sembrava ipnotizzato, e mormorava parole misteriose come «spurie», «armoniche», «filtro passa-basso», come se stesse lanciando incantesimi da un manuale di elettronica. 

«Questo mi sviene», pensò Carmine, colto da un mezzo rimorso. Forse aveva esagerato con la storia del comandante, le denunce, la Polizia Postale… ma in fondo, un po’ di pressione serviva. E poi durò un attimo. 

Giusto il tempo di vederlo fissare, stralunato, il tetto e sentirlo inveire in ostrogoto contro certi “giovanotti” che conosceva fin troppo bene. 

Poi si voltò, con aria più lucida, e fece cenno a Carmine di avvicinarsi. Indicò l’antenna. 

Carmine si beccò una lezione di radiotecnica in versione popolare, metà dialetto, metà libro di testo della mitica Scuola Radio Elettra degli anni Sessanta; per capire che uno dei quattro dipoli, chiamato volgarmente “pettine”, era stato orientato alla cazzo, e proprio verso l’aeroporto. Oltretutto, questo mandava a puttane la delicata taratura di antenna e trasmettitore. 

Stavolta toccò a sior Sergio pagare il caffè a Carmine e rassicurarlo dicendo, da bravo uomo del nord, che avrebbe provveduto a sigarghe soe rece a certe persone. 

Il processo cominciò lo stesso pomeriggio, nello sgangherato studio di SolaRadio. Il giudice, alias sior Sergio, troneggiava dietro il bancone del mixer; noi, quattro imputati, allineati di fronte come scolari indisciplinati. 

«Qua, ‘stavolta, ‘ndemo a finir sul Gasetin!». Con questa battuta, ci introdusse la storia dell’atterraggio del volo AZ604 e di quella strana vocina che, annunciava la canzone “Teorema” di Marco Ferradini. Un tale comandante Alfredo De Vincenzi, giurava di averla sentita chiaramente in cuffia, mentre era in fase di discesa. 

“Almanco qualchedun che ne ‘scolta”. Paperoga non riuscì a trattenere la lingua, né tantomeno la risata. Ma quando sior Sergio ci raccontò che il Carmine gli aveva detto che si poteva ipotizzare il reato di minaccia alla sicurezza del trasporto aereo, a me, lo ammetto, cominciò a tremare il culo sul serio. Non avevo paura di finire in galera ma, piuttosto della reazione di mio padre; l’ergastolo sarebbe stato nulla a confronto. 

Il colpevole si costituì subito: Tiziano Scarpa, detto Tito, figlio del medesimo sior Sergio. Una carriera da martire lo attendeva. Con lo sguardo basso e le mani in tasca, propose di patteggiare: si offrì di riparare immediatamente al danno causato. 

«Lassa perdar… Ti ga ‘na testa che no ea magna gnanca i porsei», lo liquidò il padre. 

Il vero movente non venne mai esplicitato. Ufficialmente il reo confesso si giustificò asserendo “pensavo che quei da ‘staltra parte i ciapasse mejo ea radio” ma, noi tutti sapevamo che “da ‘staltra parte” in quella direzione abitava una certa Anna Grandesso. Il Tito, era così introverso che nemmeno sotto tortura avrebbe fatto quel nome e dichiarato apertamente lo scopo della manomissione dell’antenna; piuttosto si sarebbe fatto frate. 

La domenica sior Sergio si armò di scala e andò a sistemare. Carmine osservò la scena dal basso e fece pollice in su; sicuro che De Vincenzi non avrebbe più rotto i coglioni. Il comandante De Vincenzi no; ma, qualcun’altro si apprestava a farlo. 

Quella stessa domenica, Tito e io, finita la messa delle undici, detta “la messa beat” per via del massiccio uso di chitarre elettriche, ce ne stavamo appoggiati a una delle colonne del porticato della chiesa, con gli occhi sgranati puntati in direzione di Sara Visentin.  

La tipa si era presentata alla sacra funzione con la minigonna. Andai via di testa e, invece di ascoltar messa, diedi retta a quel diavoletto che, sul muro dietro l’altare, mi proiettò gratis il film dove io, in discoteca, ballavo con lei un lento “sbregamudande”. Grazie a quei pensieri, persi istantaneamente non so quanti punti in graduatoria per il paradiso convertendoli nei medesimi punti triplicati per l’inferno. 

Mi ghe go visto ‘e mudande” sibilai a Tito con un ghigno diabolico, più per provocarlo che per condividere una scoperta. Volevo strapparlo da quella sua mentalità da cattolico pre-conciliare. Ma lui, imperturbabile, faceva finta di niente.  

Don Gianni quasi ci strattonò per chiamarci in disparte. Al momento pensavo mi avesse sentito; dentro di me, ero pronto a rispondergli parafrasando una celebre e storica frase: “La minigonna della Visentin val bene una messa”. Ma, da bravo fio de cesa, mascherai le mie pulsioni e seguii lui e il Tito in canonica, in religioso silenzio. 

“Fioi, cossa voè far co’ sta radio?” 

Stravaccati sulle due poltroncine sgualcite del suo studio; sottratte con l’inganno a una nobildonna veneziana, sua conoscente, tirammo un sospiro di sollievo. La Visentin e la sua mini non c’entravano nulla, ce l’aveva con qualcosa, secondo lui, di più diabolico. 

Mi aspettavamo che prima o poi la chiesa cattolica, per tramite di qualche suo illustre rappresentante ci avrebbe chiesto di rendere conto della nostra attività radiofonica. 

Pensavo che don Gianni, in qualche maniera, fosse venuto a conoscenza delle avance che il compagno Marino Gobbato segretario della locale sezione del PCI, ci aveva fatto. La sua intenzione era quella di mettergli a disposizione un po’ di orette per parlare “de robe sue”. Il volpone, come speaker, ci avrebbe mandato tali Lisa Franceschin e Antonella Battiston, tra le più cocche che la locale FIGC aveva in stalla. 

Il bavoso Ensopenso stava già per siglare ad occhi chiusi l’accordo per quella specie di join venture con i comunisti quando mi venne in mente di chiedere un parere preventivo al vecchio compagno Bruno Manzato, frequentatore abituale del bar da Nane che sentenziò: “No’ e xé troie. ‘E xé feministe; ea prima volta che provè a palparle e veo taja. A mi e me sta sol casso; e vol saver sempre tutto eore. E po’, me sa che e ga xà tutte e do, el marco” 

Non se ne fece più nulla ma, specie Paperoga, visto che il mondo cattolico, non offriva gnocca a sufficienza e quella poca era appannaggio dello stronzissimo Riccardo Beltrame, convenne che, comunque, era meglio buttare l’esca con qualche squinzia progressista mandando in onda roba forte di un certo tipo quale, ad esempio, “l’avvelenata” di Guccini. 

Per cui, almeno io, ero pronto a beccarmi un anatema fulminante per il fatto che la nostra antenna sparava nell’etere cazzate comuniste.  

In realtà, il prete non ce l’aveva con Paperoga per aver messo su Guccini ma con me, che mandavo in onda a nastro Alan Sorrenti; e mai, mi sarei aspettato che cominciasse il pistolotto parafrasando una sua canzone: 

“Non siamo figli delle stelle ma figli del Signore” 

Don Gianni, con voce aspra e occhi da inquisitore, cercava di strapparci via, come si strappa un’erbaccia in mezzo al grano, dalla nostra condotta, a suo dire, troppo leggera. Ci accusava di trasmettere canzoni senza peso, troppo sospese nell’aria come bolle di sapone, destinate a esplodere senza lasciare traccia. Agitava le mani, le sopracciglia aggrottate come se volesse inchiodarci a una colpa morale: quella di non avere un tema conduttore, un senso, una direzione. o meglio, mancava quel tema conduttore che lui avrebbe voluto imporre. 

Uscimmo dalla canonica in silenzio, con la coda tra le gambe. “Bon xe vedemo” fu l’unica frase che ci venne da pronunciare, a mezza voce e all’unisono, come un saluto stanco e rassegnato. A pranzo non riuscii a mandar giù quasi nulla. Avevo il palato amaro che sapeva di vergogna e rabbia. Me ne andai a zonzo per le viette, cercando di scrollarmi di dosso la voce del prete che si era lasciata dietro un’eco di ammonimenti e silenzi severi. Ma come se non bastasse, mio padre ci mise il carico da novanta: “Se ti pensassi de più a studiar e no’ a quel sacramento de radio”. Lo disse senza nemmeno guardarmi, mentre ascoltava le radiocronache delle partite, le parole mi arrivarono dritte in petto, come uno schiaffo; per lui, tempo sprecato quello passato al microfono di quella sottospecie di radio. 

Mi avevano praticamente fatto a pezzi. Don Gianni con la sua autorità morale, mio padre con il suo disprezzo pratico. E forse aveva ragione nonna Angela, quando mi diceva con quel tono a metà tra la tenerezza e la rassegnazione: “Ti xè fatto de tochi come to’ mare” Intendeva dire che ero fragile e volubile, che bastava poco per scompormi. Che vivevo a scatti, a strappi, a improvvise impennate d’anima. 

E allora mi misi a pensare, davvero, al tema conduttore. Ce n’era mai stato uno, nella mia vita? No. Mi ero sempre mosso a zig-zag, lasciandomi trasportare dai venti delle emozioni. Non c’era coerenza, non c’era progetto. Solo frammenti. 

Mi resi conto che a guidarmi non era la voce di un prete; ma roba come la minigonna di Sara Visentin. Altro che ideali cristiani, altro che programmi sociali. Era quella stoffa sottile, che “lasciava immaginare tutto” come diceva Claudio Baglioni, a veicolare i miei pensieri e i miei progetti, tipo quello di racimolare i soldi per un CIAO usato e caricarci dietro la Visentin. 

Avevo in testa una gran confusione, alla fine ero come esattamente come miliardi di uomini che, come me, seguivano solo l’irresistibile chiamata del desiderio, la bellezza improvvisa e gratuita di un gesto femminile. Forse era questo il mio vero tema conduttore. 

Come le stelle noi, silenziosamente insieme ci sentiamo” 

Non appena passai davanti alla casa dove abitava Vera, come per magia, nella mia mente risuonarono di nuovo le parole di “figli delle stelle” e, sempre per magia, sparì la Visentin e certi pensieri, per far spazio a un sentimento autentico, più intenso e più romantico.  

In quel momento, l’unico sostegno che avevo era la leggerezza della musica leggera. 
Ogni volta che tutto sembrava crollare: i pensieri pesavano come macigni, le parole degli altri erano spine, e le giornate scivolavano via senza lasciare traccia; bastava una nota, un ritornello conosciuto, e tutto si alleggeriva. 

La voce di un cantante come Alan Sorrenti, un motivetto orecchiabile che ballava tra i ricordi dell’infanzia, erano sufficienti per aprire una finestra nell’anima. La musica leggera non cercava di insegnarmi nulla, non voleva spiegare il mondo. Voleva solo farmi respirare ed amare. 

In quelle melodie leggere c’era il lusso dell’evasione, la carezza della semplicità, il conforto del superfluo che diventa essenziale. Non era fuga, era sopravvivenza. Perché quando tutto pesa, solo ciò che è lieve ti salva. 

A guidarmi era la leggerezza, quella stessa leggerezza che infilavo nella programmazione della radio, canzone dopo canzone. Era quella l’aria in cui respiravo, il mio modo di esistere. E non me ne vergognavo. Perché, in fondo, quella musica effimera che tanto irritava Don Gianni portava con sé una verità semplice e luminosa: che c’è qualcosa di sacro anche nella leggerezza, se sai ascoltarla col cuore giusto. 

E mentre la primavera, ormai piena, srotolava il suo tepore come un tappeto verso l’estate, mi venne da sorridere. Forse non ero fatto per le grandi cause. Forse il mio cammino era quello degli equilibristi e dei sognatori. E va bene così. Perché anche chi è fatto di fragili pezzi, a volte, riesce a tenere insieme una melodia. Purché sia leggera. 

La pista 04 destra è sempre lì. Un po’ più lunga rispetto ai tempi del comandante De Vincenzi, ma sempre lì, un nastro di bitume in riva alla laguna. E anche l’antenna sul tetto del civico 69 dei Paeassoni non si è mai mossa, un puntino ostinato contro il cielo, come un vecchio testimone muto del tempo che passa. 

Quando ti appresti al corto finale, se hai l’occhio allenato, riesci a vederle entrambe: la pista e l’antenna, allineate nel tuo campo visivo come due coordinate fisse in un mondo che cambia. Bastava una virata di undici gradi a sinistra, e il De Vincenzi l’avrebbe centrata in pieno, solo sfiorandola col carrello. In quel caso, “Teorema” di Ferradini non avrebbe più disturbato i suoi pensieri già troppo densi di ombre. Ma anche quello, ironia del destino, era un segno: un’interferenza che chiedeva ascolto, come spesso fanno le cose non dette. 

Peccato che ora non ci siano più le interferenze di SolaRadio. Con gli slot di atterraggio sempre più stretti, sarebbe stato un successo assicurato: decine di equipaggi che, volenti o nolenti, se la sarebbero ritrovata in cuffia. Sarebbe arrivata dritta nei cockpit, senza chiedere permesso. Una presenza fantasma, come certe verità che nessuno invita, ma che arrivano lo stesso. 

Eppure, almeno nel volo, anche ai tempi del vecchio De Vincenzi, c’è sempre stato un tema conduttore. Una logica. Un obbligo morale. Un tracciato, invisibile ma preciso, che ti guida a scendere, anche in modo del tutto automatico, su quella striscia d’asfalto. Al di là degli strumenti e della checklist, c’era e c’è sempre il dovere: quello di riportare a terra, sani e salvi, i culi di qualche centinaio di sconosciuti. Il volo ha le sue regole. La vita, a confronto, molto meno. 

Fuori dalla cabina, è tutto più incerto. Non ci sono rigorose procedure da seguire, né traiettorie ottimali per farti risparmiare carburante. Le turbolenze arrivano senza preavviso, e l’unico indicatore di assetto, in gergo “orizzonte artificiale”, è quello che ti disegni nella testa; se ci riesci.  

E ora che si avvicina il momento di scendere definitivamente a terra, per poi, dopo un certo tempo, più o meno lungo, ripartire per l’ultimo volo, quello senza ritorno, sento l’angoscia affacciarsi senza bussare. 

Cerco appigli. Certezze. Qualcosa a cui ancorare questa rotta discontinua. Ma niente arriva. E guardando indietro, capisco che non è mai davvero cambiato nulla. Nessuna rotta incisa nella pietra, nessun credo solido, nessuna bandiera piantata con orgoglio in qualche terreno sicuro. Volo a vista, da sempre. Seguo i venti del cuore, anche quando sono instabili, anche quando spingono verso improbabili e ignote destinazioni. 

Ma una cosa la so, con feroce chiarezza: non sopporto chi tenta di stringere la mia cloche tra le sue mani. Non tollero chi, con le sue interferenze, morali, emotive, spirituali; cerca di impormi una rotta, una destinazione, una quota obbligata. Questo è il mio cockpit. E anche se l’aereo traballa, anche se a volte il carburante scarseggia e la radio tace, qui dentro sono io il comandante. Nessuno può dirmi quale rotta seguire e quale cielo attraversare.  

Fino all’ultimo atterraggio.  

Figli delle stelle … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Vicina e lontanissima

Toh, xe qua i morti de figa dea radio!” 
 Senza neanche alzare lo sguardo dal Gasetin sgualcito; da dietro la coltre di fumo della sua sigaretta, Memo Bottacin ci accoglieva pressappoco così, ogni santa volta che varcavamo la soglia del Bar da Nane.  

Sembrava una presa per il culo, e in effetti lo era. Ma sotto sotto, nel suo modo ruvido e un po’ alcolico, gli stavamo a cuore. O almeno, ci tollerava più volentieri di altri esseri umani. 

Memo era il nostro oracolo da bancone. Un vecchio saggio bevitore che, tra un’ombra e un’altra, non perdeva occasione per erudirci, a modo suo, sul vero vivere. 

Voialtri, coi vostri microfoni de plastica e le cassettine piene de musica che no’ ghe piase a nissuni; pensé davero de tirarve in qua ‘e cocche?” 

 Scuoteva la testa come uno che aveva già visto naufragare decenni di illusioni analoghe. 

 “Credè che ve basta parlar in radio o ‘ndar in parrocchia a far i bravi parché ‘e fighe ve salta ‘dosso. Scolteme mi quaità de imatonii che no’ si altro; moè prete e microfono, metteve i gin stretti e ,nde in discoteca!” 

In effetti, era passato un bel po’ di tempo da quando avevamo issato l’antenna sul tetto del civico 69 dei paeassoni ma, il nostro principale obiettivo, nemmeno tra noi ufficialmente dichiarato, ovvero cuccare via etere, rimaneva lontanissimo. 

L’intero comitato di redazione, formato da noi quattro sfigati mandoeoni, si arrovellava quotidianamente per trovare la formula magica: un format, un jingle, un tormentone, Qualsiasi cosa che potesse convincere anche solo una ragazza, dico una, a interessarsi non tanto alla radio, quanto a noi. 

Bisognava dar retta a Memo ma, la discoteca, per dei radiofonici fioi de cesa come noi, era tipo il girone dei lussuriosi, versione remixata. Gli emissari della santa romana chiesa, sapevano abilmente infonderci dei terribili sensi di colpa. Secondo loro, il solo desiderio di andarci e sognare di far certe cose ci avrebbe condotti dritti all’inferno. 
E poi, non avevamo una lira. Con quel che avevamo in tasca, a mala pena ci usciva un craf alla crema da Ciano l’Onto. Ah, preciso: so benissimo che si chiama krapfen, ma, da noi, quel nome è impronunciabile. Mia mamma l’ha sempre chiamato craf e tale rimarrà per sempre. 

Ciano l’Onto, lo conoscevano tutti, specie il dottor Scarpa che si occupava di curare i disastrosi effetti causati dallo smodato consumo dei suoi prodotti “artigianali”. Un giorno mi mise in guardia dicendomi che, se continuavo a riempirmi delle sue, chiamiamole, prelibatezze, mi sarebbero venuti i brufoli anche in quel posto.  

La sua fama ebbe un’impennata storica quando il suo laboratorio esplose. Sì, proprio esplose. 

Fece un botto che si sentì fino quasi a porto Marghera; anzi, qualcuno pensò che fosse proprio porto Marghera che saltava in aria. Il tipo finì sol Gasetin, con un bel titolone. 

Le cause non vennero mai accertate ma, secondo la leggenda metropolitana che si tramanda nei bar ancora oggi, era perché usava il gas metano per gonfiare i bignè. 

Da quel giorno, la sua clientela raddoppiò. Perché si sa: in città, appena uno rischia di morire per mangiare qualcosa, tutti vogliono provarla. 

Entrare da Ciano era un’esperienza mistico-sensoriale. Il pavimento era una pista da pattinaggio creata con olio per motore riciclato aromatizzato alla frittella, e se non stavi attento ti ritrovavi a sbrissar fino al bancone. 

Lui stava sempre di spalle, intento in misteriosi affari sottocinturali. Anche se cercava di non farsi vedere, si capiva chiaramente cosa si stesse grattando. 

Un craf!” gridavamo; ci piaceva coglierlo di sorpresa durante quel suo inquietante rituale. Ma lui, imperterrito, si voltava con calma, prendeva il craf con la pinzetta per poi passarlo nella mano che pocanzi teneva dentro i pantaloni e te lo sporgeva. 

Ma noi non badavamo a certe sottigliezze; ci bastava avere tra le mani quella gigantesca roba untuosa, ricoperta di zucchero a velo che, puntualmente, soffiando con vigore sopra, spruzzavamo in faccia alla persona che ci stava di fronte. Era, e forse lo è ancora, il nostro modo di sublimare certi desideri proibiti.  

Tornando a noi poveri e meschini conduttori radiofonici, visto che la discoteca per i sopracitati motivi era off-limits, il sabato pomeriggio, per ‘ndar in batua, ci rimaneva solo un’unica via: far le vasche in piassa Fero. Così, lasciavamo il povero Tito, il più cattolico del gruppo e dunque, almeno formalmente, meno sensibile a certi richiami della natura, a vegliare sulla gloriosa SolaRadio. Nel frattempo, io, Paperoga e Ensopenso, freschi di un’abbondante dose di unto dal mitico Ciano, puntavamo la prua verso piassa Fero con lo spirito di pirati affamati, pronti a saccheggiare ogni cocca a vista. Sui risultati, per il momento sorvolo. 

Ancora oggi, mi chiedo come mai la prima persona in cui puntualmente incappavamo era quel borioso dandy di Alvise Barozzi detto “fuarin” a causa di quei pacchianissimi foulard che portava al collo. 

Aveva sempre da ridire sul nostro abbigliamento e sul fatto che entravamo quasi sempre in scena con quell’untuosissimo craf in bocca. Con quel suo sorriso ebete, ci faceva notare che nessunissima squinzia avrebbe dato una slinguacciata a dei tipi che avevano addosso dei vestiti di seconda mano ed emanavano un tanfo di olio da macchina esausto 

A lui, invece, boiaissamorti, in fatto di cuccaggio andava alla grande, grazie soprattutto a quel paraculo di Milù. Quel fox terrier bianco, copia esatta per nome e razza, del cane di Tintin, riusciva ad attirare le squinzie come mosche. 

Ensopenso definiva Milù il classico “can da figa”; secondo lui oltre alla fattezza, aveva anche la capacità, con il suo fiuto, di scovare le migliori gnocche presenti nei dintorni e segnalarle al padrone.  

Paperoga è sempre stato un credulone. Per cui, convinto dalle strampalate teorie di Ensopenso, una volta si fece prestare da suo zio Emilio il cane con cui andava a caccia. L’irrequieto Max era un maldestro tentativo di manipolazione genetica tra un setter e una pantegana. Fu un disastro totale; non appena entrammo in piazza con uno strattone degno di un toro da rodeo, si liberò dalla presa del suo affidatario per rincorrere i colombi creando il panico generale. Ma, quel che è peggio fu che andò a cagare vicino a un gruppo di squinzie che, inviperite, minacciarono di linciarci. 

Non fu certo per Max che quel sabato pomeriggio di quaranta e passa anni fà, rimarrà per sempre nei miei ricordi. 

Ad un certo punto, in mezzo al trambusto generale che aveva causato quel sacco di pulci; apparve Valeria. 

Chiamarlo incontro sarebbe stato troppo. Ci eravamo appena sfiorati, un attimo, un istante sospeso. Ma c’era stato qualcosa. Qualcosa di elettrico, di denso. Lei aveva abbassato lo sguardo e, con un filo di voce, aveva detto: “Ciao” seguito dal mio nome. 

Ho sempre considerato un “ciao” di una donna, seguito dal mio nome un saluto speciale, qualcosa di più intimo, più vicino. Un soffio di possibilità, una promessa inespressa. 

Valeria era stata la mia compagna di autobus durante il primo anno di superiori; nel quale, contrariamente alla volontà di mio padre, mi iscrissi al liceo. Prendeva come me il quindici barrato, corsa bis delle sette e venti, saliva all’ultima fermata dello stradone dei paeassoni.  

Valeria non era il tipo di ragazza che campeggiava nei calendari appesi nell’officina di Stelvio Vanin. Eppure, già dal primo giorno in cui salì sull’autobus, il suo sguardo mi colpì come un lampo silenzioso. 

Un fascino che non si misurava con i parametri del bar da Nane, ma che si insinuava sottopelle, sottile e inesorabile.  

Non potevo fare a meno di osservarla, di cercarla tra i volti anonimi del quindici barrato. Ogni mattina, quando saliva, era come se il tempo si fermasse per un istante, giusto il necessario perché il mio sguardo si posasse su di lei.  

Bastò la scusa dell’affollamento, un lieve urto tra i corpi costretti nella ressa del mattino, e da quel momento iniziammo a parlare. Dapprima con timidi accenni, poi con la naturalezza di chi si riconosce simile, scoprimmo di avere mille cose in comune. Le nostre conversazioni riempivano il tragitto e lo trasformavano in un momento sospeso, un rifugio segreto nel caos della città. Un momento di letizia prima di tuffarci nei giorni di scuola che, non sempre erano belli. 

Sentivo che provava qualcosa per me. Lo avvertivo nei silenzi sospesi tra di noi, nei gesti appena accennati, in certi sguardi che sembravano indugiare un secondo di troppo. Eppure, non feci nulla. La mia solita, incrollabile timidezza mi tratteneva, avvolgendomi in una rete di esitazioni e paure. Ogni volta che avrei potuto dirle qualcosa, anche solo un invito a prenderci un gelato insieme, mi bloccavo. Mi convincevo che sarebbe stato fuori luogo, che forse lei avrebbe frainteso, che sarebbe stato più sicuro rimanere nell’ombra. Così, per paura di mostrare troppo, finii per nascondermi del tutto. Arrivai persino a fingere di ignorarla, sperando che il distacco soffocasse quel sentimento che, invece, cresceva silenziosamente dentro di me. 

Eppure, ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano per caso, capivo che non sarebbe mai bastato. 

Come si dice; “passato il santo passato il miracolo” 

Il miracolo in quel caso era Valeria; una così non l’avrei più incontrata. Il santo era il primo anno di liceo. L’anno successivo cambiai scuola e anche autobus, non rividi Valeria fino a quel sabato pomeriggio in piassa Fero

Quella specie di incontro mi turbò talmente che non mi resi conto che il Max era passato sotto la mia custodia e che stava tirando a più non posso. 

Sarà perché, come ho avuto già occasione di raccontarvi, a causa della mia passione per la fotografia, per quell’ossessione di catturare attimi e custodirli per sempre, sono diventato un ladro di anime che, riesce a vedere la vera bellezza, quella che ti frega sul serio. 

Senza volerlo, senza saperlo, la vista di Valeria mi regalava frammenti della sua anima, e io, ladro silenzioso di attimi e sguardi, li raccoglievo con la devozione di chi sa di custodire qualcosa di prezioso. 

C’era ancora qualcosa in quegli occhi che mi rapiva. Un’intensità segreta, un mistero che sembrava svelarsi solo per un istante prima di richiudersi, lasciandomi con il desiderio di scoprirne di più. Non era solo bellezza la sua, era un magnetismo sottile, una luce discreta che si faceva strada tra le ombre della mia vita.  

Era bastato quell’attimo. 

Ormai non vado quasi mai in piazza. Non è più tempo di far le vasche, con il nobile scopo di incrociare lo scopo della vita. Ormai per me la piazza oggi è un teatro vuoto, un palcoscenico su cui non recito più. 
Ci vado solo per l’edicola, quella più fornita di troiate che si possono trovare in città. Mi attirano i primi numeri delle collezioni: soldatini, modellini d’auto, di aerei, di camion, … di tutto. Li prendo, uno dopo l’altro, come se potessero riempire certi vuoti. Un po’ come fa ancora un craf onto, anche se non c’è più il vecchio Ciano. Se n’è andato qualche anno fa. Non so se esista davvero il paradiso, ma se c’è, sono sicuro che Ciano è lì, a rendere quel posto meno asettico, più unto, più vero. E chissà, forse lì la gente non bada all’igiene, tanto sono già morti. 

Quel giorno, però, fu diverso. Lanciai uno sguardo distratto a una colonnina vicino all’edicola. Di solito la ignoro, è lì da sempre, invisibile come certi arredi urbani che smetti di vedere. 
Ma quella scritta — “onde corte” — non poteva non catturare l’attenzione di un radiofonico della domenica come me. 

Prima di continuare, devo dirvi due parole sulle onde corte. 

Si tratta una gamma di frequenze radio per così dire, molto più “antica” rispetto a quella che usano, per esempio, i telefonini. Hanno la particolarità di riflettersi sulla ionosfera e viaggiare oltre l’orizzonte. Per cui, in particolari condizioni atmosferiche e di attività solare, le onde corte possono coprire migliaia di chilometri. 

Per farvi un esempio pratico, se SolaRadio trasmettesse in onde corte, in certi giorni e, con qualche botta di culo, potrebbero sentirla gli americani, i cinesi, gli australiani e gli indiani anziché, i soliti quattro ruttatori seriali del bar da Nane. 

Onde corte 

Vicini e lontanissimi 

Presentazione del libro di Valeria … 

Ebbi un leggero mancamento e mi trovai praticamente abbracciato a quella colonnina degli eventi in biblioteca. Allo stesso tempo iniziarono a suonare le campane del duomo, percepii qualcosa di divino in quello che stava accadendo. 

Un quarto d’ora dopo, uscii dalla libreria della piazza con “onde corte” in mano. 

Iniziai a leggerlo subito, rannicchiato sotto il piumone, con quella intimità silenziosa che solo i libri e certi ricordi sanno evocare. 

Erano passati più di trent’anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Fu su un autobus, come fosse una scena destinata a ripetersi ciclicamente, come nei sogni. 
Parlò soprattutto lei, allora. Della facoltà che aveva scelto, dei progetti, delle battaglie che voleva combattere. 
Dove vai? Resta qua! Stai qua!” Mentre mi parlava, risuonavano ancora le parole di mio padre. In quel momento avevo voglia di andarmene da una casa troppo stretta, da una famiglia che mi tratteneva come radici troppo profonde. 

Chissà perché mi confidai con lei. Le raccontai proprio di quelle parole, quelle a cui cercavo, inutilmente, di disobbedire. 

Le parlai anche della radio, del mio sogno di far arrivare la mia voce oltre i muri di casa, oltre gli ostacoli, oltre la notte. Di raccontare il mondo senza doverci stare dentro per forza. 
Ma le confessai anche l’altra verità, quella che custodivo più in fondo: il desiderio di fuggire da un certo mondo e da imposizioni soffocanti. 

Le dissi che sognavo di partire. Di imbarcarmi su una nave mercantile e sparire tra le onde, restare in mezzo al mare, senza mai scendere in porto, senza radici, senza ormeggi. 
Solo cielo e sale, e il suono costante dell’acqua a ricordarmi che, forse, è solo nel movimento che avrei potuto trovare pace. 

Lo so che parli in radio… ti ascolto, ogni tanto.” 

“… ti ascolto” Sorprendentemente parlò di me, in modo strano, sottile. Ma non capii. 
Allora ero troppo acerbo per leggere tra le sue parole. 
Non vedevo che mi stava scrivendo messaggi segreti, piccoli biglietti per esprimere un sentimento nascosto nella sua anima mentre io, come spesso ho fatto, ho lasciato che mi scivolassero via. 
 

Non vidi l’invito, non riconobbi il segnale. 

Scesi dall’autobus poco dopo, con quel senso vago di occasione mancata che si insinua lento. 

E ancora oggi mi chiedo: perché non rimasi un po’ di più? Perché non le chiesi di continuare la conversazione davanti a un caffè? 
Forse perché scappare mi sembrava più semplice che restare. 
Forse perché, a volte, c’è qualcosa che fa più paura della solitudine. 

Ero così immerso nella lettura che non mi accorsi del temporale che imperversava fuori. La pioggia scendeva fitta, decisa, battendo contro i vetri puliti solo il giorno prima. 
 

Ma quel temporale… ce l’avevo dentro anch’io. 
Un’agitazione silenziosa, fatta di ricordi che tornavano come raffiche di vento contro il cuore. 

Poi, tra le righe di quel libro, accadde qualcosa. 
 

Come in camera oscura, piano piano, lo sviluppo iniziò; davanti a me si delineò l’immagine in bianco e nero di due ragazzi su un autobus. Due volti familiari, il mio e il suo. 

Ma no, non poteva essere. 
Non potevo essere io quel tale Andrew, salito su una nave mercantile per sfuggire alla sua stessa voce, per smarrirsi lontano dal cuore. Eppure… la somiglianza era disarmante. 
 

E non poteva essere lei, quella tale Kate che, con una piccola ricetrasmittente a onde corte, lanciava ogni sera messaggi nell’etere, sperando che attraversassero oceani e cieli e interferenze, arrivassero, deboli ma integri, fino a lui. 

Non poteva. 

 
Eppure quel libro sembrava raccontare esattamente i nostri incroci, i nostri sguardi mancati, le emozioni sospese, le paure taciute. 
Come se Valeria avesse registrato i battiti di quei momenti e li avesse messi nero su bianco, per farli arrivare, finalmente, dove avrebbero dovuto arrivare molti anni prima. 

Mancavano circa venti minuti e la sala conferenze della biblioteca era ancora mezza vuota. Non avevo il coraggio di sedermi nelle prime file. Valeria era già lì, circondata da un folto gruppo di persone. Cercai di capire chi potessero essere; amici, letterati, politici, compagno, figli o, semplicemente gente che la ammirava e voleva conoscerla. 

Poi, successe quello che, con il cuore che batteva a mille, mi aspettavo.  

Mi vide, sorrise, e di nuovo, con lo sguardo abbassato, quel suo flebile “ciao” seguito dal mio nome. Fu come una lama dolce che affondava nei ricordi. 

Come stai?” Ebbi l’impressione che, in qualche modo, volesse qualcosa di più di una semplice risposta di circostanza; un messaggio eterno e definitivo. 

Ma che potevo dirle?  Che potevo mai raccontarle? 
Che non ho viaggiato davvero, che la paura mi ha fermato più delle catene? 
Che i sogni, continuando a parlare in quella piccolissima radio, li ho raccontati più di quanto li abbia vissuti? 

Che una voce come quella di mio padre continuava a dirmi: “dopo tutti questi anni, ma dove vuoi andare? dove vuoi arrivare? Resta qua, stai qua!” 

Forse è questo il mio vero fallimento: 
non averle mai detto che, pur se lontanissima, l’ho sempre sentita vicina; che tramite la mia piccola radio le ho sempre lanciato dei messaggi e che ogni sua parola era un porto e io, invece, ho sempre scelto il mare.  

Ti ho voluto bene veramente … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo