Woodstock 40

Fio dei fiori Capitolo 18 – Capitolo PrecedenteIndice


Oltre a noi, doveva esser parso strano anche al moro, l’autista di quel pullman semivuoto per Monticello, avere a bordo tre turisti stranieri. Scoprimmo solo dopo che c’erano, in occasione del raduno, delle corse speciali che portavano direttamente sul sito.

“I è de legno”, furono le prime parole di Sega una volta scesi; si riferiva ai pali dove erano appesi centinaia di fili. In effetti, una cosa del genere ce la saremo immaginata in uno dei nostri paesini ma non negli evolutissimi Stati Uniti d’America, fatto sta, che quel posto ci parve strano davvero, in netto contrasto con la metropoli. Stava per piovere e non avevamo la ben che minima idea della strada da prendere. Tutti e tre fummo presi dallo scoramento, ci guardammo attorno pensando che cosa stessimo a fare li. In giro non c’era nessuna traccia o indicazione del mitico raduno, tanto da farci dubitare di essere nel posto giusto.

Poco convinto Sega disse che intanto sarebbe stato meglio dirigersi verso la Rd. 117, ovvero la strada che portava in direzione di White Lake, sommessamente uscì dalle sue labbra “mal che vaga sea fasem a piè”, ero già parecchio stanco, a sentire quella frase mi caddero i cosiddetti.

All’incrocio con lo stradone, c’era solo un’officina in tutto e per tutto simile a quella del Bitol, tanto era decadente. Solo innumerevoli rottami di vecchi camioncini, nessuna indicazione riguardo la nostra destinazione. Il Bitol sparì improvvisamente al di là della strada, io e Sega cademmo in un profondo disorientamento spaziale e temporale, in quel momento, non ci rendevamo nemmeno conto se fosse mattina, pomeriggio o sera.

Un colpo di clacson ci fece trasalire, sembrava proprio che il capellone riccioluto che si sporgeva dal finestrino di quel camper, o presunto tale dato che le dimensioni erano quelle di un pullman, ce l’avesse con noi. Pensammo che il Bitol, e relativo chitarrino, fossero finiti sotto quel bestione. Fortunatamente dopo due secondi lo vedemmo apparire davanti al muso, si sbracciava come un forsennato facendoci cenno di attraversare e raggiungerlo. Pure il capellone continuava a urlare qualcosa che, “come on” a parte, non riuscivamo a capire, ci guardammo preoccupati e li raggiungemmo. Scoprimmo subito che, mentre noi due eravamo li impalati, incapaci di intendere e di volere, il nostro intraprendente e avventuroso socio, si era comportato da vero hippie mettendosi a fare l’autostop.

Dopo le reciproche presentazioni, i due proprietari del pullman-camper, tali James e Timothy, Tim per gli amici, ci fecero accomodare dietro il posto di guida, su quello che più che un sedile era un divano. A giudicare dalla prima impressione, i due, dovevano essere entrambi dei “pezzi originali”, ovvero tra gli hippies presenti al mitico raduno del ’69. Il Bitol si stava ancora riprendendo dallo shock provocato dalla vista delle due Harley Davidson appese sul retro del bestione. Bisognava proprio prenderne atto, in America è tutto più grande, per fare un camper, al posto di un furgone usano camion o pullman e, al posto delle bici, dietro ci mettono le moto.

James, il guidatore, quello che gridava dal finestrino, era molto più loquace di Tim. Il suo aspetto, a essere sinceri, non era molto rassicurante ma, vista la precedente esperienza con il “terrorista”, era bene che non mi lasciassi influenzare dal primo approccio. Però, vedere uno così alto e grosso, capelli lunghi e unticci, orecchini, jeans, maglietta nera sgualcita, gilet in pelle con borchie e ovviamente tatuaggi vari, non mi dava certo l’impressione di “un fio de cesa”. Sega, irrigidito sul sedile, sussurrava a denti stretti una serie di ottimistiche litanie: il camper era rubato e pieno di droga, i due ci avrebbero rapinato e violentato, se il compare non la smetteva con il chitarrino gli avrebbero infilato il manico in quel posto; a parte l’ultima ipotesi, mi pareva stesse esagerando.

A James pareva alquanto strano che tre italiani si trovassero da quelle parti per un evento che considerava come “roba loro”. Capii che per lui doveva essere come se, appositamente, tre americani, fossero venuti per la nostra sagra parrocchiale. Entrambi i soci indicarono me come causa di quella stranezza, nonché il designato a dare tutte le spiegazioni. Basta, dopo essermi svuotato con Verena, mi sentivo sfinito e non avevo più voglia di ripetere tutta la storia, passai al lato pratico chiedendo informazioni per l’alloggio. Il ciccione si fece una risata, si voltò anche Tim che, finora era stato quasi sempre in silenzio, rassicurandomi con un deciso “no problem”.

Non riuscii a capire molto quello che mi disse, parlava di una sorta di “camera degli ospiti”, questo ci fece di nuovo preoccupare. Mi tranquillizzai quando, il vecchio James, rivolto verso di me con un sorriso quasi paterno, mi disse: “coraggio Angie”, d’ora in poi mi avrebbe sempre chiamato così, “non vedo l’ora di sentire la tua storia”.

D’improvviso come se tutto fosse spuntato dal nulla, ci trovammo nella bolgia, una lunga coda di auto e camper, tutti di quelle dimensioni ovviamente; il Bitol, riconoscendo i luoghi del mitico Woodstck ’69, stava avendo un orgasmo.

La stanza degli ospiti non era altro che una tenda, dalle americanissime generose dimensioni; i nostri due, ormai amici, la tenevano sempre nel camper per ogni evenienza; in men che non si dica, nonostante i nostri maldestri tentativi di aiuto, la montarono accanto al loro camper.

Rimanemmo stupefatti da quanto erano organizzati, dopo la nostra tenda, si misero a installare una sorta di gazebo sotto il quale montarono tavolo e sedie, nel frattempo era uscito il sole e faceva anche caldo per cui, l’ombra del gazebo fu provvidenziale. Ci rendemmo conto che era ora di mangiare, l’atmosfera del posto e la situazione mi avevano messo una certa fame. “Ora italiani tocca a voi”, disse Tim; da una cassa tirò fuori un cartoccio di pasta e un gigantesco vaso di sugo, “self made”, aggiunse con orgoglio. Ulteriore stupore nell’apprendere che i due vivevano in una sorta di comune agricola, dove producevano alimenti biologici.

E’ proprio vero che la felicità sta nelle piccole cose, ne ebbi la certezza quel giorno. Fiero come un direttore d’orchestra, rappresentante dell’orgoglio italiano nel mondo, immerso nell’atmosfera vintage di Woodstock, mi esibii nella mia arte culinaria. Mi beccai l’applauso di un piccolo gruppetto di hippies che, vista l’abbondante dose cucinata, ebbero il piacere di unirsi a noi per condividere quella favolosa pasta.

L’improvvisata e chiassosa festicciola mi impedì di sputare il rospo riguardo il nostro viaggio, il pranzo sarebbe stato il momento ideale ma, bisognava attendere che gli inaspettati ospiti se ne andassero. Ero sulle spine, dentro di me intuivo che da quei due sarebbero arrivate delle risposte, in particolar modo il silenzioso Tim, dava l’impressione di essere un intellettuale navigato.

Restammo finalmente solo noi cinque in santa pace, James tirò fuori una vecchia cuccuma per preparare, si fa per dire, del caffè; ormai a quella brodaglia nera ci avevamo fatto il callo. I miei soci, a son di sentirlo, erano nauseati dal mio racconto. Non mi ero accorto che l’imperscrutabile Tim, immobile, da un po’ teneva il libro tra le mani fermo sulla pagina della dedica, ormai cosparsa di cenere della sua sigaretta. Secondo me, quello la sapeva lunga e tra un po’ avrebbe sentenziato sulla faccenda, aveva la stessa espressione del prof. Silvestri intento a correggermi il tema di italiano, un brivido mi percorse la schiena.

So, what do you think about, professor?“, lo ridestò impaziente James. A quel punto, preso in prestito da Sega, mi scappò un sonoro “eo savevo mi!”. Tim era nientepopodimeno che un docente di storia della musica, appassionato, guarda caso, di tutto quello che riguardava la beat generation. In più era conduttore radiofonico, scrittore con qualche saggio pubblicato sul groppone, maestro di yoga e altre cose che ora non ricordo più. Il destino aveva messo nelle mani giuste quel libro. Un piacevole filo di vento portò il profumo dei campi che depurò l’aria dall’olezzo dei vari barbecue, proprio nel momento in cui Tim distolse lo sguardo dal libro e, fissandomi negli occhi, iniziò a parlare lentamente in modo da essere sicuro che capissimo.

“Angie, lo so che a te interessa solo sapere chi possa essere questa Kate. Saresti contento se ti dicessi che sei figlio di una famosa folk singer, per poi vantartene con l’umanità intera. La verità, credimi, è che al momento non ho proprio idea chi sia. Il punto è un altro, l’avete letta bene questa frase? Avete letto il libro? Sapete quanti viaggi, oltre a quello di questa misteriosa ragazza, ha ispirato? Il bello è che, dopo quarant’anni, ha avuto il potere di ispirarne un altro, questo, ragazzi, è più importante di sapere chi è Kate! Sono sempre stato convinto che le cose non succedono per caso, questo libro è tornato alla luce con uno scopo ben preciso. Anche se non ve ne siete resi conto, Kate vi ha preso per mano e condotti qui. La questione è, a fare che? Sta a voi scoprirlo. Guardatevi attorno, da quarant’anni qui si incontrano pace, amore e musica. Questo è il posto che, come è capitato a noi, ti fa lasciare quello che eri e trovare quello che sarai. Ora, non solo per te Angie, ma per tutti e tre, è giunto il momento di fermarsi a pensare, meditare”

Nemmeno don Guerino durante la quaresima era capace di tanto, stavamo a testa bassa senza profferir verbo.

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