My way … a modo mio

Sembra che fare diecimila passi al giorno, ti permetta di rimanere un po’ di più in questo mondo; il problema è che non capisco se bisogna farli, piano, velocemente, tutti in una volta o, spezzati nell’arco della giornata. Bel casino. 

Ogni volta che scendo in strada, per compiere questo scaramantico, più che salutare rito, se non sto attento, il gruppo delle vecchie mi travolge. Incredibile, me le ritrovo a qualsiasi ora; le sento discutere animatamente su quale dei loro sistemi per contare i passi è più preciso; almeno con la mascherina, i loro sputacchi non mi colpiscono. Le solite sei vecchie, più larghe che alte che, come tante altre, obbediscono pedissequamente al consiglio del nostro medico della mutua; “no serve che corè, ’nde a farve ‘na bea camminada … e non steme più a vegnir rompar i cojoni in ambuatorio”; la seconda parte ovviamente, l’ho aggiunta io ma, non credo di essere molto lontano dal pensiero del vecchio dottor Scarpa. Non si vedono mai i loro uomini, almeno quelli rimasti su questa terra; di uno, si sa per certo, che è scappato con una tettona cubana conosciuta in sala bingo; da fonti affidabili si sa inoltre che gli ha già prosciugato il libretto e tutti i buoni postali. Gli altri suppongo, approfittino della temporanea assenza della consorte per spipparsi davanti a YouPorn o similari.

Mi chiedo, se valga la pena mettermi gli auricolari, ormai i brani della playlist, come succede in uno schermo consumato del Bancomat, hanno inciso tracce indelebili nel mio cervello. Volgarissime e stupide canzonette che conosco a memoria; non sono come il Lorenz, lui ascolta solo roba fine. Si spara John Scofield, Bill Frisel, Charlie Haden e soci; ascoltare Jazz fa figo o meglio, fa figo parlarne a voce alta davanti il bancone di Nane Sberega; lui non dice, mai “gez” ma, riempendosi ben bene la bocca, fa uscire un sensuale “giaaasss”; con la speranza che qualche assatanata avventrice, gliela faccia annusare. 

La camminata è roba per gente di una certa età; i fighetti, si sa, corrono; è più cool. L’unica degna di interesse che cammina come me, è una tipa dell’est che lavora nella locale pizzeria da asporto; non appena mi vede, guarda caso, passa dall’altro lato della strada. Secondo me, sa leggere il pensiero, intuisce che, nelle mie fantasie, ho una voglia matta di smutandarla.

Nemmeno ‘sta domenica de caigo, le vecchie se stanno in casa; non so come facciano ma mi stanno dando la birra; in testa al gruppo, braccia che si muovono velocemente a pendolo, a fare l’andatura, come sempre, Antonia. La chiamo “ea vecia dee verze”, in quanto, le poche volte che non metto gli auricolari, la sento sempre citare il profumatissimo ortaggio; a giudicare dall’olezzo che esce da casa sua, ho il sospetto che non cucini altro. Comunque questo è nulla in confronto a quello che mi aspetta, una volta imboccata la vietta in fianco alla chiesa.

Da tempi immemorabili, ogni santa domenica, Elvira Scattolin, lancia la produzione di una sorta di brodaglia i cui ingredienti generano un tanfo mai sentito nemmeno quando, prima della caduta del muro, mi son trovato a bazzicare nelle periferie di alcune grandi città dell’est. Ora che poi, l’ultra novantenne, siora Elvira, ha ceduto il brevetto e relativa produzione, alla sua fida badante moldava, il puzzo ha raggiunto livelli di tossicità incredibili. In giornate di pressione bassa come questa, il tanfo invade tutto il piazzale della chiesa e ristagna quasi fino a sera arrivando a coprire persino i refoli di Porto Marghera; il problema è che per me, non è solo un cattivo odore ma il triste ricordo del mio breve trascorso di fio dea cesa.

Era inizio autunno del 1980 quando iniziai a frequentare assiduamente la parrocchia; non certo per aver ricevuto la classica “chiamata”, di cui tanti parlano, nessuna folgorazione sulla via di Damasco ma, solo un più terreno e naturale istinto predatorio. Nel quartierino di periferia non c’erano altri posti dove andare a caccia de cocche; l’unica alternativa valida era la discoteca, ma, per praticarla era richiesto un certo impegno economico. La mia era una famiglia allargata dentro spazi ristretti; c’erano ben altre priorità che elargirmi schei per il divertimento. 

Antonio, Gianni e io; praticamente Toni, Nane e el Ciccioamighi dea stradea, fummo accalappiati da don Lino, un caldo pomeriggio di metà settembre ’80 mentre, annoiati, stavamo assistendo, senza tanto entusiasmo, alla classica partitella di calcio scapoli contro ammogliati nel campetto dietro la chiesa. Ci disse che l’indomani eravamo convocati in sala cinema; aveva grosse novità per noi. Toni, almeno sulla carta, era l’unico di noi ispirato da sacri valori; la sua era una famiglia, da molte generazioni, assidua frequentatrice di chiese e relative canoniche; irriducibili basabanchi leccapiedi di numerosi prelati.

Capitai seduto a fianco di Zeneca Filippon, la fighetta mi salutò a malapena squadrandomi con aria schifata. Arrossii di brutto, pensai che avesse in qualche maniera intuito che, poco prima, chiuso in bagno, me l’ero virtualmente fatta; mah, forse semplicemente puzzavo.

Il don, da sopra il palco, iniziò il suo personale show. Attaccò con un pistolotto, nel quale sventolava i sacri principi della morale cattolica ovvero che noi maschietti non si doveva venire in parrocchia per cercar di trombarsi anzitempo le femminucce mentre, quest’ultime dovevano tenerla ben stretta e respingere con la forza qualsiasi tentazione. Io e Gianni ci scambiammo un’occhiata; avevo la sensazione che il don mi avesse sgamato, ero quasi convinto che i preti avessero il dono divino di leggere il pensiero. Zeneca annuiva e sembrava approvare, mentre io continuavo a fissargli le bellissime gambe, messe ben in evidenza grazie ai suoi cortissimi shorts.

Intanto il prete, dopo essersi alzato in piedi, come fosse sull’altare; iniziò a distribuire incarichi di prestigio. Pareva la nomina degli assessori al primo consiglio comunale; il don spiattellò i nomi, saltarono fuori, responsabili dei canti alla messa, quelli delle gite, delle feste, quelli del recital che, puntualmente non si sarebbe mai fatto, e via discorrendo fino a quando non ebbe esaurito la lista dei soliti noti e figli di. Della partita, ovviamente, faceva parte anche Zeneca che, sorrise compiaciuta in direzione del suo uomo del momento; quel gran stronzo che rispondeva all’altisonante nome di Antongiulio Marcellini Zorzi detto Tonistronso. Nella platea, tra i pochi sfigati che rimasero a bocca asciutta, manco a dirlo, c’eravamo noi tre. 

Toni non riusciva a darsi pace, non c’era nessun tipo di logica “cattolica” in quelle nomine. A scandalizzarlo maggiormente, c’era proprio quella di Zeneca; figlia del peccato.  Tutti in parrocchia sapevano che era stata concepita e successivamente venuta al mondo in India, al tempo in cui i suoi, coppia non regolarmente consacrata, vivevano in quel remoto angolo del mondo per dedicarsi a fare gli hippy. A me, in realtà, quei giovani genitori piacevano un sacco, forse più di Zeneca; che dire, erano dei tipi a dir poco stravaganti però, nel contempo simpaticissimi e avanti con i tempi, dei veri fighi; l’antitesi dei miei, vecchi, antiquati, rigidi e capaci solo di pensare ai schei. Giuro che, in certi momenti, mi sarei fatto adottare molto volentieri da loro. Toni continuava a sputare bile, Gianni tentava inutilmente di fargli capire che non centravano niente i dettami delle sacre scritture; anche in parrocchia valeva l’antico detto popolare “tira più un peo de mona che un carro de bo”. Per me invece, l’unica cosa senza una logica, era come, da quei due stralunati alternativi di genitori, fosse nata una così tanto figa, quanto stronza, arrivista e snob; una perfetta cagaalto.

Dopo aver ingoiato il rospo, il Toni convinse me Gianni a “mettere la firma” in fin dei conti, ci fece capire, che si avrebbe potuto “fare carriera” ed affrancarsi da quel momentaneo insuccesso. Fu così che mi ritrovai in mano la tessera dell’Azione Cattolica Giovani; dovetti sborsare cinquemila di iscrizione più, altre duemila lire per festeggiare i compleanni di due tizie mai conosciute prima. Il Gianni, dopo averle radiografate per bene, avrebbe volentieri sborsato un biglietto da diecimila pur di combinarci insieme qualcosa, non proprio attinente ai fondamenti della morale predicata pocanzi dal don. Il tapino non sapeva che, neanche se avesse versato un pezzo da centomila, sarebbe stato invitato al compleanno. Eh si, perché si trattava di un festin isi, dove vien soeo chi che te gheo disi; ovvero, ti chiedevano i soldi ma poi, fatalità, si dimenticavano di invitarti. Ci volle poco a capire che, anche in parrocchia, i principi cristiani venivano asfaltati dalle ferree leggi di mercato; rispetto alla crescente domanda, l’offerta di figa era poca, per cui, il Clan, un ristretto numero di “fratelli”, cercava in tutte le maniere di ostacolare la potenziale concorrenza.

Gli inviti a raduni e riunioni istituzionali invece, non mancavano mai; ai soliti noti, serviva quanto più pubblico possibile per acquistare visibilità e credito. Pareva dovessero salvare il mondo; fiumi di parole intrise di testi conciliari, con cui bandivano colossali iniziative, mai messe in pratica. Alla fine, a noi soldati semplici, toccavano i lavori di manovalanza che i nobili quadri parrocchiali non volevano fare. 

Quella domenica pomeriggio, causa un non ben precisato impegno, Tonistronso e Dario Vazzoler mi lasciarono da solo in trincea a gestire un branco di selvadeghi ragazzini dei paeassoni; dico solo che il più tranquillo di loro, tirando un bel porco, minacciò di farmi spaccare il culo da suo fratello più grande se, non gli avessi ceduto, ovviamente gratis, una manciata di spighette di liquirizia e tre Chupa Chups gusto cola.  Quello che più mi preoccupava in quel momento non era la loro redenzione ma, l’aver visto i due “fratelli” precedentemente nominati e alcune selezionate “sorelle” fighette, tra le quali Zeneca, stazionare davanti gli scalini della chiesa; urgeva capire cosa c’era sotto. Continuavo a guardare in continuazione l’orologio, forse riuscivo a beccarli, il tempo però non passava mai. Quando alla fine, dopo aver fatto un’operazione di ricostruzione post cataclisma e bonifica, facendo uscire quella puzzolente aria viziata, riuscii, stremato, ad uscire dalla sala, se ne erano già andati tutti a casa di Dario Vazzoler a fare un festin isi, questo ovviamente venni a saperlo dopo.

Mi ritrovai solo nel piazzale della chiesa, l’aria completamente saturata dal tanfo della brodaglia di siora Elvira; tanto che avrei preferito un sano aerosol di Petrolchimico. Iniziò a calare una fitta nebbia, non si vedeva niente e non vedevo chiaro nemmeno dentro di me, presi a camminare nervosamente verso casa. Mi chiusi in camera e ficcai la tessera di A.C. dentro la ribalta della libreria; e li ci rimase per sempre. 

Non era nella mia indole redimere la società dall’edonismo dilagante ma, anzi, desideravo fortemente tuffarmici a capofitto; così, il sabato successivo, diedi al don, le dimissioni, senza preavviso, da redentore di teppaglia; lasciavo volentieri a quella troietta di Zeneca quel lavoro.

Poi, feci la cosa che diede inizio alla mia nuova vita; suonai il campanello del civico 69 dei paeassoni; all’ultimo piano, in soffitta, c’era SolaRadio

Non sapevo che, nel misero quartierino di periferia, ci fosse una radio; della sua esistenza ne venni a conoscenza un venerdì sera quando, un certo Fabio Ballarin, detto Paperoga, venne invitato dal don al gruppo, appunto, del venerdì sera. Ogni tanto, ai raduni dei fioi de cesa, apparivano degli outsider. Se, per caso, si trattava di una coccao di un cocco, c’era sempre una grande dedizione per la sua conversione e redenzione; nel caso di Paperoga, un tipo trasandato come il personaggio dei fumetti, nessuno si prese cura di lui, a parte me. Si capiva che sarebbe stato candidato all’esclusione dal clan e, per questo mi stava già simpatico. Pensare che già il sabato pomeriggio, ero a casa sua ad ascoltare decine di dischi dei più svariati generi musicali; era la prima volta che incontravo un fio così easy e fuori dalle righe. Decisamente un tipo strano, come tutta la sua famiglia, pazzescamente disordinato, come tutta la casa; dove, almeno c’era la libera circolazione senza l’obbligo di pattine. “Ti podaressi vegnir anca ti a far radio”; fare radio, che strano termine; una cosa mai presa in considerazione.

Finora la radio l’avevo solo ascoltata; parlare in radio la ritenevo una cosa irraggiungibile, solo per pochi privilegiati. Il suo entusiasmo era contagioso e la cosa iniziò a stuzzicarmi; se non altro, sarebbe stato un bel modo per farse vedar, uscire dall’anonimato e, ‘ndar dee bone co’ e cocche.

Mi spaventava però il fatto di non avere gran cultura musicale, o meglio, ero solo agli inizi. Da poco in casa, grazie a mille sacrifici, era arrivato il mitico Philips 970; un apparecchio che comprendeva giradischi, mangiacassette e radio; ce l’aveva ceduto quel rotto in cueo di mio cugino Giorgio. Non era granché, un surrogato dell’impianto stereo insomma, il classico voria ma no posso; però, permetteva a noi fratelli di poter ascoltare i primi dischi. Me ne tornai a casa, felice più che mai, con Amigos di Carlos Santana sotto il braccio; “roba bona”, disse il mio amico. Paperoga, nel giro di due ore, mi aveva fatto spaziare dal rock, al blues, passando per la musica country americana; su questo lo invidiavo, perché le mie conoscenze musicali si limitavano alle volgarissime canzonette. 

Quando aprii la porta che portava nel misterioso mondo di Solaradio, mi arrivò una zaffata di salame con l’aglio; erano tutti nel pieno di un garangheo che, scoprii essere una tradizione del sabato pomeriggio. In tre minuti ero già amico di tutti e pesavo un kilo in più; ancora con la bocca piena di sopressa de casada mi ritrovai assieme a Paperoga, davanti a un microfono; tre secondi e, quel gran mona, mi diede la linea per presentarmi agli ascoltatori. Credo sia stato quel bicchiere di ramandolo che fece uscire dal mio corpo la voce di WWanda dabliu-dabliu-anda; un personaggio che, ancora oggi, non mi sono più scrollato di dosso; liberamente ispirato dalla siora Gisella, una vecchia e navigata “professionista”, che viveva in una casetta in fondo aea stradea. Quando, a tavola, la imitavo, riuscivo a far ridere persino quel molton selvadego di mio padre. Ea Gisea, era una buona donna di animo generoso; ricordo che, a noi ragazzi, regalava sempre dei fumetti per il nostro banchetto dei giornaletti. Ci siamo fatti una cultura approfondita su certe cose, leggendo “cappuccetto rosso”, “il camionista” e “Lando”; d’altronde, in quegli anni, i nostri genitori non ci spiegavano niente.

Non so nemmeno io come mi venivano tutte quelle battute, ne sparai talmente tante da lasciare allibiti tutti quelli che mi stavano attorno. “Ma da dove ea gavé tirada fora?”; arrivarono a decine le telefonate degli ascoltatori.

A WWanda, bastò quell’estemporaneo show per trovare casa a SolaRadio e, far divertire un sacco di gente. L’argomento preferito, erano i suoi clienti; ad ogni puntata, ne presentava uno; c’era quello che pagava a rate, quello che pagavano gli amici come regalo di compleanno, quello che pagava la moglie al posto suo, quello mandato dal papà perché facesse esperienza, quello mandato dalla morosa perché si sfogasse e non facesse strane richieste a lei, quello mandato dal prete e, pure il prete. WWanda era ‘na sbocada, non capiva niente di musica, spesso storpiava i titoli e i nomi dei cantanti, specie se stranieri; però, non si sa come ma, riusciva a mandare in onda sempre della gran bella musica e, soprattutto roba tirada fora dal soito; ebbe il merito di far conoscere il blues, o meglio el brus, come diceva lei, a quei trogloditi ascoltatori di periferia; i dischi non li comprava, se li faceva prestare, con la promessa di renderli subito, da un certo Fabio Ballarin, detto Paperoga; ancora oggi, parecchi di questi, giacciono nella mia libreria. 

Faceva divertire tutti, tranne quei de cesa; a loro, dava fastidio che parlasse sempre dea mona, e, soprattutto che affermasse con fermezza che, era quella che faceva girare il mondo. E poi, esibirsi, farse vedar, era peccato; tranne quando lo facevano loro; ma WWanda aveva ‘e spae a coppo e gli lanciava un sacco de WWandaffancueo.

Il tanfo della brodaglia di Elvira, continua a persistere fino al tardo pomeriggio nel piazzale deserto della chiesa; secondo Paperoga, statisticamente, nel quartiere, sono più le persone che riescono a sentire quell’olezzo che non quelle che ascoltano la radio. A me non importa nulla, starmene qui davanti a un microfono mi fa sentire meglio che non gli istituzionali diecimila passi giornalieri. E’ vero, non c’è più quel vivace viavai di persone che si fermavano a chiacchierare per ore in studio; le postazioni sono ordinatissime, una manciata di monitor ha sostituito mixer, piatti, registratori a bobine, pile di dischi e matasse di cavi impossibili da dipanare, il bel casino di una volta. Sempre secondo Paperoga c’è il rischio di ammalarsi, che ti prenda la depressione del DJ solitario. Per quello che mi riguarda, non c’è pericolo, posso ancora contare su WWanda e tanti altri personaggi che vivono dentro di me. Sono persone del mondo reale che ho incontrato o, semplicemente incrociato per pochi istanti con lo sguardo, rispetto agli “originali”, per loro il tempo non passa mai. Credo che se lo sapessero, intendo gli “originali”, mi sarebbero infinitamente grati per averli resi eterni e noti al pubblico nei miei spettacoli teatrali e io, ovviamente, sono infinitamente grato a loro per avermi ispirato.

Senza i miei personaggi, il teatro e la radio, non so come farei ad affrontare questo mondo, i diecimila passi quotidiani non mi sarebbero bastati. Non mi sarebbe bastato andare a messa ogni santa domenica, confessarmi due volte all’anno, sposarmi senza poter più desiderare la donna d’altri e nemmeno la roba d’altri, nel mio caso specifico, la moto d’altri.

Se non avessi saggiamente attraversato la strada per suonare al civico 69 dei paeassoni, mi starei ancora rodendo fegato e anima pensando alle riunioni in parrocchia dove, se non eri tra i preferiti del don, nessuno ti cagava ma, soprattutto a quella troia di Zeneca che, la dava a tutti tranne che a me.

Se non avessi saggiamente attraversato la strada per suonare al civico 69 dei paeassoni, avrei, sicuramente continuato a fingere recitando, per l’eternità, la parte del bravo fio de cesa, che mette nella busta delle offerte i quattro spiccioli che gli avanzano, mentre, si sputtana grosse cifre comprando inutili troiate.

Suonare al civico 69 dei paeassoni, mi ha dato la possibilità di fingere per scelta e puro divertimento; quella consapevolezza di fingere, che mi ha portato a farlo per professione.

Paperoga continua a strisciare la punta del naso sul vetro della finestra, lasciando vistosi segni con il grasso della pelle, compie questo schifoso rito quando è malinconico. Dalla finestra si può scorgere il piazzale deserto della chiesa; el fio continua inesorabilmente a sparare statistiche, dice che, in tutti questi anni, il prete, ha perso più ascoltatori della radio.

In effetti, la chiesa, almeno quella davanti la nostra radio, sembra essersi svuotata, la pandemia ha dato la mazzata finale. E’ popolata perlopiù da anziani vestiti quasi tutti allo stesso modo, in crisi perché si trovano addirittura due papi. Le loro sicurezze venute a meno quando, uno dei due, quello comunista, gli ha detto sostanzialmente che non è sufficiente starsene tutto il giorno a sgranare il rosario per avere diritto alla corsia prioritaria, quando si passerà “dall’altra parte”.

Spariti anche certi personaggi di un tempo; non hanno più interesse a frequentarla, si sono trasferiti sui social per pontificare e darsi battaglia tra chi vuole le donne prete e chi, il ritorno della messa in latino. Credo sia per questo che, da un po’ di tempo, ho ripreso a metter piedi in chiesa, ora che si è disintossicata da certa gente, sembra più silenziosa; anche troppo silenziosa. A dire il vero, ho addirittura l’impressione che pure Lui, abbia tagliato la corda. Come mezzo mondo, mi chiedo dove è finito, perché rimane in silenzio di fronte a quello che sta accadendo. Mi pare però, vagamente di sentirlo; continua a chiedermi dove sono finito in tutti questi anni, perché mi faccio vivo solo ora e, perché ho deciso di attraversare la strada e suonare al civico 69 dei paeassoni. Non lo so nemmeno io con esattezza; credo puro istinto, l’aver fiutato per tempo quel divario tra religione e Dio che lacera e divide l’umanità; forma e sostanza, giusto per tirare in ballo Aristotele.

Lo stesso istinto che nei momenti cruciali della vita mi ha fatto cambiare strada, anche fisicamente. Come quella volta che vidi da distante venirmi incontro Vera. Era un po’ che mi tallonava, il mio fiuto mi suggerì di svoltare repentinamente per una stradina laterale, se ci fossimo incontrati, probabilmente, mi sarei trovato a vivere una vita che non avrei voluto.

Paperoga se n’è andato, ora tocca a me starmene a osservare il piazzale deserto della chiesa, non oso aprire la finestra, c’è il serio rischio che entri il tanfo della brodaglia di Elvira, e con quello, i brutti ricordi. Mi volto verso le postazioni microfoniche, dove sono seduti WWanda e gli altri; è questa la vita che volevo. Mi piace anche far due chiacchere con Lui sui misteri e le assurdità di questo mondo; gli chiedo se bastano diecimila passi al giorno, per far in modo che il giorno del “passaggio” arrivi il più tardi possibile. 

Da parte mia per Lui”, credo che nessuno dei miei ascoltatori sia in grado di comprendere il significato di questa frase quando mando in onda My Way del vecchio Frank; spero solo che Lui, possa capirmi e perdonarmi.


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