Sensa ‘na cocca

© Michele Camillo – Novembre 2022

Goals for job success

L’oggetto della mail, arrivò a provocarmi un prolasso fulminante dei testicoli, i quali, tracciarono due profondi solchi per terra, da casa mia, fino all’ingresso del bar da Nane. Ogni inizio di ottobre, da un po’ di tempo, in azienda, c’è l’usanza di rompere i maroni, convocando una riunione plenaria di tutti i sudditi di sua maestà el CEO, per dirla alla trevigiana. Lo scopo è sempre quello, farti lavorare di più per meno soldi; i vertici, per essere convincenti, minacciano di far decollare giganteschi cetrioli volanti, pronti a colpirti alle spalle o, per essere più precisi, un po’ più giù.

Fortunatamente, da quando c’è ‘sto cavolo di pandemia, queste riunioni non si fanno più in presenza e io, non sono più costretto a prendere l’aereo e, un litro di benzodiazepine per non cagarmi addosso; anzi, con questo sistema della videoconferenza o webinar che sia, mi diverto a mandare i sopracitati vertici in determinati posti o, a farmi fare certi particolari lavoretti, facendo fior, fior di gesti con le mani a mutande abbassate, ovviamente il tutto con la telecamera rigorosamente spenta; la scusa per non attivarla, era sempre la stessa, ovvero mi succhiava banda e quindi avevo difficoltà a connettermi. Tutte le strategie e i sotterfugi da usarsi durante le videoconferenze le avevo imparate da mio nipote Filippo, così pure la mimica da usarsi a telecamera spenta che, lui adottava nei confronti dei prof; quasi due anni di didattica a distanza, almeno gli erano serviti per diventare un esperto in materia.

Decisi di collegarmi dalla radio, quale posto migliore per una diretta; ma, soprattutto quale occasione migliore per sistemare la scaletta notturna, sostituendo i tormentoni estivi con qualcosa di più adatto alla stagione; tanto, le stronzate che dovevo sentire erano le stesse da anni.

Il giorno convenuto, passai prima da Nane Sbérega, avevo estremo bisogno di farmi una dose massiccia. L’idea era di fumarmi un caffè quadruplo ristretto e un krapfen, beo onto, alla crema; la voglia di drogarmi era tanta che avrei corso il rischio di trangugiare quello che giaceva sulla vetrinetta del bancone, ormai da una decina di giorni.

Ohi, vecio; xe ‘pena passada ea cocca del comune”; avevo riconosciuto Gino Bottacin dalla voce roca e dai pantaloni rosso stinto che porta ormai da più di dieci anni; in genere, quando è seduto fuori dal bar, il viso è sempre avvolto da una cortina fumogena generata dalla robaccia che fuma.

Il suo compito istituzionale, da quando è in pensione, è quello di stendere un dettagliato report sul passaggio di cocche. Dovete sapere che da Nane, le cocche passano ma, non si fermano mai; nemmeno se gli dovesse servire urgentemente il bagno, preferiscono tenersela o farla dietro un albero.

Non ho mai visto entrare una cocca da Nane; a parte ea Mary, la milfona banconiera, morosa del Silvano, patron di Nane Sberega, le uniche presenze femminili abituali sono un gruppo di femministe sessantottine capitanate da Irma Marangon detta sottuttomi. Pure il loro outfit risale al 1968, i larghi cotoeoni a fiori che indossano, antitesi della favolosa invenzione di Mary Quant, sono contro ogni possibile arrapamento; nemmeno a Denis Sgorlon, in assoluto il più affamato de mona, nel raggio di dieci kilometri, verrebbe voglia de cassarse, con una di loro. Hanno anche il grave difetto di essere delle naturiste; mentre la maggior parte degli avventori de Nane, sublima la mancanza di quella cosa che fa girare il mondo, con poenta e sopressa, loro, presumo, sempre per sopperire a una certa mancanza, si riempiono di roba come tofu e seitan. Più di una volta, qualcuno gli ha chiesto se ‘ste sostanze, è meglio arrotolarle su una cartina e fumarle oppure, è consigliabile sniffarle direttamente.

Dal piccolo studio che usiamo per montare i programmi, si gode di una bella vista sul viale centrale dei paeassoni. In questo periodo, le foglie degli alberi cominciano a cambiare colore, el sofego estivo ormai è solo un ricordo, per me, è il più bel momento dell’anno; mi sento rinascere. Non mi ricordo da dove salta fuori, ma, c’è una teoria secondo la quale, ognuno di noi ha il suo inizio di anno che, non coincide per forza con il primo gennaio. Verissimo, per me l’inizio dell’anno è sempre stato il primo ottobre, giorno in cui, una volta, iniziava l’anno scolastico. Pensare che, ancora oggi, per celebrare questo bel giorno, vado da sior Romeo a compare un quaderno o una matita. In quella cartoleria, il tempo sembra essersi fermato, oltre ai vecchi arredi, è rimasto il tipico profumo di carta, ricordo degli anni di scuola elementare. I primi giorni di ottobre, qui in radio, sono sempre stati dedicati alla programmazione delle attività; un eccitante fervore di idee che nascevano attorno a un tavolo stracolmo di bagigi, vino, cioccolata calda e dolcetti venexiani; purtroppo, la mia azienda, ha pensato ben bene di rovinarmi questo magico periodo dell’anno.

Dopo i saluti iniziali, praticamente un concerto per violini e lingue, partì la mattonata, “Goals for job success”, sullo schermo apparve un tizio dotato di arco, intento a scagliare una freccia. Le slide scorrevano lente, il tempo sembrava non passare mai, e io continuavo a sbadigliare. Lo studio funge anche da deposito dei vecchi LP in vinile, approfittai per dare una riordinata e, sospirare quando mi capitavano sottomano le compilation dance degli anni ’80; che tempi ragazzi! Non mi potevo però distrarre più di tanto, c’era quel maledetto questionario finale da compilare.

Obiettivo, obiettivo, obiettivo; tutta la presentazione era un continuo martellare su questo termine. Obiettivi presenti, passati e futuri, obiettivi raggiunti e obiettivi da raggiungere; che due coglioni!

La riunione finalmente finì; mi comportai da bravo soldatino, risposi esattamente al questionario, mettendo le crocette su una serie di cazzate, distanti anni luce dal mio modo di pensare. Alla fine però, questo maledetto obiettivo continuava a farmi innervosire, credo per il fatto di non averne, finora, mai centrato uno; parlo della vita ovviamente; anzi, la vera questione era capire se, ne avevo mai avuto uno.

Ho la convinzione che, in certi momenti, una qualche misteriosa entità sovrannaturale, mi invii dei messaggi. Proprio nell’istante in cui stavo pensando a ‘sta faccenda dell’obiettivo, la workstation nella quale stavo inserendo la scaletta notturna si mise a riprodurre “a fifth of Beethoven”; uno dei brani che hanno segnato la mia vita, il leitmotiv della mia passione. Spopolava in quel lontano febbraio del 1977 quando, a soli tredici anni, iniziai a trasmettere in radio e, il mio obiettivo era quello di diventare un famoso DJ attorniato da una moltitudine di cocche; inutile dire, che il target, per usare un termine anglosassone, non è stato raggiunto.

A quasi sessant’anni, mi chiedo se, alla fine, mi interessava di più fare il DJ o, essere circondato da una moltitudine di cocche. Giù da Nane, c’era uno che, più di altri, poteva darmi una mano riguardo a questo dilemma; inoltre, considerato il fatto che, l’azienda, ci aveva affidato il compito di riflettere sui nostri obiettivi, non potevo fare niente di meglio che scendere a fare due chiacchere con il vecchio Bottacin.

Sono anni che ormai è in pensione, invece di fare come tanti, che vanno a guardare i cantieri, lui passa la giornata da Nane per guardare le cocche che transitano davanti. Non è un tipo molto loquace, lo si sente ogni tanto sospirare e poi dire, “se ognun gavesse ea so cocca, nissuna bufera lo tocca”. Per tirar in lengua Gino sull’argomento cocca, è sufficiente chiedergli perché è così triste; all’inizio, la risposta è sempre la stessa, “me toca morir sensa essar ‘nda mai in quel posto, peso ancora, sensa averlo mai visto”. Mi feci offrire una sigaretta e introdussi la questione dell’obiettivo, Gino fu categorico; “cossa ti vol che te diga; da quando che esistemo, el scopo dell’omo, gira e gira, xe sempre queo. Chi che, come mi, no’ ghe xe riussio, bisogna che xe sforsa de pensar ad altro, altrimenti el riscia de ‘ndar via de meona; come xe dise, se uno no’ va in cocca xe fasie che prima de ‘staltri da ‘sta tera sea mocca”. Nel frattempo, sopraggiunse Paperoga, il socio fingeva che l’argomento non lo riguardasse ma, in realtà, ascoltava attentamente.

Vien qua beo, ti che te ga studià, spieghighe a quei dea radio, parchè noialtri semo sensa ‘na cocca

Il beo era rivolto a Ciano Menin, storico personaggio di spicco del team sensa cocca. El Ciano non aspettava altro, si fece offrire pure lui una sigaretta da Gino e attaccò con la conferenza.

Per primo, bisogna sapere che, per i sensa cocca, esiste una definizione internazionale ovvero INCEL, acronimo di Involuntary Celibate, tradotto, celibi involontari. Inoltre, nella categoria, sono implicitamente inclusi tipi come me e il Paperoga che, una cocca, bene o male, l’avevano avuta ma, almeno da più di sei mesi, si trovano nell’impossibilità di praticare l’attività più salubre e importante della vita.

Secondo, gli INCEL, non sono INCEL per caso ma, perché, scartati da donne che, scelgono il partner unicamente in base al criterio LMS, acronimo di Look, Money and Status; ovvero, una cocca ti sceglie solo se sei bello, oppure se hai soldi o, in alternativa, se sei qualcuno che conta.

A questo punto intervenne Gino; “el sciensiato qua, ga scoperto l’acqua calda; da sempre se dise che ea dona tea caea, se ti xe beo, o col scheo o sora el scagneo e, mi ghe sonto, … o sempre pronto co’ l’oseo”.  “Speta che ‘desso vien el mejo; dighe cossa che ne ga combinà e femministe”; Gino tornò a incalzare il Menin.

Praticamente, gli INCEL, sostengono che la liberazione sessuale e il conseguente sviluppo del movimento femminista, hanno segnato la loro definitiva rovina. Il professor Menin prese un sasso per terra e, sul muro esterno de Nane, a mo’ di lavagna, disegnò la situazione prima del ’68 dove, ad ogni cocca, corrispondeva solo un cocco, il classico rapporto uno a uno. Nello schema successivo, post ’68, si poteva notare che, solo alcuni cocchi, erano oggetto di attenzione di più cocche contemporaneamente, un fenomeno chiamato ipergamia. Questo perché prima del ‘68, le cocche, al fine di garantire la naturale conservazione della specie, si adattavano ad accoppiarsi con qualsiasi uomo; successivamente, con la rivoluzione sessuale, hanno iniziato a montarsi la testa, calandogliela solo a quelli che soddisfano il criterio LMS. Gli INCEL definiscono CHAD, tipi come Riccardo Cazzador, giusto per fare un nome; sono quelli con un alto punteggio LMS che, trombandosene più di una, gli sottraggono quella cocca che, prima del ’68, sarebbe sicuramente spettata a loro; analogamente, avviene nel mondo animale, dove più femmine si concedono solo ai maschi alfa. Notai però, nel nostro insegnante, una malcelata invidia nei confronti del sopracitato Riky Cassador che, comunque, si è prodigato per la conservazione della specie, seminando figli in giro; ovviamente, avuti con cocche diverse.

Ah no! A si ciò! Aeora, radiofonici, cossa ve par de ‘ste robe?” Paperoga si era organizzato appuntando tutto sullo smartphone; ci disse che, sull’argomento, si sarebbe potuto buttar su un programmone; avremo fatto un’audience degno dei migliori talk show. “ Tasi, tasi, che almanco ghe si voialtri dea radio”; el Gino scosse la testa e, cicca in bocca, inforcò la bici sparendo dall’orizzonte.

Tutto frastornato, tornai su, era ora di andare in onda; dalla finestra si potevano vedere molte cocche passare, nessuna però si sarebbe fermata da Nane, nemmeno se gli serviva di andare urgentemente in bagno. Non potevo fare a meno di pensare all’elucubrazione dell’esimio Ciano Menin; era stata senz’altro più interessante di “goals for job success”, comprese le originali e incisive, nel vero senso della parola, “slide”, lasciate sul muro de Nane; alla fine, si era parlato di un obiettivo che, tanti definiscono “il fine ultimo”. Arrivai alla conclusione che probabilmente il criterio di selezione LMS, esiste davvero con la sottile differenza che, siamo più noi uomini ad applicarlo; dividiamo l’universo femminile in cocche e non cocche, dove, queste ultime, vengono relegate ad appartenere a una casta inferiore. Quando poi, le cocche, non sono più cocche, non ci interessano più e le abbandoniamo in mezzo a una strada; ancora peggio, reagiamo violentemente, se si rifiutano di essere cocche di nostra esclusiva proprietà.

Tasi, tasi, che almanco ghe si voialtri dea radio”. Grazie Gino, noi della radio, di questa piccola radio; possiamo, di fronte alla mancanza di un qualcosa di grande e misterioso, vera forza e motore del mondo, solo “mettere su” qualcosa …

E per la barca che è volata in cielo
Che i bimbi ancora stavano a giocare
Che gli avrei regalato il mare intero
Pur di vedermeli arrivare

Per il poeta che non può cantare
Per l’operaio che ha perso il suo lavoro
Per chi ha vent’anni e se ne sta a morire
In un deserto come in un porcile

E per tutti i ragazzi e le ragazze
Che difendono un libro, un libro vero
Così belli a gridare nelle piazze
Perché stanno uccidendo il pensiero

Per il bastardo che sta sempre al sole
Per il vigliacco che nasconde il cuore
Per la nostra memoria gettata al vento
Da questi signori del dolore

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
Dovrà pur finire
Perché la riempiremo noi da qui
Di musica e parole

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
Tra il silenzio e il tuono
Difendi questa umanità
Anche restasse un solo uomo

Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore

Perché le idee sono come farfalle
Che non puoi togliergli le ali
Perché le idee sono come le stelle
Che non le spengono i temporali
Perché le idee sono voci di madre
Che credevano di avere perso
E sono come il sorriso di dio
In questo sputo di universo

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
Dovrà ben finire
Perché la riempiremo noi da qui
Di musica e parole

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Continua a scrivere la vita
Tra il silenzio e il tuono
Difendi questa umanità
Che è così vera in ogni uomo

Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte
Dovrà pur finire
Perché la riempiremo noi da qui
Di musica e parole

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
Tra il silenzio e il tuono
Difendi questa umanità
Anche restasse un solo uomo

Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Perché noi siamo amore

© 2011 Claudio Guidetti – Roberto Vecchioni

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Dal libro “Solaradio – Una radio da leggere” – © 2022 Michele Camillo


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