Domenica 21 giugno

Fio dei fiori capitolo 11 – precedente


La domenica, dopo un sabato passato al mare è impensabile che mi alzi presto ma, la necessità di intercettare “casualmente” mia zia Teresina alla messa mattutina, detta “delle vecchie”, imponeva lo sforzo dell’alzataccia. Mi attendeva inoltre, la visita domenicale alla Bepina, in quella sede avrei dovuto affrontare l’argomento viaggio con Gino & C.

Il mio fisico cercava in tutti i modi di ribellarsi a quell’ultimo impegno che avevo in agenda, i cervicali iniziarono a mandarmi le prime avvisaglie di un gran mal di testa in arrivo.

A causa di una lunga deviazione per fare colazione, purtroppo in estate le “brave ragazze” sono chiuse alla domenica, arrivai a messa con due minuti di ritardo, cosa non grave se si trattasse di una normalissima parrocchia di città, nella chiesetta del mio paesello invece si rischia grosso. Le pie donne presenti alla cerimonia, appena entri, si girano tutte assieme verso la porta di ingresso e ti fulminano all’istante con sguardo indignato, riservato al peggiore dei peccatori; ogni sforzo per passare inosservati a causa dei sinistri scricchiolii del pesantissimo portone risulta vano. E così puntualmente accadde quella domenica, oltre che su di me, lo sguardo fulminante ricadde anche sulla zia Teresina a sottolineare che il peccatore era suo nipote. Come insegnano le sacre scritture da peccatore, mi fermai in piedi in fondo alla chiesa, nella penombra. Fu don Guerino che con sorriso paterno e un cenno discreto della mano invitò il figliol prodigo ad accomodarsi più avanti.

Guardalo la, dovrebbe avere, secondo i miei calcoli, più di 85 anni, l’inossidabile don Guerino, rispetto a una volta è solo un po’ più curvo e smagrito in volto. Era decisamente felice di vedermi, se non altro perché in chiesa c’era un fedele in più rispetto alle solite vecchiette che seguivano messa come degli automi. Da qualche anno è affiancato da un simpaticissimo prete di colore originario del Senegal, don Alex che in realtà si chiama Aliou, è un segno dei tempi, come avviene per le fabbriche qui attorno, anche la chiesa, ormai a corto di manodopera, ricorre all’immigrazione. In paese c’è una nutrita comunità di “mori”, come li chiamiamo noi, don Guerino è stato tra i primi a offrirgli ospitalità riadattando i locali, ormai sempre più vuoti, dell’oratorio, non senza polemiche da parte dei soliti bigotti benpensanti che, di certo non scalfirono il tenacissimo piovan, undicesimo e ultimo figlio di una famiglia di contadini del Montello, dotato da sempre di ottime spalle “a coppo”.

Finita la messa, puntai subito zia teresina per cui la seguii in sacrestia. Sorella di mio padre nonché unica dei fratelli rimasta in vita, era praticamente l’ombra di don Guerino, la domenica era addetta al “cerimoniale” per cui, almeno che non la colpisse qualche grave malattia, era praticamente impossibile che non fosse presente alle funzioni dunque, se volevo interrogarla sulla faccenda, sarei andato a colpo sicuro.

Abbracciandomi con forza, il vecchio don Guerino, vestito dei pesanti paramenti sacri, si frappose fra me e la zia ancora prima che avessi il tempo varcare la soglia. Nonostante l’età la potenza dell’abbraccio era rimasta la stessa dei tempi di quando ero chierichetto, lo stesso profumo di dopobarba anni ’60; a fatica cercai di nascondere la commozione, girando la faccia da un’altra parte, don Guerino chiaramente se ne era accorto.

“Angelo, che piacere, ogni tanto ti ricordi del tuo vecchio prete, pensavo ti fossi sbattezzato. Come mai da queste parti? Sei già in ferie?”. La domanda capitò a fagiolo offrendomi su un piatto d’argento l’occasione per introdurre il discorso, mi caricai come un fucile e, tutto d’un fiato come un colpo secco sparai: “No, ma tra un po’ vado in America con Adriano e Armando per il 40° anniversario del raduno di Woodstock, zia ti ricordi gli hippy? Quelli che passavano per i campi vicino a casa nostra quando ero bambino”

Attimi di silenzio poi la vecchia “cantò” alla grande inveendo in mille modi contro quei “nati d’un can de caveoni”, rei di avere devastato i campi e cosa ancora più grave causato scandalo a causa della loro illegale promiscuità ma, elemento più rilevante ai fini dell’indagine, si accanì in modo sospettoso sulle donne che mettevano al mondo figli come se niente fosse per lasciarli poi, vagare nudi allo stato brado per i campi.

“Basta esagerata!”, don Guerino la zittì con fare brusco. Non era il caso di procedere con ulteriori domande, l’avrebbero certamente insospettita, lo scopo della visita era pienamente raggiunto, le ultime frasi lasciavano intuire tutto, pure l’intervento di don Guerino era un po’ sospetto insomma, i primi pezzi del puzzle cominciavano a incastrarsi alla perfezione.

Il vecchio piovan mi prese sottobraccio, “’ndemo a far marenda”, uscimmo dalla porta che dava direttamente sul giardino dell’asilo, mi voltai per vedere se veniva anche zia Teresina ma era già stata risucchiata in chiesa dalle altre comari a risistemare l’altare per la messa successiva. Un caffè e magari qualche biscotto mi ci voleva proprio, “ea marenda” sarebbe stata qualitativamente di gran lunga superiore a quella schifezza che prima di messa avevo preso in un anonimo bar gestito dagli soliti cinesi. Ci sedemmo sotto la pergola di uva fragola da sempre assunta a ruolo di dependance estiva della sacrestia, il buon vecchio prete, con fare da nobiluomo inglese, aveva già avvisato la signora Mary, il cui vero nome è Aissatou, la perpetua originaria del Senegal, della mia presenza affinché preparasse “ea marenda” anche per me. Ci sono posti che d’estate, forse grazie a una fortunata combinazione di fattori, godono di un microclima particolarmente mite e fresco, la pergola era uno di questi, posizionata a ridosso del muro della chiesa e, circondata da gigantesche magnolie è sempre stata un piccolo paradiso per chi come me, nutre un profondo odio per il caldo. Bei ricordi di questo posto, da bambino quand’ero chierichetto ci venivo a giocare fantasticando di essere in villeggiatura poi, al tempo delle superiori, quando ero immancabilmente rimandato in qualche materia, ci venivo a studiare e spesso ci scappavano lunghe chiacchierate con don Guerino qui, a dispetto di una nota canzone, il prete per chiacchierare lo trovavi sempre.

Una leggera folata di vento portava il profumo di caffè, la Mary stava arrivando con il vassoio dove, oltre alle tazze fumanti si intravedeva un piatto coperto con una salvietta la quale, sicuramente occultava una prelibatezza offerta da una pia donna per allietare la colazione del parroco. Tra le cose che abbiamo in comune io e don Guerino, oltre al fatto di non essere sposati e non aver mai fatto sesso (almeno ufficialmente), c’è la sfrenata golosità, tanto che anni orsono in confidenza mi disse che i digiuni quaresimali per lui sono sempre stati un grossissimo sacrificio. Senza quasi dare il tempo alla Mary di appoggiare il vassoio sul tavolo, don Guerino tolse con una manovra fulminea la salvietta, ed ecco apparire una torta di ricotta e ciliegie finemente decorata, il suo contegno da attempato uomo di chiesa lo frenò dalla tentazione di avventarsi sopra con le mani, la Mary si allontanò ridendo e scuotendo la testa. “Spiegati meglio su questo viaggio, come vi è venuto in mente?”, la mia bocca però era impegnatissima e non si sarebbe liberata prima di cinque minuti, tanto era grande la fetta che avidamente avevo azzannato, il vecchio prete ne approfittò per iniziare il suo monologo.

“L’America è sempre stata un grande sogno qui in paese, il posto dove scappare dalla miseria, persino tuo padre ci fantasticava sopra. Parlava poco Ioani, questa dell’America è una delle poche cose che mi ha raccontato una delle rare volte che aveva la luna buona. Ha sempre visto me e tutti gli altri preti come fumo negli occhi, gente capace solo di predicare tutto il giorno e di riempirsi la pancia, mentre loro dovevano lavorare come mussi per riuscire a malapena a sopravvivere. Dio, per lui, era una invenzione della chiesa per tenere sottomessa la povera gente con la paura di finire all’inferno, el paron che si arricchiva sfruttando il loro lavoro, questa paura invece non ce l’aveva. Se Dio veramente esisteva, perché non si occupava della povera gente lasciando che accadessero un sacco di disgrazie a cominciare dalle intemperie che vanificavano tutto il lavoro nei campi. Che uomini Ioani e i suoi amici, perennemente incazzati con Dio, specie quando bevevano prendevano a botte tutti, mogli, figli e bestie, pensare che adesso, per molto meno, si finisce in prima pagina sul giornale. Sento tanti che rimpiangono gli anni passati e la sana vita di campagna, forse non si ricordano di quanta miseria c’era, in tutti i sensi.

Caro Angeo, che ne dicesse il poro Ioani a fare il prete è dura, mi sembra ieri quando nell’ottobre del ’58, fui chiamato a sostituire il vecchio piovan don Romeo ormai malato, non ero molto felice della decisione del vescovo, stavo bene in seminario a Treviso dove insegnavo ai ragazzini, non ti nascondo che avevo aspettative un po’ diverse, eh si anche i preti hanno, come tutti gli umani, le loro ambizioni. I primi momenti sono stati molto duri però, pensai, anche questi rozzi contadini avevano diritto di conoscere il Signore, quello vero, non il giudice severo ma il padre buono; concetto molto difficile da far capire, specie qui in campagna, dove quasi nessuno aveva idea di cosa fosse un padre buono.

Mi resi conto di essere un prete in prima linea così, lasciandomi alle spalle certe mie aspettative di carriera ecclesiastica, iniziai a curare le anime della gente del paesello non prima però di aver curato la loro fame. Era inutile salire sul pulpito, parlare dell’amore e della misericordia di Dio se prima non pensavo a riempire lo stomaco dei miei parrocchiani più indigenti e, ti assicuro che erano tanti. Fu un lavoro molto duro e delicato, ci volle molta diplomazia e discrezione, la gente di campagna, specie quella razza Piave, è sempre stata molto orgogliosa. Certi capi famiglia, Ioani compreso, piuttosto che tendere la mano a qualcuno, specie a noi preti, avrebbero lasciato morire di fame l’intera famiglia, se poi avessero saputo da dove proveniva l’aiuto, si sarebbero ammazzati.

Che strani voi tre, non vi siete praticamente mai mossi da qui e adesso di punto in bianco andate in America e per giunta a un raduno hippy; devo dire che siete dei tipi originali, in fin dei conti quel posto ha fatto la storia. “I tempi stanno cambiando”, diceva Bob Dylan in una sua vecchia canzone, l’hai mai sentita? Beh, se hai occasione, ascolta bene le parole sono un sunto di quello che erano le idee di quegli anni; nei quali, i giovani erano intrisi di entusiasmo con la convinzione di poter cambiare il mondo in modo non violento, con la sola forza dell’aggregazione, i giovani avevano molti sogni e le canzoni di quegli anni, secondo me tra le migliori composte, davano man forte in questo. Pace e amore, erano parole che risuonavano dappertutto, parole, che molto prima di loro, Gesù, pronunciava con assiduità, in effetti, in quei momenti molti lo hanno riscoperto, se non altro come uomo, era già qualcosa.

Ti confesso che a volte, sarei contento se nascesse un altro sessantotto, sarebbe la dimostrazione che ‘sti quattro imbambolati di giovani credono ancora in qualcosa di importante, reale e non virtuale; che uscissero di nuovo in strada a gridare nelle strade a gridare “pace e amore”, invece di starsene curvi a muovere le dita nervosamente sul telefonino. Sono collegati con mezzo mondo ma non vedono i milioni di loro coetanei di altri paesi meno fortunati che giacciono morti ai bordi di una strada. Alzassero una volta, una sola volta la testa, per dire che sono stufi di essere manipolati e trattati come cagnolini che si accontentano del biscottino, e che cavolo!

Signore perdonami, e anche tu Angelo, ma ogni tanto ‘sto vecchio prete deve sfogarsi”, concluse.

“Amen”, mi veniva da dire, alla fine del suo improvvisato sermone di cui ho solo reso il sunto, mi sarebbe piaciuto rimanere ma era ora di andare a far visita alla Bepina che, se non mi vedeva arrivare all’ora canonica cominciava a innervosirsi e poi, il caffè era finito.

“Salutami tanto la Bepina, mi raccomando, non perdere mai la pazienza con lei, ricorda cosa si dice nella Bibbia “ …anche se perdesse il senno compatiscila e non disprezzarla”, è comunque tua mamma, la persona che ti ha allevato, sei stato fortunato ad averne una così brava, il mondo è pieno di donne che abbandonano i loro figli”.

Le ultime parole erano senza dubbio un avvertimento, nascondevano tra le righe l’invito a lasciar perdere eventuali idee che mi ero messo in testa, non era giusto nei confronti della Bepina, colei che si era assunta il pesante onere di crescere un bambino abbandonato da una ragazza immatura, irresponsabile e immorale. Il vecchio piovan dunque sapeva e mi stava mettendo in guardia dalla tentazione di rinnegare quella che comunque per me è stata mia madre.

Oltre al Bitol, ora ci si metteva anche il prete a darmi lezioni di storia sui mitici sessanta, mi sentii ancora più ignorante, le mie erano veramente braccia sottratte all’agricoltura. Mi feci però una risata nell’immaginare don Guerino, giovane aspirante sacerdote, mentre, di nascosto, in qualche angolo del seminario, sigillava con la lingua la cartina arrotolata di una canna ripiena di ottima erba.

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Quando la casa nova si profilò all’orizzonte, cominciai a sudare freddo al pensiero di dover affrontare l’argomento viaggio, ci pensò però Billi a stemperare la tensione, non appena aprii la portiera, infilò subito il muso dentro mugolando, pronto a darmi un segno tangibile di affetto, almeno lui.

La Bepina e mia sorella stavano sotto la tenda a curare le tegoine, uno dei pochi lavori che, nonostante la malattia, mia mamma riusciva ancora a fare.

Chiaramente l’accoglienza non fu così festosa come quella di Billi che, per darmi il suo sostegno morale, continuava a starmi appiccicato, dopo il flebile e formale saluto di rito, Teresa sparì dentro casa consegnandomi la Bepina. A questo punto non sapevo come fare per parlare del viaggio, lo dissi nel frattempo a Billi, da anni ormai gli affidavo le mie confidenze ma, per tutta risposta, si dileguò pure lui per andarsene probabilmente a scavare qualche buca, vigliacco di un cane!

Lo stupore fu grande quando inaspettatamente la Bepina intonò “mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar ”, questo mi caricò d’entusiasmo, buttai lì il discorso del libro e attesi con ansia di vedere l’effetto, “che soffego ancuo, portame indrio”, disse con tono insofferente, scemo io che mi illudevo di ricevere chissà quale risposta.

Preso dalla rabbia iniziai a spingere, tra le imprecazioni della Bepina, velocemente la carrozzina sul troso per far ritorno in casa, le vibrazioni erano tali che il sacco del catetere, strisciando per terra, rischiava di perdere il suo prezioso contenuto. Da quando si era aggravata i nostri dialoghi erano ridotti all’osso, il suo scarno frasario di circostanza era costituito si e no da una ventina di parole in dialetto, per cui, potevo tranquillamente mettermi il cuore in pace tanto dalla Bepina, non avrei cavato un ragno dal buco.

Subito dopo averla lasciata in soggiorno, mi affacciai in cucina per salutare l’allegra famiglia, Teresa mi passò davanti sbuffando con la roba da buttare in lavatrice mentre Gino aprì il frigo in cerca di non so cosa, “se vedemo”, dissi con un filo di voce mentre, senza voltarmi, mi diressi verso la macchina. Il discorso viaggio era rimandato, purtroppo, anche in quell’occasione, la strategia della fuga, ovvero l’evitare di affrontare i problemi, prese il sopravvento.

Billi era riapparso per i saluti, lo accarezzai calorosamente, figlio di un cane, almeno lui era felice, lo invidiavo anche perché trombava alla grande, lo stallone, nella sua carriera aveva reso gravide quasi tutte le cagne del circondario.

Il mal di testa, nel frattempo, era aumentato vorticosamente, così pure il sonno, decisi di prendere una pastiglia ma prima dovevo mangiare qualcosa, mi spogliai frettolosamente e in mutande, seduto sul bordo del letto, divorai altrettanto frettolosamente della pasta fredda direttamente dal contenitore poi, mi distesi aspettando che la pastiglia facesse il suo effetto. Seguivo mentalmente il flusso di sangue che dai piedi sembrava affluire a ondate verso le tempie, è qui che sentivo le pulsazioni più forti, per alcuni minuti non mi riusciva di pensare a altro poi, pian piano, come succede con il caigo, anche il mal di testa iniziò a diradarsi.

Nel pieno dell’intontimento da analgesico, iniziai a pensare all’incontro con don Guerino, al fatto che, a parte lo stare curvo a chattare con il telefonino, non ero molto differente da quei giovani contro i quali inveiva il vecchio prete. Ideali e valori, gran belle parole, nella mia zucca, il luogo preposto a custodirle era vuoto. Lo scopo della mia vita era l’avere, in primis avere un bel montareo, seguivano a ruota una bella casa, un bel lavoro, una bella macchina e così via, da non avere invece, responsabilità e preoccupazioni. Pensandoci bene, fin da piccolo, sono cresciuto con la convinzione che sei, in base a quello che hai, senza dubbio retaggio della cultura contadina che si tramanda di generazione in generazione.

Dopo questo esame introspettivo, dal quale non uscivo certo nobilitato bensì riconfermato un gretto cavernicolo; pensai che se ero veramente figlio di questa fantomatica Kate, sarei stato indegno di lei.

            Erano ormai quasi le sei del pomeriggio, avevo bisogno di stare all’aria aperta per cui, presi libro e fascia con lo scopo di trovare un posto tranquillo per continuare le mie riflessioni, la cosa migliore da fare era prendere la bici e andare lungo l’argine. Quando eravamo fioi era un avventura correre in bici lungo l’argine, ci divertivamo un mondo, nella nostra fantasia le biciclette diventavano potenti moto da cross pronte a sfidare i terreni più difficili, il vero problema però, era il rientrare a casa tutti infangati e magari con più di qualche lacerazione, non so gli altri, ma io passavo un brutto quarto d’ora; ora l’argine è una bellissima ciclabile, forse anche per merito nostro che lo abbiamo scoperto.

Avrei voluto mettermi la bandana in testa, pensai però che mi sarei reso ridicolo inoltre, non sarebbe stato molto igienico dopo che aveva passato tutti quegli anni sepolta nel comò di mia mamma per cui, la annodai al manubrio, faceva figo lo stesso. A un certo punto, mentre correvo velocemente, la snodai dal manubrio e ne impugnai un lembo, era bello vederla svolazzare al vento, dopo più di quarant’anni ritornava a girovagare, on the road, come se fosse ancora sulla testa di Kate.

Il cuore prese a battere forte e il respiro divenne affannoso, non era per la pedalata ma per quell’immagine che pian piano si stava riformando nella mia mente un po’ come succede quando, immersa nella vaschetta, la carta fotografica mostra l’immagine che si sta sviluppando. Chi lo sa se era realmente accaduto ma, “l’indiana” di cui parlava Sega, ricordo di averla vista anch’io, lunghi capelli biondi, vestita con un camicione bianco e fascia tra i capelli, la stessa che avevo in mano, se ne stava di fronte la mia culla.

Un attimo prima, mi stavo chiedendo che risposte speravo di trovare nel viaggio che stavamo per intraprendere e che senso avesse. Non lo so, ma dobbiamo andare.

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