Gocce di memoria

Ci sono ricordi che sfiorano l’anima come gocce di pioggia su una finestra, lasciando scie impalpabili che il tempo non può cancellare. Sono sussurri di un passato che vive ancora nel cuore, segrete emozioni che spesso non abbiamo mai osato confessare nemmeno a noi stessi. Istanti preziosi che il destino ha voluto relegare al passato ma che, nel segreto dell’anima, non hanno mai smesso di esistere. 

Sono frammenti di felicità intensa, di attimi rubati alla quotidianità, che non chiedono di essere raccontati, ma solo ricordati nel silenzio, dei quali rimane, a volte, solo l’immagine svanita di uno sguardo o di una carezza sfiorata. E anche se il destino ha cambiato le strade e il tempo ha scritto nuovi capitoli, restano intatti quei battiti del cuore, quelle emozioni che nessuno potrà mai portarci via. 

E poi, ci sono certe gelide sere d’inverno quando la malinconia, scende come una nebbia densa e ci avvolge completamente; in cui il freddo non è solo nell’aria, ma si insinua nell’anima. 

Ed è proprio allora che, per spezzare l’angoscia, mando in onda canzoni come questa e lascio che la melodia si diffonda nell’aria gelida, danzando tra i pensieri. 

La dedico a noi che non abbiamo il coraggio di oltrepassare il confine del non detto, di trasformare il desiderio in azione ma, restiamo immobili, lasciando che sia il destino, a riempire gli spazi vuoti. 

A noi che aspettiamo, con occhi che scrutano l’orizzonte del possibile, con mani che fremono per un’emozione che ancora non arriva. Aspettiamo con il cuore in tumulto, un abbraccio, una parola, o un incontro che spezzi il silenzio. 

A noi, a ciò che eravamo e a ciò che resteremo: un legame intessuto di ricordi e sogni, un filo invisibile che attraversa il tempo e le stagioni perché certe storie non finiranno mai, si trasformano in versi, si fanno poesia eterna. un canto immortale che vivrà per sempre, come gocce di memoria che non si asciugheranno mai. 

Sono gocce di memoria 
Queste lacrime nuove 
Siamo anime in una storia 
Incancellabile 

Le infinite volte che 
Mi verrai a cercare 
Nelle mie stanze vuote 
Inestimabile 
È inafferrabile 
La tua assenza che mi appartiene 

Siamo indivisibili 
Siamo uguali e fragili 
E siamo già così lontani 

Con il gelo nella mente 
Sto correndo verso te 
Siamo nella stessa sorte 
Che tagliente ci cambierà 
Aspettiamo solo un segno 
Un destino, un’eternità 
E dimmi come posso fare 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungere te 

Siamo gocce di un passato 
Che non può più tornare 
Questo tempo ci ha tradito 
È inafferrabile  

Racconterò di te 
Inventerò per te 
Quello che non abbiamo 

Le promesse sono infrante 
Come pioggia su di noi 
Le parole sono stanche 
So che tu mi ascolterai 
Aspettiamo un altro viaggio 
Un destino, una verità 
E dimmi come posso fare 
Per raggiungerti adesso 
Per raggiungere te 

© 2003 Giorgia Todrani – Andrea Guerra 

Gocce di memoria … ascolta il podcast

Racconto tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2025 Michele Camillo

Decenni

Tratto da Dediche e Richieste

© 2024 Michele Camillo

È da più di quarant’anni, ovvero da quando “faccio radio” che, a notte fonda, metto su dischi per il mondo intero; mi faccio in quattro per riuscire a soddisfare le richieste, persino le più assurde. Eppure, ho una sfiga cosmica: nessuno mette su dischi per me. Sì, avete capito bene, nessuno si prende la briga di dedicarmi una canzone. Così, e vi sembrerò strano, la chiedo al mare; almeno lui non si fa pregare. Non ci crederete, ma accade sempre che la sua brezza mi porta nuove idee e vecchie canzoni, spesso legate al preciso momento che sto vivendo.

Sarà forse perché Amedeo Minghi è uno che nei suoi testi sparge mare ed estate come fosse prezzemolo; la settimana scorsa, una calda folata di Libeccio ha trasportato fino a me le note di “Decenni”. Ma, più probabilmente, credo perché di decenni su questa terra ne ho accumulati ben sei e, quel testo, risalente al primo agosto 1998, ormai è diventato autobiografico e mi ha tirato dentro di brutto.

Io al mare uso parlarci; salgo sulla duna più alta per salutarlo e confidarmi con lui. Il mare ascolta pazientemente, con l’infinita saggezza delle sue onde. Penso a quelle persone che, oltre il suo orizzonte, hanno sempre riposto speranze, come me. Un’umanità bisognosa, disperata, impaurita e rifiutata che cerca oltre quell’orizzonte l’avverarsi di un sogno.

Io e il mare ci capiamo; la mia vita, in fin dei conti, è piatta come la sua superficie calma. Sotto la sabbia di questo pezzo di litorale Adriatico, ho sepolto tutti i miei innumerevoli, maldestri tentativi di diventare un altro. Il mare è l’unico che non si stufa di sentirmi ripetere sempre le stesse storie. Come me, anche lui, in tutti questi decenni, non è mai cambiato: l’orizzonte è sempre lo stesso e, a volte, anche il paesaggio retrostante, come la vecchia colonia che mi ha ospitato dall’età di cinque anni facendomelo conoscere per la prima volta.

Il mare mi conosce e sa che vorrei rimanere per sempre quell’eterno bambino degli anni ’70, la cui unica preoccupazione era che le sue onde non bagnassero i sandaletti di plastica colorati della splendida bambina di cui mi ero innamorato. 

Anche se continuiamo a far finta di niente, i decenni inesorabilmente passano. Però, nonostante le nostre vite si siano perse per infinite strade diverse, io e quella bambina siamo rimasti legati a questo antico e selvaggio pezzo di spiaggia. Saltuariamente capita di incrociarci lungo la battigia; allora, abbassiamo entrambi lo sguardo, fingendo che nulla sia mai stato, ma i nostri occhi, ancora si cercano, rivelando l’insoddisfazione per una vita in cui abbiamo recitato una parte che non era la nostra.

In quell’eterno attimo in cui ci passiamo accanto, sento che le nostre anime riescono a condividere le paure e le insicurezze. Il mare è stato per noi anche quel limite che non abbiamo mai osato varcare, temendo di affrontare qualcosa di immensamente più grande di noi. Abbiamo preferito non osare, soffocando sentimenti e passioni, restando con i piedi sul bagnasciuga e ritirandoci non appena li sentivamo sprofondare leggermente nella sabbia.

La nostra vita, come le onde, va e viene, e noi, spettatori silenziosi, continuiamo a cercare qualcosa che non abbiamo mai avuto il coraggio di afferrare. E in quel breve incontro sulla spiaggia, anche solo per un istante, le nostre anime si riconoscono, condividendo un amore che, pur nascosto, non è mai svanito.

I decenni passano ma, il mare resta testimone silenzioso delle nostre vite, delle nostre speranze infrante e dei nostri desideri segreti. È il custode delle nostre confidenze, l’amico fedele che non tradisce mai. E così, ogni volta che mi ritrovo sulla duna più alta, sento che, nonostante tutto, non sono solo. Il mare è lì, con la sua immutabile presenza, a ricordarmi che, anche nelle onde più calme, c’è sempre una profondità in attesa di essere scoperta.

“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi” CESARE PAVESE

Tradiscono i decenni
Saranno gli anni fa
Il tempo li fa belli
Questi anni non li avrai
Se non li perderai

Tradiscono i decenni
Vedrai che ti vedrai
Nel taglio dei capelli
Ahi quanti ne tagliai
Nel mare ti vedrai

Nel mentre la canzone
L’estate è bella assai
Nel mentre la canzone
E tu scontenta stai
Prestata agli anni tuoi

Poi dopo penserai
Quel certo sole dov’è mai?
Negli anni, gli anni tuoi
Che vivi dopo in penombra
Sfogliando foto, riguardando un film

Questi anni ormai finiti
Che non c’è vita più
Ma strampalati miti
E quanti ne vedrai
Passare e andare via

La storia è lì che sta
In un disegno che guardai
L’estate è bella assai
E la canzone
I minuti della mia vita
Tenera con me

Tradiscono i decenni
Puoi farci quel che vuoi
Ma non ci fai l’amore
Perché quegli anni mai
Ti amarono così

Guardandomi da qui
Non è sicuro, c’ero anch’io
Guardandolo da qui
Fu un bel decennio
Troppo allegro
Ma non mi pare
Io non lo notai

Tradiscono i decenni
Decennio che volò
Nell’auto e sulla moto
Su quei modelli andò
Stilistico volò

Fatico a ritornare
Ed erano anni miei
Decennio che è passato
Sfrecciato, andato via
Questi anni non li avrai

Tradiscono i decenni
Saranno gli anni fa
Il tempo li fa belli
Questi anni non li avrai
Se non li perderai

© 1998 Pasquale Panella – Amedeo Minghi

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Tratto da DEDICHE & RICHIESTE

© 2024 Michele Camillo

Ultime pubblicazioni

Il tempo delle mele

Ci fu un’epoca in cui mandare in onda “Reality” richiedeva un coraggio fuori dal comune. Potevo aspettarmi una folla tumultuosa radunarsi giù fuori dalla radio, lì a protestare con un fervore paragonabile a un vero sommovimento popolare, che urlava “Buu! Basta!” con la passione ardente di chi crede in ciò che difende. Addirittura, il mio medico, nonché assiduo ascoltatore, mi metteva scherzosamente in guardia, considerava Reality “una canzone ad alto tasso glicemico” Un’espressione scientifica, certo, per dire che era più sdolcinata di una torta al miele ricoperta di zucchero filato, immersa nel cioccolato, e con una generosa spolverata di zucchero a velo. Usando termini nostrani, era decisamente slimegosa! Ma io, da vero eroe radiofonico, non mi curavo delle critiche. Stavo vivendo il mio personale “tempo delle mele”. 

Come nel testo della canzone, fu un incontro improvviso e inaspettato. Quel giorno percepii qualcosa di speciale nell’aria; la trovai lì, ad aspettarmi, e la mia vita cambiò. Per la prima volta scoprii di essermi innamorato.

“Il tempo delle mele” non è solo un film, ma un’epoca, un frammento di vita che mi ha segnato profondamente. Era il tempo del primo amore adolescenziale, un’epoca sospesa tra sogno e realtà. Un tempo in cui il cuore batteva al ritmo delle scoperte, quando ogni sguardo e ogni sorriso sembravano eterni. Era il tempo in cui le emozioni, come onde impetuose, travolgevano l’anima, lasciando segni indelebili e insegnamenti preziosi. L’incanto dell’innamoramento mi ha guidato verso una nuova consapevolezza di me stesso e del mondo intorno. Mi ha insegnato a crescere attraverso le ferite; ma soprattutto, ad accettare come cosa naturale l’abbandono; trasformando l’addio in un nuovo inizio.

Ancor oggi, durante le mie nottate solitarie in radio, la faccio ascoltare. La dedico a quelli che, per un’infinita serie di motivi, non l’hanno vissuto, a quelli che c’è mancato un pelo o, hanno inspiegabilmente buttato al vento l’occasione per vivere quel tempo magico.

Inutile il rimpianto. Il tempo delle mele è stato un tempo ben definito; ora è passato, ma l’anima non conosce il tempo. L’anima non conosce età e non muore mai; è il terreno fertile in cui è coltivato l’amore eterno, quello che non sfiorisce mai, il ricordo perenne di un affetto puro e senza malizia. 

Sto ancora amando quella ragazza e continuerò per sempre ad amarla con quel sentimento ingenuo e sincero di cui non mi vergognerò mai. Perché, in fondo, rappresenta quell’innocenza perduta che mi ha insegnato cosa significhi veramente amare.

I sogni sono la mia realtà, un diverso tipo di realtà. Sogno di amare … anche se è solo fantasia. Da “Reality”

Met you by surprise
I didn’t realize
That my life would change for ever
Saw you standing there
I didn’t know I’d care
There was something special in the air

Dreams are my reality
The only kind of real fantasy
Illusions are a common thing
I try to live in dreams
It seems as if it’s meant to be

Dreams are my reality
A different kind of reality
I dream of loving in the night
And loving seems all right
Although it’s only fantasy

If you do exist
Honey, don’t resist
Show me your new way of loving
Tell me that it’s true
Show me what to do
I feel something special about you

Dreams are my reality
The only kind of reality
Maybe my foolishness is past
And maybe now at last
I’ll see how the real thing can be

Dreams are my reality
A wondrous world where I like to be
I dream of holding you all night
And holding you seems right
Perhaps that’s my reality

Met you by surprise
I didn’t realize
That my life would change for ever
Tell me that it’s true
Feelings that are new
I feel something special about you

Dreams are my reality
A wondrous world where I like to be
Illusions are a common thing

© 1980 Vladimir Cosma

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Tratto da DEDICHE & RICHIESTE

© 2024 Michele Camillo

Let me in

Tempo fa mi sono trovato a passare davanti alla “mia” vecchia discoteca, ormai ridotta a un rudere. Su un buco libero tra le sterpaglie che ricoprivano il muro di cinta campeggiava la frase, “un minuto di silenzio per i ragazzi dell’attuale generazione che non proveranno mai la straordinaria emozione di ballare i lenti”.

Se avessi avuto una bomboletta spray, sarei sceso dalla bici per scrivere “vero!”

Tutt’attorno non c’era anima viva, il che mi ha permesso di soffermarmi con tutta tranquillità, per ottemperare alla richiesta del misterioso writer.

È andata a finire, che, i minuti di silenzio, passati in mezzo a quella isolata stradina di campagna, furono ben oltre i dieci perché, ad un certo punto, da quei finestroni sprangati uscirono le note di Let me in di Mike Francis.

Era la fine del 1985, quando un mio paricorso della base aerea alla quale ero stato assegnato come prima destinazione operativa, mi invitò a passare un pomeriggio in una discoteca della sua cittadina; per convincermi disse che aveva un sacco di amiche carine da presentarmi. Sulle prime, la mia innata diffidenza verso gli altri umani e l’indottrinamento ricevuto in Azione Cattolica mi fecero tentennare dall’accettare; ero convinto che mi avesse invitato solo per rovinare un bravo “fio de cesa”, trascinandolo in un luogo peccaminoso a fare lo zimbello della compagnia. Poi, scattò qualcosa dentro di me, forse un istinto primordiale e una vocina, credo sia stato un diavoletto tipo quello dei fumetti di Jacovitti, mi disse “buttati!”

A proposito di diavoletti e indiavolati, in quelle prime ore di discoteca, il mio corpo si sconnesse dalla mente e fece cose che non avrei mai pensato potesse fare; si stava ribellando al rigore che, fino a quel momento, avevo nell’affrontare la vita; rispondeva solo ai comandi della musica.

Ad un certo punto, le luci si attenuarono e virarono nella tonalità del blu, le casse acustiche cessarono di vibrare all’impazzata e, dopo quasi tre ore di ininterrotto Unz Unz Unz, emisero delle dolci note di pianoforte; era il momento dei lenti. Fuggirono quasi tutti dalla pista, i ragazzi perché non trovavano nessuna ragazza che volesse ballare con loro, le ragazze perché non volevano ballare con il primo che gli capitava, specie se da sotto le ascelle usciva un acre puzzo da sudore; sembravano tutti in preda al panico. Decisi di restare, solo come un pampe in mezzo alla pista mentre quello che poi venni a sapere si chiamava Mike Francis, iniziò a cantare; sentivo che qualcosa sarebbe successo.

Se fu un diavoletto, tipo quello dei fumetti di Jacovitti, a ficcarmi in quella situazione, fu un angelo in carne e ossa, che poi venni a sapere si chiamava Valeria, a tirarmici fuori e avvolgermi tra le sue ali e, ballare con me Let me in.

Il resto non è storia ma un’emozione che tutt’ora porto dentro e che continuerà per sempre, nient’altro.

Per non far torto a nessuno, in ordine di emozione:

Sailing – Christopher Cross

Wind of Change – Scorpion

A Groovy kind of love – Phil Collins

Carrie – Europe

Trough the Barricade – Spandau Ballet

If you leave me now – Chicago

Careless Whisper – George Michael

Honesty – Billy Joel

… e tantissime altre

Ascolta il podcast

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2024 Michele Camillo

Con tutto l’amore che posso

Risiede in quel tempo particolare che gli antichi greci chiamavano Kairos, il sogno in cui vedo scorrere un bel fiume al posto di quel canalaccio melmoso che ancora attraversa la mia città, vedermi camminare sul lungofiume tenendo per mano una persona speciale.

Ogni volta che va in onda “Con tutto l’amore che posso”. La poesia nascosta nella canzone riesce a trascinarmi dentro una limpida corrente che purtroppo ha un senso unico. Nulla torna indietro, tantomeno le occasioni mancate e il conseguente rammarico, di non aver fatto la cosa giusta al momento giusto.

Sono rimasto fermo come il vecchio salice che intinge i suoi rami nell’acqua. Fermo a sognarla e capace solo di dedicarle infinite volte questa canzone, sperando che anche a lei venga da dire 

Amore mio, ma che cos’hai tu di diverso dalla gente
Di fronte a te che sei per me così importante
Tutto l’amore che io posso è proprio niente

E lungo il Tevere che andava lento lento
Noi ci perdemmo dentro il rosso di un tramonto
Fino a gridare i nostri nomi contro il vento
Tu fai sul serio o no
Tra un walzer pazzo cominciato un po’ per caso
Tra le tue smorfie e le mie dita dentro il naso
Noi due inciampammo contro un bacio all’improvviso
E’ troppo bello per essere vero, per essere vero, per essere vero

Amore mio

Ma che gli hai fatto tu a quest’aria che respiro
E come fai a starmi dentro ogni pensiero
Giuralo ancora che tu esisti per davvero

Amore mio
Ma che cos’hai tu di diverso dalla gente
Di fronte a te che sei per me così importante
Tutto l’amore che io posso è proprio niente
E dopo aver riempito il cielo di parole
Comprammo il pane appena cotto e nacque il sole
Che ci sorprese addormentati sulle scale
La mano nella mano

© 1972 – Claudio Baglioni / Antonio Coggio

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2024 Michele Camillo

Sorry seems to be the hardest word

Sono convinto che, come accade con le persone e gli animali, a volte, siano le canzoni che scelgono te e, non viceversa.

Fu nel maggio 1978 quando “Sorry seems to be the hardest word” mi venne incontro. Era un tardo pomeriggio di pioggia di quelli con i nuvoloni dalle diverse tonalità di grigio in continuo movimento. È una di quelle che amo classificare meteo canzoni, in quanto il suo ascolto evoca una particolare condizione metereologica.

Rintanato nel minuscolo studio della radio, me ne stavo sognante alla finestra che, pur costellata di gocce, lasciava intravedere il vialone centrale dei palazzoni; immaginavo vederla apparire tra gli alberi.

Quante energie spese per attirare la sua attenzione e fare in modo che si accorgesse di me.  Un giorno finalmente i nostri sguardi si incrociarono, le nostre strade sembravano unirsi per sempre ma, una mano misteriosa mi diede brutalmente una spinta verso un’altra direzione.

Mi dispiace, sembra sia la sola, unica e triste parola

In sequenza nel podcast: Elton John – Ecaterina Cojocaru – Diana Krall                  

What I got to do to make you love me? 

What I got to do to make you care? 

What do I do when lightning strikes me? 

And I wake to find that you’re not there? 

What I got to go to make you want me? 

What I got to do to be heard? 

What do I say when it’s all over? 

Sorry seems to be the hardest word. 

It’s sad, so sad 

It’s a sad, sad situation. 

And it’s getting more and more absurd. 

It’s sad, so sad 

Why can’t we talk it over? 

Oh it seems to me 

That sorry seems to be the hardest word. 

What do I do to make you want me? 

What I got to do to be heard? 

What do I say when it’s all over? 

Sorry seems to be the hardest word. 

It’s sad, so sad 

It’s a sad, sad situation. 

And it’s getting more and more absurd. 

It’s sad, so sad 

Why can’t we talk it over? 

Oh it seems to me 

That sorry seems to be the hardest word. 

Yeh. Sorry 

What I got to do to make you love me? 

What I got to do to be heard? 

What do I do when lightning strikes me? 

What have I got to do? 

What have I got to do? 

When sorry seems to be the hardest word 

© 1976 lton John / Bernard J.p. Taupin

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2024 Michele Camillo

Poster

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2023 Michele Camillo

Ci sono canzoni che, quando le ascolti, diventano persone, luoghi, pioggia, sole, caldo, freddo, gioia e tristezza.

Canzoni, come Poster di Claudio Baglioni, hanno il potere di trascinarti dentro la scena, sei tu quel personaggio che se ne sta “seduto con le mani in mano sopra una panchina fredda …”; la melodia, ispirata dalla bellissima Valsinha di Vinicius De Moraes e Francisco Buarque De Hollanda, riesce a farti percepire la sensazione di freddo umido; e tu, malinconico spettatore della grigia routine invernale alla quale non riesci a ribellarti, ripensi alla tua vita e, a quell’eterno sogno di fuggire via.

Una delle più belle canzoni … da fotografare

© 2019 Michele Camillo Ph.

Seduto con le mani in mano
Sopra una panchina fredda del metrò
Sei lì che aspetti quello delle 7:30
Chiuso dentro il tuo paletot
Un tizio legge attento le istruzioni
Sul distributore del caffè
E un bambino che si tuffa dentro a un bignè

E l’orologio contro il muro
Segna l’una e dieci da due anni in qua
Il nome di questa stazione
È mezzo cancellato dall’umidità
Un poster che qualcuno ha già scarabocchiato
Dice “vieni in Tunisia”
C’è un mare di velluto ed una palma
E tu che sogni di fuggire via

E andare lontano lontano
Andare lontano lontano

E da una radiolina accesa
Arrivano le note di un’orchestra jazz
Un vecchio con gli occhiali spessi un dito
Cerca la risoluzione a un quiz
Due donne stan parlando
Con le braccia piene di sacchetti dell’Upim
Ed un giornale è aperto
Sulla pagina dei films

E sui binari quanta vita che è passata
E quanta che ne passerà
E due ragazzi stretti stretti
Che si fan promesse per l’eternità
Un uomo si lamenta ad alta voce
Del governo e della polizia
E tu che intanto sogni ancora
Sogni sempre sogni di fuggire via

E andare lontano lontano
Andare lontano lontano

Sei lì che aspetti quello delle 7:30
Chiuso dentro il tuo paletot
Seduto sopra una panchina fredda del metrò

© 1975 – Claudio Baglioni / Antonio Coggio

Dediche & Richieste – Winter Melody

Tratto dalla raccolta DEDICHE & RICHIESTE

© 2023 Michele Camillo

Winter Melody interpretata da Donna Summer uscì in Italia il 9 gennaio 1977, prima traccia dell’album Four season of love.

Donna Summer oltre a essere la regina della disco music, per la sua sensualità, aveva la reputazione di una che faceva canzoni “da letto”; per cui, in radio, questa e altre sue canzoni, venivano trasmesse prevalentemente in orario notturno e, questa in particolare, data la “stagionalità” del titolo, durante le fredde serate invernali.

In realtà, a dispetto delle precedenti love to love you baby e could it be magic, questa canzone non ha nessun contenuto erotico ma bensì, racconta del vuoto e della conseguente solitudine causata da un amore finito, la felicità di colpo stroncata, dall’abbandono della persona amata, quasi venisse congelata da una brezza invernale; insomma, tristezza e malinconia pura. Come per la maggior parte delle canzoni straniere, credo quasi nessuno abbia fatto caso al significato delle parole ma, piuttosto all’emozione che la melodia evoca. Qualsiasi siano le situazioni o le fantasie che vengono in mente, è una classica comfort song, come dicono gli inglesi; ovvero una canzone che funge da coperta calda, profuma di the speziato e ti fa viaggiare fino al tuo ideale posto sicuro. Da ascoltare rintanato al calduccio quando c’è tanto freddo fuori e … dentro di te.

Emptiness and just a memory
Love is gone with nothing left for me
All those wasted feeling for something i no longer have
I never knew that love could hurt so bad

Winter melody, winter melody, winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

I can’t bear to see the sun go down
Casting stormy shadows all around
Nothing seems to matter, i just get by from day to day
I never thought that you would leave this way

Winter melody, winter melody, winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

Winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

Loneliness, that’s all that’s left for me
Happiness is chilled by winter’s breeze
I keep on remembering the day that you came along
And since you left, well i just sing the song

Winter melody, winter melody, winter melody
Play for me, just for me
‘Cause he’s not coming home and i’m here alone
On my own

Compositori: Donna A. Summer / Donna Summer / Giorgio Moroder / Pete Bellotte