Ea mossarea – storie di tutti i giorni

Racconto

SOLARADIO, una radio da leggere

CAPITOLO 9


“Condannato per omicidio con l’aggravante dei futili motivi”; probabilmente, se non mi fossi trattenuto, sarebbe quello che avreste letto sui giornali, ma,  vi assicuro che, la voglia di scaraventare fuori dal treno, non appena fossimo entrati nella galleria degli Appennini, quella tipa che mi sedeva davanti, colpevole solo di avere addosso lo stesso profumo di Maria Vittoria Benzoni Savelli; era tanta.

Prima ora del primo giorno di liceo; una folata di quel maledetto profumo riempì l’aula precedendo l’esordio in scena della nostra professoressa di lettere; tubino verde, scarpe bianco lucido con tacco dodici e, un fastidioso tintinnio provocato dalla ricca dotazione di gioielli. Alla bionda sembrava che gli occhi dovessero uscire, da un momento all’altro, dalle orbite; assomigliava, in tutto per tutto, a un personaggio politico in voga oggi.

Non ricordo bene la formula matematica ma, il rapporto figa / stronza attribuito dalla commissione di maschietti che, da lì a poco, si sarebbe insediata; era bassissimo, intorno allo zero virgola qualcosa.

Non mi serviva la sfera di cristallo, tanto immaginavo dove sarebbe andata a parare; dopo una rapida ma estremamente accurata, scansione di tutti i 23 elementi della classe iniziò con l’appello-interrogatorio, gli interessavano sostanzialmente tre dati; cognome, nome e classe sociale. Si capiva che, avrebbe voluto andare direttamente al sodo chiedendo subito, ad ognuno di noi, informazioni sul lavoro del padre ma, alla codarda mancò il coraggio per cui, indagò prima sul luogo di residenza, altamente indicativo dello stato sociale.

Quando, la numero uno, tale Andreatta Vania, toccandosi i bellissimi riccioli biondi, con voce sensuale, pronunciò “Rotonda Garibaldi” ovvero, i Parioli di Mestre, si innescò in me una incontrollabile reazione a catena chimico-ormonale; ma questa è un’altra storia.

Fino a quel giorno, ero abituato ad avere in classe gente che, bene o male, proveniva, dallo stesso quartiere, in più, non ero particolarmente ferrato nella geografia locale. Il numero due, Bibolin Mauro, un ricciolino con la faccia da Bassethound bastonato; a domanda, con un filo di voce e scarsissimo entusiasmo, rispose; “Cipressina”. Mi fu subito simpatico, provai nei suoi confronti, una grande tenerezza mista allo stupore derivato dal non sapere dove cavolo si trovasse quel luogo.

 Pasqualetto era al 17° posto per cui, visto come buttava, avevo tutto il tempo di prepararmi le risposte; da navigato speaker di Solaradio, ea lengua non mi mancava.

  • Campalto dove?”

il sarcasmo della Benz, sembrava uscire anche dalle tette, tenute ovviamente bene in vista.

  • C puntato, E puntato, P puntato; meglio conosciuto come Lido di Campalto; signora professoressa

Realizzai di essere praticamente già stato rimandato a settembre. L’illustre futuro avvocato Campesan, seduto a mio fianco, si mise istantaneamente la mano in tasca, non capivo se per toccarsi le palle o mettere al sicuro il portafoglio.

Non era finita qui; dopo averci minacciato di incularci se facevamo assenze non causate da gravi malattie invalidanti, ci propinò subito un tema dall’originale titolo “mi presento”; in sostanza aveva bisogno, al solo fine di schedarci, di quante più informazioni possibili. Istintivamente girai lo sguardo in direzione del Bibolin; stava con gli occhi rivolti al soffitto a mo’ di imprecazione.

Dopo due giorni, riecco la folata; tailleur nero, stivaloni sadomaso dello stesso colore; sbatté sulla cattedra il registro con sotto i nostri temi. Per un attimo mi squadrò, nella mia immaginazione mi vedevo steso per terra davanti la cattedra, mentre lei mi premeva la testa con il tacco dello stivale.

Iniziò a recensire i lavori mentre, alcuni esimi colleghi, diedero vita a concerti per solo violino e lingua. Il tempo passava e, ancora non arrivava il mio turno né, tantomeno quello del Bibolin; brutto presentimento. Quando giunse alla fine del pacco si mise a sbuffare; con quelle lunghissime unghie laccate in maniera ineccepibile, prese a tamburellare sopra i due fogli protocollo rimasti; stette un attimo in silenzio, cercai conforto nello sguardo del Bibolin che però, prontamente, da sotto il banco, con la mano chiusa a pugno, fece l’inequivocabile gesto, chiaro preludio alle intenzioni della prof.

– “Bibolin e Pasqualetto, .. non ci siamo”.

Il sospiro della Benz provocò un’altra tremenda zaffata di quel suo, chiamiamolo, profumo; gli occhi uscirono ancora più fuori dalle orbite; sembrava che un bottone della camicetta, quello posizionato sul davanzale, stesse per saltare da un momento all’altro; si tirò su le maniche per sistemare meglio quel mezzo kilo d’oro che aveva su ogni braccio, come se si preparasse per prenderci a sberle.

“Fuori tema”, fu il verdetto; la masnada degli sviolinatori si girò verso di noi guardandoci con ghigno diabolico, in attesa di ordini superiori ed eseguire la sentenza ovvero; metterci alla gogna.

– “A Pasqua, almeno l’ironia no’ te manca. Mò me devi spiegà ‘sta storia che parlicchi so ‘na fantomatica radio”

Fui il primo al quale si rivolse in romanesco; l’avrebbe fatto ogni qualvolta intendeva sminuire qualcuno. “Parlicchiare su una fantomatica radio”; come fanno presto due parole sbattute la, dall’alto di una cattedra, a mandare in frantumi l’entusiasmo di un adolescente. Menomale che l’Andreatta mi lanciò un’occhiata complice che, mi tirò su il morale e, anche qualcos’altro.

“Il Piave mormorò, non passa lo straniero!”; mi risuonò nella testa la famosa canzone; il nemico, ovvero la Benz, stava passando il limite; passai alla riscossa verbale. L’entusiasmo e la passione per Solaradio, furono la mia arma letale; alla fine della mia arringa, in classe non volò una mosca; la campanella salvò la signora da un certo imbarazzo.

  • “Ma che casso ti gà scritto?”

Bibolin mi affiancò in corridoio, non aveva più la faccia da Bassethound bastonato, era alquanto divertito dalla situazione; ci scambiammo i fogli protocollo.

In piazza Barche, i nostri autobus prendevano direzioni diametralmente opposte; era facile però intuire che, alla fine, ci avrebbero sbarcato sulla stessa identica realtà. Un posto ambito, era il sedile dove un tempo stava il bigliettaio, in pelle, comodo, disponeva di un tavolino che, noi studenti sfruttavamo come banco autotrasportato per sistemare gli appunti e altre incombenze scolastiche; quel giorno ci stesi sopra il tema del Bibolin.

Sono nato e abito alla Cipressina, detta anche Depressina, uno dei tanti quartieri dormitorio di Mestre ..”. Quartiere dormitorio, che strano termine; mi immaginavo palazzoni con camerate piene zeppe di letti a castello, un po’ come nella colonia dove d’estate, fin dalla tenera età di sei anni, mi spedivano i miei.

Campetto da calcio, due bar, dove le bestemmie erano usate a mo’ di punteggiatura; la chiesa, dove vengono favoriti sempre i soliti, usualmente seduti in primo banco. Per i giovani non c’era ‘sta grande offerta di attività; potevi giocare a basket sul campetto del patronato a patto che frequentassi l’incontro del venerdì; dove, un pretino sedeva a capotavola con a fianco, i suoi discepoli preferiti; l’insegnamento impartito era sempre quello; non trombare prima del matrimonio, nemmeno con la fantasia; non andare a far vasche in piazza; tenersi lontano dai bar e dalle discoteche.

Fortuna che eravamo distanti di banco altrimenti, la Benz avrebbe montato su un impianto accusatorio non facilmente demolibile; i nostri due temi erano praticamente una fotocopia, stessi luoghi stesse persone ma, soprattutto stessa vena malinconico-ironica usata per descrivere la banalità.

– “Tirate su da quel letto, che go da passar ea lucidatrice !!”

Ormai non riuscivo più a sopportare il tono di voce di mia madre; ogni qualvolta doveva impormi qualcosa, mi fracassava i timpani; altra cosa che non sopportavo era la brusca interruzione di una fantasia erotica; il faro della vecchia Sangiorgio, illuminò a giorno la mia cameretta, mentre stavo per avere il mio primo rapporto sessuale completo con la Andreatta. Chissà se anche Bibo, ormai lo avevo già soprannominato tale, aveva una mamma così disgraziata; nel suo tema non c’era menzione alcuna della famiglia.

Nel mio, l’argomento era stato volutamente relegato tra gli omissis; in primo luogo perché non c’era niente di particolare da dire o, di che vantarmi anzi, me ne vergognavo; la gente comune non fa colpo, tanto vale non parlarne. La mia tesi fu avvalorata il giorno della lettura dei temi; era tutto un susseguirsi di padri avvocati o ingegneri, madri affettuose alle quali i padri avvocati o ingegneri avevano appena regalato la macchina nuova in quanto, la pelliccia di visone era già stata regalata l’anno prima; i dolcissimi nonni facevano migliaia di kilometri per scendere giù dalle loro case al mare o in montagna e andare a trovare i nipoti ovviamente, portando con se una busta regalo, ben imbottita di bigliettoni da cinquantamila lire.

Cosa dovevo dire di mio padre, che all’età di 10 anni fu preso da mio nonno a pedate nel culo e mandato a lavorare in mezzo ai campi; colpevole solo di avergli chiesto una bicicletta. Oh, certo, potevo raccontare che era giunto all’apice della carriera, ora aveva un tornio tutto suo e un “bocia” a cui insegnare, a suon di bestemmie e “tangare” sulla testa, il mestiere. Non credo facesse molta poesia, se raccontavo che se ne stava giorni interi in quel maledetto orto ad annaffiare le colture con l’acqua del putrido fosso ma che, almeno quello, gli faceva dimenticare le ciminiere di Porto Marghera. Che dire poi di mia madre, sfatta nel fisico e assente con la mente, passava tutto il giorno, come un automa a ripetere le stesse faccende domestiche, cantando a squarciagola le solite canzoni; unica distrazione alcuni fotoromanzi sgualciti che gli passava la parrucchiera, le rare volte che ci andava. Lasciamo perdere mio fratello; il vero uomo, tenuto su un piedestallo dai miei in quanto, già da tempo lavorava; unico e valido supporto al magro bilancio familiare; non come me che, magnavo schei a tradimento. Devo dire però che c’era, qualcosa in cui credere, una solida la fede che reggeva la mia famiglia, per noi uomini il Milan, per mia madre la Carrà.

Non ho mai sopportato quelli che, come Maria Vittoria Benzoni Savelli, ancor prima di sapere come ti chiami, ti chiedono informazioni dettagliate riguardo la tua famiglia; e lei, probabilmente, non sopportava chi volontariamente o meno, ometteva di fornire queste informazioni per cui, qualsiasi altra cosa avessimo scritto era ovviamente, “fuori tema”.

“No go capio, to pare xè ingegner, professor o avvocato? In cossa el xé laureà?”;

El Bibo, non perse tempo per, come diciamo noi, tirarme in lengua;

– “El xé laureà in tornitura de fin”;

-“Ah, el mio invesse in saldatura col caneo”;

-“E dove, l’esercita ea profession?”;

-“El ga el studio a Marghera, al Breda”;

-“Orpo, el mio la vissin; Vetrocoke Azotati! E to mare?”;

-“Casa a batar strassa tutto el giorno”;

-“Idem con patate”;

-“Scolta, però, ea to’ radio ea fa un fià da cagar; a casa mia no ea ciapo”;

-“Par forsa, el posto dove che ti abiti fa da cagar”;

-“Senti chi parla, queo coi rubinetti de oro in casa

Consideravo un preciso impegno istituzionale, fare in modo che, in un quartiere sfigato come il nostro, si potesse ricevere Solaradio. Fracassai i maroni per settimane a sior Sergio, alla fine, il segnale, giunse chiaro e forte alla “Depressina”; al Bibo, comunque ‘sta cosa sembrava non fargli né caldo, né freddo. In quel periodo, alla sera io e Paperoga, ci alternavamo a condurre quello che era un classico delle prime radio libere; le dediche in diretta. Un nebbioso lunedì di fine ottobre, arrivò una telefonata indimenticabile:

– “Pronto xè ea radio?”

– “Si, chi parla?”

-“’Sera maestro, so Umberto Cassador detto Berto, un barbier qua de Mestre”

-“Bene, finalmente una telefonata dal centro città, vuole fare una dedica?”

-“No, un annuncio, se el me parmette”

-“Certo, dica pure”

-“Steme a sentir, insomma, voria dir a tutti che ea mujer de Gino Visentin; … lo fa beco!!”

-“Scusi ma ..”

-“No, no ghe xè ma e no ghe xè se; maestro, so sicuro de queo che digo”

“Come fa ad essere sicuro, ha le prove?”

La cosa iniziava a divertirmi

-“Ostia xè go e prove! Xo mi che me ea cia…”

La telefonata di quel fantomatico Berto Cassador, durò quasi mezz’ora; iniziò a descrivere nei minimi particolari, i focosi incontri con la sua amante; non appena eccedeva con le oscenità o, accennava a frasi volgari; mi divertivo a censurarlo mandando della musica. Da quella sera, Berto Cassador, non mancò di continuare a telefonarci e ad allietarci con le sue storie “de done nue”. Dalle sere successive, fatalmente, iniziammo a ricevere anche le tristi telefonate di Gianni “Nane Sfiga” Berton, il cui motto era “ea vita xè un cesso sporco”; poco dopo seguirono i comizi in diretta del compagno Piero “el Ce” Cecchinato; gli indimenticabili consigli per cuccare di Antonio “Tony Piassa Fero” Lovadina; durante le mie radiocronache dal campetto, iniziò a telefonarci Luigino “Ginetto in baeon” Passarin, opinionista ubriaco; c’era una cosa che, però, accumunava questi personaggi, un tono di voce stranamente simile. Credo che, ancora oggi, a parte noi di Solaradio, il grande pubblico ignorasse che, dietro a quei personaggi, ormai entrati nell’immaginario mitologico, si nascondeva el Bibo; un segreto che ci porteremo nella tomba.

A parte questa sorta di collaborazione radiofonica, io e lui condividevamo ea poca voia de far ben a scuola e, un obiettivo comune; la disperata ricerca di “quella cosa la”. A causa dei continui insuccessi nei due ambiti precedentemente menzionati, eravamo dediti al consumo, o meglio, abuso, di tramezzini e birrini, presso un popolare locale di via Mestrina; in più, dovevamo faticare non poco a racimolare i soldi necessari per permetterci quella sorta di dipendenza. I nostri genitori, a differenza di molti altri, non ci davano la paghetta settimanale in quanto, adottavano il metodo self-service ovvero, ci dicevano “co te serve i schei totei” il che, sembrerebbe semplice ma, in realtà, quella frase sottintendeva che, per ogni biglietto da mille era necessaria una formale domanda in carta bollata nella quale, sotto giuramento, si dovevano elencare i validi e giustificati motivi del prelievo. L’evasione e il godereccio non erano contemplati, per cui, era necessario ricorrere a una sorta di elusione fiscale, mascherando le uscite relative a, pizzette, tramezzini, mozzarelle, Giambonetti, birrini, colini, gelatini e altre sostanze classificate alla stregua della droga; come spese per materiale scolastico; non era facile ma, bastava far ricadere la colpa sul quel cagacazzi ed esigente professore di turno che, ci faceva spender un sacco de schei per niente.

Arrivò la vigilia di Natale ed avevo grandi aspettative; pur non credendo più a Babbo Natale, ne aspettavo uno in minigonne che, stranamente somigliava a Vania Andreatta; ero ormai deciso, dopo le vacanze, con una scusa, l’avrei invitata in radio e poi, chissà. Nessuno al mondo sapeva che, tale Nicola, il tipo che dedicava alla misteriosa “Shirley Temple”, bellissime canzoni d’amore; ero io e che, “Shirley Temple”, la ricciolina bionda era, ovviamente, Vania Andreatta. Ormai era partito il film; la vedevo seduta a fianco a me nella penombra del cinema Excelsior e poi, mentre salivamo, mano nella mano, sulle scale mobili di Coin. Quel giorno, quando il palco crollò, il tonfo fu veramente forte. L’immagine di quello stronzo e gran rotto in culo del Narozzo che, sfoderando un sorriso da quarantacinque pollici, avanzava verso me e Bibo, stringendo con il braccio la spalla della Andreatta, marchiò a fuoco, permanentemente, una parte della mia memoria. Che il fattaccio, avesse provocato pure al Bibo un violento shock depressivo di natura sentimentale, era innegabile; entrambi balbettavamo mentre con un falso sorriso di circostanza facevamo gli auguri alla coppia inoltre, seguì un buon quarto d’ora di silenzio durante il quale perdemmo l’orientamento dopodiché, emisi un sospiro;

– “Se magnemo ‘na mossarea?”

Ancora oggi, faccio fatica ad ammettere che, il vero motivo per cui, alla fine di quell’anno scolastico, abbandonai il liceo per finire all’Istituto Tecnico, in una classe di soli maschi; non fu il disastroso rendimento ma, quella forte delusione sentimentale. Forse perché eravamo ormai legati da una specie di filo invisibile, fatto sta, che mi seguì pure il Bibo; alla fine, i nostri genitori vinsero quella battaglia; dovevamo imparare a rassegnarci, i figli degli operai al massimo, se proprio gli va bene, possono aspirare a diventare caporeparto; inoltre, c’era il problema che, andando al liceo, sarebbe passato del tempo, prima che riuscissimo a portare a casa schei.

Nonostante continuassi la terapia a base di forti dosaggi di mozzarelle e spuma, ogni qualvolta si avvicinavano le feste di Natale cadevo in depressione. Non arrivava mai quel regalo tanto desiderato; un pacco dal quale esce una ricciolina bionda con addosso un giubbotto blu metallizzato, una minigonna scozzese e dei lunghi stivali bianchi; così era vestita Vania Andreatta, domenica 24 dicembre 1978.

Anche il 1982 era iniziato all’insegna del pessimo umore; fare lo speaker a SolaRadio, non aveva portato, in termini di caccia a “quella cosa la”, nessun risultato apprezzabile. Il giorno dopo il Festival di san Remo, Bibo chiamò in radio; quella volta non interpretò uno dei suoi personaggi ma, se medesimo; chiese con insistenza di mandare in onda “storie di tutti i giorni”, la canzone vincitrice. Doveva essere ammattito; lui che, come me d’altronde, snobbava il Festival e certi generi di musica. Il disco non ce l’avevo, inoltre il festival, visto com’ero preso, non l’avevo nemmeno guardato; però, spinto dalla inusuale richiesta del Bibo, il giorno dopo andai dal nostro spacciatore di dischi a procurarmelo.

Dalla mia piccola esperienza radiofonica, ho imparato che, le canzonette, cosiddette in senso dispregiativo, nascondono spesso un significato profondo; se poi, andiamo a vedere la definizione storica, scopriamo che, la canzonetta, nata alla fine del 1500, narrava le vicende quotidiane del popolo. “Storie di tutti i giorni”, si poteva tranquillamente definire la nostra autobiografia, una di quelle canzoni che avresti voluto scrivere tu ma che, purtroppo, qualcuno, un attimo prima ti ha preceduto.

Prosciutto o acciughe? Il dubbio amletico che affligge il Bibo è sempre lo stesso; la mia mozzarella in carrozza ormai galleggia in un mare di olio bollente, pronta a ustionarmi il palato e lui, è ancora indeciso sul gusto da scegliere.

Questa è la mozzarella della vigilia di Natale numero quarantuno, non ne abbiamo saltata nemmeno una, quando arriveremo alla cinquantesima, se ci arriveremo; sarà gran festa. Ovviamente, non è che ce ne mangiamo solo una all’anno; in quarantun anni, di mozzarelle sotto i denti, ce ne sono passate un’infinità, ad occhio qualche quintale, si vede dalla nostra corconferenza. Oggi, che sono ormai elevate a eccellenza dello street food, ci tocca mangiarla in strada, non prima di aver fatto la fila davanti a questa roulotte vintage; sparita, come tanti posti storici qui a Mestre, la mitica rosticceria di via Allegri; le vedevamo scendere giù dal montacarichi appena fritte, con le bave alla bocca sperando che fossero le nostre. Per noi due, la mozzarella in carrozza, ha sempre avuto un’intrinseca valenza psicologica è, giusto per usare ‘sti termini che vanno tanto di moda, il nostro comfort food per eccellenza.

Da un po’ di anni, inoltre, dopo la tradizionale mossarea dea vigilia, pranziamo assieme in un pub zona “depressina”; sentiamo il bisogno di un po’ più di tempo, per poterci scambiare in tranquillità, come quei primi giorni di liceo, il nostro tema. Il titolo però è cambiato in “storie di tutti i giorni”; è una passione che, guarda caso, continua ad accumunarci; da quel primo tema assegnatoci al liceo. Scrivere della quotidianità, che i più snobbano in quanto non fa scalpore né, tantomeno genera facile reddito, è una missione che va al di là di quella che è il nostro lavoro. Scriviamo per professione, con modalità diverse ma, complementari; io scrivo, alla faccia del computer, ancora con la penna su di un vecchio taccuino sgualcito; Bibo scrive con la luce ovvero, da cui il termine, fotografa; due anime nello stesso corpo.

Sul tavolo, decine di foto, che devono essere raccontate e decine di racconti che aspettano di essere fotografati; così siamo arrivati a quattro libri e una mostra. Raccontare le storie altrui, ci viene facile; non quanto parlare di noi che, abbiamo condiviso, riguardo certi aspetti della vita, lo stesso sfigato destino. Se uno vuole capire chi siamo veramente, deve imparare a leggere il messaggio nascosto tra le righe del nostro raccontare, spesso ironico, ma che, in realtà, cela malinconia ed eterna insoddisfazione. Noi, ad ogni ritrovo, continuiamo a scambiarci battute superficiali sullo stesso argomento ovvero, la scomparsa dei miei capelli e, la smisurata crescita dei suoi; silenzio invece, come quella vigilia di Natale di quarantun anni fa riguardo, “questo amore che non è grande come vorrei”; d’altronde, sono quarantun anni che … continuiamo ad andare fuori tema.

Storie di tutti i giorni
Vecchi discorsi sempre da fare
Storie ferme sulle panchine
In attesa di un lieto fine
Storie di noi brava gente
Che fa fatica, s’innamora con niente
Vita di sempre, ma in mente grandi idee
Un giorno in più che se ne va
Un orologio fermo da un’eternità
Per tutti quelli così come noi
Da sempre in corsa, sempre a metà
Un giorno in più che passa, ormai
Con questo amore che non è grande come vorrei

Storie come amici perduti
Che cambiano strada, se li saluti
Storie che non fanno rumore
Come una stanza chiusa a chiave
Storie che non hanno futuro
Come un piccolo punto su un grande muro
Dove scriverci un rigo
A una donna che non c’è più

Un giorno in più che se ne va
Un uomo stanco che nessuno ascolterà
Per tutti quelli così come noi
Senza trionfi, né grossi guai
Un giorno in più che passa, ormai
Con questo amore che non è bello come vorrei

Storie come anelli di fumo
In un posto lontano, senza nessuno
Solo una notte che non finisce mai
Un giorno in più che se ne va
Dimenticato tra i rumori di città
Per tutti quelli così come noi
Niente è cambiato niente cambierà
Un giorno in più che passa ormai
Con questo amore che non è forte come vorrei

Riccardo Fogli, Guido Morra, Maurizio Fabrizio © 1982

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