Caigo e aguasso

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Mercoledì 8 dicembre 2009

“Cossa femo?”. Come sarebbe a dire facciamo? Semmai cosa faccio, ormai sono rimasto solo in mezzo a questi micidiali gaigo e aguasso. Il Bitol, chissà da dove stava chiamando, vista la situazione non mi sono curato di chiederglielo.

Ancora non riesco a farmene una ragione. Chi lo sa, probabilmente non ce la facevano più a reggere mesi di caigo e aguasso, meglio andarsene via da ‘sto posto.

Il primo è stato Gioni, sparì pochi giorni prima che tornassimo dall’America. Trovarono il suo furgone aperto nella zona industriale. Il giorno dopo il nostro ritorno, andammo spontaneamente in caserma da Ruggero, il maresciallo dei Carabinieri, con la speranza di essere in qualche modo di aiuto. Ci chiese, per il momento in maniera confidenziale, se per caso avevamo percepito qualcosa di strano nel suo comportamento. A parte il muso lungo tre metri che aveva il giorno che ci accompagnò in aeroporto, in quel momento non ci venne in mente altro. Il vecchio maresciallo, omettendo i dettagli, ci confidò che Denis, il figlio, proprio in quei giorni, si era cacciato in un guaio molto serio.

Purtroppo, come sempre in questi casi, mi resi conto troppo tardi, di quanto fosse infelice Gioni. Avevo sempre considerato la solitudine appannaggio di noi mul invece, specie quando ti manca il sostegno per affrontare ostacoli che, via via, diventano insormontabili, puoi sentirti solo anche se hai moglie e figli.

A oggi di Gioni ancora nessuna traccia, probabilmente la solitudine insieme a paura, debolezza e disperazione, gli hanno fatto scegliere l’uscita secondaria della vita, questa è la triste verità. Ora rimane il senso di colpa. Dove eravamo noi amici? O meglio, eravamo veramente degli amici? Forse se avessimo incontrato prima James, avremo sicuramente avuto dalla nostra un po’ di saggezza e sensibilità in più, che, ci avrebbe permesso di aiutarlo. Quando succedono questi fatti è un continuo e se, e se, e se.

Spero solo che, dovunque si trovi, non ci siano questi maledetti gaigo e aguasso.

Sul Rutto non mi dilungo, aveva tagliato la corda a inizio ottobre, destinazione Capo Verde. Le donne non c’entravano questa volta, un conoscente gli ha proposto di lavorare come barista in un resort. Abbracciandoci, ci ha detto solo “vegnime a trovar”, ed è partito.

Altra botta, il pensionamento del vecchio piovan. In accordo con il vescovo, il buon Guerino, pure lui a inizio ottobre, è andato a vivere in una residenza per preti anziani nei pressi del suo paese di origine.

La settimana prima della sua partenza, lo andai a salutare munito di libro e bandana per metterlo con le spalle al muro. Insomma, se lui sapeva qualcosa doveva dirmelo, i preti, almeno in teoria, non possono mentire, specie su faccende serie come questa.

Alla fine del mio monologo, il vecchio prete si fece una sonora risata, mi lasciò letteralmente di merda.

Vedendo la mia reazione, capì di avere esagerato, quindi mi abbracciò con forza chiedendomi scusa.

Non voleva mancarmi di rispetto, si era messo a ridere perché, finalmente gli tornavano i conti. Fino a quel momento gli pareva strano che, tre tipi come noi, con rispetto parlando, non propriamente degli intellettuali, avessero attraversato l’oceano solo per vedere il posto dove quarant’anni fa si tenne il più importante raduno di caveoni della storia.

Come Tim, stette anche lui per alcuni minuti in silenzio con gli occhi fissi sulla dedica di Kate. Si appassionò molto alla faccenda e volle un dettagliato resoconto sul viaggio e, soprattutto, sulle conclusioni che ne avevo tratto.

Venne subito al sodo. Era dal 4 ottobre 1958 che curava le anime di questo sperduto paesello di campagna. Di figli illegittimi o di “dubbia provenienza” ce n’erano stati ma, non era il mio caso.

Mi parlò comunque a lungo di mia mamma, venni a sapere che i problemi con la sua psiche iniziarono prima della mia nascita. A quei tempi non c’erano come ora, una miriade di psicologi, psichiatri, consultori e compagnia cantante, pronti a dar consigli e sparar diagnosi. Quando si scopriva che una persona, aveva qualcosa che non andava “nella testa” non era raro, almeno qui in mezzo ai campi, che si consultasse prima il prete che il medico. Anche perché, rischiavi che quest’ultimo, senza andar tanto per il sottile, la facesse ricoverare in manicomio.

Così fece mia zia Teresina, cercando l’aiuto di don Guerino. Il buon piovan, suggerì innanzitutto di mandare mia sorella, già malandata di suo a causa dell’asma, di nuovo in colonia al mare in modo da sollevare mia madre almeno nel periodo della gravidanza poi, con continue visite, cercò di “farla tornare in qua”.

Dopo avermi partorito, stette già meglio, sembrava più serena, anche se, la malinconia da allora non la ha mai abbandonata.

Una lunga inspirazione poi, fuori l’aria piano piano per far durare a lungo la fumata di vapore che esce dalla bocca. Appoggiato con la schiena al parapetto del ponticello, cerco di ricordarmi con precisione il posto dove sorgeva la collina della nostra Woodstock.

“Camina, mona che a musica non ga mai copà nessun”. Ripensandoci è vero, la musica non ha mai ucciso nessuno ma, per la musica puoi rischiare seriamente di morire.

Dire “eo savevo mi”, mi spetta di diritto. Tutto questo per la musica anzi, per far ascoltare la musica, quella maledetta idea di impiantare una radio in Africa.

Era già tutto nella sua testa già da quella sera in cima alla collina. Una volta tornato a casa ha acceso la miccia. Due mail, una a padre Giancarlo, l’amico missionario e una al Pasquetta ex compagno delle superiori. Portare SOLARADIO, la vecchia radio locale dei palazzoni popolari, ormai caduta nell’oblio sotto i colpi dei grossi Network, la, dove aveva ancora un senso e uno scopo di esistere, una stazione radio per la missione.

Così anche Sega, tre giorni fa, se ne era andato per la sua nuova strada.

Magari sono stato io che gli ho portato sfiga con i troppi “sta tento”, certo che sono un mago nel farmi venire i sensi di colpa. Chissà dov’era adesso, a un certo punto si sono perse le tracce del fuoristrada che lo stava portando dal minuscolo aeroporto in mezzo alla savana, al villaggio sede della missione di padre Giancarlo. Altro al momento non so.

“Vivi in pace e non avere paura di seguire la musica”, almeno Armando e Adriano avevano messo in pratica le parole di Kate.

Non so che fare, sempre più solo in mezzo a caigo e aguasso, anche la Bepina mi stava lasciando.

Purtroppo certe cose le senti, specie un figlio. L’altra notte, nel corridoio del pronto soccorso, durante le interminabili ore di attesa per trovarle un posto letto, abbiamo avuto la sensazione che quel viaggio in ambulanza sarebbe stato l’ultimo.

Dico abbiamo perché la prima è stata lei, in un momento di straordinaria lucidità, mi ha detto che ‘sto giro finalmente andava “di la”. Sembrava un’altra, attraverso la maschera dell’ossigeno, serena in volto, mi sorrideva. Invece di strillare continuamente e richiamare l’attenzione del personale come usualmente faceva in occasioni simili, si mise a farmi una sorta di intervista quasi a voler recuperare tutte le informazioni finora perse durante il periodo della sua demenza. Stesa sulla barella si comportava come una vera mamma desiderosa di ascoltare pazientemente ciò che suo figlio ha da raccontare. Presi allora la palla al balzo e ricominciai con la storia del libro. Mentre le parlavo, fissava il soffitto sorridendo, a un certo punto mi diede un buffetto sulla guancia e sospirò. Io continuavo a farle domande ma lei non disse niente per il resto della nottata.

Sono già le nove e inizia a piovere, figo. Il caigo sta pian piano svanendo come, in soli quattro mesi, le persone più care che avevo attorno.

Le gocce di pioggia cadono insistenti, prendo il libro che ho in tasca, se aspetto un po’, la carta si scioglierà come tutte le fantasticherie sulle mie origini.

Pensiamo al presente, è l’ 8 dicembre 2009, fuori piove, ora vado dalle “brave ragazze” a fumarmi cappuccio e brioche e poi, via di corsa al centro commerciale, forse riesco ancora a trovare quel telefonino in offerta sottocosto che, da questa estate, devo ancora comprare.

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