Samorti l’istà!

Ai bei tempi andati, il panorama sociopolitico era molto più semplice e spartano rispetto a oggi. Nel nostro quartiere, la battaglia per assoggettare il popolino, si riduceva al duello tra preti e comunisti. 

Fin da quando ci hanno visto piazzare il palo dell’antenna sul tetto del paeasson come fosse l’albero della cuccagna, le due fazioni di cui sopra, hanno sempre tentato di trascinare la nostra piccola radio dalla loro parte. 

I preti, con la loro diplomazia divina, sapendo che, in fin dei conti avevano a che fare con dei fioi de cesa, cercavano di convincerci a trasmettere la messa in diretta, brandendo l’arma del ricatto spirituale: “Santificazione e paradiso garantiti, oppure un biglietto di sola andata per l’inferno!” Ma noi, pur sapendo che, probabilmente, al termine della nostra vita terrena saremo finiti per ardere nel girone dei radiofonici eretici e traditori, non cedemmo e continuammo a mandare in onda “Figli delle stelle” anziché “Io non sono degno”. 

I compagni della locale sezione, invece, giocarono una partita ancora più subdola, almeno con me. Per far passare le loro richieste, non esitarono a mandare in campo la loro arma segreta: Cate, la splendida attivista della FIGC. Lei, con quegli occhioni da cercatrice di anime e un sorriso che avrebbe fatto cantare “Bandiera Rossa” anche a un democristiano della prima ora, mi stese in un secondo. Non ebbi scampo. Solo a guardarla, già immaginai di trasformare la nostra programmazione in un h24 di inni rivoluzionari intervallati da “Bandiera Rossa”. Mi presi una tal incocaia per la giovane compagna comunista che non riuscivo a pensare ad altro.  

Insomma, ci mancava poco che appendessi il poster di Marx in studio! 

Tito, Paperoga e EnsoPenso dovettero quasi prendermi a testate per farmi rinsavire e, alla fine, “Bandiera rossa” non venne mai mandata in onda. Mi furono concesse solo le canzoni dei “compagni” Guccini e Venditti.  

Non appesi il poster di Marx, ma quello di Whitney Houston, perché, dannazione, aveva lo stesso sguardo di Cate nel momento in cui le nostre anime si sono intrecciate. 

Sentivo che anche lei provava qualcosa per me, e il nostro era un gioco delicato tra due introversi, che celavano i propri sentimenti dietro una maschera di apparente sicurezza. 

Per lanciarle i miei messaggi radiofonici d’amore subliminali usavo mascherarmi dietro i personaggi dei fumetti Disney o della mitologia classica. Una sera d’estate mandai in onda “Ti amo” di Tozzi, dedicata a una certa Minnie da parte di un certo Topolino.  

Dopo qualche minuto, ricevetti una sua telefonata. Il cuore cominciò a battere come se lo stesse suonando il mitico Tullio De Piscopo. 

“Di a quella scema di Minnie che si svegli! Perché un uomo che la vuole abbracciare mentre stira cantando non è altro che uno stronzo maschilista di merda! Fanculo Topolino!” 

“Ti amo Cate! Non ti preoccupare, stiro io” avrei voluto dirle ma non ne avevo il coraggio. Così, me ne stetti in silenzio ad ascoltare la sua filippica femminista. Purtroppo, le nostre paure e insicurezze si frapposero tra noi, opponendosi a un destino che sembrava volerci unire. 

L’episodio più eclatante di questo mio strano modo di volerle bene fu quando scoprii che era nelle liste per le elezioni comunali. La domenica del voto, preso dalla foga di riuscire a votarla, finii talmente lungo sulla pista con il mio 104 che dovettero alzare la barriera di protezione. Quella domenica, per una serie di circostanze, fu anche l’ultima della mia vita precedente da pilota dell’Aeronautica. Ma questa è un’altra storia che, potete trovare in altri racconti meno radiofonici e più aviatori. 

Da quella domenica, persi anche le tracce della stupenda Cate, ma non quel pezzo della sua anima che dimora ancora in me. 

E comunque nemmeno lei, riuscì a scalfire l’indipendenza di SolaRadio; almeno fino a questa estate. 

Tutto ebbe inizio in un piovoso pomeriggio di maggio, quando ea siora Franca, altrimenti conosciuta come ea Parona, stufa di farsi le canoniche due settimane nel solito campeggio al Cavain, impose al marito Silvano Visentin general manager del bar “Nane Sbèrega” di passare le ferie in Grecia. 

La si sentiva urlare fin sul piazzale della chiesa. “Basta, Silvano!” tuonò con una determinazione che avrebbe fatto tremare anche quel cricco di Maci Busetto. “So stufa de ‘ndar al Cavain a far da serva a to’ fie e a to’ mare, intanto che ti, co ea scusa che ti vol tegnir verto, ti stà qua a gratarte i cojoni insieme a quei quattro sbaeoni dei nostri clienti! Ghesbiro, xe tutti che va Mico, Santonini, Schiato e quei posti là. Possibie che noialtri ghemo da essar de manco. E no’ stame dir che ghe vol massa schei; va remengo ti e quei gransi pori che ti ga in scarsea!” 

Il povero Silvano, si trovò dunque a dover affrontare la più grande sfida della sua vita: chiudere il bar per ben tre settimane in agosto, un’azione che fu vissuta come un colpo di stato. Quando il Visentin, tutto grondante di sudore, appese il cartello di chiusura, l’atmosfera si fece così pesante che sembrava avesse appeso l’epigrafe di un caro amico. 

E fu così che la tragedia si abbatté sul popolo dei paeassoni. La gente fu colta da un’angoscia collettiva degna delle migliori tragedie greche. Un’aria di smarrimento aleggiava nelle strade: Vedevi i volti di gente come Denis Sgorlon e Gigio Spolaor scavati dalla disperazione. Mentre, qualcuno come Marietto Castellan, seduto sul muretto davanti il plateatico di Nane, inveiva contro Silvano, l’estate e tutti i suoi annessi e connessi. 

Pensate che nacquero chat dedicate alla ricerca disperata di un’alternativa che potesse soddisfare i rigidi standard del bar. Ma niente, nemmeno il più sboldro dei cinesi riusciva a essere così onto e rutto free come il Nane Sbérega.  

Nel viale centrale dei paeassoni regnava un inquietante silenzio. Le serate si trascinavano senza senso, sembrava di essere piombati nuovamente ai tempi del lockdown; nessun segnale di vitalità. 

Nessuno, tranne noi  fioi dea radio; che, ligi al nostro dovere di radiofonici da prima linea, nonostante in piena notte ci fossero trentadue gradi in studio, continuavamo imperterriti a diffondere nell’etere tutta una serie di puttanate estive per alleviare i nostri accaldati ascoltatori.  

I nostri tre ventilatori grandi come le eliche del Titanic erano praticamente inutili. In più, ci si metteva anche EnsoPenso. È sempre stato colorito nelle sue espressioni e, con quel caldo infernale dava il massimo. “So tutto petaisso come un spuaccio petà sol muro. Go e caldane come e done in menopausa; me par de essar ‘na stua; quasi, quasi, me fasso far ea detrassion par el sentodiese. Go el suor che spussa da ajo, se me passo ‘na fetta de pan sotto e scage vien fora ‘na bruschetta eccessionae. Go el fià talmente caldo che riesso a cusinarte ‘na luganega co’ un rutto”. Oltre alle suddette litanie, dovevamo sopportare anche le emissioni dal suo retrobottega. In quel silenzio surreale, il sonoro si udiva per tutto il quartiere mentre, il tanfo era riservato a una ristretta cerchia di fortunati che gli stavano vicino. Queste erano le condizioni in cui ci toccava trasmettere. 

Una sera sentii del brusio dabbasso, mi affacciai e vidi che erano Denis Sgorlon e Milio Vianeo  

  • Che ghe sia qualcun?  
  • Mongoeo se i trasmette vol dir che i ghe xé; dai sona! 

Prima che suonassero li anticipai invitandoli a salire 

Oi fioi, no’ savevimo dove casso ‘ndar”  

Non era la prima volta che qualcuno sale su in studio da noi con questa motivazione; a prima vista, potrebbe sembrare una frase comune, quasi banale. Eppure, ogni volta che la sento, mi riempie di orgoglio. Perché in quelle poche, semplici parole, si nasconde un significato profondo, il riconoscimento del valore sociale della nostra piccola radio. 

Perché la nostra radio non è solo un mezzo di comunicazione. È un faro nella notte di questo quartiere degradato, una presenza costante che accompagna, sostiene, e dà voce a chi altrimenti potrebbe sentirsi solo ed emarginato.  

Quando qualcuno dice “non sapevamo dove andare” e poi trova la risposta sintonizzandosi sulla nostra stazione, significa che abbiamo fatto qualcosa di giusto, che il nostro impegno non è stato vano. Abbiamo offerto uno spazio sicuro, un rifugio, un luogo dove sentirsi accolti e compresi. Ogni volta che qualcuno ci racconta di aver trovato conforto nelle nostre trasmissioni, mi sento profondamente felice. Perché so che la nostra piccola radio ha fatto la differenza, ha avuto un impatto reale nelle vite delle persone. E questo, in fondo, è il motivo per cui esistiamo. 

Samorti l’istà”  

Milio, con la camicia sbottonata e i rivoli di sudore che, cadendo dalla pancia, bagnavano il pavimento, si stravaccò sul divanetto facendosi fresco con un vecchio vinile usato a mo’ di ventaglio. 

Quelle parole decretarono per sempre la fine dell’indipendenza politica della nostra emittente. 

Buonasera a tutti! Oggi abbiamo l’onore—o forse la fortuna sfacciata—di avere qui con noi in studio i fondatori del movimento ‘Samorti l’istà,’ che SolaRadio è fiera di appoggiare con tutto il nostro cuore e il loro portafoglio!” 

Non appena mi sentirono, i due ospiti cercarono la via di fuga come topi in una dispensa all’improvviso illuminata. Ma non avevano fatto i conti con il mio fido socio Paperoga, che con la prontezza di un buttafuori da discoteca, li bloccò al volo e li spintonò senza tanti complimenti verso la postazione microfonica. “Dai fioi, che xè divertimo!” esclamò con un sorriso che mescolava sadismo e ospitalità. 

L’intervista fu un vero e proprio spettacolo, un’epopea radiofonica che resterà negli annali. Alla mia domanda su cosa avessero contro l’estate, i due si trasformarono in un fiume in piena, come se stessero cercando di vincere il premio per il maggior numero di lamentele espresse in un minuto. 

Venne fuori che, l’estate non si aspetta più con trepidazione ma con angoscia. Non è più la bella stagione ma, un problema da affrontare. Non è più sinonimo di libertà ma di obblighi e prigionia, il primo fra tutti quello che ti costringe a stare tappato in casa, se sei fortunato con il condizionatore altrimenti, con un semplice ventilatore che muove aria calda. 

Così, come analogamente avvenne ai tempi del lockdown, emanammo un “decreto radiofonico” che obbligava tutti quei dei paeassoni e zone limitrofe a rimanere in casa fintantoché persisteva el sofego causato da quel cancaro bueo marso di anticiclone africano. Era comunque permesso uscire per: 

  • Andare a lavorare; anche se i medici dicono che gli anziani non devono uscire mentre tu a sessantasette anni, alle due del pomeriggio, sei ancora che ti arrampichi su un’impalcatura perché non puoi andare in pensione. 
  • Andare dal medico; anche se troverai il sostituto del sostituto del sostituto; spesso un ragazzino che riesce a sbagliare la prescrizione con il rischio di farti finire all’altro mondo. 
  • Andare al supermercato; anche se all’interno c’è la stessa temperatura del nord Islanda e ti tocca andare dal medico di cui sopra che invece di prescriverti lo sciroppo per la bronchite ti fa la ricetta per un lassativo. 
  • Andare al pronto soccorso; anche se troverai lo stesso ragazzino di cui sopra che ci lavora a gettone per una cooperativa che, dirà ai tuoi congiunti mentre ti stanno portando in rianimazione, che te la sei voluta; non te l’ha ordinato il dottore, e lui è dottore, di salire su un’impalcatura alle due del pomeriggio e per giunta a sessantasette anni. 
  • Andare giù in garage; anche se prima ti devi infilare una pesante tuta in fibra di titanio per non farti pungere dalle zanzare 
  • Andare in ferie; anche se preferisci startene a casa in mutande a guardare la TV. Ma il mainstream ha deciso che devi andare da qualche parte, e non solo in un posto qualsiasi, ma in uno più costoso e lontano di quello dell’anno scorso. È un complotto mondiale, orchestrato dal deep state del turismo! Ti fanno il lavaggio del cervello con frasi tipo “viaggiare ti apre la mente”. Ma l’unica cosa che apri davvero è il portafoglio, per svuotarlo e arricchire così big tourism. 
  • Andare in spiaggia; anche se devi sciropparti quattro ore di coda per farti quattro chilometri e poi, quando finalmente arrivi, non puoi nemmeno fare una passeggiata in santa pace senza rischiare l’esaurimento nervoso. Le donne sono tutte con il culo fuori e se non vuoi andare fuori di testa, ti tocca rimanere legato al lettino sotto l’ombrellone, come un tacchino al forno. 
  • Andare a un funerale; anche se quel giorno dovevi andare in spiaggia e non sai quale dei due sia il male minore. 
  • Andare ovviamente affanculo; mandato da qualcuno che reso irascibile dall’opprimente calura, non ha affatto apprezzato il fatto che solo il giorno prima gli avevi garantito l’arrivo della pioggia.  

L’intervista si trasformò così in una seduta di terapia collettiva, un grido di battaglia contro l’estate e il terrorismo psicologico degli esperti meteo, con il nostro studio radiofonico come centro nevralgico della resistenza. E alla fine, mentre i due fondatori del movimento si riprendevano dallo sfogo, un pensiero si fece largo nella mia mente: forse, ma solo forse, l’estate aveva finalmente trovato i suoi peggiori nemici! 

La linea telefonica esplose come il centralino dei pompieri. Gente da ogni buco dei paeassoni chiamava per unirsi al coro delle proteste e per chiedere informazioni su come iscriversi al movimento. 

Quel giorno, oltre al movimento “Samorti l’istà”, nacque anche l’omonimo programma radiofonico. 

Fu un’idea nata dal desiderio di riportare in vita quei ricordi delle belle estati di una volta che, col tempo, si erano sbiaditi come vecchie fotografie, conservate in cassetti polverosi. In studio si respirava un’atmosfera dolce e nostalgica, un po’ come quando si ritrova un vecchio amico dopo tanti anni. Gli ospiti, sia presenti che al telefono, si abbandonavano ai racconti delle loro estati passate, quegli anni in cui il tempo sembrava allungarsi all’infinito e le giornate si fondevano in un’unica e lunga avventura. 

Le sere, raccontavano, erano il momento più magico. Allora non c’era l’aria condizionata a chiuderti tra quattro mura; ci si ritrovava all’aperto. Ognuno portava da casa la propria sedia, piccole reliquie di legno e vimini, che cigolavano leggermente quando ci si sedeva sopra, e ci si sistemava in cerchio, come per disegnare uno spazio di intimità condivisa. Al centro, immancabile, una grande anguria, il cui rosso succoso e dolce simboleggiava il cuore dell’estate stessa.  

E noi mandavamo in in onda quelle melodie che, al primo accordo, risvegliavano in ciascuno immagini di estati lontane. Quei brani che riecheggiavano dalle finestre aperte, dai juke-box dei bar, dalle radio portatili appoggiate sulla sabbia calda delle spiagge. Erano colonne sonore di un tempo in cui la felicità aveva un ritmo semplice e sincero.  

E poi, inevitabilmente, si arrivava a parlare degli amori estivi, quegli amori che nascevano e crescevano in un battito di ciglia, ma che avevano la forza di lasciare un segno indelebile. Storie di lunghe passeggiate mano nella mano sulla spiaggia. Storie di sguardi intensi e di promesse fatte a notte fonda, promesse che forse non sarebbero state mantenute, ma che in quel momento sembravano più reali di qualsiasi altra cosa. 

“Samorti l’istà”, fu un inaspettato Successo per la radio, non era solo un programma radiofonico; era un viaggio nel tempo, un ritorno a quelle estati perdute in cui tutto sembrava possibile, e nelle quali, samorti, faceva meno caldo. 

“L’estate sta finendo e un anno se ne va” Recita la famosa canzone. Una volta, quando la sentivo provavo malinconia; ora invece, una gioia immensa.  

L’estate sta finendo, finalmente è arrivato settembre, e con lui, la quiete che tanto aspettavo. È in questo periodo che inizio a frequentare il mare, lontano dal caos estivo, sulla mia spiaggia preferita. Un luogo che sembra uscito da un’altra epoca, una gemma nascosta che ha conservato intatta la sua bellezza senza tempo. Vi si accede percorrendo una stradina in mezzo ai campi di granturco, quasi un tunnel segreto che ti porta indietro agli anni ’60.  

C’è anche un chiosco incantevole, uno di quelli con un fascino retrò, dove il tempo sembra scorrere più lentamente. Seduto a uno dei suoi tavolini, senza ombrelloni che ostacolino la vista, puoi assaporare la poesia del mare in tutta la sua purezza. Il panorama è un dipinto vivente, con le onde che si infrangono dolcemente sulla riva e il sole che si tuffa pigramente all’orizzonte, colorando il cielo di sfumature dorate. 

Oggi, il mio primo giorno di mare coincide con l’ultimo giorno di apertura del chiosco, come se ci fosse una connessione segreta tra me e questo luogo. Mi piace l’idea di andare controcorrente, di vivere l’estate quando gli altri la stanno salutando. E così, mentre il sole inizia a calare dietro le dune e la brezza salmastra che mi accarezza il viso, sorseggio il mio primo spritz al mare. 

Buonasera, signor Topolino, o Enea, o come cavolo ti piaceva chiamarti.” 

Non ho il coraggio di voltarmi, perché, nonostante il tempo sia passato, conosco quella voce, e l’idea che possa essere davvero lei mi fa tremare. 

E poi, eccola lì, Cate, materializzatasi come un fantasma del passato, con in mano un bicchiere ormai vuoto e gli stessi occhioni pieni di gioia che mi avevano fatto impazzire quarant’anni prima. Il tempo non sembrava averle tolto nulla, anzi, sembrava aver aggiunto un fascino malinconico che mi colpì al cuore. 

Che ci fai qui?” balbetto, parole che escono a fatica dalle labbra. 

Senti chi parla. Che ci fai tu qui? Io ci vengo ormai quasi ogni sabato da inizio giugno. Ma perché non ti ho mai visto?” Mi risponde, con un sorriso che non riesce a nascondere la sorpresa.

Prima che potessi dire altro, un uomo spuntato non so da dove, le cinge il fianco per portarla via. Lei si smarca e torna verso di me con uno sguardo che mescola intensità e rabbia, come se tutti quegli anni fossero esplosi in un solo istante. 

Posa il bicchiere vuoto sul mio tavolo. “Figlio di puttana. Si può sapere perché hai deciso di saltar fuori solo ora?” Abbasso un attimo lo sguardo, tempo di rialzarlo ed è già sparita, probabilmente per sempre. 

Il mare, che fino a poco prima sembrava un rifugio di pace, si trasforma nel testimone muto di un rimpianto per un passato che non avevo mai dimenticato. 

Samorti l’ista! 

P.s.  Questa massacrante estate sta finendo e l’angoscia è ormai passata. Ma se volete far parte del movimento contattate la redazione. Torneremo l’anno prossimo più forti e cattivi che mai!  

Tratto dalla raccolta SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

Zumpappà contro Unz-Unz-Unz

Incredibile, siamo quasi a metà giugno e l’estate sembra non arrivare. Chissenefrega, tanto non sarà più una di quelle belle estati di una volta dove regnava sovrano il mitico anticiclone delle Azzorre, quello del colonnello Bernacca per intenderci.

Quelle estati quando bastava tenere in sfesa le finestre dello studio per fare corrente e rinfrescare. Quando con uno stick gusto Cola in bocca mandavo in onda a gogo Umberto Tozzi, Gianni Togni, Alan Sorrenti e compagnia cantante; e quando in sella al CIAO, CALIFFO o, per i poveri in canna come me, in bicicletta; si andava dal vecio Gino Marton a mangiare l’anguria.

Ho il terrore che arrivi quel cancaro de sofego che me fa deventar tutto petaisso e le zanzare tigre che ti pungono h24; maledette, contribuiscono a farmi dubitare dell’esistenza di Dio, non capisco come possa avere a cuore l’umanità e, allo stesso tempo, aver creato esseri simili.

Però, non sopporto nemmeno questa stupida pioggerella fine. Nell’aria aleggia un tanfo di brodaglia misto a qualcosa de marso che, qualcuno, sta bruciando per risparmiare so ea tassa dee scoasse. In queste particolari condizioni climatiche, il cervello mi va in pallone, offuscando tutti i miei orizzonti temporali, in poche parole, no’ vedo ciaro. Mi prende una tristezza tale da sfociare in depressione. Menomale che è venuta l’ora del ritrovo coi fioi giù al bar da Nane Sbérega.

Dal fondo del vialone centrale dei paeassoni, proviene un rombo di motore non identificato, qualcosa di diverso rispetto a quel rutto di Vespa 125 di Erminio Nalon, l’unico che, nonostante i centomila divieti e i blocchi di cemento simili a quelli usati per costruire il muro di Berlino, osi percorrere in moto il vialone pedonale. Qualcun altro lo sta imitando e, credo di sapere chi è. 

Quel gran mona di Paperoga, non ha saputo aspettare che fosse una bella giornata per collaudare la Lambretta dello zio Rino, dopo che, Berto Basato e il suo team di meccanici alcolisti, a suon di bestemmie, sono riusciti a sistemarla in modo che, a malapena, possa essere in grado di fare due chilometri. Eccolo, trionfante e soddisfatto sfrecciare lungo il vialone; el mongoeo, dalla premura si è perfino dimenticato di indossare il casco.

Comunque, veder arrivare quella Lambretta bianca mi ha cambiato la giornata, non posso dire lo stesso per il suo squinternato conducente che, cercando de far el figo, provando a impennarsi, a momenti non si ammazza e, cosa ben più peggiore, ha seriamente rischiato di rovinare il lavoro della Berto Basato & associati, costato alcune decine di spritz consumati da Nane Sbérega.

Non appena si avvicina, gli dico che così non va, deve fare esattamente come lui. “Ah, si, go capio”; il centauro allora si allontana di alcune centinaia di metri per puntare nuovamente in direzione del suo pubblico, ecco, come da protocollo, la sequenza esatta:

  • Brusca frenata in corrispondenza del plateatico di Nane
  • Ciao bei come xea?”
  • Alcuni secondi di pausa senza lasciare il tempo per eventuali risposte
  • “‘nde farveo metar in cueo tutti quaaantiii! 
  • Sgommata e ripartenza a tutto gas

Questo era il tipico saluto di Rino

Invidiavo Paperoga perché Rino era lo zio che avrei sempre voluto avere; che personaggio, c’era l’imbarazzo della scelta su come chiamarlo Rino el matto, Rino recia, Casadei; a me piaceva Linetti, soprannome che deriva dalla nota marca di brillantina che usava spalmare a tonnellate sui capelli o, parrucchino che sia, secondo i più maligni.

Rino Baldan era un uomo di spettacolo, fu tra i primi sostenitori di SolaRadio. Il venerdì pomeriggio dismetteva i panni di fido, o quasi, impiegato statale per trasformarsi nel fisarmonicista e vocalist della premiata orchestra Rosa Sole & i Romantici. I Romantici, oltre al già citato Rino erano Paolo “Paulon” Masiero alla batteria, Tony “Peo” Bassanello alla chitarra, Franco “Stecca” Chinellato al basso e Gino “Ginetto Scoresa” Zanella al sintetizzatore moog e altre troiate elettroniche. Poi c’era lei, la star; Rosa Sole, al secolo Rosanna Michieletto detta ea Vespucci, nel senso della famosa nave scuola della Marina Italiana. Per ovvi motivi di decenza letteraria tralascio la sua materia di insegnamento riservata ai soli uomini.

Scolta beo mettime Al ritmo dell’amore de Castellina Pasi se no ti eo ga va ben anca Simpatia de Casadei, e se no ti ga gnanca questa va ben ben in cueo de to mare“. Era impossibile soddisfare le richieste di Rino, il nostro budget limitato non ci permetteva di comprare chissà che dischi. Pensate che i primi tempi, la maggior parte del nostro archivio musicale era costituito da audiocassette su cui registravamo i dischi presi a noleggio. Capitava che quando qualcuno ci richiedeva una canzone che avevamo solo in cassetta, aspettava ore; in quando, dovevamo trovare il nastro, finito nel frattempo chissà dove, e cercare il punto esatto sul quale era incisa.

Un bel giorno Rino piombò in radio con una valigetta strapiena di 45 giri; “’scolta moro, me so rotto i cojoni, ancuo fasemo come che digo mi; mesi dei tui e mesi dei mii” e si sedette a fianco a me al microfono.

Iniziai io mandando in onda Born to be alive dedicato alla Genny per i suoi diciott’anni; lui ribattè con Ciao Mare dedicato alla Cesarina per i suoi ottanta.

Fu in quel preciso momento che partì la sfida tra Zumpappà e Unz-Unz-Unz e tutte le nostre accese discussioni sui due generi musicali.

Premetto che le donne mi hanno sempre aspettato; aspettato perché ero in ritardo, aspettato perché mi decidessi, aspettato perché cambiassi, aspettato che le degnassi semplicemente di uno sguardo. Purtroppo, tante volte, troppe volte, le ho lasciate aspettare per poi pentirmene amaramente per tutta la vita. Questo perché probabilmente, come diceva mia zia Laura “ti xe un greso”.

Una sera di quelle belle estati di una volta che, il compagno zio Bruno, buonanima, avrebbe definito “quelle estati quando c’era la festa dell’Unità”, Veronica, la più carina dei paeassoni, mi aspettò sul bordo della pista da ballo.

“Ciao, balli?”

Non so se avete mai visto Sliding Doors. Come nel film, è stato quello l’attimo decisionale, lo spartiacque tra due possibili esistenze. Se avessi deluso la sua attesa e risposto no, credo avrei vissuto una vita da infelice e insoddisfatto.

Avevo un complice sul palco, non appena Rino ci vide, fece un cenno a Rosa Sole e questa intonò Fortissimo. Rino me l’aveva già fatta sentire durante una delle nostre trasmissioni, per lui era un capolavoro di poesia. Come sempre non lo presi sul serio, come tante altre sue proposte, le consideravo roba da veci, roba da Rino; insomma, una Zumpappà. Come potrete facilmente immaginare; quel giorno cambiai idea.

Rino mi prese per un attimo in disparte, “Te go visto ti geri duro come un bacaeà. Mona, impara a baear parché, ricordite che baear xè ea vita”.

Quella volta lo presi sul serio e presi per mano Veronica; la riportai a casa sul ferro della bicicletta. Era una di quelle belle estati di una volta, intrisa di leggerezza; il suo profumo si mescolava a quello dell’erba appena tagliata e ne assaporavo la pienezza.

Sono ancora in bicicletta diretto alla residenza Anni d’argento che Rino chiama simpaticamente Anni de merda. Incredibile riesco a essere più veloce di Paperoga che sta pilotando la sua vecchia Lambretta; gli altri fioi sono andati avanti in macchina per portare i “ferri del mestiere”

Cinsia, versi ‘sto canceo che xe rivai i cuattoni dea radio!”. Rino non cambierà mai, oggi sono i suoi novant’anni.

Non appena Paperoga gliel’ha lasciata, si è messo a piangere e l’ha baciata. La sua Lambretta, la sua compagna di una vita. Una donna non l’ha mai avuta; ho scoperto solo dopo anni il suo, chiamiamolo, problema e, la sua sofferenza in anni in cui l’omosessualità era quasi un reato.

Oggi, noialtri fioi dea radio, a memoria dei vecchi tempi, ci siamo portati tutto il necessario per far casino insieme a lui. Abbiamo iniziato mettere i suoi Zumpappà a manetta, lui ci ha subito fermato, “roba da veci rincojonii” e noi allora via di Unz-Unz-Unz a sbregabaeon.

Grande Rino! Ti sarò per sempre grato di avermi fatto emozionare e ballare con le tue canzoni Zumpappà, avermele sapientemente mescolate con le Unz-Unz-Unz per poi trasformarmi radiofonicamente  in un perfetto ZumpaUnz; ma, soprattutto, per avermi insegnato a vivere.

Lasciateci leggere e danzare, due divertimenti che non potranno mai fare del male al mondo. Voltaire

Lodo la danza perché libera l’uomo dalla pesantezza delle cose e lega l’individuo alla comunità. Lodo la danza che richiede tutto, che favorisce salute e chiarezza di spirito, che eleva l’anima. Sant’Agostino

Pianissimo
Te lo dico pianissimo
Il mio piccolo ciao
Sottovoce
Così nessuno capirà
Niente
E tu, solamente tu capirai
Quanto sono innamorata di te

Pianissimo
Devo dirlo pianissimo
Questo piccolo ciao, mi dispiace
Doverti dire solo ciao
Mentre in mezzo alla gente
Vorrei gridare fortissimo
Che ti amo fortissimo
Che ti amo di più
Di ogni cosa
Al mondo, amore
Amo te

© 1966 Lina Wertmüller Bruno Canfora 

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Tratto dal volume SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo

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I sessanta de EnsoPenso

Nella vita, si sa, è importante lasciare traccia di sé. Quella che finora ha lasciato il mio amico Enzo Penzo detto anche EnsoPenso, da un punto di vista olfattivo è senza dubbio ben tangibile.

Quando urla “bianca!”, anche se rispondi “tientea!”, la molla lo stesso; per cui, tanto vale dargli soddisfazione e gridare “vegna!”. Le sue performance vengono addirittura classificate con dei nomi, queste le più celebri:

  • Liquigas: emette scoppiettii a intermittenza dà l’impressione che se la stia facendo addosso
  • Marghera: la più puzzolente; prima o poi chiamo l’ufficio d’igiene e gli faccio sequestrare il culo
  • Marghera estate: versione estiva della precedente con aggiunta di tanfo di pesci morti e alghe imputridite
  • Contadina: dall’inconfondibile puzza di letame
  • Timer: la più subdola, quella a scoppio ritardato, senti il tanfo quando ormai se ne è andato

Recentemente si è aggiunta la Pandemica; ha la particolarità di essere contagiosa, se ne molla una, ti metti a scoreggiare pure tu. 

Nel minuscolo studio di SolaRadio, quando mollava qualcuna delle sue bianche si impregnavano anche i vestiti; per cui, spesso si era costretti a tenere aperte le finestre anche in pieno inverno.

Di tutto questo, Ensopenso dava la colpa alla cucina di sua madre, ea siora Marcea. La spiegazione sarebbe stata plausibile se, una volta sposato, avesse smesso con le performance ma, inesorabilmente ha continuato con più vigore e intensità.

C’è poi un’altra cosa, ancora più imbarazzante, per cui viene ricordato. È dal 1976, ovvero da quando uscì il singolo di Donna Summer “Could it be magic” che l’uomo continua a deliziarci con i racconti dei suoi sogni erotici, le cui sceneggiature sono degne dei più famosi maestri del porno. Ciò nonostante, si sia trovato una morosa e se la sia pure sposata.

Ho ragione di credere che si dedichi ancora ad una certa attività, tipico effetto collaterale del maldemona o, per usare termini più tecnici, sexual addiction. Mi chiederete come si fa a provarlo visto che certe cose non fanno né rumore, né tantomeno puzza.

Quando ho fatto la naja, ricordo che il mio istruttore, tale caporal maggiore Ilario Mezzella, aveva un metodo ben preciso. Alla mattina, durante l’inquadramento, oltre a metterci ben in riga, ci faceva tenere i palmi delle mani rivolti verso l’alto; poi, li passava in rassegna. “Pusineri Giandomenico, lei in branda si è fatto una sega, si vergogni!” Il Mez sembrava averla intivata in quanto, il soggetto incriminato, diventava rosso in viso e abbassava lo sguardo. 

A parte il metodo Mezzella, nel quale, francamente, non credo molto; non conosco sistemi efficaci per verificare se uno gioca cinque contro uno. Se non hai l’esplicita confessione dell’interessato, ti devi basare sulla presunzione di reato. Nel caso di Ensopenso, tutto il suo vissuto e i suoi racconti fanno pensare, oltre ogni ragionevole dubbio, che si dedichi ancora alla pratica della mano amica.

Uno degli elementi probatori, è il suo fischiettare Stasera Che Sera dei Matia Bazar, quando, per strada, incontriamo una in curto, così EnsoPenso, definisce la donna con la minigonna. Non ci sarebbe niente di male se il mio amico si riferisse alla versione originale del brano. Quella che invece ha nella testa è la famosa cover ideata da Deni Sgorlon; Stasera Che Sega.

Abbiamo iniziato a fare radio da quando eravamo ragazzini delle medie. Ufficialmente dichiaravamo ai nostri ascoltatori e soprattutto a noi stessi che stavamo dietro a un microfono per una non ben identificata nobile causa. Non avevamo il coraggio di ammettere che SolaRadio era fondamentalmente uno mezzo per soddisfare il nostro bisogno di approvazione e cuccare. EnsoPenso era uno di quelli che aveva le più alte aspettative riguardo quest’ultimo scopo non dichiarato; usava il microfono per butar sardoni a manego

Uno del genere, dopo quaranta e passa anni, te lo immagineresti procreatore seriale; al quale, il giorno del suo funerale, non basterebbe un’epigrafe formato poster per elencare le sue ex compagne e i figli più o meno riconosciuti, sparsi per il mondo. Quello che invece è riuscito a diventare è nulla di più che un tranquillo impiegato comunale, sposato da quasi trent’anni, ai quali ne vanno aggiunti dieci di fidanzamento, con tale Paola Zancanaro; zero figli e, apparentemente, zero ciavae de fora via. D’altronde è lui stesso che si confessa “mejo tegnirseo in man piuttosto che el vaga fora a far qualche malan”; il riferimento è alle molteplici donne lasciate incinta da Riccardo Cazzador.

Lo stronzissimo Riki Cassador, storico denigratore di SolaRadio, è il suo rivale da una vita; ma anche, quello che segretamente avrebbe voluto imitare. L’epigrafe del Cassador non è stata affissa, in quanto, fortunatamente per lui, nonostante sia sulla soglia della sessantina, è ancora vivo e sessualmente operativo. La certezza di quest’ultima informazione, si basa sulla costante e scrupolosa osservazione dei tratti comportamentali, da parte di un team di esperti, capitanati da Denis Sgorlon. In poche parole, è già da parecchi mesi che dal suo SUV a nafta di quarta mano, scende una bionda milfona slava, definizione NaneSbèreghiana per le donne dell’est Europa; questo è sufficiente per affermare con sicurezza che el Cassador continua a darci dentro. 

Il geometra Enzo Penzo, architetto mancato, (non sono mai riuscito a capire se gli mancano tre esami o, ha dato solo tre esami), passa le sue giornate principalmente a esaminare faldoni strapieni di condoni edilizi e collezionare vinili degli anni ’70 e ’80. Il tempo che gli rimane lo condivide tra Paola e me. Non ho idea di cosa parli con Paola; ma, con me, l’argomento principale riguarda ea mona; seguono, in ordine, la paura della malattia e i rimpianti dei bei tempi andati. 

Forse perché siamo dei radiofonici della prima ora, le nostre discussioni prendono quasi sempre spunto da una canzone, l’altro giorno è stata la volta di “mille giorni di te e di me” di Baglioni. Il povero cantautore è finito sotto processo in quanto, secondo lui, era troppo comodo mollare una con cui stai insieme da una vita, semplicemente componendo per lei una canzone. Mah, sai che novità, gli cito “se telefonando”, lui ribatte che si tratta di ben altra cosa, il testo parla chiaro “il nostro amore appena nato è già finito”, in quel caso il benservito è stato dato all’inizio del rapporto, non dopo un tot di anni. Quasi sicuramente, siamo stati i primi a discutere di giurisprudenza canora.

Comunque, per il povero Baglioni non era finita, EnsoPenso lo attacca sul fronte dei concerti, “alla fine spendi quasi cento euro per vedere un omino piccolo che strimpella circondato da una trentina di gnocche e osannato da migliaia di gnocche, per tornare a casa con i timpani fracassati e per giunta depresso per non essere riuscito a portarti a casa nemmeno una di quelle gnocche”; poi, in dialetto, spara la più classica delle sue.

Ogni volta che me volto indrio me par de non aver combinà un casso” e aggiunge “el tempo passa, fra un fià me vantarà ‘na maeattia”, conclude “me tocarà sugarmea senza aver avuo gnanca ‘na sodisfasion; ghesboro!”. Facile immaginare di cosa stia parlando.

Dovrebbe essere assunto nella mia azienda, sarebbe un perfetto coach di performance management. Se gli chiedi, riguardo il lavoro, qual è il suo obiettivo, ti risponde, “rivar al vintisette sensa rotture de cojoni”; praticamente un motivatore nato. 

Con uno così, non è facile ragionare sul futuro.

I saggi, ti dicono che nella vita è indispensabile avere sempre qualcosa in cui credere, se con EnsoPenso la metto sul piano religioso ti dice che è roba per vecchi e sfigati, tutta gente che ha bisogno di credere che, dopo una vita di merda, non sarà tutto finito.

Altri saggi ti dicono che, nella vita è indispensabile avere sempre un’alternativa, un piano B; EnsoPenso ti dice che lui non ha mai avuto nemmeno un piano A.

Altri saggi ancora ti dicono che, nella vita è indispensabile credere in sé stessi; EnsoPenso ti dice che non serve a niente se poi non c’è nessuno che crede in te.

Io che non sono un saggio, una volta gli ho detto che dovrebbe fare a meno di pensare costantemente a quella cosa lì; mi ha risposto di star zitto, visto che non ho mai patito la fame di quella cosa lì.

Non sapendo più a che santo votarmi per tirarlo in qua, anche perché diciamolo, lui ai santi non ci crede; ho pensato di rivolgermi allo spirito di Guglielmo Marconi.

Oggi è il suo sessantesimo compleanno, fortuna che è domenica, altrimenti sarebbe andato a lavorare come se fosse un giorno qualsiasi. Come una domenica qualsiasi tra le 8.00 e le 8.30, varca la soglia della Cesarina, sceglie quell’ora perché, usualmente la pasticceria è frequentata da un gruppetto di cocche che si ritrovano per andare a correre, gli serve per farsi l’occhio e tirarsi su il morale; dopo, rischia di trovare le vecchie che escono da messa e questo lo manda in depressione. Questa mattina, su suggerimento del Marconi, ho fatto in modo di “passare per caso” dalla Cesarina, ho anche fatto finta di dimenticarmi del suo compleanno. Niente cocche, era solo, soletto impegnato a rimuovere due patacche di crema dalla felpa; “prima che ea me copa” mi ha detto riferendosi a Paola. In effetti, conoscendola, per una cosa del genere, è capace di ammazzarlo anche nel giorno del suo compleanno.

In effetti non ha la faccia di uno che oggi compie sessant’anni ma, bensì ottantacinque; ha l’espressione di un vecchio smonato che aspetta di essere messo in casa di riposo.

La buonanima di Guglielmo mi ha suggerito di andare a prenderlo e portarlo, anzi a riportarlo a SolaRadio. L’uomo è ormai dalla fine del secolo scorso che non sta seduto davanti a un microfono e non traffica più con mixer, piatti (per dischi) e altri ammennicoli utili a “fare radio” e, secondo il Marconi, una buona dose di radioterapia lo avrebbe guarito, se non dal maldemona, almeno dal mal di vivere. Calma sul termine, intendeva, farlo tornare alle origini in modo che ritrovi quel radiofonico che è in lui, quello che si scatenava ogni volta che mandava in onda cose tipo Shake Your Booty dei KC & the Sunshine Band o The Final Countdown degli Europe; roba che lo mandava in trance e gli faceva dimenticare persino come si chiamava.

Per cui gli ho regalato un viaggio nel passato e, quando gli ho aperto la porta del minuscolo studio della nostra minuscola radio ed ha visto gli altri ebeti suoi ex compagni di ventura ovvero il Tito, Paperoga e il Nafta, gli è venuto un groppo in gola; i suoi occhi son diventati lucidi, non appena è scoppiato l’applauso e una bottiglia di prosecco, nel senso che quel mona del Paperoga l’ha fatta cadere per terra.

Non è mai stato un ragazzo di molte parole; come se gli anni non fossero passati si è diretto deciso verso quella che era la sua confort zone, ovvero lo stanzino dei dischi. Ne è uscito con un vecchio vinile di Cocciante che, probabilmente, giaceva nella stessa posizione da non so quanti anni. Ho notato la mano tremare dall’emozione quando l’ha messo sull’unico piatto ormai rimasto; poi, il dito sul cursore del mixer, e via, in onda …

Non dico che dividerei una montagna
ma andrei a piedi certamente a Bologna
per un amico in piu’, per un amico in piu’

perche’ mi sento molto ricco e molto meno infelice
e vedo anche quando c’e’ poca luce
con un amico in piu’, con il mio amico in piu’.


non farci caso tutto passa hanno tradito anche me
almeno adesso tu sai bene chi e’
piccolo grande aiuto, discreto amico muto
Il lavoro cosa vuoi che sia mai
un giorno bene un giorno male lo sai
dai retta un poco a me, giochiamo a briscola.
non posso certo diventare imbroglione
ma passerei qualche notte in prigione
per un amico in piu’, per un amico in piu’
perche’ mi tiene ancor piu’ caldo di un pullover di lana
a volte e’ meglio di una bella sottana
un caro amico in piu’, un caro amico in piu’.
e se ti sei innamorato di lei, io rinuncia anche subito sai
forse guadagno qualche cosa di piu’ un nuovo amico, tu….

Perche’ un amico se lo svegli di notte, e’ capitato gia’
esce in pigiama e prende anche lo botte e poi te le rida’….
Capelli grigi si qualcuno ne hai
é meglio avremo un po’ piu’ tempo vedrai
divertendoci come non mai ancora insieme, noi.
non dico che dividerei una montagna per un amico in piu’
ma andrei a piedi certamente a Bologna per un amico in piu’…………..
forse guadagno qualche cosa di piu’
un vero amico.

© 1982 Riccardo Cocciante – Mogol

Non abbiamo il dovere di lasciare traccia ovunque andiamo, però abbiamo il dovere di andare ovunque possiamo lasciare una traccia. Eugenio Chiappa

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Tratto dalla raccolta SOLARADIO

© 2024 Michele Camillo