Una donna … per sempre

Tratto dalla raccolta PICCOLE STORIE DI PICCOLE RADIO

Ciao scemo!” è il suo dolce marchio. 

Ogni volta che arriva un suo messaggio, con quell’incipit così unico, il mondo si colora e la giornata prende un’altra piega. Sarà perché in effetti sono uno scemo e mi accontento di poco.  

Un’altra cosa che mi fa camminare a dieci metri da terra è che nel suo profilo c’è sempre quella foto che le ho scattato molti anni fa; uno dei più bei ritratti che abbia fatto ad una donna. 

La mia passione per la fotografia è nata dalla frustrazione che, già alle elementari, avevo per non essere in grado di disegnare; non mi riusciva di produrre nessun soggetto in maniera decente.  

All’inizio davo la colpa agli strumenti, la misera scatola di dodici colori Giotto che mi aveva procurato mia mamma, non poteva competere con quella da trentasei Faber-Castell della mia compagna di banco, la genialissima Caterina, una vera artista.  

Ogni suo disegno era un capolavoro e una poesia. Mi resi però quasi subito conto che ero solo un maldestro pasticcione e lo sarei stato per sempre anche in altri ambiti della vita, come quello sentimentale. 

Ero ormai rassegnato a non avere una indole artistica quando un giorno, Lauretta la nostra dolcissima e giovanissima maestra entrò in classe con una macchina fotografica.  

Ci spiegò com’era nato quell’aggeggio ma, soprattutto che non serviva solo a fare le foto della prima comunione ma, a fermare il tempo.  

Ci disse che ogni volta che premevamo quel pulsante che faceva click; quello che avremmo fotografato sarebbe rimasto per l’eternità.  

Già rimanevo incantato ad ogni sua parola ma, quella sua lezione mi prese più di tante altre, al punto tale che, mi offrii volontario per la ricerca “ciò che mi circonda”, in pratica un servizio fotografico sul posto dove abitavo. 

Chiedi a quel rotto in culo di tuo cugino Adriano”, fu la risposta di mio padre quando mi resi conto che mi mancava lo strumento principale, ovvero una macchina fotografica. In casa non ce l’avevamo semplicemente perché non era qualcosa di utile; con quell’affare non potevi farci da mangiare o zappare l’orto. 

Lo stronzissimo cugino Adriano, non mi prestò un bel nulla. Fu solo grazie all’intercessione di mio fratello che quel sant’uomo dell’ingegner Volpato, il suo titolare, mi affidò temporaneamente la sua preziosissima Voigtländer Vito comprensiva di rullino già montato.  

Dedicai anima e corpo a fotografare tutto il peggio di ciò che mi circondava per documentare il degrado. Fu un successone; oltre a un “molto bene”, mi presi anche un bacio sulla fronte dalla bellissima maestra Laura. Se fosse dipeso da me, non mi sarei mai più lavato il viso. 

Grazie a te, maestra Lauretta, mi sono appassionato a “scrivere con la luce”, a fotografare. È un’arte che mi ha catturato, trasformandomi col tempo in qualcosa di simile a un ladro di anime… o forse un cercatore di anime, dipende dai punti di vista. 

Come nelle credenze di alcuni popoli, anche io sono convinto che una fotografia possa catturare qualcosa di profondo, quasi invisibile: l’essenza, l’anima di chi sta davanti all’obiettivo. Non mi sono mai limitato a scattare immagini; ho sempre creduto nel potere del ritratto, nella sua capacità di immortalare non solo un volto, ma l’interiorità di una persona. Ogni scatto è un dialogo silenzioso, un frammento di verità rubato al tempo, una finestra aperta sull’invisibile. 

È con questo spirito che da anni percorro strade infinite, spinto da una fame silenziosa, a rubare frammenti di vita negli sguardi sconosciuti che il caso mi offre. Sono occhi che mi chiamano e che sussurrano emozioni.

Io e la mia macchina fotografica diventiamo un tutt’uno, pronti a catturare quella scintilla fugace che solo il cuore sa riconoscere. 

Sappiamo scovare quella luce nascosta, quel bagliore segreto che brilla solo per chi sa cercarlo; cogliamo l’interiorità e siamo attratti da quella bellezza interiore che ci fulmina.  

Abbiamo imparato a vedere oltre le apparenze. 

E, oltre quelle apparenze, il mio obiettivo e il mio sguardo catturarono Lucrezia. 

Accadde una splendida mattina di autunno. Il giallo dei tigli creava un arco dorato che faceva da tetto al viale.  

Mi piaceva starmene seduto su una panchina a cercare di catturare volti o meglio anime che, in qualche maniera, mi attraevano. 

Per non farmi notare, fingevo di fotografare altro, e solo all’ultimo momento puntavo l’obiettivo sul soggetto che mi interessava. Anni dopo avrei scoperto che quella si chiamava street photography

Scemo, ti ho visto che mi hai fotografato!” 


Nonostante tutta la mia discrezione, Lucrezia mi aveva beccato. In un istante passai da “grande fotografo” a “grande idiota”. 

“Scusa… sto cercando volti nuovi per la nostra radio” improvvisai, cercando di cavarmela. 
“Inventatene un’altra. I volti nuovi servono per la televisione, non per la radio.” 
Niente da fare: la tipa era più sveglia di quanto avessi immaginato. 

Mi accorsi di essere finito in un vicolo cieco. Il viso mi si colorò di rosso e iniziai a sudare. 
 

Sei uno di quelli che parlano nelle radio libere? Ma, ‘sta cosa, come funziona?” 
Tirai un sospiro di sollievo. Fortunatamente, era stata lei a cambiare argomento: salvo, per miracolo. 

Qualcosa di misterioso si era mosso dentro di me, un richiamo che non sapevo ancora decifrare. Non poteva finire tutto lì, in mezzo al viale, con il vento che si portava via quella domanda che sentivo essere l’inizio di qualcosa di bello.  

Sentivo che si stava tendendo un filo invisibile che insisteva a tenermi legato a lei. 

Mentre le parlavo della piccola radio che avevamo messo in piedi io e i miei amici, vidi qualcosa accendersi nei suoi occhi. Era come se le mie parole avessero sfiorato una parte segreta di lei, un luogo dove custodiva sogni che non aveva ancora osato nominare. In quel preciso istante capii di aver fatto breccia: avevo catturato la sua anima, e forse, solo forse, anche un angolo del suo cuore. 

Vieni a trovarci, potresti diventare la prima voce femminile della nostra radio” 
Buttai lì la proposta, a metà tra la verità e la scusa per rivederla. In effetti, in radio non avevamo ancora una ragazza. 

Per usare termini radiofonici, ero riuscito a trovare una frequenza libera su cui potevamo sintonizzarci entrambi. Sentivo di aver aperto un canale di comunicazione, per il momento c’era solo il leggero fruscio della portante ma, a breve, si sarebbe riempito di contenuti condivisi. 

La nostra intima trasmissione radio iniziò lì, in mezzo al vialone, con quel vento autunnale che, complice, sembrava volerci spingere l’uno addosso l’altro per farci abbracciare. 

Parlammo di tutto ma, soprattutto di sogni, di mondi che non avevamo ancora visto e del futuro che ci aspettava. La sua voce, così diversa da tutte le altre, aveva un modo di trascinarmi altrove, di farmi sentire a casa anche in mezzo a quel desolato vialone di periferia. Era come se, il resto del mondo si fermasse, lasciandoci in una bolla di silenzio perfetto, dove tutto aveva senso e nulla importava davvero, se non il suono delle nostre voci. 

Quell’incontro fu l’inizio di una storia fatta di conversazioni infinite, di pensieri intrecciati fino a confondersi. Non so quante migliaia di ore abbiamo passato a parlare da quel momento. So solo che anche ora, ogni parola con lei ha il potere di dilatare il tempo, di renderlo pieno e denso come un libro che non vuoi mai chiudere. 

Non vi sto nemmeno a descrivere le facce dei ragazzi quando, dopo qualche giorno, Lucrezia comparve sulla soglia di quell’ex fioreria, di proprietà della famiglia di Mauretto; un bugigattolo che avevamo la sfrontatezza di chiamare “studio radiofonico”. Una sinfonia muta di espressioni: dalla sorpresa all’imbarazzo, inciso a scalpello sui loro visi. 

Conoscendo la combriccola, potevo immaginare il perché: Lucrezia non rientrava per niente nell’immaginario profilo di conduttrice radiofonica che avevano in mente. 

Le aspettative di allora avevano un nome ben preciso: Simona Smacsmac.  

Sì, proprio lei. La star indiscussa della radio più ascoltata in città. Famosa per la sua voce calda e ammiccante: un sospiro qua, un’allusione là… roba da mandare in tilt l’intera gamma della FM. 

Su di lei circolavano leggende metropolitane a metà strada tra il fiabesco e il pornografico. Secondo i soliti maligni del bar, la ascoltavano persino i preti… altro che Radio Vaticana! E per pura decenza mi risparmio di riportare i commenti su cosa, secondo loro, combinasse il povero prete mentre, di nascosto, ascoltava Simona Smacsmac

Devo essere sincero: anch’io desideravo una come Simona in radio.  

Non l’avevo mai vista, ma l’idea di avere una tutta tette e culo e con dei bei labbroni carnosi che, condivideva il nostro microfono, mi solleticava non poco. Poi il destino mi mise davanti Lucrezia che, in un attimo, spazzò via certe fantasie per farne nascere altre, completamente diverse. 

Lucrezia si guardò attorno, incuriosita. Aveva quell’aria di chi osserva un acquario pieno di pesci un po’ confusi, e quei pesci eravamo noi. Fece un sorriso leggero, uno di quelli che non sai mai se sia timidezza o sicurezza mascherata, e appoggiò la borsa o meglio, quella sacca di stoffa a fiori, sull’unicotavolino libero, come se fosse la cosa più naturale del mondo. 

Non sembrava affatto a disagio in quella piccola stanza piena di cianfrusaglie elettroniche, di dischi e audiocassette buttati alla rinfusa dappertutto. Sorrise alla vista del poster di Donna Summer appeso sopra il mixer; probabilmente pensava di essere finita in un covo di segaioli pervertiti. 

È qui che fate la magia? È da questo che parlate? E che dite?” chiese avvicinandosi al microfono. 

Mi accorsi solo allora che doveva avvicinarsi alle cose per vederle bene. 

Fummo noi a rimanere a disagio. Sembrava che gli spessi occhiali che, nel frattempo, si era infilata servissero anche per leggerci dentro. 

Qui cascò il nostro palco ma, capimmo anche che ci stava porgendo la sua mano offrendoci la sua amicizia e alleanza 

E tu che diresti?” le chiesi, quasi senza rendermene conto, con l’unico scopo di tentare di salvare in corner la mia faccia e anche quella degli altri soci. 

Lei si voltò verso di me, inclinò leggermente la testa e rise: una risata breve, quasi timida, ma che mi arrivò dritta allo stomaco. 

Ancora non lo so di preciso ma è una gran figata; mi piace. Anche se ‘sto casino sembra possa far esplodere tutto da un momento all’altro.” 

“Non lo farà,” risposi. “O almeno… non mentre sei qui.” 

Colpita e affondata da un gran maestro della paraculaggine. 

E in quell’istante, senza che nessuno lo dichiarasse, Lucrezia entrò a far parte della radio. Una presenza che, senza far rumore, stava iniziando a cambiare tutto. 

Quella strana ragazza minuta, prese per mano noi e quella piccola radio e, con la sua presenza silenziosa ma decisa, fece capire a tutti che era ora di cambiare direzione. 
Di smettere di giocare ai DJ e cominciare a dire qualcosa che valesse davvero la pena ascoltare. 

Capì, prima di tutti noi, che la radio non era solo musica o dediche telefoniche. Aveva intravisto in quel caos una possibilità: usare la radio per unire la comunità, far parlare il quartiere, dare voce a chi non ne aveva. 

Cosa difficile da capire per noi che avevamo messo in piedi quel circo con l’unico scopo di cuccare quante più ragazze possibile. 

E, a proposito di ragazze andò a finire che, in blocco, ci innamorammo di quella tipa strana, unica presenza femminile; un amore silenzioso, che ci legava tutti e che, in fondo, ci vergognavamo persino di confessare. 

Ci innamorammo da subito delle sue gonne lunghe a fiori che lasciavano intravvedere solo mezzo centimetro di caviglia, delle sue unghie senza mai un filo di smalto, delle sue scarpe da tennis bianche perennemente ingrigite, dei suoi lunghi capelli che vedevano la parrucchiera ogni morte di papa e perché no, delle sue microtette come le chiamava ironicamente lei. Quello che però ci faceva andar via di testa erano i suoi occhioni tondi e il suo sorriso da quarantadue pollici. 

Io e la mia macchina fotografica, quel giorno di autunno nel viale, avevamo colto ciò che era evidente solo al cuore: in lei c’era qualcosa di straordinario, una profondità rara, una bellezza che andava oltre ogni apparenza. 

Con la scusa di insegnarle il “mestiere” cercavo di passare più tempo che potevo assieme a lei in radio. Fu in una di quelle occasioni che le scattai la mitica foto. 

E c’è un’immagine, questa però nella mia mente, che torna sempre, come un fotogramma ostinato: io e lei, uno di fronte all’altra, con un microfono in mezzo. Quel microfono che, per ognuno di noi, ha avuto significati diversi. 
Per me è stato un faro. Ma non di quelli che illuminano: di quelli che attirano. Una calamita per le attenzioni degli altri. Il mio strumento per sentirmi vivo, considerato, applaudito. Una stampella elegante per quel bisogno infantile di essere guardato, ascoltato, riconosciuto. 
 

Per Lucrezia, invece, quel microfono era l’esatto opposto. Non serviva a farsi vedere: serviva ad andare verso gli altri per poterli raggiungere e creare spazi condivisi. Era una porta aperta, un invito, un luogo di incontro; una mano tesa attraverso le frequenze. 
 

Io parlavo per farmi accogliere, lei parlava al mondo per accoglierlo. 

Purtroppo, l’avventura della nostra piccola radio fatta in casa durò poco. Anche noi entrammo a far parte di quella innumerevole schiera di ragazzi i cui sogni si infransero a causa della cronica mancanza di soldi e la paura di venir multati per “pirateria radiofonica”.  

Ma, a dirla tutta, la paura vera non era quella della legge. 
La paura vera aveva il volto severo dei nostri padri. Se per caso si fossero trovati la Polizia Postale in casa, altro che verbale: ci avrebbero fatto il culo a strisce e senza nemmeno la pubblicità in mezzo. 

Eppure, non fu solo questo a spegnere la nostra frequenza. 
Mancava qualcosa. Un filo conduttore autentico, una direzione comune. Tutti ne eravamo privi. Tutti, tranne lei. 

Ironia della sorte io che volevo fare il DJ, uno di quei mestieri dove ti notano tutti e ti dà popolarità in quantità industriale, sono finito a fare un mestiere molto più popolare, direi quasi leggendario; ma del quale, non posso parlare con nessuno. 

Sono però uno dei pochi privilegiati che hanno il dovere istituzionale di farsi i cazzi degli altri, entrare nelle loro vite, seguirle discretamente e, sempre con discrezione, fare il possibile per proteggerle.  

Un karma, a volte, difficile da sopportare. Perché osservare significa sapere. E sapere significa portare un peso che non puoi condividere. Significa anche non farsi una famiglia come tutti gli altri. 

Sognavo di trasmettere e invece sono diventato un esperto di ascolto. 

Questo mi ha permesso di seguire segretamente il suo filo conduttore; sapere tutto quello che faceva, è stato per me un modo discreto di starle accanto. Senza disturbare. Senza reclamare nulla. 

Ma seguirla a distanza non mi bastava più. 
Non mi bastavano le foto, le storie, i frammenti di vita filtrati da uno schermo. 
Desideravo incontrarla davvero. Guardarla negli occhi senza pixel di mezzo. Vedere se nel suo sguardo c’era ancora qualcosa di noi. 

Il miracolo, o il destino, se preferite, prese le sembianze di quel nostalgico cronico di Mauretto. 
A quel bravissimo ragazzo venne l’idea di creare un gruppo con tutti gli ex componenti della radio per organizzare una rimpatriata. 

Quando, nell’elenco dei membri, apparve il suo nome, il cuore mi fece un salto. Non un battito più forte: proprio un salto, come se avesse inciampato nella speranza. 

Rimasi a fissare il telefono per lunghi secondi, con quella sensazione strana che si prova quando il passato, all’improvviso, torna a bussare alla porta del presente. 

Mi affrettai a proporre il posto. Ci tenevo tanto che ci trovassimo in quella pizzeria in riva al fiume. Non era solo una pizzeria. Era un piccolo santuario di ricordi. 

Un posto romantico che, per me, aveva un significato che nessuno degli altri poteva capire davvero. 

Alla fine della serata restammo soli. 
Non so come accadde. Forse gli altri avevano davvero sonno. Forse era quello che, in fondo, entrambi desideravamo. 

Mentre passeggiavamo lungo l’alzaia del fiume sembrò che il trasmettitore della nostra piccola radio si fosse riacceso sulle nostre vite. 

Non fu facile mentire sulla mia vita. 
Non fu facile far finta di non sapere già tutto della sua e non chiederle perché nelle foto aveva sempre uno sguardo malinconico. 

Dovevo solo ascoltarla come se fosse la prima volta. 

Non avevamo il coraggio di guardarci negli occhi. 

Così, per non inciampare nell’imbarazzo, parlammo dei gloriosi tempi della radio. 
Dei pomeriggi passati a scegliere canzoni, delle dediche improbabili degli ascoltatori e del sogno ingenuo di raggiungere, con il nostro piccolo trasmettitore, il mondo intero. 

Che bel posto… e che bell’arietta. Si sente arrivare la bella stagione.” 

Appoggiata al parapetto del piccolo pontile Lucrezia osservava il fiume con aria malinconica 

Scorre veloce… come le nostre vite.” 

Fece un sospiro che sembrò durare un’eternità. 

Poi si sedette sul bordo e, agitando le gambe a penzoloni che quasi lambivano l’acqua, e iniziò a parlarmi di “cose serie”. 

Paure, fallimenti e insicurezze che non si postano sui social e non si raccontano agli amici. Parlava piano, come se quelle parole pesassero. 

Feci altrettanto e fu come scendere insieme i gradini invisibili dell’orgoglio. Togliersi le maschere, e mostrarsi per quello che si è, non per quello che si vorrebbe sembrare e restare lì, esposti ma incredibilmente leggeri. 

Mi disse che avrebbe voluto una vita diversa. 

Che a volte si sentiva incompiuta, come una frase lasciata a metà. 

Che desiderava realizzarsi di più come donna, trovare una sua autonomia. Un posto nel mondo che non sembrasse provvisorio. 

È come se fossi sempre in balia della corrente,” disse guardando il fiume. 
In quella lunga chiacchierata, ci mostrammo diversi da come ci eravamo immaginati. 

Dietro le nostre sicurezze apparenti, c’erano fragilità sottili, ferite mai del tutto rimarginate e una dolcezza disarmante che ci univa profondamente. 

E mentre parlavamo mi vedevo ancora lì seduto davanti a quel microfono di plastica con le cuffie un po’ rotte e il cuore che batteva forte ogni volta che lei sedeva davanti a me.  

Non era cambiato niente. Stavo ancora guardando la ragazza che avevo amato in silenzio per anni. 

E in quel momento capimmo una cosa semplice: che forse non avevamo mai smesso di trasmettere. 

Solo che, invece di mandare musica nell’aria, avevamo custodito la nostra frequenza segreta nel cuore. 
 

Un refolo leggero di arietta tiepida le mosse i capelli. 
Sospirò di nuovo. 

Poi si voltò verso di me con un mezzo sorriso. 

Ascolta, scemo… ma io e te… ci siamo mai messi assieme?” 

Sentii qualcosa sciogliersi dentro. 

Trovai il coraggio di stringerla al mio fianco e passarle una mano tra i capelli, piano, come se quel gesto fosse sempre stato lì ad aspettare il momento giusto. 

No,” le dissi. 

Ma non ci siamo nemmeno mai lasciati.” 

Sempre e per sempre tu 
ricordati 
dovunque sei, 
se mi cercherai 
Sempre e per sempre 
dalla stessa parte mi troverai 
E il vero amore può 
nascondersi, 
confondersi 
ma non può perdersi mai … 
Francesco De Gregor

Sempre per sempre … ascolta il podcast

© 2026 Michele Camillo

‘na vita de nerd

Tratto dalla raccolta SOLARADIO

Sembra che fare diecimila passi al giorno, ti permetta di rimanere un po’ di più in questo mondo; il problema è che, né io né Paperoga, non capiamo se bisogna farli, piano, velocemente, tutti in una volta o, spezzati nell’arco della giornata. Bel casino. 

Ogni volta che compiamo questo scaramantico, più che salutare rito, se non stiamo attenti, il gruppo delle vecchie ci travolge.  

Incredibile, ce le ritroviamo sempre tra i piedi; una masnada di vecchie, più larghe che alte. 

Obbediscono pedissequamente al consiglio del nostro medico della mutua; “no serve che corè, ’nde a farve ‘na bea camminada … e non steme più a vegnir rompar i cojoni in ambuatorio”; la seconda parte ovviamente, l’ho aggiunta io ma, non credo di essere molto lontano dal pensiero del vecchio dottor Scarpa. 

Le loro braccia si muovono velocemente a pendolo, così come la loro lingua. In testa al gruppo, a fare l’andatura, tale Antonia, che io chiamo “ea vecia dee verze”, in quanto, la sento sempre citare il profumatissimo ortaggio; a giudicare dall’olezzo che esce da casa sua, ho il sospetto che non cucini altro. 

Hanno un tono di voce tale che fa sì che i loro discorsi abbiano un ampio raggio di ricezione; altro che il piccolo trasmettitore della nostra povera radio.  

Se spegni gli auricolari e tendi bene l’orecchio, riesci a capire chi è morto ancor prima che arrivino le pompe funebri e chi si sta trombando la tizia ancor prima che lo sappia il marito. 

Se disponi di abbastanza fiato per stargli dietro, verrai ripagato da numerosi consigli per la tua salute tipo il miglior sistema naturale per andare di corpo o un favoloso unguento per le emorroidi. 

Sono delle vere esperte di politica; hanno la soluzione per porre fine ai problemi dell’Italia: far sparire tutti quegli inutili migranti che tanto puzzano, ti passano davanti al pronto soccorso e non pagano il biglietto dell’autobus. Le senti dire a gran voce che se ci fosse ancora lui, le cose andrebbero meglio; non stanno parlando ovviamente di Gesù Cristo. 

Non si vedono mai i loro uomini, almeno quelli rimasti su questa terra; di uno, si sa per certo, che è scappato con una tettona moldava conosciuta in sala bingo; fonti affidabili provenienti dal bar da Nane riferiscono che gli ha già prosciugato il libretto e tutti i buoni postali.  

Un altro, io e Paperoga lo conosciamo bene perché spende metà delle sue giornate e anche metà della sua pensione, in pasticceria dalla Cesarina a sbavare dietro a Dana la rossa e a farle, nemmeno tanto velatamente, proposte oscene. 

No so ti, ma a mi no me xé restà altro” 

Un tempo, Paperoga non avrebbe risposto così alla mia osservazione sul fatto che due brioches alla crema sono troppe e che vanificano i risultati della nostra camminata. 

Un tempo, c’era ancora SolaRadio. Un tempo, c’erano molte aspettative. Un tempo, c’era ancora tempo. 

Ghe sbicio! No va più nissuni a messa, xoeo i veci” 

Malinconico, con il naso pieno di zucchero a velo, attraverso la vetrina appannata della Cesarina, osserva il piazzale della chiesa quasi deserto, solo sparuti anziani intabarrati. 

Ghe sbicio!” 

Sono state le prime, memorabili parole che, nel lontano 1973, ho sentito pronunciare da tale Fabio Ballarin, quello che in seguito sarebbe stato ai più conosciuto come Paperoga, al nostro primo incontro. 

Le stava rivolgendo con sincera ostilità alla moltitudine di bottoni della veste da chierichetto, un capo di abbigliamento progettato con l’evidente intento di mettere alla prova la fede anche dei più devoti; spesso, quando te la abbottonavi, la tentazione di mollare una bestemmia in chiesa era tanta.  

Dopo una lotta corpo a corpo con l’ultimo bottone, Fabio perse l’equilibrio, inciampò e cadde rovinosamente, trascinando con sé un candelabro di quelli che si mettono vicino alla cassa da morto nei funerali. 

Era così agitato, impacciato e sinceramente disperato che mi risultò immediatamente simpatico. Ci guardammo un secondo, poi scoppiammo a ridere. E non la smettevamo più. Fu un’amicizia sigillata dal ridicolo, come tutte le migliori. 

Non so lui, ma io mi “arruolai” nel “corpo” dei chierichetti, non certo per una vocazione mistica, nessuna “chiamata” dall’alto: era piuttosto il mio innato desiderio, fin troppo umano, di mettermi in mostra e di collezionare sguardi di approvazione. Non cercavo chissà cosa, cercavo platea. 

Io e Fabio facevamo coppia fissa nel ruolo di assistenti: quelli che stanno a fianco del prete sull’altare. Tra mille alzatacce per servire messa si consolidò la nostra amicizia, cementata dal sonno arretrato e da una gran dose di cazzate con conseguenti risate, perpetrate durante le messe, specie quelle solenni dalla durata infinita. 

Dall’alto dell’altare godevamo di un punto di osservazione privilegiato. In quegli anni, a messa veniva davvero un sacco di gente. Un sacco di ragazze; Vera compresa. Il mio primo, grande amore. 
L’altare era un palcoscenico perfetto: con la veste bianca e nera, simil-prete, mi sentivo un gran figo. E quando Vera, terza fila a sinistra, sembrava sorridermi, mi pareva quasi di toccare il paradiso. Non quello promesso dal catechismo, ma quello molto più concreto fatto di batticuori e acre sudorazione improvvisa. 

Fare il chierichetto, oltre a permettermi di esibirmi senza troppi rischi e magari racimolare qualche punto in graduatoria per… il dopo, aveva anche un altro enorme vantaggio: le mance. All’epoca, la mia unica e solidissima fonte di reddito. 

Mitiche le volte che, dopo un funerale, non appena il feretro se ne andava seguito dallo stuolo dei parenti doloranti, noi ci dileguavamo con la mancia in tasca e andavamo “alla Pergola” a mangiare un bel cono di gelato. 
Dei veri sciacalli. Ma con la coscienza pulita. E il cono doppio. 

Intanto il rito immutabile della colazione dalla Cesarina si era felicemente compiuto. 
Caffè lungo e brioche; una sensazione di pace e appagamento che solo le abitudini inutili sanno dare. 
A pensarci bene, dovevo ammetterlo: Paperoga aveva ragione. Era rimasta l’unica cosa piacevole di alcune giornate. Tutto il resto poteva considerarsi depressione allo stato puro. 

Appena fuori, l’aria era ferma come un pensiero mal riuscito. 
Nessuna brezza, nessuna speranza. Il tanfo della brodaglia preparata dalla badante della siora Antonia Masiero, un miscuglio tra cavolo lesso, dado da brodo e rassegnazione, ristagnava nel quartiere senza la minima intenzione di disperdersi. 

Secondo Paperoga, che in queste cose vantava una competenza quasi scientifica, statisticamente erano di più le persone che percepivano quell’olezzo rispetto a quelle che ascoltavano la radio o la predica del prete. 
Ea spussa riva dapartutto”, sentenziò inesorabile. 

E mentre riprendevamo a camminare immersi in quell’aroma di minestra esistenziale, mi resi conto che forse aveva ragione anche su questo. 

Ormai la gente non va più in chiesa, e la radio la accende solo per sbaglio, quando ha bisogno di coprire il rumore dei propri pensieri. 

Nemmeno io vado più in chiesa; però ascolto la radio. 

Guardavo il mio socio mentre, svogliatamente mi precedeva con la classica andatura da smonà

Incredibile, anche nel modo di camminare siamo simili; siamo terribilmente simili in tutto. 

Odiamo lo sport. 
La competizione ci mette ansia: se qualcuno dice “vincere” noi cerchiamo l’uscita di sicurezza. 
Abbiamo paura anche della nostra ombra, soprattutto se si muove all’improvviso. 

Siamo introversi fino all’inverosimile. 
Specie al lavoro, ci piace stare da soli a farci i cazzi nostri, possibilmente in silenzio, con le dita nel naso, i capelli spettinati e quell’aria da “non disturbarmi che sto pensando a niente”
La socialità ci sfibra. La gente pure. 

Ci stanno sul cazzo i bulli, i prepotenti e soprattutto quelli che sanno tutto loro. 
Quelli che parlano anche quando non serve, che spiegano le cose che nessuno ha chiesto, che hanno sempre ragione pure quando è matematicamente impossibile. 
Con loro avremmo voluto reagire. Ma non lo facevamo. Per coerenza con la nostra codardia. 

E non parliamo di donne, … il discorso sarebbe troppo lungo e maledettamente triste. 

La musica invece no. 
La musica è sempre stata dalla nostra parte. 
Non ci giudica, non ci sfotte, non ci chiede di essere vincenti. 
La musica ci prende per mano e ci porta via, lontano da tutto, e ci fa sognare vite migliori… o almeno più silenziose. 

Ironia del destino, anche le nostre famiglie erano simili. 

Padri autoritari che non ci valorizzavano un cazzo e che agli ascensori sociali non ci hanno mai creduto. 
Operai erano loro. Operai saremmo diventati noi. Operai di Porto Marghera, punto. 
Come nostro fratello maggiore. 
Fine del sogno. Titoli di coda. 

Madri che ci urlavano tutto il giorno. Un sottofondo costante, tipo sirena antiaerea, che ti entra nel cervello e non se ne va più. Una colonna sonora di rimproveri che oggi potremmo campionare e rendere virale sui social. 

In sostanza, io e Fabio Ballarin eravamo, siamo e saremo per sempre dei veri anti-fighi. 
Zero carisma, zero leadership, come si usa dire oggi. A rincarare la dose: goffaggine cronica e paura endemica. In compenso una discreta dose di autoironia e un’inspiegabile capacità di sopravvivere, tirando avanti l’esistenza alla meno peggio. Non brilliamo, ma resistiamo. 

Me ne resi conto la prima volta che misi piede in quella specie di magazzino ricavato nel sottotetto del suo condominio, quello che più tardi sarebbe diventato il leggendario “studio radiofonico” di SolaRadio. 
Pochi metri quadri, il soffitto che anche un nano ci sbatteva la testa, odore persistente di muffa: un luogo che sembrava respingere il mondo, ma che in realtà conteneva tutto il suo. 

In quella mansarda era concentrato l’universo di Fabio, fatto quasi esclusivamente di roba di seconda mano. Di prima mano possedeva ben poco, a cominciare dai vestiti, rigorosamente passati dal fratello maggiore. 
Sior Ottorino, suo padre, aveva, come il mio, i gransi in scarsea: tutto era superfluo, tutto uno spreco. Dalle spese per la parrucchiera di siora Mirella ai fumetti che Fabio amava più di ogni altra cosa, soprattutto quelli di Topolino. 

Per questo li raccattava ovunque; persino nella raccolta carta della parrocchia. Vi lascio immaginare in che stato erano appena “raccolti”. In quella mansarda, poi, si impregnavano ulteriormente di umidità, assumendo un odore che potremmo definire “identitario”. Quando me li prestava, riuscivano a infestare l’intera mia cameretta, come un gas nervino a lenta diffusione. 

Il pezzo a cui era più affezionato era il “Manuale delle Giovani Marmotte”. Diceva di averlo trovato abbandonato su un muretto dei Paeassoni
A quella storia non ho mai creduto. Nessuno abbandona un testo sacro come il “Manuale delle Giovani Marmotte”. Più probabile che l’avesse ciullato a qualche altro bambino meno attento. 

Quel nerd ante litteram, trasandato, eternamente sbadato, con la testa immersa nei fumetti di Topolino, non poteva che essere accostato al mitico Paperoga, il cugino strambo di Paperino. 
Non ricordo chi fu il primo a chiamarlo così, forse proprio io, ma da allora il nome Fabio è stato lentamente cancellato. Oggi credo lo usi solo l’Agenzia delle Entrate; forse. 

In mansarda, oltre ai topolini, sia in versione fumetto che in versione animale, data una certa frequentazione di roditori, c’erano altri due oggetti iconici, recuperati chissà dove: un Monopoli malconcio, di cui Paperoga aveva autocostruito i pezzi mancanti, e una vecchia radio a transistor, scassata ma ancora viva, grazie anche alle amorevoli cure di sior Sergio, papà del Tito. 
Con quel Monopoli ci abbiamo giocato un numero imprecisato di partite (dopo, immancabilmente, lavata di mani). 
Sulla radio, invece, aleggia una leggenda: si dice che Paperoga usasse le stridule note che ne uscivano per ballare da solo, chiuso in quel bugigattolo, come un rituale segreto contro il mondo. 

In quella mansarda c’è stato un prima di SolaRadio, un durante SolaRadio e un dopo SolaRadio, che poi sarebbe il qui e ora. 
Tre ere geologiche compresse in pochi metri quadri, tra un lucernario che perde e una presa multipla sempre sul punto di prendere fuoco. 

Ora che la SolaRadio se n’è andata, la mansarda si è nuovamente riempita del mondo di Paperoga: cose raccattate, certo, ma anche cose nuove.  

Forse per affrancarsi da quel tempo in cui suo padre gli negava i soldi perfino per un ghiacciolo gusto cola, oggi compra qualunque troiata gli capiti a tiro. 

Accanto ai fumetti ci sono centinaia di vinili, oggetti vintage, reliquie di epoche che non vuole lasciare andare. 
È una mania dell’accumulo e della conservazione, un tentativo maldestro di trattenere il tempo, di costruirsi una sua personale forma di eternità. 

Ogni tanto ci troviamo ancora lì, seduti sul pavimento, a giocare con quel vecchio Monopoli dalle banconote lise. 
E, puntualmente, finiamo a rinvangare il passato. 

Finiamo per parlare di quello a cui non crediamo più; in primis, che mettere su quel circo chiamato SolaRadio non sia servito a saltar fuori dall’immenso mare dell’anonimato e a ottenere quella considerazione che aspettavamo dagli altri perché non ce la davano i nostri genitori. 
E, soprattutto, diciamolo: non è servito nemmeno allo scopo principale: cuccare in quantità industriale. 

Abbiamo passato anni a fare i bravi ragazzi, convinti che prima o poi qualcuno ci avrebbe premiati. Un applauso o meglio, una ragazza che dicesse: “Sei diverso dagli altri.” 

Niente. 

Nemmeno i preti ci hanno dato quell’approvazione che cercavamo. Ci hanno insegnato una fede fatta solo di regole, di doveri, di sottomissione. 
 

Il risultato lo vediamo mentre addentiamo una brioche con la crema di pistacchio dalla Cesarina: in chiesa entrano quasi solo vecchi.  

Noi due ex chierichetti ce ne stiamo lì fuori ad osservare, pensando che forse abbiamo creduto in un Dio sbagliato.  

Quello giusto forse esiste. Ma se c’è, non trasmette sulle nostre frequenze. 

Non sappiamo dove sia finito perché, alla fine, in questo mondo, hanno vinto gli Jorillà, gli altri, come li chiamavano i nostri padri; ovvero, i fighi, i prepotenti potenti. Tipo quelli che con i loro network radiofonici, si sono impossessati di tutte le frequenze e hanno soffocato le piccole radio come la nostra; o peggio, quelli fighi che hanno cuccato quelle che volevamo cuccare. 

Osservando quei pochi metri quadri che mi circondano, a volte, ho l’impressione che SolaRadio, in realtà, non sia mai esistita; solo un sogno partorito dalla mia mente fantasiosa, dall’insoddisfazione per ciò che non è, per ciò che non è mai stato. 

Mi sento prigioniero dell’immobilità che diventa rifugio, dei ricordi che inchiodano. 

Ho rabbia per non aver mai trovato il coraggio di osare davvero, di schiodarmi dal passato e cambiare strada. 

È vero. Io e Paperoga stiamo conducendo una vita da nerd. 
Anzi, ‘na vita de nerd. Che è ancora peggio e ancora più autentica. 

Ma forse anche questo, in fondo, è molto anti-figo … è tremendamente umano. 

La verità 
È che ti fa paura l’idea di scomparire 
L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi 
Prima o poi dovrà finire 

La verità 
È che non vuoi cambiare 
Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose 
A cui non credi neanche più 

Dario Brunori (Brunori Sas) 

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L’ultimo


All’alba degli anni Ottanta, lo sviluppo ormonale, esplodendo con la discrezione di una centrale nucleare in meltdown, travolse anche noi quattro soci fondatori di SolaRadio. 

Una inevitabile conseguenza di ciò fu che ormai il Natale perse ogni residuo di magia. Sparita la trepidazione, evaporato il conto alla rovescia; non ce ne fregava più nulla né dei regali né del pranzo. Zero. Nada. Nisba. Roba da bambini e da gente che ancora crede a Babbo Natale o alla sincerità delle promesse elettorali. 

Personalmente, ricevere per l’ennesima volta il pigiama regolamentare da mia madre, modello “ricovero d’urgenza in ospedale” e affondare il cucchiaio sull’ormai rituale piatto di tortellini in brodo, seguito da una carne lessa dai riflessi verdastri da farla sembrare radioattiva, mentre le nonne intonavano il lamento funebre del “eh no ghe xé più el Nadal de ‘na volta”, mi causava un forte attacco depressivo meritevole di un ricovero coatto in psichiatria. 

L’unico che ancora aspettava il regalo era EnsoPenso. In realtà, era una cosa un po’ particolare: sperava di trovare sotto l’albero una squinzia di 1^del liceo scientifico adiacente il nostro Istituto Tecnico; tale Romina Zanon detta “la calda”, possibilmente seminuda. Alla completa spogliazione avrebbe poi provveduto lui, con zelo missionario, il giorno di Santo Stefano. Più che un regalo, sarebbe stato un miracolo di Natale. 

Per noi quattro e, sospetto, per milioni di adolescenti sparsi nel globo, tutta l’attesa, i sogni proibiti e le fantasie più o meno legali (dal punto di vista della morale), si erano ormai concentrate su un solo evento sacro: il festin dell’ultimo dell’anno. 
Non avevamo il coraggio di confessarlo nemmeno a noi stessi, ma sul 31 dicembre nutrivamo aspettative… di un certo tipo. 

Chi aveva contribuito non poco a tutto quel cambiamento era Denis Sgorlon, il nostro oracolo. Lo consultavamo ogni qualvolta dovevamo prendere delle decisioni riguardo gli ambiti più “delicati” della nostra esistenza; vi lascio immaginare quali. 

Era stato lui, grande motivatore da sempre, a convincerci che era ormai ora e tempo di finirla con gli ultimi dell’anno in famiglia. Ai festini dell’ultimo avremo visto certi numeri; altro che quelli che dava la vecchia zia a tombola. 

Forti dei nostri sedici anni, della nostra SolaRadio e di un’ignoranza emotiva incrollabile, già a inizio novembre eravamo caricati come le molle di un divano anni Settanta. 

Paperoga era il più gasato di tutti. Fortunatamente riuscii a fermarlo un attimo prima che el mona pissasse fora dal bocal; stava per annunciare che SolaRadio avrebbe organizzato el festin dell’ultimo con tanto di diretta radiofonica. 

Mentre lo trascinavo a forza da Name Sbérega per farlo sbollire, il socio eseguì a cappella l’intera scaletta che aveva in mente. Avreste dovuto vedere le facce di chi incrociavamo mentre l’amico, come se fosse posseduto da uno spirito maligno si dimenava e, a squarciagola cantava (si fa per dire), una strana versione di “Yes sir i can boogie”. 

Mi ci volle un bel po’ di tempo, due tramezzini prosciutto e funghi, un tonno e cipolline e, un litro abbondante di chinotto, per farlo ragionare. Gli feci capire che c’erano due piccolissimi problemi per organizzarlo; dove ma, soprattutto, con chi. 

Se avesse fatto quell’annuncio, ci saremo trovati a festeggiare con Memo Bottacin e soci, el Bibo dea Cipressina e qualche nostro stagionato parente. Unica donna presente sarebbe stata probabilmente la vecchia Nives Casarin. Ovviamente, sempre ammesso che, i già menzionati personaggi, non avessero di meglio da fare.  

Riguardo a ragazze, non potevamo contare nemmeno sulle nostre sorelle, visto che nessuno di noi ne aveva una. 

Il genio dovette ammettere che, nonostante gli anni di attività, in quanto a serbatoio di ascoltatori eravamo in riserva se non, completamente a secco.  

Comunque, era giunta l’ora di dare una svolta alla nostra vita sociale; era il momento di spiccare il volo e tuffarci in uno di quei festini leggendari; si, ma quale? 

Il nostro quartiere era la Brescello di don Camillo e Peppone in miniatura: comunisti da una parte, democristiani dall’altra. 
Anche l’ultimo dell’anno diventava terreno di scontro ideologico: due gruppi, due locali, due feste. 

Al tempo, i due principali festini buei per i giovani erano quelli organizzati rispettivamente dai basabanchi dell’Azione Cattolica Giovani e dai compagni della locale sezione FIGC. 
 

Ufficialmente, lo scopo era favorire l’aggregazione sociale.  

Non occorreva essere un sociologo delle masse per capire che il reale obiettivo dei maschi organizzatori era racimolare quanta più fauna femminile possibile.  

Alla fine, cattolici o comunisti che fossero, credevano tutti nello stesso detto che, da noi, si tramanda da secoli: “chi ciava l’ultimo dell’anno, ciava tutto l’anno”. 

Consultammo anche il Mauri, nostro mentore per il misterioso mondo della figa. Suggerì di guardare a sinistra; le compagne comuniste, diceva, erano più disinibite e scafate delle “suorette” di Azione Cattolica. Spoiler: qualche anno dopo la realtà ci smentì senza pietà. 

Tito ci fece capire che l’unica nostra possibilità era puntare sulla festa in parrocchia. La sala del patronato non era distante dal nostro “studio” e, l’idea di Paperoga di fare la diretta del festin, era tecnicamente percorribile; questo ci gasò alla grande. 

E poi, noi bravi fioi de cesa nonché timorati di Dio, non avevamo il coraggio di scegliere qualcosa di diverso. Andare a fare l’ultimo in un altro posto, specie dai “rossi” e con le “rosse”, significava bruciare all’inferno; la, dove sarà pianto e stridore di denti. 

Il giorno di Santo Stefano del 1980 non lo scorderò mai.  

Io e Paperoga stavamo passeggiando tutti eccitati per le viette. 

La miccia si era accesa dopo la messa di mezzanotte del giorno di Natale; quando, alcune squinzie del gruppo giovani di Azione Cattolica, ci fecero gli auguri di Natale dandoci come supplemento alla consueta stretta di mano, nientepopodimeno che due baci sulle guance. Fu una cosa inaspettata e dirompente. Credo che per noi quattro fosse la prima volta che ricevevamo un bacio da una ragazza. 

EnsoPenso reagì alla cosa come un orangotango in calore; ci riferì che una, di cui non volle fare il nome, ci aveva messo anche un pizzico di lingua, era sicuro di averla sentita.  

Per tutta la strada che facemmo insieme, sparò una sfilza di lenti che avrebbe voluto ballare cic to cic con Moira Battiston (secondo me quella della quale aveva sentito la lingua); usò un frasario che non rientrava certo nello spirito natalizio del dopomessa ma piuttosto in quello goliardico da caserma. 

Io, per pudore non dissi nulla, ero troppo impegnato a sedare lo scompiglio che mi si era venuto a creare in mezzo alle gambe.  

Lo slancio affettuoso di Caterina Crevatin, leader del gruppo squinzie di A.C., aveva fatto sì che i miei ormoni dessero vita ad uno spettacolo pirotecnico degno della festa del Redentore. Non avevo sentito la lingua ma, in compenso, mi si erano appiccicati addosso i suoi brillantini. 

La cosa però che mi eccitò di più era l’aver carpito, dalle suddette squinzie, alcune frasi riguardanti la loro sicura partecipazione a un certo festin. 

La cosa che eccitò di più EnsoPenso è che le aveva sentite parlare di autoreggenti. Io, confesso, non sapevo cosa fossero; lo scoprii tempo dopo sfogliando certe “pubblicazioni” che aveva in garage il Mauri. 

La notte di Natale e, nemmeno quella dopo, riuscii a dormire. Avevo un pensiero fisso: quello di far colpo su quel gruppetto di gnocche; la diretta di SolaRadio era una strategia perfetta per emergere insomma, par far el figo.   

Noi di SolaRadio saremmo potuti diventare i protagonisti della festa e, di conseguenza … vedi il famoso detto popolare citato in precedenza. 

Femo, femo”, Paperoga improvvisò una sorta di danza in mezzo alla vietta canticchiando (sempre si fa per dire), “you make me feel” e io, dalla felicità lo imitai. 

Ad un certo punto, qualcosa ci ammutolì e ci paralizzò. 

Dalla villetta della Crevatin uscivano le note ad alto volume di “Call me” di Blondie; altri due passi e nel giardino scorgemmo Riccardo Beltrame che teneva abbracciate la padrona di casa e la Battiston; mentre, dalle finestrelle della taverna si vedeva un lampeggio di luci colorate. 

Non c’era alcun dubbio; era in corso un “festin isi” (easy per chi ha studiato a Oxford), dove vien soeo chi che de gheo disi. In un lampo mi fu subito chiaro a cosa si riferivano quelle quattro squinzie di merda fuori della chiesa; troie! 

Per non metterci in ulteriore imbarazzo facemmo una rapidissima virata di centoottanta gradi prima che lo stronzo del Beltrame ci scorgesse e magari gli venisse la bella idea di prenderci per il culo. 

Troie”  

Fu l’unica parola che Paperoga pronunciò con tono sommesso poi, silenzio assoluto fino a quando non fummo dentro la mansarda di SolaRadio. 

Troie!”  

Faceva un certo effetto sentire il pudico Tito quasi urlare quella parola. 

L’unico che invece conservava ancora una certa carica in canna era EnsoPenso. A suo dire, nulla era ancora perduto. Al 31 dicembre, mancavano ancora sei giorni. 

Il suo entusiasmo si smorzò quando gli dissi che avevo visto il Beltrame stretto come una fetta di prosciutto a fare “panino” in mezzo alla Crevatin e alla Battiston, entrambe “in curto” (con le minigonne n.d.r.) 

Troie!”  … e quattro; poker! 

Quella sera non mangiai. Mi chiusi in cameretta come si fa quando non si vuole essere visti neppure da sé stessi. Nel cassetto della scrivania c’era un’agenda del 1976, omaggio indesiderato di quel rotto in culo di mio cugino Adriano, rimasta fino ad allora intonsa, vergine di parole e di giorni. 

La presi in mano quasi per caso, ma bastò un attimo perché le pagine fino al 12 gennaio si riempissero della mia rabbia. Scrivevo senza pensare allo stile, senza cercare senso: lasciavo colare l’inchiostro come si lascia uscire il sangue da una ferita che brucia troppo per restare chiusa. 

Fu in quell’istante preciso, il 26 dicembre 1980, giorno di Santo Stefano, che iniziai, senza saperlo, a trovare rifugio nella scrittura. Non come esercizio, non come ambizione, ma come necessità. Come unica forma di sopravvivenza emotiva che mi fosse concessa. 

Chi mi legge sappia che se Bertoldo si confessa ridendo, … io mi confesso narrando. A buon perspicace lettor, poche parole. 

Nemmeno quella notte riuscii a dormire. Giravo e rigiravo nel letto, cercando una spiegazione che non arrivava. Non riuscivo a capacitarmi del perché gli unici a essere rimasti fuori da quel festino fossimo proprio noi. 
Non tanto per la festa in sé, ma per ciò che quella esclusione diceva di noi. 
E, soprattutto, di me. 

All’alba pensai che, tutto sommato, era vero: il 31 dicembre doveva ancora arrivare e non tutto era perduto. 
C’era ancora margine per un colpo di scena, o almeno per una bella notizia. E c’era una sola persona che poteva dirmi cosa stesse davvero bollendo in pentola. 

Quella mattina saltai senza rimpianti la razione di caffelatte e panbiscotto e, ancora mezzo rincoglionito dal sonno, con le occhiaie da procione e la testa che faticava a mettersi in moto, mi incamminai verso l’edicola di Franco “Gasetin”, l’edicolante dei paeassoni. 

Nel nostro quartiere c’erano tre figure a cui la gente preferiva confessarsi piuttosto che andare dal prete: il dottor Scarpa, Elio il farmacista e, appunto, Franco “Gasetin”. 
Franco sapeva tutto. O meglio: sapeva prima. Era politicamente neutrale, più per opportunismo commerciale che per convinzione; se voleva continuare a vendere giornali, gli conveniva restare equidistante. Bianchi o rossi che fossero, tutti passavano di lì, e tutti prima o poi lasciavano cadere qualche informazione. Così Franco era sempre al corrente di qualsiasi iniziativa si stesse preparando, soprattutto quelle da non far sapere in giro. 

«Ti savevi gnente, ti?» 

Lele Zanon mi aveva preceduto. Lo trovai già dentro l’edicola, immobile, con lo sguardo inchiodato ai giornali come se stesse leggendo una fila di necrologi. Li fissava come si fa con le notizie che non sorprendono più, ma che ogni volta fanno male allo stesso modo. O forse, tra quei titoli di cronaca locale, cercava una spiegazione logica a un’ingiustizia che di logico non aveva nulla. 

La sua faccia, più ancora di quella domanda retorica, parlava chiaro. Era stato, per l’ennesima volta, vittima di “esclusionismo”. Da tempi immemori, lui e Fabio De Bellis parevano condannati da un oscuro destino, o forse da una bizzarra legge cosmica, a restare sistematicamente fuori da qualsiasi evento in cui fosse prevista, anche solo teoricamente, la presenza femminile. 

«Sul serio no’ savevi gnente voialtri?» 

“Gasetin” colse l’attimo per affondare il coltello. Il suo ghigno sarcastico non lasciava spazio a interpretazioni né a illusioni. I giochi per il festin dell’ultimo dell’anno erano, a nostra insaputa, ormai da tempo fatti. 
Lele e Fabio erano fuori. Ma questa, in fondo, non era una notizia: era quasi una tradizione. 
La vera notizia era un’altra. Anche noi eravamo fuori. 

Comunisti e democristiani avevano superato ogni steccato ideologico, unendosi in una specie di compromesso storico. Non per il bene collettivo dei giovani dei paeassoni, ma per una causa ben più concreta e carnale: rastrellare, in gran segreto, quanta più figa possibile. 
Un’alleanza trasversale, selettiva, chirurgica. Inviti distribuiti col contagocce, solo a chi doveva esserci. Gli altri? Invisibili. 

Non ci fu nessuna diretta radiofonica. 
Non ci fu nessun conto alla rovescia condiviso. 
Perché non ci fu nessun ultimo dell’anno. 

Almeno, non per noi quattro mandoeoni di SolaRadio e, ovviamente, per Lele e Fabio. 

Quella stessa sera intrapresi una lunghissima camminata notturna. Fu la prima di una lunga serie, di quelle che ancora oggi tornano ogni volta che devo fare i conti con una delusione, sciogliere un nodo interiore, o semplicemente scappare dalle mie paure. 

Dopo aver sbattuto con vigore el canceo de casa, iniziai, credo anche parlando da solo, a camminare con l’andatura di un maratoneta olimpionico. Spinto dalla pressione interna che chiedeva sfogo, non sentivo la fatica, solo il bisogno di consumarmi. 

La nebbia mi entrava dentro, non solo nei polmoni. Tutto mi dava fastidio. Le luci natalizie intermittenti mi sembravano stomachevoli, una messinscena di ipocrita felicità a basso voltaggio. Così come certe canzonette di Natale importate da oltreoceano; jingle zuccherosi che mi parevano insulti personali. Cosa ne sapevano loro della solitudine di un adolescente a cui un gruppo di persone che, in teoria, credeva sulla fratellanza universale, aveva chiuso le porte in faccia? 

Poco più di un’ora dopo mi ritrovai, in una sorta di ipnosi, a vagare per Piassa Fero, realizzando di aver percorso quasi dieci chilometri in tempo record.  

L’ironia della sorte mi aspettava ai muri. Erano tappezzati di manifesti per il veglione: grafiche dozzinali che promettevano divertimento, gran mangiate e, in maniera subliminale, l’illusione di gran ciavae. Tutto sembrava ricordarmi che la festa era per altri; per chi era dentro il cerchio magico. 

Ne adocchiai uno affisso proprio all’altezza giusta. Rappresentava tutto quello che mi era stato negato: l’appartenenza, la festa, il riconoscimento. Mi avvicinai lentamente, sentendo il freddo della notte pungermi la faccia. Con una calma rituale ci pisciai sopra. 

Provai una soddisfazione amara e primordiale. Era il mio unico modo per dire che, sebbene escluso, ero ancora vivo. E che del loro Capodanno perfetto, non sapevo cosa farmene. 

Ancora oggi, il 26 dicembre, porto con me quell’agenda nel piccolo studio radiofonico per celebrare la mia personale giornata dell’esclusione. 

Quell’esclusione che ancora continua a farmi male. 

Da quel 26 dicembre 1980, ho deciso di lottare contro quel male. 
 

Perché l’esclusione non fa rumore, non lascia lividi sulla pelle, ma scava dentro. 
Ti toglie il posto in una stanza, poi il posto in una conversazione, poi, piano piano, il posto nel mondo. 
 

È un male sottile, ti convince che il silenzio degli altri sia colpa tua, che la tua voce non serva, che sarebbe meglio spegnersi piano. 

Ma io no. 
Lotto continuando a parlare a un microfono anche se ascoltato da pochi, e a scrivere ancora su una vecchia agenda ormai tutta consunta. 

Da questa piccola radio, fragile ma ostinata, mando segnali in mezzo al buio. Parole che cercano qualcuno, chiunque abbia ancora bisogno di sentirsi ascoltato. 
E anche se la mia frequenza è debole, anche se il mio messaggio sembra perdersi nel rumore, io resisto. 
Perché arrendersi all’esclusione significa lasciare che il mondo diventi più piccolo, più muto, più solo. 

Non chiudo la porta, non abbasso il microfono, non smetto di sperare. 

Finché ci sarà anche un solo ascoltatore, questa radio continuerà a trasmettere … per l’ultimo. 
 

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Le cose più importanti della vita non si apprendono né si insegnano, … ma si incontrano. 

Oscar Wilde 

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Piccoli uomini crescono

Sulle note di Just an Illusion degli Immagination, arrivarono in un attimo, per noi quattro mandoeoni, i diciott’anni. Il primo a diventare maggiorenne fu Paperoga. 

Quel giorno nello studio di SolaRadio si tenne un feston bueo non nel senso che c’era molta gnocca ma, tanta roba onta da sfondarse el bueo. Il neomaggiorenne si presentò con decine di lattine di birra della marca preferita dai muratori di mezza Italia e, due vassoi contenenti il meglio che Ciano l’onto potesse offrire in quanto a tossicità.  

Negli ultimi tempi, il nostro spacciatore di fiducia aveva introdotto tra le sue specialità oltre che al già menzionato craf il panzerotto fritto nelle due varianti pizzaiola e boscaiola.  

Diciott’anni si compiono una volta sola e, non potevamo esimerci da fargli un bel regalo. Dell’incombenza se ne occupò il Mauri. Il giorno prima, poco prima della chiusura, in modo da non essere visto, aveva fatto visita all’edicola di Franco “Gasetin” il quale, su sua precisa indicazione, gli aveva confezionato un pacco contenente una selezione delle più famose riviste di “anatomia”. Subito dopo, sempre con fare circospetto, si era recato in farmacia a farsi dare una scatola, non certo di Aspirine.  

Unico problema, non potevano fargli il pacco regalo; per cui, dovette consegnarla al festeggiato così come gliela aveva messa in mano Elio il farmacista; aggiunse solo: “go tolto ea misura più picoea, dovaria ‘ndarte ben.” 

Paperoga precisò che, per certi articoli, non esistevano misure ma c’era solo taglia unica e che, comunque, di certe “scatole” in casa ne aveva uno scatolone pieno. Inoltre, i “libri di testo” che gli avevamo fornito non sarebbero serviti in quanto sapeva benissimo come fare certe cose. Ringraziò comunque per il pensiero. 

A questo punto, el Mauri, in qualità di decano degli speaker di Solaradio nonché esperto docente in una certa materia, fece un discorsetto al neomaggiorenne. 

A lui non sfuggiva niente, la sua constatazione si basava su parametri prettamente statistici. Se lo scatolone con le scatole era ancora pieno, significava che non aveva praticato ovvero, poteva anche saper benissimo come fare ma, come per una fetta sostanziosa di maschi, … gli mancava la materia prima. Il suo giudizio fu quello tipico di molti insegnanti: l’allievo pur essendo in grado di comprendere ciò che gli viene insegnato, non si applica. 

Riguardo il resto del sermone, per ragioni di pubblica decenza, ometto la trascrizione. 

In effetti Paperoga a scuola non si era mai applicato tanto; ciò nonostante, riuscì a prendere la patente in tempi record. Ci venne il sospetto che l’avesse comprata. 

Fu memorabile il giorno che superò l’esame di guida. Con una serie di eccitate telefonate venimmo convocati, ad una certa, davanti il bar da Nane. Qui, a quella certa, vedemmo sbucare dalla fine del vialone una FIAT 127 gialla che stava avanzando a tutta birra.  

Il bolide, ovviamente pilotato da quel mona di Paperoga, terminò la sua folle corsa con un testacoda, urtando con il paraurti il Califfo di Memo Bottacin; il quale, non mancò di tirare giù tutti i santi del paradiso.  

Con ben sette persone a bordo, il neo-pilota cercò di emulare un suo idolo: il mitico Sandro Munari a bordo dell’altrettanto mitica Lancia Stratos Alitalia, esibendosi in una spericolata gimcana tra alberi, panchine e …vecchi pensionati. Seguì un giro di tramezzini e birrini usando come tavolino il cofano della fuoriserie.  

A margine, ritengo opportuno chiarire due cose: la 127 era del fratello; il quale, non era a conoscenza del “prestito”; inoltre, il vialone centrale dei paeassoni, è da sempre zona pedonale. 

Bisognò aspettare molto tempo prima che il nostro socio riprendesse in mano una macchina. Per sedersi infatti dovette aspettare che non gli dolesse più il culo che gli aveva spaccato il fratellone. 

Arrivata la maggiore età, arrivarono sempre più frequenti, le esortazioni di Memo Bottacin e compagnia ad abbandonare l’infruttuoso ambiente parrocchiale. Era ora e tempo che iniziassimo a ‘ndar in batua in discoteca.  

Il problema era che, per andarci, non disponevamo di uno straccio di macchina. 

Paperoga, oltre al culo, si era bruciato anche la 127. Gino, il fratellone, non gliela avrebbe fatta toccare, nemmeno per portare in ospedale qualcuno in punto di morte. 

A proposito, vi sblocco un ricordo. A quei tempi, non si chiamava l’ambulanza (anche perché ce n’erano poche) ma, si preferiva caricare il malcapitato a bordo di un’auto e, suonando il clacson a manetta, partire a tutta velocità verso l’ospedale più vicino; unica accortezza, tenere un fazzoletto bianco fuori dal finestrino.  

Morale della favola, dopo alcuni minuti arrivavano al pronto soccorso: il malcapitato che, in realtà, non aveva niente di grave ma solo una semplice indigestione, il pluri-traumatizzato autista della macchina, il suo accompagnatore con il braccio fratturato per aver tenuto il fazzoletto fuori dal finestrino e, una certa quantità di pedoni e ciclisti messi sotto dall’improvvisata ambulanza. 

Per la disco, dovemmo aspettare che il Tito si decidesse a farsi la patente e che sior Sergio si decidesse a prestargli la Prinz. Tra una cosa e l’altra, arrivò il tardo autunno del 1983. 

La NSU Prinz azzurra, detta “vasca da bagno”, del padre di Tito, era tenuta in maniera maniacale dal medesimo nonché, ricca di optional, tra cui: plaid sul sedile posteriore, orologio a calamita sul cruscotto con la scritta “papà vai piano”, rosario appeso sullo specchietto retrovisore e, posizionati sulla cappelliera, centrino in pizzo con sopra gli immancabili due cagnolini con la testa semovente. Con una macchina del genere, l’insuccesso era assicurato. 

Comunque, fu grazie a quella “vasca da bagno” che, per noi, iniziò l’epoca delle discoteche. 

Dovevamo solo avere l’accortezza di parcheggiarla il più lontano possibile dall’ingresso, per non essere derisi da tipi come Moreno Pinton dotato di Alfetta 2000 Turbodiesel, blu pervinca metallizzato; roba del genere, attirava le ragazze come una carta moschicida; mentre, la Prinz,attirava quelli che, quando la vedevano, si toccavano le palle (comprese le ragazze che non le avevano). 

Vabbè, era il prezzo per iniziare a vivere dal vero la febbre della domenica pomeriggio

Il primo ingresso in discoteca me lo ricordo benissimo; cinquemila lire compresa consumazione; appena sborsata la folle cifra, mi ritrovai, con il biglietto in mano, al cospetto di due gigantesche porte a ventola intarsiate di brillantini dorati, varco di ingresso di quel peccaminoso mondo. 

A scuola, in lettere ho sempre, a malapena raggiunto la sufficienza. Non me ne voglia il buon vecchio Dante che, per questo, si rivolterà nella tomba; la sua Divina Commedia, l’ho usata come spessore sulla libreria. Però, quel giorno, non so perché, il canto primo dell’inferno, apparve nitido in sovrimpressione nella mia mente. 

Indugiai non poco, aspettai che arrivasse anche il resto della ciurma, non avevo il coraggio di affrontare da solo quel momento. Era come se dovessi saltare in mare da una scogliera, meglio se lo facevamo tutti e quattro assieme. 

Fu un mezzo shock; venni contemporaneamente, investito da una folata contenente un misto di acre odore di sudore e profumo dozzinale da supermercato; abbagliato dalle luci strobo, nonché assordato da Der Kommisar, sparato a mille decibel.  

Rimasi per un po’ lì, spaesato ai margini della pista, con quella faccia tipica di chi si chiede se non avrebbe fatto meglio a restarsene a casa a guardare Domenica In, magari commentando gli ospiti con la nonna. 

Poi, però, dalle casse uscì Paris Latino e qualcosa dentro di me, forse l’istinto, forse un’entità sovrannaturale amante della disco dance, prese il controllo o forse, semplicemente la voglia repressa di non sembrare un soprammobile umano.  

Mi lanciai nella mischia, opponendomi con forza all’introverso che era in me e che, da sempre, mi comandava come un dittatore. 

Quello che provai fu quasi mistico: ero in estasi, totalmente impermeabile al resto del mondo. Non vedevo più nessuno, nemmeno certi fenomeni da pista che credevano di essere i John Travolta della situazione. Sentivo solo la musica e il mio corpo che, senza nessun permesso firmato, aveva deciso di muoversi in autonomia. 
In quell’attimo capii che si era aperta una porta segreta: un universo parallelo fatto di ritmo, luci psichedeliche e passi che non avrei mai immaginato di essere in grado di fare senza provocare incidenti diplomatici. 

Nemmeno io ero John Travolta, ma, e questa fu la vera sorpresa, mi sentivo incredibilmente a mio agio lì, in mezzo alla pista. Incredibile; mi si stava spalancando un mondo nuovo, scintillante e rumoroso. 

Ballavo senza freni e ogni tanto facevo lo scemo con qualche gruppo di ragazze. Ridendo mi lanciavano delle occhiate; probabilmente non a causa del mio fascino, ma perché stavo facendo el mona a livelli olimpionici. 

Ad un certo punto, Paperoga mi strattonò via; mi urlò che era il momento di consumare la consumazione; l’avevamo pagata e ci spettava di diritto, fosse mai che ce ne andassimo via senza averne usufruito.

Fu anche quella una prima volta, tutti e quattro trangugiammo un Gin & Tonic, convinti che ci avrebbe reso immediatamente uomini veri. 
 

Paperoga tentò, senza alcuna dignità, di fare un secondo, abusivo giro chiedendo un Bacardi & Cola. Poi, non pago, svuotò la ciotola delle arachidi salate, come se non mangiasse da tre giorni. 

Il barman gli lanciò uno sguardo che diceva tutto: 
“Tu, oltre a essere un morto di figa… sei anche un morto di fame” 

EnsoPenso stava facendo strane acrobazie con la lingua per estrarre la fettina di limone dal bicchiere; in fin dei conti, aveva pagato anche quella. A missione compiuta, ancora con mezza fetta di limone che pendeva dalle labbra, con fare solenne ci disse: 

Me sa che che finalmente xé femo un bel giro in giostra” 

In effetti, in quanto a giostre, il tipo era eccitato come un bambino a Disneyland. 

Probabilmente era a causa del gruppo di stivaone (trattasi di squinzie abbigliate con maglietta attillata, minigonna e stivaloni; termine coniato dallo stesso EnsoPenso, n.d.r.) che aveva adocchiato.  

Mmmvarda quanta roba, el xè drio ‘ndarme in pression” 

Da quando eravamo entrati che le aveva puntate; per segnalarmele, continuava a tirarmi la manica della giacca fino quasi a strapparmela. 

Quando le vidi, mi resi conto che Memo Bottacin aveva ragione; tutta quella roba in parrocchia non l’avremo mai trovata, nemmeno se aspettavamo il prossimo concilio.  

Purtroppo, mi resi anche conto che il nostro amico, coperto dal rumore assordante si divertiva a mollarne di potenti. Inutile dirvi che la discomusic ad alto volume, copriva il sonoro, ma non la puzza delle sue performances. 

Mi fu subito chiaro il motivo di certe sue improvvise toccate e fuga in pista; ma, soprattutto, mi fu subito chiara l’origine di quel tanfo che si sentiva e che, creava un certo imbarazzo tra i discotecari presenti. 

Roba da matti; nell’attesa de farse un giro in giostra, il tipo aveva trovato il suo personalissimo modo di divertirsi.  

Il Tito invece, notò che Moreno Pinton e socio, invece di ballare, se ne stavano guardinghi a bordo pista appoggiati alle colonne. Secondo lui, aspettavano il momento opportuno per tuffarsi sulle prede che poi si sarebbero caricate a bordo dell’Alfetta 2000 Turbodiesel. 

Il giorno dopo probabilmente, in bar da Nane, lo stesso Pinton, ci avrebbe riferito, con maniacale dovizia di particolari, tutto quello che era successo sui sedili di quella macchina. 

Il nostro neo-antropologo da discoteca si affrettò a denominare quel genere di persone i condor, definizione che rimase nei secoli. 

Con una bella carica alcolica addosso e con l’alone di sudore che ormai si era esteso fino alle mutande, tornammo tutti e quattro in pista.  

Tito, che probabilmente si avvaleva di qualche sofisticato sensore a noi sconosciuto, aveva individuato le già citate stivaone intente a ballare in cerchio con le loro borsette appoggiate per terra al centro. Almeno apparentemente, non erano marcate a vista da nessun condor

Danzando con la grazia di una tribù maori, ci avvicinammo all’obiettivo. Le squinzie ci notarono e ci sorrisero; le cose erano due; o buttava bene oppure, semplicemente stavamo facendo la figura dei coglioni. In quel momento, ero anche preoccupato che a EnsoPenso non venisse in mente di sparare uno dei suoi … petardi. 

Poi, avvenne quello che mi sembrò un miracolo; il cerchio delle ragazze si aprì per farci entrare e ballare assieme. 

La pacchia durò fino alla fine di Happy Children. Poi, all’improvviso, le casse iniziarono a sussurrare le note di I Like Chopin, le luci si abbassarono e tutto il locale fu avvolto da una strana atmosfera. La musica cambiò in tutti i sensi. 

Denis Sgorlon ci aveva avvisati. Quando arrivavano i lenti, ci si giocava il tutto per tutto. Era quello il momento giusto par butar sardon; il punto di non ritorno; bisognava essere pronti.  

Denis, poi, non si era limitato a darci consigli tattici: ci aveva descritto con un entusiasmo quasi poetico il famigerato lento sbregamudande, cioè la sensazione fisico-cosmologica che avremmo dovuto provare quando “una nostra cosa” si sarebbe trovata in intimo contatto con “una loro cosa”. 
 

Invece, Gazebo con la sua I like Chopin ci colse impreparati, in men che non si dica le ragazze si dileguarono e intorno a noi si formò il vuoto.  

Un fuggifuggi talmente sincronizzato che per un attimo sospettai un attentato chimico di EnsoPenso; per qualche minuto, inspirai fortemente per verificare. 

Rimanemmo lì, come dei pampe nel mezzo della pista; immobili e inutili. 
Visto che la situazione era disperata e del tutto priva di prospettive, non ci rimase altro da fare che battere in ritirata, cercando rifugio ai bordi della pista con la dignità a brandelli. 

Il panorama era completamente cambiato. 
La pista non era più affollata come prima: I Like Chopin aveva innescato una selezione naturale implacabile. 
Erano rimaste solo coppie; gli eletti, quelli che ce l’avevano fatta. Mentre ballavano i lenti, si muovevano con l’aria di chi appartiene a una casta superiore. 
 
E noi, lì a rosicare, relegati ai margini come dei poveri diseredati, la conferma vivente che il destino aveva deciso: stasera si torna a casa a bocca asciutta. 

Con i timpani ancora lesionati, salimmo sulla Prinz, destinazione Ciro El Rutto. Urgeva affogare quella delusione in un boccale di birra.  

Alla fine, dopo una pizza, un litro di birra e tre Profitterol a testa, convenimmo che essendo quella la nostra prima volta in discoteca, era quasi fisiologico che fosse anche il nostro primo fallimento totale. In fin dei conti si trattava di una specie di rito di passaggio, ci saremmo rifatti le volte successive. 

Devo dire che, dalla seconda volta in poi … le cose non cambiarono. 
Anzi, diventò una tradizione: musica, luci, puzza da fumo, … e noi che diventavamo sempre più sordi e racimoliamo sconfitte come fossero punti del supermercato. 

E dire che di tacamenti de boton ne avevamo collezionati più che figurine Panini, e di sardoni ne avevamo lanciati così tanti che avremmo potuto ripopolare l’intero Adriatico. 
 

Fu inutile fare i sgrandessoni, usando senza remore la carta di SolaRadio spacciandola per una mega radio di fama internazionale. Pensate che il Tito, aveva osato chiamarla SolaRadio International. Nemmeno quell’international aggiunto al nome della nostra minuscola radio servì a farci apparire dei fighi agli occhi delle varie squinzie.  

Eravamo addirittura arrivati a dare la colpa al tempo; convinti più che mai che, per le nostre puntate in discoteca, sceglievamo le giornate meteorologicamente sbagliate, quelle senza una goccia di pioggia. Questo perché, non davamo retta al grande proverbio sacro: “Giornata piovosa, discoteca fruttuosa. Giornata splendente, in discoteca non si combina niente.” 

Nonostante tutto, capii che la discoteca non era affatto quel luogo demoniaco che mi ero immaginato.  

Per me, era semplicemente un posto dove la musica mi entrava dentro e, senza nemmeno chiedere permesso, si metteva a sistemarmi la psiche meglio di uno psicologo convenzionato. 

Il ballo, poi, non era solo un modo per agitare arti a caso sperando di non colpire nessuno: aveva una valenza terapeutica, anche se allora non lo avrei mai ammesso. 
Mi liberava la testa, mi faceva sentire più leggero, mi trasformava per un attimo nell’essere umano che avrei voluto essere sempre: meno impacciato, più spontaneo e … un filo più scemo. 
 

E c’era un’altra cosa che scoprii con lentezza, come tutte le mie migliori intuizioni: il ballo aiuta le relazioni; mi costringeva a socializzare, a sorridere, a incrociare sguardi, a dire “ciao” anche se mi tremava pure la gola. 

Era, semplicemente, un modo per sentirmi libero. Un po’ sudato, magari, ma libero. 

In pista ero più vivo. 
E non perché la gente mi spingeva da tutte le parti costringendomi a dimostrare di avere ancora riflessi funzionanti, ma perché il ritmo mi ricordava che sotto la timidezza, l’insicurezza e il deodorante inefficace… c’era un cuore che aveva voglia di battere forte. 

_______ 

L’altro giorno nel parcheggio del centro commerciale ho visto una Prinz azzurra “vasca da bagno”, è ormai rarissimo vederne una; una visione quasi mitologica, ormai. 
 

Volutamente ho parcheggiato a fianco, quasi fosse un vecchio amico che non vedi da una vita. 

Da una certa distanza la osservavo, silenzioso, come se stessi misurando il tempo attraverso quella carrozzeria squadrata. 

Poi, mi sono messo a fare il confronto con la mia macchina. 

Se l’avessi avuta a quei tempi un’auto così, anziché quella scatola di sardine” mi sono detto. 

Ma a quei tempi non lavoravo. 
E non lavoravo certo in un’azienda abbastanza generosa da darmi persino l’auto. 
 

Mi sono tornate in mente le parole di mia nonna, che ogni tanto mi sembravano esagerate e invece erano verità scolpite nella pietra: 
“Co’ ti ga i denti no’ ti ga el pan e, co’ ti ga el pan no’ ti ga più i denti.” 
Aveva sempre ragione lei, dannazione. 

Sono risalito in macchina e ho messo su la mia compilation preferita: i lenti degli anni ’80. 
 

La mezzeria della strada scorreva veloce, come una pellicola srotolata; mentre, lentamente scorrevano tutti quei brani che hanno costruito, un mattone alla volta, la mia giovinezza. 

Quelle canzoni, ogni volta, mi prendono per mano e mi riportano indietro, quando tutto era più facile e più vero. 

Mi riportano a quella manciata di anni in cui ho vissuto libero da vincoli mentali e non; che, assieme a innumerevoli paure sarebbero subentrate da lì a poco. 

Sapete, alla fine, dopo mille tentativi, mille figuracce e altrettanti silenzi imbarazzati, i lenti sono riuscito a ballarli anch’io. Una volta, addirittura, con tre ragazze contemporaneamente. 
Non so come sia successo, forse un allineamento dei pianeti, forse la misericordia divina. 
Ma è successo. 

Il primo, però… 
Il primo non si scorda mai: Through the Barricades, degli immortali Spandau Ballet. 
 

Quella canzone che non è solo musica; è un respiro, un battito, una poesia contro i muri del mondo. 

Sono sempre più convinto che, in quegli anni abbiamo avuto la musica migliore, quella che non si limitava a riempire il silenzio ma ti cambiava dentro e ancora continua a farlo. 

Canzoni come Through the Barricades, forse non avranno contribuito ad abbattere del tutto le barricate politiche o sociali ma, contribuiscono, anche ora, a darci il coraggio di abbattere le nostre piccole e invisibili barricate personali. Quelle che ogni ragazzo porta con sé quando tenta di diventare uomo.  

Mentre continuavo a guidare, ho capito che è anche grazie a quelle canzoni, a quei lenti e a quelle emozioni che noi, piccoli uomini, siamo cresciuti. 
Magari non molto. 
Magari non perfetti. 
Ma abbastanza da ricordarlo con un sorriso. 

Through the Barricades … ascolta il podcast

Sex & the Paeassoni

De come va el mondo a mi no’ me intriga, mi penso soeo aea figa” 

La scritta, nel bagno del bar da Nane, non è mai stata cancellata. 
Aveva il suo effetto leggerla dopo essere stato all’incontro giovani del venerdì in patronato: quasi un dogma laico, messo lì a sfidare quelli che frequentavano la Chiesa e, diciamolo, onestamente molto più facile da accettare. 

Quando esci dal bagno ed entri nel microcosmo del bar da Nane Sbérega, capisci perché quella frase sta ancora lì, intatta. 
Tutti a parlar de quea o de ‘staltra, mentre sullo schermo della TV scorrono, nell’indifferenza generale, manifestazioni di piazza, guerre e le solite disgrazie del mondo. 
L’attenzione si desta solo quando un pallone comincia a correre su un campo verde oppure, ultimamente, una pallina rimbalza velocemente da un lato a un altro del campo da tennis. 

Da tutto questo, almeno, SolaRadio ne trae un indubbio vantaggio. 

La nostra sarà anche una delle radio più piccole al mondo ma, la sua “redazione” si è da sempre avvalsa di un eccellente gruppo di collaboratori esterni, esperti a livello internazionale in quello che è il tema che, alla fine, interessa di più alla popolazione maschile di basso lignaggio alla quale appartengo anche io; il sesso. 

Visto che dai nostri genitori, sull’argomento, non cavavamo un ragno dal buco, questo team di esperti si è occupato della nostra formazione sin da bambini. Siamo stati fortunati perché, altri nostri coetanei, come unica fonte di apprendimento, avevano i programmi notturni di Tele Capodistria (quei pochi che riuscivano a captarne il segnale). 

Non c’è social o forum sul Web che, in materia di sesso, possa competere con certi personaggi stanziali del nostro bar: mi basta percorrere poche centinaia di metri da quello che si può definire il nostro “studio” per assistere a delle interessanti conferenze sul tema.  

L’ultima in ordine cronologico è stata tenuta da uno dei nostri più prestigiosi “docenti”, Gianni Bencivenni detto el romagnoeo a causa della sua terra di origine.  

Il tema era “autoerotismo e sogni erotici: un’opportunità più che un surrogato per sfigati e un peccato da condannare”. Ovviamente ho tradotto dal dialetto, in “lingua originale” non è pubblicabile. 

Gianni, che già faceva ridere sentirlo parlare nel suo accento romagnolo; aveva una dote senz’altro singolare, ovvero riusciva, a suo dire, a fare sogni erotici a comando. Raccontava, più o meno, le stesse storie (o balle), degli altri con la differenza che le aveva vissute in sogno. 

Pensate che le protagoniste dei suoi sogni, seppur molteplici, le conosciamo tette, pardon, tutte a memoria. 

Per ragioni di spazio, vi cito solo le “presenzialiste”, ovvero le protagoniste del maggior numero di episodi onirici: la Roby ex collega, la Lolly collega attuale, la calda Teresa protagonista dei sogni “vintage” ovvero quelli che narrano, in una miriade di varianti, la prima trombata. Ci sono poi Iva e Roby2, le ragazze che frequentavano la palestra, quando ci andava, ovvero, quindici chili e passa fa. Non parliamo poi dell’immancabile Fede, l’amica dell’amica; nelle puntate in cui appare, si vede il Gianni che va a farle dei lavoretti in casa che poi lei, immancabilmente ripaga con altri … lavoretti. Recentemente la saga si è arricchita con dei nuovi episodi aventi come protagonista Dorina la rossa; la ragazza che lavora in pasticceria dalla Cesarina; non oso raccontarvi quello che accade dietro il bancone. 

Franco “Gasetin”, patron dell’edicola di quartiere, follower della prima ora del Bencivenni, sta pensando seriamente di dare alle stampe un volumetto da vendere sottobanco. Ormai la gente non legge più e questa sarebbe una soluzione per salvarsi dal probabile fallimento, così da campare ancora qualche anno per permettergli di andare in pensione. 

Una delle giornate clou della saga che io chiamo “Sex & the Paeassoni” è sempre stato il pomeriggio del primo gennaio. 

Se uno voleva ascoltare le più belle favole del periodo natalizio, quello era il posto e il momento giusto, ovviamente, tutta roba da “vietato ai minori”. Poche volte nella vita mi sono perso i fantasiosi resoconti della nottata precedente. Anche se mi costava fatica, cercavo sempre di esserci, ed era forte la tentazione di portarmi appresso, di nascosto, il registratore per poi, mandare tutto in onda, l’indice degli ascolti sarebbe andato alle stelle, non ci sarebbe stato Auditel che tenesse e, almeno in zona, per una volta, avremmo battuto mamma RAI. 

Era inoltre un’occasione di business per Silvano Visentin, general manager del bar da Nane. In un pomeriggio come quello, riusciva a smerciare tutti i tramezzini scaduti; tanto, gli avventori erano fortemente concentrati su altro. 

Era divertente ascoltare i personaggi che si avvicendavano. Dava solitamente inizio allo spettacolo Denis Sgorlon; “che bea ciavada” esordiva toccandosi la pancia; non si capiva se avesse mangiato o trombato, probabilmente più la prima che la seconda e, per giunta, anche male. Gli faceva concorrenza Toni Lovadina, “che ciava de sera e anca de matina”, le sue storie ricalcavano fedelmente le sceneggiature del maestro Tinto Brass; soldi per il cinema risparmiati. 

Riguardo le cifre sul numero totale di ciavae ; valeva la stessa cosa delle manifestazioni di piazza dove, la cifra dei partecipanti, fornita dalla prefettura e quella comunicata dagli organizzatori, in genere, differiscono di molto.  

L’argomento, in realtà, rimane ancora oggi, uno dei grandi misteri irrisolti della storia; un giorno scopriremo cosa ha fatto sparire navi e aerei nel famoso triangolo delle Bermuda oppure, se gli alieni sono stati sulla terra ma, probabilmente mai verremo a sapere quante volte, e se, realmente, uno ga ciavà

Anche Silvano si cimentava in racconti piccanti; il bancone, il bagno e, ovviamente, il tavolo da biliardo con le relative stecche divenivano di colpo le scenografie di un film porno. 

Ogni tanto sul giornale salta fuori che nelle vicinanze hanno chiuso un centro di estetica gestito da cinesi a causa di certi trattamenti extra che vi venivano eseguiti con perizia sui maschietti.  

E, ogni volta, tutti lo sapevano già da tempo. Tutti tranne la polizia e … il sottoscritto. 

E ogni tanto, qualcuno, leggendo quell’unica notizia di tutto il giornale che gli interessa, sospira: 

Eh, bei tempi, quando ghe jera ea vecia Wanda operativa…” 

Sin da bambini sapevamo che la siora wanda, quella che abitava in fondo a una delle viette … lavorava in casa.  

Se chiedevamo ai nostri genitori cosa facesse di preciso; la risposta era sempre la stessa: 

No xe roba che ti pol saver.” 

Il tipo di lavoro che faceva lo intuimmo, quel giorno memorabile, in cui si presentò davanti il banchetto dove vendevamo i nostri giornalini ormai letti e straletti.  

Ci diede una borsa di fumetti dicendoci che, con una certa facilità, li avremo venduti a ragazzi più grandi di noi, ricavandoci alla fine un bel po’ di soldini. 

Ci consigliò per questo di mostrali solo quando si avvicinava un potenziale cliente … di una certa età. Ci ordinò inoltre di non tentare di sfogliarli.  

Come si sa, se dici ad un bambino di non prendere la marmellata che è dentro quel vasetto, sta pur sicuro che non appena ti volti è già con le dita dentro. 

Fu davvero … eccitante leggere i fumetti di Lando, Cappuccetto Rosso, Il Montatore e altri; ci si aprì un mondo e, alla fine, scoprimmo qual era il mondo della siora Wanda

L’eccitazione durò poco; perché, quando venne scoperto il “materiale” e la provenienza, finì tutto in tragedia.  

Il povero Paperoga, che custodiva il malloppo, venne ritenuto il capo dell’organizzazione e subì l’immediato sequestro dei fumetti. Ci fu revocata la “licenza” del banchetto e i nostri rispettivi padri ci sottoposero a un percorso riabilitativo fatto di sberle e calci nel culo in quantità industriale. 

La cosa ebbe un positivo risvolto culturale. Da quel giorno, Paperoga trovò delle valide alternative ai fumetti di Topolino. Nel suo garage, ben occultati dietro annate di Tex e Zagor, ci sono ancora alcuni giornaletti della siora Wanda salvati dal sequestro. 

Dimenticavo di dirvi che al bar da Nane non entrano quasi mai donne. 
Peccato, davvero. Perché se solo sapessero che lì dentro potrebbero saltare mesi di liste d’attesa del sistema sanitario e farsi una TAC Total Body gratuita, condotta da una delle più rinomate équipe di “radiologi” (da bancone), accorrerebbero a frotte. Un reparto così, la sanità pubblica se lo sogna. 
Pensate che Memo Bottacin usa ancora i mitici occhiali a raggi X, pubblicizzati sul “Monello”, che vendevano per corrispondenza negli anni ‘70. 

Tra le pochissime che ricordo ci sono due tipe con la balconata che sfidava le leggi della fisica e le labbra a canotto gonfiate più di un materassino da spiaggia. 

Entrarono al seguito di un politico locale in piena campagna elettorale. Il tipo non poteva trovare argomento migliore per farsi votare; quelle due, sortirono l’effetto di centomila volantini. 

Ora, non so dire se furono decisivi i voti degli avventori di Nane, fatto sta che il tizio fu eletto. 

Di certo, l’uomo la sapeva lunga: interpretando a modo suo la piramide di Maslow, seppe far leva sui bisogni primari dei suoi elettori maschi. 
 

Tipico caso di campagna ormonale

Sex & the Paeassoni potrebbe essere tranquillamente il titolo di un programma cult di SolaRadio e avrebbe già il suo bravo conduttore: EnsoPenso. 

Si, perché se c’è una persona che crede fermamente nella frase scritta nel bagno da Nane e che ne ha fatto il suo mantra esistenziale, è proprio lui; tanto che sono quasi convinto che l’autore anonimo di quella perla di saggezza sia lui stesso. 

Non c’è volta che, quando siamo in giro, il nostro amico non vada completamente in tilt alla vista di una squinzia vestita secondo il suo canone estetico non negoziabile: minigonna, stivaloni e maglietta attillata. 
Un look che per EnsoPenso è come per un toro, la muleta rossa. 
 

E mica finisce qui. 
Il mio socio, oltre a credere nella filosofia del bagno, crede fermamente anche nel grande proverbio universale: 

La donna del vicino è sempre più figa.” 

E su questo principio fonda tutta la sua carriera di osservatore sociale; sempre impegnato a far paragoni tra Paola e le compagne / mogli degli altri. 

È il Leopardi di SolaRadio: malinconico, incompreso e perennemente arrapato. 

Quando lo trovo nel pieno di una crisi depressiva, e succede spesso, faccio da psicoterapeuta della domenica; per cui gli chiedo cosa lo affligge. 
 

Uno si aspetterebbe risposte tipo: 

  • “La Paola mi ha lasciato.” 
  • “Mi hanno licenziato.” 
  • “Ho finito i soldi.” 
    Oppure, nella sua scala personale delle tragedie, quella peggiore: 
  • “Ha perso la Juve.” 

E invece no. La risposta è sempre la stessa, scandita con la voce spezzata dell’uomo che ha visto troppe ingiustizie: 

Ti ga visto co chi che xe insieme quel rutto de tissio? A ‘sto mondo no ghe xe ‘na logica, anzi, no ghe xe giustissia!” 

E lì capisci che quella frase in bagno rimane maledettamente vera e attuale, la corrente di pensiero più diffusa tra i maschi, il vero mainstream. 

Basta leggere quelle due righe scarabocchiate sul muro, per capire che la “maggioranza silenziosa” non è solo un astratto concetto sociopolitico, ma una presenza viva, concreta, fatta di occhi abbassati su certe immagini e sogni proibiti rinchiusi dietro la porta del bagno. 

All’inizio dell’autunno, passeggiare per le viette ha sempre avuto un sapore di malinconia. 
L’estate è ormai un ricordo sbiadito, e con i primi freddi ritorna quel tanfo inconfondibile di brodaglia della siora Antonia Masiero. 
Ormai Antonia ha superato i novant’anni e ha ceduto la licenza del suo minestrone alla badante moldava, una donna gentile ma generosa con la cipolla e con gli odori forti della sua terra. Il risultato è un effluvio ancor più penetrante, quasi una nebbia densa che porta a immaginare i grigi casermoni popolari e l’odore delle mense dell’ex Unione Sovietica. 

Quel tanfo misto all’umidità che penetrava nelle ossa mi faceva sentire ancora più solo, tornava a galla quella stessa malinconia di tanti anni fa, quella che provavo ogni volta che, passeggiando tra le viette, mi illudevo di vederla comparire da lontano. 

Capisco che forse, anche a me non interessa di come va il mondo ma, penso sempre a un’unica persona e rimpiango il mio primo amore di bambino. 
Non era quel genere di infatuazione alla sex & the paeassoni fatta di occhiate rapide a tette e culi ma, un innamoramento vero, innocente, puro come un quaderno di scuola elementare appena comprato. 

Di lei non mi colpiva il corpo, perché non avevo ancora il vocabolario per capirlo. 
Mi colpiva l’anima, anche se allora non sapevo chiamarla così: era una sensazione che mi attraversava come una corrente leggera, un’intuizione che mi faceva stare bene solo a starle vicino. 

Ricordo il momento esatto: un incrocio di sguardi, uno di quelli che durano tre secondi ma lasciano impronte che non se ne vanno più. 
I suoi occhi mi guardavano davvero. Non sopra, non oltre, non attraverso. 
 

Dentro. 

E io, bambino confuso e felice, avevo la certezza impossibile di essere visto per quello che ero, con le ginocchia sbucciate, il fiocco del grembiule perennemente storto e quella timidezza che mi faceva inciampare nelle parole. 

Quando ricambiava quello sguardo, sentivo qualcosa che somigliava moltissimo alla pace, come se il mio esistere diventasse improvvisamente semplice; senza tante bugie per farmi credere chissà chi, solo una piccola verità luminosa che esisteva tra noi due. 

Era amore senza saperlo dire, senza bisogno di dimostrarlo, senza paura di perderlo. 
Era amore nella sua forma più elementare e, forse proprio per questo, la più preziosa. 

Ed è per questo che oggi lo rimpiango: perché non c’è mai stato, dopo, uno sguardo così limpido, così diretto, così capace di raccontarmi chi ero prima ancora che io lo capissi da solo. E, soprattutto, non c’è mai stato un dopo. 

Era il mio primo amore. 
 

E certi primi amori restano addosso come una cicatrice bella: non fa male, ma si sente. 

Sento ancora il puzzo di brodo penetrarmi nelle narici. Questa volta però non è quello della vecchia Antonia ma esce dallo sfiato della cucina della casa di riposo. Quella tetra costruzione sorta, nel giro di pochi mesi che si erge sulle piccole casette delle viette. 

Di fronte all’ingresso, scorgo una sagoma amica. Gianni, el romagnoeo stava imprecando, ovviamente in romagnoeo, per lo scooter che non voleva saperne di stare fermo sul cavalletto. 

Quando l’ho visto, mi sono subito rallegrato. 

Dovete sapere che Gianni, oltre a essere un grande regista di film auto-erotici è anche un grande conoscitore di musica. Da buon romagnolo mi ha fatto apprezzare il liscio e altri generi che prima disdegnavo. 

Mo tieni … per la radio. Roba buona … roba forte” Non so quanti CD mi ha prestato e che non ha mai voluto indietro. 

Vacca boia, mo guarda chi c’è! Vieni che ti presento una gran figa” 

Pensavo che a momenti sarebbe uscita una biondona dell’est di quelle che lavoravano lì invece, mi fece cenno di seguirlo dentro. 

Di Marta, mi colpirono subito i suoi occhi scuri profondi che emanavano una dolcezza infinita. Mi colpì anche quella vecchia scatola di latta che teneva stretta tra le mani, quasi ad abbracciarla.  

La riconobbi dall’inconfondibile scritta consumata “Malto Kneipp – Mens sana in corpore sano”. Era la stessa che usava mia nonna Angela per custodire i suoi ferri da maglia. 

Eppure, l’ironia era crudele: Marta non aveva più né un corpo sano, e ancor meno una mente lucida. La sua vita intera, la sua memoria, tutto ciò che era stata, giaceva racchiuso lì dentro, in quella scatola battuta dal tempo, ricolma di fotografie di lei e di Gianni. 

Sai, ogni volta questa bella gnocca fa finta di non conoscermi, ma io, conosco le parole magiche per farle tornare la memoria, le prime che mi ha detto” 

Si chinò verso di lei, le sfiorò la fronte e sussurrò: 
 

Fammi un coccolo…” 

Li lasciai così, stretti l’uno all’altra, e me ne andai con il groppo in gola. 

È vero, a volte non ci interessa niente di come va il mondo, abbiamo altro a cui pensare. 

La canzone dell’amore perduto … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

La mia lunga storia d’amore

No capisso, ea ghe casca a tutti fora che a mi; me par impossibie, bojaissamorti! E ti, cossa ti disi?”. Rimasi in silenzio, non avevo il coraggio di rispondere al compagno Marino Scantamburlo che, non si doveva preoccupare; eravamo almeno in due, io e lui.  

In sezione era arrivato il momento di tirare le somme della Festa dell’Unità. A Marino, però, dei margini di guadagno sulla poenta e coste non fregava un accidente, quei calcoli era meglio lasciarli a certi saccenti compagni che si credevano esperti economisti. Lui aveva ben altri grattacapi, quelli classici della maggior parte degli uomini; il campionato di calcio ma, soprattutto, ea mona

Che l’Inter fosse arrivata quarta, vabbè, passasse. Ma proprio non gli andava giù che la compagna Sara Celeghin si fosse messa con quel tizio di cui non ricordava il nome ma, conosceva tutto il resto. 

Si trattava di un rotto in culo impiegato di banca, con l’hobby di “parlare in radio” e, per giunta, non dei nostri. Un borghesuccio fighetto, traditore della classe operaia con il microfono in mano e il portafoglio rigonfio. 

Marino, per la campagna elettorale di Sara s’era speso anima e fegato. Per lei aveva fatto più ore di militanza di Che Guevara, mangiandosi una bella fetta dei suoi permessi lavorativi. Volantinaggi sotto la pioggia, comizi davanti a tre pensionati e un cane, persino il martirio di mangiare certe porcherie vegetariane. Si considerava il principale artefice della sua elezione al consiglio di quartiere.  

Mentre li guardava, lì sulla pista della Festa dell’Unità a ballare cic to cic come due calamari innamorati i mielosi lenti iperglicemici che dal palco l’orchestra di Vittorino Spolaor e i Romantici, sparava come una sequenza di colpi letali, sentiva crescere dentro di sé una bile capace di alimentare il motore di quella nave da crociera che stavano costruendo al Breda, il suo posto di lavoro. Le palle invece, giravano forte come le eliche della già citata nave. 

Alla fine, la sintesi del pensiero politico-sentimentale su Sara, gli venne chiara e lapidaria: non era affatto una gran compagna ma, una gran puttana. 

Da quel giorno, inoltre, tutti quei fighetti che parlavano alla radio iniziarono a stargli pesantemente sulle palle; compresi quei saccenti e spocchiosi compagni emiliani, che avevano fondato la prima radio del popolo. Rei di essersi convertiti a quelle stupide canzonette commerciali, mandando in onda a ripetizione “Ti amo” di Tozzi anziché “Bandiera Rossa” 

Anch’io ero nelle stesse condizioni di Marino. Nemmeno a me del campionato non me fregava niente; non mi interessava sapere che giocatori avrebbe dovuto comprare l’Inter per vincere lo scudetto e non finire al misero quarto posto; la mia preoccupazione principale era per la seconda cosa, non si vedeva niente all’orizzonte o, per dirla alla Marino; “no’ me rivagnanca un refoeo de mona”.   

Eh, sì che mi ero messo a frequentare contemporaneamente la parrocchia e la sezione del PCI, convintissimo che allargando il territorio di caccia, avrei aumentato le probabilità di riuscita. E invece, niente da fare. 

Quella di tenere un piede nel PCI e l’altro in chiesa non era stata una scelta dettata solo dai miei ormoni. Certo, quelli c’entravano, ma mi ero soprattutto lasciato influenzare dalle teorie del compagno Severino Manente. 

Severino era quasi convinto che l’esistenza di Dio e tutta la baracca della religione non fosse altro che un grumo di balle abilmente messo in piedi per sfruttare la paura della morte e far leva sul naturale desiderio di eternità dell’essere umano. Una trovata geniale per tenere il popolo al guinzaglio controllando soprattutto cosa facesse sotto le lenzuola. La logica era semplice: vuoi il paradiso dopo morto? Allora comportati bene da vivo. “Bene” significava: testa bassa, bocca chiusa, niente domande, niente desideri strani, nessuna pretesa di diventare qualcuno, mani a posto e soprattutto… non rompere le palle a chi comanda. 

Dico “quasi convinto” perché, tra una bestemmia e l’altra, ammetteva che, se per puro caso, fosse stato tutto vero, una volta lasciato questo mondo sarebbero stati gran cazzi. Specialmente per gente come lui che, oltre a essere comunista, cosa che forse gli sarebbe stata perdonata, dato che in fondo anche Gesù, a ben guardare, aveva idee piuttosto di sinistra; non era esattamente un modello di virtù coniugale. Con la fedeltà matrimoniale era messo peggio di un cane randagio in calore. 

Il compagno, si concedeva piaceri “de fora via” con la regolarità di una tassa comunale: era uno dei clienti più affezionati della vecchia Wanda (praticava tariffa sindacale per i compagni) e in più al lavoro era parecchio impegnato a fare certi “controlli di qualità” alle compagne della mensa. 

Per questo Severino, a differenza di certi mangiapreti radicali, un occhio al cielo lo buttava sempre. Non per pregare, ma per controllare se, per caso, dall’alto stessero già preparando la lista dei cattivi. 

Tornando a me, quell’estate poi, dovevo mettere a bilancio un anno scolastico di merda. Su consiglio di Manuel Agnoletto, mi ero iscritto al triennio con indirizzo informatica; perché, a detta di quel gran genio, una volta diplomato, avrei trovato subito un bel lavoro e, avrei preso bene. A fine anno, in effetti, in anticipo con i tempi, avevo già preso bene: qualcosa in un determinato posto; rimediando tre materie, tra cui proprio informatica.  

Sbirighe in sima, coco”; il compagno Milio Vianeo, era solerte farsi i cazzi altrui. Pensavo avesse intuito la mia preoccupazione per essere ancora sensa ‘na cocca; invece, non so come, era venuto a conoscenza delle mie disgrazie scolastiche; per consolarmi, attaccò per la centocinquantaseiesima volta a raccontarmi la storia della sua vita.  

Milio Vianeo sensa un scheo e curto de oseo; i compagni della sezione lo definivano così per il fatto di essere povero e non aver mai avuto una donna. Era il classico scappato di casa, un mezzo vagabondo che, armato di una vecchia chitarra, campava scimmiottando i cantanti folk americani.  

Misteriosamente quel giorno lo ascoltai con più attenzione. Come sempre, iniziò a citarmi l’infinità di posti dove era stato. Per i più, si trattava di balle; a me invece, sembrava attendibile, anche quando parlava di posti lontanissimi come l’India e il Vietnam. L’unica cosa sulla quale facevo fatica a credergli riguardava la miriade di figlie dei fiori che, a suo dire, si era trombato durante il mitico raduno del ‘69 a Woodstock, al quale aveva partecipato. “Comunque vecio, ricordate cheea strada xe ea vita”; la frase non era sua ma, di tale Jack Kerouac, celeberrimo scrittore, nonché mentore dei vagabondi di mezzo mondo.  

I compagni sapevano che stavo seduto su due sedie e che la domenica andavo prima in sezione e poi a messa. Ma non sapevano che in tasca, ben accartocciate, avevo centotrenta carte. Era la quota di iscrizione al camposcuola di Azione Cattolica che dovevo consegnare a don Gino. Se ne fossero venuti a conoscenza, me le avrebbero sequestrate per versarle nelle casse del partito. 

Comunque, saranno state le parole del vecchio hippie; fatto sta che, mentre le tenevo strette in mano, come per magia, decisi di cambiarne la destinazione d’uso; non sarebbero finite nelle mani del prete ma, servite a finanziare la ricerca della mia vera strada e, anche di quell’altra cosa, della quale, cominciavo a sentire un prioritario bisogno.  

Lunedì 6 luglio 1981, invece di sedermi sul torpedone, direzione Cadore; mi accomodai da primo passeggero, in uno scompartimento dell’espresso Venezia-Bari. Nessuno al mondo sapeva dove stavo andando; nessuno, tranne il compagno Piero Berton ex capo scout pentito, al quale avevo chiesto in prestito tenda canadese e sacco a pelo, residuati della sua precedente esistenza.  

Pianificai tutto nei minimi dettagli. Nei giorni precedenti la partenza; nascosi tenda e sacco a pelo in garage dentro una vecchia valigia, così pure i costumi da bagno, una bandana, i sandali, bermuda e magliette. Quando arrivò il gran giorno, travasai il contenuto della valigia nello zaino, riempendo quest’ultima con gli scarponi da montagna e la roba pesante che mia madre, aveva preparato per il camposcuola.  

Salii sul treno eccitatissimo, mi sentivo un agente segreto nel pieno di una missione, ovviamente segreta. Il controspionaggio, mi avrebbe sgamato subito, per l’emozione sarò andato a pisciare una ventina di volte in tre ore. Con me avevo due libri, “Avere o essere” di Erich Fromm e “Sulla strada” di Jack Kerouac; me li aveva consigliati Milio. Non avevo nessuna intenzione di leggerli; volevo semplicemente fare il figo e imitare Carlo Dezzi. 

Il Dezzi era un mio compagno di classe nonché, un compagno comunista falso. Grasso e brutto come la fame, nonostante questo, grazie alla sua aria da intellettuale e alle citazioni di Prévert, riusciva ad attirare gnocca a gogo.  

Con la speranza che lo scompartimento si riempisse di figa, misi i libri in bella vista sul tavolinetto. Purtroppo, ironia della sorte, andò a finire che, quattro di quei cinque posti vuoti, furono occupati da altrettante suore.  

Mo sii, sediamoci qua che facciamo compagnia a questo baldo giovine; sorbole, che letture interessanti!”.  

Non ero riuscito a far sparire per tempo i due libri; avrei probabilmente dovuto sopportare un’imbarazzante conversazione cultural-letteraria alla quale non ero preparato.  

Mo sentiamo dove sta andando ‘sto bravo ragasso?” 

Altro argomento sul quale non ero preparato. La mia intenzione era quella di scendere a Rimini e cercare un posto dove accamparmi; la scelta era dettata esclusivamente dalla statistica; ovvero, alte probabilità di cuccare. Vallo a spiegare a delle suore, anche se, a prima vista, mi parevano di un modello piuttosto advanced.  

Sto andando dai nonni in vacanza a Rimini”; mi venne fuori bella e pronta.  

Mo guarda che nonni sconsiderati che deve avere; hanno il coraggio di far dormire il nipotino in tenda; se fossi in te, gli farei un bel dispetto e, tirerei dritto fino a Gatteo Mare, c’è un bel campeggio e soprattutto tante belle ragasse piene di salute” 

La più vecchia del quartetto aveva mangiato la foglia.  

Sarò per sempre grato a suor Marisa, la madre superiora, per quella dritta; non potevo aspettarmi di meglio da una romagnola o meglio, una da una nativa rivierasca doc.  

Mo venga signorina che ce posto, si sieda qui vicino al finestrino, di fronte a questo bel giovanotto, garantiamo noi che tiene le mani a posto, se ci prova, nostro Signore lo fulmina”. Suor Marisa mi diede una gomitata.  

Ora, la superiora, mi faceva anche da complice; che ganza! 

In effetti, la tipa, anche se, ad occhio, aveva qualche anno più di me, con quella minigonna di jeans, induceva in tentazione. Se, citando la frase storica, “Parigi val bene una messa”, quella tale Roberta valeva bene una fulminata.  

Furono quasi quattro ore di viaggio esilaranti; bastava l’accento romagnolo dei quattro pinguini per farmi piegare in due dalle risate. Non ho idea della quantità industriale di balle che raccontai, per fare il figo con Roberta; solo il loro capo supremo probabilmente, riuscì a quantificarle.  

Se non fosse stato per il mio vicino di piazzola, il teutonico signor Otto Kruntz, nome di fantasia ricavato da un personaggio dei fumetti del Corriere dei Ragazzi, sarei ancora alle prese con il montaggio della canadese. Fortunatamente la pluriennale esperienza, dell’ex Giovane Marmotta germanica mi permise di infilarmi nel sacco a pelo prima che sorgesse il sole.  

Gianni Togni continuava a martellarmi i timpani con Semplice, infilai la testa completamente dentro il sacco a pelo ma, niente da fare; un incubo, mi pareva di stare abbracciato a una cassa acustica usata nei concerti, tremava anche la terra.  

Mi ci volle parecchio per capire che non stavo sognando. “Tutto quanto mi sembra giusto, quando fuori è mattina presto …”; col ca**o! Chi ca**o, era ‘sto imbecille che lo stava sparando a manetta; gli avrei piantato volentieri tutti i picchetti in pancia, anche se si fosse trattato dell’amico Otto Kruntz. Passai un bel po’ di tempo per realizzare che non era l’alba ma, le dieci e mezza del mattino.  

Le urla del Togni uscivano da un casotto in legno, a due braccia di distanza dalla mia tenda, sul quale campeggiava la scritta, “Radio Base Mare International, estiamo insieme!”; scoprii perché la piazzola costava così poco.  

Mi accorsi che ero uscito in mutande; non che in quel posto fosse richiesto un dress code particolare ma, le Fruit Of The Loom bianche, o quasi, non erano di certo adeguate; per cui, corsi dentro in tenda a rifarmi il look.  

Ne uscii, da perfetto beach boy o, almeno pensavo. Bermuda neri “Fioruccio”, maglietta bianca con scritta “Didas”, bandana rossa e occhiali da sole “Raibat”; tutta roba comprata al mercato nel banco di tale Ciro, un napoletano specializzato in capi “firmati”. Gli occhiali invece, li avevo comprati, dopo estenuanti trattative, da un marocchino per settemila lire, un affarone.  

Hola zingaro, dai che fra un po’ inizia la diretta; da dove vieni?”  

Probabilmente avevo esagerato con la roba che mi ero messo, il capellone biondo che stava dentro il casotto mi puntò subito.  

Sin da piccolo, ho lavorato molto di fantasia e immaginazione, sono sempre state le mie più grandi risorse, alle quali ho attinto in svariati momenti della mia vita, specie quelli dove stavo per toccare il fondo.  

È grazie a tutto questo che, martedì 7 luglio 1981, nacque El xingano. Un personaggio sfornato interamente dalla mia immaginazione, un goffo ragazzo della campagna veneta, che si esprimeva con uno strano slang, un misto tra dialetto e linguaggio cifrato da film di spionaggio.  

Un goffo eroe, con più entusiasmo che tecnica, ma con la convinzione che, almeno dietro al mixer, nessuno poteva vedermi arrossire. 

Le credenziali di DJ, le fabbricai sul momento, rubando praticamente l’identità a tale Olindo di Radio Gamma5, un personaggio popolare dalle mie parti. Un boaro che faceva il DJ boaro in una radio boara. Un concept molto local, per così dire. 
L’attrezzatura la sapevo in qualche modo usare. Ai festini buei che organizzavano i miei compagni di classe, finivo sempre relegato alla postazione mixer. Così mentre gli altri si davano da fare in attività di alta socializzazione, chiamiamola così; io passavo il tempo in angolo a metter su dischi e prendermi parole se non mettevo la musica giusta. 

El xingano, ebbe l’onore di entrare nel casotto e, già nel pomeriggio, divenne l’aiuto Dj del biondo capellone.  

Al mio debutto, c’erano solo mamme tedesche che tenevano al guinzaglio dei kinder rompicoglioni. Non capivo una mazza di quello che dicevano ma era certo che quegli antesignani delle baby gang mi stavano prendendo per il culo.  

Ad un certo punto però, in mezzo a quella folla di piccoli bratwurst umani, intravidi una moretta interessante che stava tenendo stretta una ciotola di albicocche.  

Come un fulmine presi il 45 Ma quale idea di Pino D’Angiò. 

Prima di appoggiare la puntina sparai, anzi quasi sputai dal microfono: 

Cocca, ‘scolta ‘sta canson e sbirighe in sima; che fa anca rima”  

Mi fai ridere” 

La moretta con i capelli a caschetto, dopo più di dieci minuti passati a fissarmi, sparò quelle tre parole dirompenti, una scossa di terremoto che mi fece perdere equilibrio e orientamento. Sparii dal suo orizzonte finendo sotto il bancone trascinando con me cuffia e microfono.  

Quando riemersi lei era ancora piegata in due dalle risate; la incalzai: 

Vediamo se riesci a dirmi come ti chiami” 

Ci volle un po’; trattenne per un attimo il respiro e la risata 

Deborah … smettila scemo mi stai facendo morire” 

Debora con la acca, avevo il fiato corto, fu un vero e proprio esercizio di respirazione pronunciare quel nome; era la prima volta nella mia vita che una ragazza mi dedicava la sua attenzione.  

Miracolo! El xingano era nato solo da poche ore e aveva già colpito.  

Prendi queste”  

Innamorarsi per un gesto semplice, quasi banale: vedere quella ragazza scegliere da una ciotola le tre albicocche più belle, accarezzarle con lo sguardo e porgermele con un sorriso. 
Può sembrare un’assurdità, un dettaglio senza importanza, eppure fu proprio così che accadde. 
Quel gesto di attenzione, quella cura silenziosa, mi disarmò completamente e fu capace di illuminare l’intera giornata. 

Capii che era un segno. 

Persi immediatamente la testa per lei; per Deborah, con la sua “acca” che la rendeva unica anche nel nome. 

E io, innamorato e un po’ goffo, cercai di ricambiare come potevo, scegliendo per lei, in cambio di quelle albicocche, le più belle canzoni di quell’estate.  

Brani che parlavano di mare, di vento caldo e di sorrisi rubati al tramonto. 

______________

Usai sostanzialmente due versioni per raccontare quei giorni, una per Milio Vianeo e l’altra per tutto il resto del mondo, genitori compresi. A questi ultimi, fu solo complicato giustificare l’abbronzatura; me la cavai dicendo che avevamo fatto un’escursione su di un ghiacciaio e, il riflesso della neve mi aveva letteralmente ustionato.  

Ti xé goldon vecio; ti xé proprio un gran goldon” 

Milio si riferiva al fatto che non mi ero trombato Deborah.  

Ci rimasi male, fu l’unico suo commento, dopo quasi un’ora persa a raccontargli del mio viaggio segreto; francamente mi aspettavo qualcosa di più.  

_____________

Il 25 luglio 1983, circa tre ore dopo aver sostenuto l’esame orale della maturità, ero di nuovo sull’espresso Venezia-Bari, destinazione Rimini. Quella volta lo scompartimento si riempì di ragazzi che andavano a Taranto per la naja; avrei preferito di gran lunga, le mie amiche suore.  

Mentre dal finestrino scorreva il monotono paesaggio della pianura padana, pensai che, metaforicamente parlando, sarebbe stato un viaggio di sola andata, nel senso che la mia vita aveva ormai preso una direzione ben precisa e, non sarei mai più tornato indietro sui miei passi.   

Il biondo capellone, con il quale nel frattempo avevo avuto un proficuo rapporto epistolare e telefonico, mi stava aspettando con un bel contrattino in mano; all’indomani avrei iniziato a lavorare a quella che si chiamava Radio Base Mare International; non posso dirvi come si chiama ora, altrimenti verrei facilmente smascherato. El xingano, aveva di nuovo fatto centro.  

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Per tutto quello che mi è piacevolmente accaduto durante questi decenni di radio-attività, non posso fare a meno di ringraziare il compagno Marino Scantamburlo che mi ha incoraggiato a prendere quel treno e a trasferirmi in Romagna.  

Era contento; “sono quasi tutti comunisti”, diceva sorridendo, “insomma… sono dei nostri” 
Io sorridevo con lui, ma nel cuore sapevo che quella scoperta andava ben oltre la politica: riguardava le persone, le emozioni condivise, il sentirsi parte di qualcosa di vivo e leggero, dove la musica univa più di qualsiasi ideologia. 

Grazie a Olindo di Radio Gamma5 che, a sua insaputa, contribuì a far nascere in me la passione di “fare radio” e a tracciare la mia vera strada che, non era certo quella dell’informatico, suggeritami da Manuel Agnoletto.  

Ringrazio anche il biondo che, ebbe la fortuna di diventare famoso quasi come me. La differenza è che lui, vive alla luce del sole, mentre io, trovo rifugio in uno pseudonimo che, mi consente di avere una comoda doppia vita e, cosa non da poco di questi tempi, un doppio stipendio.  

Ma, più di tutti, ringrazio Milio Vianeo; se non ci fosse stato lui, quel giorno, avrei consegnato le centotrenta carte a don Gino. Dal camposcuola sarebbe tornato a casa un bravo e cattolicissimo ragazzo ma, un infelice bravo ragazzo.  

Fu grazie a quel cambio di rotta improvviso che scoprii un mondo nuovo, inatteso: la gente di Romagna e la leggerezza che solo la loro musica da ballo sapeva regalare. 
Scoprii il liscio, e con esso un modo diverso di stare insieme. Non avrei mai immaginato: io, che fino a poco prima inseguivo solo l’UNZ-UNZ-UNZ della musica da discoteca, sarei rimasto incantato da quel ZUMPAPPA fatto da fisarmoniche, sorrisi e gonne che giravano leggere sulle piste da ballo. 

Scoprii il valore sociale, e persino terapeutico, del ballo. Corpi che si sfioravano, che si sentivano, che comunicavano più con un passo o un abbraccio che con mille frasi. 

Fare radio sul mare della riviera, con le sue albe chiare e la sua voce infinita, diventò per me qualcosa di più di una semplice passione: era un modo di sentirmi utile, di regalare qualcosa di vero agli altri, e allo stesso tempo di sentirmi completo. Ogni dedica musicale, ogni risata scambiata con gli ascoltatori, mi faceva stare bene. Sentivo che l’affetto che ricevevo non era finto: era concreto, sincero. 

È da allora che, “El Xingano” continua a vivere dentro di me.  

Sono sostanzialmente uno zingaro nell’anima che, per citare Battiato, non ha mai avuto “un centro di gravità permanente”. 

Navigo a vista; mai una reale convinzione, mai un vero e proprio ideale da perseguire; solo una fame insaziabile di libertà e la costante, sottile paura che qualcuno possa sottrarmela. 

Ogni volta che mi fermo troppo, sento la ruggine salirmi nelle vene. 
E allora riparto, senza meta precisa, inseguendo un orizzonte che so già cambierà forma appena mi avvicino. Non è mancanza di coraggio restare, è che per me restare è morire un po’. Meglio perdersi mille volte che inchiodarsi una volta sola. 

Non porto valigie, solo passioni: la musica che mi vibra nel petto, il ballo che mi accende il corpo, il volo che mi stacca da terra, la radio che mi dà voce. Sono la mia coperta di Linus, la carezza che mi riscalda quando intorno c’è solo gelo. 

C’è però un faro che mi conduce in un porto sicuro: Deborah. La mia prima, più bella e più lunga storia d’amore. 

Una storia che, forse, non è mai esistita davvero esattamente come la racconto, ma che io continuo a vivere ogni volta che la penso. 

Il destino volle separarci, proprio come persi quel foglietto con il suo indirizzo, nascosto tra le pagine di “Avere o essere”. Ma lei è rimasta sospesa nel tempo, una fotografia incastonata nella mia anima, immune all’ingiallire degli anni. 

Dentro di me coltivo ancora la follia, o la fede, che, fra gli infiniti segnali radio dispersi nell’etere, uno possa raggiungerla e udire la mia voce, le canzoni che ancora continuo a dedicargli, i miei silenzi. 
E che un giorno, chissà, possa giungermi un suo segnale. Anche solo un soffio. Un accenno di presenza che riaccenda la segreta speranza di poterle ancora parlare. 

Mentre passeggio al mare d’inverno, mi illudo di vederla apparire sul pontile dove ascoltavamo “Zingaro” di Tozzi. 

Ma il pontile rimane deserto, solo io, il mare e tanto vento. Dalla spiaggia alle mie spalle, ho l’illusione di sentir riecheggiare “Ciao mare” di Raul Casadei.  

Il vento cancella dalla sabbia i ricordi, ma dal cuore, no il vento non può”  

Vedo Debora con la acca, la moretta con i capelli a caschetto, che mi ha offerto quelle tre dolcissime albicocche, camminare al mio fianco, tenendomi la mano, come quell’estate di tanti anni fa, che il tempo non è riuscito a distruggere.  

Non ci siamo mai messi insieme e non ci siamo mai lasciati. 

 
E forse è proprio questo il segreto: ci sono amori che non hanno bisogno di essere vissuti per essere veri. Sentimenti che non chiedono il permesso di entrare e non se ne vanno nemmeno se provi a chiudere la porta. 

L’ho amata davvero, o forse ho amato l’idea di lei? 
 

Ma in fondo, che differenza fa? 
 

Le storie d’amore che abitano l’anima sono le uniche che non finiscono mai: 
non invecchiano, non si logorano, non ti tradiscono. 
 

Restano. Silenziose. Eterne. 

Restano lì, perfette, come una canzone che non smette di suonare. 

Una lunga storia d’amore … ascolta il podcast

Racconto tratto dalla raccolta

PICCOLE STORIE DI PICCOLE RADIO

© 2025 Michele Camillo

Due vite

Ho sempre considerato il “fare radio” una sorta di missione. E come missionario dell’ordine dei radiofonici, mi sono sempre prodigato con ogni mezzo, spesso a pedali, per far sì che la nostra minuscola emittente potesse raggiungere il maggior numero di ascoltatori. Voglio essere sincero, preciso; preferibilmente ascoltatrici. 

Non so quanti copertoni di bicicletta avrò consumato, alla ricerca di nuovi proseliti e anime affini. Un piccolo mondo, il mio, fatto di confini ben definiti e di strade che sembravano portare altrove, ma finivano sempre per riportarmi lì, tra il silenzio delle viette e la desolazione dei paeassoni. 

Il quartiere aveva una particolarità: dopo l’ultimo palazzone, quello al civico 144 del vialone, iniziava di colpo il nulla. Nessuna transizione morbida tra città e campagna. Solo una stradina sterrata che pareva condurre fuori dal mondo, o forse dentro un altro mondo. Perfino la periferia aveva la sua periferia. 

All’inizio di quella via c’era un capitello, con una statuetta della Madonna di Lourdes. Sembrava messo lì a ricordare che, per uscire dalla miseria di quelle lande, ci voleva un miracolo. O forse per instillare qualche senso di colpa a chi, di notte, imboccava quella strada per faccende molto terrene. Perché di notte, lì, passava più gente che di giorno. Una cosa che ci incuriosiva fin da piccoli. 

Chiedere spiegazioni ai genitori era un suicidio: bastava nominare quella strada e giù ceffoni. Così ci rivolgevamo ai fioi più grandi, che ci raccontavano con ricchezza di dettagli cosa accadeva dentro le auto parcheggiate al buio.  Quando, la professoressa Bergamo, pioniera assoluta, tenne a noi di terza media il primo corso di educazione sessuale della storia italiana, tutte quelle informazioni ci tornarono utili; insomma, eravamo già preparati. 
 

Ricordo come fosse ieri che, il giorno dopo la lezione sui contraccettivi, Lele Vianello, provocatore nato, si presentò in classe con una collezione di “campioni” usati, raccolti freschi, freschi lungo la stradina durante il tragitto verso scuola. 

Io, lo giuro, da quelle parti di notte non ci sono mai stato. Anche se, lo ammetto, qualche film mentale con quella scenografia me lo sono girato. 

Anzi, diversamente dalla gran parte della popolazione maschile, che frequentava quel luogo nelle ore più buie, ad un certo punto, quella stradina, suscitò il mio interesse di giorno. Non era castità o moralismo: quello che mi spingeva a passare oltre quel confine segnato dal capitello, era una stuzzicante novità.  

La grande casa colonica della stradina, dopo una faraonica opera di restauro si era trasformata in villa ed era finalmente di nuovo abitata. Fino a qui niente di particolarmente eccezionale, se non per il fatto che la famiglia che si era insediata era nientepopodimeno che quella di tale ing. Alberto Scandagliato el paron di una fabbrica che faceva non so bene cosa. E anche fino a qui, almeno per me, niente di particolarmente eccezionale, se non per il fatto che ‘sto ingegner della minchia aveva, a detta del Tito e del Paperoga, una figlia della nostra età da tenere in considerazione o meglio in attenta osservazione. 

L’allerta era scattata una domenica mattina, quando don Gianni, cosa assai strana, a fine messa si prese la briga di presentare ufficialmente la squinzia ai due soci. Non come Francesca, sia chiaro, a quello ci pensò lei con discrezione tutta femminile; lui ci tenne piuttosto a sottolineare che era figlia dell’ingegner Scandagliato. Perché, si sa, in certi ambienti il nome di battesimo è un dettaglio folkloristico: prima si dichiara di chi si è figli; poi, se proprio resta tempo, come ci si chiama. 

Don Gianni di solito certe presentazioni le riservava ai suoi pupilli, ma la sfiga volle che in quel momento fossero tutti in quel di Cortina impegnati in attività pastorali: ovvero a fare un’ammucchiata nella casa dei genitori di non so bene chi. 

Così, rimasto orfano dei suoi preferiti, non gli rimase altra alternativa che presentarla agli unici due giovani che erano venuti a messa quella domenica, annunciando a loro che in autunno, si sarebbe unita al gruppo giovanissimi di Azione Cattolica. 

I due tipi irruppero in radio ancora con le bave alla bocca. Di quella new entry non sapeva ancora niente nessuno. Anche se, per pudore, non lo ammettevano apertamente, era chiaro che, per nessuno, intendevano lo stronzissimo Riccardo Beltrame e amici. Non correvamo, almeno nell’immediatezza, il rischio che, com’era avvenuto per altre interessanti squinzie, fosse fagocitata dalla loro compagnia. 

Potremo proporle di far parte di SolaRadio; sarebbe la nostra prima donna” 

Se fossi stato un oratore ad un comizio di piazza, sarebbe esploso un fragoroso applauso della durata di alcune ore. 

Altro che Azione Cattolica, questa la dirotto qui in radio e gli faccio fare apostolato radiofonico. In fin dei conti, l’abbiamo vista prima noi” pensai mentre ero già che studiavo un piano di azione. 

Sono sempre stato affascinato dal personaggio dell’agente segreto. Fin da bambino mi piaceva inventarmi delle missioni speciali. Quella che inventai per cercare di avvicinare Francesca la chiamai “impissa”, ovvero accendi.  

Bisognava solo trovare un pretesto plausibile per transitare davanti alla villa e, con un po’ di fortuna, attaccar bottone, possibilmente usando l’argomento SolaRadio.  

Mi venne in mente una genialata, un alibi perfetto: verificare il “tiraggio” del nostro trasmettitore, installando a bordo di un potente mezzo la mia fida radiolina PHONOLA. 

L’operazione iniziò sabato 22 agosto 1981 alle 17.30 precise. 

Cercai di passare il più spesso possibile davanti alla ex-casa colonica ora lussuosa villa; in quel modo ero sicuro mi si sarebbe presentata l’occasione di un “contatto”.  

L’occasione si presentò quando, dopo due passaggi a vuoto vicino alla villona, al terzo, “l’occasione”, mi lasciò appiedato. “L’occasione”, non era altro che un vecchio CIAO usato che, un gran volpone aveva venduto a quel gran pollo di mio fratello, gran maestro nel farsi fregare dal prossimo.  

Chi ha provato a usare il CIAO solo con i pedali sa che non c’è via di scampo nel caso un cane stia prendendo la rincorsa per fare un happy hour con le tue chiappe.   

Porca troia, quella maledetta ex casa colonica aveva il cancello aperto e quel pastore tedesco aveva tutta l’aria di volermi far la festa, me la stavo facendo sotto le braghe. Fortunatamente, si limitò ad abbaiare come un forsennato, rimanendo nei confini della proprietà, quasi avesse una catena virtuale al collo.  

Tranquillo, non ti fa niente. Vuole solo giocare” 

Giocare un cazzo! Quello, se non ci fossi stata tu che lo richiamavi, mi avrebbe dilaniato i jeans nuovi di palla messi per l’occasione di fare il figo con te e pasteggiato con un pezzo del mio culo!” 

Ovviamente la menzionata frase rimase solo nella mia mente. 

Ora che era davanti a me, non potevo far altro che dar ragione al Tito e Paperoga. Occhi scuri come due bottoni di velluto, sorriso che scioglieva ginocchia. Vabbè, avrei sacrificato volentieri metà chiappe pur di essere lì. 

Tranquilla lo avevo capito” dissi mentre il cuore marciava ancora come una locomotiva in piena corsa, rivoli di sudore scorrevano per tutto il corpo e il culo non si decideva di smettere di tremare. 

È la prima volta che vedo una moto-radio. Ce l’hai montata tu o la vendono già così?” 

Domanda perfetta, segno del destino. Forse anche quello lassù preferiva che la squinzia fosse attirata da SolaRadio anziché finire nelle sgrinfie del Beltrame e soci.  

La domanda accese la miccia che innescò un esplosivo monologo dal titolo “Solaradio dai primordi della sua esistenza ai giorni nostri”. Sottotitolo “siamo quattro affamati di quella cosa lì e stiamo disperatamente cercando uno straccio di ragazza che venga a parlare in radio” 

Anche se mi sarebbe piaciuto invitarla in radio, preferii non lanciarle la proposta. Sarebbe rimasta delusa nel vedere il tugurio dal quale trasmettevamo e nauseata dal tanfo delle scoregge di EnsoPenso. Lo studio, se così si fosse potuto definirlo non sarebbe stato, al momento, un posto per signore, almeno quelle di un certo livello come Francesca; e poi, mi avrebbe smascherato. 

Ho sempre avuto la dannata mania de far el sgrandesson, abilissimo nel barare riguardo il mio status, creando una sorta di cortina fumogena atta a mascherare la realtà, anche a me stesso. Nella mini-conferenza che le avevo fatto, spacciai quella misera radio di quartiere come appartenente a un network nazionale e il medesimo come DJ di punta.  

Ok, allora ci vediamo in giro. Comunque, piacere Francesca. E tu DJ come ti chiami?” 

Doppia figura di merda. Primo avevo esagerato con il pippone sulla radio e poi non mi ero nemmeno presentato. 

Pazienza, il risultato comunque l’avevo portato a casa. Guardai l’orologio, l’operazione “impissa” si era conclusa positivamente lo stesso sabato 22 agosto 1981 alle 19.16 

Dalla contentezza, pedalai così velocemente che il CIAO sembrava fosse tornato a motore. Arrivai davanti il civico 69 dei paeassoni dove, ve lo ricordo per l’ennesima volta, c’era lo studio di SolaRadio, che ero praticamente da ricovero per tachicardia acuta. 

Fatta, fatta, fatta!” Entrai urlando e fregandomi le mani. EnsoPenso mi prese per matto. 

La sera stessa ci fu una riunione straordinaria del comitato di redazione presso la pizzeria da Ciro “El Rutto” 

Dopo esserci, dalla contentezza, strafogati con le peggiori porcherie che “El Rutto” aveva nel menù, cito solo ad esempio, la mitica pizza “Porcona”; wurstel, patatine fritte, scamorza e porcini; deliberammo quanto segue: 

  • Tentare un approccio dopo messa 
  • Cercare di “assumerla” in radio. 
  • Entrare nelle grazie del facoltoso padre che avrebbe potuto sponsorizzarci. Avremo così potuto comprare un po’ di dischi e finire di usare audio cassette. 

Ci presentammo alla messa delle undici vestiti come dei damerini, con addosso quello che, secondo noi, era il miglior outfit che avevamo in armadio.  

Tito, nonostante fuori ci fossero ancora più di trenta gradi, ebbe la malsana idea di indossare la giacca usata per il matrimonio di suo cugino che era stato, tre anni orsono, in ottobre. 

EnsoPenso si era cosparso di non so quanti litri di dozzinale deodorante spray da supermercato, probabilmente lo faceva per coprire il tanfo del sudore e delle scoregge. 

Io quattro kili di gel in testa che se uno mi toccava i capelli si pungeva come se toccasse un riccio. 

Paperoga sfoderava i suoi più preziosi capi di abbigliamento, comprati al mercato nel banco di tale Aziz storico venditore di capi firmati “originali”. 

Cosa fate questo pomeriggio?”  

Eravamo appena usciti dalla chiesa, con ancora la sensazione di aver scontato almeno un paio d’anni di purgatorio solo per aver assistito alla predica di don Gianni; Francesca se ne uscì con quella domanda che ci spiazzò. 

Non potevamo certo confessare che la maggior parte delle nostre domeniche pomeriggio, inverno o estate che fosse, si consumavano al bar da Nane a parlare con Meno Bottacin, Denis Sgorlon e compagnia briscola della figa che non arrivava mai. 

Ci guardammo cercando di non farle vedere le nostre facce da ebeti. Furono, almeno per me, attimi di panico.  

Se vi va, potreste venire a casa mia per un gelato” 

Salvi! 

Alle quattro del pomeriggio in punto, tutti eccitati e sempre vestiti come dei damerini, solo un po’ più casual, prememmo quel pulsante tondo dorato accanto alla targhetta, sempre dorata, riportante la scritta “Ing. Alberto G. Scandagliato”.  

Mezzo secondo dopo il dindon, il pastore tedesco del giorno prima, come il giorno prima, prese la rincorsa abbaiando furiosamente. Questa volta però, il cancello era chiuso; ciò nonostante, EnsoPenso, preso dal panico cosmico, mollò una scoreggia nucleare che però, fece zittire il botolo. 

Ce la stavamo ridendo alla grande per l’accaduto e non ci accorgemmo che un tale, presumibilmente l’ing. Alberto G. Scandagliato, ci stava squadrando da dietro il cancello. 

Che cosa volete?” 

Usò un tono tale che, oltre al pastore tedesco, rimanemmo in silenzio pure noi, tranne ovviamente il culo di EnsoPenso che si esibì in un’altra delle sue performance, silenziosa ma estremamente puzzolente. 

Oltre al tono di voce, quello che ci mise soggezione fu il suo aspetto: piccolo, tarchiato, testa pelata e abbronzatissimo. La sua postura eretta, le braccia ai fianchi e il suo modo di atteggiarsi ci ricordarono “lui”. 

La bella Francesca arrivò giusto in tempo a salvarci da quella imbarazzate situazione e … dalle scoregge dell’amico. 

Quel gelato sarebbe stato meglio se ce lo fossimo andati a mangiare da Nico alle Zattere. Avremo speso più di cinquemila lire a testa per una bella coppa Nafta, ma almeno, non ci saremo sorbiti l’interrogatorio dell’ingegnere e le cazzate di suo fratello Raffaele.  

Cominciò quest’ultimo chiedendoci qual era il nostro sport preferito e poi subito giù a tirarsela con la storia del tennis; nel quale, a suo dire, lui e papi erano dei provetti giocatori. 

Mi veniva da rispondergli che le uniche palle che finora avevamo toccato erano le nostre quando, in bar da Nane entrava quello iettatore del Walter Radonic e che, comunque, tutti e quattro avevamo una profonda avversione per ogni tipo di sport.  

In primis perché eravamo delle schiappe con tanto di certificazione ministeriale. La competizione ci metteva più ansia di un’interrogazione a sorpresa in matematica e il nostro massimo gesto atletico era quello di camminare a passo veloce in direzione di Ciano l’Onto per riuscire a sbafarci un bollente Craf appena emerso dal padellone. 

Quando c’era da formare una squadra, nessuno mai ci sceglieva. Ma proprio mai. Restavamo lì, come i pacchi di pasta in fondo allo scaffale del supermercato, quelli prossimi alla scadenza che nessuno vuole. E così, quasi per una legge cosmica, la vita ci ha spesso trattati allo stesso modo: sempre ultimi, mai protagonisti, un po’ come comparse nella nostra stessa esistenza. 

Comunque, non ci fu dato neppure il tempo di replicare a quel cagalto di Raffaele; l’esimio ingegnere si intromise subito. 

Non ci diede il tempo di dire nulla. Ci ordinò di sederci come se fossimo dei suoi sottoposti poi, ostentando machismo da tutti i pori, partì con la lezione motivazionale versione caserma. Capimmo subito che, per lui, eravamo delle mezze seghe da raddrizzare. Era chiaro che gli stavamo sulle palle; se fossimo capitati nella sua azienda avrebbe pensato lui a drizzarci la schiena. 

Poi, simulando finto disinteresse, l’interrogatorio proseguì coi dossier familiari. Voleva sapere di chi eravamo figli. Non per interesse. Per schedarci. 

Mi venne voglia di dirgli: “Guardi, se ci avesse avvisato avremmo portato direttamente la dichiarazione dei redditi così risparmiavamo tempo tutti.” Perché, alla fine, ciò che voleva davvero sapere non era chi eravamo, ma quale classe sociale ci stava cucita addosso. 

La verità è che sulle nostre famiglie non c’era molto da raccontare. E, soprattutto, nulla che potesse interessare a lui. Ma evitarlo era quasi impossibile: ogni volta che cercavamo di restare vaghi, lui ci incalzava con domande sempre più precise. E appena riusciva a carpire un’informazione riguardo il posto di lavoro di un genitore, subito partiva con il dirci che, in quel posto, conosceva questo, aveva rapporti con quello, naturalmente sempre personaggi di rilievo. Sembrava quasi un catalogo vivente di nomi altisonanti 

Io, intanto, ero lì, lì per perdere la pazienza. Non era la prima volta: fin dalla materna, suore, insegnanti, preti e chiunque altro avevano sempre trovato il modo di fracassarmi i maroni con le stesse domande sul lavoro di mio padre. Non per sapere qualcosa di lui, ma solo per incasellarmi come “figlio di”, etichettarmi e basta. Ero stufo. Io volevo che mi vedessero per quello che ero, o almeno per quello che sarei potuto diventare. 

Volevo dirgli che, in realtà, la sola ragione per cui mi trovavo in quella mega villa, insieme agli altri tre poveri sfigati dei miei amici, era una soltanto: Francesca; sua figlia. La prima ragazza che, sin dai primordi delle nostre misere esistenze, aveva avuto la bontà di considerarci. E questo valeva più di qualsiasi pedigree sociale. 

Francesca si era accorta che ci stavamo impantanando, provò a rivalutarci agli occhi del padre dicendoli che “avevamo una radio”. Apriti cielo!  

Ma ‘sta roba a che serve? Ci fate soldi almeno? Avete degli sponsor?” 

Lo disse con un sorrisetto di quelli che ti fanno girare i coglioni a velocità supersonica. 

EnsoPenso stava per scoppiare era tutto rosso, credo ne stesse trattenendo una di potente da fargli sul muso. 

In quel preciso istante, feci un pensiero: un ingegnere costruisce ponti, case e macchinari. Ma quello, stava cercando di demolire SolaRadio, uno dei nostri pochi sogni e una delle nostre poche certezze. 

Il famigerato gelato poi si rivelò una delusione: due misere palline che, detto tra noi, erano state davvero… due gran palle. 

L’unico che uscì euforico da quel maniero fu Paperoga. Probabilmente a causa del litro di Branca Menta che si era fatto mettere nel gelato. Lungo la strada del ritorno, sull’onda dei consigli del quel cagacazzi di ingegnere, cominciò a sparare una serie di jingle pubblicitari in rima per i nostri improbabili sponsor 

  • Se ti xé sensa ‘na cocca, vien tor un birin in bar da Nane e ti sparagni i schei par e puttane 
  • Cavei longhi? Vien a tajartei da Vittorio i mejo scalpi del territorio 
  • Laboratorio pasticceria da Ciano l’Onto; serca i so’ Craf e dopo el fegato te manda el conto 
  • Ti serchi ‘na pisseria? Vien da Ciro, anca parché no ghe xé altro in giro. 
  • Frutta e verdura da Arduino che te ciava sol peso come un marochino 
  • Ti vol notissie fresche?  Va in edicoea da Franco “Gasetin” che el sa chi che xé morto ancora prima che riva el bechin. 

E ci credo che fosse stato euforico perché, alla fine, fu l’unico che portò a casa qualcosa. Più precisamente, dopo alcuni giorni, portò Francesca davanti il bar da Nane sul ferro della sua bici. 

Quella scena non la scorderò mai. Lui, con un sorriso stampato sulla faccia grande quanto lo schermo di un cinema, mentre la bici, a proposito di cinema, sembrava volare come nella scena del film Mary Poppins. 

E io, lo ammetto, ero felice per lui. Con la famiglia che si ritrovava, un cumulo di macerie più che un focolare, si meritava un po’ di affetto e un po’ di luce. 

Si vedeva che Paperoga si sentiva un uomo nuovo. In quel sorriso c’era tutto: rivincita, emancipazione e una sorta di vittoria che, per lui, anche se odiava il calcio, era pari a vincere lo scudetto. 

Sapevo che solo una donna sarebbe stata in grado di farlo uscire dal suo mondo fantastico fatto di fumetti e vecchi dischi, da una vita trasandata come i vestiti che indossava e dal vizio di mettersi le dita nel naso; insomma, da tutto ciò che gli aveva affibbiato il soprannome di Paperoga. 

Quea i ghea ciava prima che el xea ciava” 
Memo Bottacin, con la solita delicatezza da caterpillar, sparò immediatamente la sua sentenza. 

E purtroppo, come spesso accade quando Memo apriva bocca, aveva ragione. 
La profezia si avverò in men che non si dica. 

La fine arrivò con una scena da manuale del disastro. Paperoga, ormai gasato, pensò bene di replicare il suo ingresso trionfale con Francesca sul ferro della bici entrando nel cortile del patronato, convinto di fare il pieno di applausi misti ad invidia. 

E questa perché non me la presenti?”  

Riccardo Beltrame, come un condor che piomba di sorpresa sulla preda, si frappose tra i due e l’ingresso della sala cinema dove stava per cominciare la riunione di inizio anno pastorale del gruppo giovani. Aveva una calma glaciale di chi sa già come andrà a finire. 

Furono sufficienti quella frase e un festin bueo nella sua taverna al quale ovviamente noi quattro non eravamo stati invitati, affinché la Francy cadesse tra le braccia del Riky come un mozzicone nel tombino.  

E i sogni di Paperoga? Spazzati via come i coriandoli dopo il Carnevale. Un vero e proprio dramma sentimentale degno di un best seller. 

Lui rimase lì, impotente. Con la faccia del tifoso che vede il suo bomber sbagliare il rigore al novantesimo. Quel rigore che valeva lo scudetto. 

Ma, come nel calcio, ogni anno c’è un nuovo campionato. E le squadre cambiano. E i giocatori pure. 

Il primo a cambiare fu proprio lui, Riccardo Beltrame. Cambiò ragazza come si cambiano i calzini: Francesca era troppo acqua e sapone. A lui serviva una gnocca da esibire fuori dalla chiesa. Francesca pianse sulla spalla di Paperoga… e per qualche fugace istante lui vide la luce. 

Durò poco. Francesca, ad un campo estivo, conobbe quello che diventò suo marito e dal quale ha avuto due figli; ciao core. 

Dopo qualche anno, cambio anche il prete. Sparito don Gianni, da quella parrocchia donGiannicentrica  sparirono improvvisamente certi personaggi. 

La cosa mi colpì profondamente. Mi domandavo come fosse possibile che, da un giorno all’altro, persone che sembravano animate da una fede incrollabile scomparissero insieme, quasi avessero perso ogni convinzione. Quel pensiero iniziò a lavorarmi dentro. 

Forse Dio non c’entrava nulla e tutto quell’apparato; messe, incontri, gruppi, iniziative; era solo una costruzione dei preti per avere un pubblico, qualcuno che li ascoltasse. Per usare un linguaggio matematico; i preti stavano alla chiesa come noi stavamo a SolaRadio. 

Questi pensieri mi scossero nel profondo. Fu come se all’improvviso si aprisse una crepa sotto i piedi: ciò che avevo sempre dato per scontato vacillava, e con esso anche l’immagine che avevo di me stesso. Cominciai a chiedermi se credere fosse soltanto un’abitudine, un riflesso sociale, un modo per riempire i silenzi o sentirsi parte di qualcosa. Questa presa di coscienza mi gettò in una crisi silenziosa ma intensa, dalla quale non sapevo bene come uscire. 

Arrivò un nuovo pretino. Il suo gruppo giovani aveva meno iscritti degli ascoltatori di SolaRadio; e ce ne voleva! 

Anche lui venne a piangere sulla mia spalla per chiedermi se potessi far qualcosa per i giovani del quartiere e ne fui felice. 

Durò poco. Anche lui, a un campo estivo (maledetti campi estivi!), si infatuò di una bella giovane. Si spretò e se la sposò. Purtroppo, non so dirvi se, e quanti figli hanno. So solo che, forse a causa di questo andirivieni di preti, alla domenica presi ad andare sempre meno alla messa e sempre più a SolaRadio. 

Ovviamente durò poco anche il gruppo giovani. Amen. 

Ci sono tre cose che invece continuano a durare: SolaRadio, la nostra amicizia e un flebile canale di comunicazione tra Paperoga e … Francesca. 

Il destino volle che Francesca diventasse dirigente di un sindacato. Non uno qualsiasi: il più estremista e socialmente pericoloso agli occhi dell’ingegner Scandagliato. Sono quasi convinto che, per questo, quel clone di “lui”, l’abbia diseredata. 

Il destino inoltre volle anche che, qualche anno fa, Paperoga, cazzeggiando in rete, lo scoprisse. 

Il mio amico che, fino a quel momento, non risultava essersi mai iscritto ad un sindacato, nemmeno a quello dei fancazzisti superpagati associati … non si iscrisse nemmeno a quello di Francesca. Fosse mai che qualche dirigente della sua azienda venisse a saperlo; temeva fortemente che gli avrebbero ridotto di brutto l’ammontare del piano welfare aziendale. Addio abbonamento a Topolino, biglietti per i concerti e carnet del cinema (al quale, pur comprandoli, non andava mai). 

Così, non appena gli capitò l’occasione, optò per un’azione meno rischiosa per il suo posto di lavoro: partecipare a un incontro pubblico dove lei era tra i relatori. Ci trascinò pure me con lo scopo di reggergli il gioco. 

Anche grazie al mio contributo; i due dopo tanti anni si reincontrarono. Non riuscì, come quella volta, a caricarla sul ferro della bici (anche perché, diciamolo, sono secoli che non ne tocca una) ma fece meglio: la caricò in rubrica. 

Iniziò così uno scambio di messaggi. Prima timidi, quasi impacciati, poi via via più frequenti, come se le parole avessero ritrovato un sentiero interrotto anni prima. 

Ogni volta che lei scriveva, in qualità di “consulente sentimentale non retribuito” ne venivo messo al corrente. Apriva il telefono con la stessa esitazione di chi ha tra le mani un testamento o una dichiarazione d’amore dimenticata nel tempo, e mi faceva leggere tutto: il suo messaggio, la sua risposta, persino le bozze che non aveva avuto il coraggio di inviare. 

Ogni volta la stessa domanda: 

Secondo te, da quello che scrive, è ancora interessata a me?” 

Si faceva un sacco di paranoie; “eh, non mi ha messo il cuoricino ma, solo la faccina con gli occhi a cuoricino; però, mi ha scritto … un bacio … sarà un segno?”

Voleva sapere. Cercava in ogni virgola un segno, in ogni “come stai?” un battito nascosto, in ogni punto sospensivo una promessa. 

Io cercavo di convincerlo che sì, era evidente: tra loro c’era ancora qualcosa. Non un semplice ricordo. Non solo un rimpianto. Un filo, sottile ma indistruttibile, che negli anni nessuna distanza, nessun legame, nessuna vita parallela era riuscita a spezzare. Erano due persone che non avevano mai smesso davvero di cercarsi. 

Forse mi scrive così come scriverebbe a chiunque.” 

Testardo, continuava a rimanere nel suo eterno dubbio. 

Il problema era che lui cercava nelle parole una certezza matematica, quando invece il sentimento, quello vero, non si lascia misurare: lo senti. Ti cresce dentro in silenzio. E un giorno ti accorgi che, senza quasi accorgertene, stai sorridendo leggendo un messaggio sul telefono… e ti tremano le mani mentre scrivi la risposta. 

Mi ha scritto che sono e rimarrò sempre una persona speciale” 

Come diceva Shakespeare: “Il tempo è troppo lento per chi aspetta, troppo veloce per chi ha paura, troppo lungo per chi soffre, troppo breve per chi gioisce… ma, per chi ama, il tempo è eterno“.  

Quell’ultimo messaggio, l’aveva fatto sussultare. Era apparso sul suo telefono dopo un’eternità che non gli scriveva; poche parole, leggere come il volo di una farfalla. Gli era bastato per sentirsi di nuovo felice come quel giorno che la portò da Nane sul ferro della bicicletta. Aveva un sorriso limpido e pieno di vita, come se il tempo non fosse mai passato. 

Era chiaro che vive ancora per lei. Vive di quel ricordo che non invecchia, che non si piega al tempo, che si ripresenta sempre con lo stesso profumo di gioventù e la stessa ferita dolce. 

Il loro era un duello elegante fatto di battute leggere e complimenti camuffati, di attenzioni non dichiarate e sorrisi scritti.  

Ogni parola che si scambiavano ne era la prova. Sotto la superficie delle frasi leggere, si avvertiva un sottotesto sottile, quasi impercettibile a uno sguardo distratto, ma chiarissimo per chi conosce l’amore quando si nasconde. Era come se ogni messaggio fosse un passo avanti e allo stesso tempo un passo indietro: nessuno dei due osava dichiararsi apertamente, eppure entrambi lasciavano cadere piccoli indizi, come briciole sul sentiero di una storia mai del tutto interrotta. 

Il loro dialogo era diventato un gioco elegante, un valzer fatto di allusioni, mezze frasi e sorrisi scritti. Un corteggiamento discreto, pudico, quasi antico, in cui l’audacia non stava nell’osare, ma nel trattenersi.  

Un corteggiamento in punta di dita, dove nessuno dei due osava nominare il sentimento, per paura che dirlo ad alta voce lo rendesse troppo vero. Il loro scambiarsi messaggi era una sorta di gioco romantico un modo velato e delicato di flirtare. 

Nonostante gli anni trascorsi, tra loro esiste ancora un filo invisibile, qualcosa di antico e indissolubile. Non è semplice nostalgia, né un affetto di circostanza: una forma silenziosa di eternità, un legame che non chiede conferme perché sa di esistere oltre il tempo dentro di lui come una musica fragile eppure eterna. 

E lui non ha bisogno di molto: gli basta quella voce lontana, quell’eco che lo chiama ancora “persona speciale”, per sentirsi salvo, per sentirsi ancora intero. 

Gli basta condividere certe emozioni con noi tre che, nel tempo, assieme a lui, siamo rimasti a parlare dentro a un piccolo microfono di una radio minuscola, quasi senza pubblico, come se trasmettessimo solo per noi stessi e per l’eco delle nostre stesse voci.  

Siamo quattro anime sospese, rimaste a metà strada tra ciò che sognavamo di diventare e ciò che la vita ci ha concesso di essere. Quattro uomini che, in segreto, avevano immaginato esistenze diverse, forse anche amori capaci di salvarli o stravolgerli. Desideri rimasti accesi a bassa voce, come brace che non si spegne. 

Eppure, siamo ancora qui, fedeli a un unico rito che ci tiene in vita: la musica che trasmettiamo giorno dopo giorno attraverso la nostra piccola radio, e i ricordi che diamo in prestito alle onde dell’etere. È così che respiriamo quando ci manca l’aria, è così che resistiamo quando il tempo ci sfiora con mani troppo pesanti. La musica è la nostra memoria e, paradossalmente, anche la nostra speranza. 

A volte ho l’impressione che ognuno di noi abiti due vite. C’è quella esteriore, che gli altri osservano e giudicano, fatta di abitudini, volti consueti, compromessi silenziosi. E poi c’è l’altra, quella che non si vede: la vita interiore, intima, dove abitano le nostre passioni segrete, i sentimenti che non osiamo dire, le fragilità che ci rendono veri. 

È lì che sopravvivono i nostri ricordi più intensi, quelli che non si cancellano nemmeno con gli anni. Ed è lì che continua a battere il cuore della nostra piccola radio: non un rifugio, ma un filo sottile che ci tiene uniti a ciò che eravamo e a ciò che, forse, siamo ancora destinati a diventare. 

Forse non siamo diventati degli uomini forti, dei vincitori. Qualcosa di grande agli occhi del mondo, degni di ricevere considerazione da tipi come l’ingegner Alberto G. Scandagliato. 

Ma di certo siamo fortemente uomini deboli e fragili: un talento che, almeno quello, nessuno ci può negare. 

È forse quello che fa sì che, da qualche parte, là fuori, ci sono ancora persone che ci ascoltano. Forse poche, ma autentiche. Persone che non si scorderanno mai di noi perché, senza clamore né vetrine, ci riconoscono come speciali. Non per quello che possediamo, ma per quello che doniamo: un’emozione, un sorriso, anche solo un ricordo, un frammento di vita che continua a vibrare nell’etere. 

Viviamo per un ricordo che non smette di pulsare, che sia amore o musica, la sostanza non cambia; senza quella fiamma, senza quell’eco che ci accompagna, sarebbe tutto infinitamente più vuoto. 

Due vite … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

La mia estate … da Nane

Nel pignaton, dove prima galleggiava el musetto, ora ci sono i bovoeti. In realtà, c’è una montagna de ajo sotto la quale devi metterti, con santa pazienza, a cercare qualche bovoeto; è il segnale inequivocabile che è arrivata l’estate. 

Ho riflettuto parecchio e, secondo me, il bar da Nane Sberéga, è uno degli ultimi posti dove sono rimasti alcuni pezzi della tipica estate italiana; quella, per intenderci, dove primeggiava l’anticiclone delle Azzore, meglio conosciuto come anticiclone del colonello Bernacca e non, quel cancaro bueo marso di anticiclone africano; che, a detta di certi esperti di geopolitica, di cui il bar da Nane è strapieno, è stato portato in Italia, assieme alle zanzare tigre, da quelli che arrivano con i barconi.  

Oltre ai bovoeti, ci sono le fette di anguria che, Silvano Visentin, general manager, nonché, per discutibili diritti di famiglia, proprietario del marchio Nane Sberéga, ha ancora il coraggio di vendere sfuse, nonostante le mille intimazioni dell’ufficio di igiene.  

In tutto questo c’è comunque un innegabile vantaggio. Se uno ingurgita velocemente, prima ‘na sbrancada debovoeti co’ tanto ajo e poi due fette di anguria, molla un possente rutto, in grado di uccidere tutti i mussati presenti in un raggio di trenta metri dal plateatico del bar, facendo risparmiare al Visentin un bel po’ di soldi per il trattamento.  

Se poi, Denis Sgorlon e Memo Bottacin, uniscono le loro forze per produrre un corale super rutto, l’efficacia è ben superiore a quando, negli anni ’70, veniva spruzzato il DDT con l’elicottero; roba da matti; almeno, rispetto al DDT, ‘sta cosa è più ecosostenibile. 

Oltre ai bovoeti e alle fette di anguria, ci sono i restai ovvero, quelli che, per una ragione o un’altra, non vanno a trascorrere l’estate in nessun posto, che non sia a stretto tiro di sigaretta dal bar. Quelli che, se sottoposti al domandone dell’estate ovvero, “dove ti va in ferie ‘sto ano?”, non possono far altro che ripetere mentalmente, come un mantra, un vecchio detto locale: 

Ghe xé chi che va ai monti, chi che va al mare, e chi, che va; ben, ben in cueo de so mare”

Anch’io, Paperoga e EnsoPenso, facciamo parte del gruppo dei restai. Discendiamo da una stirpe di restai, figli dei figli di restai. I nostri avi, non si sono mai mossi dalle loro case, non hanno mai visto né monti né mari ma, solo la piatta e triste pianura padana dove, l’orizzonte è così piatto che, se cadi, al massimo, rischi di rotolare fino al vicino di casa. Gente che la carta geografica la usava solo per accendere la stufa. 

Noi restai, non abbiamo lo spirito del viaggiatore; viaggiare, allontanarci dalle nostre sicurezze, ci mette ansia. Siamo quelli che, quando raramente partiamo, ci voltiamo indietro, centinaia di volte, per la preoccupazione di non aver chiuso il rubinetto del gas. Quando poi arriviamo; in genere in posti che non sono a più di qualche ora di macchina dalla nostra casetta; come sotto naja, contiamo i giorni che ci mancano per tornarci.  

Sia ben chiaro; noi non partiamo per scoprire il mondo: noi partiamo solo per ricordarci quanto ci piace stare a casa! 

L’istà da Nane, ha il suo particolare dress code; braghe curte, calseti longhi, savate ai pie, camisa sbotonada e pansa fora; è tollerata la canottiera ma, rigorosamente bianca e ingiallita dal sudore.  

A proposito di sudore, nelle ultime torride e afose estati furoreggia ea gara del petaisso.  

Consiste nell’appiccicarsi al petto una carta da gioco; vince il più petaisso, ovvero intriso di sudore, quello che riesce a rimanere con la carta appiccicata più a lungo. Il record lo detiene Lele Bulegato; pensate, ha fatto addirittura il giro dei paeassoni di corsa, senza che la carta si staccasse dal petto.  

Non c’è da stupirsi quindi se, al Lele, passandogli una fetta di pane pugliese sotto le ascelle, ne ottieni un’ottima bruschetta al gusto ajo ojo e segoa

L’istà da Nane, è triste. Ci sono tipi come Walter Radonic meglio conosciuto come el mulo de Parenzo o anche el Soeta (civetta n.d.r.),che passano tutto il giorno a parlarti di morti annegati, morti avvelenati, morti dal caldo, morti di malattie portate dalle zanzare e morti di figa. Governi che cadono, borse che cadono, montagne che cadono e palle che cadono. Prezzi degli ombrelloni che salgono, temperature che salgono, contagi che salgono e terroni che salgono. 

L’istà da Nane, è malinconica. Il campionato di calcio è ormai alle spalle. Ci sono tipi come Memo Bottacin ai quali, non rimane altro che fare l’elenco delle occasioni perse durante le innumerevoli estati spese alla perenne ricerca di quella cosa che fa girare il mondo. Sono sempre le solite storie di more italiane e bionde tedesche; di folte pinete e grandi dune. Posti sconti dove c’è sempre mancato un pelo per …  

L’istà da Nane, sembra non passare mai. Ogni anno fa sempre più caldo e ci sono sempre più zanzare. I restai, hanno sempre più casini e preoccupazioni; prima fra tutte, quella de tendar i veci. I parenti si eclissano, lasciando solgropon del restà, ea vecia o el vecio o, tutti e due. 

Ogni giorno i restai sono alle prese con badanti che spariscono improvvisamente, badanti che spariscono improvvisamente assieme ai soldi, badanti che spariscono improvvisamente assieme ai soldi e al cognato. Medici che non si fanno trovare, medici che quando si fanno trovare, non vogliono farti la prescrizione. Medici che quando si fanno trovare, sotto minaccia armata ti fanno la prescrizione ma, la sbagliano. 

Per questo, i restai non vedono l’ora che ritorni l’inverno perché, almeno dal freddo, vestendoti, ti puoi difendere e perché, il freddo ammazza tutti quei cancari de mussati. I restai non vedono l’ora che ritorni l’inverno perché torna il campionato e el museto coe verze. Alla fine, i restai non vedono l’ora che ritorni l’inverno perché non si sentono più restai

Che dire. Anch’io, da buon restà, non ho più molta simpatia per l’istà che, mi riduce a essere più petaisso di Lele Bulegato. Mi chiedo che fine hanno fatto le notti d’estate italiane, quando arrivava un po’ di fresco e, nella vietta, si usava portar fuori le sedie che avevamo in casa, per starcene tutti all’aperto a chiacchierare con i vicini, condividendo qualche fetta di anguria; ora, si sente solo il sordo rumore dei condizionatori.  

Per fortuna, ho ancora la mia fidata ATALA nera, classe 1978, assieme a lei e a una tanica deUtan, alla sera, andiamo alla ricerca dei rimasugli dell’estate italiana.  

Ci basta varcare il confine dei paeassoni e salire sull’argine del canale dove, di colpo, la vegetazione e i campi de panoce, rendono l’aria più fresca. Dopo qualche centinaio di metri, le luci e i rumori sfumano. Si sente solo il canto dei grilli e nel cielo appare una miriade di stelle, fino a poco prima offuscate dalle luci della città. 

Mi distendo su un pontile della cavana a godermi lo spettacolo.  

La luna che si specchia sull’orizzonte della laguna sembra voler fare la civetta e strizzare l’occhio a certi che, come me, sanno ancora lasciarsi incantare. E io, da buon radiofonico nostalgico, non posso non pensare a Luna di Gianni Togni. È come se in quell’alone d’argento si nascondesse quella canzone e tutte le mie estati passate. 

Estati infinite in cui ho lanciato mille palloni sulla battigia, rigorosamente “per caso”, sperando che li raccogliesse una ragazza. Magari una con un sorriso timido e uno sguardo che avrei voluto fosse eterno… o almeno durasse più di quei due secondi prima che si girasse verso il suo fidanzato muscoloso e abbronzato. 

Quella miriade di ragazze che mai si ricorderanno di me, ma che io, invece, porterò per sempre nella memoria, anche se le ho viste solo per una frazione di secondo, come lampi fugaci in un pomeriggio di sole accecante. Sono rimaste lì, ferme in me, come fotografie ingiallite che la memoria, ha voluto ritoccare a mano. 

E ogni volta che torna l’estate, con il vento caldo e l’aria salmastra della barena, tornano anche loro. I ricordi e le dolci speranze, fragili come schiuma che muore a riva. Torna il desiderio di rivivere ancora, solo per un attimo, quei momenti che non torneranno più. 

Ormai, mi sono quasi abituato a vivere di rimpianti e ricordi, per cui, come Silvano che, non appena sente aria di estate, mette su i bovoeti, io, a SolaRadio, metto su Luna di Gianni Togni. 

L’istà da Nane, è ascoltare SolaRadio. E’ l’unico bar sulla faccia della terra e forse anche dell’universo conosciuto, che offre questo servizio di alto valore sociale, a cui tutta l’umanità dei paeassoni, sarà per sempre grata.  

E non perché, come asserisce qualche nostro spiritoso ascoltatore, Solaradio ha il potere di scacciare i mussati in quanto, certe canzoni che mandiamo in onda, non le sopportano neppure loro. Ma, fondamentalmente perché questo nostro scassatissimo e unico microfono che abbiamo, aiuta a combattere il vero flagello dell’estate; la solitudine.  

Perché SolaRadio entra in bar da Nane con la leggerezza di quella brezza che, nelle vecchie notti di estate italiane puntualmente, dopo cena, arrivava a farti compagnia.  

Perché SolaRadio, fa sentire chi resta in bar attaccato a quello scassatissimo e rumoroso ventilatore, parte di una scassatissima e rumorosa famiglia … più del ventilatore. 

 Parché l’istà da Nane no sia nà istà passada da soeo … come un Nane

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Dedico questo piccolo racconto a Luciano Minghetti; al bel ricordo delle mattinate estive, quando, da ragazzino, mi divertivo ad ascoltare “Lettere a Luciano” su Radio Capodistria. E’ anche a lui che devo la passione di “fare radio”, quella che mi fa stare tutt’ora, seppur sotto falso nome e “part-time”, dietro un microfono. 

Ciao Luciano 

… Uno dei tuoi “Balubini” 

Luna … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

Un mare di ricordi

Memo Bottacin non sopportava che, nonostante fossimo appena a fine maggio, avessi già osato mandare in onda Miele del Giardino dei Semplici, uno storico tormentone estivo fine anni Settanta. Diceva che certe stupide canzonette da spiaggia, oltre a gonfiargli smisuratamente le palle, gli facevano sentire anzitempo el sofego e lo rendevano tutto petaisso

Io invece, quella canzonetta la amavo, perché ogni nota mi riportava a lei: Vera, il primo amore, la mia occasione perduta. 
Era agosto del ’77 quando la vidi per l’ultima volta. Quell’estate, Miele spopolava tra le radio; un motivetto leggero, quasi ingenuo, che si insinuò nel cuore e lì rimase, come un segnalibro lasciato su una pagina mai voltata. Una canzone che sembrava parlare di noi due, di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. 

Ogni volta che la ascoltavo, sognavo il mare con lei; le nostre mani intrecciate tra gli ombrelloni sbiaditi dal sole, il sapore dolciastro dei ghiaccioli che si scioglievano troppo in fretta e il suono infinito delle onde. 
 

“Ea verità xé che col sente ‘ste canson ghe vanta ‘na Gianni” sentenziò el Mauri. Non occorreva che lo dicesse il Freud del quartiere; tutti sapevano che era questo il vero motivo della sua irritazione. 

Ora, è giusto anzi, doveroso, dedicare qualche riga alla spiegazione scientifica della celebre locuzione “me vanta ‘na Gianni”, entrata di prepotenza nello slang in uso nel piccolo universo che è il bar da Nane. 

Questo modo di dire prende il nome da tale Gianni Scarparo, storico frequentatore del bar. Un tizio che, fin dall’adolescenza, ha sofferto di sindrome da gnocca irraggiungibile. Ovvero, quel forte disagio psichico causato dal fatto che la gnocca non ti arriva perché manco ti vede e, se per caso ti vede, preferisce prendere un’altra direzione.  

In effetti lo Scarparo è perennemente depresso; ha in bocca sempre la solita frase: “ea ghe casca a tutti tranne che a mi”. Inoltre, passa gran parte del tempo al bar a fare discorsi sui tizi ai quali, apparentemente senza una logica ben precisa, quella cosa lì, è caduta alla grande. “Varda ‘sto molton che cocca che el xé ga trovà!”. Quando poi ti spiaccica sul muso le foto dei profili social di qualche suo conoscente è segno che è nel pieno di una delle sue crisi. 

Una delle sue teorie più famose è quella dell’inutilità. Un esempio per tutti: è inutile frequentare posti pieni di figa come Piassa Fero solo per constatare che finisce nelle mani dei soliti quattro rotti in culo. Alla fine, questo non fa altro che farti star male facendoti tornare a casa col magon.  

Ed è in onore di lui, uno dei più inguaribili malati di questa sorta di depressione sessuale che, i frequentatori del bar da Nane hanno attribuito il nome di “Gianni”. 

Tornando a noi, nella fattispecie al Bottacin “ghe vantava ‘na Gianni” perché, certe canzoncine estive gli facevano sentire tutto il peso dei decenni passati a battere quasi tutti i lidi del nord Adriatico a fare i più svariati, stravaganti e inutili tentativi de ‘ndar dee bone co ‘na cocca.  

A quasi settant’anni, non gli restava altro che sedersi sulla panca all’esterno del bar, fumarsi centinaia di sigarette e guardare sconsolato la gnocca che transitava per il vialone centrale dei paeassoni. Gnocca che, va detto, non entrava mai. Nemmeno per sbaglio. Anche in caso d’urgenza, preferivano farsela addosso piuttosto che varcare la soglia dell’infimo bar da Nane. 

Ma, come ho già raccontato, il Bottacin non era solo il mentore del fallimento erotico. A modo suo, aveva a cuore anche la nostra salute sessuale. Lo tormentava il fatto che i vent’anni ormai non li aspettavamo più e fossimo ancora senza uno straccio di donna. Non voleva che finissimo per diventare dei sensacocca come lui che, ad ogni persona che gli chiedeva come stava, rispondeva in rima: 

Come ti vol che ea sia; el problema xe sempre queo; no’ so mai ‘nda in mona e continuo a menarme l’oseo” 

Credo che la cosa preoccupasse anche sior Sergio. Erano ormai passati quasi sette anni dalla fondazione di SolaRadio e la realtà era inquietante: non c’era mai stata nemmeno una donna che si sognasse di venire a parlare al suo, unico e sgangherato microfono. Una radio completamente al maschile, un’emittente quasi monastica in cui l’unico segnale forte era la disperata, continua ricerca di quella roba lì che fa girare il mondo. E che, nel nostro caso, girava sempre altrove per, alla fine, cascare addosso a degli emeriti stronzi come Riccardo Beltrame; chiara evidenza che piove sempre sul bagnato. 

Sarà stato questo che lo portò a condurre un estenuante trattativa con suo cognato Giacomo. Zio Giacomino, il prediletto del Tito, aveva deciso di pensionare la sua leggendaria Fiat 128 gialla per passare a una fiammante Ritmo. Con la scusa che sarebbe rimasta in famiglia, lo convinse a cedere ad un prezzo simbolico il cimelio al caro nipotino. 

Come era già successo con la radio, anche quella macchina segnò una svolta. Una nuova era. Un altro passo avanti verso quel sogno confuso di libertà, musica, e, chissà, forse pure un po’ di figa; se non altro per l’effetto vintage della carrozzeria. 

A inizio luglio del 1985 la 128 color giallo Positano stracarica come un vaporetto al ritorno dal Redentor, arrancava lungo la strada alberata che portava dritta al mare. I finestrini abbassati, l’autoradio a palla, e fuori sparata senza pietà la cassetta Philips C-90 con la raccolta di tormentoni estivi, quelli più odiati dal Bottacin. 

A bordo c’erano quattro esseri umani in piena tempesta ormonale. Io, il Tito (pilota e responsabile logistico della missione), EnsoPenso (presunto stratega del butasardon), e il già citato Bibo dea Cipressina, il nostro più fedele ascoltatore, promosso sul campo a compagno di viaggio per meriti radiofonici. A terra erano rimasti Paperoga e il Mauri incaricati di custodire, con le loro cazzate radiofoniche estive, la frequenza di SolaRadio. 

La scelta della località non fu casuale. Per quella ci eravamo affidati un consulente di prim’ordine in materia di figa: Tony Pavan, detto el foResto, soprannome guadagnato per l’abbronzatura perenne che sfidava ogni stagione e dermatologo. Conosceva il Paperoga per motivi mai del tutto chiariti. Un Caveon che bazzicava le radio “vere”; ma, soprattutto era presenza fissa in spiagge, discoteche e luoghi dove la patonza girava in libertà. 

Aveva, ed ha tutt’ora, la fama di gran puttaniere certificato. Per certificato intendo uno che tromba sul serio e non un millantatore come, ad esempio, Denis Sgorlon. 

Altra parentesi. Distinguere un puttaniere vero da uno da bar è facilissimo: se gli chiedi com’è andata con una tipa e lui ti risponde “soito” con uno scrollo di spalle e lo sguardo annoiato, allora ha fatto strike. Se invece ti dice “che ciavada”, massaggiandosi la pancia come dopo aver mangiato tre porzioni di trippa, allora puoi star certo che di quella cosa lì, non ne ha nemmeno sentito l’odore. Chiusa parentesi. 

Ma il Tony non si limitò a indicarci la meta. Ci fornì pure un elenco dettagliato di discoteche che lui definiva senza alcun pudore “puttanodromi”. Lì, a detta sua, giravano a flotte certe tedesche attempate separate dal marito: signore esperte, disinibite e, soprattutto, “piene de voja”

Aveva capito al volo che nessuno di noi aveva ancora toccato palla, chiamiamola così, nella partita della vita, e ci spiegò con tono da missionario laico che quelle donne, poco o per nulla timorate di Dio, erano perfette per l’iniziazione alla “pratica”; dovevamo solo lasciar perdere tutte le paure inculcateci dai preti nel corso degli anni e buttarci. 

Dire che eravamo eccitati è poco. Era la prima volta che potevamo disporre di un appartamento tutto nostro. Anche se chiamarlo appartamento era un insulto all’edilizia civile. Si trattava, in realtà, di un monolocale borderline, con annesso bagno delle dimensioni di un confessionale, dove in teoria avrebbero dovuto soggiornare al massimo due esseri umani adulti, possibilmente di corporatura mingherlina. 

Il signor Vinicio, titolare dell’agenzia immobiliare e uomo dal sopracciglio giudicante, quando io e EnsoPenso firmammo il contratto, non disse una parola. Ma ci guardò con quella classica espressione che traduceva perfettamente il pensiero: 

“Se scopro che c’è anche solo mezza persona in più, vi inculo.” 

Naturalmente, alla faccia del Vinicio, ci infilammo in quattro, battezzando subito quel buco come “la base operativa”, soprannome coniato dal Bibo. Lascio a voi immaginare quali erano le “operazioni” che dovevamo intraprendere. Con un po’ di strategia e dei materassini gonfiabili, riuscimmo a ricavare dei giacigli tutto sommato “dormibili”. Si faceva a turno per l’unico divano letto disponibile, mentre gli altri si alternavano tra tappeto e gonfiabili, come naufraghi che si spartiscono i rottami di una nave. 

Il tocco di classe? La terrazza dava direttamente sul tetto della friggitoria sottostante, la cui canna fumaria, come un’arma puntata con sadismo, scaricava fumo denso e maleodorante dritto contro le nostre finestre. Aria fritta, letteralmente. L’unica cosa che non ci friggeva era la speranza. 

A peggiorare ulteriormente la qualità atmosferica dell’alloggio c’era EnsoPenso. Ora, non so se fosse per via degli ormoni a livelli da reazione a catena; fatto sta che continuava a mollarne di più potenti del solito. Aveva iniziato già in macchina tanto che Tito andò a controllare il posto su cui era seduto per vedere se c’erano strane tracce di materiale semisolido.  

In appartamento i miasmi che uscivano dal suo sfiato si mescolavano a quelli del fritoin, per cui, vi lascio immaginare. Un’esperienza olfattiva che avrebbe messo in fuga anche le più motivate delle tedescone di cui ci parlava el Tony. 

Inoltre, come se non bastasse, quando all’amico di cui sopra, toccava il turno di dormire sul materassino soprannominato “Cunegonda”, si sentivano degli strani sfregamenti.  El Bibo lo redarguiva: “moighea de pinciar el materassin; varda che no el xé ‘na bamboea gonfiabie. Va a finir che ti neo sbusi! ”. E difatti, nel bel mezzo di una notte … Pum! Credo che quello che svegliò gli abitanti del condominio in cui alloggiavamo e i due adiacenti non fosse stato il botto ma, piuttosto le nostre fragorose risate. 

Tornando al nostro primo giorno al mare, sempre  EnsoPenso, grande stratega della missione, già da tempo, aveva pianificato tutto nei minimi dettagli per sfruttare al meglio quella settimana. 
Una volta preso possesso del maniero, la priorità assoluta era scegliere il posto in spiaggia. 
Mi stavo fiondando, voucher alla mano, verso il baracchino dello stabilimento quando mi strattonò. 

«Va pian, dovemo prima vedar», disse. 
Intendeva che non potevo farmi assegnare dall’omino del gabbiotto un posto qualsiasi. No, prima bisognava studiare il terreno e capire quale fosse davvero il migliore. E per migliore non si intendeva certo la distanza dal mare, dalle docce o dal chiosco, ma la vicinanza… con la gnocca

Iniziò così un tour estenuante sotto il solleone, alla ricerca del posto spiaggia strategico. Passavamo a zig-zag nel nostro settore, scrutando con occhi da falco gli occupanti degli ombrelloni. Lo scoramento sopraggiunse quasi subito: solo famiglie di tedeschi, sovraccariche di pargoli urlanti e ben rifocillati. 

«Ciao Tiziano! Che ci fai qui?» 
Il Tito restò immobile, come una caldaia in blocco: bisognava urgentemente trovare il pulsante rosso per riavviarlo. 

«Mimorti!» 
Quasi contemporaneamente, EnsoPenso venne catturato da due squinzie con le tette al vento. 

Una biondina dalla voce squillante aveva paralizzato il Tito, mentre era evidente che EnsoPenso, stava impartendo ordini all’aggeggio sotto il costume di non muoversi per non metterlo in imbarazzo. 

«B-29! Come el bombardier che ga buttà l’atomica so Hiroschima! Fa presto!» 

Bibo, il più sveglio di tutti, aveva, nel frattempo, preso le coordinate dell’ombrellone libero più vicino ai due target principali. Mi invitò a correre al baracchino prima che qualche signor Kurt, Franz o Otto ci fregasse il tratto. 

Soddisfatti della scelta strategica, ci sedemmo a un tavolino del chiosco per la prima riunione operativa. Fummo subito addosso a Tito per chiedere dati anagrafici e biometrici della biondina e relativa compagnia al seguito. 

“Ah sì, quea. Gera ‘na me compagna de classe” 

Con il tempo ho imparato che, quando Tito inizia con un «Ah sì» riferendosi a una donna o, facendo finta di non ricordarsi come si chiama; in realtà, sta dissimulando un interesse spasmodico. 

Era evidente che quell’incontro aveva riacceso qualcosa in lui: era inebetito, parlava in fretta e a voce troppo alta, 
cosa che gli capita solo quando è particolarmente agitato e felice. 

Ci riferì che quella tale Anna era lì con le due sorelle e un’amica, alloggiate nell’appartamento dei genitori di quest’ultima. 
EnsoPenso, invece, fu prodigo di dettagli nella descrizione delle tipe: una TAC non avrebbe potuto fare meglio. 
Quando gli chiedemmo se ci avesse parlato, si limitò a un silenzio eloquente. 
Bibo, che aveva attivato le orecchie oltre che gli occhi, ci informò che parlavano francese: da quel momento vennero ufficialmente classificate come “le francesi con le tette fuori”

Proposi subito di andare a sederci sotto l’ombrellone B-29 “Enola Gay” (nome dato all’aereo in onore della madre del pilota n.d.r.). Strizzando l’occhio a Tito, dissi che, secondo me, bisognava battere il ferro finché era caldo e avviare immediatamente le prime operazioni di abbordaggio delle sorelle più amica. Ovviamente il Tito avrebbe avuto diritto di prelazione su Anna. 

Il socio diventò rosso in viso e iniziò a sudare fisso. Disse che serviva pazienza: buttarsi subito all’attacco ci avrebbe fatti sembrare dei bavosi morti di figa. Era chiaro che la sua introversione patologica lo paralizzava, era visibilmente terrorizzato all’idea di butar el sardon con Anna. 

Non mi aveva mai parlato di lei, ma era evidente che ne fosse ancora innamorato cotto. E in fondo la cosa, mi consolava: anche lui, come me, aveva avuto un primo amore rimasto… sospeso.  

Per evitare di creare un trauma irreparabile al nostro amico, l’assemblea deliberò di rientrare alla “base operativa”, fare un rapido giro docce, uscire per una pizza e poi discoteca. 

La nottata al “Desideria” mi fruttò solo un terribile mal di testa. Di quella cosa lì non ci cascò, come da previsione, nemmeno una goccia; probabilmente, sarà stato perché il locale non figurava nella lista dei puttanodromi forniteci dal Tony. 

La domenica mattina, quasi senza aver toccato il letto, mi stesi all’ombra dell’Enola Gay; era meglio pisolare in spiaggia che morire asfissiato dalle scoregge di EnsoPenso. L’amico, come d’altronde faceva in radio, non aveva nessun rispetto per quei tre che condividevano con lui quei pochi metri quadrati per dormire. 

Ciao” 

Ad un certo punto sentii una voce, forse stavo sognando. Aprii lentamente l’occhio destro dato che il sinistro si rifiutava di collaborare. Pian piano vidi definirsi la sagoma di una ragazza bionda. Man mano che la palpebra si schiudeva vidi che era Anna. 

Mi chiese di Tiziano. Tiziano! Mi faceva sempre strano sentir chiamare il Tito con il suo vero nome. Dal modo in cui pronunciava quel nome, e da come mi tempestava di domande particolareggiate sulla sua vita presente, passata e futura, mi ci volle poco a capire che anche la tipa, illo tempore, ea gaveva vantà ‘na incocaia par el Tito.  

Quindi, da buon amico decisi di aiutarlo: iniziai a tessere lodi sperticate, ovviamente esagerando. Le parlai di Solaradio, di come senza di lui non sarebbe mai nata, e già che c’ero, gonfiai un po’ anche il mio curriculum; non si poteva mai sapere. 

Lei ascoltava attenta, quasi incantata. Dopo una mezz’ora buona di agiografia Tizianesca, arrivò la doccia fredda: stava partendo per tornare a casa ed era passata per salutare il Tito o Tiziano, come lo chiamava lei. Ma quel che è peggio, mi disse che nel posto dove abitava non si prendeva Solaradio: ciò voleva dire che, come Vera, si era trasferita in un’altra città. Era come se, anche lei, fosse scivolata in quell’universo parallelo dove finiscono le persone che spariscono dalla tua vita. 

Siete davvero dei bravi ragazzi, salutami tanto Tiziano. Digli che … non importa”. Mi rifilò un tenero bacio sulla guancia. In quell’istante vidi in Anna la stessa dolcezza della mia Vera. Dall’emozione, mi ritrovai a scavare con i piedi una buca profonda nella sabbia, quasi un piccolo cratere dei sentimenti repressi. 

Il povero Tito continuò per giorni a chiedermi di lei, bramoso di ogni dettaglio sul nostro colloquio. Era arrivato al punto di pretendere quasi una trascrizione parola per parola. Credo lo facesse per cercare in ogni sfumatura delle sue parole, una conferma che lei fosse ancora innamorata di lui.  

Poi seguirono i rimproveri, primo fra tutti quello di non aver chiesto indirizzo e numero di telefono, almeno capire la città dove abitava. Credo l’avrebbe percorsa tutta a piedi chiedendo ai passanti se conoscessero la sua Anna. E aveva ragione, forse me l’aveva anche detto. Ma io, in quel momento, ero più vicino al coma che alla lucidità. E poi, c’era stato quel bacio che non mi aveva fatto capire più niente. Pensate che di questo, ancora oggi, non gli ho mai detto niente. 

Ripensando al Tito e alla sua Anna, mi viene in mente che, anche lui, come me, per buona pace di tipi come Memo Bottacin, non appena nell’aria c’è sentore d’estate, manda in onda “Due ragazzi nel sole” dei Collage. 

Era, anche questa, una di quelle canzonette che uscivano, leggere, leggere, dalle radio, da quelle musicassette cigolanti o dai juke-box arrugginiti dalla salsedine, parlavano di passioni intense, di notte e pelle, di abbracci rubati e sogni a due.  

Ora, col senno di poi, mi è facile capire che il cuore gli fa ancora male per una storia non vissuta e che, canzoni come quella, non erano mai state sue. Erano esperienze mai fatte, emozioni che gli erano scivolate accanto, troppo veloci o troppo timide, e che, proprio come me, aveva lasciato andare senza nemmeno accorgersene. 

Per fortuna, quel pomeriggio ci fu l’indimenticabile partita di bocce con le francesi. Ricordo come fosse ieri l’espressione di EnsoPenso; aveva lo sguardo di chi avrebbe voluto giocare con ben altre bocce. Poi seguì un bagno collettivo, momento immortalato in una foto in cui EnsoPenso sembrava pronto a saltare addosso alla più grande, quella con le tette più sviluppate, da un istante all’altro. 

Il giorno dopo, non seguì invece un bel niente; anche le francesi si volatilizzarono. Serafico il Bibo con il suo sorrisetto sarcastico teorizzò che, probabilmente avevano cambiato settore in quanto si sentivano minacciate da quattro bavosi mandoloni. 

I posti accanto all’ombrellone B-29 Enola Gay si riempirono di nonne con frignanti nipotini. Di certe tedesche assatanate di sesso non ce n’era nemmeno l’ombra. O il Tony aveva fatto male i conti oppure, cosa più probabile, ci aveva presi per il culo.  

Il resto della settimana, per rimanere in tema teutonico, lo passammo a consolarci mangiando prelibatezze tedesche. Scoprimmo i favolosi Weißwurst bavaresi, ottimi con birra e patatine fritte. Ma, cosa ancora più degna di nota, nel panificio accanto al nostro condominio, vi era un tal assortimento di Craf che, al confronto, quelli di Ciano l’Onto, erano dolci per diabetici. 

Alla fine, ce ne tornammo a casa pieni di illusioni, scottature, una manciata di speranze e … qualche chilo in più. 

L’anno successivo arrivò la seconda edizione: niente Anna, niente sorelle e amica, niente francesi col seno al vento… ma almeno niente appartamento sopra la friggitoria. Questa volta avevamo un comodo due camere con soggiorno e, al piano di sopra, Marisa, la baby-sitter del figlio della coppia che gestiva l’edicola sottostante. 

Marisa accettò di essere condivisa da noi quattro sfigati. Si impietosì perché capì che, alla fine, in quella settimana, dei tipi come noi, non avrebbero trovato niente di meglio e, praticamente, si trovò a far da baby-sitter ad altri quattro bambini affamati di una certa cosa.  

Solo io, quell’estate, una sera, ebbi un’illusione breve ma intensa, come un lampo nel buio del mio eterno deserto affettivo. Accadde al Mr. Charlie, una discoteca praticamente sulla spiaggia (quella sì, era nella lista del Tony), con la pista che sembrava sospesa sul mare. Era tardi, l’aria fresca saliva dalle onde e la brezza salmastra sembrava darmi una tregua dal caldo e da tanti altri pensieri. 

Quando partirono le prime note di “The Captain of Her Heart”, la terrazza si tinse di una bella luce blu. Quella musica, con quel ritmo lento, aveva qualcosa di ipnotico. E fu in quel momento che accadde. 

Una ragazza, una biondina tedesca dagli occhi chiari e il volto sereno, si avvicinò senza dire nulla e mi porse la mano. Così, all’improvviso. Non ci fu tempo per pensare, solo per seguire il gesto e salire con lei su quella pista che guardava l’infinito. 

Ballammo in silenzio, con il vento che ci accarezzava i volti e il mare sotto di noi che sembrava suonare insieme alla musica. E in quella luce sfocata, con il battito lento del brano e il profumo del mare nell’aria, fu come se stessi ballando con Vera. Non era solo una somiglianza: era un’impressione profonda, viscerale, quasi mistica. Come se il ricordo di Vera si fosse incarnato per un istante in quella sconosciuta. Per tutta la durata della canzone non parlammo. Solo i nostri corpi, leggeri e imprecisi, si muovevano seguendo la musica e qualcosa di più antico, come se quel ballo fosse scritto da tempo, da un’altra vita. 

Poi, la canzone finì. 

E lei, dopo aver detto qualcosa che assomigliava a un “grazie”, come una Cenerentola senza scarpetta, sparì tra la folla, inghiottita dalla notte e dalle luci della discoteca. Non ci fu nemmeno il tempo per un “ciao”, una frase, uno scambio di nulla. 

Eppure, quel momento resta uno dei più belli e intensi della mia vita. Un sogno che durò una sola canzone, ma che continuo a ricordare come se fosse durata un’estate intera. Una breve apparizione che mi lasciò addosso la sensazione che, per un attimo, Vera fosse tornata davvero. Solo per me.  

L’anno dopo ancora non ci fu più nulla. Tutti e quattro ci “sistemammo” e passammo allo status di “impegnato”. 
 

Ma io al mare ho continuato ad andarci.  

Con lui, ho sempre avuto un rapporto di amore-odio: odio per come l’ho conosciuto da bambino: in una colonia dove sono stato peggio dei primi anni da militare. Amore per le occasioni che mi ha offerto da ragazzo… e che, il più delle volte, ho buttato. Di nuovo odio per il caldo soffocante di questi ultimi tempi e certe vacanze dalle quali non vedevo l’ora di tornare. Di nuovo amore per i bei sogni che mi ha regalato e perché, fondamentalmente … io con il mare ci parlo e lui mi ascolta. 

C’è un rituale che ripeto ogni anno: circa a metà luglio, al mattino presto, prendo la bici e percorro tutta la ciclabile sul lungomare, da casa mia fino al penultimo stabilimento balneare prima del faro. 
Lì c’è quel pezzo di spiaggia che quarant’anni fa ci vide ragazzi spensierati. Poi mi fermo al nostro chiosco, divenuto nel frattempo carissimo, per una colazione.  Mi siedo a guardare il mare. È una sorta di pellegrinaggio laico, un modo per toccare con mano chi ero e chi siamo stati. 

Quest’anno mi sono pensato di invitare il compare EnsoPenso, sperando che tirasse fuori un pensiero profondo, qualcosa di degno per commemorare i quarant’anni della nostra prima vacanza insieme. 

Ma a ti, co ti vedi tutte ‘ste fie coi costumi sgambai e col cuèo fora, no te vanta ‘na Gianni?” 

Ecco la sua riflessione esistenziale. Pensare che si è fatto più di cento chilometri per dirmi questo.  

Poi, ha iniziato a parlarmi di Tony Pavan. 
 

Secondo lui, è solo grazie a qualche raccomandazione ecclesiastica che Tony si era sistemato in una nota compagnia di assicurazioni, con super stipendio e mega benefit. 

Che gran rotto in culo. Bastava guardare le sue foto su Facebook: aveva trovato una compagna molto più giovane di lui, architetto di grido e gran bellezza ma, era più che certo che continuava a divertirsi “fuori casa”. Nonostante i sessantatré anni, era sempre in giro per discoteche, serate con DJ “veri”, radio “vere” e posti esotici. 
Sempre super abbronzato, camicetta bianca ben stirata, collana, braccialetti alla moda e circondato da una nuvola di gnocca.  

Insomma, vedere quelle immagini aveva fatto venire al compare una “Gianni” colossale. 

Secondo lui, i preti ci avevano fregato, imponendoci una vita grama e senza divertimenti. Dovevamo imparare a vivere dal Tony, diceva. 
E giù con quelle mezze parole che, tra le righe, celano il rimpianto di non aver mai trovato la sua donna ideale. Ormai la conosco a memoria, potrei disegnarla: bionda con i capelli ricci, gambe lunghe, tette piccole ma sode, brillante, non obbligatoriamente laureata ma obbligatoriamente patentata e automunita. Praticamente il ritratto di una di quelle francesi con le tette fuori. Una donna che, quando la porti in giro, faccia venire “una Gianni” agli altri. 

Xe stai anni de libertà, che bei…” 

Lo disse con lo sguardo malinconico rivolto al mare, come se parlasse direttamente alle onde. Capì subito che stava pensando a quel periodo prima che si “impegnasse”. 

Se ne stette per un po’ in silenzio, non mi restava altro che capirlo e osservarlo. 

Sulla spiaggia, i giovani ridevano, si rincorrevano, si sfioravano con quella disinvoltura che appartiene solo a chi non sa ancora cosa si può perdere. Ragazze e ragazzi che si corteggiavano, si guardavano negli occhi con la fame e la fiducia di chi ha tutto il tempo del mondo. E lui li osservava da lontano, come dietro un vetro che non si poteva rompere. Non era invidia. Era qualcosa di più sottile: rimpianto. 

Il rimpianto per un tempo che c’era stato, ma che, forse, non aveva saputo vivere davvero. Un periodo troppo breve, e troppo esitante, in cui le possibilità erano ovunque ma sfumavano prima ancora di diventare scelte. Una libertà che aveva, sì, ma che non sapeva di avere. O, forse, aveva paura di usarla. 

Poi, prese a parlarmi della chiesa e dei preti, non era la prima volta che mi faceva certi discorsi. Secondo lui, ci avevano riempito la testa di regole, di timori, di sensi di colpa. Ci avevano detto di aspettare, di comportarci bene, di non bruciare le tappe, e così, mentre aspettavamo, il tempo è passato. Alla fine, certe occasioni non tornano e se le beccano gli altri, meno inquadrati in certi schemi. 

Ti sa cossa che ea xé ea me vita? ‘Na gran finta!” 

Riprese a starsene in silenzio a guardare il mare e la compagnia di giovani ragazzi. 

E adesso, ad entrambi, con il mare davanti, e il vento addosso, e le voci allegre dei nuovi vent’anni che esplodono tutt’intorno, una malinconia ci si aggrappa addosso piano, come un lenzuolo sottile. È una malinconia strana, quasi dolce. Non è solo bellezza, è qualcos’altro; una specie di richiamo muto, come se l’acqua conservasse il ricordo di quello che poteva essere e non è stato. 

Ognuno di noi ha ancora nel cuore una ragazza che ama ricordare mandando in onda su Solaradio, con nostalgia e occhi lucidi, qualche vecchia canzonetta da spiaggia, come fosse una favola che avrebbe voluto vedersi realizzata. 

Tito non ha mai dimenticato Anna. Bibo pensa sempre a Vania, EnsoPenso; boh non saprei. Ma credo abbia centinaia di primi amori; o meglio, centinaia di tette culi e gambe che avrebbe voluto afferrare.   

Ed io, spero che proprio qui, su questa spiaggia, davanti a questo mare che trabocca di ricordi e che meglio di chiunque altro sa custodirli, un giorno il destino mi riporti a incontrare Vera. Quel primo amore intenso, acerbo e purissimo, mai davvero vissuto, e proprio per questo rimasto perfetto. Un amore così profondamente sentito da rimanermi addosso come un tatuaggio invisibile. 

Non mi vergogno di pensarci ancora, perché oggi il suo ricordo è persino più vivo di allora, pulsante e intenso. Perché quello che non è mai successo rimane puro, incontaminato, come se il tempo stesso avesse avuto paura di rovinarlo. Perché ciò che non accade mai non si consuma: resta inviolato, quasi sacro. 

Ho sempre avuto la sensazione che, anche senza un bacio, anche senza una parola d’amore pronunciata davvero; dentro di noi, ci siano frammenti d’anima condivisi, incastrati, stretti come radici e mai più sciolti. 

Nonostante gli anni, le storie vissute e quelle mancate, continuo a chiedermi se anche lei non abbia fatto lo stesso e, qualche volta, davanti a un altro mare, in un’altra città, in un altro tempo, sotto un altro cielo non stia rivolgendo lo sguardo altrove per pensare a me. 

Anche se non so se la vita mi darà questa occasione, resto qui, davanti a questo mare, fedele a un ricordo che non vuole morire. 

Il mare mi sussurra che è amore vero, proprio perché non è mai diventato altro. 

Tornami a mente il dì che la battaglia 
D’amor sentii la prima volta, e dissi: 
Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia! 

Giacomo Leopardi 

La stagione dell’amore … ascolta il podcast

Alla prossima trasmissione … rimanete sintonizzati! 

Racconto tratto dalla raccolta SOLARADIO – © 2025 Michele Camillo

La ragazza dell’ultimo banco

Da sempre ho un certo feeling con gli ultimi posti. 
Fin da piccolo, quando mia zia preparava pane, burro e zucchero per tutta la masnada dei cugini, io ero immancabilmente l’ultimo della fila e spesso rimanevo a bocca asciutta, un vero e proprio trauma infantile. Una costante nella mia vita. 

In chiesa, quando da ragazzo ci andavo, mi sedevo sempre all’estremo dell’ultima panca in una delle file laterali. 

Sceglievo quel posto, non perché mi sentissi un peccatore come il pubblicano della parabola, non avevo ancora quel tipo di consapevolezza spirituale, ma piuttosto per tenere le distanze da un certo mondo che, francamente, non mi piaceva. 

Dopo la Cresima, mentre la maggior parte dei miei coetanei evaporava come neve al sole, io invece continuai a frequentare la parrocchia. Non per slancio mistico, ma per una più umana, e disperata, necessità: trovare un luogo dove sentirmi visto, considerato, magari perfino valorizzato. In famiglia non venivo considerato, fuori venivo bullizzato. Speravo, ingenuamente, che lì dentro, almeno lì, avrei trovato amici veri. 

E invece no. Peggio che “fuori”, come i preti chiamavano con disprezzo tutto ciò che non ruotava attorno alla parrocchia. Sembrava un’azienda: se rientravi nelle grazie del parroco, magari perché eri figlio di o eri una bella gnocca di ragazza, valevi qualcosa. Altrimenti, specie se eri uno pieno di dubbi che faceva domande imbarazzanti, ti consideravano una presenza scomoda, una sorta di pezza da piedi liturgica. 

Eppure, nonostante questo, continuavo ad andare a messa. Non tanto per fede, quanto per puro e semplice terrore. Mia nonna paterna e i catechisti mi avevano instillato una paura viscerale dell’inferno: un girone eterno di fuoco e rimorsi riservato a chi sgarrava anche solo un po’. Così, per non sapere né leggere né scrivere, e per evitare eventuali eterni barbecue, pensavo che fosse meglio adempiere malvolentieri a certi obblighi al fine di evitare che finisse a schifio. 

In pratica, la messa e i suoi annessi e connessi, era la mia polizza assicurativa ultraterrena. Non sapevo bene cosa coprisse, ma non volevo correre rischi. 

Ero convinto che la pensasse allo stesso modo anche quella ragazzina che, come me, si sedeva sempre nei banchi in fondo. Aveva un’aria un po’ dimessa, appartata, e proprio quel suo modo discreto di esistere mi attirava. Non la conoscevo, la vedevo solo da poche settimane, o forse, c’era sempre stata, ma io non l’avevo mai davvero notata. 

Una cosa era certa: era timida quanto me. Quando arrivava il momento del segno della pace, ci sfioravamo appena la mano, come se avessimo paura di disturbare. Eppure, in uno di quegli istanti sfuggenti, riuscii a incrociare i suoi occhi. Verdi. Bellissimi. 

Notai che arrivava in chiesa con un certo anticipo. Così iniziai anch’io ad arrivare un po’ prima della messa, con la speranza, nemmeno tanto sottile, di avere qualche minuto in più per osservarla. Lei restava assorta, forse pregava. Iniziai a pregare anch’io… che capitasse finalmente un’occasione per parlarle. E il miracolo arrivò. 

Una domenica dimenticò il pullover sul banco. Avrei potuto correrle dietro e restituirglielo, ma preferii adottare una strategia più raffinata: usarlo come pretesto per saperne di più. 

Mi fiondai da suor Teresa, madre superiora e archivio vivente della parrocchia. Un’impicciona di alto livello, aggiornata in tempo reale su chi entrava, usciva e pure su chi avrebbe dovuto entrare ma poi aveva cambiato idea. 

Dopo un quarto d’ora, uscii dalla sagrestia con un dossier completo di profilo psicologico, più dettagliato di un rapporto dei servizi segreti. Si chiamava Carolina S., figlia di Giovanni S., il nuovo custode dell’impianto di depurazione. Ultima di quattro figli, gli altri tre maschi. 

Ma suor Teresa mi mise anche in guardia: “È una tipa strana,” disse. Gemma, figlia di siora Tersilla gli aveva riferito che a scuola Carolina si sedeva sempre all’ultimo banco, non parlava con nessuno e prendeva voti piuttosto bassi. 

A me, però, quel profilo da creatura silenziosa e incompresa non faceva paura. Anzi, mi sembrava familiare. Forse perché, sotto sotto, io ero esattamente come lei. 

Prima di congedarmi, suor Teresa mi posò una mano sulla spalla e mi disse, con un sorriso che sapeva di complicità: “Vedi un po’ di tirarla in qua, quella ragazza.” 
Fu come se per un attimo il mondo mi riconoscesse. Mi sentii felice, davvero felice, era una delle rare volte in cui qualcuno mi mostrava fiducia, come se potessi davvero fare qualcosa di bello. Come se valessi. 

Tra le tante informazioni che mi aveva passato, ce n’era una che mi colpì più delle altre: quella “strana” ragazza aveva l’altrettanto strana abitudine di salire sulla sommità della “collinetta”, un’anonima montagnola di terra di riporto, avanzata dagli scavi per il canale del depuratore, e starsene lì, ad ascoltare la radio a tutto volume. 

Io lo sapevo cosa voleva dire essere considerato “strano”. Lo ero anch’io, e sapevo che noi strani abbiamo i nostri piccoli riti, i nostri luoghi sacri, le nostre abitudini silenziose. Se Carolina, sì, ormai sapevo il suo nome, era davvero come me, allora l’avrei trovata lassù. 

Dopo pranzo presi il pullover, montai in sella alla bici e iniziai a pedalare verso la zona del canale scolmatore. Più mi avvicinavo, più il cuore accelerava, come se volesse anticipare l’incontro. 

E poi successe. Prima, lontano, un suono: una musica che si perdeva nell’aria, portata dal vento. Un buon segno. Un presagio. E subito dopo, eccola. 

Era lì, in cima a quella collina di niente, con lo sguardo perso verso l’orizzonte, come se cercasse qualcosa che non sapeva nemmeno lei. Il vento le agitava la coda di cavallo, e ogni tanto una ciocca le attraversava il viso. Vederla fu come ricevere un’impronta indelebile: qualcosa mi colpì dritto al cuore e si incise nell’anima, senza chiedere il permesso. 

In quel momento, prima ancora di dirle una parola, capii che non era solo curiosità quella che mi spingeva verso di lei. Era qualcosa di più profondo. Forse tenerezza. Forse qualcosa che assomigliava già a una forma primitiva d’amore. 

Stranamente non era sorpresa nel vedermi, sembrava mi stesse aspettando ed ebbi l’impressione che quel pullover se lo fosse dimenticato apposta. 

Te lo sei dimenticato”; dissi quasi balbettando. 

Grazie”; rispose con un filo di voce. 

Menomale che c’era la radio accesa perché non sapevo proprio come proseguire la conversazione; quell’imbarazzante silenzio tra noi due mi parve eterno. 

Ma tu, come facevi a sapere che ero qui?” 

E adesso che gli dico?”, pensai. Mi prese una sorta di panico. Non potevo di certo raccontargli della mia piccola indagine su di lei. 

Cosa stai ascoltando?” Nella vita, sono da sempre stato un esperto nello sviare discorsi e domande imbarazzanti. 

“Il rumore del treno; quello va verso il mare, vero?” Indicò con lo sguardo malinconico il treno che stava sfrecciando li vicino. 

Certo che era veramente strana. Vabbè, visto che voleva parlare di treni e di mare la accontentai. Gli raccontai della miriade di parenti che avevo nella direzione nella quale andava il treno. L’avevo preso tante di quelle volte che conoscevo tutte le fermate a memoria. Le spiegai che non portava direttamente al mare ma che bisognava scendere a una particolare stazione e poi proseguire in autobus. L’avrei fatto da li a qualche settimana. Finita la scuola sarei andato a passare l’estate al mare da zio Bruno e zia Stella.  

“Mi piacerebbe venire con te” 

Era lì, con il viso rivolto al cielo, come se la sua frase fosse una verità già detta al vento. 

Il tempo, lassù su quella montagnola di terra, si fermò di colpo. Il treno ormai era lontano, un rumore sempre più fioco fino al silenzio. E proprio in quell’istante, come orchestrato da un regista invisibile, dalla radiolina di Carolina partì Run to Me dei Bee Gees. Sembrava che lo speaker ci stesse leggendo dentro. 

Le sue parole mi colpirono al petto con la forza quieta delle cose semplici e vere. 
 

Non sapevo cosa dire. Ero turbato, spiazzato, felice e impacciato tutto insieme. 
Mi girai appena verso di lei, senza osare troppo. 
 

Ancora una volta cambiai discorso. Gli parlai del mio sogno di mettere in piedi una piccola radio libera, come quella che stava ascoltando. Andai avanti non so quanto con il mio monologo.  

Ci vediamo; ciao” Ad un certo punto prese radio e pullover e, senza nemmeno guardarmi in faccia sparì. 

Rimasi come un ebete per più di un’ora sopra la montagnola. Sapevo di aver fatto qualcosa di sbagliato ma, non riuscivo a capire cosa. 

Per tutta la notte mi rigirai nel letto senza riuscire a dormire. Era quasi l’alba quando pronunciai ad alta voce “andiamo!”. I miei si spaventarono a causa di quella specie di urlo che avevo cacciato. 

La giornata a scuola non passava mai. Quando suonò la campanella dell’ultima ora ero già praticamente in sella alla bici. A casa mangiai in fretta e furia, avevo la sensazione che dovevo fare presto. 

Il mio piano era perfetto. Domenica l’avrei fatta salire con me su quel treno che porta al mare e saremo andati a trovare i miei zii. Zia Stella e zio Bruno, due cuori semplici, caldi, pronti ad accoglierla come una di famiglia.  

Avevo studiato tutto nei minimi particolari; bisognava saltare messa ma, chi se ne fregava; il buon Dio, se esisteva, mi avrebbe perdonato; in fin dei conti era per un buon fine e, cosa da non poco, avevo l’approvazione di una religiosa. 

Pedalavo più forte che potevo. Ma poi il passaggio a livello… 
La sbarra era giù. Una fila di auto immobili, facce imprecanti e clacson impazienti. Il treno era lì, fermo, la gente si sporgeva dai finestrini cercando aria e novità. 

Imboccai la stradina sterrata che correva lungo la ferrovia, quella che portava su, alla montagnola. 
Quando alzai gli occhi, vidi in lontananza qualcosa che mi fece gelare il sangue: lampeggianti blu, un camion dei pompieri, un’ambulanza, volanti della polizia. Una piccola folla si era già formata, come accade sempre quando la tragedia diventa spettacolo. 

Il cuore mi cadde. 
Non volli avvicinarmi. 
Non volli sapere. 
Preferii salire sulla montagnola con le gambe tremanti. 

E lì, in mezzo al silenzio tagliente, trovai la sua piccola radio. Ancora accesa. 

Dall’altoparlante usciva solo il fruscio che si sente quando non c’è nessun segnale radio. Mi avvicinai. 
 

Con mani tremanti, abbassai il volume. Poi chiusi lentamente l’antenna, come si chiude la palpebra di qualcuno che dorme per sempre. 
Ogni gesto era una carezza, un addio. Era come se, nel sistemare quella radio, stessi ricomponendo il suo corpo che, lo sapevo, era lì poco distante, nascosto sotto un lenzuolo bianco. 

Me la misi sottobraccio. 
Poi, senza sapere dove andare, iniziai a pedalare. Forte. Fortissimo. Singhiozzando. Con il cuore in gola e le lacrime che mi annebbiavano la strada. 

Volevo prendere insieme a lei quel treno per il mare. 

Ma, ero arrivato tardi, troppo tardi, e lei, si era fatta prendere dal treno per il mare che, l’ha portata via per sempre. 

Il giorno del funerale non c’era molta gente in chiesa. A dire il vero, la maggior parte dei presenti non erano neppure parrocchiani. Sembravano più che altro curiosi, di quelli attratti non dal dolore, ma dal dramma. Il suicidio, si sa, attira sempre un certo tipo di attenzione storta, morbosa. 
I “veri” frequentatori della parrocchia forse si vergognavano di partecipare al funerale di una sfigata, come qualche mio “fratello” o “sorella” l’aveva definita.  
D’altronde Carolina non conosceva quasi nessuno. E quasi nessuno la conosceva. Tranne me. 

Il suo posto, all’ultimo banco della fila laterale, era vuoto. Mi sedetti lì, come fosse l’unico gesto sensato da fare. Una piccola fedeltà. Poi, a un certo punto, sentii un abbraccio stringermi forte. Era suor Teresa. 
 

Mio padre mi aveva sempre ripetuto che un uomo vero non deve piangere. Ma in quell’istante, con quell’abbraccio improvviso e materno, crollai. Le parole uscirono rotte, quasi senza voce: 
 

Non ho fatto in tempo…” 

Suor Teresa si sedette accanto a me, mi prese la mano con dolcezza. “Coraggio,” sussurrò. “Ora lei è dappertutto. Non cercarla al cimitero. Troverai Carolina in tutti i luoghi in cui sceglierai di ricordarla. Il tuo amore per lei è vivo, e lo sarà per sempre. E sai una cosa? Puoi ancora far qualcosa per lei. Puoi costruire qualcosa in suo nome.” 

È inutile dire che quello che è successo a Carolina ha segnato la mia vita. Ha scardinato tutte le poche certezze che avevo. Ha mandato in crisi la mia fede, o almeno quella che credevo fosse fede. 
Mi ha lasciato addosso la sua fragilità. Ma col tempo ho imparato che anche la fragilità può essere un dono: ti costringe a guardare più a fondo, con più umanità, con più verità. 
 

Mi ha trasmesso la paura di lasciare. Lasciare qualcuno che forse non ho mai amato veramente, per paura che possa fare lo stesso suo gesto estremo. È una paura ingombrante. Ma è reale. E, purtroppo, non è mai passata. 

Eppure, non mi ha lasciato solo con la paura. Mi ha lasciato anche una missione. Una possibilità. 
Suor Teresa mi aveva detto: “Puoi costruire qualcosa in suo nome.” E io l’ho presa in parola. 

Anzi, ho fatto di più. 
Ho costruito qualcosa che porta il suo nome. 

Non ho mai dimenticato quel breve momento in cima alla montagnola di terra, quel frammento di eternità che ci è stato concesso. 

In uno dei tanti pomeriggi silenziosi che passavo lassù, seduto accanto alla radiolina che era stata sua, girando le manopole per sentirla ancora un po’ vicina, inciampai in una trasmissione curiosa. Un tizio stava raccontando la storia di una fantomatica Radio Caroline

Quel nome mi colpì al petto come un sussurro. 
Ascoltai. 

La voce narrava di una radio pirata che, negli anni Sessanta, trasmetteva da una nave ancorata in acque internazionali, al largo delle coste inglesi. 
Quel racconto mi affascinò, aveva un’aura romantica.  Che figata quella radio pirata, mandava in onda la musica che le emittenti ufficiali censuravano, abbattendo muri, ignorando confini, accendendo sogni. Aveva dato voce a chi non ne aveva, aveva fatto volare in alto i Beatles, i Rolling Stones e tanti altri. 

Mi vennero i brividi. Era come se quel racconto parlasse direttamente a me. A noi. 
 

Fu in quel momento che capii una cosa semplice e immensa: 
su quella collina di terra apparentemente inutile erano nate due forme d’amore indistruttibili. 
Una per Carolina
E una per la radio

E così, con il tempo, nonostante le paure, nonostante le ferite, nonostante il non credere più in molte cose che prima mi sembravano certezze, ho realizzato un sogno. 
Un sogno che ha il suono della sua voce, l’eco delle sue mani timide, il profumo del vento tra i suoi capelli. 

Ho realizzato il mio grande sogno di “fare radio”. Ho creato una piccola emittente. Una radio semplice, senza pretese. Ma vera. 

L’ho chiamata Radio Carolina
 

If ever you got rain in your heart, 
Someone has hurt you, and torn you apart, 
Run to me whenever you’re lonely 
Run to me if you need a shoulder 
Now and then, you need someone older, 
So darling, you run to me. 

And when you’re out in the cold, 
No one beside you, and no one to hold 

And when you’re out in the cold, 
No one beside you, and no one to hold 

So darling, you run to me. 

Se mai avessi la pioggia nel cuore, 

Qualcuno ti ha ferito e fatto a pezzi, 

Corri da me ogni volta che ti senti sola 

Corri da me se hai bisogno di una spalla 

Ogni tanto, hai bisogno di qualcuno più grande, 

Tesoro, corri da me. 

E quando sei fuori al freddo, 

Nessuno accanto a te, e nessuno da abbracciare, 

Tesoro, corri da me. 

Da “Run to me” – Bee Gees 

Anima sbiadita … ascolta il podcast

Racconto tratto dalla raccolta PICCOLE STORIE DI PICCOLE RADIO – © 2025 Michele Camillo