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SOLARADIO: una radio da leggere – CAPITOLO 7


Il rapido sviluppo ormonale ha fatto si che ci fosse uno stacco netto dal periodo nel quale aspettavo con trepidazione, Babbo Natale e, l’ultimo dell’anno. Il detto popolare, “chi ciava l’ultimo dell’anno, ciava tutto l’anno”, era ormai il leitmotiv martellante che aveva sostituito “Astro del ciel”, nella zucca di noi fioi.

Già a fine novembre, in quartiere, fervevano i preparativi per i due “ultimi” di maggior rilievo ovvero, quelli organizzati rispettivamente dai basabanchi democristiani dell’Azione Cattolica Giovani e, dai compagni della locale sezione FIGC. Per entrambi le contrapposte fazioni, lo scopo ufficiale del festin era quello di creare aggregazione sociale tra i giovani, togliendoli dalla strada; mentre, Franco “Gasetin”, l’edicolante dei paeassoni, amante degli antichi versi popolari in rima, sosteneva che; “aea fin fine el scopo xè sempre queo; ‘ndar in mona e no’ menarse più l’oseo”.

L’edicola del sopracitato Franco il quale, politicamente neutrale, si manteneva equidistante tra le due fazioni; più che altro per opportunistiche ragioni di business; gli conveniva infatti, se voleva continuare a vendere giornali, mantenere buoni rapporti con tutti, dando il classico colpo al cerchio e uno alla botte; fungeva da Infopoint per entrambe le organizzazioni. Il management faceva capo a Daniele Faccini e Stefano Bortolozzo, rispettivamente per comunisti e democristiani. Due fioi de bona fameja, leader tenuti in palmo di mano, in quanto figli di personaggi che contavano. Il padre del Faccini, era un non ben precisato funzionario statale, con funzioni non ben precisate in un non ben precisato ente pubblico, mentre, quello del Bortolozzo, era un imprenditore di non si sa quale settore, proprietario del classico capanon dove si produceva, non si sa cosa.

Chi condizionava pesantemente l’organizzazione dei festini, era il manipolo delle fie più in vista, quelle che eà gà soeo che lore, per capirci, comunemente denominate cocche. “Gasetin”, si divertiva un mondo ad assistere a certe scene che, nulla avevano da invidiare al calcio mercato. I cambi di casacca erano sempre ferocemente criticati; se una cocca de cesa, cedendo ai comizi del Faccini, decideva di fare l’ultimo in sezione, veniva bollata come troia; viceversa, se una compagna cocca, convinta dai sermoni del Bortolato, faceva il percorso contrario, era troia lo stesso. Ovviamente dalla disputa rimaneva esclusa quella grossa fetta di universo femminile, considerata non appetibile e, catalogata dagli organizzatori come aspiranti suore o femministe, a seconda della fazione a cui appartenevano; non venivano prese in considerazione nemmeno dai maschi cattolici che, in teoria, secondo i dettami di sacra romana chiesa, non dovrebbero avere in mente solo quella cosa li.

Noi quattro, per decidere, aspettavamo sempre gli ultimi giorni, davamo modo al Pasquetta, infiltrato in entrambi le organizzazioni, di informarsi con precisione circa la composizione del parco cocche. Alla fine, optavamo sempre per el festin dei compagni, in effetti, era quello che disponeva della scuderia qualitativamente migliore inoltre, vi era convinzione comune che, le compagne, rispetto alle fie de cesa, erano sicuramente più disinibite e scafate in un ben determinato settore; devo dire però che, su quest’ultima cosa, successivamente, venni prontamente smentito dai fatti.

Nel nostro rione, accadevano fenomeni contrari alla logica universale della fede politica, ovvero, basabanchi e compagni si ritrovavano spesso assieme in chiesa per le funzioni più importanti, questo veniva bilanciato dalla partecipazione massiva alla locale festa dell’Unità; mi fermo per un attimo a rimpiangere quei tempi, ora le chiese sono vuote e la festa dell’Unità svanita nel nulla. Tornando a noi, era usanza che, il 31 dicembre, prima di dividersi, gli opposti schieramenti di festeggianti, si ritrovassero alla messa del ringraziamento. Noi fioi non prestavamo molta attenzione alla sacra funzione; tra i banchi vi era un continuo scanociar e fie; molte di loro, sotto il pesante e casto cappotto, indossavano già il classico abbigliamento sbregamudande ovvero, maglietta scollata con vista sulle bocce o altresì detto balcon, minigonna, fantasiose calze ultrafini e scarpe con tacco a spillo; i loro profumi, spesso roba dozzinale da supermercato, sovrastavano quello dell’incenso. Purtroppo non mancavano episodi poco edificanti, come quella volta quando, Flavio “Bueon” Tozzato, un mandrillo al soldo del Faccini, passò, durante il segno della pace, in mano a Marino “Molton” De Rossi, el fio più indrio del quartiere, un goldon Settebello, pronto per l’uso.

A fine messa, ormai, le nostre fantasie e, le relative aspettative che ne scaturivano, erano a mille; uscivamo di chiesa tutti curvi in quanto, sotto i nostri pantaloni qualcosa già stava cominciando a divincolarsi e agitarsi; era il nostro sabato del villaggio.

Per ben due volte, illusi dalla speranza di cuccare, ci facemmo fregare dal compagno Faccini e soci; quindicimila lire il primo anno e ventimila il secondo, soldi buttati nel cesso. Quei festini, erano in sostanza delle autocelebrazioni belle e buone. I compagni si erano ispirati al modello sovietico ovvero, democrazia ridotta a zero; non ammessi i pareri esterni, nemmeno sulla scelta delle musiche e si, che noi conduttori di SolaRadio, qualcosa ne sapevamo. Per quanto riguardava le cocche, un numero esiguo rispetto agli assatanati maschi; erano già preventivamente “assegnate” ai soliti noti. Avevamo il forte sospetto che, la nostra presenza, servisse esclusivamente a far numero per finanziare el festin. I ricordi sono ancora molto vividi; il pavimento appiccicaticcio, un gran odore di fumo, una fetta di panettone duro e gelato, tramezzini con dentro un’altissima percentuale di maionese e nient’altro, bibite e altre cibarie di pessima qualità che, probabilmente erano avanzi della festa dell’Unità, ascelle dei presenti che emanavano un acre odore di sudore, malcelato da economici deodoranti infine, il ritorno, tutto infreddolito, depresso e, con un gran mal di testa.

Il primo gennaio però era uno spasso, con l’aria ancora impregnata dal fumo dei petardi, tutti assonnati, come degli zombi ci si recava in processione da Nane Sberega. Il furbo, tirava su la serranda già dalle sei del mattino, sapeva di essere l’unico bar aperto nel raggio di 100 Km, voleva dire incassi da record alle spalle degli sfigati reduci dai vari ultimi. Se uno voleva ascoltare le più belle favole del periodo natalizio, quello era il posto e il momento giusto; ovviamente, tutta roba da “vietato ai minori”. Per niente al mondo mi sarei perso i fantasiosi resoconti della nottata precedente; era forte la tentazione di portarmi appresso, di nascosto, il registratore per poi, mandare tutto in onda, l’indice degli ascolti sarebbe andato alle stelle, non ci sarebbe stato Auditel che tenesse e, almeno in zona, per una volta, avremmo battuto mamma RAI.

Era divertente ascoltare i personaggi che si avvicendavano. Dava solitamente inizio allo spettacolo, il già citato Mauri; “che bea ciavada” esordiva toccandosi la pancia; non si capiva se aveva mangiato o scopato, probabilmente più la prima che la seconda e, per giunta, anche male. Gli faceva concorrenza Toni Lovadina, “che ciava de sera e anca de matina”, le sue storie ricalcavano fedelmente le sceneggiature del maestro Tinto Brass; soldi del cinema risparmiati.

Riguardo le cifre sul numero totale di ciavae ; valeva la stessa cosa delle manifestazioni di piazza dove, la cifra dei partecipanti, fornita dalla prefettura e quella comunicata dagli organizzatori, in genere, differiscono di molto. L’argomento, in realtà, rimane ancora oggi, uno dei grandi misteri irrisolti della storia; un giorno scopriremo cosa ha fatto sparire navi e aerei nel famoso triangolo delle Bermuda oppure, se gli alieni sono stati sulla terra ma, probabilmente mai verremo a sapere quante volte, e se, realmente, uno ga ciavà.

Nane propinava ai presenti, fette di musetto con polenta annaffiate da vin de casada; l’improvvisato filò a luci rosse, in cui si trasformava il bar, gli procurava un grosso ritorno economico e, faceva di tutto affinché gli avventori vi rimanessero quanto più tempo possibile. Quando usciva siora Silvana, la moglie, si cimentava pure lui in racconti piccanti; il bancone, i bagni e, ovviamente, il tavolo da biliardo con le relative stecche divenivano di colpo le scenografie di un film porno.

Una volta, a un certo punto, intervenne Franco “Gasetin” con una veritiera massima in volgo; “qua in verità el problema xé sempre queo, no se va in mona e continuemo a menarse l’oseo”; calò per un attimo il silenzio.“ Ragassi, mo’ sarà anche vero, ma la cosa ha i suoi vantaggi”, ribatté il Gianni con voce squillante. Gianni, che già faceva ridere sentirlo parlare nel suo accento romagnolo; aveva una dote senz’altro singolare, ovvero riusciva, a suo dire, a fare sogni erotici a comando. Raccontava, più o meno, le stesse storie degli altri con la differenza che le aveva vissute in sogno, anche in quell’occasione non mancò di elencare i vantaggi del sesso onirico;

  • E’ gratis
  • Nessuna implicazione di carattere legale, puoi trombare con chi ti pare, giovani, vecchie, sposate, ecc.
  • Nessun pericolo per la tua incolumità fisica, dovuto a eventuali pestaggi a sangue da parte di compagni e/o mariti venuti a conoscenza che ti stai trombando una di sua esclusiva proprietà
  • Nessun pericolo di contrarre strane malattie
  • Nessun pericolo che la trombata ti chieda qualcosa in cambio, tipo sposarla
  • Nessun danno collaterale come, il mettere al modo una intera squadra di calcio
  • Nessun rischio di rifiuto da parte di colei che desideri trombare

“Meio star col casso in man piuttosto che el vada in giro a far qualche malan”, “Gasetin”, suggellò così, con l’ennesima pillola di saggezza popolare, la conferenza del Gianni; de vulgari eloquentia.

A proposito di quest’ultimo avvertimento, il dovere di cronaca mi impone di raccontare che ben tre personaggi, dovettero ricorrere a nozze riparatrici, a causa di incidenti occorsi durante i festeggiamenti di fine anno. Tutti e tre, casti fioi de cesa, indottrinati, solo in teoria, a quanto pare, a non usare una certa cosa, se non per fini, rigorosamente istituzionali; se solo avessero frequentato le convention di cui sopra e, ascoltato i consigli di “Gasetin”. Sempre per dovere di cronaca, nessuno dei tre ha tenuto fede al sacro vincolo del matrimonio.

I due “ultimi” organizzati dal Faccini ci avevano talmente stomegà che, il 31 dicembre 1980, organizzammo la cosa più trasgressiva finora mai pensata; non con le donne ma, con i nostri fidi cinquantini. Alle otto di sera, stracarichi e, bardati di tutto punto gli inforcammo per dileguarci solitari nella notte, destinazione mare. I nostri genitori, ovviamente, erano all’oscuro di tutto; ufficialmente dovevamo partecipare a un festin organizzato da dei non ben specificati fioi, in una non ben specificata località nei paraggi. Ci accordammo che, se per caso, avessero fatto domande sull’identità di questi fantomatici organizzatori, di fornire nomi di personaggi, i cui genitori, stavano fortemente sulle palle ai nostri, in questo modo, si sarebbero evitate eventuali telefonate di verifica.

I rischi dell’impresa erano comunque elevati, sarebbe bastato, ad esempio, un banale incidente occorso a uno solo di noi che, tanto valeva, prenotare una camera da quattro in ospedale. Un altro problema era costituito dall’autonomia dei nostri bolidi, in teoria, il pieno di miscela, ci avrebbe dovuto garantire cicco, cicco l’andata e il ritorno da Jesolo, se così non fosse stato, avremmo dovuto adottare la stessa soluzione dell’incidente ovvero, chiamare preventivamente un ambulanza che ci portasse in ospedale dove, in una camera da quattro appositamente prenotata, i nostri genitori ci avrebbero sistemato per le feste, anche quelle a venire.

Fortunatamente tutto filò liscio; restammo di stucco, la spiaggia brulicava di gruppetti di ragazzi, alcuni di loro avevano già acceso dei falò; collaborammo con la nostra legna, procacciata in sinque minuti de paura nel retro del patronato e, faticosamente trasportata sul “bagagliaio” dei motorini. Iniziò un inaspettato e bellissimo momento di spontanea aggregazione e condivisione; oltre a dei tramezzini, ormai ghiacciati, c’eravamo portati dietro un pezzo di SolaRadio. Il buon Tito aveva caricato a bordo del suo CALIFFO, il mitico GRUNDIG, già pronto con il colpo in canna ovvero, una C90 dove aveva riversato il meglio della disco music sapientemente mixata con le sue manine. Bastò premere il tasto PLAY e mettere il volume a manego e, con nostra estrema soddisfazione, tutti i presenti, credo anche a causa del freddo, cominciarono a scatenarsi. La mezzanotte arrivò in un lampo, baci e abbracci; qualcuno tirò fuori dei thermos con dell’ottimo vin brulé che, riscaldò ulteriormente i cuori. Noi, oltre agli auguri, comunicavamo la nostra frequenza che, a quei tempi, equivaleva a dare l’indirizzo mail; non si poteva mai sapere, dei potenziali nuovi ascoltatori facevano sempre comodo.

Ce ne tornammo contenti più che mai cantando, in uno pseudo inglese coniato per l’occasione, le canzoni che, il fido GRUNDIG, fino all’esaurimento delle sue sei SUPERPILA, aveva diffuso in riva al mare. Le nostre voci, riuscivano a sovrastare il rumore delle marmitte, fioi che ultimo!

Era il 2 novembre 1981 quando Paperoga pissò fora dal bocal; annunciò che SolaRadio avrebbe organizzato l’ultimo, con tanto di trasmissione in diretta. Un quarto d’ora dopo, era già troppo tardi per fargli rimangiare a forza le parole, ficcandogliele dentro con lo scopino del cesso. Iniziarono ad arrivare immediatamente le prime telefonate in diretta di gente entusiasta mentre, el mona, al microfono dava chiare indicazioni come se la cosa fosse già ben definita nei minimi particolari; ormai el maron era fatto.

A dire il vero, era colpa mia, ero stato io a mettergli in testa quell’idea una nebbiosa domenica pomeriggio. Una giornata di merda, i miei, per l’ennesima volta, erano venuti a parole; tentai di intervenire, mio padre, per tutta risposta, mi urlò contro che sapevo solo perdere un sacco di tempo “in quea casso de radio”. Senza rendermene conto, mi ritrovai, tutto smonà, a camminare lungo lo stradone; “ciao Bebo”, già il “ciao” era più che sufficiente, “ciao” seguito da Bebo poi, era sicuramente indice di un certo interesse per la mia persona. “Vecio, ti gà visto ea Madona”; a Piero el Rosto, nonostante probabilmente fosse già da qualche ora stracarico di ombre e, in precario equilibrio sulla bici, non sfuggì la mia espressione da incocaio, nell’aver visto Francesca alla fermata. Porca di una troia, il 9, se va andava bene, di domenica passava si e no 5 volte e, per giunta in ritardo; quella volta, grazie a quello stakanovista nonché figlio di puttana di autista, tirò su puntualmente la bionda senza che avessi il tempo di cogliere l’attimo e butar sardon; vabbè, quando una giornata nasce di merda. Arrivai alla conclusione che, dovevo assolutamente trovare una qualche strategia per imbarcarla.

“Gira e gira el scopo xè sempre queo …”; sono molteplici le monae che siamo disposti a fare a causa di una donna, il più delle volte, mascherate, da qualche fantomatico nobile motivo. Già nella mitologia greca, con la guerra di Troia, si evince, come noi uomini, possiamo addirittura innescare pericolosi conflitti a causa di una donna; molto probabilmente sarebbe stato quello che mi aspettava se, mettevo in pratica l’idea che mi era balenata in quel momento; l’ultimo dell’anno organizzato dalla nostra radio. Nonostante sapessi che, era pericoloso farlo, juste pour parler, come dicono i francesi, condivisi la mia pazza idea, per dirla alla Patty Pravo, con quel bocalon del Paperoga.

Cominciarono a soffiare i primi venti di guerra. Ai giovani rossi del quartiere non gliene fregava niente se, sputavi su quella foto, sbiadita e piena de scarpie, di Karl Marx che, tenevano in sezione ma guai, a toccargli le fie; nonostante il loro credo, almeno a quei tempi, abborriva la proprietà privata, riguardo le donne invece, questo concetto valeva eccome; ovviamente, solo per le cocche, le altre erano per tutti quelli che, se i gaveva stomego, se le volevano pigliare; purtroppo per me, Francesca e le sue amiche, facevano parte della “compagnia” del Faccini.

Apro a proposito un’altra parentesi; mi dispiace ma, i gruppi Facebook, non riusciranno mai ad eguagliare le mitiche “compagnie” degli anni ’80, fatte di persone in carne e ossa. Nascevano come funghi; lo scopo ovviamente, scusate se mi ripeto ma, per noi maschi, era “sempre queo”.

Devo premettere che, le ostilità verso di noi, mai ufficialmente dichiarate, erano iniziate da tempo; una sorta di guerra fredda dove veniva usata l’arma del giudizio sul nostro operato. Tutto questo perché SolaRadio, era nata, per fare un gioco di parole; da sola e, non in seno a qualche associazione politica o religiosa. Un merito senz’altro, non riconosciuto però da certi gruppi di persone, i quali, invidiosi del fatto che, l’idea non era nata da loro, pensarono bene di ignorarci o, se gli capitava l’occasione, di metterci il bastone tra le ruote. Venimmo bollati come chiassosi perdigiorno superficiali; edonisti figli del diavolo dai cattolici mentre, per i compagni, eravamo borghesi pecoroni al seguito delle masse.

Compagni e fioi de cesa, miracolosamente uniti, non persero tempo per boicottare la nostra prima iniziativa pubblica; “gavè proprio voja de farve mal”; a cominciare da “Gasetin”, arrivarono una serie messaggi incoraggianti. Sior Sergio ci disse che la diretta ce la potevamo scordare a meno di chiedere ai fioi del Bagaron, di “procurarci” un ponte radio sottratto al vicino ripetitore RAI del Passo oppure, in alternativa, fare el festin, direttamente in studio, tanto, per la gente che sarebbe venuta, bastavano quei dieci metri quadri scarsi della mansarda. Pasquetta, la buttò subito in vacca; incassare le quote dei partecipanti per poi squagliarcela prima che questi ne fassesse ea succa. “’Na bea incueada ve ‘a tira sicuramente quei de ea SIAE”, fu la frase, in perfetto stile cattolico, che usci dalla bocca del Bortolozzo. Presi dallo sconforto, stavamo per buttare nella Bazzera il trasmettitore, tutte le nostre attrezzature e, i nostri sogni.

I preti la chiamano provvidenza, il nostro Paperoga che, invece, credeva molto nei fumetti, segno del destino, mentre, per sior Sergio semplicemente, bota de cueo. In realtà, non c’eravamo accorti che, SolaRadio, volava già in alto, sopra i ristretti confini del quartierino. Questo fece si che, all’improvviso, si materializzò Gastone; non era ovviamente il cugino fortunato di Paperino ma bensì, un nostro sconosciuto, fedelissimo ascoltatore.

Gastone el sardegnoeo, quello che sarebbe divenuto in seguito il nostro mecenate, aveva da poco rilevato una pizzeria nei pressi dell’aeroporto per cui, ci propose quella che ora verrebbe definita, usando paroloni da economisti, una joint venture ovvero, offrì il suo locale come location per il nostro festin, sapendo che in cambio ne avrebbe avuto un ritorno in fatto di pubblicità.

Sabato 14 novembre 1981, ci fu il meeting che suggellò la nostra lunga amicizia; innanzi a dei favolosi gnocchetti sardi al sugo di porceddu, preparati con le sue mani, Gastone, entusiasta come un bambino, ci illustrò i suoi progetti che, come intuivamo, si spingevano ben oltre la festa dell’ultimo dell’anno. Pien de schei e matto scatenato per la disco music, possedeva ogni ben di Dio in fatto di luci e attrezzature audio che, nella nostra sgangherata radio, ci sognavamo. A proposito di sogni, io ero entrato in trance, mi vedevo già al mixer a far el figo; mattatore indiscusso della serata osannato da Francesca e altre cocche; mi pregustavo inoltre, le facce di merda del Faccini, Bortolato e soci per averli lasciati in braghe de tela.

Ben presto tornai con i piedi per terra i quali, vennero ben, ben sfruttati in quella che fu la camminata notturna più lunga della mia vita; Francesca e nessun’altra cocca di rilievo accettarono l’invito. La sera di Santo Stefano, su certi fatti la memoria non fa mai cilecca; roso dalla rabbia nei confronti della nomenklatura giovanile del quartiere, rossa e bianca che fosse, la quale, mi aveva ufficialmente e, definitivamente precluso la possibilità di emergere, dopo aver sbattuto con vigore el canceo di casa, iniziai, credo anche parlando da solo, a camminare con andamento da maratoneta olimpionico. Poco più di un’ora dopo, mi ritrovai, in una sorta di ipnosi, a vagare per piassa Fero realizzando, di aver percorso quasi 10 Km in tempo record. Ironia della sorte, ai muri erano affissi un casino di manifesti con proposte per l’ultimo; promettevano tutti divertimento e gran mangiate nonché, in maniera subliminale, gran ciavae; ne adocchiai uno all’altezza giusta e, vi pisciai sopra.

Il buon Gastone invece era su di giri; continuava a telefonarmi dicendomi che, fioccavano prenotazioni da mezzo mondo tra queste, un sacco di donne. Beato lui, ottimista nato; forse era anche vero; riguardo le donne, sicuramente erano ben, ben di mature per le quali, avrei dovuto cambiare la scaletta e, mettere su del buon liscio d’annata. Le uniche conferme che, personalmente avevo in mano, erano quelle dei nostri; tutti maschi ovviamente; in più, certi personaggi storicamente reietti dai due gruppi. Comunque, non me ne fregava niente, a me interessava Francesca e, non sarebbe venuta, “gira e gira el scopo xè sempre queo …”.

Avrò un sacco di difetti ma, sono sempre stato uno ligio al dovere per cui, nel tardo pomeriggio del 31 dicembre 1981, insieme agli altri tre moschettieri, prelevammo dalla radio alcuni scatoloni di dischi con i brani selezionati per la serata e due cassette già mixate da tenere come riserva per i momenti di stanca. “Ciapa questo per ‘e vece”, il Tito mi lanciò l’LP dei successi di Casadei, in un attimo gli tornò indietro come un boomerang centrandolo in testa poi, facendomi l’occhiolino, mi mise in tasca una cassetta piena di lenti, “ricordate, chi ciava l’ultimo dell’anno ciava tutto l’anno”; ero indeciso tra lo sputargli su entrambi gli occhi o, fargli fare le scale a rotoloni.

Mi presentai dal Gastone in preda a una crisi depressiva; quando però, mi si parò davanti, giacca con lustrini, un sorriso da quarantadue pollici e, cosa che più mi lasciò sorpreso, quattro banconote da cinquantamila in mano; uscii istantaneamente dal tunnel. “Prima che me ne dimentichi”, disse e, me le infilò nella tasca, fu la nostra prima, inaspettata, paga da DJ.

La cosa mi rese fiero, el Sardegnoeo ci considerava dei professionisti e, per questo, dovevamo dare il meglio. Salii sul palchetto tutto eccitato e, come Actarus con Goldrake, comandai ai soci; spegnere le luci di sala, accendere le psico, pronti col fumo. La puntina si adagiò sul piatto, spinsi il cursore del mixer a manego; in cuo de sammare Faccini, Bortolato e, … anche Francesca. C’mon everybody, che la festa abbia inizio! Le note di Nightfly to Venus, uscirono dalle casse con tutta la sua potenza, roba da staccare l’intonaco dai muri.

Mi stupivo nel vedere le mie mani che, praticamente, volavano sopra il tavolino, preso dall’ansia da prestazione, solo dopo una buona mezz’ora, trovai il tempo di alzare gli occhi; davanti, o meglio, sotto di me, c’era un sacco di gente, mi prese una sorta di panico. Durò solo un attimo, vederli ballare e divertirsi alla grande mi diede una forte carica; capii che quella, in realtà, sarebbe stata la mia paga; non c’era cifra di denaro sufficiente a coprire quella gratificazione; quella sera, per me, sarebbe stata solo l’inizio, ne sarebbero seguite altre.

Già dopo un’ora, ero stremato; sulla postazione c’era un casino bestiale, decine di dischi senza custodia accatastati, uno sopra l’altro, in maniera alquanto precaria; nonostante l’intermittenza delle luci, distinsi chiaramente i tre compari al centro della sala intenti a butar sardoni a badilate, l’unico che si stava facendo il culo ero io; col piffero che avremo diviso in parti uguali quelle duecentomila lire!

A proposito di culo, a un certo punto me lo sentii sfiorare da una mano, contemporaneamente mi arrivo da dietro una folata di profumo. Non credevo ai miei occhi, una tipa stava armeggiando con la scatola dei dischi mentre, contemporaneamente, continuava a ballare sinuosamente; se fosse stato qualcun altro, l’avrei ben, ben mandato in un certo posto noto a mezzo mondo ma, per quella li che, aveva improvvisamente fatto attivare il mio body scanner; tra parentesi, modello già all’epoca molto più avanzato di quelli che usano ora negli aeroporti; la situazione imponeva di stare almeno a vedere cossa saria nato. Sempre danzando, mi porse un 45 giri; Miguel Bosè, puah, roba da ragazzine, You can’t stay the night, mai coverto prima, probabilmente era del Gastone. Quando si tratta di donne comunque, noblesse oblige, per cui, non feci tante storie e lo schiaffai sul piatto. Fino a quel 31 dicembre, non avevo mai ballato anzi, consideravo dei ridicoli imbecilli quelli che lo facevano. Tira più un peo de mona che un per de bo’; mai detto fu così azzeccato come in quell’occasione; una sorta di reazione chimica mi fece scatenare; un ballo sfrenato, talmente sfrenato che, con un maldestro colpo di piede feci saltare via il mixer dal tavolino; fortunatamente, l’aggeggio continuò a fare il suo lavoro a penzoloni dei vari cavi. Decisi di calare subito l’asso e, a quel fantomatico You can’t stay the night, ribattei con another one bites the dust che, alla fine sfumava nella versione disco di another brick in the wall; cominciò così una entusiasmante, quanto eccitante, sfida all’ultimo disco; quel mio debutto da DJ sulla pubblica piazza, stava andando decisamente alla grande e, cosa non da poco, all’orizzonte si affacciava la prospettiva di andar dee bone.

Sul piatto, A fifth of Beethoven, dieci, nove, otto .. mezzanotte; mi arrivò una stretta alla cinta e un bacio sulla guancia che mandò in tilt la mia attività neuronale; “viva i sposi !!”; el mona del Mauri si fece sentire all’istante. Il mitico Grease che avevo in mano, si frappose fra me e lei spezzandosi in due; porcaccia di una troia, non rivolto a lei ovviamente, avevo pianificato, in virtù del detto batti el fero finchè el xè caldo, di metter su hopelessly devote to you e ballarci un lento; ero contemporaneamente incocaio e imatonio, fortunatamente ebbi un attimo di lucidità; vidi Tito che mi faceva motto di inserire la famosa cassetta.

Reality, il tempo delle mele, al sentirlo provai un certo imbarazzo; sembrava proprio una presa per il culo quel mio primo lento, io e lei soli al centro della sala mentre quattro personaggi a me molto noti, appoggiati al muro mi facevano de scondon, inequivocabili gesti con la mano. Realizzai che non conoscevo ancora il suo nome; nel frastuono, ero riuscito, a malapena a sentirne dalle sue amiche un frammento, “..Ice”; forse Alice, Beatrice, boh. In quel frangente però, a causa dell’emozione, persi temporaneamente l’uso della parola; neanche la forza di chiederle come si chiamava.

Non avevo proprio idea di come si ballasse un lento, lei invece si, mi mise subito le braccia intorno al collo mentre io, da vero pampe, rimasi con le mie a penzoloni; meno male che altre coppie iniziarono a farsi avanti e quindi, rubai con l’occhio, per capire come le dovevo tenere. Quanto mi piaceva il suo profumo; pareva non ci fosse più nessuno intorno a noi; l’amico sotto i pantaloni se ne stava calmo, stranamente non rispondeva al suo naturale istinto animale era, invece, coinvolta qualche altra strana parte nascosta dentro di me. Non è facile continuare a scrivere, credo sia per questo che esistono la musica e la poesia.

El colpo de mona capita a tutti, diceva sempre mio nonno; credo sia stato quello che mi fece avvicinare al tavolo per scolarmi tre bicchieri di spumante e uno di mirto, il tutto ovviamente a stomaco vuoto.

  • Ti xè casso!
  • Ti xè mona!
  • Ti xè cojon!
  • Ti xè goldon!

Fortuna che la PRINZ del Mauri, conteneva a malapena cinque persone altrimenti, gli improperi nei miei confronti sarebbero continuati all’infinito; raggomitolato sul sedile davanti in pieno stato confusionale ma, con un’unica cosa marchiata a fuoco nella mia mente; lo sguardo profondo di ..Ice che; sostanzialmente sottintendeva; “vai ben, bene a fare in culo stronzo di merda” o, magari, “non importa, ti aspetterò per tutta la vita”; fioi che casin!

Un caigo che non si vedeva al di la del naso, la solita puzza di petardi, piedi freddi, naso che gocciolava e un ronzio fastidioso nelle orecchie. Dovevo comunque trascinarmi da Nane Sberega, per iniziare a tentare di recuperare alcuni pezzi dopo quel disastro. Quasi in segno di rispetto nei confronti di uno che ha subito un lutto, appena entrai ci fu un attimo di silenzio; la voce era ormai circolata, qualcuno aveva addirittura cercato di prendere informazioni ma, quella ..Ice, sembrava a tutti gli effetti essersi materializzata dal nulla; ‘na foresta. L’ultima parola per me la ebbe Franco “Gasetin”; “vecio mio, passà el santo, passà el miracolo”.

In serata, passai dal Gastone per riprendermi i dischi; non dovetti fargli nessuna domanda; si era occupato lui di accompagnare a Piazzale Roma quel gruppo di ragazze del Lido; ecco spiegato perché nessuno le conosceva. Sottoposi el sardegnoeo a un pressante interrogatorio, continuavo a fargli sempre le stesse domande; alla fine avevo in mano un preziosissimo elemento; Gastone che, fortunatamente non era uno che si faceva i cassi sui; aveva chiesto a ..Ice in quale zona del Lido abitasse. Via Sandro Gallo, uscii continuando a ripeterlo mentalmente come un mantra.

Il giorno dopo, con un tempaccio da lupi, sbarcai a santa Maria Elisabetta; sarà perché era sabato mattina presto, in giro non c’era un cane; bastarono meno di cinquanta metri poi, l’amara sorpresa nel constatare che, via Sandro Gallo, era lunga alcuni kilometri; la speranza è l’ultima a morire, perciò mi incamminai.

11 luglio 1982, invece di stare da Nane, assieme all’intera popolazione del mio quartiere sotto i 20 anni, ero li. “Campioni del mondo, campioni del mondo!!!!”, il mio cuore ebbe un sussulto; nutrivo la speranza di vederla uscire a festeggiare in strada oppure, affacciata al balcone di una di quelle eleganti palazzine, altri kilometri a piedi inutilmente.

Via Sandro Gallo, non vi sto a raccontare di quante altre volte, nella mia vita, l’ho percorsa; a piedi, in bici, col CIAO e pure, in macchina … con mia figlia. Eh si, perché, a proposito, sono sposato con Francesca ma, come si dice, questa è tutta un’altra storia.

My love,
There’s only you in my life
The only thing that’s bright

My first love,
You’re every breath that I take
You’re every step I make ….

Resta l’ultima canzone che ballammo assieme, un 33 giri spezzato in due che, conservo ancora e, la speranza che squilli quel telefono in studio per sentire la sua voce.

hm

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